sabato 25 ottobre 2025

Compiere è fare, compire è finire

 

Ci sono verbi, nel nostro melodioso lessico, che si somigliano come fratelli, ma che nel cuore della lingua battono con ritmi diversi. Compiere e compire sono tra questi: condividono radice, significato di base e coniugazione, ma divergono nel respiro, nel tono, nella vibrazione concettuale. Non sono propriamente “identici”: uno è più operativo, l’altro più conclusivo. Uno è il verbo dell’azione, l’altro del compimento.

Entrambi derivano dal latino complēre, “riempire completamente”, composto da com- (“insieme”) e plēre (“riempire”). Da qui si è sviluppata l’idea di portare a termine, di concludere ciò che è stato iniziato. Ma già nel latino tardo e nelle lingue romanze si nota una biforcazione: compiere si afferma come forma dominante, mentre compire sopravvive in registri più solenni, poetici, rituali.

Nella lingua d’uso, compiere è il verbo dell’azione portata a termine: si compie un gesto, un dovere, un’età. È il verbo che troviamo nei documenti, nei giornali, nei discorsi quotidiani. Compire, invece, conserva una patina più riflessiva, più cerimoniale: è il verbo del suggello, della chiusura, del compimento esistenziale.

Ecco una serie di esempi che mettono in evidenza la differenza:

  • «Ha compiuto un gesto eroico salvando il bambino» → azione concreta, realizzata.

    «Ha saputo compire il suo cammino con dignità» → chiusura esistenziale, uso poetico dell’infinito.

    «Quando compi diciott’anni potrai votare» → traguardo anagrafico, uso comune.

    «Quando compirai il tuo destino, forse ne comprenderai il senso» → uso letterario, con enfasi sul compimento.

    «Il progetto è stato compiuto nei tempi previsti» → registro tecnico, neutro.

    «Il rito si è compito nel suo tempo, secondo tradizione» → uso poetico, intransitivo, con valore conclusivo.

    «Ha compiuto il suo dovere senza esitazioni» → azione portata a termine.

    «Il ciclo si è compito nel silenzio» → chiusura naturale, tono elegiaco.

La nostra letteratura offre esempi emblematici di entrambi i verbi. In I Promessi Sposi, Manzoni scrive:

«Quando Renzo compié il suo racconto, Lucia non rispose nulla.» (cap. XXXV)

Qui compiere è usato nel senso di “terminare un discorso”, con tono narrativo e neutro.

Dante, nel Paradiso, usa invece compire in senso più alto e spirituale:

«Così com’io del suo aspetto compita, / mi volsi al mio maestro...» (Paradiso, XXXIII, 55–56)

L’uso del participio passato compita è raro e prezioso: indica il compimento di una visione, il suggello di un’esperienza mistica.

Anche nel linguaggio religioso, compire conserva forza rituale:

«Si è compita la profezia» → forma riflessiva, solenne, conclusiva.

Va sottolineato che compire è oggi raro nei tempi composti, e il participio passato compito può generare ambiguità, essendo formalmente coincidente con l’aggettivo. Per questo, l’uso più efficace di compire si concentra nei tempi semplici e nell’infinito, dove conserva la sua aura rituale e conclusiva.

In certi contesti, compire può apparire affettato o fuori luogo; in altri, può donare al testo una profondità che compiere non raggiunge. È una scelta stilistica che va calibrata con sensibilità e consapevolezza.

Insomma – e concludiamo questa noterelle – compire e compiere sono due volti dello stesso verbo: uno più pragmatico, l’altro più contemplativo. Conoscerli entrambi, e saperli usare con discernimento, è segno di padronanza linguistica e sensibilità stilistica. E in una lingua, come quella di Dante e di Manzoni, dove ogni sfumatura conta, questa distinzione è una ricchezza da custodire.

