sabato 30 novembre 2019

L'impossibile alla francese


Sappiamo già che saremo sbugiardati dai vocabolari e, soprattutto, dai gramuffastronzoli (se qualcuno di costoro dovesse imbattersi in questo portale) su quanto stiamo per scrivere; ma andiamo avanti per la nostra strada, come sempre, convinti della bontà della tesi che sosteniamo a spada tratta.
     Ci riferiamo all'uso corretto dell'aggettivo impossibile, che significa che non può essere, che non si può fare, che non si può attuare, che non può compiersi e simili: è impossibile affrontare un viaggio con due bambini così piccoli; credo sia impossibile che riesca a ottenere quello che chiede. Bene.
     Alcuni adoperano quest'aggettivo alla francese, dandogli un significato che non ha, ritenendolo sinonimo di difficile, intollerabile, insopportabile, intrattabile, scontroso, pessimo, insostenibile, inaccettabile e simili: c'è un traffico impossibile; mi ha fatto una proposta impossibile; ha un carattere veramente impossibile; fa un caldo impossibile.
     Gli amatori dell'italico idioma adopereranno - in casi del genere - gli aggettivi propri che fanno alla bisogna: c'è un traffico insostenibile; mi ha fatto una proposta inaccettabile; ha un carattere insopportabile, scontroso; fa un caldo insopportabile.
Un'ultima notazione. Il termine in oggetto può anche assumere il valore di sostantivo maschile: volere l'impossibile; tentare l'impossibile; fare l'impossibile ecc.

***

Il verbo paragonare - forse non tutti lo sanno - ha due distinti significati e si costruisce, per tanto, con due diverse preposizioni: 'con' e 'a'. Cominciamo con il dire che è transitivo e in quanto tale, nei tempi composti, prende l'ausiliare avere. Ma veniamo al dunque.
     Quando ha l'accezione di confrontare e simili richiede la preposizione con: caro amico, non puoi paragonare (mettere a confronto) il tuo lavoro con quello di Osvaldo.
     Nel significato di assomigliare è seguito dalla preposizione a: visto il tuo comportamento ti paragono a un animale.




***

La lingua "biforcuta" della stampa


Attacco al London Bridge, due morti, diversi accoltellati. Ucciso l'aggressore: "Era un'islamista in libertà vigilata"

---------------
Islamista si riferisce all'aggressore, che è maschile. Correttamente: un islamista, senza apostrofo, dunque.

(L'orrore è stato emendato)


*

Il 1° dicembre è domenica ecologica

a Bologna e nei Comuni dell'hinterland

----------

Correttamente: Il 1 dicembre (senza esponente). Crusca: : Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870». Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."
----
Coloro che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (e "concettuali") in articoli giornalistici possono inviarli a questo portale (fauras@iol.it). I testi "incriminati" saranno pubblicati ed esposti al pubblico ludibrio.





venerdì 29 novembre 2019

La Crusca si è rifatta il "vestito"


L'Accademia della Crusca ha rinnovato il suo guardaroba, il sito, infatti,  ha un nuovo vestito. Ci sembra piú snello e piú "avvolgente" e per questo ci complimentiamo. 
 Abbiamo notato, però, un "neo": dopo aver inviato un commento appare la dicitura Grazie! Il tuo commento è stato inviato alla redazione che provvedrà a pubblicarlo. Quel "provvedrà" ci lascia perplessi. Se non cadiamo in errore il verbo provvedere si coniuga come vedere, tranne il futuro e il condizionale che seguono la regolare coniugazione, non hanno, cioè, le forme sincopate: provvederò e provvederei (vedrò e vedrei). 
     Sarebbe interessante conoscere le motivazioni che hanno indotto i responsabili del sito a compiere questa scelta stilistica che non ci sembra ortodossa.

***

Due parole sul verbo "diffidare" perché non sempre è adoperato correttamente. Questo verbo, dunque, appartiene alla prima coniugazione ed è intransitivo. 
     Significa "sospettare", "non fidarsi", "non riporre fiducia", "dubitare" e simili e si costruisce con la preposizione "di" (non "da", come si legge sempre sulla stampa): diffidate "delle" imitazioni, dunque (non "dalle"). 
     Adoperato transitivamente acquisisce il significato di "intimare di compiere o non compiere una determinata azione": la polizia ha diffidato il malvivente a presentarsi  in questura ogni mattina per apporre la firma sul registro; il preside ha diffidato gli alunni a non fumare nelle aule e nei corridoi della scuola. 
     È in uso anche la forma "diffidare da" (nel senso di "non compiere una determinata azione"): il preside ha diffidato gli alunni dal fumare nelle aule e nei corridoi della scuola. A nostro avviso non è un uso da seguire.

