domenica 31 marzo 2024

Buona Pasqua

 Una serena Pasqua alle amiche e agli amici che seguono assiduamente questo portale.



Tutto sulla Pasqua



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sabato 30 marzo 2024

È proprio un serpente di mare

 


L’espressione che avete appena letto (nel titolo) dovrebbe esser nota ai “dispensatori di notizie” perché molto spesso la “mettono in atto”. La locuzione, dunque, indica – come si può facilmente intuire – una notizia falsa, completamente inventata che, però, ha tutta “l’aria” della verità. Il modo di dire, adoperato figuratamente, si rifà al nome generico di “serpenti di mare”, dato a leggendari animali marini dall’aspetto orribile, mostruoso, più simili ai draghi che ai serpenti; di qui, per l’appunto, l’espressione giornalistica per definire una notizia sensazionale ma che, alla verifica, si rivela completamente inventata.


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Ore rotundo

Probabilmente pochi – fra i nostri venticinque lettori – conosceranno l’espressione aulica latina ore rotundo che, alla lettera, significa “con bocca rotonda”. Si dice di persone che parlano in modo eloquente e ricercato. La locuzione, però, molto spesso viene adoperata ironicamente.



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venerdì 29 marzo 2024

Andare (o essere) nel nirvana

 


Il piccolo Carlo non vedeva l’ora di comunicare al suo più caro amico che a giorni  sarebbe partito per il nirvana. Il giovinetto aveva partecipato a un concorso per “piccoli volti nuovi” e avendo superato la selezione era stato convocato presso la sede centrale della casa cinematografica. Carlo, insomma, già sognava la gloria e la popolarità che la carriera di attore gli avrebbe procurato. Ci pensò il padre a riportarlo alla realtà. “Bada Carlino – gli disse con molto garbo e affetto il genitore – non vai nel nirvana, non nutrire così facili illusioni, mantieni i piedi ben piantati per terra: non è certo che sarai il prescelto. Perciò fino a quando non conoscerai il ‘verdetto’ della giuria non illuderti e pensa solo a studiare”.

Carlo, però, non aveva capito il significato dell’espressione “andare nel nirvana”; chiese, quindi, spiegazioni al padre e, una volta afferrato il concetto, decise di fare il saputello con il suo amico. Quest’ultimo, credendo che il nirvana fosse una località, “afferrò” tutti gli atlanti di cui disponeva per vedere in quale parte del mondo si trovasse quel luogo a lui sconosciuto. Ma inutilmente. Era esattamente quello che voleva Carlo: “farsi bello” con il compagno spiegandogli che nirvana non è una località ma un vocabolo che serve per formare una locuzione – anche se impropriamente – riferita a coloro che sono felici di cullarsi in un’illusione, senza mantenere alcun rapporto con la realtà che inevitabilmente li circonda; oppure, ed è il caso più frequente, per la formazione di un’espressione riferita a colui che si trova in uno stato di “godimento spirituale”.

Il termine – tratto dal sanscrito – significa “estinzione” e nella religione buddista indica il fine ultimo della vita ascetica nella quale si raggiunge la realtà ultima, il nulla, o la beatitudine eterna; designa, insomma, il grado di liberazione dalle passioni o – dopo la morte – dalle successive reincarnazioni. La locuzione, pertanto, è un prestito della filosofia ed è adoperata impropriamente – come accennato – nelle accezioni di “beatitudine”, “tranquillità” e simili.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Gli assalti al metrò di Torino dei turisti del graffito: “Entrano dai condotti di areazione”

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Secondo la lingua di Dante e di Manzoni il lessema (parola, vocabolo) corretto è aerazione.



