lunedì 30 ottobre 2023

L' "uniformità linguistica"? Non è un'utopia, si avrebbe se...



A
lcuni docenti, anche universitari, "spalleggiati"  da... alcune grammatiche, ritengono errato cominciare un periodo con la congiunzione ma perché -- sostengono --  essendo avversativa il suo uso è corretto solo con frasi (o due elementi) che indicano contrasto come, per esempio, «era bello ma non elegante».

E dove sta scritto? Si può benissimo, ed è formalmente corretto, cominciare una frase o un periodo con il ma in quanto questa congiunzione indica la conclusione o l'interruzione di un discorso per passare a un altro. Ecco un bell'esempio di Alessandro Manzoni, con il 'ma' a inizio frase: “Ma il cielo, che non abbandona mai del tutto i buoni, volle che il povero don Abbondio avesse un momento di riposo.” 

E come liquidiamo la questione della virgola dopo il ma? Ci spieghiamo. I soliti grammatici ritengono errato l'uso della virgola dopo la predetta congiunzione avversativa. A questi soloni della lingua ricordiamo che se la congiunzione avversativa (ma) precede una frase parentetica la virgola non solo è corretta ma è... d'obbligo: avrei voluto telefonarti ma, visti i precedenti, non ho avuto il coraggio.

Nell'esempio riportato, l'espressione “visti i precedenti” è una frase parentetica, la virgola dopo il ma è, per tanto, obbligatoria.

Dunque (anche 'dunque' a inizio di periodo è ritenuto errato perché serve a 'concludere un ragionamento'; è invece, un uso correttissimo; anche qui un esempio manzoniano: "Dunque, il curato di Cassina non aveva potuto fare a meno di riferire al suo arciprete la conversazione che aveva avuta con don Abbondio".), cari amici, quando avete dei dubbi grammaticali non consultate testi di lingua scritti da illustri sconosciuti, amici di editori compiacenti: troppo spesso questi sacri testi sono l'esempio della contraddizione, per non dire delle mostruosità linguistiche.

Sarebbe auspicabile e utile, in questo campo, l'intervento dell'Accademia della Crusca. Tutte le pubblicazioni scolastiche, inerenti alla lingua del Divino e di Manzoni, dovrebbero avere l'imprimatur della suddetta Accademia: in questo modo si raggiungerebbe — senza la nascita di un apposito organismo — quell'uniformità linguistica invocata, anni fa, dall'insigne prof. Nencioni. Meditate, meditate...


 

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domenica 29 ottobre 2023

Il "ferramentista" (e l'Accademia della Crusca)



"Ferramentista"
 (estratto dalla consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca)

(...) Dai dizionari, poi, non emerge che ferramenta abbia anche il significato di ‘persona che gestisce il negozio di ferramenta’ , o ‘persona che vende utensili in ferro’, che invece, come vedremo tra poco, trova un buon riscontro nell’uso. Per questo significato, il GDLI attesta ferramentaio, voce rara attestata a metà Novecento in un autore (marchigiano), mentre ferramentista, ipotizzato da uno dei lettori che hanno chiesto chiarimenti su ferramenta e la sua famiglia di parole, non sembra per ora trovare registrazione lessicografica. Ferramentista, probabilmente appoggiato sul vicino serramentista, si trova invece documentato nell’uso, soprattutto in ambito commerciale, con il significato di ‘addetto alla lavorazione, al montaggio e alla riparazione delle ferramenta’: si vedano per es. ilferramentista.it, e altri nomi di analoghe attività online; poche e recentissime le attestazioni, soprattutto in manuali professionali, documentate attraverso la ricerca con Google libri. L’assenza di ferramentista nei vocabolari è stata lamentata qualche anno fa nel blog Lo SciacquaLingua di Fausto Raso. La voce esiste anche nel portoghese (ferramentista) e nello spagnolo (herramentista) e viene resa dai traduttori automatici con attrezzista. Se con ferramentista siamo di fronte a un neologismo destinato a diffondersi lo vedremo tra qualche anno.(...)



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venerdì 27 ottobre 2023

La scranna e lo scanno



Riproponiamo un nostro vecchio intervento sullo "scanno" perché siamo stati corretti da un caro amico il quale sosteneva che la grafia corretta è "scranno", non scanno.

