sabato 31 agosto 2019

Quando la "Z" è aspra (o sorda) e quando, invece, è dolce (o sonora)

La consonante Z ha due "suoni": aspro e dolce. Parlando, dunque, si dovrebbe prestare molta attenzione a questi due suoni. Nell'Italia meridionale, per esempio, si tende a pronunciare la z dolce quando deve essere aspra e viceversa.
   Vediamo, succintamente, di fare un po' di chiarezza.
   La zeta ha suono aspro o sordo nelle parole la cui terminazione è: "-anza" (abbastanza, baldanza) ; "-enza" (sufficienza, prudenza); "-ezza" (correttezza, bellezza); "-izia" (letizia, primizia); "-ozza" (carrozza, tavolozza, piccozza); "-ozzo" (maritozzo, bozzo); "-ione" (recinzione, nazione, stazione); in tutti i verbi in "-ziare" (iniziare, straziare, negoziare).
   Ha suono altresí aspro dopo la consonante "L" (milza, calza, alzare) e davanti ai gruppi vocalici "ia", "ie", "io" (milizia, polizia, grazie, minuzie, spazio, supplizio).
   Ha suono dolce o sonoro quando si trova tra due vocali (ozono, azalea, nazareno); nelle parole terminanti in "-izzare" (verbi soprattutto): sintetizzare, organizzare, penalizzare;
   quando è all’inizio di una parola e la seconda sillaba ha come prima lettera una consonante sonora (cioe: B, D, G, L, M, N, R, V): zabaione, zodiaco, zigomo, zelante, zumare, zona, zero, zavorra.



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La lingua "biforcuta" della stampa



La protesta di Hong Kong, a migliaia in piazza sfidano il divieto a manifestare

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Correttamente: divieto di manifestare.

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Morto a 93 anni il miliardario Hans Rausing, con lui Tetra Pak diventò un colosso degli imballaggi 

Aveva 93 anni. Il figlio al centro di un giallo per la morte della moglie
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Siamo proprio sicuri che avesse 93 anni?

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Dramma Mediterranea, nuovo no allo sbarco dei migranti
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A nostro modo di vedere "nuovo" andrebbe emendato in altro: altro no allo sbarco.

 

venerdì 30 agosto 2019

Sinonimo non vuol dire identico

Con il termine “sinonimia” si intende – in linguistica – una corrispondenza semantica di due o più parole, vale a dire una “somiglianza” di significato di due o più vocaboli. Alcuni, in proposito, sono convinti del fatto che “sinonimia” equivale a “identicità”. Così non è: non esistono in lingua italiana (ma neanche nelle lingue straniere) vocaboli che potremmo definire “gemelli”; c’è sempre una piccola sfumatura di significato.
    Per questo motivo alcuni linguisti, prudentemente, tendono a precisare che sono chiamati “sinonimi” i nomi che hanno il medesimo significato “fondamentale”; c’è sempre, infatti, qualcosa che sfugge e rende impossibile la “perfetta” equivalenza dei significati.  Vediamo, infatti, piluccando qua e là, alcuni sinonimi “abusivi”, in corsivo, e in parentesi, i corrispettivi appropriati.
    Parlerò del tuo problema al direttore non appena si presenterà l’occasione (opportunità); i genitori, dopo il tragico incidente, hanno chiesto notizie del figliolo ma hanno ricevuto solo pietose menzogne (bugie); il giovane, correndo, ha perduto (smarrito) la fotografia della sua compagna; Adalberto, a detta di tutti, è un bellissimo ragazzo nonostante sia troppo macilento (magro); il malfattore, arrestato dalla polizia, ha avuto il castigo (la pena) che meritava; accetterei volentieri il tuo invito, ma ho paura (il timore) di non essere gradito agli altri; dalla vendita dell’appartamento ho avuto ben poco profitto (guadagno); per accedere alla villa bisognava salire qualche gradino (scalino);  il giovanotto rammentava (ricordava) con nostalgia i luoghi dell’infanzia.
   Per concludere, si faccia attenzione al corretto uso dei sinonimi se non vogliamo correre il rischio che i nostri scritti possano suscitare ilarità in chi li legge. In linguistica si parla, infatti, di “sinonimia approssimativa” e di “sinonimia assoluta”. Nella sinonimia approssimativa i vocaboli sinonimi sono intercambiabili solamente in determinati contesti. Provate a sostituire, infatti, “sala da ballo” con “camera da ballo” e vedrete che il “conto non torna”, per usare un’espressione dell’aritmetica. Si può benissimo dire, invece – “il conto torna” – “sala da pranzo” o “camera da pranzo” (anche se “camera” in questo caso non è un termine appropriato).
   Nella sinonimia assoluta i vocaboli sinonimi sono, viceversa, intercambiabili in tutti i contesti. Bisogna dire, però, che i sinonimi assoluti sono veramente molto rari. Sono “assoluti”, per esempio, le preposizioni “tra” e “fra” anche se, a voler sottilizzare, c’è una differenza a livello stilistico: al fine di evitare la successione di sillabe uguali si preferisce dire, per esempio, “tra fratelli” piuttosto che “fra fratelli”. Sono sinonimi assoluti – anche se, ripetiamo, c’è sempre una sottile differenza - “invece” e “viceversa”; “ma” e “però”; “termosifone” e “calorifero” e altri – insistiamo rari – che ora non ci vengono alla mente.








