mercoledì 31 luglio 2019

Attenzione all'ausiliare con i verbi intransitivi

Secondo la regola generale un verbo transitivo nei tempi composti della forma attiva prende l'ausiliare "avere" (ho lodato), in quella passiva l'ausiliare "essere" (sono stato lodato); un verbo intransitivo, invece, avendo soltanto la forma attiva nei tempi composti può prendere tanto l'ausiliare avere quanto l'ausiliare essere (ho dormito; sono partito). Ma non a... caso, secondo l'uso.   
   Bisogna conoscere, quindi, per ciascun verbo intransitivo l'ausiliare che esso preferisce. Come? Ricorrendo all'ausilio di un buon vocabolario che, di volta in volta, scioglierà i dubbi che possono insorgere a tale riguardo, mettendoci al riparo da figure "caprine".
   Vediamo - "curiosando" tra le varie pubblicazioni - l'uso errato dell'ausiliare, in parentesi quello corretto.
    Un'immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza San Pietro per ascoltare le parole del pontefice e ricevere la benedizione apostolica;  ieri Luigi si è gingillato (ha gingillato) invece di chiudersi in camera a studiare; la vittima è stata subito portata in ospedale perché il sangue aveva fluito (era fluito) dalla ferita riportata a seguito dell'incidente; l'incendio appiccato dal piromane ha divampato (è divampato) rapidamente lambendo le case circostanti; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato), verso le 10.30, sul Vittoriano; la notizia della morte dello scrittore ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutto il Paese; l'aereo del pontefice è decollato (ha decollato) in perfetto orario; il pullman, carico di turisti, è deviato (ha deviato) per lasciare la strada libera alla processione; appena avrà annotato (sarà annottato) cominceranno le proiezioni cinematografiche; l'automobile è sbandata (ha sbandato) a causa della strada ghiacciata.
   A voi, cortesi amici, "scovare" altri usi erronei dei verbi ausiliari.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Doppio attentato nel nuorese: fatta saltare sede del Pd a Dorgali. Incendiata auto sindaco a Cardedu
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La grammatica "impone" l'iniziale maiuscola per i nomi che indicano un'area geografica. Correttamente: Nuorese.


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La ragazza è entrata alla scuola allievi di Torino davanti al pluricampione del mondo che vestiva la divisa da maresciallo
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Correttamente: divisa di maresciallo (siamo in presenza di un complemento di specificazione). Si clicchi qui per l'uso corretto della preposizione.


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Colpire - Vocabolario - Virgilio Parole - Virgilio Sapere
colpire involontariamente qualcun'altro

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Senza parole!



 





martedì 30 luglio 2019

I dopolavori?

Dopo i "copritavoli" vediamo un altro sostantivo sul cui plurale concordano solo due vocabolari - tra quelli consultati - gli altri lo danno invariabile. Sono per il regolare plurale il Gabrielli e il Palazzi. E a nostro modo di vedere hanno ragione. Vediamo, innanzi tutto, dal nuovo De Mauro in rete, che cosa è questo "dopolavoro":
    «Ente che organizza le attività ricreative e culturali dei lavoratori di una determinata azienda o settore durante il tempo libero: dopolavoro aziendale, dopolavoro ferroviario, tranviario | la sede dell’ente stesso e i locali dove si svolgono tali attività: andare, trovarsi al dopolavoro».
Bene.  
    Perché, dunque, deve rimanere invariato? Non ci sono piú enti che organizzano le attività ricreative? Non ci sono piú locali dove si svolgono le attività culturali e ricreative? Insomma, non ci sono piú "dopolavori"? Non capiamo proprio perché questo sostantivo debba/deve restare invariato. Hanno ragione, quindi, il Palazzi e il Gabrielli - e noi modestamente concordiamo - perché il sostantivo in oggetto segue la regola che... regola la formazione del plurale dei nomi composti.
   Tale regola stabilisce che i nomi composti di una parte invariabile del discorso - preposizione o avverbio - e di un sostantivo maschile singolare si pluralizzano normalmente: il sottaceto / i sottaceti; il dopopranzo / i dopopranzi; il dopolavoro / i... dopolavori. In rete, comunque, si trovano numerosi "dopolavori". In particolare qui (Prontuario di pronunzia e di ortografia: con questa serie di voci va anche dopolavoro, composto dell'avverbio o preposizione dopo e del sostantivo lavoro; il plurale corretto di dopolavoro sarà quindi dopolavori. Diremo dunque non i dopolavoro, ma i dopolavori, come ad esempio, …).


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La lingua "biforcuta" della stampa

Autonomia, Di Maio: "Ne stiamo scrivendo una migliore". Stefani: 'Falso, non sia sleale'
Il vicepremier: "Ne scriviamo una migliore". E suscita l'irritazione leghista
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Come dicevano i Latini, repetita iuvant... (Di Maio e il vicepremier sono la stessa persona).





sabato 27 luglio 2019

Copritavolo: si pluralizza?