Gli amici lettori che ci onorano della loro attenzione sanno benissimo che non perdiamo occasione per fustigare gli operatori della carta stampata e no, i quali con i loro articoli fanno scempio della nostra bella lingua: abbiamo sempre sostenuto la tesi – e non ci interessa punto se ci ripetiamo – secondo la quale gli addetti all’informazione oltre che informare, appunto, debbono dispensare la cultura linguistica e ciò non avviene quasi mai.

Anzi, fanno di tutto per storpiare la lingua e confondere le idee alle persone sprovvedute, nonostante i reiterati appelli dell’Accademia della Crusca per un uso corretto della lingua di Dante. L’ultima smarronata – ultima si fa per dire – è di qualche giorno fa: «Il deputato regionale Caio Sempronio costretto ad abbandonare lo scranno». Dov’è cotanto errore? si dirà. Nel vocabolo scranno, che in buona lingua italiana non esiste.

Diciamo subito, "per buona pace" dei soliti bastian contrari, che alcuni vocabolari registrano questa voce, ma ciò non toglie che l’uso sia scorretto, quindi  da evitare. La voce corretta è scanno. Lo scanno (senza la r) propriamente vale sgabello, panchetto e discende dal latino "scamnum" (senza la consonante r, come si può ben vedere) divenuto in lingua volgare, l’italiano, scanno, appunto, per l’assimilazione della m e la trasformazione della desinenza -u in -o.

Chi vuol parlare e scrivere correttamente deve rispettare, quindi, l’etimologia del termine e dire scanno. Un esempio stupendo lo abbiamo in alcuni versi di Dante: «così diversi scanni in nostra vita / rendono dolce armonia tra queste rote».

Ma anche nel Muratori, studioso di filologia, abbiamo un bellissimo esempio: «L’ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni». A questo punto cerchiamo di trovare una spiegazione sull’uso scorretto e dilagante, ahinoi, di scranno.

L’unica spiegazione possibile si può far risalire alla corruzione popolare del vocabolo scranna e fatta propria da alcuni dizionari della lingua italiana. La scranna, infatti, è un sinonimo di scanno ma, al contrario di quest’ultimo, è di origine barbara essendo il longobardo skranna (panca).

Originariamente era una sedia dottorale, di legno, con braccioli e con spalliera molto alta. E con questo preciso significato il termine si è mantenuto nella locuzione figurata "sedere a scranna", vale a dire assumere un tono dottorale, ergersi a giudice di qualcuno senza averne l’autorità, ma soprattutto la capacità.

Anche in questo caso abbiamo un esempio eccelso del divin toscano: «Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta di una spanna?».

Concludendo, quindi, diciamo e scriviamo scanno o scranna, lasciando lo scranno solo a color che vogliono… sedere a scranna.

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De Mauro: scanno -1a. CO sedile fornito di schienale e braccioli, per lo più di aspetto imponente, riccamente decorato, riservato a persone autorevoli investite di speciali funzioni: gli scanni del parlamento, lo scanno dell’arcivescovo

1b. LE fig., condizione, grado elevato nella gerarchia sociale; posto di potere o di onore: il valoroso giovane … disideroso di dare a sé e a’ suoi simile scanno … si mise con vigorose forze all’ammirabile impresa (Boccaccio)
2. BU estens., panca, sgabello

scranna1. CO sedia, spec. con braccioli e schienale alto, riservato in passato a personalità importanti, e perciò simbolo di eminenza o del luogo in cui è posta o della funzione che vi si esercita
2. RE centrosett., sedia, panca 

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Interessante l'etimologia del comune abruzzese Scanno. Si rifà, infatti, al latino "scamnum".


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Metterci una croce sopra

Chi adopera, ovviamente in senso figurato, il modo di dire in oggetto? Colui che considera chiuso un argomento e non vuole (o non può) tornarci piú sopra. Questa locuzione, dunque, è nota a tutti. Pochi però, forse, sanno che l’espressione è presa in prestito dai registri contabili.

Un tempo – sui registri della contabilità – le partite e i crediti non esigibili venivano segnati con una… croce a margine. Da registrare anche l’ipotesi che fanno alcuni autori secondo i quali l’espressione richiama il segno della croce che fanno i sacerdoti quando danno l’estremo saluto a un defunto. Di significato affine e di origine intuitiva la locuzione “metterci una pietra sopra”: fa pensare, naturalmente, a una pietra con la quale si chiude definitivamente un sepolcro.



