lunedì 28 novembre 2022

Modificanti (avverbi) adoperati malamente


M
olto spesso nella lettura di giornali e pubblicazioni varie ci imbattiamo in frasi (o periodi) in cui gli avverbi (chiamati anche "modificanti"  perché modificano, per l'appunto, il significato di un verbo, di un aggettivo o di un altro avverbio) vengono usati in modo non appropriato o addirittura errato vanificando, sotto il profilo prettamente linguistico, il lavoro dell'articolista o dell'autore della pubblicazione. 

Vediamo, piluccando, qua e là, alcuni esempi di avverbi non adoperati correttamente. In parentesi, il modificante appropriato.

I vicini hanno un cane abbastanza (molto) feroce; il ferito versa in condizioni gravissime, magari (probabilmente) morirà in nottata; i novelli sposi andranno a Venezia, poi dopo (dopo, senza poi) si recheranno a Parigi; se mi presterai quel libro mi farai un favore, diversamente (altrimenti) lo comprerò; da tempo Giulio cercava il diario, l'altro giorno per combinazione (per caso) lo ha trovato; ci faccia sapere per tempo se accetta l'invito o meno (no); delle volte (a volte) mi pento di averlo aiutato; Susanna era benvoluta da tutti, tanto come (tanto, senza come) era cortese e affabile; tutti gli iscritti beneficeranno di una riduzione della spesa per il viaggio e, se del caso (occorrendo), un sussidio per le spese di soggiorno.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Hawaii, dopo quasi 40 anni erutta il vulcano più grande del mondo

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Siamo alle solite: quanto è grande il mondo?

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LE PROTESTE IN CINA

Covid, polizia in strada con barriere e arresti: Pechino vuole azzerare la rabbia

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Domanda: gli arresti sono cose?

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PENNSYLVANIA

I cartelli di Gisele, l’arma segreta del neo senatore John Fetterman

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Correttamente: neosenatore. I prefissi e i prefissoidi (neo) si "attaccano" alla parola che segue.

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PALERMO

Bambino di 13 mesi in overdose da cannabis In ospedale gli trovano una frattura cranica

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Correttamente: gli riscontrano. Le fratture non "si trovano".

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IL 30 NOVEMBRE A ROMA

Un premio di laurea alla Sapienza per ricordare Francesco Valdiserri

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Se abbiamo ben interpretato il 30 novembre sarà dato un premio  (di laurea) all'Università "La Sapienza".











 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)


giovedì 24 novembre 2022

Capace "di" o capace "a"?


 L'aggettivo "capace", nell'accezione di "essere in grado", quando è seguito da un verbo di modo infinito può reggere, indifferentemente, le preposizioni "di" e "a". In uno scritto formale, però, è consigliabile la preposizione "di": neanche in quell'occasione sei stato capace di reagire. La preposizione "a", infatti, è di uso prettamente colloquiale o regionale. Si adopererà tassativamente la preposizione "di" quando l'aggettivo in oggetto è seguito da un complemento di specificazione: Giovanni è capace di atti inconsulti.

Alcuni sacri testi grammaticali classificano certi "sostantivi festivi" quali Natale, Pasqua ed Epifania tra i cosí detti nomi difettivi, nomi, cioè, privi o di singolare o di plurale. Natale, Pasqua ed Epifania non avrebbero la forma plurale. Francamente non riusciamo a capire perché dovrebbero essere solo singolari. Non diciamo, per esempio, tutti i Natali trascorsi insieme? Oppure, nei tempi andati non si era soliti, nelle Epifanie, fare dei regali ai vigili urbani? Ancora. Quante Pasque, amico mio, sono trascorse da quando ci conosciamo? Naturalmente attendiamo gli strali del solito linguista "d'assalto".