Spesso siamo assaliti dal dubbio circa il plurale di "copritavolo" (da non confondere con la tovaglia) vale a dire quel "panno che si stende su un tavolo per abbellimento o per proteggerlo da graffi e macchie". Insomma: i copritavolo (invariato) o i copritavoli?
   I vocabolari non sono di aiuto perché non "concordano" tra loro: alcuni lo pluralizzano, altri lo danno invariato, altri ancora sono salomonici (invariato o plurale); altri dizionari, addirittura, non lo lemmatizzano, tra questi il DOP.
   Sono salomonici lo Zingarelli e il vocabolario Olivetti; sono per l'invariabilità il Treccani e il Devoto-Oli; sono per il plurale normale il Garzanti e Sapere.it (De Agostini) mentre il De Mauro non specificando lascia intendere che si "comporta" normalmente. Come regolarsi, dunque?   
  A nostro modo di vedere il vocabolo in oggetto si pluralizza normalmente perché segue la regola del plurale dei nomi composti di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare. I nomi cosí formati si comportano come se fossero nomi semplici e in quanto tali si pluralizzano: il copritavolo (verbo "coprire" + il sostantivo tavolo) / i copritavoli.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Carabiniere ucciso a Roma, uno dei sospettati viene portato via dalla caserma in via Selci
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Il nome corretto della via è: Via in Selci

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"Una prima volta in qualità di questore della Provincia di *** che quotidianamente opera affianco dell'Arma dei carabinieri, a cui mi lega un senso di profonda comunanza e rispetto" - spiega ***.
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Non possiamo sapere, ovviamente, se lo strafalcione "affianco" in luogo della grafia corretta "a fianco" è/sia opera della persona intervistata o del giornalista che ha raccolto l'intervista. Propendiamo per il giornalista perché ha riportato le parole dell'intervistato.


 
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Roma

Caso Orlandi, Vaticano: "Reperti ossei al Cimitero Teutonico precedenti all'Ottocento"
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L'occhiello "dice" Roma, il titolo Vaticano. La notizia viene da Roma o dal Vaticano? Non vorremmo che  i titolisti del quotidiano in rete ritengano (sic!) Roma e Vaticano sinonimi. Se cosí fosse...
 
 

 
 





giovedì 25 luglio 2019

Verbo "mettere": uso e abuso

Il verbo mettere, come riporta il vocabolario Treccani, è un «verbo di significato ampio e generico, dai confini semantici non ben definiti, che comprende in sé le accezioni di porre, collocare, posare, introdurre, ficcare, attaccare, versare, e di parecchi altri verbi, da cui può di volta in volta essere opportunamente sostituito».
    Quando scriviamo, pertanto, cerchiamo di non cadere nella "sciatteria linguistica" usando il suddetto verbo a ogni piè sospinto ma di adoperare verbi propri che fanno alla bisogna. Vediamo, "scrutando" tra le varie pubblicazioni, l'uso "errato" del verbo in oggetto mettendo in parentesi quello appropriato.
    Alla raccolta fondi per la festa patronale del paese ciascuno mette (contribuisce con) quello che può; il Tevere, il fiume che attraversa la Città Eterna, mette (sfocia, sbocca) nel Tirreno a Fiumicino; essendo una lettera importante e riservata sarà bene mettere (applicare) il sigillo del mittente; ragazzi, dopo la consultazione mettete (riponete) i libri al loro posto; nella ricevuta sono state messe (incluse) tutte le spese sostenute; Carlo, anche se  mettiamo (supponiamo) tu abbia ragione, la cosa non mi interessa; se avrò il vostro aiuto mi metterò (accingerò) di buon grado a quest'impresa; questa sera ci sarà il plenilunio, mettetevi (affacciatevi) alla finestra perché sarà uno spettacolo da non perdere; si era appena messo a letto (coricato) quando lo sorprese il terremoto; mettete (traducete) in lingua inglese questo scritto; qui sarebbe bene mettere (inserire) una virgola; la firma va messa (apposta) davanti al notaio; mettetevi (disponetevi) su due file. Si potrebbe continuare... 



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La lingua "biforcuta" della stampa


Violenti temporali si sono abbattuti in serata sull’Alto Adige. Nel tardo pomeriggio un turista di 57 anni di Bologna è stato colpito da un fulmine durante un escursione nei pressi di Passo Giovo.
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Siamo in errore se diciamo che "escursione" è un sostantivo di genere femminile  cominciante con vocale e in quanto tale richiede l'articolo indeterminativo con l'apostrofo (un'escursione)?

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Nel reparto di Patologia venivano effettuati analisi cliniche per un laboratorio privato. Una delle accusate avrebbe utilizzato i soldi guadagnati per corrompere un ufficiale dell’Esercito per far superare ai figli il concorso

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Anche in questo sommario, se non cadiamo in errore, "analisi" è un sostantivo di genere femminile...