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domenica 22 ottobre 2023

Sgroi - 159 - IL LINGUISTA DINANZI ALLO SPECCHIO


                                                              di Salvatore Claudio Sgroi


         1. L’evento editoriale


Parole del nostro tempo di Vincenzo Orioles (classe 1948) edito da Il Calamo 2023 (pp.  120) è un aureo volumetto che mette insieme 12 saggi già editi tra il 1979 e il 2020, ora variamente riveduti e aggiornati, con un’ampia bibliografia (pp. 105-17), ma (colpevolmente) senza un indice delle parole né dei nomi propri.

 

2. Uno “specchio”


Lo potremmo definire  uno “specchio” dinanzi a cui si pone l’A. per soddisfare la sua pulsione di esplicitare nella densa “Premessa” (pp. 5-7) un suo percorso teorico, nella fattispecie quello del “contatto interlinguistico” e dell’“interferenza” ispirato alla lezione del suo compianto maestro, Roberto Gusmani (1935-2009). La sua impalcatura teorica è così costituita dalle nozioni di “prestito” (integrato, acclimatato, camuffato, falso), “prestito invisibile” ovvero “calco” (strutturale, sintagmatico, sintematico, semantico), “confisso”, “induzione di morfema”, ecc.

 

2.1. Indice del volume


I 12 saggi riguardano il “Lessico politico” relativo ai termini Disinformazione, Escalation, Anni di piombo, Glasnost’/trasparenza; -- il “Lessico sportivo” (mediano, fallo con gli altri termini del calcio); -- “Tendenze e stili di vita” relative a sicilitudine, caffetteria, “Neologia contemporanea” tra cui bio-1/bio-2, omo-1/omo-2, -Poli1/-Poli2, London-istan ‘metropoli multietnica’, chilometro zero, Corea ‘quartiere sordido’, optional, fair play, road map; -- “Comunicazione” comprendente  “Parlare al cittadino” sul linguaggio dell’amministrazione, “Prestiti invisibili” i.e. calchi, per es. suggestione, editore, realizzare, transazione, austerità, cancellare ('un volo'), cancellazione (del volo) e “Scolastichese” (e norma sommersa).

Su 12 saggi, tranne “Parlare al cittadino” e “Scolastichese”, 10 riguardano, come si può notare. il contatto interlinguistico,

 

          2.1.1. Etimi e datazioni


Delle voci riportate disinformazione datata 1957 (ma 1983 in Zingarelli 2024) deriva dal 

russo dezinformacija 1949; -- Escalation datata 1962 dall’anglo-americano escalation 1938; -- Anni di piombo 1982 calco sintagmatico sul  ted. Die bleierne Zeit; -- Glasnost’/trasparenza 1971 (Zingarelli 2024) dal russo 1964-1985; -- Mediano (sport)1924 dall’ingl. half; -- Catenaccio (sport)1950 dal fr. verrou; -- Fallo (sport)1895 dall’ingl. fault, foul; -- Sicilitudine Cane 1959 (nello Zing. ancora 1969), cfr. negritudine 1960 (< fr. négritude (Césaire); -- Caffetteria 1928 (con induzione di morfema) dall’ingl. cafeteria 1894, a sua volta dall’ispano-americano cafetería; -- Corea ‘quartiere sordido’ 1963; Optional 1967 (De Mauro) dall’ingl. 1765 (Merriam Webster’s College Dictionary 2003); -- Fair play  1828 (De Mauro) dall’ingl. 1595 (Merriam Webster) ; -- Road map 1997 (Zingarelli 2024), dall’ingl. 1883 (Merriam Webster), -- Deregolamentazione 1979 dall'ingl. deregulation (Merriam-Webster), -- Transazione dall'ingl. transaction (Merriam-Webster) -- Chilometro zero 2006.

 

 

2.1.2. La dècade ‘decennio’: un euro-anglicismo

Opportunamente Orioles per il lessema dècade ‘decennio’ riporta (p. 94) una  pertinente esemplificazione istituzionale a dimostrazione che si tratta di un calco inglese come da noi dimostrato fin dal 2010 e più di recente nel blog di F. Raso, da lui peraltro citati, derivante dall’ingl. Decade 1605 (Oxford English Dictionary), it. dècade  1809,ovvero un euro-anglicismo in quanto presente anche in  francese décade, spagnolo década, portoghese década, rumeno decadă, -- in polemica con G. Patota che lo riteneva una neoformazione endogena.





sabato 21 ottobre 2023

Le "trappole linguistiche" dei motori di ricerca


S
i presti attenzione nell' "interrogare" i motori di ricerca sulla lingua italiana (ma non solo); molto spesso danno risposte fuorvianti, errate o, addirittura, risposte che c'entrano come i cavoli a merenda, come suol dirsi.