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Un po’ di “pedanterie linguistiche”

“Solerte” non è sinonimo di “solido” . Alcuni lo adoperano impropriamente per indicare affidabilità, ma solerte significa “attivo, diligente, premuroso”, con sfumature di zelo.

“Ove” non è solo avverbio di luogo, ma anche congiunzione condizionale. “Ove tu voglia partecipare…” è perfettamente corretto, ma spesso percepito come errore o arcaismo.

“Siccome” non è sinonimo di “poiché” (come riportano alcuni vocabolari). Nella lingua classica siccome significa “così come”, con valore comparativo. L’uso causale (“siccome piove, resto a casa”) è “moderno” e spesso criticato nei registri formali.

“D’altronde” e “d’altra parte” non sono sempre intercambiabili. D’altronde implica una giustificazione o una spiegazione; d’altra parte introduce un punto di vista alternativo. E.g.: «Ha sbagliato, d’altronde era stanco» vs «Ha sbagliato, d’altra parte non aveva esperienza» .













venerdì 24 ottobre 2025

Tra il ‘ne’ e il ‘ci’ che differenza v’è? (Nevolina e Ciolino: il duello delle particelle magiche)

 


N
el vasto regno della grammatica italiana, poche creature sono più sfuggenti e versatili del piccolo pronome ne. Lo usiamo ogni giorno - ne voglio, ne ho abbastanza, ne vengo da lontano - ma spesso senza sapere davvero chi sia, cosa sostituisca, o dove ci porti. Questa fiaba mette in scena Nevolina, spirito del ne, e il suo viaggio tra quantità, provenienze e fraintendimenti. Una storia per chi ama la lingua, la logica e un pizzico di magia sintattica.

Nel regno di Quantalia, ogni cosa aveva un numero, ogni pensiero una misura, ogni desiderio un’unità. I bambini non chiedevano voglio un gelato, ma ne voglio uno. Gli adulti non dicevano ho problemi, ma ne ho troppi. Eppure, nessuno sapeva davvero chi fosse quel ne che compariva ovunque.

A governare il regno c’era Re Grammasio, sovrano severo ma curioso, che un giorno si accorse di una strana nebbia linguistica: frasi come ne vengo da lontano si confondevano con ne voglio ancora. Il popolo era smarrito. Così il re convocò la creatura responsabile: Nevolina, spirito del ne.

Nevolina apparve in un soffio di particelle, piccola come una virgola, agile come un avverbio.

- Maestà, sono dappertutto e nessuno mi vede. Sono il pronome che sostituisce ciò che è già noto. Se si parla di biscotti, e poi si dice ne voglio due, io porto due biscotti. Se si dice ne ho abbastanza, io capisco che si parla di quantità.

Il re aggrottò la fronte.

- E quando dici ne vengo da Milano? Sei tu o è il luogo?

- Ah, lì sono ne locativo. Vengo da lì. Non c’entro con le quantità.

Il re, sempre più confuso, chiamò il mago Sintassio, che tracciò due cerchi sul pavimento del castello: uno per il ne partitivo, l’altro per il ne locativo. Nevolina saltellava da uno all’altro, recitando:

  • Ne ho mangiati tre! (partitivo)

    Ne vengo da lontano! (locativo)

    Ne hai abbastanza? (partitivo)

    Ne sei uscito vivo? (locativo)

Il popolo, radunato nella sala delle concordanze, cominciò a capire. Ogni volta che Nevolina compariva, bisognava chiedersi: Di cosa si parlava prima? - solo così il ne aveva senso.

Ma proprio quando tutto sembrava chiarito, arrivò Ciolino, spirito del ci, geloso della fama di Nevolina. Cominciò a confondere le acque:

- Ci penso io! - Ci vado domani! - Ci metto il cuore!

Il re sbiancò.

- Ora anche ci è polifunzionale?

Nevolina sorrise.

