domenica 16 febbraio 2020

Sgroi - 39 - Educazione linguistica "democratica"


di Salvatore Claudio Sgroi

 1. L'evento meta-linguistico
Scrivere "Le vicende de I promessi sposi" (anziché "Le vicende dei Promessi sposi"), o "ne Le mille e una notte" (al posto di "nelle Mille e una notte"); o "su I Malavoglia" (in luogo di "sui Malavoglia"), o ancora "a La dolce vita" felliniana (invece di "alla Dolce vita") -- sarebbe per il pur bravo storico della lingua (e scrittore) Giuseppe Antonelli un "violare la grammatica, inventando una preposizione che in italiano non esiste", ovvero un "forzare in questo modo le regole dell'italiano di oggi". 
È quanto si può leggere, con qualche sorpresa, nell'ultimo intervento, In italiano non esiste la preposizione 'de', nella sua rubrica "Lezioni di Italiano" del magazine "7" (p. 73) del "Corriere della Sera" del 14 febbraio scorso.

 1.1. Un pò (sic!) di grammatica
Ora, a parte il fatto che negli ess. di cui sopra in "su I", "a La" le preposizioni (su, a) non sono affatto inventate, perché possono ricorrere così in altri contesti, ma anche nel caso "de I", come ben sa il grammatico Antonelli, il "de" non è affatto una bizzarra "invenzione" del parlante ma è una variante combinatoria (o allomorfo) della preposizione semplice "di" quando si combina con l'art. per dar luogo alle preposizioni articolate. La preposizione "di +il, +lo, +la, +l', +i, +gli,+ le" diventa infatti "del, dello, della, dell', dei, degli, delle". E non diversamente "ne" variante combinatoria di "in" nel nesso con "le", "il" ecc.: "in+Le" = nelle; "in + Il" = nel, ecc.

 2. Valenza semantica della grafia non-univerbata del titolo [Regola-1]
Come ben sottolinea lo stesso Antonelli, "ad agire è in questi casi [di grafia non univerbata] una sorta di sacralità del titolo", ovvero si vuole "preservare l'intangibilità di un titolo". 
Si tratta cioè della [Regola-1] di chi scrivendo vuol enfatizzare il titolo originale con il suo bravo articolo, parte integrante. E non già banalizzare il titolo, -- [Regola-2] -- scorporandone graficamente l'articolo determinativo. 
Si osservi peraltro che la separazione grafica dell'articolo non ha ricadute sulla pronuncia della preposizione articolata, che in tutti i casi, univerbata o no, è una sola: "de I", "dei" fonologicamente /dei/; -- "ne Le", "nelle" /nelle/; -- "su I", "sui" /sui/; -- "a La", "alla" /alla/.

 3. Gli autori della grafia non-univerbata
La regola grammaticale, ortografica, non-univerbata -- [Regola-1] -- è adottata non solo dai soliti studenti nelle loro "tesi" e "tesine", ma, come precisa lo stesso Antonelli, "nei giornali", "ma anche nei libri di testo e in molti saggi accademici". E quindi è ipso facto -- aggiungiamo noi -- "corretta". 
Sono infatti i parlanti/scriventi (peraltro colti) a creare le Regole (qui ortografiche) della lingua.
Non è affatto vero, come si legge nel box dell'articolo, che con la grafia non-univerbata "si preferisce violare la grammatica". 
Voler rispettare l'"integrità dei titoli di libri e film" è la [Regola-1] scelta dagli scriventi colti, che si affianca alla [Regola-2] di chi non ritiene opportuno sottolineare la fedeltà del titolo.

 4. Ruolo del Linguista e libertà degli Utenti
Non è quindi certamente un "forzare le regole dell'italiano" preferire la [Regola-1] alla [Regola-2], come ritiene Antonelli. 
Riteniamo invece che il parlante/scrivente possa scegliere liberamente tra [Regola-1] e [Regola-2], in quanto si tratta di usi diffusi in testi colti, mentre al linguista spetta l'onere della illustrazione a) delle due regole, alternative, alla base di tali usi, e b) del tipo di utenti che l'adottano, fermo restando che anche il linguista come parlante/scrivente avrà le sue preferenze, da non imporre tuttavia agli altri.





sabato 15 febbraio 2020

A che cosa servono le regole se poi i vocabolari...


A che cosa servono le regole se poi i vocabolari "fanno come gli pare"? E ci spieghiamo.
    Una norma grammaticale stabilisce che nel  plurale i nomi in "-gia" (e "-cia") conservano la "i" se la consonante "g" (e "c") è preceduta da una vocale: ciliegia / ciliegie; valigia / valigie; cupidigia / cupidigie. Perdono la "i" quando la consonante "g" (o "c") è doppia o è preceduta da un'altra consonante: frangia  / frange; reggia / regge. 
    I vocabolari consultati (Devoto-Oli, DOP, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Zingarelli, Sabatini Coletti), invece, "fanno come gli pare", consentono entrambi i plurali: "-gie" e "-ge" (valige e valigie; ciliege e ciliegie). Il De Mauro e il Palazzi non registrando il plurale lasciano intendere, quindi,  che i sostantivi suddetti  formano il plurale secondo la regola grammaticale (e personalmente li seguiamo). A questo punto - anche se consigliamo agli amanti del bel parlare e del bello scrivere di attenersi, per la formazione del plurale, tassativamente alla regola grammaticale - ci domandiamo perché i "sacri testi" continuano/continuino a "propinarci" tale norma.