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mercoledì 27 marzo 2024

Far la parte del cappellone


C
on la variante “far la figura del cappellone” quest’espressione – di uso raro, per la verità, e non molto conosciuta, quindi – si tira in ballo quando si vuole mettere in evidenza la brutta figura di una persona, non all’altezza della situazione in cui viene a trovarsi, per inesperienza o perché totalmente estranea all’ambiente in cui è costretta. La locuzione è ripresa dal gergo militare: il “cappellone” designa la recluta appena giunta in caserma, completamente estranea all’ambiente e il più delle volte fatta oggetto di scherzi, anche pesanti, da parte dei commilitoni più anziani, quelli che in gergo vengono chiamati “nonni” e, se prossimi al congedo, “borghesi”. E a proposito di cappellone come non ricordare l’espressione “prendere cappello” che – come sappiamo – significa offendersi, impermalirsi? La spiegazione è semplice (e intuitiva). Colui/colei che si sente offeso/offesa abbandona bruscamente il luogo del “misfatto” e prende il cappello prima di andarsene.


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La lingua “biforcuta” della stampa

NAPOLI

Casandrino, asilo derubato tre volte in una settimana: presi anche ovetti di cioccolata

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Secondo la lingua di Dante si “ruba” una cosa e si “deruba” una persona. È chiaro che non si può dire “asilo rubato tre volte”. Che cosa fare allora? Adoperare altri verbi: saccheggiare, depredare, svaligiare e simili. Correttamente, quindi: asilo saccheggiato tre volte...

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Enzo si laurea in Medicina a 73 anni, era fuori sede da quando ne aveva 23: «L'avevo promesso a papà prima che morisse»

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Ai “massinformisti”: il neodottore non era fuori sede, ma fuori corso.


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martedì 26 marzo 2024

Sgroi – 171 - “C’È QUALCUNO?” O “C’È NESSUNO?”?


 di Salvatore Claudio Sgroi


1. Evento privato

Trovandomi nei giorni scorsi nella necessità di dover andare alla toilette in uno studio medico, mi è capitato di dire, prima di entrare: “C’è nessuno?”. E non sentendo nessuna risposta sono quindi entrato.


2. Dubbio amletico

Contemporaneamente mi sono anche chiesto perché mai non dicevo: “C’è qualcuno?”.

Nella trasmissione (bisettimanale) di domenica 24 marzo ore 9h35, “Pronto soccorso linguistico" del programma Unomattina in famiglia di RAI-1, consulente Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, la domanda di un ascoltatore ha riguardato proprio il problema da me sopra posto, ovvero “Qual è la forma corretta: C’è qualcuno? (più logica) o C’è nessuno?”.


3. Risposta “pragmatica”

Naturalmente Paolo D’Achille ha risposto che le due forme sono entrambe corrette. Ma cosa più importante ha saputo acutamente individuare la differenza semantica, ovvero “pragmatica”, tra le due espressioni, soddisfacendo così il mio dubbio.

Io dicevo C’è nessuno? perché desideravo che non ci fosse nessuno, sì che io potessi accedere alla toilette. Invece C’è qualcuno? avrei potuto dirlo se per es., sentendo un rumore, mi aspettavo che ci fosse qualcuno.




venerdì 22 marzo 2024

Il ratto e il... ratto

 


Riprendiamo il viaggio -- interrotto molto tempo fa -- attraverso l'italico idioma alla ricerca di parole polisemiche (che hanno più significati) ma di "origine etimologica" completamente diversa. Il viaggio odierno fa tappa al lessema ratto, aggettivo e sostantivo con differenti significati, appunto. Quello aggettivale viene dal latino "rapidus" (rapido, veloce): Vidi una 'nsegna che girando correva tanto ratta**, che d’ogne posa mi parea indegna.** (Inferno, Canto III, versetto 53). Il sostantivo, che significa "rapimento", è tratto dal participio passato del verbo latino rapere (rapire) raptus. Ricordate il ratto delle sabine? o il ratto di Proserpina? Infine abbiamo il ratto, comunemente chiamato topo (anche se tra il topo e il ratto c'è una leggera differenza) la cui etimologia, purtroppo, è incerta o sconosciuta (ci sembra interessante, in proposito, segnalare il termine "muridofobia", vale a dire "paura dei topi"). Per approfondimenti si veda qui, anche se l'autore non è ritenuto fededegno dai linguisti.  