 Abbiamo posto tre domande a "Bing".

1) Una consonante può fare sillaba a sé?

2) La forma "roboante" è corretta?

3) I mesi dell'anno hanno il plurale?

Ecco le risposte:

1) Sì, una consonante può fare sillaba a sé. Tuttavia, le consonanti non possono farlo da sole, ma devono essere seguite da una vocale. In contrapposizione, le vocali possono formare sillabe da sole e vengono pronunciate con il canale vocale aperto. Ad esempio, nella parola “amico”, la consonante “m” forma una sillaba da sola, mentre la vocale “i” forma la seconda sillaba.

2) La forma corretta è “roboante”. Questo aggettivo, che significa “che rimbomba, altisonante”, è ormai più diffuso e accettato, anche se la forma originaria sarebbe “reboante” derivata dal latino “reboantem”. In bocca roboante, ma mai scomposto!

3) I nomi dei mesi dell’anno non richiedono la maiuscola, eccetto quando vengono usati come nomi propri (ad esempio, Domenica come nome proprio femminile). Il plurale di sabato è i sabati, mentre il plurale di domenica è le domenicheGli altri nomi dei giorni della settimana rimangono invariati.

Lasciamo ai cortesi lettori la gioia (o soddisfazione) di scoprire la "verità linguistica".

Ancora una prova della scarsa affidabilità del su menzionato motore di ricerca. L' "interrogazione" non verteva sulla lingua italiana.

San Filippo Neri, il santo venerato dalla Chiesa cattolica, riposa nella Chiesa di San Filippo Neri a Spoleto, in pieno centro storico, vicino a corso Mazzini. Questa chiesa fu edificata tra il 1640 e il 1671 su disegno dell’architetto spoletino Loreto Scelli. Nonostante la sua costruzione risalga al XVII secolo, presenta caratteristiche stilistiche delle chiese romane del primo Seicento.

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Le spoglie di San Filippo Neri si trovano a Roma nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, meglio conosciuta come Chiesa Nuova.


 

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giovedì 19 ottobre 2023

L'ausiliare con i verbi servili (o modali)


Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

Scrivo questa e-mail in seguito ad un'accesa discussione in merito all'utilizzo dell'infinito "andare" con la locuzione verbale "avrei potuto". È corretto dunque dire "avrei potuto andare"? La grammatica italiana lo tollera oppure l'unica soluzione prevista è "sarei potuto andare"?

L’uso degli ausiliari con determinati verbi (per es., quelli di moto, quelli atmosferici) risponde meno a norme che a tendenze in relativo movimento. Almeno, ciò accade se guardiamo la superficie dell’uso. Sta di fatto che possiamo affermare con tranquillità quanto segue: esiste un manipolo di verbi intransitivi molto usati che ammettono sia l’ausiliare essere, come la norma generale vuole, sia l’ausiliare avere, nella lingua parlata e scritta di ogni livello: i verbi meteorologici (grandinarepioverepiovigginarenevicarenevischiare), ma anche appartenereatterrarevolare e decollaredurareemigrarefranareinciamparenaufragareprevaleresbandarescivolarevivere.

Più in generale, negli ultimi cinquant’anni si è profilata una tendenza sempre più marcata all’aumento dell’uso dell’ausiliare avere, rispetto a essere, quando l’ausiliare è richiesto nella combinazione tra verbo modale (doverepoterevolere sapere – sapere nel senso di ‘essere

capace’, ‘essere in grado’ –) e infinito. Tale tendenza, ha chiarito il linguista Michele A. Cortelazzo, in realtà è un “cavallo di ritorno”, un fenomeno, già noto secoli fa, che ora, dopo un percorso carsico, si riaffaccia con molta vitalità nella lingua parlata e in quella scritta.