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Un verbo di uso raro, ma dal "sapore" aulico: imbarbogire. Si coniuga con l'inserimento dell'infisso "-isc -" tra il tema e la desinenza. Qui, la coniugazione completa.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Il club del presidente Giulini era finito nella bufera per i buu contro Lukaku durante Cagliari-Inter dell'1 settembre

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Correttamente: del 1 settembre. Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."

giovedì 13 febbraio 2020

Sgroi - 38 - Per una storia della grammatica italiana



di Salvatore Claudio Sgroi 

  1. L'evento editoriale
Le grammatiche scolastiche dell'italiano edite dal 1919 al 2018 di Dalila Bachis (Accademia della Crusca 2019, pp. 300) è un bel volume di grammaticografia novecentesca, ricavato dalla sua tesi di dottorato diretta da G. Patota, che fornisce un elenco bibliografico di oltre 900 testi di grammatiche delle scuole elementari, medie inferiori e superiori (pp. 145-203), in ordine alfabetico, non però in un più utile ordine cronologico, né distinti secondo i tre citati tipi di scuola, apparsi nell'arco di un secolo, una media quindi di 9 testi all'anno.

Un elenco inevitabilmente lacunoso anche per la grande difficoltà di reperire i soli titoli (e poi i testi), data la generale disattenzione riservata a questo tipo di produzione nelle patrie biblioteche.

L'anno di inizio di quest'elenco si spiega col fatto che il volume si propone come prosieguo di una precedente classica monografia di circa 30 anni prima: quella di M. Catricalà Le grammatiche scolastiche dell'italiano edite dal 1860 al 1918, edita dalla stessa Accademia della Cusca nel 1991, che censiva 653 titoli, completata con un successivo volume su L'italiano tra grammaticalità e testualizzazione. Il dibattito linguistico-pedagogico del primo sessantennio postunitario della stessa Catricalà (Accademia della Crusca 1995).

Dei circa 900 titoli la Bachis ha selezionato un campione di 44 titoli dei 3 ordini di scuola, "che, verosimilmente, hanno avuto una discreta diffusione nelle scuole" (p. 17), e che quindi si vorrebbe fosse "rappresentativo" (p 16).  

 1.1. I linguisti scendono in campo
Una semplice scorsa al lungo, inevitabilmente come accennato lacunoso, elenco di c. 900 titoli, consente di rilevare la presenza di una pattuglia di linguisti (glottologi, storici della lingua, filologi romanzi) o anche storici della letteratura (circa 50), che si sono occupati di educazione linguistica, al fine di mettere a disposizione della scuola testi scientificamente attendibili sulla lingua italiana, rispetto ad altri testi di autori, a volte noti grammatici-puristi o semplici facitori di testi scolastici privi di una adeguata competenza scientifica della lingua (per es. G. Pittàno 1972, o M. Sensini - F. Roncoroni 1990, 2009, 2013).

Del campione di 44 titoli una decina sono testi di linguisti: (a) scuola elementare: G. Nencioni-F.Socciarelli 1946; (b) scuola media: G. Devoto 1941, B. Migliorini 1941, I. Baldelli 1971, F. Sabatini 1980; (c) scuola media superiore: S. Battaglia - V. Pernicone 1951 (invero testo non propriamente scolastico, privo anche di esercizi come si ricorda a p. 91; e forse gli andava preferito il dichiaratamente scolastico S. Battaglia - V. Pernicone 1952), M. Dardano - P. Trifone 19831, 19892, M.L. Altieri-Biagi 1994, L. Serianni - V. Della Valle - G. Patota 1992.

 2. Prospettive dell'analisi
Il campione di testi è stato ripartito in due diverse sincronie: un gruppo a) del primo cinquantennio 1918-1968 e uno b) del successivo cinquantennio 1969-2018, il 1968 fungendo in pratica da spartiacque, al di là della Lettera ad una professoressa di don Milani (1967) e della fondazione del GISCEL nel 1975, con il conseguente movimento di "Educazione Linguistica" ispirato da T. De Mauro.

L'analisi è quindi condotta sulla scorta anche di precedenti analisi (per es. Calò-Ferreri, a c. di, 1997) da 4 punti di vista.

 2.1. Analisi delle Prefazioni: tra educazione metalinguistica ed educazione linguistica
Innanzi tutto si analizzano le Prefazioni (cap. II, pp. 27-34), contenenti indicazioni sul rapporto tra lingua e pensiero, sull'ideologia della difesa della lingua, sull'insegnamento della grammatica "meno noiosa", in cui si dà per scontato, va detto, che l'educazione "metalinguistica", cioè la consapevolezza delle (meta)regole del grammatico equivalga a, o determini ipso facto, l'educazione "linguistica", l'uso cioè adeguato della lingua, nella diversità delle sue forme (soprattutto diafasiche con registri formali/informali, settoriali, e diamesiche varietà scritta/parlata).