mercoledì 24 luglio 2019

Religioso? No, precario

Avreste mai immaginato che le persone che hanno un impiego cosí detto precario, cioè non fisso, sono - stando alla lingua - le piú religiose in quanto trascorrono (o hanno trascorso) il tempo in preghiera?
   Sí, perché precario si potrebbe definire “colui che prega” derivando dal latino precari (pregare).
    Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: “di breve durata, non stabile, provvisorio”. Perché, dunque, questo significato? Perché l’aggettivo precario, insomma, sotto il profilo etimologico è il latino precariu(m), tratto da precari (implorare, pregare, appunto), a sua volta derivato di prex, precis (preghiera); alla lettera: ottenuto con preghiera. E le cose ottenute tramite “preghiera”, “supplica”, si sa, non durano molto. Di qui il significato di instabilità, provvisorietà.
    A questo punto riteniamo sia meglio dare la “parola” a Cesare Marchi, che spiegherà piú approfonditamente (e molto meglio di chi scrive) la “storia” di questo aggettivo che vorremmo - per miracolo - non fosse piú attestato nei vocabolari.
   Supponiamo che il proprietario d’una casa, d’un podere, ne conceda l’uso a terzi, a una condizione: che la concessione può essere da lui revocata in qualsiasi momento. In questo caso l’usufruttuario gode di un possesso che non è sancito da un preciso diritto, ma dipende dalla volontà del proprietario, da un suo favore. Diremo perciò che quel possesso è “precario”. Dal verbo latino “precari”, che affonda la sua radice in “prex”, preghiera: cosa ottenuta con preghiera, concessa per grazia. Si tratta, in altre parole, di una cosa revocabile a discrezione altrui, donde, per estensione, i significati derivati di: incerto, temporaneo, provvisorio, transitorio, instabile, insicuro, occasionale, effimero, avventizio.
    Avventizi (dal latino adventicius, “che si aggiunge”, quindi ‘occasionale’, ‘provvisorio’, ndr) si chiamavano una volta gli impiegati assunti in prova negli uffici pubblici, ma non ancora inseriti nei ruoli. Adesso hanno preso il nome di precari, ma la cosa non cambia. Cambia solo il numero, perché sono legioni, ogni anno piú affollate e irrequiete, di gente che chiede un rapporto di lavoro stabile, a tempo indeterminato (ecco perché ci auguriamo che ‘precario’ scompaia dai vocabolari, ndr).
    Anche se non hanno studiato il latino, avvertono la pericolosità di quel “precarius”, generato dalla “prex”, dalla preghiera, dal favore. Perciò si agitano affinché il loro diritto al lavoro non sia affidato all’alea d’una “prex”, ma garantito dalla forza della “lex”. E se lo Stato, per ragioni di bilancio, esita ad accontentarli, fanno scioperi issando striscioni contenenti “imprecazioni” contro il governo. Che sono preghiere capovolte: dal latino “imprecari”, ‘pregare contro’. Il giorno dopo, i giornali deprecano (sempre il latino “de-precari”, ‘disapprovare’, ndr).
    Alla stessa famiglia lessicale appartengono facendo un passo indietro di millenni, i “proci”, nobili giovanotti di Itaca e dintorni che si erano allegramente sistemati nella casa dell’assente, e oramai creduto morto, Ulisse, aspettando che Penelope si decidesse a scegliere come sposo uno di loro. Proco, da “prex”, che prega una donna di sposarlo. In senso dispregiativo, il proco è un seduttore, un adulatore. Ricordiamo uno sfogo del Carducci: “Feci diventar bianco come questo foglio e balbettare e ritirarsi come una femminuccia bigotta un garibaldino passato a destra, professore di clinica medica all’Università di Roma, deputato, padrone di tutto, ganimede e proco di tutti i ministri”. Da proco a procace il passo è breve. Procace è una donna di prorompente sensualità e provocante impudicizia. Anch’essa contiene il concetto di “prex”, preghiera. Ma piú che chiedere, offre.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Salvini annuncia commissione d'inchiesta sulle case famiglie "in tutta Italia"

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Secondo la grammatica italiana i nomi accoppiati (o accostati) nella forma plurale mutano solo la desinenza del primo elemento: casa famiglia > case famiglia. Si veda qui.

lunedì 22 luglio 2019

"Compilota"? Sí, a nostro avviso

«Siamo troppo bassi», l’allarme del co pilota e poi lo schianto: il video dalla cabina.
    Questo  titolo di un giornale in rete ci ha fatto riflettere sull'uso corretto del prefisso "con-". Diciamo, intanto, che la grafia "co pilota" è errata perché i prefissi - tutti - si scrivono "attaccati" alla parola che segue: copilota. Ma non è questo il problema "principale".
   A nostro modo di vedere la grafia corretta dovrebbe essere compilota. E noi useremo sempre questa scrizione anche se saremo tacciati di crassa ignoranza da parte dei linguisti.
   Perché, dunque, compilota? Il prefisso "con-", che serve per indicare "simultaneità", "partecipazione", "unione", si scrive secondo regole ben precise:
    a) senza la "n" davanti a parole che cominciano con una vocale: coinquilino, coetaneo;
    b) la "n" si assimila davanti a parole che hanno le consonanti iniziali L, M, R: collaboratore, commilitone, correligionario;
   c) la "n" muta in "m" davanti alle consonanti B e P: combaciare, compaesano. In tutti gli altri casi resta "con": condirettore. Perché, dunque, copilota e non, "correttamente", compilota?


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La lingua "biforcuta" della stampa

Gli occupanti di piazza dei Sanniti: "La lista degli edifi da liberare è  frutto di un lavoro fatto male"

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Adescano bambini sulla spiaggia a Ostia carabinieri fermano linciaggio e li arrestato

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Ma i redattori titolisti rileggono i titoli dopo averli digitati?