Se vogliamo attenerci a una regola generale, a prova di ogni obiezione, ci comporteremo così: l’ausiliare deve essere lo stesso richiesto dal verbo all’infinito per le forme composte, come, tanto per esempio, il passato prossimo. Come dico ho bevuto, così dirò ho dovutopotuto, ecc. bere; dico sono andato, dirò sono dovutopotuto, ecc. andare. C’è un “ma se”: ma se il verbo è intransitivo è possibile usare anche avere. Quindi, anche ho dovuto/potuto/saputo/voluto andarepartirerestarevenire è corretto.

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Aggiungiamo alla magistrale risposta degli esperti del Treccani che l'ausiliare da usare con i verbi servili o modali (così chiamati perché designano un modo dell'azione principale) seguiti dal verbo essere è, tassativamente, avere:  Luigi ha voluto essere il primo a ricevere la notizia. Ancora. Quando l'infinito è sottinteso l'ausiliare è sempre avere: sei arrivato in tempo? No, non ho potuto (sott. arrivare).


  

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mercoledì 18 ottobre 2023

Segnatempo e marcatempo



D
al vocabolario Treccani in Rete:

segnatèmpo s. m. [comp. di segnare e tempo], invar. – Sinon. di marcatempo.

marcatèmpo s. m. [comp. di marcare e tempo]. – 1. Negli stabilimenti industriali, tecnico che controlla (mediante l’impiego di orologi a scatto) i tempi di lavorazione necessarî a un operaio per l’esecuzione di un pezzo, ai fini di una determinazione delle tariffe orarie e di cottimo. 2. Dispositivo che, applicato a un apparecchio registratore, serve a far apparire sulla registrazione segni di riferimento in corrispondenza a prefissati intervalli di tempo. In funzione attributiva, orologio m., orologio di controllo congegnato in modo da segnare automaticamente su apposito cartellino il momento d’ingresso o di uscita dei dipendenti di un’azienda o di un ente; è detto anche orologio marcatore.

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Segnatempo, come marcatempo, nella forma plurale può restare invariato o prendere la desinenza del plurale: i segnatempo/i segnatempi; i marcatempo/i marcatempi. Secondo chi scrive è preferibile pluralizzare i due sostantivi in ottemperanza alla legge grammaticale che regola la formazione del plurale dei nomi composti di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare. Ci domandiamo, però, per quale motivo il Treccani usa due pesi e due misure: marca invariato solo il segnatempo. Se segnatempo è sinonimo di marcatempo dovrebbe marcare invariato anche quest'ultimo sostantivo. A nostro modo di vedere il lettore resta disorientato leggendo i due lemmi: segnatempo invariato; marcatempo?

 

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sabato 14 ottobre 2023

Israele (nazione): maschile o femminile?



A
bbiamo notato che tutti (o quasi) ritengono  lo Stato del Medio Oriente, Israele (oggi, purtroppo, di grande attualità) di genere grammaticale maschile. A nostro modo di vedere, invece, lo Stato mediorientale è femminile. Perché? Perché, in linea generale, il genere grammaticale dei nomi propri di nazioni è lo stesso di quello dei nomi comuni (ovviamente ci sono le eccezioni). I nomi che finiscono in "-o" sono maschili, quelli terminanti in "-a" sono femminili e quelli la cui desinenza  è  "-e" possono essere sia maschili sia femminili. Israele, perciò, terminando in "-e" è femminile. Siamo confortati, nella nostra convinzione, dal compianto linguista Aldo Gabrielli che, nel suo pregevole "Dizionario Linguistico Moderno", scrive: "Israele, nome proprio geografico femminile". A nostro avviso, insomma, Israele è di genere maschile solo se nome proprio di persona; se si designa la nazione il genere è tassativamente femminile: la potente Israele. E visto che siamo in tema, vediamo la differenza (semantica) tra israeliano e israelita. Il primo designa l'abitante d'Israele; il secondo il discendente di Giacobbe che la tradizione vuole si chiami, appunto, Yisra'el, Israele. Attendiamo la smentita dai/dei soliti "linguisti d'assalto" ai quali facciamo presente, nel caso, che la "femminilità" della nazione israeliana è immortalata anche in alcune pubblicazioni: qui e qui,


 

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domenica 8 ottobre 2023

Sgroi - 158 - Una “rivoluzione” lessicografica?


di Salvatore Claudio Sgroi

 

1.   L’evento giornalistico


Il 5 ottobre su “la Repubblica” è apparsa (parzialmente leggibile per i non-abbonati)  un’intervista di Giovanni Audiffredi a Valeria Della Valle dal titolo decisamente abnorme: “Valeria Della Valle, la più grande linguista italiana”.