 2.2. Ripartizione dei livelli della grammatica
Il cap. III (pp. 35-52) si sofferma poi sulla diversa quantità di pagg. riservate dai 44 testi alle classiche partizioni della grammatica: fonologia-ortografia, morfologia, sintassi, lessico, ed argomenti "extra", tra cui la nozione di "testo" (pp. 43-45), con il ricorso a opportuni grafici a colori. I 44 testi sono però, in maniera poco perspicua, "elencati alfabeticamente per autore e numerati" (pp. 34, 38), anziché essere esplicitamente indicati e disposti in ordine cronologico, sì da far cogliere l'andamento altalenante della ripartizione nel corso dei due cinquantenni.

 2.2.1. Il congiuntivo: modo dell'incertezza
Utile è il confronto tra i vari tipi di definizione di alcune categorie grammaticali quali il pronome, l'aggettivo e il congiuntivo, illustrati però solo in pochi testi (pp. 47-52). Sul tema più in generale cfr. L. Vanelli 2010, Grammatiche dell'italiano e linguistica moderna, Unipress; e A. Colombo - G. Graffi 2017, Capire la grammatica. Il contributo della linguistica, Carocci (qui omessi).

Riguardo al congiuntivo, nei testi analizzati, si tratta all'unisono del classico modo dell'incertezza, così in 2 grammatiche delle scuole elementari (1919, 1927 p. 48) e in 5 delle scuole medie (2015 p. 49; 2009, 2011, 1993, 2009 p. 51).

L'A. sottovaluta però la novità teorica presente in un testo delle medie del 1925, ried. 1936 (M. Elgisano), che in poche righe fornisce una analisi adeguata degli usi reali dei parlanti. E non sembra proprio condivisibile l'opinione dell'A. secondo la quale tali definizioni "meno sintetiche [...] non aggiungono nulla a livello di contenuti all'informazione data" (p. 49), dai testi delle elementari. Al contrario, la definizione con descrizione degli usi fornita nel testo delle elementari di M. Elgisano (1925, ried. 1936) è assai rilevante, anche rispetto a quella delle scuole medie apparse 70-90 anni dopo, come peraltro dimostrato in vari studi da lei pur citati in bibliografia:

"Il congiuntivo -- si legge in Elgisano 1936 -- indica generalmente un'azione affermandola come incerta o possibile, [i] che dipende da un'altra azione. Però [ii] si adopera indipendentemente, quando ha senso [ii.a] esortativo o [ii.b] desiderativo: [ii.a] Abbia la volontà di ascoltarmi. [ii.b] Volesse il cielo che egli guarisse. [iii] Il congiuntivo si usa spesso anche a significare azione reale: [concessiva] Benché tu sia cattivo, pure ti voglio bene. [modale] Mi raccontò come gli fosse accaduta una grave disgrazia" (p. 49).

E ancora in un altro testo del 1926 (Molo): "Il verbo di modo congiuntivo è [i] quello che esprime un dubbio, un desiderio, una possibilità, o [ii] un fatto dipendente da un altro modo" (p. 49).

Analisi tutte più adeguate di quelle presenti in testi successivi del '900 e del 2000 (cfr. più avanti § 2.3. xviii).

 2.3. Norma e uso: modello di lingua, italiano neo-standard, uso corretto ed errori 
Nel cap. IV (pp. 53-90) si rileva il modello di lingua concretamente presente nel campione, e quindi la nozione di uso corretto o "norma" attraverso l'esame di una ventina di punti grammaticali problematici, vertenti sulla fonologia dell'italiano standard/regionale e soprattutto, per lo più, sull'italiano neo-standard, sulla falsa riga di precedenti analisi di testi scolastici (cfr. Calò-Ferreri, a c. di, 1997):

(i) fonologia "e" ed "o" aperte e chiuse, "s", "z" sorde e sonore; (ii) dittongo-monottongo, (iii) "art. + nome femm.", (iv) "prep. + art. part.", (v) lui, lei, loro sogg., (vi) gli 'a lei, le'; 'a loro', (vii) cosa? 'che cosa?', (viii) che 'in cui' temporale, (ix) che esclam., (x) ci 'gli, a lui' "varietà diastratiche" (p. 71), (x) ci rafforz. ci penso (p. 73) e ci ho (p. 73, scarsamente esemplificato in questo campione di grammatiche), (xi) ci/vi, (xii) codesto toscanismo e burocraticismo, (xiii) lo 'questo', (xiv) allocutivi di cortesia: lei, voi (sing.) sostenuto in epoca fascista (1931, 1940), o di uso regionale, loro/voi (plur.), (xv) imperf. indic. -a (arcaismo letterario), (xvi) concordanza a senso coi nomi collettivi, (xvii) noi s'era (tosc.), (xviii) indic. pro cong. nelle oggettive, censurato non solo in Oli et alii 1993, Testa et alii 2007, Borgatta et alii 2018, Sensini 2009 ma anche in Sabatini 1980 (non in Sabatini 1985) e in Altieri-Biagi 1994, (xix) Anacoluti, dislocazioni e frasi scisse: il tutto oggetto di giudizi di valore diversi, variamente motivati o immotivati.

