martedì 30 novembre 2021

Aggettivi adoperati impropriamente


 Quando scriviamo adoperiamo  molto spesso  ─  e probabilmente inconsciamente  ─  aggettivi non appropriati  che inficiano le nostre "opere letterarie"; sarebbe bene, quindi, prima di vergare le classiche quattro righe, "meditare" sugli aggettivi da usare in modo appropriato. 

Vediamo dunque, come facciamo spesso, "sbirciando" qua e là tra le varie pubblicazioni gli aggettivi adoperati malamente. In parentesi gli attributi "corretti". 

Amico mio, ora ti convincerò con un argomento schiacciante (inoppugnabile); Giovanni, ti manifesto la mia piú sentita (sincera) stima; il giovanotto, dopo tante delusioni, si sentiva veramente demoralizzato (scoraggiato); il capo del personale non era ben animato (disposto) verso il nuovo assunto; Luigi ha dimostrato di essere veramente un uomo eccentrico (bizzarro, strano); per ristrutturare l'appartamento i novelli sposi hanno sostenuto una spesa sensibile (notevole); il nuovo direttore generale non era veramente una persona abbordabile (trattabile). 

Gli  aggettivi in parentesi non sono piú appropriati alla bisogna?

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La parola proposta da questo portale: allotriofago. Con questo termine si indica una persona che ─ come si dice ─ campa sulle spalle degli altri.

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La lingua "biforcuta" della stampa

CASTIGLIONE DEL LAGO

Sul Trasimento l'albero di Natale più grande del mondo

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Oltre al "Trasimento", in luogo di Trasimeno, ci può essere un albero (di Natale) "piú grande" del mondo?

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STASERA IN TV

Ecco i film da non perdere di mercoledì 1° dicembre

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Correttamente: 1 (senza esponente). Il primo giorno del mese è un ordinale (e si legge tale, non occorre, quindi, l'esponente), gli altri giorni sono cardinali.



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lunedì 29 novembre 2021

Perché io "esco" e noi "usciamo"?


 Sarebbe interessante conoscere il motivo per il quale il verbo “uscire” muta la “u” in “e” nel corso della coniugazione in alcune persone, tempi e modi. Insomma: perché io “esco” e noi “usciamo”?

Grazie
(Lettera firmata)

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Cortese amico, la questione è un po’ complessa. Le forme in “e” (esco) sono un retaggio dell’antico verbo “escire” (ancora esistente, veda 
qui). Con il trascorrere del tempo, inoltre, per influsso di “uscio” e per una questione - diciamo - di suono, la “e” del tema si è mutata in “u” in posizione protonica mentre è rimasta in posizione tonica: noi “usciàmo” (posizione protonica); io “èsco” (posizione tonica). Protonico, in linguistica, è un aggettivo che indica una lettera (o un gruppo di lettere) che precede la sillaba o la vocale tonica, la vocale o la sillaba, cioè, sulla quale cade l’accento. Per farla breve: nel corso della coniugazione, insomma, la vocale tematica (la vocale che fa parte della radice del verbo) è “e” se su questa cade l’accento (io èsco); è, invece, “u” se questa non è accentata (voi uscíte).

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Cadere nella pania

Chissà quanti gentili blogghisti hanno sperimentato, senza rendersene conto, questo modo di dire sulla loro pelle. Come? Cedendo a lusinghe che, in realtà, nascondevano un tranello. La “pania” è - come recitano i vocabolari - una “sostanza collosa estratta dalle bacche del vischio che, spalmata su bastoncini di legno, serve a catturare piccoli uccelli”. In senso figurato, quindi, cade nella pania la persona che resta vittima di un inganno, di un raggiro, di un’insidia.

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Trasamare

Tra le parole della nostra lingua che andrebbero “riesumate” metteremmo il verbo “trasamare”, vale a dire amare immensamente, accesamente. Se non cadiamo in errore questo verbo è registrato solo dallo Zingarelli e dal De Mauro. È composto con le voci latine “trans” e “amare”. Si trova, comunque, in molti libri.