- Maestà, è sempre stato così. Siamo spiriti della sostituzione. Io sostituisco quantità e luoghi, Ciolino sostituisce luoghi, persone, idee, emozioni. Siamo piccoli, ma potenti.

Il re, finalmente illuminato, fece scolpire due frasi all’ingresso del castello:

Ne si usa quando si parla di quantità o provenienza. Ci si usa quando si parla di luogo, coinvolgimento o riflessione.

Da quel giorno, nel regno di Quantalia, ogni frase con ne o ci veniva preceduta da un pensiero chiaro. E Nevolina, finalmente, non fu più accusata di confondere, ma di chiarire.















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"Gognizzare", il verbo che punisce


N
ello sterminato lessico della lingua italiana, dove ogni parola ha una genealogia e ogni errore può diventare un caso, nasce oggi un verbo, affilato e necessario: gognizzare. Non è un semplice sinonimo di “correggere” o “segnalare”. È qualcosa di più radicale, più pubblico, più esposto. Gognizzare significa inchiodare l’errore alla sua responsabilità, metterlo sotto gli occhi di tutti, non per umiliare, ma per educare. È un atto di giustizia linguistica, una forma di responsabilità editoriale, una presa di posizione contro la sciatteria.

Il sintagma nasce da una fusione potente: gogna, lo strumento medievale di punizione pubblica, e il suffisso -izzare, che trasforma un concetto in azione. Gognizzare, dunque, è l’atto di mettere alla gogna linguistica un errore grave, documentandolo con precisione, attribuendogli una fonte, una data, una tipologia. È un gesto che non si accontenta della correzione silenziosa, ma pretende trasparenza, memoria, consapevolezza.

Nel mondo dell’informazione, dove i titoli giornalistici sono spesso il primo contatto tra il lettore e la realtà, gognizzare diventa un dovere. Un titolo sbagliato non è solo una svista: è una distorsione pubblica, una falla nel patto comunicativo. Ecco perché gognizzare non è vendetta, ma vigilanza. Non è sarcasmo, ma cura. Non è accanimento, ma archivio.

Il verbo si presta a molteplici usi, tutti attivi e consapevoli. Si può gognizzare un titolo, un manifesto, un comunicato stampa. Si può gognizzare un errore grammaticale, sintattico, ortografico, logico. Si può gognizzare anche un’abitudine linguistica che tradisce la precisione. E ogni volta che lo si fa, si contribuisce a una cultura della lingua più attenta, più responsabile, più viva.

Ecco alcuni esempi d’uso:

Il docente ha invitato gli studenti a gognizzare gli strafalcioni trovati nei manifesti pubblicitari. Prima di pubblicare, controlla bene: se non vuoi essere gognizzato domani mattina. Abbiamo gognizzato cinque titoli con errori sintattici pubblicati oggi, tutti documentati e archiviati.

La lingua italiana ha bisogno di parole nuove che non siano solo decorative, ma operative. Gognizzare è una di queste. È un verbo che non si limita a descrivere, ma agisce. E da oggi, entra nel vocabolario di chi ama la lingua, la verità e la responsabilità.

Eventuale lemmatizzazione:

gognizzare /go·gniʒˈʒa·re/ [der. di gogna, con il suff. -izzare] v. tr. – Esporre pubblicamente un errore linguistico grave, con intento correttivo e documentale. ◆ Nel giornalismo, gognizzare un titolo significa denunciarne l’errore ortografico o sintattico, fornendo fonte e data. ◆ Nel contesto scolastico, il verbo è usato per promuovere la riflessione critica sulla lingua. ◆ In ambito editoriale, gognizzare equivale a inchiodare l’errore alla sua responsabilità pubblica, contribuendo alla costruzione di un archivio linguistico trasparente.

Uso estensivo: può riferirsi anche alla denuncia di abusi stilistici, ambiguità logiche o violazioni del buon senso comunicativo in testi pubblici. Registro: medio-alto, connotazione ironica e vigilante. Sinonimi parziali: segnalare, denunciare, stigmatizzare (ma con minor forza espositiva). Contrari: occultare, minimizzare, giustificare.