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Molti passeggeri diretti a Roma, Napoli e Salerno attendono da ore sulle pensiline

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Che fatica salire sulle pensiline!

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Incidente stradale a Prato. Feriti cinque ragazzi, uno è grave
Erano a bordo di un auto guidata da un diciottenne

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Gli apostrofi sono stati dichiarati "grammaticalmente illegittimi"?

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Firenze, romantico e spericolato pic nic al tramonto sull'Arno al ponte di Santa Trinita…

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Grafia corretta: picnic.

 

sabato 20 luglio 2019

Il "raddoppiamento fonosintattico"

Probabilmente molti lettori delle nostre noterelle non hanno mai sentito parlare del "raddoppiamento sintattico o fonosintattico" perché le comuni grammatiche non trattano l'argomento o lo trattano molto succintamente. Vediamo, dunque, cos'è e quando bisogna applicarlo nello scrivere.
   Leggiamo dal vocabolario Gabrielli: «Fenomeno fonetico proprio della lingua italiana, spec. delle regioni centro-meridionali, consistente nel rafforzamento di alcune consonanti semplici in inizio di parola, pronunciate doppie quando si trovano dopo altre parole terminanti per vocale: ierisséra, bellommìo, ammàno».
   Questa pronuncia doppia delle consonanti nella lingua parlata va "segnalata" anche in quella scritta. Il fenomeno del raddoppiamento (o rafforzamento) fonosintattico si ha dunque:
   1) con tutti i vocaboli che lo producono nella scrittura allorché entrano nella formazione di termini composti: a, che, da, e, fra, o, se, su (ess. accanto; suddetto, semmai);
   2) con le parole che terminano con l'accento scritto;
   3) con i sostantivi, aggettivi e pronomi tonici che hanno accento proprio e contengono una sola vocale: tu, tre, re, gru, blu;
   4) con i seguenti bisillabi piani: sopra, dove, come, qualche. Quanto alla "d" di Dio è un caso particolare in quanto si pronuncia sempre rafforzata a prescindere dalla parola che la precede. 
     Attenzione - sempre a proposito del rafforzamento sintattico - a non confondere la "a" prefisso (arrivederci) con la "a privativa"  (alfa privativo) che ha il compito di negare senza affermare il contrario. Quest'ultima "a" non richiede il raddoppiamento della consonante iniziale del vocabolo cui si unisce: apolitico, amorale.
   Si eviti anche - se si desidera scrivere e parlare correttamente - il "vezzo" di raddoppiare la consonante dopo il prefisso "di-"; non si scriva, dunque, "dippiú" ma dipiú o, in grafia analitica, di piú. Ciò vale anche per dinanzi che molti scrivono, erroneamente, "dinnanzi", forse per un accostamento analogico con "innanzi" il cui raddoppiamento è apparente perché la doppia "n" risulta dalla fusione di "in" e della locuzione latina "in antea" già contratta in "nanzi" (in + in antea = in nanzi = innanzi).

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La lingua "biforcuta" della stampa

Turisti sballottati dalle onde vicino la scogliera: il video fa paura
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Sí, sappiamo di ripeterci. "Vicino" si costruisce con la preposizione "a" (semplice o articolata): vicino alla scogliera.

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«Siamo troppo bassi», l’allarme del co pilota e poi lo schianto: il video dalla cabina

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La grafia corretta è copilota (ma a nostro modesto avviso sarebbe "ancora meglio" compilota, anche se non a lemma nei vocabolari, come comprimario, compaesano ecc.).

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LA NOMINA
Sara Seccia nuovo vicepresidente dell’Aula Giulio Cesare

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La concordanza dell'aggettivo è terribilmente errata. Correttamente: nuova vicepresidente.

giovedì 18 luglio 2019

Considerazioni sull'uso corretto della lingua italiana

Due parole, due, sul pronome riflessivo perché non sempre è adoperato correttamente. Innanzi tutto si scrive sempre con l’accento, anche quando è seguito da stesso o da medesimo e si riferisce solo al soggetto (sia singolare sia plurale) della proposizione. Quando non è riferibile al soggetto va sostituito con lui, lei, loro, secondo i casi; diremo o scriveremo, quindi che “il bambino già si veste da ” e che “la mamma ha voluto che i figlioli andassero con lei”. Quando il soggetto è plurale, secondo alcune grammatiche, il “sé” può essere sostituito con “loro”; lo deve essere sempre, invece, quando si vuole indicare un’azione reciproca. Sono errate, per tanto, alcune frasi che abbiamo estrapolato dalla stampa: “Il cantante, attesissimo, non sapeva che tutti parlavano di sé”; “Il mondo andrebbe meglio se gli uomini si amassero e parlassero di piú tra sé”.