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Assassare

È un vero peccato che i vocabolari abbiano relegato nella soffitta della lingua il verbo assassare, cioè scagliar sassi contro qualcuno, immortalato, fino a qualche secolo, fa in molti libri. I lessicografi ci ripensino. Assassare non è più pratico di tirar sassi, scagliare sassi e simili?

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I purosangui (sic!)

Contrariamente a quanto riportano le comuni grammatiche e i comuni vocabolari, l’aggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile. Essendo un nome composto si può pluralizzare secondo la regola della formazione del plurale dei  nomi composti. Tale norma stabilisce che i nomi composti di un  aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i... purosangui. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui”, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Neve sul viterbese e ai Castelli: oltre dieci centimetri di neve, chiuse le scuole in diversi comuni

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Correttamente: Viterbese, con la V 'maiuscolata' trattandosi di un'area geografica.













 Scaricabile, gratuitamente, dalla Rete.



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sabato 27 novembre 2021

Vivi sola? Allora sei pulcelloni

 


È
un vero peccato che i vocabolari abbiano relegato nella soffitta della lingua il termine pulcelloni, uno degli avverbi in -oni che la storia della lingua ha condannato come desueti. I sopravvissuti sono bocconi, carponi, tentoni, cavalcioni, ginocchioni, penzoloni e pochissimi altri adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione aa cavalcioni.
Gli avverbi, sarà utile ricordarlo, non hanno alcun bisogno di essere sorretti dalle preposizioni; nessuno dice, infatti, a lentamente. Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come a tentoni, a cavalcioni e via dicendo?

Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all'amaro tempo del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito.
È veramente un peccato che la lingua moderna abbia messo in soffitta alcuni avverbi in -oni considerandoli superati dal tempo e abbia privilegiato i termini stranieri che, a nostro avviso, inquinano in modo considerevole il nostro idioma.

Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli nuovi. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari. Che bisogno c'è, infatti, di dire che quella donna vive single quando avevamo un avverbio o, se preferite, un vocabolo tutto italiano che rendeva perfettamente l'idea della donna non sposata, pulcelloni, appunto? Ma tant'è.

Arrendiamoci pure al progresso linguistico ma condanniamo il barbarismo dilagante. È assurdo il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente la lingua di Albione e restino atterriti davanti a parole (italianissime) come sdraioni, gironi, brancoloni, sdondoloni, tutti avverbi — come il citato pulcelloni — che un tempo esprimevano magnificamente il concetto ritenuto sorpassato dai compilatori dei vocabolari, che privilegiano — lo ripetiamo — il linguaggio barbaro alla madre lingua. Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi — per la parte che loro compete — sono responsabili dell'impoverimento della nostra lingua.

E a proposito di pulcelloni — che etimologicamente viene da pulcella (fanciulla) — sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (Cronica domestica): «...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...».
Oggi vivere pulcelloni, che significa anche non avere alcun rapporto matrimoniale, sembra non avere più importanza, ma quando l'avverbio  nacque ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un'altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera)  termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari.
L'etimologia della parola è incerta: forse da bizzoco, membro d'una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone  che non erano sposate in quanto spiritualmente vivevano da eremita.












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mercoledì 24 novembre 2021

Un "piccolo paese"

 


Riceviamo e pubblichiamo

 Ieri sera, nel telegiornale delle 20,00, si è parlato diffusamente della strage compiuta da un Suv a Waukesha, “paesino di 70.000 abitanti”. La corrispondente dagli States ha rincarato la dose, definendolo “piccolo paesino”.

A pag. 2 del numero odierno de La Ragione (a firma Annalisa Grandi) leggo:

“A Melegnano, un paesino di appena 20 mila abitanti in provincia di Milano ...".

A parte il fatto che Melegnano fa parte della Città metropolitana di Milano (pare che la provincia non esista più), scopro su Wikipedia che nel 1959 è stata insignita del titolo di città e che conta oltre 18.000 abitanti.

