Dalla sacralità dei giuramenti antichi alla lotta quotidiana contro il male: viaggio dentro una parola che non smette di agire
Il sintagma verbale scongiurare è uno di quei nuclei linguistici che sembrano pulsare sotto la superficie della nostra lingua: una parola che non si limita a dire, ma che agisce, che vibra, che porta con sé un gesto, un tono, un’urgenza. La sua storia è antica e stratificata, e già l’etimologia rivela la natura profonda del termine: dal latino exconiurāre, composto da ex- (con valore rafforzativo o di allontanamento) e coniurāre (“giurare insieme”, “prendere un solenne impegno”). In origine, dunque, scongiurare non era un semplice verbo d’uso comune, ma un atto rituale, un appello alle forze più alte, un giuramento che si compiva davanti al sacro per ottenere protezione o per scacciare ciò che minacciava la comunità.
Questa radice sacra non è mai scomparsa del tutto. Anche oggi, quando diciamo ti scongiuro, il tono cambia: la voce si fa più bassa, più urgente, più carica di un pathos che non appartiene ad altri verbi di richiesta. È come se la lingua conservasse un eco remoto di quel gesto antico, un residuo di sacralità che riaffiora ogni volta che la supplica si fa estrema. Non è un caso che nei testi medievali scongiurare compaia spesso accanto a formule di esorcismo, invocazioni ai santi, gesti apotropaici (scaramantici): il verbo era parte integrante del repertorio rituale, e chi lo pronunciava si poneva simbolicamente tra il male e la comunità, come un argine.
Col trascorrere dei secoli, però, la parola ha ampliato il proprio raggio d’azione, assumendo una seconda vita semantica: quella della prevenzione. Oggi scongiurare si articola principalmente in tre grandi accezioni, ciascuna con una sfumatura espressiva ben precisa. La prima è quella più comune nel linguaggio quotidiano e giornalistico: scongiurare significa impedire che un evento nefasto o dannoso si verifichi, allontanandolo prima che sia troppo tardi. È l’uso di frasi come l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco ha scongiurato una tragedia, dove il verbo si colloca accanto a rischi, pericoli, crisi, incidenti. Qui i sinonimi più vicini sono evitare, sventare, stornare, prevenire: tutti verbi che, come scongiurare, costruiscono una barriera tra noi e l’eventuale danno.
La seconda accezione mantiene più esplicitamente il legame con la radice sacra: scongiurare come pregare o supplicare con veemenza. In questo uso, il verbo esprime un’impellente e accorata richiesta, fatta facendo leva sui sentimenti, sulla pietà o su valori supremi. È la dimensione di frasi come ti scongiuro in nome della nostra amicizia, non farlo!, dove la formula “ti scongiuro” non è una semplice richiesta, ma una sorta di appello solenne, quasi un giuramento rovesciato: invece di impegnarsi a fare qualcosa, ci si appella all’altro perché non faccia qualcosa. I sinonimi, qui, sono supplicare, implorare, pregare intensamente: verbi che condividono la stessa intensità emotiva, ma non sempre la stessa risonanza rituale.
La terza accezione è quella più letteraria o legata al folclore: scongiurare come scacciare con riti o formule magiche. È l’uso in cui il sintagma indica l’atto di esorcizzare o scacciare spiriti, demoni, malocchi o calamità naturali tramite formule, giuramenti o gesti propiziatori. Pensiamo a frasi come il sacerdote tentò di scongiurare gli spiriti maligni che infestavano il luogo: qui scongiurare torna a essere un gesto performativo, un atto che pretende di produrre un effetto sul mondo, non solo di descriverlo. I sinonimi più pertinenti sono esorcizzare, scacciare, stornare, tutti collocati in un campo semantico che oscilla tra il religioso e il magico.
Da questo nucleo verbale derivano forme che hanno avuto una loro storia autonoma. Lo scongiuro è il gesto, la formula o la pratica scaramantica utilizzata per allontanare la sfortuna o l’influsso nefasto: si “fa uno scongiuro”, si compie “un gesto di scongiuro”, si ricorre a “scongiuri” contro il malocchio. La scongiura e il sacerdote scongiuratore rimandano invece a un lessico più tecnico, storicamente legato a chi praticava l’esorcismo o rituali di protezione contro le avversità. In alcuni testi antichi, la scongiura è quasi una “cerimonia codificata”, con formule e gesti precisi.
Particolarmente interessante – secondo chi scrive – è il rapporto tra scongiurazione e congiura. Entrambi i lessemi condividono la medesima radice latina coniurāre, “giurare insieme”, ma hanno imboccato strade semantiche divergenti. La congiura è un patto segreto per sovvertire l’ordine o danneggiare qualcuno: un giuramento condiviso che si orienta verso il male. La scongiurazione o lo scongiuro nascono, invece, come difesa o supplica solenne per allontanare il male. È come se la stessa matrice avesse generato due figure speculari: da un lato il complotto, dall’altro la protezione. In termini di immaginario, potremmo dire che la congiura è il giuramento dei nemici, mentre lo scongiuro è il giuramento degli alleati.
Una curiosità storica: nei repertori lessicali e negli atti medievali il verbo compare talvolta come formula di garanzia, una sorta di impegno solenne con cui si dichiarava di voler evitare un danno o una frode. Non aveva ancora l'accezione "moderna", ma già si intravedeva la transizione dalla sfera sacra a quella civile: dal giuramento davanti a Dio al giuramento davanti alla legge.
Insomma, che si tratti di supplicare una persona cara (invocazione), di sventare un pericolo imminente (azione preventiva) o di allontanare la malasorte (scaramanzia), il verbo scongiurare conserva intatta la sua forza drammatica ed espressiva. È uno di quegli strumenti lessicali che portano con sé, in ogni uso, una memoria di gesti, di toni, di rituali: un verbo che non si limita a “dire” qualcosa, ma che mette in scena un rapporto con il male, con il rischio, con la sfortuna. Ogni volta che lo pronunciamo, la lingua sembra ricordarci che il male, per essere allontanato, richiede sempre un atto: che sia una preghiera, un intervento tempestivo o un gesto scaramantico, scongiurare è la parola che dà forma a quel movimento, a quella volontà di protezione che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
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La lingua “biforcuta” della stampa
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