 Scaricabile, gratuitamente, cliccando qui. 

 


 

 
 
 
 
 
 

 

 

giovedì 29 agosto 2019

Il plurale di portasapone? Portasaponi

Un  nome composto sul plurale del quale quasi tutti i vocabolari concordano: portasapone. Alcuni lo attestano invariabile, altri variabile, altri ancora - "salomonicamente" - variabile e invariabile (a scelta dei "fruitori"?). 
      Secondo i vocabolari consultati è variabile per il De Mauro; variabile o invariabile per il Treccani; invariabile per il Palazzi; invariabile per il Sabatini Coletti; invariabile per lo Zingarelli; invariabile per il Devoto-Oli; invariabile per il Gabrielli; invariabile per il Garzanti; invariabile per il DOP. 
      Come si può notare, la maggioranza dei dizionari attesta il termine come sostantivo invariabile. A  nostro modo di vedere, invece, il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente perché è composto di una voce verbale (portare) e di un sostantivo maschile singolare (sapone). 
   Secondo la "legge grammaticale", infatti, i nomi cosí formati prendono la normale desinenza del plurale. Attendiamo, ovviamente, gli strali di qualche linguista "d'assalto".

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Il presente indicativo del verbo esordire? Io esordico. Sí, proprio cosí secondo il coniugatore dei verbi della "Scuola Elettrica". Si clicchi qui e si digiti il verbo. Per quest'altro coniugatore, invece, è io esordo e nei tempi composti adopera l'ausiliare "essere".

mercoledì 28 agosto 2019

Attenzione alla "riflessività" dei verbi

I verbi riflessivi - come recitano i comuni testi di grammatica - sono così chiamati perché "l'azione che esprimono si riflette, vale a dire ricade, sul soggetto che la compie". Si coniugano con le particelle pronominali (mi, ti, si, ci, vi) perché attraverso queste l'azione si riflette sul soggetto: io mi lavo (io, soggetto, compio l'azione che ricade su me stesso; io lavo me stesso, insomma).
     Si presti attenzione alla "riflessività" dei verbi dunque, perché molto spesso alcuni verbi attivi vengono adoperati - erroneamente - come riflessivi. Vediamo - come è nostro costume - piluccando tra le varie pubblicazioni alcuni esempi di verbi non riflessivi ma adoperati come tali.
     Il rapinatore sarebbe sfuggito alla cattura se non si fosse inciampato (se non avesse inciampato) in un sasso che lo fece cadere a terra; le condizioni dell'illustre paziente - secondo il comunicato - vanno peggiorandosi (peggiorano o vanno peggiorando) di giorno in giorno; il centauro che correva a velocità elevata si sbandò (sbandò) finendo in un fossato; gli utensili, i ferri soprattutto, vanno riposti in luoghi asciutti altrimenti si arrugginiscono (arrugginiscono); Giovanni e Luigi si erano bisticciati (avevano bisticciato) ma subito dopo avevano fatto pace; caro amico, lei si è troppo abusato (ha troppo abusato) della mia disponibilità; la giovane disse all'amica che non vedeva da tempo: come ti sei invecchiata! (sei invecchiata); vi siete sbagliati (avete sbagliato) nel giudicarlo; il velivolo, fortunatamente, s'è atterrato (ha atterrato) senza problemi.

