lunedì 8 agosto 2022

Le preposizioni e la pagina

 


Se non ricordiamo male, abbiamo sempre sostenuto - da questo portale - l’importanza della “scienza etimologica” e abbiamo esecrato il fatto che questa “scienza” non sia tenuta nella dovuta considerazione: la scuola - per quanto ne sappiamo - la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della grammatica. Non deve essere cosí, amici amatori della lingua. Questa scienza ci fa scoprire delle cose... sorprendenti. Ci fa scoprire, per esempio, che la pagina che state leggendo in questo momento (immaginate che sia una pagina di un giornale cartaceo) ci riporta al mondo rurale. La pagina, infatti, non è altro che il latino “pagina(m)”, derivato del verbo “pangere” (piantare, conficcare). I nostri antenati Romani chiamavano “pagina” una pianta, specialmente di viti. Questo stesso nome fu dato, in seguito, a un “insieme di righi di scrittura” e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è piú semplice di quanto si possa credere: per coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un... campo con tanti filari. Da pagina abbiamo la “pagella”, cioè una “piccola pagina” dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C’è ancora qualcuno che sostiene la “barbosità” dell’etimologia?

Spesse volte, probabilmente senza rendercene conto, infarciamo i nostri scritti di preposizioni che, “in realtà”, sono superflue se non addirittura errate. Sarebbe bene, per tanto, rileggere con la massima attenzione le nostre “opere letterarie” prima di darle, si fa per dire, alle stampe. Qualche esempio renderà il tutto piú chiaro. Vediamo, quindi, piluccando qua e là, di “scovare” queste preposizioni mettendole in corsivo. I coniugi, nonostante la stanchezza per il lungo viaggio, alla (la) mattina seguente si alzarono prestissimo; in riguardo a lui, tutti sarebbero stati d’accordo che comportandosi in quel modo sarebbe stata un’ingiustizia; è veramente difficile a descrivere quel che è successo l’altro giorno; l’assemblea, per acclamazione, ha eletto a presidente della Società il rag. Sempronio; è stato notato, da tutti, che per tutto il tempo della conferenza Giovanni e Virgilio bisbigliavano fra di loro; a questo punto gentili amici, non mi resta altro che di salutarvi caramente; state tranquilli, verremo a trovarvi dopo di cena; nessuno osava di entrare in quella stanza; in quell’anno tutti gli imputati erano minorenni.

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La lingua "biforcuta" della stampa

SULLA TORINO-MILANO

Nove cavalli trasportati in un tir senza acqua e cibo: multa di 8 mila euro per il conducente

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Correttamente: senza acqua cibo.

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POLITICA

L’avvocatessa dei diritti Lgbt si candida con Adinolfi: via dal Cassero

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Senza parole!

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Sondaggi, doccia fredda sulla maxi-coalizione di Letta: come finisce nei collegi

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Secondo la "legge grammaticale": maxicoalizione. I prefissi e i prefissoidi si scrivono uniti alla parola che segue.

 

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Covid, da mascherina Ffp2 per fragili ad areazione: ecco le linee guida per rientro a scuola

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Correttamente: aerazione.


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ROMA

Campo de’ Fiori, turista massacrata di botte per aver respinto le avances di un uomo. Fermato un 21enne

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I termini stranieri ("barbari") non si pluralizzano. Correttamente, quindi: le avance (senza la "s" del plurale). 



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)


domenica 7 agosto 2022

Sull'uso ortodosso di alcuni verbi


 Due parole su un verbo che - a nostro modo di vedere - molto spesso è adoperato impropriamente: reclamare. Il significato proprio di questo verbo intransitivo è, infatti, “dolersi”, “lamentarsi”, “opporsi”, “lagnarsi”, “disapprovare” e simili: reclamerò con il direttore per il tuo comportamento. Alcuni lo adoperano in senso transitivo dandogli il significato di “pretendere”, “esigere” e simili: reclamerò quanto mi spetta. A nostro avviso non è un uso corretto, anche se i vocabolari ci contraddicono. Ma tant’è.

Il verbo “condensare” è pari pari il latino ‘condensare’, derivato di ‘densus’ (denso) e in buona lingua italiana ha un solo significato, “far denso”, “rendere denso”: condensare il latte. I vocabolari lo attestano anche con uso figurato con il significato di “compendiare”, “riassumere”, “sintetizzare” e simili: condensare la trama di un racconto. In questa accezione è modellato sull’inglese “to condense”. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere aborrisca dall’uso del verbo in questione secondo l’... uso inglese. 


Forse non tutti sanno che accanto al verbo “dimagrire”, della terza coniugazione e coniugato con l'inserimento dell’infisso  “-isc-“ , c’è anche “dimagrare” (della I coniugazione), poco conosciuto, appunto, e si usa quando si vuole mettere in evidenza l’azione “piú violenta e radicale” del verbo: Giovanni è dimagrato improvvisamente.

