domenica 2 agosto 2026

Scongiurare, il verbo "tuttofare": scaccia, supplica e salva

 Dalla sacralità dei giuramenti antichi alla lotta quotidiana contro il male: viaggio dentro una parola che non smette di agire

Il sintagma verbale scongiurare è uno di quei nuclei linguistici che sembrano pulsare sotto la superficie della nostra lingua: una parola che non si limita a dire, ma che agisce, che vibra, che porta con sé un gesto, un tono, un’urgenza. La sua storia è antica e stratificata, e già l’etimologia rivela la natura profonda del termine: dal latino exconiurāre, composto da ex- (con valore rafforzativo o di allontanamento) e coniurāre (“giurare insieme”, “prendere un solenne impegno”). In origine, dunque, scongiurare non era un semplice verbo d’uso comune, ma un atto rituale, un appello alle forze più alte, un giuramento che si compiva davanti al sacro per ottenere protezione o per scacciare ciò che minacciava la comunità.

Questa radice sacra non è mai scomparsa del tutto. Anche oggi, quando diciamo ti scongiuro, il tono cambia: la voce si fa più bassa, più urgente, più carica di un pathos che non appartiene ad altri verbi di richiesta. È come se la lingua conservasse un eco remoto di quel gesto antico, un residuo di sacralità che riaffiora ogni volta che la supplica si fa estrema. Non è un caso che nei testi medievali scongiurare compaia spesso accanto a formule di esorcismo, invocazioni ai santi, gesti apotropaici (scaramantici): il verbo era parte integrante del repertorio rituale, e chi lo pronunciava si poneva simbolicamente tra il male e la comunità, come un argine.

Col trascorrere dei secoli, però, la parola ha ampliato il proprio raggio d’azione, assumendo una seconda vita semantica: quella della prevenzione. Oggi scongiurare si articola principalmente in tre grandi accezioni, ciascuna con una sfumatura espressiva ben precisa. La prima è quella più comune nel linguaggio quotidiano e giornalistico: scongiurare significa impedire che un evento nefasto o dannoso si verifichi, allontanandolo prima che sia troppo tardi. È l’uso di frasi come l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco ha scongiurato una tragedia, dove il verbo si colloca accanto a rischi, pericoli, crisi, incidenti. Qui i sinonimi più vicini sono evitare, sventare, stornare, prevenire: tutti verbi che, come scongiurare, costruiscono una barriera tra noi e l’eventuale danno.

La seconda accezione mantiene più esplicitamente il legame con la radice sacra: scongiurare come pregare o supplicare con veemenza. In questo uso, il verbo esprime un’impellente e accorata richiesta, fatta facendo leva sui sentimenti, sulla pietà o su valori supremi. È la dimensione di frasi come ti scongiuro in nome della nostra amicizia, non farlo!, dove la formula “ti scongiuro” non è una semplice richiesta, ma una sorta di appello solenne, quasi un giuramento rovesciato: invece di impegnarsi a fare qualcosa, ci si appella all’altro perché non faccia qualcosa. I sinonimi, qui, sono supplicare, implorare, pregare intensamente: verbi che condividono la stessa intensità emotiva, ma non sempre la stessa risonanza rituale.

La terza accezione è quella più letteraria o legata al folclore: scongiurare come scacciare con riti o formule magiche. È l’uso in cui il sintagma indica l’atto di esorcizzare o scacciare spiriti, demoni, malocchi o calamità naturali tramite formule, giuramenti o gesti propiziatori. Pensiamo a frasi come il sacerdote tentò di scongiurare gli spiriti maligni che infestavano il luogo: qui scongiurare torna a essere un gesto performativo, un atto che pretende di produrre un effetto sul mondo, non solo di descriverlo. I sinonimi più pertinenti sono esorcizzare, scacciare, stornare, tutti collocati in un campo semantico che oscilla tra il religioso e il magico.