(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

mercoledì 22 ottobre 2025

Aspettare o attendere? L’arte sottile del tempo in bilico

 

Nel vasto repertorio dei verbi italiani che descrivono stati d’animo, posture temporali e tensioni verso il futuro, “attendere” e “aspettare” occupano una posizione di rilievo. Ambi i sintagmi richiamano l’idea di una sospensione, di un tempo che si dilata nell’attesa di qualcosa o qualcuno. Eppure, come spesso accade con i sinonimi, la loro (apparente) intercambiabilità cela sfumature che vale la pena esplorare con attenzione, per cogliere le pieghe del significato e le preferenze d’uso che la lingua, nel suo uso vivo, ci suggerisce.

Nell’accezione più comune, i due verbi sono perfettamente sovrapponibili: si può attendere un treno o aspettarlo, attendere una risposta o aspettarla, attendere qualcuno fuori o aspettarlo nello stesso luogo. In questi casi, la scelta tra l’uno e l’altro (verbo) è spesso dettata solo dal gusto personale o dal registro del discorso.

Tuttavia, a un’osservazione più attenta emergono alcune differenze. “Aspettare”* (dal latino exspĕctare ‘aspettare’) è il verbo più frequente, più colloquiale, più immediato. È quello che si usa nel parlare quotidiano, nei comandi rapidi, nelle frasi di uso comune: “Aspetta un momento”, “Aspettami sotto casa”, “Aspettiamo che smetta di piovere”. Ha anche, sebbene più raramente, un significato vicino a “fare attenzione”, come in “Aspetta a parlare” o “Aspetta a giudicare”.

“Attendere”, invece, ha un tono più formale, più solenne, talvolta più carico di aspettativa. Si presta bene a contesti in cui l’attesa è lunga, carica di significato, o legata a eventi importanti: “Attende con trepidazione l’esito dell’esame”, “Attende da anni un riconoscimento”. Deriva dal latino attendere, composto da ad- e tendere, cioè “tendere verso”. Qui l’attesa non è solo visiva, ma interiore, protesa, quasi muscolare. È un verbo che implica concentrazione, dedizione, tensione verso un fine. Inoltre, “attendere” possiede un’accezione che “aspettare” non ha: quella di “dedicarsi a qualcosa con cura e costanza”, come in “attendere al proprio dovere”, “attendere agli studi”. In questi casi, la sostituzione con “aspettare” non è possibile.

Anche nei derivati si riflettono queste differenze. Da “aspettare” derivano “aspettativa”, nel senso di speranza o previsione, e “aspettatore”, termine raro ma attestato, che indica chi assiste a uno spettacolo. Da “attendere” provengono, invece, “attesa”, che indica il tempo dell’aspettare, e “attendibile”, che qualifica ciò o chi merita fiducia, perché degno di essere atteso nel senso di “creduto”. E ancora, l’espressione “attendere a” mantiene viva quella sfumatura di dedizione che “aspettare” non contempla.

Per concludere queste modeste noterelle, se è vero che i due verbi possono spesso sostituirsi senza danno, è altrettanto vero che la lingua, con la sua finezza, ci invita a scegliere con cura. “Aspettare” è il verbo dell’immediatezza, della quotidianità, dell’attesa concreta. “Attendere” è quello della solennità, della dedizione, della fiducia proiettata nel tempo. E in questa sottile differenza si gioca, come sempre, la precisione dello stile.

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* Non si confonda aspettare con "spettare".







Sgroi – 210 - Le reazioni a “Cortigiana (di Trump)”

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Mini-inchiesta

Dopo la pubblicazione dell’intervento n. 209 di domenica 19 ottobre “Cortigiana (di Trump)”: un uso sessista?, abbiamo posto ad amici e colleghi (33) la domanda: “d’accordo con Landini o con la Meloni?”