 2.4. "Esercizi" sulla competenza metalinguistica e linguistica
L'analisi degli "Esercizi" (cap. V, pp. 91-134) evidenzia la presenza di esercitazioni miranti in prevalenza a) allo sviluppo della competenza metalinguistica ("esercizi di correzione" pp. 91-97; "formazione di proposizioni" pp. 97-100, "analisi grammaticale, logica, del periodo" pp. 118-22; "tassonomia" pp. 122-26), col supporto di una esemplificazione tratta da "citazioni letterarie ed esempi biblici" (pp. 105-109) di autori moderni e antichi, senza scartare ess. inventati (pp. 112-13), cioè garantiti dalla competenza linguistica degli autori dei manuali, né toscanismi (pp. 113-14).

Secondariamente, non mancano esercizi miranti b) allo sviluppo della competenza linguistica ("esercizi di composizione" pp. 100-105, con "pensierini", "temi" ecc.).

 2.4.1. Tipologia degli errori
La tipologia degli "esercizi di correzione" consente di rilevare concretamente le varietà di italiano stigmatizzate.

Non solo (i) usi di italiano popolare: a te ti piacciono le trasmissione dell'aradio (Elem. "errori" 1944 p. 95); ci scriverò una lettera per avvertirlo del mio arrivo (Medie Sup. "sgrammaticature" 1966 p. 95); Se tu saresti venuto, avremmo passato un bel pomeriggio (ibid.); Non ho riuscito a risolvere il problema (ibid.); Vennero a trovarmi gli zii coi suoi figli (ibid.).

Ma anche (ii) usi di italiano regionale: Te non obbedisci mai, Te ci devi dare ascolto (1948 Elem. "errori" p. 94), di storia te non sai proprio nulla (Medie Sup. "sgrammaticature" 1966 p. 95).

E (iii) usi di italiano medio: Ho incontrato Maria e gli ho dato un libro (1948 Elem. "errori" p. 94), gli ho regalato [alla mamma] un mazzo di fiori (Medie Sup. "sgrammaticature" 1966 p. 95); volevo fargli ["agli organizzatori"] i miei complimenti (2009, Medie "errori" p. 97); -- Un gruppo di bambini vanno a passeggiare (1945 Elem. "errori" p. 95); -- 7 ess. di indic. pro cong. in 6 oggettive e una soggett., per es. Ritengo che sei in un brutto impiccio (1985, 2007 Media, "errori" p. 97).

Senza scartare (iv) "dialettismi e forestierismi" (pp. 129-34) variamente censurati.

 2.5. Conclusioni
Sulla base dell'analisi del suo corpus le conclusioni dell'A. non possono essere che pessimistiche, avendo constatato in 100 anni di scuola italiana la costanza di una educazione linguistica decisamente orientata sulla competenza "metalinguistica", con il ricorso a un modello teorico tradizionale e un approccio di tipo neopuristico, refrattario alla variabilità degli usi linguistici (diafasici, diamesici, diatopici), variamente censurati. Su cui è illuminante la lettura dei citati volumi di Vanelli 2010 e Colombo-Graffi 2017 (cfr. supra § 2.1.1.1).

L'A. avanza alla fine anche "qualche proposta per una nuova didattica" (p. 138), proponendo dei "tagli" (pp. 138-40) e delle "modifiche" (pp. 140-43), anche ragionevoli, tenendo conto degli insegnanti e delle case editrici, a favore dell'italiano neostandard (pp. 140-41), e che mirino per es. al potenziamento della competenza strettamente linguistica attraverso la prassi del "riassunto" (p. 142), ecc.

 3. Bachis 2019 tra Demartini 2014 e Cella 2018
L'analisi della Bachis va opportunamente arricchita e integrata da un agguerrito saggio di S. Demartini, Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento (Cesati 2014, pp. 338, peraltro citato in bibliografia), che privilegia come indica il sottotitolo "Il dibattito linguistico e la produzione testuale". E punta sui testi grammaticali che hanno segnato profondamente la storia dell'editoria scolastica italiana, appena sfiorati e sacrificati dalla Bachis nella logica del suo corpus, oltre a indicare in appendice (pp. 275-95) un repertorio di 155 testi della scuola media inferiore e superiore del 25ennio 1919-1943.

Il lettore terrà ancora conto del saggio (anche questo citato in bibliografia), non meno robusto, di R. Cella, Grammatica per la scuola [dal '700 ai giorni nostri] nella Storia dell'italiano scritto. IV. Grammatiche, a cura di G. Antonelli - M. Motolese - L. Tomasin 2018, pp. 97-140 (a sua volta integrabile con G. Mattarucco, Grammatiche per stranieri [dal '500 ai giorni nostri] ibid. pp. 141-68). Il saggio della Cella amplia l'arco cronologico della produzione dei testi scolastici (e non solo), soffermandosi su autori e testi particolarmente significativi in 4 secoli di produzione editoriale, integrando anche l'analisi storica della Demartini 2014.