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Perché rammarico pluralizza in "-chi" e non in "-ci" (secondo la regola)?

Un cortese lettore si domanda e ci domanda perché il plurale di rammarico è "rammarichi" e non "rammarici", come tutti i sostantivi sdruccioli (accento tonico sulla terzultima sillaba) in "-co" (medico/medici; canonico/canonici). Il plurale irregolare in "-chi" (rammarichi) si deve, probabilmente, per l'influenza della seconda persona singolare del presente indicativo del verbo rammaricare (tu rammarichi).


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La lingua "biforcuta" della stampa

Aggredì l'arbitro donna durante un'azione di gioco: dopo la radiazione, il rugbista Doglioli condannato a un anno e due mesi

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Il femminile di arbitro, "benedetto" dall'Accademia della Crusca, è arbitra. Correttamente, quindi: aggredì l'arbitra durante...



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sabato 16 marzo 2024

Ottennale? Perché no!?

 


T
utti i vocabolari consultati (cartacei e in linea) non lemmatizzano l'aggettivo ottennale. La cosa ci sorprende, e non poco. Sono a lemma: annuale, biennale, triennale, quadriennale, quinquennale, sessennale, settennale, novennale, decennale. Di ottennale, come dicevamo, non c'è traccia alcuna. Sarebbe interessante conoscere i motivi linguistico-grammaticali che hanno indotto i lessicografi a "snobbare" il lessema suddetto. Se da settennio, per esempio, si ha settennale, perché da ottennio non si può avere ottennale? Mistero eleusino. Ci auguriamo che qualche linguista/lessicografo di buona volontà si imbatta in questo portale e possa risolvere il mistero. Ottennale, comunque, anche se ignorato dai vocabolaristi, si trova in alcune pubblicazioni, tra cui  la Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana.

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Da un quotidiano in Rete

VIOLENZA

Stuprata a 16 anni sul lettino dal dentista, via al processo per violenza sessuale

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Possibile che nell'archivio del giornale non ci fosse una foto di uno studio odontoiatrico? La foto in oggetto, presumibilmente, è quella di un pronto soccorso.

Lo studio dentistico, per la cronaca, non ha il lettino ma una poltrona reclinabile chiamata riunito.


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Escono in barca all’alba poi più nulla, i cadaveri di due amici ritrovati sulla spiaggia a Montalto di Castro nel viterbese: molteplici fratture, indagini in corso

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I "massinformisti" capiranno -- prima o poi -- che quando si parla di un'area geografia l'iniziale deve avere la maiuscola? Correttamente, quindi: Viterbese.



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venerdì 15 marzo 2024

Per gli operatori dell'informazione (e no)

 Tre libri utili per tutti coloro che, quotidianamente, "combattono" con l'italico idioma.






 

 Non in vendita. Si scarica, gratuitamente, dalla Rete.













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Infinocchiare (farsi)


Nel periodo medievale gli osti veneti, in particolare quelli veneziani, erano soliti offrire ai loro clienti dei rametti di finocchio prima di servire loro del vino di pessima qualità. Cosí facendo erano sicuri che gli avventori non si sarebbero accorti del vino... “scadente”. Il forte aroma del finocchio, infatti, ingannava il palato, e l’ospite veniva così “infinocchiato”, ingannato, perché è risaputo che il finocchio, particolarmente quello selvatico, ha il “potere” di camuffare il sapore delle bevande e dei cibi. Da qui i vari usi metaforici.


giovedì 14 marzo 2024

Disquisizioni...

 


MOLTO spesso adoperando la locuzione “essere cosciente” siamo assaliti da un dubbio amletico: si fa seguire dalla  preposizione “di” o dalla congiunzione “che”? ‘Sono cosciente “di”...’ o ‘Sono cosciente “che”...’? Quest’espressione - togliamoci subito il dubbio -  si costruisce con la preposizione “di”, non con la congiunzione “che”: Giovanni era cosciente “di” avere sbagliato la strada; non “che” aveva sbagliato la strada. Si può ovviare al dubbio sull’impiego della preposizione o della congiunzione ricorrendo alla locuzione essere cosciente del fatto che: Giovanni era cosciente del fatto che aveva sbagliato la strada. Lo stesso discorso per quanto attiene a “essere consapevole”.