Diverse e variamente motivate le risposte, decisamente in prevalenza (28/33) a favore di Landini.


2. Pro-Landini tout court

L’informante n. 1: “Io sono d'accordo con Salvatore Sgroi”.

L’informante n. 2: “Sono d'accordo con te per la bellissima rassegna e riflessione. Complimenti”.

L’informante n. 3: “Sono d’accordo con la conclusione: "bisogna allora prendere atto della sua intenzione non-sessista ma di aver voluto fare una critica puramente politica”.

L’informante n. 4: “Che domande! ovviamente con Landini perché di cortigiane e cortigiani è pieno il mondo… (servili utili idioti)”.

L’informante n. 5: “Landini non aveva intenzione sessista ma solo di ‘portaborse’ ecc! non vedo un attacco sessista”.

L’informante n. 6: “Con Landini. L'avevo letto e diffuso ieri su fb”.

L’informante n. 7: “Con Landini a prescindere”.

L’informante n. 8: “Non certo con la Meloni”.

L’informante n. 9 in maniera secca: “Con Landini”.

L’informante n. 10: “Con Landini senza dubbio. Consapevolezza e onesta considerazione della polisemia e del contesto avrebbero evitato polemiche devianti, volutamente devianti da parte di qualcuno, rispetto al focus della questione”.


3. Pro-Landini con competenza lessicale mono-semica

L’informante n. 11: “Condivido queste dichiarazioni che hai ripreso: ‘Per qualcuno si è trattato di una ignoranza lessicale del sindacalista. ‘Non prendetevela troppo con Landini. Non stiamo parlando di Luciano Lama o di altri colti segretari CGIL succedutisi nel tempo. Ora il livello culturale è raso terra. Non pretendiamo che conosca il significato delle parole’” (Canale 48, Rai News, venerdì 17 ottobre). E in sostanza, anche con Marazzini”.

Lo stesso informante trova, non senza esagerazione, un’analogia tra “cortigiana” e un possibile uso di “peripatetica” (in De Mauro: "2. CO[mune] prostituta di strada, passeggiatrice”):

“Sui miei contatti social ho ipotizzato che Landini potrebbe, con lo stesso metro, definire "peripatetiche" le giornaliste di Repubblica e dintorni, passate senza batter ciglio dalla corte di De Benedetti a quella degli Elkann a quella del prossimo proprietario”.

L’informante n. 12: “Mah, l'uscita è sicuramente infelice, perché in ogni caso dava adito a un'interpretazione ambigua. Si potrebbe pensare che Landini, che non è una persona particolarmente colta, non avesse perfetta conoscenza dei due significati. Ma proprio la precisazione che ha fatto lui stesso potrebbe far supporre che invece abbia in qualche modo giocato sull'ambiguità per colpire la Meloni. Ma, viste le reazioni, era meglio se si risparmiava quella battuta”.

Mia obiezione: “la precisazione l'ha fatta però dopo l'osservazione di Floris, quasi stupito dalla faccia che cortigiana potesse avere un altro significato diverso da quello da lui inteso".

Risposta: “È vero, allora propendo per la tesi dell'ignoranza, coerente con l'idea che mi sono fatta di Landini, che è eloquente come sindacalista, ma che ha qualche lacuna grammaticale e anche lessicale a quanto pare. In ogni caso una caduta”.


4. Pro-Landini però…

L’informante n. 13: “Ho letto la bella ricostruzione. A me è chiaro che Landini, che non mi è simpatico per altri motivi, non voleva usare la parola in modo sessista ma in modo letterale, però doveva pensarci...”.

L’informante n. 14: “Con Landini, che però, se fosse un gentiluomo, avrebbe comunque dovuto chiarire e scusarsi”. Mio commento: “di chiarire, ha chiarito subito; di scusarsi no, perché lui aveva usato cortigiana come metafora politica non come termine offensivo”.

