domenica 14 aprile 2024

Esso: soggetto o complemento?


Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull’uso corretto del pronome
esso. Perché... 

Pregiatissimo Direttore del portale, 

    confidando nella sua squisita disponibilità, le chiedo di pubblicare questa mia lettera aperta indirizzata agli amanti del bel parlare e del bello scrivere. Mi accorgo, però, di non essermi presentato, chiedo scusa e corro subito ai ripari: sono il pronome Esso. 

E vengo al dunque. Le così dette grandi firme – ma non solo queste – dei massinforma (giornali e radiotelevisioni) mi adoperano in modo errato e ciò mi causa delle notti insonni in quanto vedo calpestata la mia personalità, anzi la mia dignità, perché mi fanno sentire, per dirla come Emilio Gadda, «un pidocchio del pensiero». 

Mi consenta, per tanto, di rivolgermi direttamente ai miei fruitori per pregarli di adoperarmi, da oggi in poi, solo in funzione di soggetto, come hanno stabilito i miei biografi, vale a dire i grammatici (anche se i vocabolari -- tutti? -- fanno spallucce). È errato, dunque, scrivere (o dire) 'in esso', 'ad esso', 'per esso' e via continuando (ciò vale anche, naturalmente, per il femminile Essa); dopo una preposizione, insomma, il mio impiego è errato perché non svolgo la funzione di soggetto ma di complemento e debbo essere sostituito – secondo i casi – con gli altri pronomi: lui, sé, questo ecc. 

Fino a qualche anno fa anche la scuola ‘toppava’. Ricorderete i libretti per le giustificazioni delle assenze: in calce al foglio portavano la scritta «firma del padre o di chi per esso». Bene, anzi male, malissimo: il pronome esso era adoperato in modo errato perché non svolgeva le funzioni di soggetto. La dizione grammaticalmente corretta, quindi, avrebbe dovuto essere «firma del padre o di chi per lui». 
Ma la scuola – dobbiamo riconoscerlo – molto spesso insegna delle inesattezze, come la famosa questione del sé che non si accenta se è seguito da stesso o medesimo. Balle linguistiche! E molti insegnanti le... insegnano.

Mi sto accorgendo, però, di divagare; mi permetta signor Direttore, di tornare a bomba*. 
Amici della carta stampata (e no), se tenete alla mia stima e amicizia, non mi fate più leggere frasi del tipo: «È stato esaminato il contenuto dell'articolo in esso riportato»; «È ad essi che rivolgiamo il nostro appello»; «per essi abbiamo sacrificato gli anni della nostra vita». 
In tutte queste frasi il pronome esso – non essendo soggetto – non può essere adoperato e si deve sostituire con questo/i e loro. 
Ci sarà, senza ombra di dubbio, il solito bastian contrario (anche tra i grammatici), ma se tenete, ripeto, alla mia amicizia e soprattutto se volete scrivere secondo i sacri crismi rispettate la mia personalità: sono solo pronome soggetto. 

Coloro che mi adoperano in funzione di complemento nascondono la loro crassa ignoranza dietro il luogo comune ‘si dice’, è l'uso che fa la lingua’. Personalmente conosco moltissimi operatori dell'informazione o, se preferite, giornalisti – anche di grido – che immancabilmente ricorrono, se presi in castagna, a frasi del genere. Voi, amici amatori della lingua, non seguite questi esempi deleteri: i giornalisti non sono linguisti. 
Vi ringrazio dell'attenzione e vi auguro un mondo di bene. 

Il vostro amico

Pronome Esso

-------

* Tornare a bomba


 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

Strage di Sidney, i fratelli eroi: «Mi ha lanciato il fagottino e ho tamponato il sangue. Così abbiamo salvato la figlia di Ash»

…………………

La città “capitale” dell’Australia si scrive con due y (Sydney); l’antroponimo, invece, ha una i normale e una y: Sidney Sonnino.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

  

 

 

sabato 13 aprile 2024

Asportare...

 


Due parole su un verbo adoperato impropriamente, a nostro avviso, anche se siamo sbugiardati dai vocabolari: asportare. È pari pari il latino “asportare” (composto con “abs”, ‘via da’ e ‘portare’) e significa “levare, portar via da un luogo”: si prega la gentile clientela di non asportare (portar via) i portacenere sui tavoli del ristorante. Il suddetto verbo ha insito – secondo chi scrive – il concetto di inganno, violenza, rottura, strappo e simili. Mancando tale concetto non ci sembra appropriato l’uso nell’esempio del ristorante. Non diremo, quindi, gli inservienti hanno asportato tutto ciò che era nella stanza per far posto alla nuova mobilia; correttamente, ‘hanno portato via’. Corretto, invece, l’uso di asportare in frasi tipo: i banditi hanno asportato la cassaforte della banca. Correttissimo anche in ambito chirurgico: in seguito all’incidente gli hanno asportato un occhio. Ci sembrano altresì improprie espressioni tipo "pizza da asportare", "vino da asportare" (peggio ancora "d'asportare", con la preposizione "da" apostrofata, un vero e proprio granciporro), "tutta merce da asportare" e simili.

*** 

La parola proposta da questo portale, ripresa dal Gabrielli: irremeabile (o inremeabile). Aggettivo. «Da cui non si può tornare o uscire; che non si può ripercorrere in senso contrario: la irremeabil porta (Poliziano) | fig. Inguaribile, inconsolabile, irrimediabile: la sua anima si smarriva in una tristezza e in orrore irremeabili (D'Annunzio)».