DUE PAROLE sull’uso “distorto” - a nostro modo di vedere - di un verbo: portare. Alcuni lo adoperano nella forma intransitiva pronominale (portarsi) - con l’avallo di buona parte dei vocabolari - nel significato di “andare”, “trasferirsi”, “recarsi”, “spostarsi” e simili: i passeggeri “si portino” tutti vicino all’uscita; subito dopo l’incidente i soccorritori “si sono portati” sul luogo del sinistro. A nostro avviso quest’uso ci sembra se non scorretto o improprio... ridicolo. Consigliamo agli amatori della lingua di astenersi da quest’uso “distorto”.


RELATIVAMENTE
 - avverbio che vale "parzialmente", "in modo relativo", non ci sembra corretto farlo seguire dalla preposizione "a" dandogli il significato di "in quanto a", "rispetto a", "per quello che riguarda" e simili: relativamente alla sua richiesta la informiamo che...

ESULARE - significa "andare in esilio". Gli amanti della buona lingua non lo usino nell'accezione di "essere estraneo" e simili: quello che stai facendo esula dalle tue competenze.

POICHÉ e POI  CHE - entrambe le grafie sono corrette, sebbene sarebbe... bene fare un distinguo. Adopereremo la grafia analitica (due parole) quando questa  congiunzione  subordinante introduce una proposizione temporale acquisendo l'accezione di "dopo che": poi che si vide scoperto il ladro non oppose resistenza alle forze dell'ordine. In grafia univerbata (una sola parola) allorché introduce una proposizione causale: poiché si era comportato male, il ragazzo fu aspramente rimproverato dall'insegnante.

METTERE IN GUARDIA – l’espressione significa avvisare qualcuno di guardarsi da persone o da cose dalle quali potrebbe averne un danno e si costruisce, per tanto, con la preposizione da, non su: Paolo ha messo in guardia Giovanni dai risultati che otterrebbe se intraprendesse quella strada. I giornali non rispettano questa "regola" e scrivono su. Se amate la lingua...

PARTITA – è improprio l’uso di questo sostantivo nell’accezione di  gita, svago, festa e simili. Il cacciatore non va a una partita di caccia, bensì a una gita di caccia. Il termine è adoperato correttamente solo nel significato di gioco (a carte, a pallone, a bocce, ecc.) dove i giocatori sono distribuiti tanti per parte (partita, appunto).

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La lingua "biforcuta" della stampa

Kate Middleton operata "al viso dopo un’attacco d’ira di William": l'indiscrezione

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Non si dica che è un refuso: per ottenere l'apostrofo (un') occorre premere un tasto apposito. Quindi...

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Gli attivisti di Arcigay Latina: “Siamo disponibili anche ad accompagnarlo in un altra struttura garantendo l’anonimato. Chiederemo un’ispezione alla Regione per capire se si sono violate le procedure sulla privacy”

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Sarebbe "cosa utile e buona" se alcuni operatori dell'informazione ripassassero le norme sull'uso dell'apostrofo. Correttamente: un'altra.

 

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lunedì 11 marzo 2024

La lingua non si fa "a forfait"