Certamente una brava storica della lingua, “in pensione dal 1° novembre 2014”, “professoressa associata di Linguistica italiana alla Sapienza Università di Roma fino alla data del pensionamento”, come si legge in un profilo (auto?)biografico in rete.

 

2.  “La femme avant tout”


L’articolista accenna al fatto che nel Dizionario Treccani del 2022 co-diretto con G. Patota la Della Valle “ha messo in atto una rivoluzione” in quanto ha lemmatizzato “aggettivi e sostantivi, prima al femminile e poi al maschile, in successione alfabetica”.

L’ordine tradizionale è spiegato “solo col prevalere storico della cultura maschile”.

 

2.1.        Qualche incoerenza


Premesso che non ho comprato, come avevo accennato in un precedente intervento, il Dizionario in questione, in una pagina cortesemente inviatami da un caro amico e collega ho potuto rilevare i seguenti lemmi nell’ordine “femm. + masch.” : “fibrosa, fibroso” “agg.”;  fica, fico” (“settentrionale figa, figo”) “agg. e n. f. n.m.”; “-fica, -fico” “Secondo elemento di parole in cui significa ‘che fa, che rende’”; “fichetta, fichetto” “ agg. e n.f., n.m.”; “fida, fido” “agg.; n.f., n.m.”; “-fida, -fido” “Secondo elemento di aggettivi nei quali significa ‘diviso’”; “fidanzata, fidanzato” “agg.”, “n.f., n.m.”; “fidata, fidato” “agg.”; “fideistica, fideistico” “agg.”; “fideiussoria, fideiussorio”  “agg.”

Ma una incoerenza è il lemma “masch.+ femm.” per via dell’ordine alfabetico: “-ficatore, -ficatrice”, “Secondo elemento di nomi derivati dai corrispondenti verbi in -ficare, di cui indicano l’agente: deumidificatore, pianificatrice”.

 

3.     Equivoco della teoria sessista della lingua


Quello che giornalisticamente viene presentata come “una rivoluzione” è invero il risultato di un equivoco teorico secondo cui il genere grammaticale maschile indicherebbe nei nomi animati il sesso maschile rispetto al genere femminile che farebbe riferimento al sesso femminile.

In realtà, il genere grammaticale sia per i nomi animati che per quelli non-animati ha la funzione, come abbiamo più volte ribadito, di garantire l’accordo grammaticale e di creare così coesione e coerenza ai fini della comprensione.

La coincidenza del genere grammaticale col sesso è solo casuale e convenzionale, e non è peraltro priva di contraddizioni, per es. il soprano sost. masch.  denotante una donna; i figli sost. masch. riferito a maschi e femmine; il serpente s.m. indicante il serpente-maschio e il serpente-femmina. E che dire degli 

                LGBTQI+ (= Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali e affini)?

La eventuale “rivoluzione” lessicografica andrebbe caso mai ricercata altrove.





sabato 7 ottobre 2023

Da un genere all'altro; da un significato a un altro

 


Vi siete mai soffermati a riflettere sul fatto che il nostro idioma è "ricco" di parole che passando da un genere (maschile/femminile) all'altro cambiano di significato? Vediamone alcune:

 l’arco e l’arca;
 il baleno e la balena;
 il banco e la banca;
 il busto e la busta;

il bilancio e la bilancia;
il calco e la calca;
il capitale e la capitale;

 il caso e la casa;
il cavo e la cava;

il collo e la colla;
il colpo e la colpa;

il foglio e la foglia;
 il latte e la latta;

il mento e la menta;
 il mostro e la mostra;
 il palmo e la palma;

il palo e la pala;

il panno e la panna;

il pasto e la pasta;
 
 il pianto e la pianta;
 il pizzo e la pizza;
 il porto e la porta;


 il pupillo e la pupilla;
 il razzo e la razza;
 il torto e la torta.

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La lingua "biforcuta" della stampa

STALKING

Perseguita l’ex e minaccia di sgozzarla, viene arrestato sotto casa della donna con un coltello in tasca

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La donna aveva il coltello in tasca? Ecco un caso di anfibologia (oltre all'immancabile barbarismo).





 



Scaricabile gratuitamente dalla Rete cliccando qui.








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