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Spesse volte, probabilmente senza rendercene conto, infarciamo i nostri scritti di preposizioni che, “in realtà”, sono superflue se non addirittura errate. Sarebbe bene, per tanto, rileggere con la massima attenzione le nostre “opere letterarie” prima di darle, si fa per dire, alle stampe. Qualche esempio renderà il tutto piú chiaro. Vediamo, quindi, piluccando qua e là, di “scovare” queste preposizioni mettendole in corsivo. I coniugi, nonostante la stanchezza per il lungo viaggio, alla (la) mattina seguente si alzarono prestissimo; in riguardo a lui, tutti sarebbero stati d’accordo che comportandosi in quel modo sarebbe stata un’ingiustizia; è veramente difficile a descrivere quel che è successo l’altro giorno; l’assemblea, per acclamazione, ha eletto a presidente della Società il rag. Sempronio; è stato notato, da tutti, che per tutto il tempo della conferenza Giovanni e Virgilio bisbigliavano fra di loro; a questo punto gentili amici, non mi resta altro che di salutarvi caramente; state tranquilli, verremo a trovarvi dopo di cena; nessuno osava di entrare in quella stanza; in quell’anno tutti gli imputati erano minorenni.
 
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 E sempre a proposito delle preposizioni  spendiamo altre due parole sulle omissioni erronee delle stesse. Vogliamo dire, insomma, che a volte le preposizioni sono indispensabili e omettendole si commette un vero e proprio errore sintattico-grammaticale. Come consuetudine pilucchiamo qua e là dalla carta stampata, mettendo in corsivo le preposizioni che gli articolisti hanno omesso. Vediamo. Mi affretto, cortese amico a rispondere alla tua appassionata lettera; tutti sanno, in paese, che l’avvocato Taldeitali aspira la (alla) carica di sindaco; prima di ripartire la regale coppia conta di fare una puntatina a Firenze; i reduci, dopo la sfilata, confidavano di incontrare gli amici di un tempo; la polizia lo ha arrestato mentre tentava di varcare i cancelli della villa; amici accorrete, venite a vedere che bello spettacolo; il candidato sperava di superare l’esame subito, ma rimase deluso; il testimone disse di credere di poter affermare con sicurezza di averlo visto uscire dal locale alle 23.00; l’uomo, ricoverato in ospedale, sembra cominci a dare segni di ripresa. 

 
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 Fare una grigia, vale a dire una figuraccia, una figura meschina. L’espressione si rifà direttamente al colore grigio nell’accezione figurata di “scialbo” e simili. Quando diciamo, infatti, “che grigia!”, vogliamo mettere in evidenza, appunto, il fatto di esserci comportati in modo “scialbo”, “meschino”; di avere fatto, quindi, una figura... scialba, cioè “grigia”.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Addio ad Andrea Camilleri, migliaia al Cimitero acattolico per l'ultimo saluto allo scrittore
Dopo la cerimonia privata l'omaggio aperto al pubblico nell'angolo di pace alle spalle della Piramide Cestia

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"L'omaggio aperto al pubblico"? Onestamente ci sembra una castroneria linguistica. A nostro avviso, in buona lingua italiana, i titolisti di un giornale che "fa opinione" avrebbero dovuto scrivere: «Dopo la cerimonia privata l'omaggio del pubblico …»

 

 

 

martedì 16 luglio 2019

Un po' di buonumore


Portiamo all'attenzione dei cortesi lettori il libro di Alessandro Pagani, 500 chicche di riso. Si tratta di un compendio di 500 frasi umoristiche.
 
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La lingua "biforcuta" della stampa
Un super ricco su due vive a Milano, gli altri "paperoni" sono di casa a Roma
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Super è un prefisso/prefissoide e in quanto tale - lo ripetiamo all'infinito - si "attacca" alla parola che segue: superricco. Dizionario Sabatini Coletti: super- [sùper] Primo elemento di composti nei quali indica posizione alta nello spazio (superattico), superamento di limite (supersonico), eccesso (supernutrizione), valore superlativo (supercarburante), vaste dimensioni (supermercato) ecc.


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Va a fuoco autodemolitore sull'Appia: colonna di fumo nero   
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Forse i titolisti (di un giornale che "fa opinione") non sanno che l'autodemolitore è la persona addetta alla demolizione dei veicoli ormai inservibili. È andata fuoco, quindi, l'officina in cui avvengono le demolizioni, cioè un'autodemolizione. Il titolo corretto è, pertanto, «Va a fuoco (un') autodemolizione sull'Appia: colonna di fumo nero».



domenica 14 luglio 2019

Dissertazioni sulla lingua italiana

Ancora una volta ci preme ricordare che il verbo “arricchire” si costruisce con le preposizioni “di” o “con”. I “dicitori” dei notiziari radiotelevisivi assieme ai colleghi della carta stampata, imperterriti, continuano a utilizzare la preposizione “da”, che, ripetiamo, è scorretta inducendo, quindi, in errore gli ascoltatori e i lettori sprovveduti in fatto di lingua.

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Ridere verde

Forse pochi conoscono questo modo di dire di uso raro. Con la locuzione suddetta si vuole mettere in evidenza il fatto che una persona ride forzatamente, senza averne voglia, perché “dentro” è piena di rabbia, di astio, d’invidia, d’impotenza. E perché “verde”? Il verde è il colore della bile, che - un tempo - si riteneva aumentasse di quantità sotto l’effetto dell’ira.

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Forse non tutti sanno (i sacri testi trattano l'argomento?) che molti avverbi diventano preposizioni quando sono preposti al sostantivo. Vediamone qualcuno: dentro (dentro la stanza), sopra, fuori, sotto, dopo, prima, dietro, davanti, senza, eccetto, presso ecc. È bene ricordare, inoltre, che una preposizione composta di piú parole si chiama modo prepositivo o locuzione prepositiva: per mezzo di..., insieme con, in luogo di ecc.