Chiedo: quale è il significato di paesino? È corretto aggiungerci pure la qualifica di piccolo?

Grazie,

Pier Paolo Falcone

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No, non è affatto corretto  ─ a nostro modo di vedere ─  aggiungere la qualifica di "piccolo" perché "paesino" significa, per l'appunto, piccolo paese. In proposito si veda questo vecchio intervento.

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La parola proposta da questo portale: brefottonìa. Sostantivo femminile sinonimo di infanticidio: propriamente uccisione del feto. Voce aulica di provenienza classica (greca). 


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martedì 23 novembre 2021

Perché Polonia e non Polacchia?

 


Cortese Sig. Raso,

non ci avevo mai fatto caso, ma recentemente ho conosciuto una signora polacca e, tra una chiacchiera e l'altra, mi è sorta una domanda: nella loro lingua la nazione è POLSKA da noi trasformata in POLONIA, però l'aggettivo e il nome della popolazione diventano polacco con tutte le sue declinazioni.

Non sarebbe stato più naturale chiamare la nazione POLACCHIA (similmente alla Slovacchia) che è anche più assonante con la dizione originale Polska? 

Grazie in anticipo per la sua risposta.

Cordialmente

(Lettera firmata)

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 Gentile amico, sí, forse Polacchia sarebbe meglio. Il nome della nazione slava  è stato "trasformato" in italiano in Polonia, ma gli abitanti (in italiano) sono chiamati polacchi perché riflettono il nome originario/originale "polak" che significa "pianura, campo" e simili. Da "polak", quindi, (con l'aggiunta del suffisso "-acco" ─ di probabile origine celtica ─ indicante appartenenza) l'italiano polacco con il rispettivo femminile polacca.


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La parola proposta da questo portale:  botanoteca. Sostantivo femminile con il quale si designa  un "ripostiglio" nel quale si conservano  le diverse specie di erbe. È composto con le voci greche "botane" (erba) e  "thece" (ripostiglio).


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lunedì 22 novembre 2021

Dal mondo contadino una lezione di stile

 


La storia delle parole nasconde sempre delle sorprese, a volte impensabili. Chi avrebbe immaginato, infatti, che la giacca, vale a dire quell’indumento, maschile e femminile, che copre la parte superiore del corpo e divenuto simbolo di una forma di rispetto per l’ambiente in cui ci si trova – ancora oggi togliersi la giacca a tavola o per la strada, nonostante la permissività dei costumi, è considerato da taluni segno di scarsa educazione – ha origini tutt’altro che… raffinate.

Il nome, intanto, è il francese jaque derivato di Jacques, Giacomo, che con il trascorrere del tempo ha assunto il significato di contadino. Questi uomini di campagna, un tempo considerati rozzi, ci hanno dato, invece, una lezione di… civiltà. Ma per una migliore comprensione dell’evoluzione semantica della giacca, ci affidiamo a ciò che dicono in proposito Erminio Bellini e Andrea Di Stefano.

«Nelle sue Croniques il francese Jean Froissart narra la storia della prima jacqueries (sollevazione, rivolta dei contadini, NdR) scoppiata in Francia durante la guerra dei Cent’anni: una rivolta di contadini contro i proprietari di terre che li succhiavano fino all’osso e contro gli uomini d’arme che scorrazzavano per le campagne francesi dandosi al saccheggio. Questa fu la più clamorosa di una serie di rivolte sconsiderate e cruente degli eterni umiliati e offesi della terra, coloro che scherzosamente venivano chiamati in Francia Jacques Bonhomme, sempre piegati sotto il tallone dei potenti, pronti a esplodere nel momento più caotico e inconsulto, qualora trovassero un capo; rivolte tutte destinate a spegnersi nel sangue e negli orrori così come nel sangue erano prosperate.