L’informante n. 15: “Penso che Landini non volesse insultare Meloni con un epiteto sessista (sono benpensante). Però è vero che per me e per altri che conoscono la parola cortigiana è un eufemismo per ‘prostituta’ e non ha come primo significato ‘donna che sta alla corte di un re’. Perciò sarebbe stato meglio che avesse usato subito portaborse o la perifrasi con cui ha spiegato il suo uso di cortigiana”.

L’informante n. 16: “Il mio primo significato di cortigiana è quello di ‘appartenente alla corte, di vassalla, portaborse’, etc. L'altro per me non è il più saliente. Comincio a pensare che lo sia per chi è sessista... Quindi non trovo sbagliato il lessico di Landini. Forse ci poteva pensare... ma i dibattiti sono veloci”.

L’informante 17: “Landini avrebbe fatto bene a usare un altro termine, ma non c’è dubbio che non pensava minimamente al significato che invece ha sottolineato l’insopportabile Meloni. Landini pensava al Rigoletto: “Cortigiani, vil razza dannata…”. E ne aveva ben donde”.


      5. Pro-Landini e strumentalizzazione della Meloni

L’informante n. 18: "Capisco cosa intendeva Landini, e sono solidale con lui. La nostra ha capito benissimo cosa intendeva, ma ha preferito far la donna offesa. Il suo mestiere”. “Diciamo che cmq cortigiana in senso di ‘prostituta’ è defunto. Infatti la nostra ha dovuto mostrare il vocabolario”.

L’informante n. 19: “La Meloni, da volpona qual è, ha voluto strumentalizzare la cosa a suo favore con il vittimismo che la contraddistingue e tutti hanno abboccato. Landini ha subito precisato qual era il senso della sua affermazione, che in quel contesto non era affatto sessista”.

L’informante n. 20: “Sì, sono d'accordo sul giudizio politico. Osservo solo, stando dalla parte di Landini, che ricoprendo lui un ruolo di vertice, deve stare attento a come parla, proprio per evitare di far passare per povera vittima una che sull'insulto ha costruito la carriera e con l'aggressività ottiene i voti”.

L’informante n. 21: “Con Landini anche se al posto suo starei più attento alla scelta delle parole, perché così ha dato un assist al governo facendo parlare i media di "cortigiana" e non delle scelte del governo. Ahimè!”.

L’informante n. 22: “Premesso che non ho tantissima simpatia per nessuno dei due personaggi, secondo me ci sono ampi margini linguistici per dire che Landini era in buona fede o comunque concedergli il beneficio del dubbio. Ovviamente, né a destra né a sinistra si lasciano scappare la ghiotta occasione di fare polemiche che distraggano la gente dai problemi veri dell'Italia, che sono mastodontici e che nessuno sa bene come risolvere”.

L’informante n. 23: “Io sono d'accordo con Landini. In realtà se la poteva risparmiare. La Meloni fa del vittimismo la sua bandiera e lo utilizza ampiamente come propaganda elettorale, quindi c'era da aspettarsi che tra i vari significati del termine cortigiana avrebbe scelto l'eufemismo ‘prostituta’ portando acqua al suo mulino! Mi fermo altrimenti rischio di esagerare e di cadere in errore alla stregua di Landini che, come qualcuno ha fatto notare, è un sindacalista-politico dei giorni nostri e non può essere paragonato a un Berlinguer o a un Lama gente di altri tempi e di altra cultura”.


L’informante n. 24: “Non leggo neanche. Penso che la gente (soprattutto quando occupa posizioni di rilievo) dovrebbe dare il giusto senso alle parole nel loro contesto. E soprattutto, che chi governa dovrebbe fare cose, anziché parole”.

L’informante n. 25: “Oyoyoyoy! Caro Claudio, siamo alla metacomunicazione pura. La politica non interessa più neanche ai politici”.