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La ricategorizzazione

Probabilmente molti amici lettori si imbatteranno in questo termine per la prima volta perché non tutti i testi di lingua trattano l'argomento. Che cosa è, dunque, questa ricategorizzazione?
    È un processo linguistico per cui un termine passa da una categoria grammaticale a un'altra. Sono soggetti alla ricategorizzazione il sostantivo, il verbo e l'avverbio.
    Il sostantivo può essere adoperato in funzione aggettivale (viene, quindi, "ricategorizzato"): una rosa (sostantivo) / una camicetta rosa (aggettivo); il verbo può diventare sostantivo: non voglio avere (verbo) alcun fastidio / dai a Giovanni il suo avere (sostantivo); l'avverbio può diventare sostantivo: partirai domani? (avverbio) / devi dire un (sostantivo) convinto.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Corsica, riserva-gioiello invasa di turisti. A rischio il falco pescatore
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Il verbo invadere richiede la preposizione "da" (non "di"). Correttamente: invasa da turisti.

domenica 25 agosto 2019

La "lingua" degli animali


Spesso, per non dire sempre, non siamo in grado di riconoscere la lingua degli animali, perché anche gli animali "parlano" una propria lingua. Ci viene in aiuto questo sito.



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La lingua "biforcuta" della stampa

Una maxi valuta digitale contro lo strapotere del dollaro: la proposta della Banca d'Inghilterra
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Correttamente: maxivaluta. Treccani: maxi-. – Primo elemento di parole composte formate modernamente, tratto dal lat. maxĭmus «massimo» per tramite dell’inglese e in contrapp. a mini-, usato per indicare dimensioni o lunghezze superiori al normale; originariamente adoperato nel linguaggio della moda (per es., maxigonna, maxicappotto) e anche nel linguaggio sport. (per es., maximoto), è molto frequente in ambito giornalistico e nell’uso com. in luogo di perifrasi di analogo sign.: maxitruffa, maxitamponamento, maxirissa.
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A proposito di "per tramite dell'inglese", il linguista Aldo Gabrielli condanna la locuzione.
«Tramite” è il latino trames, tramitis, che vale ‘scorciatoia’, ‘sentiero’, ‘passaggio’ e deriva dal verbo trameare, contrazione di transmeare, passare, oltrepassare (composto di trans, di là e meare, andare, dirigersi; donde l’italiano ‘meato’) ma in tal senso è ormai di uso poetico o letterario. Comune invece nella locuzione “per il tramite di”: trasmetteremo la domanda per il tramite della prefettura; si dica ‘per mezzo di’ e si dirà assai meglio. Peggio, poi, usar tramite nello stesso senso, ma come avverbio: tramite l’ufficio postale, ho avuto l’assegno; mandami due righe, tramite tuo fratello. Anche qui si dica ‘per mezzo di’, e si lasci questa locuzione goffa che fa il paio con quella, anche più goffa, che suona ‘per il canale di’ che si usa specialmente nel linguaggio burocratico, in frasi come queste: per il canale dell’ufficio X vi trasmettiamo ecc.; per il canale del signor Tale venni a sapere ecc. L’uso non è di oggi, e risale almen tre secoli fa; ma è traslato di dubbio gusto, che si sconsiglia di imitare. Si dica ‘per mezzo di’ e si dirà meglio».

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A dicembre aveva ucciso un ucraino che difendeva una donna dalle sue avances
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Correttamente: avance (senza la "s" finale). Le parole straniere non si pluralizzano.

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Serie A - Bologna

Emozione in campo: la curva rossoblu accoglie così Mihajlovic
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Il monosillabo blu prende l'accento scritto in tutti i composti: gialloblú, biancoblú, rossoblú ecc.






sabato 24 agosto 2019

Sgroi - 29 - L'errore: Chi è costui?

di Salvatore Claudio Sgroi *

 
1. L'Errore? Un uso sgrammaticato!
    L'errore tradizionalmente inteso come "uso sgrammaticato" e quindi decisamente da condannare implica spesso che individuarne la "causa" o per meglio dire la "Regola" che lo ha prodotto, comporti di per sé in genere l'"assoluzione", la "giustificazione" e quindi la sua "accettabilità".