------

Vocabolario Palazzi: diffidàre intr. (aus. avere) non aver intera fiducia; e si costruisce con la prep. di: diffida di chi non ride mai ll tr. T. giur. intimare ad altri di fare o non fare una cosa.

giovedì 28 novembre 2019

Fatturare e adulterare


Breve viaggio attraverso la foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia e il medesimo suono) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca. Prendiamo, per esempio, il termine fattura, parola omofona, appunto, ma con diversi significati.
     Quello più comune è noto a tutti; se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: «l’atto e l’effetto del fare; l’opera di artigiani in genere e lista nella quale è annotato l’importo delle spese occorse per compiere un lavoro e quello richiesto, da chi l’ha eseguito, per la sua prestazione».
     Ma fattura vale anche stregoneria, malia. C’è fattura e… fattura, quindi. Questa stessa parola, dunque, come può contenere significati così diversi tra loro? La diversità è solo apparente in quanto la matrice è unica: il latino factura, tratto da factus, participio passato di facere (fare). A questo punto possiamo dire che la fattura, propriamente, è l’ azione del fare.
     Un sarto, per esempio, quando fattura un abito non compie l’azione del fare (un vestito)? Quindi lo… fattura. La medesima cosa vale per la fattura commerciale. Colui che compila la lista del lavoro svolto con il relativo costo non fa altro che compiere l’azione del fare… la lista. Bene. La medesima cosa fa colui che compie una stregoneria.
     In origine, però, la fattura non valeva stregoneria come la intendiamo oggi, bensì fare sacrifici agli dèi, attendere alle cose sacre. E in latino si diceva, infatti, facere rem sacram, fare una cosa sacra, vale a dire compiere l’azione del fare una cosa sacra operando con la mano. Di qui il significato estensivo di compiere l’azione del fare filtri, incantesimi e via dicendo. Da questa azione è nato il verbo denominale fatturare con i relativi significati: annotare in fattura le vendite effettuate; compiere un incantesimo; affatturare e manipolare; adulterare; sofisticare; alterare una sostanza mescolandovi materie estranee.
     A questo proposito occorre notare, però, che non sempre adulterare e fatturare sono sinonimi l’uno dell’altro, vale a dire che non necessariamente fatturare ha un valore negativo come il cugino adulterare. E spiega benissimo questo concetto Giuseppe Cusmano nel suo Dizionario metodico-alfabetico di viticoltura ed enologia. Vediamo.
     «Un vino può essere adulterato, e può essere fatturato. Si adultera un vino aggiungendogli sostanze nocive alla salute, come acido solforico, fucsina (un colorante, ndr) ecc.; si fattura unendogli sostanze innocue alla salute, come alcol, zucchero».
     Di matrice diversa, invece, le due accezioni di scampo, altra parola omofona incontrata in questo viaggio. Il primo significato, quello di salvezza da un pericolo, da un grave rischio viene dal verbo scampare, composto della particella s e il sostantivo campo e propriamente vale uscir salvo dal campo (di battaglia): non c’è più scampo.
     La seconda accezione, quella di crostaceo marino commestibile (scampo, appunto), proviene da una voce veneziana composta sempre della particella s più il sostantivo greco hippocampos e divenuto scampo per la caduta delle sillabe iniziali hippo


***

La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: nebulento.  Aggettivo denominale che sta per "nuvoloso", "nebbioso", tratto dal  latino  nebula (nuvola).

***

La lingua "biforcuta" della stampa

Politica|

La deputata Wanda  Ferro nominata commissario regionale di Fratelli d'Italia in Calabria
-----------------
Forse i titolisti del giornale non sanno che nella lingua di Dante il femminile di commissario è commissaria. Ora lo sanno.
"Sapere.it" (De Agostini): Il femminile regolare di commissario è commissaria, e così si può chiamare una donna che abbia il compito o il ruolo di commissario. Alcuni preferiscono però chiamare una donna commissario, al maschile, specialmente se il ruolo è di alto livello. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.



martedì 26 novembre 2019

Irriscrivibile? E chi lo vieta!?

