L'accento non è un semplice ornamento grafico. Serve anzitutto a distinguere il sostantivo tè dal pronome te («ho visto te») e indica inoltre la corretta pronuncia della vocale finale. I principali dizionari italiani registrano infatti come forma normale e raccomandata proprio tè.
Anche il plurale è semplice: la parola resta invariata. Diremo dunque un tè, due tè, i tè più pregiati al mondo. Come accade per molti prestiti entrati stabilmente nell'uso, la forma non cambia passando dal singolare al plurale.
Più interessante è il discorso sulle varianti concorrenti. La grafia thè, oggi ancora visibile qua e là su vecchie insegne, confezioni o menù, appartiene a una tradizione ortografica ormai superata. Conservava l'acca presente in alcune lingue europee, ma da tempo i dizionari la considerano antiquata. Quanto a the, va evitata per una ragione ancora più semplice: in inglese non significa affatto «tè», bensì è l'articolo determinativo. Il termine inglese corrispondente a tè è tea.
L'origine del lessema ci porta molto lontano, fino alla Cina. Qui si nasconde una curiosità linguistica tra le più affascinanti della storia delle parole. Quasi tutte le lingue del mondo utilizzano per questa bevanda vocaboli riconducibili essenzialmente a due famiglie: quella di tè e quella di cha. La distribuzione geografica di queste forme segue le antiche vie del commercio.
La famiglia di tè si diffuse soprattutto lungo le rotte marittime. I mercanti europei entrarono infatti in contatto con una pronuncia utilizzata nelle regioni costiere della Cina meridionale, simile a te. Da qui derivano l'italiano tè, l'inglese tea, il tedesco Tee e l'olandese thee.
La famiglia di cha, invece, viaggiò per via terrestre attraverso le carovane dell'Asia centrale. Ne discendono il russo čaj, il portoghese chá e numerose parole analoghe diffuse dal Medio Oriente fino all'India. È uno dei pochi casi in cui la geografia linguistica permette ancora oggi di ricostruire le principali rotte commerciali del passato semplicemente osservando come una stessa bevanda viene chiamata nei diversi Paesi.
La storia del tè riserva anche qualche sorpresa. Quando la bevanda cominciò a diffondersi in Europa, nel Seicento, era considerata un prodotto raro e costoso, al pari delle spezie più pregiate. In alcuni Paesi veniva venduta persino in farmacia, poiché le si attribuivano proprietà quasi medicinali.
Sul piano linguistico, invece, il tè ha lasciato poche tracce nella fraseologia italiana, mentre abbondano quelle inglesi. Anche da noi, però, è divenuta familiare l'espressione ora del tè, traduzione dell'inglese afternoon tea. La tradizione nacque nell'Inghilterra ottocentesca come piccolo rinfresco pomeridiano destinato a colmare il lungo intervallo tra il pranzo e la cena; col tempo divenne uno dei simboli più riconoscibili dello stile britannico.
Non tutti sanno, forse, che l'usanza italiana di accompagnare il tè con biscotti secchi o pasticcini deriva proprio dall'influenza delle abitudini inglesi (e francesi) dell'Ottocento. La bevanda, arrivata da lontano, ha dunque importato con sé non soltanto una parola, ma anche consuetudini sociali e rituali quotidiani.
Quanto alle varietà, il lessico distingue comunemente tè verde, tè nero, tè bianco e tè oolong. Nonostante i colori e i sapori diversi, la parola resta sempre la medesima conservando immutata la sua grafia.
Insomma, e concludiamo queste noterelle, quando ci troviamo davanti a una tazza fumante, il dubbio si scioglie facilmente: in buon italiano si scrive tè. L'acca appartiene ormai alla storia dell'ortografia, mentre the può tranquillamente tornare al suo mestiere di articolo inglese. E forse è proprio questa la curiosità più divertente: una delle bevande più diffuse al mondo continua a essere anche una delle parole più spesso scritte nel modo sbagliato.
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Addio «snack bar»: perché non chiamarlo semplicemente
‘spuntineria’?
Quante volte ci siamo imbattuti nell'onnipresente snack bar? Il problema è che l'espressione inglese non aggiunge alcuna sfumatura particolare rispetto a ciò che già possiamo dire benissimo in italiano. Si tratta, in fondo, di un locale dove si mangiano rapidamente panini e tramezzini (con relative bevande). Per questo motivo si potrebbe coniare spuntineria, parola costruita in modo del tutto regolare da spuntino mediante il suffisso -eria, lo stesso che troviamo in gelateria, panineria, friggitoria, caffetteria e pasticceria. Anche senza averla mai sentita prima, chiunque ne comprende immediatamente il significato: una spuntineria è il luogo degli spuntini.
Il termine proposto, al contrario del barbarismo inglese, ha un pregio non trascurabile: è italiano, trasparente e perfettamente formato. Del resto, una lingua vive anche grazie alla capacità di sfruttare le proprie risorse interne anziché ricorrere automaticamente a parole straniere.
Se dunque un'insegna annuncia un nuovo snack bar, possiamo chiederci: perché non chiamarlo semplicemente spuntineria? Il cliente capirebbe ugualmente, e l'italiano ci guadagnerebbe qualcosa. Come spesso accade, la soluzione più semplice è già nella nostra lingua.
P.S.: Ci siamo accorti, ora, che siamo stati preceduti. La neoformazione proposta si trova in alcune pubblicazioni.
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Come si suol dire, repetita iuvant. A oggi, tuttavia, il problema segnalato non sembra essere stato risolto: le diverse sezioni di «Treccani risponde» continuano a rimandare alla medesima pagina. Ripubblichiamo quindi la nota, confidando che possa rivelarsi utile.
Il nuovo vestito del sito Treccani
Il portale del prestigioso Istituto della Enciclopedia Italiana ha cambiato “vestito”, ma presenta dei problemi tecnici che portiamo all’attenzione dei responsabili, sperando possano risolverli il prima possibile. Cliccando su “Treccani risponde” (già “Domande e risposte”) e poi su GRAMMATICA; LESSICO; VARIE, si viene indirizzati sempre alla medesima pagina, impedendo di accedere ai contenuti specifici delle singole categorie
Sperando che la
reiterazione (repetita iuvant) sortisca finalmente l'effetto sperato,
c'è da augurarsi che la redazione tecnica raccolga l'invito a
riaprire le porte (questa volta quelle giuste) di Grammatica, Lessico
e Varie.
(Alcune
immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se
víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse:
fauras@iol.it)
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