Due parole sull'uso corretto della preposizione "a". Probabilmente ci ripetiamo, ma l'argomento ci sembra della massima importanza. Vediamo, dunque. Quando la predetta preposizione concorre alla formazione di alcune locuzioni avverbiali va sempre ripetuta. Chi vuole usare la lingua correttamente dovrà, quindi, dire e scrivere "a mano a mano"; "a poco a poco"; "a passo a passo"; "a tre a tre"; "a spalla a spalla"; "a goccia a goccia"; "a faccia a faccia" ecc. Chi non ripete la preposizione e dice, per esempio, "corpo a corpo" incorre, se non in un errore, in un gallicismo che in buona lingua italiana è da evitare. Come sono da evitare le espressioni -- anche se cristallizzate nell'uso -- "pasta 'al' sugo"; "gelato 'al' cioccolato"; "risotto 'ai' funghi" e simili. La preposizione "a", in questi casi, va sostituita con la sorella "con" (riso "con" i funghi) in quanto è l'unica autorizzata a introdurre il complemento d'unione. Pasta "con" il sugo, dunque, non pasta "al" sugo, vale a dire pasta "unita" al sugo. E gelato al cioccolato vuol dire che è un gelato "unito" al cioccolato? No amici, a nostro modo di vedere siamo in presenza di un complemento di mezzo o strumento: con che cosa è fatto il gelato? Con il cioccolato. Probabilmente il solito linguista "d'assalto"-- se si dovesse imbattere in questo portale -- dissentirà. Ma tant'è.

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La lingua "biforcuta" della stampa

«Mondo aiutaci », l'appello di Kiev

senza luce e riscaldamento per i

bombardamenti russi

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Correttamente: senza luce riscaldamento.

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GAZZETTA UFFICIALE

Alfredo Mantovano, al sottosegretario le deleghe su cybersicurezza, servizi segreti e lotta alla droga

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Nonostante gli autorevoli consigli della Crusca la stampa continua, presuntuosamente, a scrivere "cybersicurezza" in luogo della forma corretta cibersicurezza.

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Infrastrutture. Si accellera sul Ponte dello Stretto, sotto la lente altre opere

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Ogni commento è superfluo, considerato l'orrore.

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VETI

I 5S: "Parliamo con il Pd solo se si rimangiano la candidatura di D'Amato"

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La concordanza del verbo ci sembra decisamente spallata (sic!): il Pd è singolare e il verbo è coniugato al plurale.


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Funerali di Roberto Maroni, a Varese anche Giorgia Meloni. Il vescovo ricorda "Bobo": "Era uno di noi"

(fotogramma)

Funerali di Stato per l'ex ministro scomparso a 67 anni. Presenti molti ministri, c'è anche Salvini. Carabinieri in alta uniforme per accompagnare il feretro. A Varese lutto cittadino e lo striscione "Grazie Bobo" sulla sede della Lega

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Sono agenti della Polizia di Stato, non Carabinieri in alta uniforme ad accompagnare il feretro.










Qui





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mercoledì 23 novembre 2022

Perché "multicolori" sì e "multipiani" no?


 Sì, quanto stiamo per scrivere ci procurerà gli strali dei linguisti "ufficiali": intendiamo parlare del plurale di "multipiano". Tutti i vocabolari consultati non contemplano il plurale (tranne lo Zingarelli, che attesta anche multipiani*): un palazzo multipiano; due palazzi multipiano. Onestamente non capiamo perché l'aggettivo in oggetto debba rimanere invariato, al contrario di "multicolore" di cui i dizionari attestano la forma plurale: le luminarie natalizie hanno lampadine multicolori. Perché, dunque, due pesi e due misure, come suol dirsi? Se non cadiamo in errore i due aggettivi  non hanno la medesima composizione: multi + colore; multi + piano? Perché, dunque, insistiamo, multipiano non si pluralizza?  È una "sconcezza linguistica" scrivere (o dire), per esempio: il quartiere ha molti parcheggi multipiani? A nostro modo di vedere no. Abbiamo dalla nostra parte numerose pubblicazioni.
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* multipiano 🔊/multiˈpjano/ o raro multipiani

[comp. di multi- e piano 2 1986]

Flessione

agg. inv.

detto di edificio, costruzione, struttura e sim. a più piani: parcheggio multipiano


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La lingua "biforcuta" della stampa

COME FUNZIONA

Pensioni, ad aprile scatta Quota 103: non

si  potrà prendere più di 2.850 euro al mese

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Secondo la lingua di Dante e di Manzoni: non si potranno.


 

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domenica 20 novembre 2022

Due errori: uno mortale e uno veniale

 


Scartabellando tra le nostre cose, ci è capitato tra le mani un inserto linguistico, curato da Paolo Granzotto, del quotidiano "Il Giornale" di qualche anno fa. L'inserto, a fascicoli settimanali, era "Perché parliamo italiano". Visto l’interessantissimo argomento, abbiamo cominciato a sfogliare qualche pagina, ravvisandovi due errori: uno veniale (matita rossa), l'altro mortale (matita blu).


