Fra grammatica, storia della lingua e sfumature d'uso, un caso interessante che ci ricorda come non sempre la correttezza linguistica sia una questione di bianco o nero
Chi consulta alcuni dizionari dell'uso al lemma 'adempiere' si imbatte spesso in una notazione curiosa. Dopo aver indicato come costruzione normale quella transitiva, «adempiere un dovere, «adempiere un obbligo», alcuni repertori aggiungono che il verbo può essere adoperato anche intransitivamente con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere ai propri obblighi», precisando che tale uso è «meno bene». L'osservazione lascia perplessi molti lettori. Che cosa significa infatti meno bene? Una costruzione o è corretta oppure non lo è. Può esistere una specie di correttezza a metà? La questione merita di essere approfondita, perché conduce al cuore stesso del rapporto fra grammatica e uso.
Cominciamo dall'etimologia. 'Adempiere' deriva dal latino 'adimplere', composto di 'ad-' e 'implere' «riempire, colmare, compiere interamente». Il significato originario era dunque quello di «portare a compimento», «eseguire pienamente», «soddisfare». Fin dalle prime attestazioni italiane, dunque, il verbo compare soprattutto come transitivo: si adempiono promesse, obblighi, incarichi, doveri, condizioni. Da qui la costruzione che ancora oggi molti grammatici considerano primaria: «adempiere il proprio dovere», «adempiere un obbligo», «adempiere una promessa».
Accanto a questo uso, tuttavia, la lingua letteraria e amministrativa ha sviluppato molto presto anche la costruzione intransitiva con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere agli obblighi di legge», «adempiere alle disposizioni impartite».
Quest'ultima forma è diventata particolarmente frequente nei linguaggi burocratici e giuridici, tanto da risultare, oggi, perfettamente naturale agli orecchi della quasi totalità dei parlanti. E allora perché alcuni vocabolari la registrano come «meno bene»?
La risposta non riguarda la correttezza in senso assoluto. Nessun lessicografo serio intende affermare che «adempiere al proprio dovere» sia errato. Se fosse davvero scorretto, il dizionario lo segnalerebbe esplicitamente come uso improprio o da evitare. L'espressione «meno bene» appartiene invece a un'altra categoria di giudizi: quelli relativi alla preferibilità stilistica o alla maggiore aderenza alla struttura originaria del verbo.
In altre parole, il lessicografo osserva che 'adempiere' nasce e vive prevalentemente come verbo transitivo e che, sotto il profilo storico e sintattico, la costruzione diretta rappresenta la forma più semplice e tradizionale. La variante con a viene considerata secondaria, ma non illegittima.
Un fenomeno analogo si osserva con il verbo 'assolvere'. Anche qui la costruzione originaria è transitiva: si assolve un compito, un obbligo, un dovere. Eppure l'italiano ha da tempo sviluppato pure l'uso con la preposizione a: assolvere al proprio dovere, assolvere ai propri obblighi, assolvere alle proprie funzioni. Nessuno oggi considererebbe scorrette simili espressioni, largamente documentate nella lingua amministrativa, giuridica e letteraria. Se dunque si accetta senza difficoltà la coesistenza di «assolvere un dovere» e «assolvere al dovere», diventa difficile sostenere che «adempiere al dovere» rappresenti qualcosa di meno corretto rispetto ad «adempiere il dovere». In entrambi i casi siamo di fronte a costruzioni diverse ma legittime, consolidate da secoli d'uso.
Il problema sta forse proprio nell'espressione scelta. «Meno bene» rischia infatti di suggerire una gerarchia della correttezza linguistica: come se una forma fosse giusta e l'altra quasi giusta. In realtà la lingua funziona diversamente.
Esistono usi grammaticalmente corretti ma stilisticamente differenti. Analogamente, le locuzioni «adempiere il proprio dovere» e «adempiere al proprio dovere» appartengono entrambe all'italiano legittimo, pur richiamando tradizioni e registri diversi.
Si potrebbe anzi sostenere che l'indicazione «meno bene» sia il residuo di una concezione normativa della lingua tipica di una parte della lessicografia novecentesca, quando si tendeva a distinguere più rigidamente tra forme preferite e forme tollerate. Oggi molti studiosi preferiscono descrivere gli usi effettivi senza attribuire loro pagelle di merito.
C'è poi una curiosità degna di nota. Molti parlanti percepiscono 'adempiere' quasi esclusivamente nella costruzione con a. Nei testi legislativi e amministrativi ricorrono continuamente formule come «adempiere agli obblighi previsti», «adempiere alle prescrizioni», «adempiere ai doveri derivanti». Paradossalmente, ciò che alcuni dizionari continuano a registrarlo come uso secondario è, per molti italiani, l'uso più familiare.
Forse il problema non è la lingua in sé, ma il modo in cui talvolta la descriviamo. Dire che una forma è «meno bene» può risultare più ambiguo che utile. Sarebbe probabilmente più chiaro affermare che una costruzione è «meno tradizionale», «meno frequente» o «meno vicina all'impianto originario del sintagma verbale». La correttezza, infatti, appartiene alla grammatica; la preferenza appartiene allo stile. E confondere le due cose significa spesso attribuire alla lingua una rigidità che la lingua stessa non ha.
La morale linguistica della vicenda è semplice. Quando un dizionario definisce una forma «meno bene», non sempre sta pronunciando una sentenza di condanna. Più spesso sta segnalando una preferenza storica, stilistica o tradizionale. Tuttavia proprio l'espressione scelta rischia di generare equivoci, perché suggerisce un grado intermedio di correttezza che la grammatica, in senso stretto, non contempla.
Per questo motivo, chi scrive «adempiere il proprio dovere» non sbaglia. Ma non sbaglia neppure colui che scrive «adempiere al proprio dovere». La differenza non è tra uso corretto e uso scorretto. È, semmai, tra una costruzione che alcuni grammatici continuano a preferire e un'altra che l'uso ha ormai consacrato da secoli. E la lingua, in questo caso, sembra meno severa dei suoi giudici.
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