Jacques (Giacomo) dunque era un nome comunissimo nelle campagne francesi, diffuso del resto ancora oggi in una terra che tiene alle proprie tradizioni e che non si è lasciata americanizzare come invece spesso è successo in Italia. Il nome Jacques fioriva fra i contadini, ma anche in genere tra i fanti, uomini della bassa forza, a servizio dei grandi signori feudali. Questi soldati (ma anche i contadini, NdR) solevano portare una sorta di maglia: il giaco il cui nome risale all’arabo shakk. In Francia però si attuò una fusione fra la parola originaria e il nome Jacques; la maglia di ferro portata dai fanti e indossata anche dalla gran parte dei partecipanti alla prima rivolta si disse jaque: da cui venne jaquette, la nostra giacca, la cui forma e il cui uso subirono successive trasformazioni nel tempo».

C’è da dire, per la cronaca, che in Italia il diminutivo giacchetta prevalse su giacca, che entrò in uso nell’Ottocento, tanto che – se non cadiamo in errore – il vocabolario del Tommaseo non registra la voce, al contrario del Boerio, nel 1829, che recita «giacheta, giacchetta. Voce ora fattasi comune all’Italia, dal francese jaquette».

 

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venerdì 19 novembre 2021

Un nome "falso"


 Ci sembra particolarmente interessante spendere due parole su un uso o, meglio, su un costume linguistico e letterario: lo pseudonimo. Il termine, in senso proprio, significherebbe "che porta un nome falso" derivando, il vocabolo, dal greco "pseudo" (falso) e "ònyma", variante dialettale di "ònoma" (nome). La falsità, tuttavia, è in senso benevolo: non si può includere sotto questa parola, per esempio, il nome falso che un incallito delinquente fornisce alla polizia per sviare le indagini. Gli pseudonimi sono affini ai soprannomi in quanto sia gli uni sia gli altri sono dei modi di chiamare le persone non rispettando il nome e il cognome autentici.

   C'è, tuttavia, fra i due modi una differenza fondamentale: il soprannome è imposto da altri, lo pseudonimo è scelto dalla persona interessata. L'uso dello pseudonimo era assai diffuso, nei secoli passati, all'atto dell'arrolamento, con il cosí detto nome di battaglia, soprattutto nella vicina Francia, tra il Seicento e il Settecento. Da noi, quando Garibaldi si arrolò nella marina sarda si impose il nome di battaglia, di vago "sapore classico", di Cleòmbroto. Dopo un periodo di silenzio i nomi di battaglia ricomparvero nella guerra italo-austriaca (gli irredenti correvano il rischio di essere condannati come disertori se scoperti, con il vero nome, a militare nelle forze armate italiane) e, piú recentemente, nelle file della Resistenza. 

   L'usanza dello pseudonimo è dilagata, però, in letteratura per opera di personaggi "di rilievo" che desideravano conservare l'anonimato come, per esempio, il re Giovanni di Sassonia che tradusse la 'Divina Commedia' con il falso nome di Filalete o la regina Elisabetta di Romania, che firmava i propri scritti letterari con lo pseudonimo di Carmen Sylva. Non si sottrassero all'usanza degli pseudonimi alcuni scrittori che ritenevano il nome vero non bello e "sonoro" come l'avrebbero desiderato. Altre volte, invece, il cambiamento di nome non è dovuto alla sua "sonorità" ma al ritegno degli interessati a "sbandierarlo": si tratta, molto spesso, di giovani che si cimentano in campo letterario per la pima volta e attendono, prima di "esibirsi" con il vero nome, il verdetto dei critici; talvolta di donne che preferiscono pubblicare i propri scritti con il nome di un uomo. Tipico, a questo riguardo, l'esempio di George Sand. 