Imprestare è la forma popolare di  prestare e in buona lingua italiana è decisamente da evitare, anche se spesso si sente sulla bocca di gente di cultura. Il significato proprio del verbo è “dare in / a prestito”: Luigi ha ‘imprestato’ cinquanta euro a Giovanni. Ci sembra, quindi,  poco ortodosso usare il predetto verbo nel significato di “prendere in / a prestito”: Luigi si è imprestato l’ombrello da Giovanni. La forma corretta è: Luigi ha preso in prestito l’ombrello da Giovanni. In tutti questi casi, però, ripetiamo, in uno scritto (o parlato) sorvegliato il verbo da usare è “prestare”. 


 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

venerdì 5 agosto 2022

Sgroi - 134 - L' IDEOLOGIA LINGUISTICA E L' IDEOLOGIA POLITICA IN ITALIA E IN FRANCIA

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

1. L'evento mailare

Un caro amico e storico della lingua mi ha voluto mettere al corrente di un testo di Carlo Calenda, segretario del partito Azione, apparso nel sito Adnkronos, con due rilevanti esempi di congiuntivo marcato e congiuntivo mancato e con un suo giudizio stroncatorio, neopuristico, con cui giustificare le sue preferenze politiche nelle prossime elezioni:

 

"Tu l’approverai o almeno tollererai, a me basta questo tono arrogante e disprezzo del congiuntivo per non votarlo".

 

2. I due usi di congiuntivo marcato e mancato di C. Calenda

Questo il testo con i due ess. di congiuntivo marcato e di mancato congiuntivo. Il primo un imperfetto cong. votassero pro cong. pres. votino con valore esortativo in una principale, marcato geograficamente (Calenda, com'è noto, è romano):

 

"Il leader di Azione parla anche di Matteo Renzi: "Mi sta criticando in questo ore per l'accordo con il Pd. Ma Renzi è il signore che per evitare la vittoria delle destre, ha fatto un governo politico con i 5 Stelle. E quindi, amore mio, se tu hai fatto un governo con i 5 Stelle per fermare le destre perché non fare un accordo - non con i 5 Stelle - con il Pd per fermare le destre? Si chiarisca le idee". Quanto alla possibile candidatura di Luigi Di Maio con il Pd, "mi domando l'utilità... ma se elettori del Pd sono felici, votassero Luigi Di Maio", afferma [Calenda].

 

Si noterà peraltro nello stesso testo un congiuntivo "canonico": "Si chiarisca le idee".

Il secondo es. marcato riguarda l'indicativo al posto del cong. -- prima che si fa "si faccia" --, in una dipendente, con valore informale:

 

"Riflettori sul rapporto con Sinistra Italiana e Nicola Fratoianni. "Enrico Letta il programma lo ha firmato. Se Fratoianni non ci si trova, lo chiarisca prima che si fa la coalizione. Io ho firmato un accordo con il Pd, il mio interlocutore è Letta. Se Fratoianni non condivide l'agenda Draghi deve rispondere ai suoi elettori del perché sta in una coalizione che condivide l'agenda Draghi. È un problema suo, non mio", aggiunge [Calenda].

 

3. Tutto il mondo è paese

La posizione ideologica e linguistica espressa dal mio amico è analoga a quella evidenziata da Stefano Vicari, De la circulation des discours métalinguistique ordinaires dans les forums de discussion des journaux en ligne: regards croisés France et Italie (in Wim Remysen - Sabine Schwarze eds., Idéologies sur la langue et médias écrits: le cas du français et de l'italien /Ideologie linguistiche e media scritti: i casi francese e italiano, Peter Lang GmbH, Berlin 2019, pp. 267-93).

Nei commenti dei forum francesi la "compétence linguistique" è infatti messa in correlazione con lo "statut politique" del parlante:

 

"les politiciens, d'autant plus s'il s'agit de la ministre de l'education [rea di un errore di ortografia professionalisme 'professionnalisme'] et du futur candidat au poste de chef du gouvernement, doivent posséder de bonnes compétences linguistiques en raison de leur fonction institutionnelle" (p. 273).

"Un politicien qui ne maîtrise pas bien sa langue n'aurait même pas les compétences professionnelles à gouverner un pays" (p. 274);

"la non-maîtrise de la langue semble strictement liée aux compétences professionnelles et au déclin du niveau d'instruction" (p. 278);

"la parola è l'espressione del pensiero, se ti esprimi in maniera scorretta probabilmente pensi anche in maniera scorretta" (p. 275).

La critica linguistica risponde spesso "à des finalités pratiques comme discréditer le parti politique adverse" (p. 281).