Da "Domande e risposte" del sito Treccani:
Siccome in rete non riesco a trovare nulla a riguardo chiederei il parere della vostra istituzione. Il termine "irriscrivibile" (ogni giorno è irriscrivibile.) si può ritenere corretto? Non trovo sinonimi che includano questo senso di scrittura a penna e i giorni il cui corso non si può riscrivere.
Risposta
Non tutti i composti con in- con valore negativo o sottrattivo sono presenti e adoperati nella lingua italiana, anche se in- è un prefisso da sempre molto produttivo nella nostra lingua. Irriscrivibile 'che non può essere riscritto' non è documentato né è presente nei dizionari della lingua dell'uso. Va detto, però, che il significato della parola è piuttosto trasparente (molti i modelli che funzionano: irripetibile 'che non può essere ripetuto').

--------------

Irriscrivibile non è attestato nei vocabolari dell'uso, si trova, però, in alcune pubblicazioni. Se il termine "prenderà piede"  i lessicografi dovranno prenderne atto e "lemmarlo" nei dizionari.



***

La lingua "biforcuta" della stampa

Così il diamante verde più grande del mondo è scampato al furto

----------

Ci può essere un diamante "piú grande del mondo"? Correttamente: piú grande al mondo.


*

Porto Cesareo

Una donna ingoia un amo 'dimenticato' da cuoco all'interno di una polpetta di polpo

È fuori pericolo dopo intervento chirurgico operata

-----------

Se è stata operata è ovvio che la paziente è stata sottoposta a un intervento chirurgico.


*

Cento posti da netturbino a Messina, pubblicato l'elenco dei candidati
------------------
Correttamente: posti di netturbino. Treccani: « (...) Impiego, ufficio che costituisce l’occupazione abituale e da cui si traggono, tutti o in parte, i mezzi di sostentamento: essere alla ricerca di un p.; trovare un p.; offrireprocurare un p.; avere un buon p., un ottimo p., un pmiseromodestoperdereconservare il p.; ci tengo al mio p.!; seguito dalla specificazione dell’impiego: mettere a concorso trecento pdi maestroè vacante il pdi segretariodi redattore capo; anche con riferimento a cariche elevate: aspirare a un ppiù altosi sono presi i pmiglioriavereoccupare un pdi grande responsabilitàessere ai pdi comando. (...)».




lunedì 25 novembre 2019

Le varie funzioni di "dietro"


Come preposizione impropria vale nella parte posteriore; al di là di un'altra cosa e si unisce direttamente al sostantivo che segue: dietro la casa; dietro la piazza. 
Alcuni, soprattutto i cosí detti gramuffastronzoli, preferi-scono accompagnarlo con la preposizione (semplice o articolata) a: dietro alla facciata; dietro al mobile. Riteniamo, questo, un uso non molto "ortodosso" e, quindi, da evitare in buona lingua italiana. Dietro è di per sé una preposizione, sebbene impropria, per quale motivo (grammaticale) farlo seguire da un'altra preposizione? È obbligatoria, invece, la preposizione di quando dietro è seguito da un pronome personale: dietro di voi; dietro di loro. Quest'ultima preposizione (di) si tramuta in a, però, quando è espresso un concetto di moto a luogo (reale o figurato): andava sempre dietro a lei; correva sempre dietro alla moda.
      In funzione avverbiale dietro significa nella parte posteriore e spesso è accompagnato con altri avverbi di luogo o preceduto dalla preposizione di: sedeva dietro o di dietro, vale a dire nella parte posteriore.
E, sempre come avverbio, può assumere un valore temporale con il significato di dopo: ha commesso un errore dietro l'altro. In funzione di sostantivo raddoppia il gruppo "di" iniziale, didietro: il didietro della vettura.
     Concludiamo queste due parole, due, riportando quanto dice in proposito l'illustre linguista, ormai scomparso, Aldo Gabrielli, un padre della lingua:
      «Con dietro si costruiscono numerose locuzioni scorrette che è necessario evitare; non si dica dietro sua domanda, ma a sua domanda; dietro consegna, ma alla consegna; dietro versamento ma contro versamento, all'atto del versamento; dietro il vostro intervento ma per il vostro intervento; dietro la vostra assicurazione ma dopo la vostra assicurazione (...)».
E tante altre ancora, che omettiamo per non tediarvi oltre misura. In caso di dubbi un vocabolario, con la V 'maiuscolata' però, farà alla bisogna.