 Probabilmente ci ripetiamo, ma come dicevano i nostri antenati Latini...  Ancora una volta, nostro malgrado, dobbiamo dissentire da certi vocabolari che ritengono i termini barbari "forfait" e "forfeit" l'uno sinonimo dell'altro. Nel Treccani, per esempio, possiamo leggere: «forfeit fòofit› s. ingl., usato in ital. al masch. – Nel linguaggio sport. (in Italia spec. nell’ippica), termine equivalente al fr. forfait (v.forfait2)». La cosa, presentata in questo modo, genera solo equivoci e confusione. I due termini, il francese "forfait" e l'inglese "forfeit" hanno significati diversi. Il dizionario del Battaglia - a nostro modesto avviso - è un po' piú chiaro. Alla voce italianizzata "forfè" (che a noi non piace) precisa: «... per il significato numero 2 (sport: rinuncia o mancata presenza di una squadra o di un concorrente ad un incontro) confronta l'inglese "forfeit" (che è tratto dal francese)». Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia della ERI (versione cartacea; quella in Rete "snobba" i due lemmi), non ha peli sulla lingua: specifica chiaramente la diversità di significato dei due termini, il francese e l'anglo-francese. Come non ha peli sulla lingua l'insigne (e rimpianto) linguista Aldo Gabrielli: "forfait" vale 'prezzo fatto'; "forfeit", invece, vale 'ritiro'. Ma anche il DELI, per la verità, distingue i due vocaboli: "forfait", 'contratto per cui ci si impegna a fornire una prestazione o un bene a un prezzo globale prestabilito' e "forfeit", 'mancata partecipazione o ritiro prima dell'inizio dello svolgimento di una gara'. Come vedete, amici, non stiamo farneticando: c'è forfait e... forfeit.

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 Alcune  "indecenze ortografiche" tratte dagli articoli degli operatori dell'informazione. In grassetto gli 'orrori'

L’
arrestato, per farsi compatire, camminava a  d’ubriaco; con quel pò pò di alterigia era naturale che tutti lo snobbassero; nella casa degli orrori è comparsa la scritta villa d’affittare; in quella notte tranquilla gl’astri brillavano sullo sfondo azzurro; nessun’ uomo, di questi tempi, può sentirsi tranquillo se abita una villa isolata; qual’è il difetto peggiore, domandò all’intervistata; il suo comportamento è veramente d’ammirare; gl’umori degli astanti non lasciavano presagire nulla di buono; il suo modo di fare è pressocché inaccettabile; il ragazzo è uscito dal coma grazie all’attente cure della mamma; sei proprio un bel angelo, disse la mamma al figlioletto; fate attenzione, recitava un cartello affisso nella fabbrica, gl’acidi sono nocivi alla salute; l’auto dei banditi non ha rispettato l’alt della polizia e ha accellerato la corsa; l’uomo è stato investito sulle striscie pedonali; il ministro ha, però, ribadito che non tutti beneficieranno delle agevolazioni; il patto sarà sugellato alla presenza dei rispettivi ministri degli Esteri.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Se a portare la Roma in Champions sarà la rassicurante meraviglia di sentire quel “ho sbagliato” di Daniele De Rossi

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In questo caso la norma grammaticale prescrive quello: quell' "ho sbagliato". 

 
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L’allarme della Crusca per l’ ”invasione” dell’inglese nei corsi degli atenei.






 







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sabato 9 marzo 2024

Non + non = sì? Dipende

 


Una squisitissima lettera “in privato” di un amico blogghista ci ha dato lo spunto per la trattazione di alcune negazioni - nella fattispecie pronomi - che possono essere o no accompagnate con altre negazioni. E ci spieghiamo. L'amico in questione si lamentava del fatto che l’insegnante di suo figlio abbia sottolineato con la fatidica matita blu (oggi tutti adoperano la matita rossa: non si capisce, quindi, la gravità dell'errore. Un plauso all'insegnante che ancora usa il rosso per gli errori 'veniali' e il blu per quelli 'mortali') un “non” contenuto nella frase “nessuno non deve sapere” sostenendo che il “non” accompagnando il pronome nessuno - già di per sé negativo - rende la frase affermativa. Insomma, la proposizione “nessuno non deve sapere” agli orecchi del docente suona “tutti devono sapere” perché, sostiene, due negazioni affermano. Di primo acchito saremmo d’accordo con il professore, ma a un esame piú approfondito scopriamo che quel “non” è un errore veniale da sottolineare con la matita rossa essendo solo un francesismo (senza ombra di dubbio da evitare in buona lingua italiana). 