 4. Per una futura ricerca
Infine, per riprendere le conclusioni pessimistiche della Bachis, se è indubbia la prevalenza e fortuna editoriale di testi di qualità medio-bassa, è anche vero che soprattutto dalla metà degli anni Settanta del '900 vari linguisti e storici della lingua si sono impegnati a fornire manuali scientificamente attendibili, per la scuola media inferiore e superiore, ma anche per le elementari (cfr. F. Sabatini e Colombo-Graffi 2017, pp.186-203, cit. § 2.2.1), che dovrebbero essere oggetto di un'analisi comparativa, per es. in un dottorato di ricerca, tenendo conto della legislazione scolastica a cui facevano riferimento, per es. R. Simone (1973, ecc.), et alii (1980, 1991); M.L. Altieri Biagi - L. Heilmann (1973, 1974); T. Telmon (1976); Vanoye et alii (1976); M. Corti - E. Manzotti - F. Ravazzoli (1979); F. Sabatini (1980, 1984), et alii (2011); L. Agostiniani (1983, 1984); A.A. Sobrero (1985, 1988, 1991, 1999, 2001), et alii (1991); M.L. Altieri Biagi (1988); E. Rigotti - P. Schenone (1988); M.Corti- C. Caffi (1989); M. Prandi (1991); L. Serianni et alii (1992); G. Bottiroli - T. De Mauro - D. Corno (1995); A. Ferrari - L. Zampese (2000); M. Tavoni - M.C. Peccianti (2001); M. Tavoni - P. Italia (2003); M. Lo Duca - R. Solarino (2006); G.L. Beccaria - M. Pregliasco (2014). E a fronte di ciò c'è da chiedersi come mai i testi più fortunati nelle scuole siano spesso stati i meno adeguati, scelti da insegnanti non in grado di valutare adeguatamente gli strumenti per il loro lavoro. E come mai l'università (3+2) non abbia sempre corrisposto alle attese di una preparazione adeguata dei docenti nelle scuole italiane. E quale sia stato il contributo della Legislazione scolastica (nella sua evoluzione-involuzione) nella definizione degli obiettivi della scuola nei diversi ordini e gradi.

Sommario
  1. L'evento editoriale
1.1. I linguisti scendono in campo
2. Prospettive dell'analisi
2.1. Analisi delle Prefazioni: tra educazione metalinguistica ed educazione linguistica
2.2. Ripartizione dei livelli della grammatica
2.2.1. Il congiuntivo: modo dell'incertezza
2.3. Norma e uso: modello di lingua, italiano neo-standard, uso corretto ed errori
2.4. Gli esercizi sulla competenza metalinguistica e linguistica
2.4.1. Tipologia degli errori
2.5. Conclusioni
3. Bachis 2019 tra Demartini 2014 e Cella 2018
4. Per una futura ricerca









martedì 11 febbraio 2020

Il plurale di "batticulo"


Tutti i vocabolari consultati -  De Mauro, Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Palazzi, Zingarelli, Olivetti - sono per la variabilità del sostantivo "batticulo" che, popolarmente, indica le falde dell'abito maschile per cerimonie e, per estensione, l'abito stesso: il batticulo / i batticuli.  L'unico "bastian contrario" il Treccani, che lo registra come sostantivo invariabile. Hanno ragione i dizionari su citati perché il sostantivo in oggetto segue la regola del plurale dei nomi composti di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare, e i sostantivi cosí formati si pluralizzano normalmente.


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Un "test" sulla buona conoscenza della lingua italiana. Qui.



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 A proposito della "Bibbia della lingua"


Il personale, docenti e non, incrocerà le braccia in favore delle stabilizzazioni e per chiedere la stabilizzazione dei precari

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Che lingua è?

giovedì 6 febbraio 2020

Sgroi - 37 - Grammaticografia e datazione di una pseudo-regola: "qual è" masch. vs "qual'è" femm.


di Salvatore Claudio Sgroi *

          1. Antefatto o trascorsi
          Nel nostro intervento di quasi un anno fa del 16 febbraio 2019 -- Regole e pseudo-regole: a proposito del "qual è" masch. e "qual' è" femm.  (qui) -- osservavamo di non saper "in quale grammatica [fosse] stata codificata" tale regola, anzi "pseudo-regola".