   Restando in campo letterario meritano particolare attenzione i nomi accademici: nell'Accademia degli Umidi gli pseudonimi si riferivano tutti all'acqua o ai pesci; nell'Accademia della Crusca i nomi alludevano, invece, al pane o alla farina: l'Intriso, l'Insaccato, l'Infarinato. L'Arcadia "vive" nel mondo pastorale greco e adotta nomi conformi a quella finzione: Cario, Alfesibeo, Corilla Olimpica. Ma anche il teatro, per concludere queste modeste noterelle, non si sottrae all'usanza del mondo letterario e per gli stessi motivi sopra accennati.

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

Esplode palazzina nel casertano, i vigili scavano anche con le mani per salvare i dispersi

Due anziani sotto le macerie: estratta la donna, trasportata in ospedale

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Correttamente: Casertano ("C" maiuscola) perché indica un'area geografica (il territorio della provincia di Caserta).












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mercoledì 17 novembre 2021

Quando le scarpe "ridono"...


 Due parole, due, sulle scarpe. La scarpa, usiamo il singolare, non è voce schiettamente italiana, sembra sia arrivata a noi dal germanico 'skarpa' (tasca di pelle, sacca di pelle).

Le scarpe, infatti, a ben vedere, non sono una tasca in cui si infilano i piedi? Queste tasche hanno dato origine a molti modi di dire; citiamo i più comuni: non essere degno di lustrare le scarpe a qualcuno, vale a dire essere inferiore; rimetterci anche le scarpe, rovinarsi economicamente; mettere le scarpe al sole, morire di morte violenta (e improvvisa); essere una scarpa vecchia, essere, cioè, una persona considerata inutile; fare le scarpe (fingersi amico di qualcuno per "rubargli" il posto che occupa); avere le scarpe che ridono, ossia scucite.

Quest'ultimo modo di dire, forse poco conosciuto, si spiega con il fatto che quando si cammina con le scarpe scucite il movimento del piede solleva la tomaia (la parte superiore della scarpa) dalla suola e le scarpe, quindi, sembrano... ridere.


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martedì 16 novembre 2021

Tagliafuoco: variabile o invariabile?


 Tutti i vocabolari consultati attestano il sostantivo/aggettivo tagliafuoco, vale a dire — come si legge nel nuovo De Mauro in rete — quella «struttura edilizia costruita con caratteristiche particolari per isolare le singole parti di un edificio impedendo l'eventuale propagarsi di un incendio» o «sipario costruito in materiale ignifugo in modo da impedire, in caso di incendio, il propagarsi delle fiamme dal palcoscenico alla sala» invariabile: il tagliafuoco/i tagliafuoco

    A nostro modo di vedere non è invariabile: non ci sono "piú strutture edilizie" per tale scopo? Non ci sono "piú sipari"? Come si giustifica questa invariabilità?  Sempre a nostro modo di vedere il termine in oggetto è invariabile solo in funzione aggettivale: una porta tagliafuoco/due porte tagliafuoco (come il rompighiacco: il rompighiaccio/i rompighiacci; una nave rompighiaccio/due navi rompighiaccio). Il plurale "errato" ─ secondo i lessicografi ─ è "immortalato", comunque, in numerose pubblicazioni.

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Celibe e scapolo

Ambi (sic!) i termini indicano un uomo non sposato, l' "origine etimologica", però, è diversa.  Ci affidiamo a Ottorino Pianigiani, anche se ─  come scritto altre volte ─ non gode della fiducia (linguistica) di numerosi glottologi. Si veda qui e qui.

La recensione di Salvatore Claudio Sgroi, docente emerito di linguistica generale presso l'università di Catania.



 

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lunedì 15 novembre 2021

Sull'uso corretto del verbo "(ri)appropriare"


 Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'uso corretto del 
verbo "(ri)appropriare" perché...  Riappropriamoci la lingua, dunque.

I pochi amatori della lingua strabuzzeranno gli occhi e penseranno che apparteniamo alla schiera di persone che “predicano bene e razzolano male”: riappropriamoci la lingua? No, cortesi amici, abbiamo predicato bene (ci sia consentito un pizzico di immodestia); si deve dire, correttamente, appropriarsi “una” cosa, non “di” una cosa.