Prima di addentrarci nei vari “meccanismi” delle negazioni ci piace riportare quanto dice sulla voce, o meglio sul pronome ‘nessuno’ il linguista Leo Pestelli: «Alla voce ‘nessuno’ è attaccato un noto sofisma. ‘Nessun gatto’ ha due code. Ma ogni gatto ha una coda di piú che ‘nessun gatto’. Quindi ogni gatto ha tre code. Il sofisma è fondato sul fatto che la prima premessa (‘nessun gatto’ ha due code) sembra affermativa, asserendo assolutamente, ossia senza eccezioni, mentre è negativa: nessun gatto, equivalendo a (ciasc.) un gatto non... In altri termini ‘nessuno’, che ci viene dal latino ‘ne ipse unus’ (non già da ‘nescio unus’), è il pronome ‘ciascuno’, ‘ognuno’, il quale ha attratto e incorporato la negazione che propriamente si riferisce all’azione o allo stato espressi dal verbo». 

Tornando al “non” e ai suoi vari “meccanismi”, c’è da dire che molti grammatici sono dubbiosi se si debba adoperare, e quando, l’avverbio di negazione “non” in compagnia di “nessuno”, “nulla”, “niente” e altre voci negative. Costoro sostengono anche che in lingua italiana non è tassativa la norma per la quale due negazioni affermano. In proposito noi, molto sommessamente, manifestiamo le nostre riserve e portiamo a suffragio un modo di esprimersi tanto caro ai politici, “non possiamo non riconoscere”, dove è evidente che i due “non” si annullano rendendo la frase affermativa: non possiamo non riconoscere equivale, infatti, a “riconosciamo”. Per non creare, per tanto, dei veri e propri garbugli è bene seguire - a nostro modo di vedere - alcune semplici regolette. Quando i pronomi negativi “nessuno”, “nulla” e “niente” sono posposti al verbo (si trovano dopo) si rafforzino col “non”: non so nulla; non ho visto nessuno; non ha detto niente. Allorché, invece, sono preposti al verbo (cioè prima) stanno da sé senza altra negazione: nessuno è arrivato; nulla mi piace. 

Per quanto attiene al pronome “niente” occorre fare qualche altra osservazione: ha un valore neutro e sta per “nessuna cosa”; acquista una valenza positiva nelle interrogazioni e nelle proposizioni condizionali con il significato di “qualche cosa”. I soliti esempi faranno chiarezza: ti occorre niente? (cioè “qualche cosa”); se niente (“qualche cosa”) ti serve, io sono qui per aiutarti. 

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La lingua "biforcuta" della stampa

Dal partito dell’ex ministro Castelli alle espulsioni in Veneto, si allarga il dissenso alla linea di Salvini

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Si dissente da qualcuno su/in qualcosa. Correttamente, dunque: si allarga il dissenso sulla linea di Salvini.

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A Centocelle, in provincia di Roma, una minorenne è caduta dal balcone: il quartiere è sotto shock

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Siamo veramente... scioccati (sic!). I "massinformisti" dovrebbero documentarsi prima di scrivere sciocchezze. Centocelle provincia di Roma? Gesummaria! Centocelle è un quartiere dell'urbe (e lo scrivono anche). Se avessero riletto il titolo, FORSE, si sarebbero accorti della smarronata.

 

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Un'ottima proposta del ministro dell'Istruzione: reintrodurre lo studio del latino nella scuola media.



 








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venerdì 8 marzo 2024

Comminare non è sinonimo di infliggere

 


"Il collegio giudicante ha comminato otto anni di reclusione a Pinco Panco per spaccio di droga". Frasi simili si leggono quotidianamente sulla stampa e si sentono nei radiotelegiornali; ma sono frasi tremendamente errate perché danno al verbo comminare un significato che non ha: infliggere. Secondo la norma linguistica si deve scrivere (e dire): il collegio giudicante ha inflitto otto anni di reclusione. Comminare non è sinonimo di infliggere, anche se alcuni vocabolari lo attestano tale. Il suddetto verbo proviene dal latino "cum+minari", 'minacciare', quindi prevedere, prescrivere, stabilire, sancire e simili. Una legge, un regolamento, una norma prevedono (comminano, prescrivono) una pena da infliggere ai trasgressori e i giudici (o chi per loro) la applicano, quindi la infliggono ecc. Si veda qui e qui, anche se l'autore non gode di grande "stima linguistica".