     1.1. Presunta assoluzione, non accettabile
        Tale rilievo (presunta assoluzione, non accettabile) ci è stato mosso da illustri e stimati colleghi, pubblicamente e privatamente.
        Così a proposito della pronuncia non canonica sàlubre, darsèna, mòllica mi è stato rilevato:
        «Sgroi motiva le varianti anetimologiche [...] con l’attrazione di serie paradigmatiche strutturalmente più forti. Già: ma il problema non è quello di giustificare la forma innovativa (tutte le forme che si allontanano dalla tradizione sono linguisticamente spiegabili: con lo stesso metro, neanche stasse o venghino potrebbero essere definiti “errori”, in quanto forme analogiche sulla prima coniugazione verbale)».
         Tale rilievo critico mi è stato richiamato più di recente da un secondo collega, che lo ha fatto proprio.
         A proposito dell'intervento su "La rimozione dell'inconscio, ovvero la censura della "virgola tematica" (10 aprile) un terzo collega ha così commentato:
         "È assolutamente evidente che gli errori hanno sempre una motivazione, nella lingua, in auto, nella vita, sul lavoro. Non per questo smettono di essere errori".
          Lo stesso collega con riferimento a un precedente intervento su Il congiuntivo e la "regola di adiacenza" (9 febbraio 2019), si era così espresso:
         "Caro Claudio,
         la "regola" che avevi scovato per dare una mano agli analfabeti funzionali della politica e del sindacato sarà senza dubbio buona, perché tu sei un eccellente linguista, e i linguisti sono come gli avvocati, che qualche cosa trovano sempre.
         Non contesto dunque la tua regola, ma mi permetto di pensare che nella lingua ci sono altri valori oltre a quelli della devianza e della marginalità, e il cambiamento non è l'unico motivo di interesse".

1.2. Distinguere (i) la Regola alla base della produzione di un Uso giudicato errato, variamente diffuso e (ii) il Giudizio di valore di tale uso giudicato "errato" sulla base di criteri che vanno esplicitati
         Questa la mia risposta al secondo collega:
         "Questo è un punto fondamentale. Qui il collega [che tu citi] ed altri confondono (i) l'individuazione della "regola" che spiega per es. l'analogico venghino con (ii) il giudizio di corretto/sbagliato, che invece si basa su criteri spesso non esplicitati (qui l'uso pop.), come peraltro ho più volte detto (vedi p.e. Sgroi 2015, Grammatica“clericale” vs grammatica “laica”, che tu citi) e ribadisco nel mio volumetto su Gli Errori ovvero le Verità nascoste (ora edito dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani di Palermo):
          "Un errore, un uso cioè giudicato errato, non è invero un uso «sgrammaticato». L’Errore è un uso, variamente diffuso, generato da una Regola («nascosta», concorrente con o in alternativa a un’altra) e giudicato «errato» con motivazioni diverse (diastratiche, di comprensibilità, ma anche etimologiche, logicistiche ecc.)".
         La mia risposta al rilievo del terzo collega è stata analoga:
         "Tu consideri un “errore“ la virgola tematica. D’accordo. Però da un punto di vista teorico, non puoi confondere la “MOTIVAZIONE” che è in realtà la “Regola” che genera l’uso giudicato errato; qui la virgola tematica. Tale “motivazione” per me invece “Regola”, richiede invero conoscenze di teoria linguistica, a volte anche complesse o raffinate.
          La MOTIVAZIONE è – dal punto di vista teorico – da distinguere dal GIUDIZIO NORMATIVO, che può essere positivo o negativo (nel caso specifico della virgola tematica, il tuo giudizio normativo è negativo).
          Ma anche qui – dal punto di vista teorico – devi esplicitare i criteri per il tuo giudizio. Qui i criteri sono diversi per te e per me. D’accordo, ma vanno esplicitati.
          Per te, se non vado errato, i criteri sono diversi: ora è (i ) quello della maggioranza dei parlanti (colti), ora è (ii) quello etimologico, o (iii) quello dell’uso più antico (vedi il qual è) specchio del troncamento d'antan di quale in qual (l'arcaico qual ragazzo) rispetto al qual'è apostrofato collegabile non più con il troncamento (l'odierno quale ragazzo) ma con l'elisione".