***

Due parole sul verbo intransitivo vaporare, che nei tempi composti può prendere tanto l'ausiliare avere quanto l'ausiliare essere, ma non ad capochiam.
Prenderà l'ausiliare avere quando sta per esalare vapore (quando è stato tolto il coperchio il liquido ha vaporato); l'ausiliare essere quando assume l'accezione di svanire (non è stato trovato più nulla: tutto era vaporato).


***


Si presti attenzione ai verbi schiattare e schiattire, non sono sovrabbondanti, non sono, per tanto, l'uno sinonimo dell'altro. Il primo, della prima coniugazione, significa "scoppiare", "crepare" e simili. Il secondo, della terza e coniugato nella forma incoativa (con l'inserimento dell'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza), sta per "emettere brevi gridi" ed è sinonimo di "squittire".


----
Coloro che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (e "concettuali") in articoli giornalistici possono inviarli a questo portale (fauras@iol.it). I testi "incriminati" saranno pubblicati ed esposti al pubblico ludibrio.



domenica 24 novembre 2019

"Visto che..." o "dal momento che..."?


Se qualche “linguista d’assalto” o, se preferite, gramuffastronzolo, si imbatterà," casualmente", in questo portale strabuzzerà gli occhi e, naturalmente, dissentirà su quanto stiamo per scrivere; facciamo spallucce e andiamo avanti per la nostra strada, come abbiamo sempre fatto, convinti della bontà della nostra tesi. 
     Vogliamo parlare dell’uso errato, che fanno molti, dell’espressione “dal momento che”. Molte persone, dunque, danno alla locuzione suddetta un significato che non ha: “dato che”; “giacché”, “visto che”, “poiché” e simili. Ci capita di leggere e di sentire, spesso, frasi del tipo: “Dal momento che sei qui aiutami in questo lavoro”. In buona lingua, “dal momento che”, in frasi simili, deve essere sostituito con “giacché”, “visto che” ecc.: «Visto che sei qui aiutami in questo lavoro». “Dal momento che” ha tutt’altro significato: “dall’istante in cui”, “fin dal momento in cui”: «Quell’individuo non mi dà affidamento dal momento (cioè: dall’istante in cui, fin dal momento in cui) che l’ho conosciuto».


***


Distante: verbo, aggettivo e avverbio. È il participio presente del verbo "distare". In funzione aggettivale sta per "discosto", "lontano" e simili: l'ufficio è distante dall'abitazione. Adoperato assoluto (da solo) "diventa" avverbio: vorrei andare da Francesco, ma abita troppo distante.


Incurvare e incurvire. Il primo verbo, della prima coniugazione, è transitivo e significa "rendere curvo": Giovanni, da solo, è riuscito a incurvare una grossa sbarra di ferro. Adoperato riflessivamente assume il significato  di "diventare curvo": Paolo si è incurvato sempre di piú. Incurvire, della terza coniugazione, è intransitivo e vale "diventare curvo" (come il primo adoperato nella forma riflessiva): con il trascorrere degli anni l'uomo incurvisce. In alcune persone del presente indicativo e del presente congiuntivo si coniuga con l'inserimento dell'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza.


***

La lingua "biforcuta" della stampa


GLI APPUNTAMENTI Le iniziative dei comitati e delle associazioni dall'18 al 24 novembre

------------

L'orrore è evidente, non occorre... evidenziarlo.

sabato 23 novembre 2019

Considerazioni su alcuni usi "ortodossi" dell'italico idioma

Abbiamo avuto bisogno della coramina e, fortunatamente, l’abbiamo scampata. Il GDU del De Mauro attesta “d’accordo” come variante di “daccordo”. La grafia da seguire sarebbe, quindi, quella che tutti i dizionari bollano di scorrettezza, persino il “pluripermissivo” Zingarelli.


Ancora una volta ci preme ricordare che il verbo “arricchire” si costruisce con le preposizioni “di” o “con”. I “dicitori” dei notiziari radiotelevisivi, imperterriti, e con il sostegno dei soliti gramuffastronzoli,  continuano a utilizzare la preposizione “da”, che, ripetiamo, è scorretta inducendo, quindi, in errore gli ascoltatori sprovveduti in fatto di lingua.