Da questo nucleo verbale derivano forme che hanno avuto una loro storia autonoma. Lo scongiuro è il gesto, la formula o la pratica scaramantica utilizzata per allontanare la sfortuna o l’influsso nefasto: si “fa uno scongiuro”, si compie “un gesto di scongiuro”, si ricorre a “scongiuri” contro il malocchio. La scongiura e il sacerdote scongiuratore rimandano invece a un lessico più tecnico, storicamente legato a chi praticava l’esorcismo o rituali di protezione contro le avversità. In alcuni testi antichi, la scongiura è quasi una “cerimonia codificata”, con formule e gesti precisi.

Particolarmente interessante – secondo chi scrive – è il rapporto tra scongiurazione e congiura. Entrambi i lessemi condividono la medesima radice latina coniurāre, “giurare insieme”, ma hanno imboccato strade semantiche divergenti. La congiura è un patto segreto per sovvertire l’ordine o danneggiare qualcuno: un giuramento condiviso che si orienta verso il male. La scongiurazione o lo scongiuro nascono, invece, come difesa o supplica solenne per allontanare il male. È come se la stessa matrice avesse generato due figure speculari: da un lato il complotto, dall’altro la protezione. In termini di immaginario, potremmo dire che la congiura è il giuramento dei nemici, mentre lo scongiuro è il giuramento degli alleati.

Una curiosità storica: nei repertori lessicali e negli atti medievali il verbo compare talvolta come formula di garanzia, una sorta di impegno solenne con cui si dichiarava di voler evitare un danno o una frode. Non aveva ancora l'accezione "moderna", ma già si intravedeva la transizione dalla sfera sacra a quella civile: dal giuramento davanti a Dio al giuramento davanti alla legge.

Insomma, che si tratti di supplicare una persona cara (invocazione), di sventare un pericolo imminente (azione preventiva) o di allontanare la malasorte (scaramanzia), il verbo scongiurare conserva intatta la sua forza drammatica ed espressiva. È uno di quegli strumenti lessicali che portano con sé, in ogni uso, una memoria di gesti, di toni, di rituali: un verbo che non si limita a “dire” qualcosa, ma che mette in scena un rapporto con il male, con il rischio, con la sfortuna. Ogni volta che lo pronunciamo, la lingua sembra ricordarci che il male, per essere allontanato, richiede sempre un atto: che sia una preghiera, un intervento tempestivo o un gesto scaramantico, scongiurare è la parola che dà forma a quel movimento, a quella volontà di protezione che attraversa i secoli e arriva fino a noi.



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La lingua “biforcuta” della stampa


Deltaplano sui cavi dell’alta tensione nel frusinate, morto uomo di 58 anni

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Correttamente: Frusinate (con la F maiuscola). Lo ripeteremo fino alla nausea: le “aree geografiche” si scrivono con l’iniziale maiuscola. 











(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

sabato 1 agosto 2026

Appartamento d'affittare o da affittare?

 La chiarezza prima di tutto: la preposizione da non diventa mai d’ davanti a vocale

Appartamento da affittare: già nel titolo si gioca una piccola partita grammaticale che vale la pena chiarire. Capita spesso, nello slancio della scrittura o nella rapidità della digitazione, di esitare davanti all’incontro tra due vocali. La preposizione di si lascia elidere con naturalezza, producendo forme come d’accordo, d’epoca, d’altri tempi. Quando però la protagonista diventa da, la grammatica italiana cambia tono e diventa inflessibile: la preposizione da non si apostrofa, e la ragione non è un capriccio normativo ma una questione di chiarezza.

Se da venisse ridotta alla sola d’, diverrebbe indistinguibile dalla forma elisa di di, generando ambiguità sintattiche e semantiche. Le due preposizioni svolgono funzioni diverse: di introduce specificazioni, relazioni logiche, appartenenze; da indica provenienza, moto da luogo, agente, causa, fine. Confonderle significherebbe compromettere la comprensione della frase. È sufficiente confrontare l’uscita d’emergenza, dove d’ è chiaramente elisione di di, con uscire da un’emergenza, dove la preposizione deve restare integra per mantenere il suo valore di allontanamento. Apostrofare da nel secondo caso creerebbe una sovrapposizione fuorviante tra complementi che nulla hanno in comune.