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)



giovedì 11 aprile 2024

La lesbica e il "maschiofilo" (2)

 


Riportiamo quanto scrivono gli esperti di “domande e risposte” del sito Treccani – a seguito della nostra contestazione – circa il termine lesbico riferito a un uomo. 

 

 

Giorni fa un lettore ha chiesto a “domande e risposte” del sito Treccani se esiste il corrispettivo maschile di lesbica (uomo che prova attrazione per persone del suo stesso sesso). Gli esperti hanno risposto che non c’è e bisogna ricorrere all’anglismo gay. Ma con sorpresa – se non cadiamo in errore – nel settore neologismi del medesimo sito leggiamo, alla voce gay, che il termine lesbico indica anche l’uomo omosessuale. Per gli esperti, quindi (e contraddicendosi), un uomo lesbico è un omosessuale, avendo lo stesso significato dell’inglese gay. Increduli, abbiamo consultato tutti i vocabolari in nostro possesso e dell’aggettivo lesbico nell’accezione di “omosessuale maschio” non v’è traccia alcuna. Tutti riportano, all’unisono, al lemma lesbico, “amore sessuale fra donne, in riferimento al costume sessuale delle donne dell’isola di Lesbo”. Lesbico, pertanto, si riferisce esclusivamente all’amore sessuale fra donne. A questo punto riproponiamo (e senza bestemmiare) il nostro “maschiofilo”, per indicare un uomo omosessuale, sebbene si possa riferire – come ci ha fatto notare un cortese lettore – sia a una donna sia a un uomo. Ma lesbico, per omosessuale maschio, proprio no. 

-------- 

Secondo noi quanto abbiamo scritto è corretto, perché non è «nel settore neologismi» di Treccani.it che si legge la voce gay, così come sostenuto dal nostro lettore, ma nel dizionario Sinonimi e contrari, là dove, a proposito di gay aggettivo, si badi, e non sostantivo, la segnaletica (purtroppo, ci rendiamo conto, non così immediatamente trasparente) indica con una freccetta indirizzata verso il basso (⇓ lesbico, saffico) che quanto la segue si riferisce a gay (aggettivo, ripetiamo) in relazione all’altro genere sessuale. 

------------------------------ 

Restiamo fermamente convinti che lesbico (come sostantivo) non si possa riferire a un uomo. Non ci sembra corretto dire, i.e., “Pasquale è un lesbico”. Diremo, anche se brutto, “Pasquale è un uomo lesbico (sebbene ci sembri una forzatura). Lesbico, insomma, non si può adoperare come sostantivo maschile del corrispondente femminile lesbica (questo intendeva il lettore che ha posto la domanda).  


***

"Perché non conosciamo più l'italiano", un interessante articolo di Silvia Stucchi pubblicato su "Libero".



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 9 aprile 2024

Sgroi – 173 -- IL TWEET “SGRAMMATICATO” DEL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE GIUSEPPE VALDITARA

 


di Salvatore Claudio Sgroi 

 

  1. Evento ministeriale 

Com’è noto, il tweet di cui sotto dettato al telefono dal ministro Giuseppe Valditara è stato oggetto di stroncature diverse in quanto giudicato “sgrammaticato”: 

 

 

 

L’errore di grammatica riguarderebbe la forma “si insegn-i” al posto di “si insegn-a” o “si insegn-erà”. Tale forma si può spiegare invero come generata o (i) dall’attrazione del congiuntivo che lo precede “conosc-ano” o (ii) dalla presenza delle due “i” nel gruppo “si insegn-i”. 

En passant si osservi l’uso perfettamente canonico degli altri due congiuntivi del post: (i) “Se si è d’accordo [sul fatto] che gli stranieri si assimil-ino sui valori fondamentali iscritti nella Costituzione” e (ii) “laddove già non lo conosc-ano bene”, a parte l’uso riflessivo “si assimilino sui valori” non proprio felice rispetto al più corrente uso transitivo “assimilino i valori”. 

 

3. Errore “testuale” 

L’“erroneità” del post del ministro dell’Istruzione che lo rende poco chiaro non riguarda però la forma “morfo-sintattica” o “grafo-fonologica” “si assimil-ino”, tutt’al più una stonatura, ma piuttosto la sua testualità. Ovvero la poca chiarezza del testo è dovuta alla “scandalosa” lunghezza del periodo, lungo ben 78 parole. Come ci insegna Rudolf Flesch (1948), un periodo “normale” (“standard”) presenta infatti la “lunghezza media” di “17 parole per frase”, mentre è molto difficile (“very difficult”) se è lungo mediamente “29 parole o più” (cfr. G. A. Miller, Linguaggio e comunicazione, La Nuova Italia 1972, p. 196).  

 

4. “Densità lessicale” del testo scritto 

Si aggiunga ancora che il post del ministro, quanto alla “densità lessicale”, presenta le caratteristiche proprie della lingua scritta rispetto a quella della lingua parlata. Il periodo di 78 parole contiene infatti 41 parole grammaticali (se, si, è, d’ ecc.) e 37 parole lessicali (accordo, stranieri, assimilino ecc.) e sintatticamente 10 frasi (1 principale 9 subordinate). Nel rapporto tra frasi (10) e parole lessicali (37) ogni frase contiene quindi mediamente (37:10) 3.6 parole lessicali, densità propria della lingua scritta, mentre la densità lessicale della lingua parlata è inferiore a 3 parole lessicali (cfr. M.A.K. Halliday Lingua parlata e lingua scritta, La Nuova Italia 1999). 




 









(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)