Il verbo riflettere, della II coniugazione, ha una doppia "personalità": il passato remoto può essere tanto riflettei quanto riflessi.  Si adopera riflettei nel significato di 'considerare', 'ponderare' e simili; riflessi nell'accezione di  'mandare, inviare riflessi'. Lo stesso distinguo per il participio passato: riflettuto (ma si usa, più spesso, ponderato) e riflesso.


Forse non tutti sanno che "tranquillare" sarebbe da preferire al piú comune "tranquillizzare". È, infatti, pari pari il latino “tranquillare”. Tranquillizzare ricalca il francese ‘tranquilliser’. Il "tranquillante" che cosa è se non il participio presente sostantivato di tranquillare? Qualcuno dice: "Dammi un tranquillizzante"? Secondo il Palazzi, tranquillizzare è «voce ripresa come gallicismo dai puristi che vorrebbero si usasse tranquillare; sebbene penetrata nell'uso e abbia esempi del Parini e del Manzoni». Per la cronaca: il verbo tranquillizzare non è a lemma nel TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini).


L’avverbio “daccanto”, che significa ‘presso’, ‘a fianco’, ‘vicino’, ‘accanto’ (camminavano l’uno daccanto all’altro) è diverso dal fratello "da canto" che vale "mettere in disparte", "da parte", " in serbo": Giovanni ha messo da canto tutti i suoi risparmi. C’è anche la forma apostrofata, “d’accanto”, che equivale a ‘di torno’: toglimi d’accanto questo turpe individuo. Si presti attenzione, dunque, a non confondere le diverse grafie e le diverse accezioni. I vocabolari che abbiamo consultato non fanno queste distinzioni. Solo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, fa alcuni distinguo, non dando, però, alla forma apostrofata (d’accanto) il significato di “di torno”.


I verbi vivere e campare, pur potendosi considerare l’uno sinonimo dell’altro, hanno sfumature diverse di significato. Il primo vale “avere vita”, “esistere” e si riferisce a organismi animali e vegetali: Giuseppe ha cessato di vivere la notte scorsa; tutte le piante hanno bisogno di acqua per vivere. Il secondo sta per “sostentarsi”, “mantenersi in vita”: quel barbone campa di elemosina. Nei tempi composti “vivere” può coniugarsi tanto con l’ausiliare essere quanto con l’ausiliare avere (quest’ultimo di uso raro, per la verità). “Campare”, invece, prende tassativamente l’ausiliare essere.


Ecco due verbi,  cortesi amici amatori della lingua, da buttare nella spazzatura, anche se adoperati dalla stampa  (dai cosí detti opinionisti, in particolare)  e dai gramuffastronzoli: inchiestare e incidentare. Fortunatamente non tutti i vocabolari registrano simili mostruosità. Il primo verbo è ricalcato sul francese “enquêter”, ma in italiano abbiamo altri verbi che fanno alla bisogna:’investigare’, ‘indagare’, ‘esaminare’ secondo i casi. Perché ricorrere a quell’inutile e orribile francesismo? Quanto a incidentare, che dire? Non vanno bene ‘danneggiare’, ‘rovinare’, ‘schiacciare’, ‘travolgere’ sempre secondo i casi? Dobbiamo per forza leggere sulla stampa che “l’automobile incidentata è stata posta sotto sequestro”?

I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel loro pregevole volumetto "Ciliegie o ciliege?", ritengono la grafia libricino corretta al pari di libriccino, contraddicendo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. Come si giustifica, però, la doppia “c”? Il motivo va ricercato nel fatto che la lingua italiana è, in un certo senso, un miscuglio di dialetti e “libriccino” ha subíto, nella pronuncia e nella grafia, l’influenza del dialetto meridionale che, al contrario di quello settentrionale, il veneto in particolare, tende al raddoppiamento delle consonanti. Questa motivazione non trova riscontro - per la verità - nei sacri testi che abbiamo consultato.


***


La lingua "biforcuta" della stampa


Ilary Blasi in divieto di sosta vicino piazza di Spagna: i vigili le portano via l'auto

La popolare presentatrice aveva parcheggiato nella Ztl

------------

Insistiamo (sperando che imparino - una volta per tutte - che  "vicino" richiede la preposizione "a"): vicino A piazza di Spagna. Crusca: «(...) Quel che è certo è che non si può usare il solo vicino con funzione di locuzione preposizionale: sono da evitare, benché alquanto diffusi persino nei giornali, vicino Roma, vicino casa (recte: «vicino a Roma», «vicino a casa»). Da quando i giornali "fanno la lingua" (quella corretta)? Quel "persino" - a nostro avviso - è una benevolenza dell'Accademia della Crusca.


