I verbi "servire" e "occorrere" sembrano sinonimi, ma le loro storie e le loro sfumature raccontano molto di più
Alcuni li usano come sinonimi e, in effetti, in numerosi contesti lo sono davvero. Se diciamo che per preparare una torta 'serve' un chilo di farina oppure che 'occorre' un chilo di farina, il significato cambia ben poco, anzi non cambia affatto. Eppure 'servire' e 'occorrere' hanno alle spalle storie profondamente diverse e, ancora oggi, conservano sfumature che meritano di essere osservate da vicino.
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“Germanorbo” e “germanorba”: due parole nuove per una perdita senza nome
La lingua italiana dispone di parole precise per indicare alcune delle grandi perdite della vita. Chi perde i genitori è un 'orfano'; chi perde il coniuge è un 'vedovo'. E chi perde un fratello? E chi perde una sorella? La risposta è sorprendente: non esiste un termine specifico.
Possiamo dire che una persona «ha perso un fratello» o «ha perso una sorella», ma non abbiamo una parola unica capace di esprimere quella condizione. Si tratta di una lacuna lessicale tanto evidente quanto curiosa, poiché il rapporto tra fratelli e sorelle è uno dei legami affettivi più profondi e duraturi dell'esperienza umana. Per colmare questa mancanza proponiamo due neologismi: 'germanorbo' e 'germanorba'.
Un 'germanorbo' è una persona che ha perduto un fratello. Una 'germanorba' è una persona che ha perduto una sorella. Le due voci sono costruite su basi linguistiche solide e perfettamente italiane.
Il primo elemento, 'germano', non indica soltanto la ben nota anatra selvatica chiamata germano reale. Nel linguaggio colto e giuridico, infatti, un germano è un fratello o una sorella nati dagli stessi genitori. Il termine deriva dal latino 'germanus', che significa(va) propriamente «fratello carnale», «vero fratello», «autentico consanguineo».
Il secondo elemento è ricavato da 'orbo', voce antica ereditata dal latino 'orbus', «privo», «privato di qualcosa». Dalla stessa radice proviene, per esempio, il termine 'orfano', attraverso una storia etimologica diversa ma semanticamente affine.
L'idea è dunque molto semplice: 'germanorbo' = privato di un fratello; 'germanorba' = privata o privato di una sorella. Si tratta di parole trasparenti, che una volta spiegate risultano immediatamente comprensibili.
Ecco alcuni possibili esempi d'uso: «Da quando ha perso il fratello maggiore vive il dolore silenzioso dei germanorbi.» «L'associazione offre sostegno psicologico alle persone germanorbe.» «Divenne germanorba a soli quindici anni, dopo la scomparsa della sorella.»
Qualcuno potrebbe obiettare che i neologismi non si inventano a tavolino. L'obiezione è fondata. Le parole, infatti, vivono soltanto se vengono accolte dai parlanti. Tuttavia molte voci oggi normalissime sono nate proprio per dare un nome a realtà che ne erano prive. Senza proposte innovative, il lessico resterebbe immobile.
Del resto, una delle funzioni più nobili della lingua consiste nel rendere dicibile l'esperienza umana. E se esistono parole per la perdita dei genitori e del coniuge, non appare irragionevole pensare che possa esisterne una anche per la perdita di un fratello o di una sorella.
Forse 'germanorbo' e 'germanorba' non entreranno mai nei dizionari. O forse, tra qualche anno, qualcuno le userà senza sapere nemmeno dove siano nate. È il destino di tutti i neologismi: affidarsi al giudizio dei parlanti e sperare che la necessità finisca col trasformare una proposta in una parola vera.
E chissà che un giorno, accanto a 'orfano' e 'vedovo', non trovi posto anche 'germanorbo' o 'germanorba': parole nuove per un dolore antico, finora rimasto senza nome.
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La lingua "biforcuta" della stampa

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