domenica 11 ottobre 2026

Intelleggibile o intelligibile?

 Quando la lingua percorre due strade per arrivare alla stessa meta

Vi è mai capitato di leggere "intelleggibile" con due G e pensare a un errore? In realtà la storia della nostra lingua è più ricca e generosa di quanto crediamo...

Ci sono termini che sembrano gemelli e altri che paiono fratelli lontani. Poi esistono coppie come "intelleggibile" e "intelligibile", che a prima vista danno l'impressione di essere una giusta e una sbagliata. In realtà non è così: entrambe sono corrette, entrambe appartengono alla lingua italiana e indicano ciò che può essere compreso dall'intelletto. Eppure una differenza c'è, e non riguarda tanto il significato quanto la storia e la fortuna d'uso.

Oggi la forma più comune è senza dubbio "intelligibile". La incontriamo nei saggi, negli articoli giornalistici, nei testi scolastici e nel linguaggio colto corrente. Dire che un discorso è intelligibile significa affermare che può essere compreso, che il suo significato è accessibile alla mente.

La forma "intelleggibile", invece, appare più rara e talvolta sorprende il lettore moderno, il quale può persino sospettare un errore di stampa. Eppure errore non è. Essa affonda le sue radici nella storia stessa del verbo latino da cui proviene.

Il latino aveva infatti il verbo intellegere, composto di inter e legere, nel significato originario di «discernere», «comprendere». Da questo verbo nacque l'aggettivo intelligibilis, che ha dato l'italiano "intelligibile". Tuttavia, nella tradizione medievale e poi in quella italiana, si sviluppò anche la forma del verbo intelleggere, modellata più fedelmente sul latino. Da qui derivò naturalmente l'aggettivo "intelleggibile".

La presenza delle due forme è dunque il risultato di una doppia evoluzione della stessa base etimologica. La lingua, in questo caso, non ha scelto subito una sola strada, ma ne ha percorse contemporaneamente due.

Fenomeni simili non sono affatto rari nella lingua di Dante. Pensiamo a obbedire e ubbidire, forme entrambe corrette benché la prima sia oggi prevalente. Oppure a domandare e dimandare, dove la seconda sopravvive soprattutto nei testi letterari e nei documenti d'epoca. La lingua italiana ama conservare le tracce del proprio passato, anche quando l'uso comune finisce col privilegiare una variante. Ma perché "intelligibile" ha avuto più successo di "intelleggibile"?

La risposta va cercata soprattutto nella filosofia e nella teologia medievali. Per secoli gli studiosi parlarono di «mondo intelligibile», «forme intelligibili» e «specie intelligibili». Attraverso la tradizione aristotelica, la scolastica e il pensiero medievale, l'aggettivo divenne un termine tecnico fondamentale della riflessione filosofica. Questa ampia diffusione culturale ne consolidò l'uso e ne favorì la sopravvivenza fino ai nostri giorni.

"Intelleggibile", dal canto suo, non è una forma scorretta né un'invenzione moderna. È una variante storicamente legittima, registrata dai principali vocabolari dell'italiano. La sua minore frequenza nell'uso contemporaneo porta talvolta a considerarla erroneamente sbagliata, quando in realtà si tratta semplicemente di una forma meno comune.

Sotto il profilo stilistico, chi scrive per un pubblico ampio farà bene a preferire "intelligibile". È la forma che il lettore riconosce immediatamente e che non rischia di interrompere la fluidità della lettura. "Intelleggibile" resta, comunque, una risorsa disponibile per chi desideri adottare una variante più rara o più vicina alla tradizione etimologica.

La storia di queste due parole ci ricorda, ancora una volta, che la lingua non procede sempre in linea retta. Talvolta conserva sentieri paralleli, testimonianze di epoche diverse e di differenti tradizioni culturali. Alcuni sentieri diventano autostrade, altri rimangono viottoli poco frequentati, ma tutti continuano a raccontare qualcosa della storia delle parole.

Una curiosità finale merita di essere ricordata. Nella filosofia platonica e nella tradizione che da questa discende si distingue il mondo sensibile, percepibile attraverso i sensi, dal mondo intelligibile, accessibile soltanto all'intelletto. È probabilmente uno dei motivi che hanno contribuito alla straordinaria fortuna dell'aggettivo, rendendolo familiare ben oltre gli ambienti specialistici.

E qui sta, forse, la morale linguistica della nostra piccola indagine: non sempre la forma meno adoperata è quella sbagliata; spesso è soltanto quella che la storia ha lasciato in disparte. Le parole davvero intelligibili non sono quelle più difficili, ma quelle che sanno farsi capire senza rinunciare alla loro storia.

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