*

Dai prestiti in nero ai rapporti con la politica, uno dei capofila della comunità spiega il meccanismo che c'è dietro i tanti negozi aperti dai suoi connazionali

---------------
Correttamente: capifila. DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:


 

venerdì 22 novembre 2019

Verbi "particolari"

Come imparammo a suo tempo, a scuola, i verbi italiani si dividono in tre coniugazioni. 
     Appartengono alla prima i verbi il cui infinito presente finisce in "-are" (amare); alla seconda quelli il cui infinito finisce in "-ere" (credere); alla terza, infine, i verbi che terminano in "-ire" (sentire). 
     Alcuni, però, hanno una terminazione particolare in quanto si discosta da quella delle tre coniugazioni;  sono i verbi il cui infinito presente finisce in "-arre", "-orre" e "-urre".  Tra questi i piú comuni sono "trarre", "porre" e "condurre".  Come classificarli, dunque? A quale coniugazione appartengono? Tutti e tre alla seconda perché sono le forme contratte del latino "tràhere" (trarre), "pònere" (porre) e "condúcere" (condurre). 
     A questi bisogna aggiungere "fare" e "dire" - entrambi appartenenti alla seconda coniugazione, nonostante qualche gramuffastronzolo (grammatico saccente) dissenta - perché anch'essi sono le forme sincopate dei verbi latini "facere" e "dicere". Qualche osservazione, ora, sui verbi (sempre della seconda coniugazione) "tacere", "piacere" e "giacere".  
     I suddetti verbi, dunque, presentano una particolarità che la maggior parte delle grammatiche non riportano: il raddoppiamento della consonante "c" - nonostante il tema o radice ne contenga una sola - in alcune voci del congiuntivo e dell'indicativo. Perché, dunque, questo raddoppiamento improprio? La motivazione è "storica" e va ricercata nel fatto che il nostro idioma è un "miscuglio" di dialetti. La prima persona plurale del presente indicativo e congiuntivo di 'tacere' (ma anche di 'giacere' e 'piacere') - noi tacciamo - ha subíto l'influenza del dialetto meridionale che - al contrario di quello settentrionale, veneto in particolare - tende al raddoppiamento delle consonanti. Si dica e si scriva, dunque, noi 'tacciamo' nell'accezione di "fare silenzio", nessuno potrà essere 'tacciato' (accusato) di ignoranza linguistica, anzi...


***

La lingua "biforcuta" della stampa

L’Europa promuove la legge Finanziaria. Ma l’Italia resta sorvegliato speciale. Ora la Manovra dovrà affrontare la prova parlamentare

-------------

Da quando il nostro Paese ha cambiato "sesso"?

*

 Piccoli pescespada pescati illegalmente a Reggio, nove tornano in libertà

---------------

Correttamente: pescispada. DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:






*

Le talpe non rimarranno interrate sotto al Campidoglio

----------

Correttamente: sotto il.  La preposizione impropria "sotto" si unisce direttamente al sostantivo (per mezzo dell'articolo), sotto il Campidoglio, dunque. Davanti  a un pronome richiede le preposizioni "di" o "a": sotto di noi; sotto a voi.

giovedì 21 novembre 2019

Scommessa e proposta: sinonimi?