Cominciamo dal veniale. Scrive Granzotto: L'associazione è "a" delinquere, non "per" delinquere. Volendo sottilizzare la forma "piú corretta" è proprio quella che lui dà come errata. Errore mortale: Supplettivo. Mi raccomando la doppia "p". Giustissimo. Raddoppia la "p", non la "t". La grafia corretta è: suppletivo.

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

PROVINCE

OSTIA

Arenili, approvato il nuovo regolamento: più spiagge libere e niente lungomuro. Ecco come cambierà il mare di Roma

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I redattori di un "prestigioso" quotidiano romano (in rete) continuano --  per presunzione o per ignoranza? -- a ritenere il quartiere capitolino di Ostia un comune autonomo in provincia di Roma. Si veda lo SciacquaLingua del 16 scorso.


 

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sabato 19 novembre 2022

Ih e hi (ma dipende...)


S
ono entrambe interiezioni e si adoperano a seconda delle sfumature che lo scrivente vuole mettere in evidenza, come si può rilevare dal “Treccani” in rete:


ih i interiez. – Esprime stupore, raccapriccio, rammarico, avversione, tedio e sim.: ih, quanta roba!; ih, che indecenza!; ih, che schifo! Ripetuta, esprime ironia, disprezzo e sim.: tu stai male e io no, ih ih; riproduce anche una risata sardonica, un pianto stridulo, un ghigno e sim.: dalla bocca ... gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese ... seguìto da un ghigno: ih ih ih ih (Pirandello).

hi hi interiez. – Può esprimere sentimenti vari: disprezzo ironico (soprattutto verso chi manifesti boria, vanità o pedanteria), ostentazione di noncuranza, meraviglia davanti a cose eccessive, a lunghe enumerazioni, e sim. È inoltre il segno grafico con cui può essere reso un particolare modo di ridere o di piangere, con suoni acuti e brevi.

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«Salire in su' muricciuoli»

Ancora un modo di dire - forse sconosciuto - relegato nella soffitta della lingua. Chi sale, dunque, sui 'muricciuoli'? Colui che diventa improvvisamente povero perché, apprendiamo da Ludovico Passarini (il "principe" dei modi di dire), «i poveri accattoni sogliono riposarsi e dormire su' muricciuoli».



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mercoledì 16 novembre 2022

La merenda e la meretrice


V
ogliamo vedere come è nata la “merenda” --  sotto il profilo linguistico, ovviamente  --  che – come sappiamo (o dovremmo sapere) – è una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena? Diamo la parola, in proposito, a Lodovico Griffa. “Uno dei castighi (…) per i ragazzi era la privazione della merenda (…). Non discutiamo qui se questo castigo  corrisponda ai canoni di una corretta pedagogia; fermiamoci invece a considerare come esso ci riveli un certo modo di pensare a proposito della merenda. Chi ricorreva a questa punizione non intendeva certo privare il ragazzo di una cosa che gli fosse indispensabile o che gli venisse per diritto insopprimibile. Semplicemente pensava di non potergli concedere una cosa, che, essendo un di più, il ragazzo ‘doveva meritarsi’ e che invece con il suo comportamento non aveva meritato. La parola ‘merenda’, infatti, significa  proprio ‘cose da meritare’ (è pari pari il gerundivo latino ‘merenda’, da ‘merere’, meritare, propriamente ‘cose da meritarsi per cibo’, ndr) (…). I nostri buoni vecchi dunque vedevano la merenda pomeridiana (che gli adulti usualmente non consumano) non come un pasto indispensabile (…) ma come un premio aggiunto al normale nutrimento: in quanto premio, essa si concedeva solo a chi l’aveva meritata. I pedagogisti, gli igienisti, i pediatri ci diranno se effettivamente la merenda vada considerata a questo modo; di fatto però nei tempi andati il concetto che si aveva, tradito proprio dal nome ‘merenda’, era questo”.