L’imbastardimento del nostro soave idioma è da attribuire – in buona parte – agli organi d’informazione che fanno a gara nello scrivere marronate contribuendo, in tal modo, a confondere le idee (linguistiche) a coloro che della lingua non conoscono l’uso corretto. Ma gli “addetti ai lavori” lo conoscono? Si leggono molto spesso sulla stampa articoli di cronaca dai quali si apprende che “i ladri si sono appropriati di cinquanta pezzi di argenteria”; oppure che “i banditi si sono appropriati dell’auto del rapinato”. Bene. Anzi male, malissimo. Il verbo “appropriarsi” è transitivo e tale deve rimanere; deve essere seguito, cioè, dal complemento oggetto. Appropriarsi significa, infatti, “rendere propria” una determinata cosa; si dirà, quindi, che i ladri si sono appropriati cinquanta pezzi, non “di” cinquanta pezzi di argenteria.

Molti credono – probabilmente – che appropriarsi sia un verbo riflessivo come pettinarsi; no, non lo è, o meglio, è usato in senso riflessivo in un solo caso, quando ha il significato di “convenire”, “adattare”: è un vestito che ben si appropria alla tua persona. Riprendiamoci, per tanto, ciò che ci è stato inopinatamente tolto da alcuni “pennaioli” della carta stampata e no: riappropriamoci la lingua! Cominciamo con lo scrivere “crac” (senza “k”) per indicare un fallimento, un crollo finanziario; “ciac” (e non “ciak” o “ciack”) per designare la tavoletta cinematografica; “cric” (non “crik”) per indicare il martinetto. Accentiamo tutti i numeri composti con il tre: ventitré; cinquantatré; ottantatré. Accentiamo il tre anche se la parola che precede non è un numerale: Raitré. Accentiamo i giorni della settimana: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Quando occorre “pluralizziamo” il sabato: Ci vediamo tutti i sabati. Non c’è nessuna norma grammaticale che vieta il plurale. Rispettiamo, o meglio, riappropriamoci la “transitività” di alcuni verbi come “abboccare”, per esempio. Si sente dire e si legge spesso: abboccare all’amo. No, amici cari, questa frase è errata. Poiché il predetto verbo è transitivo si dirà, in forma corretta abboccare  “l’ ” amo. Ci sono anche dei casi inversi, però. Alcuni verbi “nati” intransitivi vengono coniugati in forma transitiva da moltissimi “soloni” della lingua; il caso più eclatante – si lasci passare questo barbarismo – riguarda il verbo “presiedere”. Il suddetto verbo significa – alla lettera – “essere a capo di”; non può essere seguito, quindi, dal complemento oggetto: si presiede “a” un convegno; si presiede “a” una riunione. Insomma, si è a capo “del” convegno; si è a capo “della” riunione.

Riteniamo superfluo ricordare che molti scrittori o presunti tali non si sentono vincolati al rispetto delle norme grammaticali; molti di questi sedicenti scrittori sono ritenuti – non si sa bene da chi – i “padri della lingua”, “surclassando” il “Dante nazionale”. Voi, gentili amici, seguiteli, se volete; sappiate, però, che la legge grammaticale è incontrovertibile: presiedere è solo intransitivo, anche se – come il solito – alcuni vocabolari… Ma tant’è.


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domenica 14 novembre 2021

I "clervoiani"


 "Clervoiani! Chi sono costoro?" parafrasando Alessandro Manzoni. Dovrebbero essere, perché ufficialmente si chiamano chiaravallesi, gli abitanti di Chiaravalle, un comune in provincia di Ancona. Nel nostro Paese ci sono due località denominate Chiaravalle, una nelle Marche e una in Calabria, quest'ultima con la specificazione "Centrale" (Chiaravalle Centrale) i cui abitanti di ambi (sic!) i comuni si chiamano chiaravallesi. Come facciamo, dunque, a disambiguare? Noi lasceremmo il demotico chiaravallese all'abitante di Chiaravalle Centrale il cui toponimo è un composto di chiara etimologia, e chiameremmo "clervoiano" quello di Chiaravalle nelle Marche. Perché? Perché il toponimo è un calco sul francese Clairvaux (leggi: clervó). Il centro, infatti, è sorto intorno all'abbazia di Santa Maria in Castagnola fondata dai monaci cistercensi di Clairvaux.