Si presti attenzione ai due sostantivi in oggetto perché abbiamo avuto modo di constatare che alcune persone - anche tra quelle "acculturate" - li ritengono l'uno sinonimo dell'altro. Giustificano la loro sinonimia con il fatto che ambedue provengono dal latino. Se cosí fosse la quasi totalità dei vocaboli del nostro idioma sarebbe/sarebbero sinonimi. Proposta e scommessa, oltre tutto, hanno "origini etimologiche" totalmente diverse.
     Prima di scoprirle vediamo le accezioni delle due parole al fine di escludere la loro sinonimia. Leggiamo dai vocabolari. Proposta: «atto, effetto e contenuto del proporre». Scommessa: «convenzione con cui due o piú persone che divergono tra loro nell'asserire qualcosa o nel formulare una previsione stabiliscono di corrispondere una certa posta a quella di loro che risulterà aver detto o predetto il vero».
     Coloro che intravedono una certa affinità di significato tra scommessa e proposta, ritenendo, quindi, sinonimi i due sostantivi in quanto entrambi vantano origini latine, debbono ritenere sinonimi anche, per esempio, "bello" (latino: bellus) e "brutto" (latino: brutus). Sappiamo benissimo, invece, che le cose non stanno in questi termini. 
     Proposta e scommessa vengono sí, dal latino ma, come dicevamo all'inizio di queste noterelle, la loro "origine etimologica" è del tutto diversa: proposta è un sostantivo tratto dal participio passato del verbo latino "proponere" ('pro', innanzi e 'ponere', porre) e significa, alla lettera, «cosa posta innanzi» e, quindi, «pensiero», «argomento», «disegno», «intendimento» (di qualcuno 'messo innanzi') e vale anche «proposito», «proponimento». 
     Non molto chiara, invece, l'etimologia di scommessa che, ripetiamo, significa «fare una previsione fra due o piú persone impegnandosi reciprocamente a pagare una data somma o a soddisfare un dato impegno, secondo che il risultato dell'evento su cui si discute dimostrerà esatte o inesatte le previsioni degli uni o degli altri», potrebbe essere il participio passato del verbo "scommettere", derivato dal latino 'committere' ("attaccare") con l'aggiunta del prefisso sottrattivo "s", cioè "staccare", vale a dire "separare" (due pareri diversi). Non si scommette, infatti, su due pareri diversi? 

***

La lingua "biforcuta" della stampa
Decreto sicurezza, pronto testo con le modifiche. Via le mega-multe a navi Ong

---------------

Correttamente: megamulte. Vocabolario Devoto-Oli: Primo elemento di composti formati modernamente, che indica entità, grandezza o anche sviluppo notevole (megamulta, megashow,

megatrend), ma spesso esagerato o abnorme (megagalattico).

----
Coloro che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (e "concettuali") in articoli giornalistici possono inviarli a questo portale (fauras@iol.it). I testi "incriminati" saranno pubblicati ed esposti al pubblico ludibrio.


 
Volume vincitore, per la manualistica, alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda".




Scaricabile, gratuitamente, cliccando QUI










martedì 19 novembre 2019

Il dopopranzo e i dopopranzi


Su quanto stiamo per scrivere abbiamo contro tutti i vocabolari consultati (De Mauro, Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Sabatini Coletti, Olivetti, Zingarelli) per la gioia dei numerosi "linguisti d'assalto" o, se preferite, gramuffastronzoli, che non perdono occasione per lanciarci i loro velenosi strali. Ma tant'è.
      Intendiamo parlare del plurale di "dopopranzo". I vocabolari consultati lo attestano come sostantivo invariabile: il dopopranzo/i dopopranzo. E qui sta il punto, a nostro avviso. 
     Il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente essendo composto con una parte invariabile del discorso (dopo) e un nome maschile singolare (pranzo).
      La legge grammaticale stabilisce, infatti, che i sostantivi cosí formati assumono la regolare desinenza del plurale: il contrordine/i contrordini; il sottaceto/i sottaceti. Per quale illogico motivo il dopopranzo dovrebbe fare eccezione? Si pluralizzi normalmente, dunque. 
     Resterà invariato solo in funzione avverbiale (come tutti gli avverbi, ovviamente) e in questo caso si potrà scrivere anche in grafia analitica (due parole): con Giovanni ci vedremo dopopranzo/dopo pranzo. «Noi siamo tutti i dopopranzi (sostantivo, ndr) a far visita alle monache. Ho conosciuto una certa suor Agostina che è terribile per far la crema al fico d'India. Ce ne fa mangiare anche dopo pranzo (avverbio, ndr), … » (I. Nievo).

***

La lingua "biforcuta" della stampa

Politecnico assediato dalla polizia. Lo studente: "Senza acqua e cibo. Usciremo forzando il blocco"

-----------

In lingua italiana: senza acqua né cibo. Treccani: Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).

*

Le sardine sono anti-Lega e di sinistra. E adesso spuntano ovunque: "Partiti restino fuori" 
---------
Correttamente: dappertutto. Vocabolario Palazzi: ovùnque
ovùnque avv. rar. dovunque; è avverbio relativo, e pertanto si deve usare soltanto quando segue una proposizione relativa: mi troverai ovunque vorrai cercarmi; negli altri casi invece userai da per tutto.