 

Ma per altri l'incompetenza linguistica (invero spesso presunta) non è affatto indizio di incompetenza politica:

 

"la cultura è importante certo, ma non si sconfigge la mafia con i congiuntivi, non si crea lavoro con la perfezione grammaticale, non si è onesti solo perché si parla un italiano perfetto, magari!" (p. 278);

"bien parler ne représente qu'un atout, certes important, mais secondaire par rapport à la capacité de résoudre les questions sociales" (ibid.).

 

È forse allora opportuno separare i due piani, e motivare le proprie scelte politiche con argomentazioni politiche.






 

 









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mercoledì 3 agosto 2022

Sgroi - Venti-Ventidue. La lettura/pronuncia anglo-americana delle date in italiano e dintorni

 



Un magistrale articolo del prof. Salvatore Claudio Sgroi pubblicato sul sito della Treccani.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Truffe online, acquisti fantasmi poi il rimborso: denunciato

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Correttamente: acquisti fantasma (o acquisti-fantasma).

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Lecce, vigilessa ferita con un colpo di fucile ad aria compressa

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Ancora vigilessa!  Invitiamo i redattori (titolisti e no) della carta stampata (e no) a dare "un'occhiata" qui.

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L'ACQUISIZIONE

Amazon compra iRobot: 1,7 miliardi per gli aspirapolveri Roomba

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Correttamente: gli aspirapolvere (invariato). Abbiamo segnalato l' "orrore", sí, orrore, ai responsabili del giornale in Rete. Siamo stati 'democraticamente'... ignorati.


martedì 2 agosto 2022

Chi scappa si toglie la cappa (il mantello)


 Riprendiamo il nostro viaggio  ─  interrotto tempo fa ─ attraverso l’immensa foresta del vocabolario della lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune il cui significato “vero” è nascosto. Prendiamo, per esempio, il verbo “scappare”. Chi non conosce il significato “scoperto”? Scappare significa - e lo sappiamo per “pratica”, per esperienza - “allontanarsi velocemente per sfuggire qualcosa o qualcuno”: i malviventi, vedendo la polizia, scapparono a gambe levate.

Bene. Questo il significato “scoperto”. E quello “nascosto”? Quello, cioè, insito nella parola, piú esattamente “all’interno” del verbo? È piú semplice di quanto si possa immaginare. La persona che scappa, metaforicamente, “si toglie la cappa” (il mantello) per essere piú libera nei movimenti. Sotto il profilo etimologico “scappare” è formato con il prefisso sottrattivo “s-” e il sostantivo “cappa”; è un verbo denominale quindi, e vale, appunto, “togliersi la cappa” per fuggire piú rapidamente e per non farsi prendere dai lembi del mantello (o  anche del cappotto). È l’opposto di “incappare” che, oltre all’accezione primaria di “indossare la cappa”, significa anche “incorrere in pericoli, in insidie, in errori”: incappò nei rigori della legge. Anche questo è un verbo parasintetico derivando da un sostantivo con l’aggiunta di un prefisso, per l’esattezza il sostantivo cappa e il prefisso “in-”, e propriamente significa “andare a cadere in qualcosa che avvolge come una cappa”.

Scappare, per assonanza, ci ha richiamato alla mente il verbo “scampare” il cui significato è chiarissimo: “sfuggire a un pericolo”, “salvarsi”, “rifugiarsi”: pochi scamparono dal naufragio; scampò in un paese straniero. Anche questo verbo ha un significato “nascosto”: colui che scampa a un pericolo “esce da un campo di battaglia”. È composto, infatti, con il prefisso “s-” e il sostantivo “campo” e propriamente vale “uscire salvo dal campo (sottinteso “di battaglia”) ”. Quanto all’ausiliare, a seconda del contesto, può prendere tanto ‘essere’ quanto ‘avere’.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Roma e la grande monnezza: “Non cambia niente, è un disastro. E i gabbiani sono più grandi di noi”

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Ora gli operatori dell'informazione usano il dialetto: monnezza, in vernacolo romano/romanesco vale "immondezza" (o immondizia).

 

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LO SCENARIO

Al Zawahiri, Pantucci: "La leadership di al Qaeda è stata completamente decimata"

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Come si fa a “decimare” una posizione di preminenza, essendo questo il significato di ‘leadership’?



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mercoledì 27 luglio 2022

Il neofito, l'archiatro e il pedostatmo


 Nelle nostre  “chiacchierate” con gli amici di questo portale non abbiamo mai parlato ─ se la memoria non ci inganna ─  dei grecismi in quanto il loro numero è limitato; si riduce, infatti, a un gruppetto di termini la cui importazione si deve ai Veneziani i quali – come è noto – ebbero intensi rapporti commerciali con la Grecia e con l’Oriente. 