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L'appello del prof. Claudio Marazzini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca: salviamo la scrittura manuale.


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Da un motore di ricerca che usa l'Ia (intelligenza artificiale)

Sì, innoquo è una parola valida in italiano. Significa “innocuo” o “senza pericolo”. Pertanto, puoi usarla correttamente nelle tue comunicazioni.

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Possiamo stare tranquilli, quindi. L'Ia risponde a tutte le nostre domande dandoci risposte certe: "innoquo" è grafia corretta. Incredibile!


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La lingua "biforcuta" della stampa

Muore a 17 anni a bordo di una nave umanitaria per le ustioni: era stata chiesta per ore un'evacuazione urgente

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Se non fosse per l'immane tragedia ci sarebbe da ridere: c'è una nave "per le ustioni"? Quanto a evacuazione...

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I nostri auguri alle gentili lettrici per la ricorrenza dell'Otto Marzo


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mercoledì 6 marzo 2024

Sgroi - 170 - Ancora sulla formazione degli avverbi: “irruentEmente” o “irruentAmente”?

 


di Salvatore Claudio Sgroi


       1. Un dubbio amicale

Un caro amico, storico della lingua, osservava, a proposto del mio precedente intervento di sabato 2 marzo su “ViolentAmente o violentEmente?”, che “In ogni caso, è presto per indicare l’eventuale inclusione di violentamente nel lessico italiano” i.e. nella lessicografia italiana, “(né tu lo dici)”, e citava anche come problematico per la formazione degli avverbi in –mente il caso di irruente:

 

“Anche a me capita di avere esitazioni per aggettivi in ento/ente, specie al femminile. Conosco bene l’etimo latino, ma noto scivolamenti nell’uso (irruente /-ta?) e mi chiedo che forma usare per dare meno nell’occhio”.

 

2. IrruentEmente sì, ma *irruentAmente no

Nel mio saggio del 2004, lì citato, avevo analizzato anche tale lessema, “dal lat. irruentem”,

datato 1810 nel De Mauro, ma retrodatabile al 1499 con due esempi di F. Colonna Hyperotomachia Philiphili: (i) “et irruente agitazione”  e (ii) “nel frigìdissimo averno et profundo irruente”.

La variante irruento retroformata su irruenti pl. di irruente è invece datata 1936 con E. Cecchi nel Battaglia, e un es. appare anche in Tomasi di Lampedusa 1958.

Da irruente deriva il normale irruentEmente, datato 1926 nel De Mauro, ma antecedentemente 1899-1909 con M. Serao nel Battaglia.

Da irruento non sembra invece essersi formato il possibile *irruentAmente, assente in “Google Libri Ricerca Avanzata” nel 2004 e ancor oggi nel 2024, dopo vent’anni.    

                                 

  


 

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sabato 2 marzo 2024

Sgroi - 169 - Papa Francesco tra spagnolo e italiano, a proposito di “violentAmente”

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

       1.  “Gli arriva un pugno”

Nel corso dell’intervista con i giornalisti nel volo Colombo-Manila del 15 gennaio 2015, Papa Francesco -- alla domanda “nel rispetto delle diverse religioni fino a che punto si può arrivare nella libertà delle diverse religioni, che anche quella è un diritto umano fondamentale?” -- ha tra l’altro così risposto:

 

“[…] Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione, Credo che questo sia la cosa principale sulla libertà di religione: si deve fare con libertà, senza offendere, ma senza imporre e uccidere. La libertà di espressione . […] Abbiamo l’obbligo di dire apertamente, avere questa libertà, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentEmente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, ma gli arriva un pugno. È normale! È normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede. […] Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo ‘giocattolizza’ la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dott. Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma- C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana. E io non posso prenderla in giro. E questo è un limite” (Interviste e conversazioni con i giornalisti, a cura di Giuseppe Costa, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2015, pp. 272, 273-74; e in Jorge Mario Bergoglio Risponde papa Francesco, intr. di G. M. Vian, Venezia, Marsilio 2015, pp. 228, 229-30).

