giovedì 30 settembre 2021

Green pass: quale corrispettivo italiano?

 Il dr Claudio Antonelli risponde alla domanda (posta nei commenti) di un cortese lettore

In fatto di scimmiottamento dell’inglese, molti italiani hanno raggiunto il triste punto di non ritorno. “Come fare a comporre frasi, espressioni, parole in italiano, basandoci su frasi, espressioni, parole che noi conosciamo solo in inglese?”  

Un inglese spesso maccheronico – è doveroso precisare  – che suscita l’ilarità tra gli anglofoni. Immaginiamo se ci trovassimo a dover fare a meno di “flop”. Non c’è che dire, la perdita di “flop” sarebbe un gran fiasco sul piano espressivo. 

“Quale può essere il corrispettivo italiano di ‘green pass’”? si domanda Vittorio Pepe, perplesso e dubbioso, in cerca di aiuti. Quindi aggiunge amaro: “Distruggere (metaforicamente parlando) e non ricostruire non porta frutti né chiarezza.” Proprio cosi’: la distruzione della lingua italiana “non porta frutti né chiarezza”. 

Una cosa è tuttavia chiara. Bisogna evitare di tradurre in italiano l’inglese di cui élite e popolo si servono, nello Stivale, con lustro e lustrando, perché questo inglese è spesso di fantasia. Per non parlare della pronuncia… Tradurlo in italiano condurrebbe a risultati ridicoli. Che si pensi a writer o a rider, vocaboli ormai italiani che se tradotti in vero italiano falserebbero il senso della frase… 

 Ma torniamo al nostro green pass. Se tradotto, questo green pass all’italiana ci darebbe « passaporto verde » o « lasciapassare verde ». Il che entusiasmerebbe quelli di Greenpeace, senza però ridurre minimamente l’effetto serra causato nelle penisola dalle tante flatulenze verbali.  

Invece di  tradurre  in italiano « green pass », si dovrebbe identificare con semplici parole italiane questo particolare « passaporto » o « lasciapassare », facendolo seguire da uno dei termini seguenti : “Covid”,  “vaccinale”, “sanitario”.  Al governo italiano – e non a quello americano, canadese o sudafricano – spetterebbe la facile scelta. 

 Claudio Antonelli

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La parola proposta da questo portale: proditorio. Aggettivo tratto dal verbo latino "prodere", tradire. Si adopera per indicare un'azione (o un comportamento) commessa a tradimento.


mercoledì 29 settembre 2021

Le festività si pluralizzano?

 Leggiamo nel/sul sito della Treccani (Enciclopedia dell'italiano):

Hanno il solo singolare i nomi:

(a) di mesi o festività: aprileNatale (ma si ha anche natali come in abbiamo passato insieme molti natali);

(b) di elementi chimici o metalli: idrogenorame (ma esiste, traslato, i ferriferri chirurgicidel mestierecottura ai ferri, ecc.; sono anche in uso locuzioni come gli ori di famiglialucidare gli argenti, ecc.) ( neutro);

(c) la maggior parte dei nomi astratti ( astratti, nomi): pazienzacoraggiofede (ma le fedi, quelle nuziali); esistono anche cattiverie, villanie, ecc. ( nomi);

(d) di sensazioni fisiche: famesete (ma è in uso sonniho fatto bei sonni);

(e) di elementi unici: ovestequatore.

Siamo perplessi, e molto, sull'invariabilità dei mesi, delle festività e di fame e sete. Se non cadiamo in errore, "fame" e "sete" prendono i rispettivi plurali, anche se di uso raro (le fami, le seti). Prendono il regolare plurale i mesi dell'anno (i giugni trascorsi al mare) e le festività (le Pasque, i Natali, i Ferragosti, i Capodanni,  le Epifanie). Sempre se non cadiamo in errore prende il plurale anche "equatore"

martedì 28 settembre 2021

Il femminile di questore? Questora, non c'è dubbio

 Da un quotidiano nazionale in rete:

Nunzia Alessandra Schilirò, la vice questore no pass: "Delusa dalla Polizia, mi trattano come una terrorista. Ma ora la politica mi vuole"

………

Vicequestora

 Correttamente: questora (o questrice). Quindi: la vicequestora ('vice' è un prefissoide e in quanto tale si scrive "attaccato" alla parola che segue).

Nota d'uso (Sapere.it, De Agostini):

Il femminile regolare di questore è questora, e così si può chiamare una donna che ricopra il ruolo di questore. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna questore, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze (...). 

Ed è il caso del titolo: la coppia 'la' (articolo femminile) - 'questore' (sostantivo maschile) crea un mostro linguistico che fa rivoltare nella tomba Dante Alighieri e  Alessandro Manzoni.

Garzanti:

f. -a; pl.m. -i, f. -e

1. funzionario di polizia preposto a una questura

2. parlamentare che collabora col presidente dell’assemblea nel mantenere l’ordine durante le sedute, e si occupa inoltre del buon funzionamento dei servizi relativi all’assemblea stessa

3. nella Roma antica, ciascuno dei magistrati che amministravano l’erario pubblico

Etimologia: ← dal lat. quaestōre(m), deriv. di quaerĕre ‘domandare, interrogare’; nel sign. polit., attrav. il fr. questeur.

Dizionario Olivetti:
que|stó|re
pronuncia: /kwesˈtore/
sostantivo maschile

1 
funzionario di polizia preposto ad una questura

2 
parlamentare incaricato di mantenere l'ordine durante le sedute

3 
in Roma antica, ciascuno dei magistrati che amministravano l'erario pubblico

 

MASCHILE

FEMMINILE

SINGOLARE

questore

questora

 

PLURALE

questori

questore

Vocabolario Gabrielli: [que-stó-re]

s.m. (pl. m. -ri; raro f. -ra, pl. -re)

 Devoto-Oli:

questore
questore
sostantivo maschile (femminile questóra; non comune questoréssa nel
senso di 'consorte del questore').

 L'Accademia della Crusca legittima (e incoraggia) questora.


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La lingua "biforcuta" della stampa

MODA

Le sneakers sono le nuove décolletées: le scelte per lei e per lui

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Adoperano termini barbari, ma li sbagliano. Correttamente: décolleté.


 Treccani: 

décolleté ‹dekolté› s. m., fr. [propr., part. pass. del verbo décolleter «scoprire il collo, rovesciare il colletto», der. di collet «colletto»]. – Scollo, scollatura, spec. di vesti femminili: un dgeneroso, molto pronunciato; anche l’abito scollato: una signora in décolleté; per metonimia, scherz., il seno, il petto, in quanto sia presentato alla vista da un’ampia scollatura: un bel décolleté. Con uso estens., scarpe décolleté, scarpe femminili chiuse con il collo del piede scoperto.

 Garzanti:

décolleté

agg. m. e f. invar.

 1. scollatura di abito; abito scollato: le signore erano in décolleté

2. la parte del petto e delle spalle lasciata scoperta dalla scollatura: ha un bel décolleté

♦ agg. m. e f. invar.

scollato: abito, scarpe décolleté

Etimologia: ← voce fr.; propr. part. pass. di décolleter ‘togliere il colletto’, deriv. di collet ‘colletto’.

 

 

lunedì 27 settembre 2021

Aggettivi (qualificativi) non "graduabili"

 Tutti gli aggettivi (qualificativi) si possono "graduare"? Vale a dire è sempre possibile formare il comparativo e il superlativo? Sul piano teorico, sí; sul piano "pratico-logico" non sempre. Se non cadiamo in errore vi sono due casi specifici in cui la "graduazione" non è possibile.

 Il primo caso riguarda gli aggettivi che al loro "interno"  contengono già l'idea di una cosa realizzata al massimo grado (o livello). Si pensi, per esempio, agli aggettivi "saturo", "completo", "perfetto", "assoluto", "totale". Va da sé che non si possono graduare quando sono adoperati in senso proprio e non in quello estensivo o con "valore enfatico", quest'ultimo proprio del linguaggio parlato (o informale).

 Per quanto attiene al secondo caso ─ un po' piú complesso, ma non tanto ─  in cui la "graduazione" non è possibile è necessario esaminare,  e quindi distinguere, gli aggettivi qualificativi veri e propri (bello, piccolo, intelligente ecc.) e gli aggettivi cosí detti di relazione* (si pensi a "olimpico", "notturno", "finanziario" ecc. ). Questi ultimi non esprimono una vera e propria "qualità" ma una relazione, appunto, con il sostantivo dal quale provengono. Indicano, insomma, una condizione o caratteristica non "graduabile" in alcun modo. Un esempio: "vigilanza giornaliera". Ci può essere una vigilanza "giornalierissima" o "piú giornaliera" di un'altra?

 Con gli aggettivi tipo "giornaliero", come "notturno" per esempio, per logica, insomma,  superlativo e comparativo non sono possibili. Anche qui, però, perché gli "aggettivi di relazione" non siano "graduabili" devono essere adoperati in senso proprio e non in quello figurato o estensivo.

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Qui.


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La lingua "biforcuta" della stampa

 La vice questore Schilirò durante la manifestazione no vax di ieri sera a Roma

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Correttamente: questora (o questrice). Quindi: la vicequestora ('vice' è un prefissoide e in quanto tale si scrive "attaccato" alla parola che segue).

Nota d'uso (Sapere.it, De Agostini)

Il femminile regolare di questore è questora, e così si può chiamare una donna che ricopra il ruolo di questore. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna questore, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze (...).

sabato 25 settembre 2021

Un asterisco sul genere

 Portiamo all'attenzione dei nostri cortesi lettori un magistrale articolo di Paolo D'Achille, in risposta ai molti quesiti sul "genere" (grammaticale e no) pervenuti al sito dell'Accademia della Crusca.

venerdì 24 settembre 2021

Un ritornello ossessionante: “Occorre il green pass!”

 Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

“Occorre il green pass!” si sentono dire continuamente e ossessivamente i turisti stranieri in Italia. Documento ch’essi non hanno e di cui non hanno mai sentito parlare prima. Posseggono, invece, l’attestazione delle vaccinazioni regolamentari, ottenute nel loro Paese di origine. Il che ha permesso loro di giungere in Italia, dove in aeroporto hanno esibito le attestazioni straniere concernenti le due vaccinazioni o comunque le certificazioni necessarie in Italia per ottenere il famoso “green pass”. Senza però ottenerlo… 

 Di fronte a questi messaggi che tv, radio, altoparlanti, personaggi in uniforme, vocalizzano e strombazzano con ritmo jazz attraverso la penisola, molti turisti penseranno di doversi sottoporre nel belpaese ad un’ulteriore vaccinazione o comunque a uno speciale trattamento sanitario per poter ottenere l’ambito, misterioso “green pass”, e poter quindi spostarsi liberamente attraverso il Paese, andare al ristorante, entrare nei musei…  

Solo in Italia, per designare il passaporto sanitario si è fatto ricorso ad un’espressione tratta da una lingua straniera: “green pass”; speciale passaporto sanitario chiamato anche, da alcuni nostalgici, “certificazione verde”, “certificato verde”, “carta verde”. Senza però migliorare la comprensibilità della misteriosa formulazione da stele di Rosetta…  

I termini “green” e “pass” generano ambiguità. È difficile infatti per gli stranieri capire cosa si intenda in Italia con “green pass” o con “certificazione verde”, richiesti dalle Alpi alla Sicilia anche per poter entrare nel bagno di un esercizio pubblico. Trattasi di un pass di colore verde? Non mi pare. Ma cosa certifica questo “green” semaforico associato a “lasciapassare”, termini esprimenti pletoricamente l’idea del “via libera”? Basandosi su questa strana designazione, è impossibile dirlo. Le parole chiarificatrici “covid”, “vaccinazione” et similia sono infatti assenti in questo passaporto all’italiana ben speciale, pienamente degno di un governo e di un popolo per i quali le magiche parole americane hanno un potere taumaturgico di sapore hollywoodiano. 

Il green pass all’italiana rischia di essere inteso, all’estero, come un attestato di virtuosità ecologica, in un Paese in preda ad una ricorrente emergenza rifiuti.

 Non si dimentichi poi che “green pass” fa anche tanto “green card”. Speriamo che nessun turista italiano, sbarcando negli USA, confonda “green pass” con “green card”…  

“Per Greenpeace il Piano di Draghi è una mezza svolta verde”, leggo sui giornali. Sono sicuro che molti penseranno che questa “svolta verde” abbia a che vedere con il green pass.  Invece no. Il green pass non c’entra un tubo con questa “svolta verde” celebrata da “Greenpeace”.  

Il green pass all’italiana altro non è che un “pass sanitaire” alla francese, o un “vaccination passport”, o “covid 19 passport” all’inglese. Ma allora perché non dirlo? In inglese beninteso, in attesa di poterlo un giorno dire in cinese, lingua che nel futuro senz’altro condizionerà i nostri italiani versipelle. 

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La lingua "biforcuta" della stampa

MONDO

Usa, l’inviato speciale ad Haiti si è dimesso in polemica con le espulsioni di migranti: “Disumane”

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Si è in polemica con qualcuno per qualcosa. Correttamente, quindi: in polemica per le espulsioni. Attendiamo smentite.

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BRESCIA

Caso Laura Ziliani, arrestate due figlie e il fidanzato di una di loro. "Hanno ucciso l'ex vigilessa per appropriarsi del patrimonio"

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Ancora dobbiamo leggere "vigilessa"!?  Quando entrerà nella testa dei "massinforma" che la sola grafia corretta è "vigile", anche riferito a una donna (cambia solo l'articolo: la vigile)?



giovedì 23 settembre 2021

Disertare...


Green pass, metà dei deputati leghisti diserta voto finale

Questo titolo (che riteniamo errato) ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio intervento sull'uso corretto del verbo "disertare".

 "I deputati del gruppo Y hanno disertato, per protesta, l’aula di Montecitorio”. Capita spesso di leggere sui giornali titoli del genere e ci meravigliamo del fatto che nessun giudice abbia mai ipotizzato, nei confronti dei “disertori”, il reato di  “distruzione della cosa pubblica”. Sí, perché in lingua italiana coloro che “disertano” l’aula del Parlamento sono dei veri e propri vandali e in quanto tali vanno condannati perché “distruggono”, “devastano” l’aula parlamentare. Questo e ‘solo’ questo è il significato del verbo  “disertare” adoperato transitivamente. Se per ipotesi, nel nostro Paese, coloro che non  “disertano” Montecitorio varassero una legge che interdicesse le persone con scarsa padronanza della lingua dallo scrivere – non vorremmo essere tacciati di presunzione – moltissime  “penne” della carta stampata e moltissimi  “fini  dicitori” delle radiotelevisioni dovrebbero cambiare mestiere. Ma da noi, ormai si sa, la buona conoscenza della lingua è un “optional” (si perdoni il barbarismo): l’importante è che la nostra  “firma” e il nostro volto siano sempre in prima pagina; poi se scriviamo e diciamo delle castronerie – come l’uso errato del verbo disertare – che inducono in errore le persone sprovvedute è un fatto marginale. Bel ragionamento! Coloro, e non sono pochi, che hanno quest’idea sono degni di un premio Oscar: l’Oscar della  “truffa linguistica”. Esimio presidente dell’accademia della Crusca faccia qualcosa al fine di porre... fine a queste  “sconcerie linguistiche”! Ma veniamo all’uso corretto del verbo, oggetto di queste noterelle.

Il verbo  “disertare”, dunque, ha due forme, una transitiva e una intransitiva e l’uso dell’una o dell’altra forma fa cambiare di significato il verbo stesso. La forma transitiva, come abbiamo testé visto, significa “devastare”, “distruggere”, “guastare” e simili ed etimologicamente è il latino “desertare”, intensivo di “deserere” (‘abbandonare’). Originariamente, infatti, il verbo stava per  “devastare”, vale a dire  “ridurre in deserto” e, quindi... “abbandonare”, "allontanare" (ci si allontana "da", giusto?). Di qui l’uso intransitivo di  “disertare” nel senso di  “fuggire da un luogo”. I deputati, quindi, che non prendono parte alle sedute  “disertano dall’aula”, non  “disertano l’aula”, in quanto “fuggono dall’aula”, non la... devastano. Insomma, amici amanti del buon uso della lingua, come fa acutamente notare il linguista Leo Pestelli “facciamo una pasta dei verbi ‘disertare’ (neutro) e ‘disertare’ (attivo), che sono due cose ben distinte. Il primo vale: fuggire dall’esercito; il secondo: danneggiare e devastare. Il soldato diserta ‘dal’ reggimento abbandonandolo al suo destino; diserta ‘il’ reggimento portandogli via la cassa. (...) Dicendo dunque noi per estensione: il pubblico ‘diserta’ il teatro; gli alunni ‘disertano’ la scuola, diciamo altro da quello che intendiamo dire, cioè che il pubblico con mazze e ombrelli, gli alunni con gessi e temperini, danneggiano il teatro e la scuola. Proprio cosí (...)”.

Naturalmente ci sarà il solito Bastian contrario, a cominciare da qualche vocabolario permissivo, che cercherà di confutare la nostra tesi. Se ciò avverrà, la cosa ci lascerà nella piú squallida indifferenza, forti dell’appoggio di un linguista con la “L” maiuscola. Mentre a coloro che sostengono la tesi secondo cui è l’uso che fa la lingua ricordiamo le parole del grande poeta toscano Giuseppe Giusti: “L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare”. E c’è da dire, in proposito, che molte cosí dette grandi firme maneggiano uno strumento che non sanno... maneggiare. E ciò a scapito, per dirla con Vittorio Alfieri, del nostro  “idioma gentil sonante e puro”. Chi vuole intendere... intenda.

PS. C’è anche da aggiungere, in proposito, che i vocabolari non aiutano a discernere: attestano disertare, nel senso di abbandonare, sia transitivo sia intransitivo.

 Non si confonda, inoltre,  disertare con dissertare. Quest’ultimo verbo ha tutt’altro significato.

 

 


 

martedì 21 settembre 2021

Dalla lingua di Cicerone a quella di Dante

 Riteniamo interessante vedere come alcune parole durante il "tragitto" dal latino al volgare (italiano) abbiano perso la loro alterazione, vale a dire termini che nella lingua originaria erano diminutivi. Vediamo, cosí come ci vengono alla mente, senza un ordine logico.

Agnello: da agnellum(m), diminutivo di agnu(m);  il diminutivo volgare (italiano) è agnellino;

Anello: da anellu(m), diminutivo di anulu(m); nella lingua di Dante anellino;

Vitello: da vitellu(m), diminutivo di vitulu(m); in volgare vitellino;

Coltello: cultellu(m), diminutivo di cultru(m); in italiano coltellino;

Fratello: da fratellu(m), diminutivo di fratre(m); nella lingua del Manzoni fratellino.

Come si può ben vedere questi cinque sostantivi durante il tragitto dal latino all'italiano hanno perso la carica diminutiva.




domenica 19 settembre 2021

I passamontagne? Per carità, è un sostantivo invariabile

 Non si segua ciò che si legge in numerose pubblicazioni che pluralizzano il sostantivo "passamontagna". Il  lemma in oggetto nel plurale resta invariato perché è composto di una voce verbale e di un sostantivo femminile singolare. La "legge grammaticale" stabilisce, infatti, che i nomi cosí composti restano invariati nel plurale, varia solo l'articolo: il posacenere/i posacenere; il tagliaerba/i tagliaerba; il cavalcavia/i cavalcavia; l'aspirapolvere/gli aspirapolvere.

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La parola proposta da questo portale: anapesto. Aggettivo che sta per "ribattuto", "ripercosso". Per l'origine si veda qui.


mercoledì 15 settembre 2021

L' "areazione delle aule"

 Riceviamo e pubblichiamo

 Ieri, in nove Regioni, si sono riaperte le scuole. Tra le misure di sicurezza anti-contagio definite in precedenza, troviamo:

Circolare n. 79/2021

AREAZIONE DELLE AULE E DEI LOCALI

REVISIONE PROTOCOLLO INTERNO PER LA SICUREZZA ANNO SCOLASTICO 2020/2021.

Del resto, su Orizzontescuola.it, già qualche tempo (3 aprile 2021) fa si poteva leggere:

Ritorno a scuola, Ghizzoni (PD): “Piano di ventilazione e areazione delle aule e investimenti per connessioni internet adeguate”

 Su Quotidiano Nazionale del 23 Agosto scorso:

Autobus, test, areazione delle aule. Tutte le (false) promesse sulla scuola

 In tutte le cronache radiotelevisive di questi giorni impera "l'areazione". Forse vogliono fare riferimento alla "reazione" del virus di fronte a cotanta sapienza? O ci si allinea ai tanti "areoporti" e "areoplani" (questi sì a reazione)?

 Pier Paolo Falcone

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Purtroppo l'orrore si trova anche in questo "dizionario" (si digiti 'areazione') e in numerose pubblicazioni.

 


lunedì 13 settembre 2021

Ancora su alcuni demotici (nomi abitanti) ambigui

 Gli abitanti di Castelgandolfo (RM), quelli di Castelmadama (RM) e quelli di Castel Volturno (CE) sono denominati castellani. Come facciamo, dunque, a distinguere i demotici senza un contesto? Insomma, quando sentiamo dire, per esempio, "Giovanni vive a Roma ma tutte le domeniche va a trovare i suoi amici castellani", come facciamo a sapere se va a trovare gli amici di Castelgandolfo, di Castelmadama o di Castel Volturno?

 La nostra proposta: (ri)denominare castelgandolfino l'abitante di Catelgandolfo, castelmadamense quello di Castelmadama e volturnense l'abitante di Castel Volturno. O, piú semplicemente, gandolfino e madamense. È una proposta "linguisticamente oscena"?

 La cittadina lacustre deve la specificazione "gandolfo" al nome della famiglia Gandolfi  che nel XII secolo vi si era stabilita. Castelmadama in origine si chiamava "Castrum S. Angeli", ha cambiato la denominazione in quella attuale dopo che nel Cinquecento vi dimorò la figlia di Carlo V, Margherita d'Austria, detta la madama, la signora. Quanto a Castel Volturno il toponimo è chiaro: dal nome del fiume che scorre alla sinistra della cittadina.

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La lingua "biforcuta" della stampa

LA SFIDA

Lana, colori e socialità: ecco la maxi sciarpa di mezzo chilometro

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Correttamente: maxisciarpa (unica parola). Dizionario Gabrielli:

 maxi- primo elemento di parole composte che serve a indicare dimensioni assai grandi, spec. in riferimento a un capo di abbigliamento: maxicappotto.

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VATICANO

Donne tra le Guardie Svizzere che proteggono il Papa: le nuove caserme lo prevedono

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Le caserme "prevedono"? Sí, è proprio vero, non si finisce mai d'imparare. Ora apprendiamo dai massinforma (mezzi di comunicazione di massa) che anche le caserme possono "prevedere".


sabato 11 settembre 2021

I falsopiani o i falsipiani?

 Tutti i vocabolari che abbiamo consultato lemmatizzano "falsipiani" plurale di falsopiano. Unica voce fuori del coro il Gabrielli: falsopiani.  Vediamo i dizionari che abbiamo consultato. Devoto-Oli: falsipiani; Gabrielli: falsopiani; Garzanti: falsipiani; Zingarelli: falsipiani; Olivetti: falsipiani; Treccani: falsipiani; Sabatini Coletti: falsopiani o falsipiani; Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia: falsipiani. Chi scrive ─ pur sapendo di attirarsi gli strali dei linguisti "ufficiali" ─  sostiene che il solo plurale corretto è quello attestato nel vocabolario del Gabrielli. Perché? Perché il dizionario in oggetto segue la "legge grammaticale" secondo la quale i nomi composti di un aggettivo (falso) e di un sostantivo (piano) formano il plurale mutando la desinenza del secondo elemento: bassopiano/bassopiani;  altorilievo/altorilievi; piattaforma/piattaforme; mezzogiorno/mezzogiorni; vanagloria/vanaglorie; biancospino/biancospini. Il plurale corretto di falsopiano è, dunque, falsopiani.

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La lingua "biforcuta" della stampa

IL RECORD

La cotoletta più grande del mondo è lunga 119 metri. Ed ha un segreto

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Ci può essere una cotoletta "piú grande del mondo"? Correttamente: piú grande al mondo.


venerdì 10 settembre 2021

Nomi massa

 Come abbiamo scritto altre volte non si prenda "per buono" tutto ciò che si legge nei siti che trattano della lingua italiana. Ci siamo imbattuti casualmente nel portale "www.learnamo.com" e siamo rimasti di sasso ─ come usa dire ─ leggendo quanto segue:

Hanno solo il singolare:

  • Nomi non numerabili: il sonno, la fame, il formaggio…
  • Molti nomi che esprimono qualità, sentimenti, entità astratte: il coraggio, la generosità…
  • Nomi appartenenti a linguaggi settoriali: la fisica, l’azoto, la matematica…

Il  sonno, la fame e il formaggio non appartengono ai cosí detti nomi massa (non numerabili, vale a dire che non si possono "contare"), hanno il regolare plurale (i sonni, le fami, anche se di uso raro, e i formaggi). Non si dice, infatti, "ti fai certi sonni!" ? Oppure alcuni formaggi non mi piacciono?

Sono nomi massa, invece, l'acqua, il burro, il sale, il riso ecc.

giovedì 9 settembre 2021

"Spúlicani", "rosburghesi" e "valfortorani"

 Roseto Capo Spúlico, Roseto degli Abruzzi e Roseto Valfortore sono tre località che si trovano in Calabria, in Abruzzo e in Puglia i cui abitanti si chiamano tutti rosetani. Come facciamo a sapere, quindi, di quale rosetano parliamo quando non abbiamo elementi che disambiguino? Chi scrive propone di eliminare rosetani per tutti i toponimi e (ri)denominare gli abitanti secondo l' "origine toponomastica" della località. Per quanto attiene a Roseto Capo Spúlico (CS) li chiameremmo "spúlicani", dal nome del promontorio che si trova nei pressi e che è stato aggiunto a quello di Roseto. "Rosburghesi" i cittadini di Roseto degli Abruzzi (TE). La ridente cittadina adriatica prima era denominata Rosburgo ("borgo delle rose"). Infine chiameremmo "valfortorani" i cittadini di Roseto Valfortore (FG). Fortore è un fiume che scorre nei pressi  e "bagna" le province di Benevento, Campobasso e Foggia. Chi sa che chi di dovere ─ come usa dire ─ non prenda in considerazione la proposta?

mercoledì 8 settembre 2021

La congiunzione e l'avverbio

 Si faccia attenzione a non confondere la congiunzione con l'avverbio (o modificante) perché a volte ─ a seconda del contesto ─ il modificante non è avverbio ma congiunzione. La congiunzione, una delle nove parti del discorso, serve, come dice la stessa parola, a unire (congiungere) le proposizioni o le parti simili di una medesima proposizione: il cielo è azzurro e infinito; io sostengo che ciò che stai dicendo non è la verità. Nel primo esempio la congiunzione "e" unisce, congiunge due predicati nominali; nel secondo, la congiunzione "che" unisce due proposizioni. Vediamo ora alcuni casi in cui l'avverbio ─ se non si presta attenzione all'analisi logica ─ si può confondere con la congiunzione: quando ti telefonerò dovrai correre subito da me. In questa frase quando non è un avverbio di tempo ma una congiunzione in quanto unisce, congiunge la proposizione secondaria (subordinata temporale) alla principale, dovrai correre subito da me. Quando sarà, invece, avverbio in frasi tipo "speriamo di risentirci ancora: ma quando?". L'analisi logica (e il contesto) ci fa capire che in questo caso quando è, per l'appunto, un avverbio di tempo e non una congiunzione perché non "congiunge" alcunché.

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La parola proposta da questo portale: bastardella. Sostantivo femminile con il quale si designa un recipiente di rame o di altro materiale dal fondo sferico. Da bastardo (?).

martedì 7 settembre 2021

Eroi evacuati

 Riceviamo e pubblichiamo

EROE - Tutti i dizionari consultati evidenziano tre significati, oltre a quelli in cui il termine suona ironico o beffardo:

·         Il semidio della mitologia,

·         Il protagonista di un’opera letteraria, teatrale o cinematografica,

·         La persona che lotta con eccezionale coraggio e generosità, affrontando gravi pericoli,                 fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti.

Ancora l’altro ieri (non avevano ancora pareggiato con la Svizzera) ho sentito parlare dei “ventiquattro eroi della Nazionale di calcio”; gente la cui ragione, o ideale, è fare soldi. Del resto sono stati definiti eroi i medagliati di Tokio 2020 (o 2021 che dir si voglia) e, forse più appropriatamente, quelli delle Paraolimpiadi. Finanche chi primeggia nella corsa campestre locale. In nessuno di questi casi riesco a vedere il “cosciente sacrificio di sé”, salvo l’aver sacrificato del tempo in allenamenti.

Se questi sono gli eroi dei nostri tempi, a maggior ragione lo sono i lavoratori che svolgono mansioni comportanti rischi di infortunio (es.: edilizia). Oppure tutti coloro che – in periodo di pandemia – salgono su un autobus, un tram o una metropolitana per andare a scuola, al lavoro o, perché no, a comprare il necessario per l’alimentazione della famiglia, correndo il rischio di ammalarsi più o meno gravemente. E che dire di chi si fa vaccinare impavidamente? Quindi, non avendo più molti santi, poeti e navigatori da vantare, siamo diventati tutti eroi!

EVACUARE ed EVACUAZIONE – Tutti i dizionari consultati sono d’accordo su due significati fondamentali, per altro imparentati strettamente:

·         Abbandonare un luogo (gli abitanti hanno evacuato la zona terremotata; evacuare la zona prima che si verifichi l’eruzione)

·         Liberare, svuotare (evacuare l’intestino); espellere (evacuare le feci).

Alcuni dizionari aggiungono anche un terzo significato (per estensione), ma solo per il verbo, con le persone come complemento oggetto: far sgomberare un luogo per motivi di emergenza (la popolazione è stata fatta evacuare dalla città; le forze dell’ordine hanno evacuato gli studenti dall’edificio scolastico; evacuare la popolazione dopo il terremoto).

La Crusca tratta solo il termine “evacuazione”, confrontandolo col desueto “evacuamento”. Gli attribuisce due significati: sgombero (di un luogo, di un edificio) e svuotamento (dell’intestino).

Ora, nei media, si trova di rado il significato proprio di sgomberare, con il complemento oggetto rappresentante un luogo: prevale di gran lunga il terzo significato, spesso omettendo il riferimento al luogo da lasciare libero. Mi viene – purtroppo, visto che si tratta sempre di tragedie – da ridere quando compare solo il sostantivo: “gli abitanti sono stati costretti all’evacuazione”. Purgante a chili?

Chiedo a chi è più competente di me: si tratta di naturale evoluzione del linguaggio, o di svuotamento del significato delle parole? Mi viene da dire: gli eroi sono stati evacuati del loro significato.

Pier Paolo Falcone


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Sotto il o sotto al?

La preposizione impropria "sotto" si unisce direttamente al sostantivo (tramite l'articolo) e con le preposizioni "a" o "di" se è seguita da un pronome: a causa del traffico è rimasto bloccato per ore sotto il cavalcavia; la famiglia Pincopanco abita sotto di noi. Secondo la Grammatica italiana del vocabolario Treccani si possono adoperare indifferentemente l'articolo o le preposizioni; nel Vocabolario, però, non v'è alcun esempio con le preposizioni. Qui e qui.

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La lingua "biforcuta" della stampa

LA COMMEMORAZIONE

Terrorismo, a Cuba ricordata la morte del genovese Fabio Di Celmo

Ucciso nel 1997 da una bomba esplosa in un hotel di L'Avana

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Correttamente: dell'Avana. L'articolo si declina quando la città non è a inizio frase o in una data.

 

domenica 5 settembre 2021

Un'altra "provocazione linguistica" [l'abitante di Gallicano (Roma) e quello di Gallicano (Lucca)]

 Due cittadine italiane hanno il medesimo nome: Gallicano. Una si trova in provincia di Lucca e una in provincia di Roma, quest'ultima con l'aggiunta "nel Lazio". L'abitante di ambe (sic!) le località si chiama "gallicanese". Come si fa, per tanto, senza un contesto,  a sapere di quale gallicanese si parla? La nostra "provocazione", indirizzata agli 'addetti  alla coniazione dei demotici', è di lasciare "gallicanese" per l'abitante della cittadina della Garfagnana e di (ri)denominare "pedense" quello della cittadina laziale. Perché "pedense"? Perché anticamente  la località in oggetto si chiamava con il nome latino di Pedum (Pedo)* in quanto la sua conformazione assomiglia alla pianta del piede. Perché Pedum è stato cambiato in Gallicano? Ce lo svela Wikipedia:

Secondo una leggenda di origine popolare storicamente infondata (il toponimo è citato già nell'alto medioevo, quando la famiglia Rospigliosi non esisteva ancora), il nome del comune (Gallicano) deriverebbe dal fatto che una notte, coperti dal silenzio e dall'oscurità, un gruppo di soldati, al servizio della famiglia Rospigliosi, tentò di attaccare la piccola cittadina, che in quel momento era assorta in un profondo sonno, ma fu a quel punto che un cane iniziò ad abbaiare contro gli invasori e ad esso fece eco un gallo che con il suo acuto canto risvegliò dal sonno la popolazione che dopo alcuni momenti di smarrimento prese in mano lance e spade respingendo l'invasore nemico. Da allora la cittadina, per rendere omaggio a coloro che avevano, senza volerlo, salvato la cittadina dall'occupazione, prese il nome, con cui la si conosce ancora oggi, di Gallicano (gallo e cane, ndr).

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* Qui


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La lingua "biforcuta" della stampa

LEGGE SULL'ABORTO

La portavoce della Casa Bianca Psaki zittisce il giornalista: "Non sei mai stato incinta"

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"Non sei mai stato incinta" grida vendetta agli occhi di Dante e di Manzoni per la concordanza spallata (sic!).

Correttamente: «Non sei mai stato "incinto"».

Incinto potrebbe andare anche senza virgolette.




sabato 4 settembre 2021

Il grammatico e il linguista

 Non ricordiamo se l'argomento è già stato trattato. Nel caso ci scusiamo.

 

I

 profani, coloro che non sono addetti ai lavori - come usa dire - ritengono che grammatico sia sinonimo di linguista e viceversa. In linea generale non hanno torto, anche se - come vedremo - c’è una piccola sfumatura nel significato dei due termini.

I vocabolari non aiutano a capire questa “sfumatura”; alle voci in oggetto recitano: grammatico, studioso di grammatica; linguista, studioso di lingua (o linguistica). Al lemma grammatica leggiamo: l’insieme delle norme che regolano la lingua. A questo punto è piú che legittimo ritenere che grammatico e linguista siano/sono termini “concatenati” tra loro e, quindi, sinonimi. Le cose, però, non sono cosí semplici. Per “carpire” la ‘notevole’ differenza tra il grammatico e il linguista occorre considerare la lingua, di volta in volta, da due punti di vista diversi. Ora da quello ‘normativo’ - “è bene scrivere cosí” - Paolo Bianchi e non Bianchi Paolo; ora da quello ‘storico-comparativo’, seguendo i vari mutamenti che nel corso dei secoli hanno subito alcuni gruppi di parole e cercando di spiegarne i motivi “storici”, appunto.

Il primo punto, il normativo, è quello che di regola si prefiggono i grammatici e i compilatori dei vocabolari: raccomandare certe forme e certi costrutti a preferenza di altri. “Ordinando” il buon uso i grammatici sono - con le dovute eccezioni - molto conservatori: le parole nuove sono, in genere, “snobbate” e biasimate esplicitamente. Particolarmente rigorosi, potremmo dire morbosamente attaccati alle norme, sono stati due secoli fa i cosí detti puristi. La loro “morbosità”, il loro attaccamento alle norme, procurò a quei valentuomini l’epiteto, ora scherzoso ora dispregiativo, di “linguaioli”.

Il secondo punto, il “comparativo”, è di pertinenza esclusiva della linguistica (o glottologia, i due termini hanno press’a poco lo stesso significato). La glottologia si rifà ai metodi maturati - due secoli or sono - nello studio scientifico delle lingue, vale a dire il metodo comparativo e la “concezione storica”. Il glottologo (o linguista), insomma, osserva un particolare fenomeno linguistico (e lo “compara” con altre lingue): che l’aggettivo pronominale o possessivo, per esempio, di terza persona “loro” è invariabile. Una volta stabilito questo “dato di fatto”, cerca di darsene una spiegazione prendendo a confronto le forme piú antiche, le voci dialettali, “comparandole” con le forme di altre lingue sorelle o affini.

Il “metodo storico” ci permette di vedere come alcune forme etimologicamente errate si siano saldamente radicate nell’uso e siano da considerare, quindi, perfettamente in regola con la “legge” della lingua. Il “metodo storico”, insomma, dà ragione ai portabandiera del detto “l’uso fa la lingua”. Un esempio? Quando nel latino parlato - durante il periodo di “transizione” dalla lingua classica a quella volgare - per formare il participio passato di “debere” (dovere) i parlanti hanno cominciato a dire “debutum” (donde l’italiano ‘dovuto’), invece della forma corretta “debitum”, hanno imposto l’uso scorretto che è diventato… corretto. Hanno fatto un po’ come i bambini che dicono, per esempio, “romputo” e non “rotto”. Mentre oggi, però, in casi come questi, i genitori e la scuola correggono l’errore, negli ultimi secoli dell’Impero, ma soprattutto nel Medio Evo, questa “reazione” non c’è stata, o per lo meno non abbastanza vigorosa, e il latino ha dato luogo alle lingue neolatine e alle forme “scorrette” convalidate dall’uso. Abituati, per tanto, a esaminare fenomeni di questo tipo, i glottologi (o linguisti) hanno finito con l’assumere un atteggiamento d’indifferenza nei confronti della lingua: a considerare, per l’appunto, semplici cambiamenti quelli che i grammatici (in special modo i puristi) considerano delle vere e proprie “corruzioni linguistiche”.

I grammatici, insomma, sono essenzialmente conservatori; i linguisti, invece, “stanno alla finestra”: indifferenti che l’uso antico prevalga sul nuovo o viceversa. Per concludere, è giusta questa distinzione di “ruoli”, questa separazione netta fra i due punti di vista? È difficile stabilirlo, perché come insegna il vecchio adagio latino “in medio stat virtus”. Il rigore assoluto dei grammatici va temperato dalla giusta considerazione che tutte le lingue con il mutare delle generazioni cambiano anch’esse. Viceversa non bisogna prendere “alla lettera” il punto di vista storico, vale a dire l’indifferente storicismo che la linguistica, e con questa i glottologi, potrebbe incoraggiare.

Anche per i linguisti e i grammatici dovrebbe esserci - per il bene della lingua - un incontro sulla via di Damasco.

 

venerdì 3 settembre 2021

Provvisto o provveduto?

 Cortese dr Raso,

seguo le sue "noterelle" da molto tempo. Non le ho mai scritto per un senso di "pudore linguistico", lo faccio ora - spinto dalle insistenze di un amico - per sapere se i due participi passati del verbo "provvedere" (provvisto e provveduto) si possono adoperare indifferentemente.
Grazie della sua attenzione.
Cordialmente
Ludovico S.
Udine
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Cortese amico, può trovare la risposta cliccando su questo collegamento.

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La parola proposta da questo portale, non a lemma nei vocabolari dell'uso: bastracone (o bastaccone). Sostantivo maschile con il quale si designa un uomo goffo (e forzuto) e trasandato nel comportamento e nell'abbigliamento. Si trova anche nel TLIO, alla voce cerca parola digitare il lemma in oggetto.

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La lingua "biforcuta" della stampa

IMPRUNETA

Bonafede, nozze blindate in Toscana, ma senza Grillo e Di Maio

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Correttamente: senza GrilloDi Maio. Treccani: Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raram. olo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bereè uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).