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La lingua "biforcuta" della stampa

CINA

Neo-autoritarismo, "sogno cinese" e una app: chi è Wang Huning, l'ideologo di Xi Jinping

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Sí, sappiamo benissimo di averlo scritto tante altre volte, ma lo ripeteremo fino alla nausea: il prefissoide "neo-" si scrive unito alla parola che segue. Correttamente: neoautoritarismo.

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sabato 13 novembre 2021

La giudice Ivana o il giudice Ivana?

Ancora una volta ─ e ci dispiace sinceramente ─  dobbiamo dissentire dai linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, che attraverso le pagine del loro libriccino "Ciliegie o ciliege?", sostengono che il sostantivo 'giudice' riferito a una donna può prendere anche l'articolo maschile: il giudice Ivana Ivanucci e la giudice Carmela Carmelloni. No, i sostanti maschili indicanti una professione e riferiti a una donna prendono l'articolo femminile: la preside, la presidente, la giudice ecc. Buona parte dei vocabolari dell'uso, inoltre, attesta/attestano il lemma giudice sostantivo maschile e femminile. Riferito a una donna, pertanto, prende l'articolo femminile: la giudice/le giudici.



 






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Popolano e popolare

Se non cadiamo in errore tutti (?) i vocabolari attestano popolano e popolare l'uno sinonimo dell'altro. A nostro modo di vedere, invece, tra i due vocaboli c'è una sfumatura semantica.

Il primo, e ce lo dice il suffisso -ano, adoperato per indicare l'appartenenza a una nazione, a una città, a una categoria e simili (italiano, napoletano, parrocchiano, cappellano), significa che è proprio del popolo, che appartiene al popolo: una fanciulla popolana; un dialetto popolano.

Il secondo, popolare, formato con il suffisso -are (dal latino -aris), indica, invece, una relazione e sta per noto al popolo, che ne gode le simpatie: quel cantante è molto popolare tra i giovani.

Un'ultima annotazione. Popolano può essere tanto aggettivo quanto sostantivo; popolare solo aggettivo.












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venerdì 12 novembre 2021

Ti fidanzi? Allora ti... fidi


 
Sì, proprio così: chi si fidanza si fida. E per conoscere il perché occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi — come avviene spesso per le questioni di lingua — all'idioma dei nostri antenati: il latino.

Dobbiamo risalire, infatti, al participio passato del verbo latino 'spondere' (promettere solennemente),' sponsus'. Lo sponsus e la sponsa (il promesso e la promessa) erano, quindi, coloro che promettevano solennemente di unirsi in matrimonio tra loro. Nell'antica Roma la formula rituale che gli innamorati si scambiavano all'atto del fidanzamento era: 'spondesne? '(prometti?); alla quale si rispondeva: 'spondeo' (prometto).
Il cerimoniale della promessa di matrimonio prevedeva anche che ciascuno dei promessi infilasse nel dito dell'altro un anello, elemento di una catena spirituale, come segno tangibile di fede/fiducia reciproca; da questa cerimonia  proviene  anche il nome di fede che si dà all'anello nuziale. E siamo, così, giunti al... fidanzamento.
Fede nella lingua dei nostri antenati (latini) si diceva 'fides', da questo termine si coniò 'fidentia' (fidanza, fiducia) e di qui i vocaboli italiani fidanzarsi, fidanzati, fidanzamento. Il fidanzamento, per tanto, si può definire un atto di fiducia tra due giovani.

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Forse pochi sanno che la meretrice è cosí denominata perché "merita una ricompensa" (per le sue prestazioni). Gli scherzi dell'etimologia. L'origine è, infatti, il verbo latino "merere" (meritare, guadagnare). Da questo verbo sono "nati" anche la "merenda" (piccolo pasto che si deve meritare), il "merito" e l' "emerito".

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La lingua "biforcuta" della stampa

McDonald’s assume 40 persone nel torinese

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Correttamente: Torinese, con la "t" maiuscola, perché indica un'area geografica (il territorio della provincia di Torino).

 

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giovedì 11 novembre 2021

Il maresciallo e il mascalzone

 


S
e il maresciallo sapesse che anticamente la sua funzione non era affatto quella di comandante (di una stazione dei carabinieri, per esempio) bensì di sguattero addetto alla cura dei cavalli, farebbe fuoco e fiamme per costringere chi di dovere a mutare il nome (si fa per dire) del grado tanto sospirato. Bando agli scherzi. Vediamo come il vocabolo si è nobilitato nel corso dei secoli fino a raggiungere o, per meglio dire, acquisire l’accezione attuale: il più alto grado nella gerarchia dei sottufficiali; quindi il militare che è insignito di tale grado.

Il termine, innanzi tutto, pur provenendo dal tardo latino mariscalcus, si rifà a un’antichissima parola teutonica: marhskalk. «Marhskalk! Chi era costui?» per dirla alla Manzoni. Nient’altro che uno sguattero, un servo (shalk) addetto ai cavalli (marh), insomma l’inserviente della stalla.

Da questo antichissimo termine i linguisti medievali coniarono il vocabolo mariscalcus (da cui l’italiano antico mariscalco) che nel corso dei secoli dovette sottostare a molteplici alterazioni di forma: marescalco, maniscalco, maliscalco e perfino quella sincopata di mascalco.

A questo punto era necessario creare un termine che indicasse — accanto a quello di colui che aveva la cura dei cavalli — la funzione del marescalco; si ebbe, così, la mariscalcìa, marescalcìa, maliscalcìa, maniscalìa e la sincopata mascalcìa.

Quest’ultima parola è la sola arrivata fino a noi e rimasta nell’uso per indicare l’arte del maniscalco.  Entriamo ora nella storia per vedere come lo sguattero della stalla si è/sia evoluto e, quindi, nobilitato nel corso dei secoli.

Sappiamo tutti che nei tempi andati i nobili possedevano una grossissima scuderia la cui manutenzione richiedeva una non comune perizia e non poche responsabilità. Il titolo di marshalk, per tanto, salì di grado: prima fu attribuito al capo degli stallieri e infine, addirittura, al capo delle scuderie reali e imperiali, che era un altissimo ufficiale. La fortuna del servo addetto ai cavalli era, ormai, all’apogeo.

Il vocabolo, infatti, approdò alla corte dei nostri cugini  d'oltralpe trasformandosi in maréchal: lì si cominciò a insignire del titolo di maréchal il comandante della cavalleria e poi quello dell’intero esercito, di cui la cavalleria era la parte più nobile. Il nostro maresciallo, quindi, sotto il profilo etimologico è l’adattamento del francese maréchal.

Tradiremmo gli amatori della  lingua, però, se non mettessimo in evidenza un altro ramo della famiglia del maresciallo rimasto un umile ferratore di cavalli: il maniscalco. Quest’ultimo ha avuto dei discendenti poveri se non, addirittura, disgraziati.

Il vocabolo, infatti, si cominciò ad affibbiare a qualunque persona rozza e volgare («sei proprio un maniscalco!») poi, pian piano, ai briganti, ai malfattori e agli assassini di strada. Nacquero, così, gli accrescitivi sempre più dispregiativi: maliscalcione, maniscalcione e la solita forma  sincopata mascalcione per arrivare, finalmente, all’odierno mascalzone.

Sotto il profilo etimologico, dunque — sia ben chiaro — tra l’ultimo dei mascalzoni e il primo dei marescialli non c’è differenza alcuna.