2. Una pseudo-regola e una pseudo-analogia      
 Questa pseudo-regola è nata, come avevamo ricostruito, da una analogia su "un + maschile" es. un amico vs "una/un' + femminile", es. una/un'amica.
          Ma si tratta di una falsa analogia. In realtà, la pronuncia /un amika/ ortograficamente  "un'amica" (con elisione-apostrofo) si oppone fonologicamente a /una ragazza/, nessuno dicendo con troncamento /*un ragazza/.
          E /un amiko/ ortograficamente "un amico" fa il paio con /un compagno/, cioè fonologicamente entrambi con troncamento, nessuno dicendo */uno amiko/, */uno compagno/.
          Che uno sia masch. e una femm. è qui irrilevante in quanto fatto morfologico. Tratto rilevante è piuttosto:
              I) la sequenza fonologica e ortografica "uno > un + conson. o vocale", e
              II) la sequenza fonologica e ortografica "una + conson." > "una/un' + voc.".
              Invece a) non si distinguono le due coppie di parole in gioco:
              I) "uno vs un",
              II) "una vs un' ";
              poi b) si crea una sola coppia:
              III) "un vs un' ";
              e alla fine c) si costruisce una regola pratica, puramente mnemonica: "un masch." VS "un' femm.", che rischia di far intendere come fatto morfologico un fatto in realtà puramente fonologico "un + cons." VS "un' + voc.", con l'aggravante della estensibilità erronea a quale masch. e femm. come fatto morfologico, che è invece condizionato solo come fenomeno fonologico.

3. Una datazione della pseudo-regola in Collodi 1883      
Per una storia della ortografia italiana, e più in generale nell'ottica di una grammaticografia dell'italiano, vogliamo ora qui indicare una fortunata grammatica della seconda metà dell'800, che ha codificato tale pseudo-regola, senza escludere la possibilità di indicazioni di altre grammatiche, magari precedenti, con la stessa codifica.
         Tale regola, ci siamo infatti solo ora accorti, appare codificata nel testo di C. Collodi, La grammatica di Giannettino adottata nelle scuole comunali di Firenze, Firenze-Napoli, ed. Felice Paggi - Fratelli Rispoli 18831, 18842; rist. anast. (con Premessa Una grammatica di buon senso di F. Geymonat pp. iii-xiii, Postscriptum alla Premessa La dubbia efficacia del paternalismo induttivo di C. Marello, pp. xix-xxii), Messina-Firenze, D'Anna 2003.

Collodi dapprima ricorda la regola del troncamento:
        "Vi sono per altro alcune parole troncate, che stando bene tanto innanzi a vocale, quanto innanzi a consonante, non hanno bisogno di apostrofo, come buon, tal, qual, e qualcun'altra. Scriverai dunque: 'Tal ei fu, qual è oggi: buon anno e buon augurio;' e non già coll'apostrofo: -- 'Tal'ei fu, qual'è oggi: buon' anno e buon'augurio." (p. 31).

E poi formula, senz'alcuna motivazione, l'eccezione, ovvero la pseudo-regola:
         "Ma se tal, qual, buon, ec. sono di genere femminile, allora bisogna mettervi l'apostrofo, come: buon'anima, --  qual'è la faccia, tal'è l'indole" (ibid.).

Ai lettori curiosi l'invito a indicare altre grammatiche, magari anteriori, con la formulazione di questa pseudo-Regola.


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania





mercoledì 5 febbraio 2020

La "Bibbia della lingua"? La stampa


Avevamo segnalato alla redazione del Treccani la variabilità del sostantivo "batticuore". Il termine, infatti, è stato emendato. Leggiamo da "Domande e risposte": 

Riceviamo e ringraziamo. Come molti altri composti in italiano, anche batticuore, nonostante la regola costruita a posteriori dai grammatici sulla base della più o meno ampia e probante regolarità degli usi (e degli esempi tràditi dalla letteratura eletta a norma per secoli) ha avuto le sue oscillazioni al plurale (invariato o flesso?). Se prendiamo l’archivio digitale del quotidiano «La Repubblica» vediamo che dal 1984 a oggi il plurale invariato batticuore è attestato 12 volte, quello flesso 19 volte. Prenderemo atto di queste proporzioni, senza per questo demonizzare chi usa batticuore invariato al plurale.

Da quando la stampa viene considerata la "Bibbia della lingua"? C'è da mettersi le mani nei capelli quando si legge un qualsivoglia giornale, cartaceo o in rete.


* (9/2/2020)

Ecco un esempio (fra i tanti) tratto dalla "Bibbia" della stampa:

Sono arrivate le gru che avranno il compito di spostare i vagoni del Frecciarossa deragliati nell'incidente dello scorso 6 febbraio.

Non commentiamo nulla. Lasciamo agli amici lettori, amanti del bel parlare e del bello scrivere, stabilire se la frase "che avranno il compito di spostare i vagoni" rispecchia la lingua di Dante e di Manzoni.

martedì 4 febbraio 2020

Suggerimenti per un uso corretto dell'italico idioma



ACCOLITA, la voce corretta è 'accolta': un'accolta di letterati.

ACQUITRINO, errata la grafia 'acquitrinio'.

AFFITTARE, si consiglia un uso parco di questo verbo perché avendo due significati contrapposti ('dare in affitto' e 'prendere in affitto') può rivelarsi ambiguo.

ALL'ANTICA, non all'antico; vale a dire secondo l'usanza antica.

ALLE PRIME LUCI DELL'ALBA, espressione errata. L'alba 'contiene' già le prime luci. Si dirà: 'all'alba' o 'alle prime luci del giorno'.