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Buonasera, come si sa, è un sostantivo femminile ed è una formula di augurio e di saluto. Diventa di genere maschile, però, se si sottintende il saluto: amici cari, vi preghiamo di accogliere il nostro piú cordiale buonasera.

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La lingua "biforcuta" della stampa

La vittima, 57 anni, camminava in corso Duca di Genova, vicino di piazza Agrippa. E' stata falciata da una Ford, guidata da un 39enne
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Da quando l'avverbio/preposizione 'vicino'  si costruisce con la preposizione "di"?


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Il consigliere leghista gay neo sposo: "Sto con Salvini su tutto tranne sui diritti"
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Il prefisso/prefissoide neo si "attacca" alla parola che segue: neosposo. Si veda qui.


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L'avvocato 38enne era stata eletta a Siracusa: «Non condivido più il modus operandi di Fi»
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Non commentiamo, riportiamo solo la nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini):

 Il femminile regolare di avvocato è avvocata e così si può chiamare una donna che eserciti il mestiere di avvocato. È in uso anche avvocatessa, che però può avere tono scherzoso o valore spregiativo, come tradizionalmente hanno avuto diversi femminili in -essa. Alcuni poi preferiscono chiamare anche una donna avvocato, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.






sabato 13 luglio 2019

Inutilità o superfluità ridicole


Quando scriviamo cadiamo - molto spesso e senza rendercene conto - in parole superflue e quindi inutili che - a volte - rasentano il ridicolo. È bene, pertanto, leggere e rileggere i nostri scritti al fine di "scovare" le superfluità ridicole (che ci sono sfuggite) e porvi rimedio. Vediamo, piluccando qua e là tra le varie pubblicazioni, alcune inutilità ridicole che ci hanno particolarmente colpito.
In corsivo la superfluità. Il ferito è stato immediatamente portato in ospedale per una copiosa emorragia di sangue; contessa, gradisca i nostri rispettosi ossequi; il cielo, in quella dolce mattinata primaverile, presentava una limpida chiarità; i ragazzi in gita scolastica pranzeranno "al sacco": prosciutto, formaggio, frutta e una pagnotta di pane; la nascita del primogenito ha portato, finalmente, una grande felice letizia; fra tutti i palazzi quello in cui andranno ad abitare i novelli sposi si distingue per la sua magnifica maestosità; l'imputato non si è presentato al processo adducendo un'improvvisa cefalea alla testa; Venezia mi ha veramente affascinato, vi ritornerò di nuovo l'anno prossimo; spesso ci domandiamo cosa sarà di noi nel futuro domani; il giovane si impegna con costante assiduità nello studio; nella sfilata l'alfiere precedeva davanti; dal finestrino del treno si potevano intravedere dei piccoli paesini.
Potremmo continuare...


          
 

giovedì 11 luglio 2019

Sgroi - 27 - L'ignoranza del parlante, la grammatica inconscia e l'errore


di Salvatore Claudio Sgroi *

1. L'evento bilingu-a
         Com'era prevedibile, gli amici e colleghi che hanno letto l'intervento su "Il MIUR E LA CREATIVITÀ MORFOLOGICA" dello scorso 9 luglio hanno reagito in maniera diversa. C'è chi ha trovato "divertente" il testo; chi addirittura "una miniera".
         C'è chi ha spiegato bi-lingua anziché 'bilingue'  dovuto a "una spinta analogica" e quindi ha dichiarato: "Io lo trovo in qualche modo giustificato".
         C'è chi invece lo ha severamente giudicato: "Troppo buono a concedere l'attenuante di bilingual, troppo buono...". 

 2. Condanna senz'appello
         E c'è ancora chi, un poliglotta non-linguista, da un lato mi ha valutato "sempre Dotto nelle analisi e Iperliberal e Permissivo!". Dall'altro ha espresso un suo giudizio di chiara condanna con un neologismo anglicizzante:
       "Io ho il sospetto che bilingua sia solo espressione della 'miur-ignoranza' ".

 3. "Ignoranza" del parlante e "grammatica inconscia"
          Un giudizio di questo tipo -- qualificare gli altri di essere "ignoranti" perché non conoscono una forma standard -- merita invero di essere attentamente analizzato. Perché se l'ignoranza riguarda certamente il mancato uso del comune "bilingue", occorre però chiedersi qual'è (sic!) il "sapere inconscio" che ha spinto il parlante ad usare l'inattesa, insolita, non comune forma "bi-lingua".
           L'ipotesi da cui bisogna infatti muovere è che bi-lingua è il risultato di un "sapere inconscio", perché è solo la mancanza di sapere a non generare nulla.

            3.1. Processo di "rianalisi" di bilingu-e     
Nel caso di bi-lingua il sapere inconscio da noi ipotizzato è costituito dal processo di "rianalisi" per cui il corrente "bilingu-e" è stato percepito come plurale, e riferito al "portale" sing. è stato quindi ri-analizzato come bilingu-a singolare. Su cui non è da escludere neppure la conoscenza (conscia?) dell'ingl. bilingual.
        Tale processo di rianalisi -- che ha luogo nella grammatica "inconscia" del parlante -- non è peraltro raro, in quanto è alla base di casi analoghi, che a differenza di bilingu-a sono ormai diventati comuni. Abbiamo menzionato il sing. microbo, da microbi pl. di microbio; -- il sing. battèr-e da batteri plur. di batterio; -- il sing. latticino da latticini pl. di latticinio, ecc.