Sempre per gli amatori dell’etimologia [ritenuta, da alcuni linguisti, una "scienza barbosa" (sic!)], ricordiamo che dal verbo “merere” derivano alcune parole di uso comune quali “meritare” per l'appunto, “merito”, “emerito” e… “meretrice”. Quest’ultimo vocabolo è il latino “meretrice(m)” e propriamente vale “colei che merita un compenso”, “che si fa pagare”, “che guadagna” (per le sue prestazioni). Da quest’ultimo termine discende, inoltre, l’aggettivo e sostantivo “meretricio”, con il plurale, si badi bene, ‘meretrici’ per il maschile e ‘meretricie’ per il femminile. Questa distinzione di plurali vale – ci sembra superfluo chiarirlo – solo quando il vocabolo è in funzione aggettivale.


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La lingua "biforcuta" della stampa

MOTORI

Porsche 911, l’impresa in Cile di due prototipi sul vulcano più alto del mondo

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Una domanda ai responsabili del giornale in rete: quanto è alto il mondo?

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Economia | IL RAPPORTO

Bankitalia, in Calabria ricorso a Reddito di Cittadinanza più alto d'Italia

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Anche qui: quanto è alto il nostro Paese?

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Politica | IL PERSONAGGIO

Chi è Elvira Amata, neo assessore regionale in Sicilia. "Mi attende una nuova sfida"

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In buona lingua: neoassessora.

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DERBY ROMA-LAZIO

Il medico romanista lo salva, Giulio (laziale) lo porta all'Olimpico con lui: "Una promessa mantenuta"

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Senza parole!

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IL CASO

"Senza luce e stipendi, fatture false per lavorare nelle coop della moglie di Soumahoro": denunce di sfruttamento da parte di minorenni ospiti delle due strutture

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Correttamente: senza luce stipendi.  Si veda qui, al punto 5.

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IL GIALLO

Uccise tre prostitute nel quartiere Prati. Non si esclude l'ipotesi serial killer

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I redattori addetti alla cronaca di Roma, di un autorevole quotidiano cittadino (in rete), dovrebbero conoscere la città di cui trattano. L'urbe è suddivisa in: rioni, quartieri, suburbi e zone. Prati è il XXII rione, non quartiere. Ma anche i vari TG non sono da meno. Tutti, all'unisono: quartiere Prati.

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Il vecchio arbusto nella caduta ha anche danneggiato una parte del sistema di areazione della terapia intensiva Covid e distrutto la cancellata dell'ospedale

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Correttamente: aerazione. Stupisce, in proposito, il vocabolario Treccani in rete: ammette, anche se come seconda occorrenza, la forma aereazione [aerazióne (e aereazióne)].

 


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martedì 15 novembre 2022

La prego, non me ne voglia


 «Non me ne voglia, la prego». Chissà quante volte abbiamo pronunciato questa frase o una simile senza renderci conto che cozzava contro il buon uso della lingua italiana. Perché? Perché è un francesismo bell’e buono e in buona lingua è, appunto, da evitare. Qualche linguista dissentirà. Ma tant'è.

I francesi adoperano il verbo volere in senso assoluto (volerne a qualcuno); in italiano, in frasi del genere, si usano verbi più appropriati: prendere (prendersela), essere in collera e simili. Diremo dunque, correttamente, «non sia in collera con me, la prego»; oppure «non ce l’abbia con me, la prego». O locuzioni simili.

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La lingua "biforcuta" della stampa

GENOVA

Alice, uccisa dal fratello: 2 agenti e un medico indagati per omissioni d’ufficio. «Il primo passo verso la verità»

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Hanno omesso l'ufficio? Correttamente: omissione di atti d'ufficio.

















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domenica 13 novembre 2022

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum

 

PROVINCE

L'OMAGGIO

Una piazza o una strada di Ostia intitolata al linguista Luca Serianni: travolto e ucciso da un'auto ad agosto

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Il detto latino del titolo è quanto mai attuale. Il linguista Luca Serianni è deceduto il 21 luglio, non ad agosto come recita il titolo di un noto quotidiano capitolino (in rete). Abbiamo segnalato piú volte la "svista" ai responsabili del giornale perché emendassero il titolo e il testo  (la nostra segnalazione era accompagnata anche da documentazione) ma questi l'hanno completamente ignorata "perseverando nell'errore". La locuzione latina, quindi, calza loro a pennello. Ma non basta. Il titolo compare sotto la testatina "province", come se Ostia fosse un comune a sé stante, in provincia di Roma, e non un quartiere dell'Urbe. Un bagno nel mare dell'umiltà non farebbe male, anzi darebbe lustro agli appartenenti al cosí detto quarto potere.

 QUI e  QUI  

Nuova segnaletica ad Ostia - YouReporter

 

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venerdì 11 novembre 2022

Di tutto un po' (sotto il profilo linguistico-grammaticale)

 


Probabilmente ci attireremo gli strali di qualche linguista se sosteniamo che non è scorretto l'uso di colui (o colei) - in funzione di soggetto e di complemento - non seguito dal pronome relativo (colui che, colei che). Abbiamo l'avallo di Luciano Satta, che riporta gli esempi di autorevoli scrittori: «- Buon giorno - disse colui scappellandosi...» (Bacchelli); «... Ella ha amato a tal punto colei da poter quindi pronunciarsi» (Santucci).

Non vorremmo essere tacciati di presunzione se affermiamo che molti (tutti?) lettori, pur non conoscendo il modo di dire "essere l'uscio del trenta", lo mettono in pratica ogni qual volta la loro casa si riempie di gente e, quindi, diventa un luogo molto frequentato con un impressionante viavai di persone. L’espressione è la contrazione del detto (sconosciuto?) “essere l’uscio del trenta, chi esce e chi entra”, dove, però, quel trenta non ha nulla che vedere: è motivato da ragioni di pura assonanza. E a proposito di uscio, avete mai sentito la locuzione “trovare l’uscio di legno”? Anche se non l’avete mai sentita l’avete messa in pratica, inconsciamente, quando recandovi a far visita a una persona non l’avete trovata: avete trovato solo la porta chiusa, cioè l’uscio di… legno.

Forse non tutti concorderanno su quanto stiamo per scrivere. Vogliamo spendere due parole su un verbo che ha due participi passati e due forme della terza persona singolare del passato remoto (che, però, non tutti i cosí detti sacri testi menzionano). Alludiamo al verbo “succedere”. Questo, dunque, ha due participi passati: ‘successo’ e ‘succeduto’; e due terze persone singolari del passato remoto: ‘successe’ e ‘succedette’. Alcuni non fanno distinzione… alcuna sull’uso dei participi e delle due forme del passato remoto. In buona lingua si preferisce ‘succeduto’ e ‘succedette’ quando il verbo assume il significato di “subentrare a qualcuno” e simili: Giovanni Paolo I succedette a Paolo VI; si avranno ‘successo’ e ‘successe’ allorché il verbo in questione sta per ‘accadere’, ‘avvenire’: Giovanni non ricorda piú cosa successe nel 1968.

Non tutti i vocabolari ne fanno menzione, ci sembra importante, però, spendere due parole sul verbo “ubbidire” perché può essere anche transitivo e, quindi, passivo. È transitivo, soprattutto, se si riferisce alla persona che dà ordini: Michele ubbidí suo padre. La forma transitiva è rara, per la verità, ma correttissima: «In che posso ubbidirla?», disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala (Manzoni). Piú frequente la forma passiva: «… Ingiunzione forse saggia, ma che non venne mai ubbidita (Lampedusa).

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La lingua “ultrabiforcuta” della stampa

 L'OMAGGIO

Una piazza o una strada di Ostia intitolata al linguista Luca Serianni: travolto e ucciso da un'auto ad agosto

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 Il prof. Serianni è deceduto a luglio, per l’esattezza il 21.

 Abbiamo segnalato il “qui pro quo” alla redazione del quotidiano in rete per l’emendamento. Anche questa volta siamo stati presuntuosamente ignorati e il granciporro fa ancora bella mostra di sé sulla pagina del giornale.

 Si veda qui e qui

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IL CASO

Prende la pensione del padre morto per cinque anni. Condannata, dovrà restituire 113 mila euro

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Il padre è morto per cinque anni, al sesto è resuscitato. Correttamente: (...) del padre morto da cinque anni.

 

 S.O.S. scrittura. Primo soccorso linguistico - Carlo Picozza - Fausto Raso  - - Libro - Mediabooks - Media & Comunicazione | IBS