 

2. Evento in Internet

Quasi per caso mi è capitato di sentire in Internet parte di questa intervista che risulta normalizzata nelle edizioni a stampa, ovvero papa Francesco dice in realtà “violentAmente”(e “gli aspetta” anziché “gli arriva”).

L’avverbio violentAmente riprende perfettamente lo spagnolo violentamente (cfr. il Grande Diz. di spagn. di Arqués-Padoan 2012) e risulta formato dalla regola di derivazione, molto produttiva, “agg. a due uscite al femm. + suffisso -mente”. Etimologicamente un composto “agg. al femm. + s.f. mente” letter. con ‘mente violenta’, il costrutto è poi diventato suffissato in seguito a grammaticalizzazione di -mente ‘modo, maniera’.

La stessa regola spiega la formazione degli avverbi in -mente, in italiano, es. “saggio agg. + suff. -mente” da cui saggiamente.

 

3. Regole identiche ma risultati diversi

Come spiegare allora che allo sp. violentAmente corrisponde l’odierno it. violentEmente?.

Come ci è capitato di studiare anni fa (Morfologi, vi esorto alla storia!’ Pseudo-eccezioni nelle regole di formazione degli avverbi in -mente, in “Studi di Grammatica Italiana”, vol. XXIII, 2004 [ma: luglio 2006], pp. 87-190), l’it. violento attestato nel sec. XIII, 1300-1313, dal lat. violentum, è diventato violente, documentato av. 1313, av. 1337, in seguito alla pressione paradigmatica degli agg. in -ente, da qui violentemente (come prudentemente) attestato nel 1303.

 

3.1. Diversità di registro

Va ancora detto che il regolare violentAmente è attestato nell’it. del ’300, in Boccaccio 1343-44, av. 1388, e poi in G. Faldella 1888, oltre che in Internet.

Concludendo, l’ispanismo violentamente si oppone così all’it. letterario e arcaico violentamente.

















 

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Il verbo fare non è un... tuttofare


Due parole, due, sul verbo "fare" perché viene adoperato in tutte le salse - come usa dire - e ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo prettamente linguistico- grammaticale. Occorre dire, infatti, che l'uso del verbo fare in luogo del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile solo quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l'azione del gestire e vuole esprimere il concetto o, meglio, l'idea di un intervento repentino: m'incontra per strada, per caso, e mi fa (cioè: mi dice): "Quando sei tornato?" È bene evitare - sempre che si voglia scrivere e parlare rispettando le "leggi" della lingua - alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l'automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba; farsi i capelli; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia e tante altre. In tutte le espressioni summenzionate il verbo fare può essere sostituito, correttamente, con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo "radersi", cosí come farsi i capelli si può sostituire con "tagliarsi" i capelli. Vediamo altri esempi in cui il verbo fare può essere sostituito con un verbo più appropriato. In parentesi  il verbo "giusto". Fare (eseguire) un compito; fare (esercitare) un mestiere; fare (sostenere) un esame; fare (porgere) gli auguri; fare  (arrecare) un danno; fare (consumare) la colazione; fare (prestare) attenzione; fare (infondere) coraggio. Il verbo fare, insomma, non è un verbo...  tuttofare

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La lingua "biforcuta" della stampa

Israele - Hamas, le news di oggi. Biden spera in "in un cessate il fuoco a Gaza entro il Ramadan"

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Superfluo commentare...

 

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Cronaca

Incidente aereo

Precipita un ultraleggero nel viterbese, morti pilota e passeggero

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Secondo le norme che regolano il nostro idioma: Viterbese (V maiuscola), trattandosi di un'area geografica.

 

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