 4. Vitalità di bilingu-a nel '900 e nel 2000
          Una scorsa a Google libri ricerca avanzata (10 luglio), consente ora di saggiare la sua vitalità, invero ristretta, se nell'arco del '900 e del 2000 abbiamo rintracciato una quindicina di ess. nell'accezione sia animata che non-animata.

Nel '900:
         (i) Accademia pontaniana 1906: "e gli atti diretti alle provincie di greco idioma, come Napoli , erano bilingui, e bilingua poscia diventò anche la corte" (Atti della Accademia pontaniana, vol. 36, p. 15).
         (ii) Luigi Cufino 1914: "Oltre a varie scuole dei lettori del Corano, presso le moschee, vi sono a Mussaua la scuola bilingua governativa con corso biennale per i soli indigeni e la scuola elementare della Missione Cattolica per europei e indigeni" (Nel Mar Rosso: Rendiconto di una missione inviata dalla Società africana d'Italia, aprile-luglio 2013, p. 82).
         (iii) 1940: "Da Tropaeum-Traiani, delle cui interessanti basiliche riparleremo in seguito, abbiamo un frammento d'iscrizione bilingua" (Ephemeris dacoromana. Annuario della Scuola romena di Roma, Libreria di scienze e lettere, p. 36).
          (iv) 1964: "Delle 80 riviste internazionali unilingua e delle 92 bilingua, la gran maggioranza usa l'inglese. Le riviste trilingua sono 186 ed impiegano soprattutto inglese, francese, tedesco." (Il Policlinico: Sezione pratica, p. 1271).
          (v) 1982 Italo Mancini: "Note alla edizione bilingua della Lettre à Marcus Herz, Aubier, Paris 1968, pp. 69-70)" (Guida alla Critica della ragion pura, Quattro Venti, vol. 2, p. 48).
          (vi) 1983: "Parrebbe, quindi, che Minkoff sia ricorso alle tavole dell'edizione bilingua, in francese e tedesco, edita da Simrock nel 1892" (Il Fronimo, p. 13).
          (vii) 1985: "rilascio delle certificazioni catastali nella forma bilingua (italiano e tedesco) nella prov. di Bolzano" (Giustizia civile: Repertorio generale annuale di legislazione, Giuffrè p. 476).

 E poi nel 2000:
            (viii) Elisabetta Scala 2005: "Un dizionario può essere:
             -- monolingua, cioè scritto in una sola lingua (...);
             -- bilingua, cioè che contiene due lingue; nel caso del dizionario bilingua italiano e inglese trovi nella prima parte le parole inglesi con la traduzione in italiano, e nella seconda parte le parole italiane con la traduzione inglese. (Simple english culture. Unità di apprendimento sulla civiltà anglofona).
            (ix) Christian Krötzl - Kirsi Salonen 2003: "una edizione bilingua in italiano curata da A. Berto è in preparazione presso il SISMEL" (The Roman Curia, the apostolic penitentiary and the partes in the later Middle Ages, Institutum Romanum Finlandiae).
             (x) 2002: "l'edizione critica bilingua, in romeno e italiano, con introduzione e commento, dei epitaffii in versi del cimitero di Sâpânta (Maramures)" (Religiosità popolare tra antropologia e storia delle religioni, Accademia di Romania in Roma, p. 22).
            (xi) Leonardo Messinese, ‎Christian Göbel 2006: "Saggio sulla teoria dei principi e sulle dottrine non scritte di Platone con una raccolta di documenti fondamentali in edizione bilingua, Introduzione e traduzione di G. Reale. Milano 2 1987" (Verità e responsabilità. Studi in onore di Aniceto Molinaro, Centro studi S. Anselmo, p. 337).
            (xii) 2007: "venendo anche incontro a particolari esigenze legate alla lingua della zona ove è indirizzata l'attività (basti pensare alle regioni bilingua...)" (Il Mondo, p. 83).
            (xiii) Enrico Guidoni 2008: "Sono in preparazione i primi volumi di un Atlante di storia delle città ceche, [...], Praha, edizione bilingua ceco - tedesco" (Città nuove medievali: San Giovanni Valdarno, la Toscana e l'Europa, Bonsignori, p. 202).
            (xiv) Mario Desiati 2008: "Trasmissioni culto come “Teledurazzo" su Telenorba, col quiz bilingua italiano-albanese" (Il paese delle spose infelici. Romanzo, Mondadori, p. 50).
            (xv) Giacomo Scotti 2008: "Il saggio citato è stato pubblicato nell'opuscolo I binari che ci hanno portato in Europa, pubblicato in edizione bilingua italiana e serba dalla Società Dante Alighieri di Niš nel 2004" (Adriatico, Balcani, slavi e italiani: vicende e personaggi di una lunga storia, Edizioni della Laguna, p. 168).
            (xvi) Pataterna Patatern 2009: "Il mio confronto con il libro di Diritto privato a forma di vocabolario bilingua devo dire la verità è stato piacevole" (Forse sono una ragazza prodigio. Ma non so bene in che cosa, I ed. digitale, Roma, Castelvecchi ed. 2017).