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì 9 novembre 2022

La pastora e la fattora


F
acciamo un po’ di chiarezza sulla formazione del femminile dei nomi (o sostantivi) la cui terminazione è “-tore”; vedremo fra poco il perché di questa scelta. I sostantivi in “-tore”, dunque, generalmente indicano la professione o l’occupazione sociale: pittore, direttore, uditore, imprenditore, scrittore, lettore, governatore ecc. Questi nomi – secondo la regola generale – formano il femminile mutando la desinenza del maschile “-tore” in “-trice”: pittore, pittrice; attore, attrice; imprenditore, imprenditrice. Non mancano, come sempre, alcune eccezioni come pastore il cui femminile è ‘pastora’; tintore, ‘tintora’; avventore, ‘avventora’. Queste "eccezioni" sono dovute al fatto che la grammatica contempla un femminile in "-tora" quando il suffisso maschile "-tore" è preceduto da una consonante diversa dalla "t": gestore/gestora. Solo l’uso di un buon dizionario e la lettura costante di ottimi autori possono sciogliere i dubbi che spesso ci assalgono quando dobbiamo “femminilizzare” alcuni nomi che indicano professioni. Ci è capitato di leggere, non ricordiamo dove, una ‘fattrice’ in luogo di fattora. Forse l’errore è spiegabile con il fatto che l’articolista ha voluto applicare la regola dei nomi in “-tore” e, giustamente, il fattore è diventato ‘fattrice’, facendoci pensare, però, a una donna che fa le fatture, non alla moglie del fattore o a una donna proprietaria di una fattoria. La "fattrice", forse non tutti lo sanno, indica un animale selezionato e destinato alla riproduzione. Se costui avesse consultato un buon vocabolario non sarebbe caduto in questo ridicolo errore. La nostra lingua, amici, è piena di insidie; non bisogna mai essere sicuri di nulla e un bagno di umiltà eviterebbe a molte cosí dette grandi penne di cadere nel baratro (linguistico).


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lunedì 7 novembre 2022

«Vezzi linguistici»


 Con “vezzi linguistici” intendiamo gli strafalcioni linguistico- grammaticali che i cosí detti opinionisti della carta stampata e no ci “propinano” a ogni piè sospinto. Non c’è ‘opinionista’ che, invitato nei vari programmi radiotelevisivi, non cada nel vezzo - a suo dire - di adoperare le particelle pronominali “ci si” con alcuni verbi quali rafforzative della coniugazione con soggetto indeterminato: ci si andava; ci si era tutti; ci si era venuti. Altro che vezzo, un vero e proprio orrore linguistico. Le particelle “ci” e “si” unite si possono adoperare - ed è un uso correttissimo - soltanto come forma di soggetto indeterminato con i verbi riflessivi o pronominali: ci si annoiava (noi ci annoiavamo); ci si vergogna (tutti si vergognano o ci vergogniamo); ci si deve lavare (tutti si debbono/ci dobbiamo lavare). Si possono usare accoppiate anche come complemento di reciprocanza (con la forma del soggetto indefinito): ci si vede domani, vale a dire ci vediamo domani; o, ancora, il “ci” unito al “si” è corretto come avverbio di luogo, con il significato, appunto, di “in questo (quel) luogo”: a casa tua ci si sta bene. Non è una smarronata, invece, il “si va”, sebbene sia un toscanismo che in buona lingua è preferibile evitare. 

Ma vediamo altri «vezzi linguistici» tra i quali possiamo includere - senza tema di essere smentiti - l’uso improprio che gli ‘opinionisti’ fanno del verbo “elevare” in espressioni in cui il suddetto verbo non ha il significato che gli è proprio, vale a dire “portare in alto”. Cade quindi, in una smarronata (e non in una improprietà, a nostro avviso) colui che dice o scrive, per esempio, «gli inquirenti hanno elevato molti dubbi in proposito». I dubbi - chi può smentirci? - non si “portano in alto”, si suscitano. Altro “vezzo” caro agli opinionisti è l’uso del partitivo con la preposizione “con”: «L’esponente politico è stato inquisito con dei suoi amici». Quel “dei” partitivo deve essere sostituito, in buona lingua italiana e come prescrive la grammatica, con “alcuni”: è stato inquisito con alcuni amici. 

Come dicevamo, per gli ‘opinionisti’ è un vezzo, per chi scrive queste modeste noterelle è, invece, uno strafalcione bell’e buono. Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Chiudiamo con un pensiero di Giuseppe Giusti, quanto mai attuale e sul quale gli ‘opinionisti’ dovrebbero meditare: «L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare».

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

ULTIMA GENERAZIONE

Van Gogh imbrattato, procura di Roma apre inchiesta: indagate le attiviste. Rischiano fino a 5 anni di condanna

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Forse avrebbero voluto dire/scrivere: 5 anni di carcere.


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