6. “Infelice uscita” di Landini

L’informante n. 26: “Espressione infelice perché il significato come rilevato dalla furba Meloni è duplice: ciò detto se ne è fatto un caso politico esagerando abbondantemente l’infelice uscita di Landini, autolesionista di professione che dopo la sconfitta dell’ultimo referendum sul lavoro sembra preferire i temi della politica internazionale, a cominciare dalla Palestina! Farebbe meglio a occuparsi dei bassi salari dei giovani che sono vergognosamente bassi!”.

L’informante n. 27: “E' chiaro quello che voleva dire Landini, ma anche dare del cortigiano a un uomo sarebbe un'offesa, a mio parere. Che poi cortigiana abbia acquisito un altro significato, rende l'uso del termine ancora più infelice. Certo non intendeva dare a Meloni della prostituta, ma dire "cortigiana di Trump" non è comunque bello, a prescindere dalla legittima critica alle posizioni della presidente del consiglio, che però toccherebbe a un politico, a mio parere, più che a un sindacalista. Giorgia Meloni ha approfittato astutamente della cosa, ma lui non mi pare molto difendibile, a mio parere”.


7. Pro-Meloni

L’informante n. 28: “D'accordo con la Meloni. A prescindere dalla polisemia del termine, credo che se il premier fosse un uomo i giudizi politici contrari non verrebbero espressi con certe scelte lessicali”.


8. Indecisi

L’informante n. 29: “Problema sdrucciolevole, ovviamente hanno ragione tutti e due: per l'etimologia ha ragione Landini, per la frequenza d'uso ha ragione Meloni (anche se mi duole assai dirlo). Diciamo che se Landini fosse stato un conoscitore della lingua un po' più fine (o se avesse voluto evitare ogni ambiguità, cosa che invece, secondo me, ha maliziosamente ricercato) avrebbe scelto un termine meno polisemico: come lacchè, leccapiedi e simili”.

L’informante n. 30: “Tendenzialmente più con Landini, propriamente con nessuno dei due”.

L’informante n. 31: “Se le parole cortigiana di Trump vengono interpretate come ‘prostituta di Trump’ allora è una offesa. Se invece come ‘una della corte di Trump’ allora non solo non è offensivo, ma è condivisibile. C'è una oggettività nell'uso della lingua in casi di polisemia?”

Mio commento: “Con la polisemia bisogna scegliere un significato o si rimane nell’ambiguità”

 

9. Nessuna preferenza

Due colleghi non hanno risposto alla mia domanda: L’informante n. 32: “Grazie, sempre gentilissimo”; L’informante n. 33: “Grazie, cari saluti”


10. Il presidente della Crusca, Paolo D’Achille

Il presidente della Crusca, Paolo D’Achille, nell’intervista di Antonella Coppari ha così commentato: “È vero che il termine ha adottato ora un significato più vasto: Cortigiano significa ‘stipendiato dal padrone di turno’. Anche al femminile un complimento non è ma, più che ‘prostituta’, significa ‘mantenuta’. Nella lingua italiana spesso il femminile ha una sfumatura più negativa rispetto al maschile" (“Il Giorno” 17.X, p. 6).


11. Giovanni Floris

Il giornalista Giovanni Floris, dopo la sua trasmissione dove era scoppiato il caso Landini, è ritornato a Piazzapulita sul tema ribadendo la posizione di Landini ed evidenziando nel contempo la strumentalizzazione della Meloni: "Landini ha utilizzato un vocabolo che ha un significato più ampio di quello che pensava lui... lo abbiamo notato, lui si è reso conto e ha specificato 'alla corte di Trump, portaborse...' ma si è corretto subito, però detto questo, oggi dovevano fare la manovra, dovevano trovare 5 miliardi dalle banche e immagino la presidente del Consiglio che dice 'usiamola sta cosa per spostare l'attenzione'". E ancora: “Io penso che non avesse in testa il significato ‘più profondo’, credo che non sia il primo significato che esce. Il primo è 'membro della corte'. Sarebbe interessare sapere se a parti invertite qualcuno avrebbe pensato a sfogliare un vocabolario”.