ALTERNATIVA, è sempre una sola: questo o quello. Non si può dire, quindi, ci sono due alternative.

ASMA, è di genere maschile (anche se alcuni vocabolari lo considerano 'bisex'): un asma allergico.

ASSISE. È solo femminile plurale: le assise del partito democratico (non l'assise).

ATTERRARE, DECOLLARE, SBANDARE e DERAGLIARE si coniugano con l'ausiliare avere: l'aereo ha decollato e ha atterrato dopo pochi minuti.

ATTIMO, non si adoperi mai il suo diminutivo 'attimino' per dire di un piccolo lasso di tempo: un 'attimo' è già questo.

BAGNOMARIA,il plurale è 'bagnimaria'. Alcuni vocabolari, però, indicano l'invariabilità del termine.

BARRICADIERO, non 'barricadero'.

BILINGUE, è un aggettivo della II classe (come 'facile'), nel plurale cambia la desinenza 'e' in 'i': libri bilingui.

BRETTONE, grafia preferibile a 'bretone' perché più fedele all'origine latina.

BUSTERELLA, meglio di 'bustarella'.

CARCERE è maschile solo nel singolare, nel plurale è tassativamente femminile: il carcere, le carceri.

CARDIOPALMO, voce "più corretta" di cardiopalma.

CASELLARIO GIUDIZIALE, non giudiziario; SPESE GIUDIZIALI, non giudiziarie.

CAVALCIONI, gli avverbi in 'oni' non richiedono la preposizione 'a': stare cavalcioni sulla finestra.

CELLA FRIGORIFERA, non cella frigorifero.

CHIACCHIERA, non 'chiacchera'.

CLIVO, non 'clivio'.

COINCIDERE, si coniuga con l'ausiliare avere: l'arrivo e la partenza hanno coinciso.

COLLUTORIO, si scrive con una sola “t”.

COMPLEMENTARITA', non complementarietà. Tutti i sostantivi derivati da aggettivi che finiscono in 'are' non prendono mai la 'e' prima della 't': elementarità.

CONFORMITA', si fa seguire dalla preposizione 'di', non 'a': tutto è stato fatto in conformità di legge.

COSI’ TANTO, non adoperare mai i due termini assieme; l’uno o l’altro.

CRAC, questa la grafia corretta per indicare un crollo finanziario.

DEFATIGANTE e DEFATICANTE, con la "g" significa 'pesante", 'faticoso': è un lavoro defatigante; con la "c", invece, significa 'che toglie la fatica': il calciatore è stato sottoposto a una cura defaticante.

DEFLATIVO, è sufficiente una sola “t”.

DEROGA, si costruisce con la preposizione 'a', non 'da': in deroga a una legge.

DISAMINA, non 'disanima'.

DIVISA, quando sta per uniforme si fa seguire dalla preposizione “di”: divisa di carabiniere.

DOCENTE, si fa seguire dalla preposizione 'di': docente di linguistica.

ECO, nel singolare può essere sia maschile sia femminile; nel plurale tassativamente maschile: un eco, un'eco, gli echi.

EVACUARE, si eviti l'uso di questo verbo quando sta per 'sgomberare': l'appartamento è stato fatto sgomberare, non evacuare.

EVAPORARE, la pronuncia corretta è con l’accentazione piana: la benzina evapòra.

EVOCARE, si sconsiglia l’uso del verbo nell’accezione di “chiamare”: si evocano gli spiriti, non le persone.

FIDEIUSSORE, si scrive con la i normale, non con la "j" e nel femminile diventa fideiussora.

FLORIDA, la pronuncia corretta dello Stato americano è piana, vale a dire con l'accento sulla "i" (Florìda).

FRA, quando sta per 'frate' non si apostrofa e non si accenta: fra Girolamo.

GIACERE, PIACERE, TACERE, raddoppiano la “c” nella prima persona plurale del presente indicativo e del congiuntivo: noi piacciamo.

INDAGINE, evitare di connotarla, come spesso si legge, con 'conoscitiva' o aggettivi simili che riprendono l'accezione del sostantivo; l'indagine si fa proprio per conoscere.

INERENTE, si costruisce con la preposizione "a" (semplice o articolata): un documento inerente all'indagine.

INIZIARE. Verbo transitivo che significa 'dare inizio a qualcosa'. È necessario, quindi, che ci sia un soggetto animato che compia l'azione: il professore inizia la lezione alle 15:30. Non è corretto adoperarlo in senso intransitivo e dire, per esempio, la lezione inizia alle 15:30. In casi del genere o si cambia verbo (cominciare, incominciare) o si rende inziare in forma falsamente passiva facendolo precedere dalla particella 'si': la lezione si inizia alle 15:30.

INTRAVEDERE. Questo verbo non raddoppia mai la "v": si intravede una nave all'orizzonte. Tutte le parole, quindi anche i verbi, che cominciano con "intra" non raddoppiano mai la consonante che segue il prefisso: intrapreso. Raddoppiano, invece, la consonante le parole che cominciano con "sopra" (o "sovra"): sopralluogo, sovraccarico, soprassedere.