*
Gnocchi sfotte Bersani: "Sardine ti ringraziano. Non hai fatto niente!"

---------
Sfottere è verbo di provenienza "regionalpopolare", inammissibile in un giornale a diffusione nazionale.


----

Coloro che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (e "concettuali") in articoli giornalistici possono inviarli a questo portale (fauras@iol.it). I testi "incriminati" saranno pubblicati ed esposti al pubblico ludibrio.


 
Volume vincitore, per la manualistica, alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda".




domenica 17 novembre 2019

Perché nobiltà, senza la "i", al contrario di facilità, con la "i"?


Nobiltà e facilità sono entrambi sostantivi astratti derivati dal latino nobilitas, -atis e facilitas, -atis. Attraverso i secoli, vale a dire nel passaggio dal latino all’italiano, sono diventati  nobilitate(m) e facilitate(m), fino ad arrivare alle forme tronche in uso: nobiltà e facilità.
Mentre il secondo sostantivo, però, nella pronuncia (e nella grafia) volgare (italiano) ha conservato la vocale i dopo la consonante l, il primo (nobiltà) ha subìto nella pronuncia popolana (e quindi nella grafia) un fenomeno che in linguistica viene chiamato sincope, vale a dire la caduta di una o più lettere nel corpo della parola, nel caso specifico la caduta della i.


*

Un incesto linguistico

Quanto stiamo per scrivere – siamo sicuri – farà ridere molti sedicenti linguisti: se cosí sarà la cosa ci lascerà nella piú squallida indifferenza, certi della bontà di quanto sosteniamo.
Si sentono e si leggono, molto spesso, frasi tipo "Giovanna è sposata con un figlio"; "Giovanni è sposato con una figlia". E allora? Direte.
Queste frasi ci fanno pensare a un incesto, un "incesto linguistico", potremmo dire. Sí, perché le frasi in oggetto richiamano, appunto, l'incesto: Giovanna ha sposato il figlio e Giovanni ha sposato la figlia.
Questo "incesto" si può evitare con l'aggiunta di una "e": Giovanna è sposata e con un figlio; Giovanni è sposato e con una figlia. Pedanteria? Giudicate voi, amici, amanti del bel parlare e del bello scrivere.


*

Gli assoli? Perché no!?

Chissà perché la totalità (?) dei vocabolari considera/considerano il sostantivo e aggettivo “assolo” (brano musicale eseguito da un solo strumento o da una sola voce) invariabile: l’assolo, gli assolo.
A nostro modo di vedere il vocabolo si può pluralizzare normalmente (gli assoli) derivando dalla locuzione latina “a solo” (‘da solo’ e… ‘da soli’).
In ciò siamo confortati dal Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, che ammette il plurale.
Una ricerca con Googlelibri ha dato un risultato sorprendente: 453 occorrenze per "gli assolo" e 653 per "gli assoli".


***

La lingua "biforcuta" della stampa


ROMA

 Banane davanti la casa dell’attrice africana. «Così ci si sente male»

------------

Correttamente: davanti alla casa. Preposizione impropria. Si costruisce con la preposizione "a" (semplice o articolata). Dizionario Sabatini Coletti: loc. prep. davanti a, nello spazio antistante, di fronte a: ho piantato tre tigli d. alla casa; con anticipazione del compl. in forma di pron. e assorbimento della a nelle forme atone: ci sta d.

*

Maltempo: cade albero su auto vicino Roma, grave il conducente. Nella notte 200 interventi dei vigili del fuoco

-----------

Insistiamo: vicino si costruisce con la preposizione "a". Correttamente: vicino a Roma. Crusca: «(...) Quel che è certo è che non si può usare il solo vicino con funzione di locuzione preposizionale: sono da evitare, benché alquanto diffusi persino nei giornali*, vicino Roma, vicino casa (recte: «vicino a Roma», «vicino a casa»)».
-----
* Ci piace quel "persino", quasi i giornali fossero dispensatori di cultura linguistica, anzi…

----
Coloro che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (e "concettuali") in articoli giornalistici possono inviarli a questo portale (fauras@iol.it). I testi "incriminati" saranno pubblicati ed esposti al pubblico ludibrio.


 
Volume vincitore, per la manualistica, alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda".