lunedì 19 ottobre 2026

L’involuzione della lingua italiana- Dal tramezzino al sandwich e dal fiasco al flop

Il tema della XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19–25 ottobre 2026) è “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l'italiano”


di Claudio Antonelli (Montréal)

Bisogna dire, purtroppo, che l’“ideare, progettare, creare con l'italiano” non sembra essere, in Italia, tra le preoccupazioni né dei governanti, né degli intellettuali, né del popolo. Per loro la lingua geniale è l’inglese, la lingua dei nostri liberatori. E bisogna dire che la lingua inglese mette spesso in difficoltà chi, essendo di lingua madre italiana, cerca di padroneggiarla. Ci si rende infatti conto che vi è una moltitudine di parole inglesi che sono intraducibili con un unico termine italiano. Un esempio: impeachment che andrebbe reso con: “Messa in stato di accusa di un pubblico ufficiale o di un membro del governo”. Vi è dumping: “La vendita all'estero di una merce a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno e anche una vera e propria esportazione sotto costo”. Vi è anche rating: “Valutazione del grado di affidabilità e solidità finanziaria di una società o di uno Stato sovrano effettuata usualmente da agenzie specializzate”.

Vi sono anche racket, mugging, whistleblower, ecc. La lista è lunga. Io credo che i traduttori conoscano bene il divario esistente tra le due lingue a causa di certi termini traducibili dall’inglese in italiano solo ricorrendo ad una locuzione. Vi è poi la duttilità delle parole inglesi, le quali in certi casi incorporano le preposizioni facendo tutt’uno con esse: trade in, smoke out, drive in, check in, check out, put off, take off, sink in, outsmart, outdo, outshine, ecc. Di fronte a questa realtà linguistica, ci si aspetterebbe che Crusca e affiliati, e gli stessi giornalisti e scrittori e uomini di cultura, tentassero di rinforzare la nostra lingua, anche recuperando termini italiani ormai abbandonati e soprattutto creando dei neologismi. E invece succede il contrario: si accolgono a braccia aperte termini inglesi che rimpiazzano vocaboli italiani fino a quel momento usatissimi e che finiscono invece in discarica. Un solo esempio basterà: assassino, uccisore, omicida, sicario, rimpiazzati da killer.

Ma non tutti condividono il mio pessimistico giudizio. Il Libro dell’Anno Treccani vede un chiaro segno di buona salute nei numerosi anglicismi entrati nell’uso comune negli ultimi anni. L’opinione della linguista Elena Bacchilega della Zanichelli è intrisa anch’essa di positività e di ottimismo: “Una lingua è viva quando incorpora nuove parole. E la lingua italiana è vivissima”. Il creatore di Frankenstein avrà forse a suo tempo vantato in termini simili la sua strana creatura, che pero’ non ebbe una vita lunga.

Grazie a questa incorporazione di nuove parole, negli articoli dei giornali troviamo i pressing (pressioni) della Meloni su Putin e quelli della Schlein sulla Meloni, la quale è indaffarata nella spending review (revisione della spesa); e ci confrontiamo con i tanti play-offs (partite a eliminazione, spareggi) nel basketball (pallacanestro) e nel volleyball (pallavolo). Nei nostri giornali troviamo i panel dei think tank e il restyling delle strade italiane che tutte ormai portano a Washington dove il tycoon manipola i nostri dazi; i quali linguisticamente sopravvivono nonostante la crescita delle tariff del tycoon. Sono tanti gli step della nostra lingua diretta al rush finale lungo la strada in discesa dell’anglofonia, dove capita d’incontrare talvolta i flash mob. Intanto a Garlasco, location privilegiata dei talk show italiani, la triste storia di Chiara Poggi non fa che generare nuovi spin off.

La tendenza ad agire da sciuscià si direbbe che sia insopprimibile in Italia. Boss è un’altra di queste parole tuttofare inglesi che hanno cercato di falcidiare, riuscendovi in parte, la ricchissima nomenclatura in campo criminale, dove la lingua italiana non aveva lezioni da ricevere da nessuno. Con rispetto parlando.

Ma tornando al tema della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo che invita ad essere creativi in italiano, un’avvertenza da parte mia: questo lodevole invito alla creatività rischia di essere interpretato da molti Italians come un incoraggiamento ad adottare nuovi anglicismi.

È un noto fenomeno: la nostra puzza di corpo noi non la sentiamo. Mi riferisco metaforicamente all’invasione di anglicismi, di cui, secondo me, gli stessi italiani, che hanno il fenomeno sotto il naso, non avvertono il forte tanfo. Ma noi, pur non essendo dei linguisti titolati, e pur vivendo in Canada – o forse proprio per questo: noi viviamo tra gente anglofona – questa puzza la sentiamo fortemente. La televisione italiana e i suoi innumerevoli programmi, tutti ricevibili anche all’estero, permettono anche a chi vive in Nord America di vedere e di ascoltare 24 ore al giorno gli italiani parlare, discutere, polemizzare. Non c’è che dire: il parlare per parlare trionfa sui palcoscenici televisivi. Ed è un parlare dove le parole inglesi sono sempre più frequenti.

È raro che qualcuno tra i linguisti professionisti denunci, in Italia, certi balordi anglicismi di uso quotidiano: killer, in tilt, flop, pressing, rider, gossip ecc. che ormai fanno parte dell’italiano corrente, o mostri il ridicolo di certi termini inglesi adottati e usati in senso sbagliato, tra cui writer, spot, smart work, trolley ed altri.  Sarebbe elementare che linguisti e accademici elencassero gli anglicismi di maggior uso, ne evidenziassero in certi casi l’uso distorto, e spendessero qualche parola, inoltre, sul vergognoso fenomeno di un governo che crede d’innalzarsi usando l’inglese: Jobs Act, Question Time, Election Day, Step-Child Adoption, Stalking, Welfare ecc. Ma non sembra che questo interessi gli specialisti, i quali preferiscono fare astrazione dal problema concreto, interessati soprattutto a far sfoggio della propria conoscenza dei meandri terminologici in materia linguistica. Tali dotte divagazioni hanno per risultato di relativizzare questo grave sbracamento linguistico all’italiana che non ha equivalenti altrove. E che non fa che aggravarsi, data la gioiosa partecipazione delle stesse élite culturali e politiche a questo autolesionistico processo di castrazione della lingua nazionale. Rivolgo un’esortazione agli addetti al lavoro linguistico, i quali si crogiolano in analisi dense di ‘diacronico’ e ‘sincronico’: che facciano uno sforzo e si sincronizzino con gli anglicismi plebei d’uso quotidiano, del tipo flop, in tilt, pressing, e con gli altri termini killer della lingua dell’ex Bel Paese, divenuto linguisticamente una ‘Banana Republic’”.

 Ma non fu sempre così. È interessante ricordare che il termine calciatore divenne popolare durante il fascismo (al posto di footballer), e che la parola autista (coniata da Bruno Migliorini)  sostituì chauffeur. Gabriele D’Annunzio introdusse con successo nel vocabolario italiano “vigile del fuoco”, accanto a pompiere che è un calco dal francese pompier. D’Annunzio fu meno fortunato con il suo arzente che avrebbe dovuto sostituire il cognac. Combinando arzillo con ardens (ardente) il neologismo arzente intendeva indicare lo stato di euforia indotto dall'ebbrezza e anche il calore che derivava dal bere l’alcolico. Fu sempre D'Annunzio, splendido esemplare di un’italianità ormai finita in vacca, che italianizzò il sandwich chiamandolo tramezzino. Sopravvive oggi il nostro panino, conosciuto mondialmente con il suo nome italiano originale. Ma a tramezzino e a panino – tra i due esiste una leggera differenza quanto alla forma e alla preparazione – molti connazionali preferiscono il sandwich, caro ai colonizzatori anglofoni e ancor più caro ai colonizzati della penisola.




(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 




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