 1.3. Il criterio dell'uso letterario antico
           Il criterio dell'uso letterario dei secoli scorsi se non si è protratto fino all'uso contemporaneo, non può peraltro essere invocato quale criterio pertinente per decidere la correttezza.
          Così forme di congiuntivo possibili in passato come abbi (in Verga e Pirandello), stii (in Verga) e molte altre forme utilizzate, nei decenni precedenti, da autori illustri: leggittima in Verga, presaggio in Capuana, induggia in Pirandello, lascierei in Verga, biricchino in Pirandello, -- non sono giustificabili ovvero non sono "accettabili" perché abbandonate dagli scrittori contemporanei e dagli italografi colti, e ora sono diventate tipiche delle scritture degli incolti.

 1.4. Lapsus letterari di usi popolari
          Nel caso poi del se ipotetico col condizionale (es. se potrei lo farei) si tratta di usi giudicati erronei, perché propri dell'italiano popolare, anche se presenti occasionalmente in scrittori come Sciascia, ecc. in quanto "lapsus" occasionali, dovuti all'emergenza della regola tipica dell'italiano popolare.

          1.5. Il criterio del "pudore linguistico" e dell'"accettabilità"
          Il secondo collega richiama col primo la nozione di "pudore linguistico" o "comune senso della norma linguistica" alla base del "giudizio di accettabilità" per decidere se un uso è corretto o meno.
          Ma anche qui il problema è capire qual'è (sic!) il criterio o i criteri alla base del "comune senso della lingua" da parte del grammatico o dei parlanti in generale, altrimenti si resta nell'ambito del puro soggettivismo.
         Il problema è ancora più delicato quando "la sanzione sociale" riguarda "certe forme considerate (da una fetta della comunità degli utenti linguistici) più sconvenienti di altre, pur senza essere, tecnicamente, dei popolarismi".
         A me sembra che dinanzi a usi controversi, che non siano popolarismi, occorre riconoscere la legittimità dei diversi usi in questione, e non giudicare "errato" un uso solo perché diverso dal proprio.
        Le "diverse opzioni percepite con diversi gradi di accettabilità" vanno invero rispettate nella loro diversità.
        A questo punto però, va anche tenuto presente quale sia "il potere" di chi giudica gli usi diversi degli altri -- per es. un commissario agli esami di un concorso, un professore agli esami di stato, ecc. Perché c'è pure da chiedersi come 'difendersi' da giudici dogmatici, intolleranti, rigidi, nell'attesa di una loro maturazione metalinguistica, di là da venire. La strategia dell'"evitamento", sembra quella più produttiva, dinanzi a certe grafie (pur erroneamente) giudicate errate o certi indicativi pro congiuntivo o certe forme colloquiali in luogo di usi formali, ecc. E quindi il docente farà certamente bene ad allertare i suoi studenti sulle scelte "a rischio" degli usi linguistici, chiarendo nel contempo la situazione "conflittuale" nell'ambito della ideologia sia dei grammatici che dei parlanti.

 1.6. Il criterio della "maggioranza" per decidere l'uso corretto? Sì, ma senza 'rottamare' la minoranza
           Un altro criterio tirato in ballo per decidere la correttezza di un uso è quello della maggioranza dei parlanti (colti o mediamente colti), certamente pertinente. Ma ciò non può implicare ipso facto il colpevolizzare l'uso diverso della minoranza (colta). Mi sembra che si debba sostenere la coesistenza (pacifica) degli usi maggioritari e minoritari (colti), da non -- ribadisco -- colpevolizzare in quanto appunto minoritari, giacché lo standard comporta non solo forme uniche ma anche varianti (colte).

 2. Laicità del grammatico-linguista
           In conclusione, il linguista 'laico', lungi dal fare di tutte le erbe un fascio, distingue -- nell'ambito dell'educazione linguistica -- quale bussola normativa gli usi (comprensibili) dei parlanti colti da quelli tipici dell'italiano popolare, intralcio all'integrazione sociale.

