Perché scambiarli rischia di trasformare una bella tradizione in un reato
La somiglianza grafica e fonetica dei due verbi è tale che molti li considerano quasi intercambiabili. Eppure perpetrare e perpetuare non sono affatto sinonimi. Anzi, appartengono a due ambiti semantici differenti e uno scambio tra i due può produrre effetti involontariamente comici.
Non è raro imbattersi in espressioni come «perpetrare una tradizione», «perpetrare un ricordo» o «perpetrare un'usanza». Sono formulazioni che nascono da una comprensibile associazione mentale, ma che finiscono con l'attribuire a una consuetudine rispettabile lo stesso trattamento linguistico riservato a un delitto. Per evitare equivoci conviene risalire all'origine dei due verbi.
Il verbo perpetrare deriva dal latino perpetrāre, composto di per- e patrāre, «compiere, eseguire, portare a termine». In origine indicava semplicemente il compimento pieno di un'azione. Col passare del tempo, tuttavia, il suo uso si è ristretto progressivamente fino a specializzarsi quasi esclusivamente nel campo delle azioni riprovevoli. Oggi si perpetra un delitto. Si perpetra una truffa. Si perpetra un attentato. Si perpetra un abuso.
Il verbo porta dunque con sé una sfumatura negativa talmente forte che risulta strano associarlo a fatti meritori o anche soltanto neutri. Dire che qualcuno ha «perpetrato un'opera benefica» o «perpetrato un atto di generosità» appare quanto meno incongruo.
È interessante osservare che questa connotazione sfavorevole non era originaria. Il latino perpetrāre poteva riferirsi anche ad azioni prive di valore negativo. È stato soprattutto l'uso giuridico e forense dei secoli successivi a legare il verbo quasi esclusivamente all'idea del crimine, del misfatto o della colpa.
Diversa è la storia di perpetuare, che deriva dal latino perpetuāre, formato sull'aggettivo perpetuus, cioè «continuo, ininterrotto, perpetuo». Il significato fondamentale è «rendere perpetuo», «far durare nel tempo», «mantenere vivo». Si perpetua una tradizione. Si perpetua una consuetudine. Si perpetua una memoria. Si perpetua un'usanza.
Naturalmente ciò che viene perpetuato non deve essere necessariamente positivo. Si perpetua un'ingiustizia. Si perpetua una discriminazione. Si perpetua un pregiudizio. In questi casi non si sta compiendo l'azione, sibbene la si lascia sopravvivere e continuare nel tempo. La differenza essenziale può essere riassunta in poche parole: perpetrare significa compiere; perpetuare significa far durare. La somiglianza tra i due verbi è all'origine di uno scambio molto frequente.
Può capitare di leggere che una comunità «perpetra le proprie tradizioni» oppure che una famiglia desidera «perpetrare il ricordo degli antenati». In realtà tradizioni e ricordi non si commettono come un reato: si perpetuano, si tramandano, si conservano. La distinzione diventa chiarissima confrontando due frasi: «I criminali hanno perpetrato il reato.» «L'omertà ha perpetuato il fenomeno criminale.» Nel primo caso si descrive l'esecuzione dell'atto; nel secondo la sua persistenza nel tempo. Potremmo anche formulare una semplice regola mnemonica: una truffa si perpetra; un sistema che favorisce le truffe si perpetua.
La confusione tra questi due verbi è così diffusa da aver attirato perfino l'attenzione dell'Accademia della Crusca, alla quale sono stati segnalati esempi di perpetrare usato impropriamente al posto di perpetuare in articoli giornalistici e in altri testi pubblici. L'equivoco nasce probabilmente dal richiamo esercitato dall'aggettivo perpetuo: chi vuole esprimere l'idea della continuità nel tempo ricorda una parola che inizia con perpet- e finisce con lo scegliere quella sbagliata.
Il paradosso è evidente. Chi intende elogiare una tradizione familiare scrivendo che essa viene «perpetrata» finisce inconsapevolmente col trattarla come un crimine. Meglio allora tenere a mente la distinzione: ciò che si perpetra si compie; ciò che si perpetua continua a vivere. E questa, per fortuna, è una regola che vale la pena perpetuare, non perpetrare.
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Mollare: da "rendere molle" a "lasciare", "abbandonare"
Quando diciamo mollare qualcuno, un lavoro o una presa, difficilmente pensiamo all'aggettivo molle. Eppure è proprio da lì che nasce il verbo.
Mollare deriva infatti da molle, dal latino mollis, «soffice, cedevole». In origine significava rendere meno teso, allentare, ammorbidire. Ancora oggi nel linguaggio marinaresco si mollano gli ormeggi, cioè si allentano e si lasciano andare le cime che trattengono l'imbarcazione.
Il passaggio al significato di «lasciare» è del tutto naturale: chi allenta una presa finisce con il liberare ciò che stava trattenendo. Così mollare una corda è diventato mollare un oggetto; poi, in senso figurato, mollare una persona, mollare un incarico o persino mollare tutto.
In altre parole, ogni volta che molliamo qualcosa, linguisticamente stiamo semplicemente smettendo di tenerla stretta.



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