Nonostante la regola generale sia ferrea, l’uso ha consolidato alcune eccezioni. Sono locuzioni avverbiali o congiuntive percepite come blocchi unici, in cui l’elisione non genera più incertezza: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altro canto, d’altronde. In questi casi la forma apostrofata convive con quella estesa (da ora in poi, da altra parte), ma al di fuori di tali costrutti l’elisione di da resta un errore. È importante ribadire che d’accordo non appartiene a questo gruppo: è semplicemente l’elisione di di accordo, e non ha alcun legame con la preposizione da.

Il principio non cambia quando da si combina con gli articoli determinativi formando le preposizioni articolate. L’apostrofo compare solo perché si elide l’articolo, non la preposizione: dall’altra parte (da + la), dall’Italia (da + la), dall’inizio (da + lo). In questi casi da resta intatta, mentre è l’articolo a perdere la vocale davanti a parola che comincia con un’altra vocale. L’apostrofo, dunque, non riguarda da, ma l’elemento che la segue.

Ecco perché il titolo Appartamento da affittare è non solo corretto, ma esemplare: mantiene la preposizione nella sua forma piena, evita ambiguità, rispetta la norma e conserva la trasparenza sintattica. D’affittare sarebbe invece un errore, perché trasformerebbe da in di, producendo una costruzione che l’italiano non contempla. In ogni contesto analogo la scelta corretta è una sola: lasciare la preposizione da per esteso. È la soluzione più chiara, più sicura e più fedele alla struttura dell’italiano, quella che permette alla frase di mantenere la sua limpidezza senza rischiare scivoloni orto-sintattico-grammaticali.

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Accentare è segnare, accentuare è intensificare

I verbi accentare e accentuare sembrano fratelli per via della radice comune, ma in realtà sono due strumenti diversi della stessa bottega linguistica. La loro somiglianza inganna: entrambi richiamano l’idea dell’accento, ambedue sembrano “fare qualcosa” alla parola, eppure uno interviene sulla grafia, l’altro sull’intensità. È una distinzione antica, limpida, che la lingua custodisce con cura e che vale la pena riportare alla luce ogni volta che l’uso frettoloso tende a confonderli.

Accentare nasce dal latino accentare, derivato di accentus, “intonazione, modulazione della voce”. Il suo significato è porre l’accento grafico su una parola oppure indicare la sillaba tonica. È il verbo dei dizionari, delle grammatiche, delle norme ortografiche. Si accentano già, , perché, e si accentano le parole tronche quando la grafia lo richiede. È un gesto di precisione: si accentano le vocali, si accentano le sillabe, si accentano le forme che devono essere rese chiare al lettore.

Accentuare, invece, viene dal latino accentuare, formato su accentus ma con valore causativo, cioè rendere più marcato nell’intonazione. Da qui l’evoluzione semantica: rendere più evidente, mettere in risalto, intensificare. Si accentua un difetto, si accentua un colore, si accentua un’emozione, si accentua un contrasto. Non c’è grafia: c’è intensità. È il verbo della retorica, della descrizione, dell’enfasi.

Una curiosità: nei trattati di fonetica dell’Ottocento, accentare compare spesso accanto a tonicare, verbo oggi scomparso, che indicava l’atto di marcare la sillaba tonica senza necessariamente usare un segno grafico. Accentuare, invece, entra stabilmente nei dizionari dell’uso solo più tardi, quando la lingua comincia a registrare i verbi che descrivono sfumature espressive e non più soltanto operazioni tecniche.

La differenza, dunque, è semplice e preziosa: accentare riguarda la forma; accentuare riguarda il contenuto. Il primo opera sulla parola come oggetto grafico, il secondo sulla parola come veicolo di significato. Si può accentare una e, ma si può accentuare un errore. Si può accentare più, ma si può accentuare un contrasto. E quando si confondono, la frase perde nitidezza: dire accentuare la e finale è un errore grossolano; dire accentare il problema è un altro errore.

Per chi ama la lingua italiana questa distinzione è un piccolo “dono”: basta tenerla a mente per evitare scivoloni e per restituire alle parole la loro funzione naturale. Accentare è fare ordine; accentuare è dare rilievo. Due verbi diversi, entrambi utili, entrambi necessari, ma mai intercambiabili. A volte basta un accento messo al posto giusto per ricordare che la precisione non è un dettaglio, ma una forma di rispetto.  













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)