12. Reazioni dei partiti di destra

Naturalmente favorevoli alla Meloni sono state le reazioni dei partiti di destra.

Quello di Landini è un "linguaggio volgare e sessista che dimostra l'incapacità di certi uomini ad avviare un cambiamento culturale affinché la donna sia più considerata come un essere inferiore", ha detto il vicepremier Antonio Tajani, mentre per Guido Crosetto, Landini "confonde la libertà di espressione con la libertà di insulto".

Si tratta di "parole da osteria" che offendono pure "la storia del sindacato", ha rincarato da parte sua la sottosegretaria Wanda Ferro.

Il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi ha dichiarato: "Sarebbe bello che i professionisti del politically correct, sempre pronti a bacchettare chiunque, condannassero oggi le parole di Landini sulla Meloni, definita cortigiana. Non oso immaginare il profluvio di parole sdegnate se, a parti rovesciate, il termine fosse stato usato per Elly Schlein. Anzi, proprio dalla segretaria del Pd ci aspettiamo ora una presa di posizione netta ed inequivocabile. Oltre alle doverose scuse di Landini naturalmente".


13. Reazioni di altri partiti e di altri non di destra

Ma anche altri partiti hanno difeso la Meloni. Così Carlo Calenda di “Azione” ha invitato Landini a "cambiare registro" e a occuparsi "di Stellantis, Ilva o bollette", perché "non è con gli insulti che la sinistra batterà la destra". E solidale pure “Italia Viva”.

Su “Meloni ‘cortigiana’, Landini: ‘Non intendevo offendere’”, la risposta di Rosy Bindi è stata: "bisogna stare attenti", in quanto questo governo "usa tutto come arma di distrazione di massa".

Vincenzo Spadafora (Associazione Primavera) ha difeso Maurizio Landini: "Non sono un suo fan ma non voleva darle della prostituta". "Che Meloni sia alla corte, cioè al seguito, di Trump ce lo dimostra anche Trump".

Il giornalista Andrea Scanzi: Landini "Ha sbagliato e ha chiesto scusa. La sinistra non è tutta colpevole, Meloni distrae dalla manovra".

La giornalista Lilli Gruber giovedì 16 ottobre, durante Otto e Mezzo su “La7”, ha definito le parole di Landini “una sciocchezza, una cosa inaccettabile”.

Il direttore del “Corriere dello Sera” Luciano Fontana: Landini "Doveva subito delle scuse dopo la sottolineatura di Floris”


Sommario

1.Mini-inchiesta

2. Pro-Landini tout court

3. Pro-Landini con competenza lessicale mono-semica

4. Pro-Landini però…

5. Pro-Landini e strumentalizzazione della Meloni

6. “Infelice uscita” di Landini

7. Pro-Meloni

8. Indecisi

9. Nessuna preferenza

10. Il presidente della Crusca, Paolo D’Achille

11. Giovanni Floris

12. Reazioni dei partiti di destra

13. Reazioni di altri partiti e di altri non di destra 




















Altre pubblicazioni di Salvatore Claudio Sgroi:

Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet 2010

Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria, Firenze, Cesati 2013

Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet 2013

Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016

Maestri della linguistica otto-novecentesca, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Maestri della linguistica italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

(As)saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS 2019

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2020

Saggi scelti di morfologia lessicale, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

Saggi di morfologia teorica e applicata, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

La lingua italiana del terzo millennio tra regole norme ed errori, pres. di Claudio Marazzini, Torino, UTET, 2024

Il Papa è infallibile. Lo dice la grammatica, pres. di Franco Coniglione, Firenze, Accademia della  Crusca 2025



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)