Per di più questi vocaboli furono adattati alle caratteristiche vernacolari veneziane. Molti grecismi, quindi, entrati nella lingua nazionale hanno un… “sapore lagunare”; tra questi possiamo annoverare: “calafatare”, “gondola”, “mastello” e “scampo” nell’accezione di “gambero marino”.

Ma eravamo in errore, tratteremo dei grecismi spinti dal fatto che molto spesso – per non dire sempre – i massinforma (carta stampata e radiotelevisioni) adoperano i termini di derivazione greca in modo errato, inducendo in errore i lettori sprovveduti e i giovani studenti che debbono essere plasmati dal punto di vista linguistico. E i giornali non si possono certamente definire i portabandiera della “purezza linguistica” (anche se alcuni vocabolari...). Ma tant’è.

Vediamo, per tanto, che cosa si intende per “grecismo”. Lo dice la stessa parola. Con questo termine si indica – in linguistica – ogni parola o locuzione del greco (o di origine greca) entrata nell’uso comune del nostro idioma, solitamente con modificazione della grafia e della pronuncia, adeguandosi perfettamente ai sistemi grafico e fonetico della nostra lingua. Sebbene impropriamente si possono classificare tra i grecismi i termini del linguaggio, ma forse è meglio dire del gergo, tecnico e scientifico che si sono formati utilizzando radicali greci adoperati con funzioni di prefissi o di suffissi. Tra i primi i più usati sono:
 “auto-” (da sé stesso); “autodidatta”; “proto-”(primo); “prototipo”; “tele-”(distanza, lontano); “telefono”; “orto-” (dritto, corretto); “ortografia”; “psico-” (mente); “psicologo”. Tra i secondi:
 “-teca” (raccolta, collezione); “biblioteca”: “-scopio” (‘che vede’); “microscopio”; “-dromo” ( ‘dove si corre’); “ippodromo”; “-gono” (angolo); “esagono”.

Ma torniamo a due vocaboli di formazione greca – scritti in modo errato – che ci hanno dato la stura per la stesura di queste modestissime noterelle: neofita e archiatra. Il primo si trova sempre scritto con la “a” finale, appunto, ma è orrendamente errato, checché ne dicano i soliti vocabolari permissivi e i tanti sedicenti linguisti. La sola forma corretta è neofito. Questo vocabolo, che significa “convertito di recente”, “nuovo adepto”, formato con le voci greche “neo” (nuovo) e “phyein” (generare), latinizzato in “neophytus” (‘germogliato da poco’) è divenuto in lingua italiana “neofito”, con tanto di desinenza “o”. È, per tanto, un sostantivo e si comporta come tale: neofito per il maschile singolare, neofita per il femminile singolare, neofiti e neofite rispettivamente per il maschile e femminile plurale. E veniamo ad archiatra, la cui desinenza “-a” è tollerata. Anche in questo caso, infatti, l’unica forma corretta  “sarebbe” con la “o” finale: archiatro. Questo sostantivo – adoperato un tempo per indicare il “primo medico” di corte e oggi rimasto in uso solo per il medico del Pontefice – è, infatti, il greco “archiatròs”, composto con “archi” (primato, superiorità) e “iatròs” (medico). Da un punto di vista prettamente etimologico la desinenza “a” non sarebbe, quindi, giustificata. La forma “scorretta” archiatra si tollera, dunque, per analogia con pediatra, odontoiatra, otoiatra, psichiatra e via dicendo.

E visto che siamo in tema di grecismi, vediamone alcuni “sconosciuti”. Le mamme, per esempio, conoscono benissimo il pediatra ma non sanno che la bilancia per pesare i loro pargoletti si chiama “pedostatmo”, mentre – Dio non voglia – l’ospedale dove ricoverarli quando stanno male si chiama “pedocomio” (ma chi lo usa? tutti preferiscono “ospedale pediatrico”); infine, quando sono cresciutelli – a novant’anni – possono sperare di vederli ospitati in un “gerontocomio”. E coloro che amano fare delle lunghe passeggiate ma devono rinunciarvi, a causa delle scarpe strette che procurano loro un forte dolore sotto la pianta del piede, sanno che soffrono di  “pedialgia”? E i tantissimi politici che di questi tempi fanno dei discorsi che per certi versi potremmo definire “osceni” sanno che sono affetti da “escrologia” (“Trattato o discorso di cose oscene”; dal greco ‘aischros’, osceno e ‘logos’, discorso, trattato)? Ai posteri l’ardua sentenza.

PS: Perché i vocabolari - almeno quelli che abbiamo consultato - non registrano... l'escrologia?  


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La lingua "biforcuta" della stampa

GIUSTIZIA

Csm, la parità di genere diventa realtà: la Cassazione sorteggia le magistrate donna mancanti nelle liste

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Sarebbe interessante sapere se ci sono anche magistrate uomini.


 

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