LECCORNIA, si pronuncia con l'accento sulla "i": leccornìa.

MARRONE, aggettivo che significa 'colore del castagno', resta invariato: giacca marrone, scarpe marrone.

MEZZO, quando si riferisce all'ora resta invariato: le sei e mezzo; un'ora e mezzo.

NOBEL, la pronuncia corretta è con l’accento sulla “e”: ha ricevuto il premio Nobèl.

OBERATO, non si usi mai nell’accezione di “carico”, “oppresso” e simili: sono oberato di lavoro. Il significato proprio del termine è, infatti, “indebitato”.

ORE, si dividono dai minuti con un punto o due punti, mai con la virgola (non sono numeri decimali): le 16:30.

OSSEQUENTE, non 'ossequiente'.

OVVEROSIA, si scrive con una sola 's'.

PANTALONI, è solo plurale. Errato 'il pantalone'.

PARRICIDA, chi uccide un parente stretto (ascendente o discendente). Lo stesso padre che uccide il figlio è un parricida.

PATRIOTA, corretta anche la grafia con doppia "t": patriotta.

PER CUI, non sostituisce 'perciò'; è errato scrivere o dire: piove per cui non esco.

PERICOLO, è solo di morte, mai di vita: l'uomo, ricoverato in ospedale, è in pericolo di morte.

PERONOSPERA, errore marchiano. Si dice ‘peronospora’. Si tratta, infatti, di una spora parassita della vite, così chiamata perché richiama la forma del perone.

PERORARE, la pronuncia sdrucciola è preferibile a quella piana: io pèroro.

PERSUADERE, la pronuncia corretta è con l'accento sulla penultima "e": persuadére.

PLEONASMO, non 'pleonasma'.

PROGETTI, evitare di accompagnarli con 'futuri'. I progetti guardano al futuro. Lo stesso per quanto attiene a "prospettive".

PRONTO SOCCORSO, il suo plurale (da preferire) è 'pronti soccorsi'.

REBOANTE, non 'roboante'.

REQUISITI, gravissimo errore aggettivarli con 'richiesti'. I requisiti sono le "cose richieste".

RETRO, le parole composte con 'retro' prendono il genere del sostantivo che segue: la retrobottega, la retromarcia. Quasi inesistenti le eccezioni: i retroscena.

RIABILITATIVO, non riabilitatorio.

RIVERENZA, è preferibile a ‘reverenza’.

QUISQUILIA, non 'quisquiglia': le cose di cui si parla sono tutte quisquilie.

SABATO, si pluralizza normalmente: i sabati.

SCALFITTURA, si scrive con due 't': ha riportato una lieve scalfittura.

SCAMBIO RECIPROCO, errato adoperare i due termini assieme. Uno scambio è già reciproco.

SCANNO, è preferibile a "scranno" derivando dal latino "scamnu(m)".

SCARICABARILI, è meglio di 'scaricabarile'.

SEROTINO, aggettivo che significa ‘tardivo’, non ‘serale’ e si pronuncia con l’accento sulla “o”: seròtino.

SFILARE, quando sta per 'camminare', 'marciare' si coniuga con l'ausiliare avere: il corteo ha sfilato per le vie della città.

SOLLEVARE, è improprio l'uso del verbo nell'accezione di "provocare", "suscitare" e simili.

SOTTOVIA, è di genere femminile: la sottovia.

SQUILLARE, si coniuga con il verbo avere: il telefono ha squillato.

STUDENTE, si fa seguire dalla preposizione 'di' (non 'in'): studente di scienze naturali.

SUORA, non si apostrofa mai: suor Anna.

SUPPLETIVO, si scrive con una sola 't': elezioni suppletive

UNANIMEMENTE, non 'unanimamente'.

VALUTARE, la pronuncia corretta del verbo (e dei suoi derivati) è con l'accento sulla "u": io valùto; lui sottovalùta. Conserva, quindi, la stessa accentazione del sostantivo da cui proviene: valùta.

VIGILE, aggettivo e sostantivo. Nella forma femminile resta invariato: la vigile urbana.



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Defatigare e defaticare


Si presti attenzione ai due verbi in oggetto; non sono sinonimi. “Defaticare” non è una variante poco comune di “defatigare”, come riportano alcuni vocabolari. Sono due verbi a sé stanti e con significati diversi. “Defatigare”, con la “g”, è pari pari il latino ‘defatigare’ composto con il prefisso “de-” (che non ha valore sottrattivo) e il verbo ‘fatigare’ (affaticare) e significa “stancare”, “logorare”, “affaticare”. “Defaticare”, con la “c”, è composto con il prefisso sottrattivo o di allontanamento “de-” e il sostantivo “fatica” (‘che toglie, che allontana la fatica’). Si adopera soprattutto nel linguaggio sportivo nella forma riflessiva e significa “compiere determinati esercizi per togliere dai muscoli l’eccesso di acido lattico formatosi in seguito a sforzi prolungati”. Si potrebbe dire quindi, in senso lato, che “defatigare” sta per “procurare la fatica”; “defaticare” per allontanarla.

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