           Sommario
          1. L'Errore? Un uso sgrammaticato!
                 1.1. Presunta assoluzione, non accettabile
                 1.2. Distinguere (i) la Regola alla base della produzione di un Uso, variamente diffuso e (ii) il Giudizio di   valore di tale uso giudicato "errato" sulla base di criteri che vanno esplicitati
                 1.3. Il criterio dell'uso letterario antico
                 1.4 Lapsus letterari di usi popolari
                 1.5. Il criterio del "pudore linguistico" e dell'"accettabilità"
                 1.6. Il criterio della "maggioranza" per decidere l'uso corretto? Sì, ma senza rottamare la minoranza
            2. Laicità del grammatico-linguista
 
* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania








 

giovedì 22 agosto 2019

I "purosangui"? Perché no!?






Contrariamente a quanto riportano le comuni grammatiche e i vocabolari consultati (De Mauro, Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Sabatini Coletti, Zingarelli, DOP) laggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile.
   Essendo un nome composto si può pluralizzare secondo la regola della formazione del plurale dei nomi composti.
  
Tale norma stabilisce che i nomi composti di un aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i… purosangui.
  
Si può scrivere, inoltre, sia in grafia univerbata sia in grafia analitica. Tassativamente in grafia unita in funzione aggettivale. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica.

 
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La lingua "biforcuta" della stampa

Da Casaleggio a Di Battista, i grillini filo-leghisti pronti a brindare

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I prefissi e i prefissoidi - tutti - si scrivono "attaccati" alla parola che segue. Correttamente: i grillini filoleghisti. Qui.

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Arriva il McDonald's e installa una maxi canna fumaria: addio allo skyline della piazza del Pantheon

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Correttamente: maxicanna fumaria.

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L'attore festeggia il 24 agosto in famiglia: "Senza loro non avrei fatto questo lavoro"

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Correttamente: Senza di loro. Anche se la frase è tra virgolette, i titolisti avrebbero dovuto emendarla. Vocabolario Sabatini Coletti: senza [sèn-za] prep., cong. •prep. (in generale evita l'elisione, obbligatoria però in senz'altro; si usa con la prep. di davanti ai pron. pers. e talvolta anche davanti ai pron. dimostr. e rel.: s. di te; s.(di) questo; s. (di) che)

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Correttamente: sennò
Ingoiare è transitivo: ingoia noi (meglio: inghiottisce).

 
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Sanità

Usa, le autorità sanitarie: "Registrato primo caso di morte legato a sigaretta elettronica"
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La morte è legata alla sigaretta elettronica, non al caso.

 
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Mega campagna pubblicitaria. I dem: "Sarà costata un milione. Ma non devono restituirne 49 allo Stato?"
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Correttamente: megacampagna. Vocabolario Devoto-Oli: mega– mega
1. Primo elemento di composti formati modernamente, che indica entità,
grandezza o anche sviluppo notevole (megamulta, megashow,
megatrend), ma spesso esagerato o abnorme (megagalattico).

 
 

 



mercoledì 21 agosto 2019

Considerazioni sull'uso "corretto" dell'italico idioma


I porchi comodi...

Qualcuno - se non tutti - strabuzzerà gli occhi: “porchi”!? Come è possibile un simile strafalcione? No, amici, non è uno strafalcione.
Tutti i “sacri testi” che abbiamo consultato tacciono sull’argomento, ma “porchi” è forma correttissima. Quando il sostantivo ‘porco’ è usato in funzione aggettivale con il significato di “spregevole”, “indecente”, “orribile” e simili, nella forma maschile plurale “può” prendere la desinenza “-chi” in luogo di quella comunemente in uso “-ci”. A voler sottilizzare, anzi, porchi ‘sarebbe’ la sola forma corretta perché i sostantivi in “-co” piani (con l’accento tonico sulla penultima sillaba) nel plurale conservano il suono gutturale; quelli sdruccioli, invece, lo perdono. Naturalmente non mancano le eccezioni e porco è una di queste; in funzione di sostantivo, infatti, il plurale “corretto” è porci.

Malevole? No, malevolo
Navigando in Internet abbiamo scoperto che buona parte delle persone “di cultura” ritengono che si dica “malevole” e non, correttamente, malevolo. Credono, insomma, che l’aggettivo in oggetto appartenga alla seconda classe, come “facile”, per esempio e abbia, quindi, un’unica desinenza, tanto per il maschile quanto per il femminile ('-e', maschile e femminile singolare; 'i', maschile e femminile plurale). No, la forma corretta è malevolo perché viene dall’aggettivo latino ‘malévolus’, della seconda declinazione, e la desinenza ‘-us’ latina si tramuta normalmente nella terminazione ‘-o’ del maschile italiano. È, quindi, un aggettivo della prima classe, come “buono”, le cui desinenze sono ‘-o’ e ‘-i’ per il maschile singolare e plurale, ‘-a’ e ‘-e’ per il femminile singolare e plurale. Diremo, quindi, “uno scritto malevolo”, con il plurale “malevoli” e “una critica malevola” con il plurale “malevole”. Identico discorso per “benevolo”.

Divisione sillabica "particolare"
Abbiamo notato che molte persone si trovano in difficoltà sulla divisione delle sillabe in fin di riga (o di rigo) con le parole formate con prefissi “speciali”: ben-in-mal-cis-dis-pos-trans- tras-. Le parole così composte possono dividersi in sillaba senza tener conto del prefisso (che fa sillaba a sé) oppure considerare il prefisso parte integrante della parola. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Dispiacere si può dividere considerando il prefisso sillaba a sé; avremo, quindi, dis-pia-ce-re, oppure, “normalmente”, di-spia-ce-re. Trastevere – altro esempio – si può dividere secondo l’una o l’altra “regola”: Tras-te-ve-re o Tra-ste-ve-re. Consigliamo vivamente, a coloro che non sono in grado di distinguere con assoluta certezza i prefissi componenti, di attenersi – nell’andare “a capo” – alla normale divisione sillabica. Eviteranno, in questo modo, di incorrere in spiacevoli strafalcioni. In caso di dubbio si può consultare una buona grammatica dove, nel sillabo, sono riportati tutti gli argomenti trattati, messi anche in ordine alfabetico. 

Colui/colei senza il "che"
Probabilmente ci attireremo gli strali di qualche linguista se sosteniamo che non è scorretto l'uso di colui (o colei) - in funzione di soggetto e di complemento - non seguito dal pronome relativo (colui che, colei che). Abbiamo l'avallo di Luciano Satta, che riporta gli esempi di autorevoli scrittori: «- Buon giorno - disse colui scappellandosi...» (Bacchelli); «... Ella ha amato a tal punto colei da poter quindi pronunciarsi» (Santucci).
 
Aggettivi della terza classe

Buona parte delle comuni grammatiche della lingua italiana dividono gli aggettivi in due classi: bello (I classe); facile (II classe). C'è anche una terza classe. Appartengono a questa categoria gli aggettivi che al maschile singolare finiscono in -cida, -ista, -asta e -ita. Hanno un'unica desinenza (-a) sia per il maschile singolare sia per il femminile singolare: un uomo egoista, una donna egoista. Nella forma plurale, invece, mutano la desinenza -a in -i per il maschile e in -e per il femminile: due uomini egoisti, due donne egoiste.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Tentano di sradicare un bancomat con il carroattrezzi: fermati dai carabinieri
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"Piú corretto": carro attrezzi.
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Spaccia cocaina davanti Scala: fermato pusher 55enne con le dosi negli slip
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Davanti richiede la preposizione "a". Correttamente: davanti alla Scala. Vocabolario Palazzi: davànti
davànti prep. (usata in unione con la prep: a, raramente con di) in presenza, in cospetto, dinanzi: davanti al re (l di faccia, di fronte: davanti alla casa c'è l'albergo il avv. prima, innanzi: la fanfara era davanti il mettere davanti, presentare; mettersi davanti, mettersi in mostra, profferirsi il levarsi davanti, andar via il nella parte anteriore: vestito aperto davanti II in forza di agg., anteriore: i denti davanti II in forza di sm. il davanti della casa, del vestito ll N. innanzi, prima l contr. dietro.