 4.1. Rianalisi di bilingu-e masch.
          Negli 11 ess. in cui bilingu-a si combina (§ 4) con un nome femminile (corte, scuola, iscrizione, edizione: 7 volte, forma) si potrebbe anche ipotizzare che il canonico bilingu-e sia stato percepito come maschile, da qui l'adeguamento al femminile bilingu-a. Ma in 3 ess. il sintagma ha la testa maschile (dizionario, quiz, vocabolario) e in 2 invece la testa è plur. femm. (riviste, regioni).

 4.2. Rianalisi di bilingu-e pl. e masch.
          Alla luce dell'es. del MIUR (portale bilingua) e degli ess. di cui sopra (§ 4 corte bilingua 1906, ecc.), il processo di rianalisi di bilingu-e in bilingu-a ha seguito complessivamente un duplice percorso. L'agg. bilingu-e è stato percepito ora (i) come pl. (femm.) ora (ii) come masch. (sing.) col comune risultato della forma bilingu-a (sing. e femm.).

               5. Il tandem con monolingu-a 'monolingue'
         Si sarà notato en passant nell'es. (viii) del 2005 la presenza della variante monolingu-a anziché 'monolingu-e', analoga a bilingu-a al posto di bilingu-e.
         L'agg. mono-lingue 'che usa una sola lingua', 'detto di dizionario' è neoformazione datata 1966 (De Mauro 2000), costruita sul latinismo bi-lingue. Ed è composto ibrido (per metà greco e per metà latino), morfo-semanticamente illogico ('una-lingu-e'). Da qui la forma 'normalizzata' attraverso un processo di rianalisi, che ha generato "mono-lingu-a".

 5.1. Vitalità di monolingu-a
          Quanto alla sua diffusione, stando a Google libri, è molto più limitata. Giusto un paio di altri esempi, oltre quello del 2005:
          (i) Elisabetta Scala 2005: "Un dizionario può essere: -- monolingua, cioè scritto in una sola lingua (...)".
         (ii) Nico Piro 1997: "Pubblicando un Cd Rom è possibile supportare la funzione multilingue senza gravare eccessivamente sulla produzione dell'applicazione e inoltre operando quasi a parità di spazio rispetto alla stessa applicazione monolingua, senza incidere sui costi di duplicazione" (Come si produce un CD ROM. Tecniche, metodi, lavoro di squadra: comunicare mixando media, Castelvecchi, p. 219).
         (iii) Tommaso Pediani 2017: "L'italiano in gita: esperienze di insegnamento con gruppi monolingua".

 6. "Ignoranza" vs "sapere inconscio"
          Ritornando al § 2, l'"ignoranza" attribuita tout court al parlante dinanzi ad una forma errata, va allora rianalizzata:
          (i) come "ignoranza" di una regola della forma (giudicata) corretta (qui bilingue, e quindi anche monolingue);
          (ii) come "sapere inconscio" di una regola alla base della forma (giudicata) scorretta, qui bilingu-a, e quindi monolingu-a.

 7. Uso corretto vs uso scorretto
           Se poi la forma generata dalla Regola inconscia del parlante debba essere giudicata "errata" o no, è ancora un altro problema. Due sono i criteri, a mio giudizio, per una risposta adeguata.
           (i) Una forma generata dalla regola inconscia è scorretta perché (o se è) poco comprensibile. Ma la incomprensibilità (di bilingu-a e monolingu-a) è qui da escludere.
           (ii) Una forma è scorretta perché (o se) diffusa presso parlanti popolari. In questo caso, direi di no, trattandosi di un testo ufficiale del MIUR, nel caso di bilingu-a. Che invece sia poco diffusa presso parlanti colti, è anche probabile se non familiare alla competenza lessicale per es. di chi legge questo testo.

 8. Conclusione
          Sintetizzando, etimologicamente il processo è stato:
           I) bi-lingue (latinismo) 'due lingue' 1490 c. > (neoform.) mono-lingue 'una lingua' 1966.
            Successivamente la ricerca di motivazione morfo-semantica ha comportato una rianalisi:
           II) bilingu-e pl. o masch. > bilingu-a sing. femm.;
          mono-lingu-e ('una lingu-e') > mono-lingu-a ('una lingu-a').
           La debolezza infine di bilingu-a (e soprattutto di monolingu-a) consiste nella sua limitata diffusione e vitalità.

 Sommario
          1. L'evento bilingu-a 'bilingu-e'
          2. Condanna senz'appello
          3. "Ignoranza" del parlante e "grammatica inconscia"
             3.1. Processo di "rianalisi" di bilingu-e pl.
          4. Vitalità di bilingu-a nel '900 e nel 2000
               4.1. Rianalisi di bilingu-e masch.
               4.2. Rianalisi di bilingu-e pl. e masch.
           5. Il tandem con monolingu-a 'monolingue'
               5.1. Vitalità di monolingu-a
            6. "Ignoranza" vs "sapere inconscio"
            7. Uso corretto vs uso scorretto
           8. Conclusione

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania