lunedì 31 maggio 2021

Maggio: perché si chiama cosí?


Oggi è l'ultimo giorno del mese di maggio, vogliamo vedere donde prende il nome il quinto mese dell'anno? Ci affidiamo a Ottorino Pianigiani per quanto concerne la provenienza del nome e al Tommaseo-Bellini per le polirematiche

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Dintorno e d'intorno

Quest'avverbio (ma anche sostantivo maschile) si può scrivere con l'apostrofo e non è affatto un errore, come riportano alcuni testi di grammatica. Come sostantivo si usa esclusivamente nella forma plurale: ieri abbiamo visitato i dintorni di Roma.







domenica 30 maggio 2021

Insozzare e inzozzare


 Si presti attenzione ai due verbi del titolo perché non sono uno variante dell'altro e hanno significati totalmente diversi; in comune hanno solo il fatto di essere parasintetici, derivati, cioè, da sostantivi o da aggettivi con l'aggiunta contemporaneamente di un prefisso (in-) e di un suffisso (-are). Il primo (insozzare) viene infatti dall'aggettivo "sozzo" (sudicio, sporco) e vale "sporcare", "imbrattare", "insudiciare": ha insozzato tutta la stanza con le scarpe infangate. Il secondo (inzozzare, da pronunciare con la "z" dolce) viene dal sostantivo "zozza" e sta per 'bere la zozza', vale a dire una "miscela di liquori scadenti e forti".

sabato 29 maggio 2021

Le cartecarboni o le cartecarbone?


 Crediamo far cosa utile e gradita dare i plurali corretti di alcuni nomi composti il cui primo elemento è il sostantivo carta.

Non tutti i vocabolari concordano ingarbugliando, così, le idee. Alcuni, addirittura, non ammettono il plurale.

Cartacarbone — nella forma plurale muta la desinenza del primo sostantivo: cartecarbone

Cartamoneta — nel plurale muta la desinenza del secondo elemento: cartamonete

Cartapecora — nel plurale muta la desinenza del secondo sostantivo: cartapecore

Cartapesta — il plurale si ottiene modificando entrambe le desinenze dei vocaboli: cartepeste

Cartastraccia - nella formazione del plurale mutano le desinenze di entrambi i sostantivi: cartestracce

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Si presti attenzione all'uso corretto di alcuni verbi perché cambiano di significato a seconda dell'ausiliare (avere o essere) adoperato.  Si veda qui.




giovedì 27 maggio 2021

Quale ausiliare?

 


Tutti dovremmo sapere che — stando alla regola generale — i verbi transitivi, nella forma composta attiva prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo l’ausiliare essere (sono lodato).

Gli intransitivi, avendo soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta insorgere a tale riguardo.

Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto.

Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S. Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione più vicina; l’incendio, che ha (è) divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per morire dissanguato perché il sangue aveva (era) fluito dalla ferita per parecchie ore.

Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Un’ultima annotazione. Per l’uso corretto degli ausiliari è bene consultare più vocabolari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre concordano...






Qui una recensione

mercoledì 26 maggio 2021

Una branca della linguistica "snobbata" (l'enantiosemia) da molti testi di lingua


Buona parte dei "sacri testi grammaticali" non trattano una branca della linguistica che va sotto il nome di enantiosemia. Molti lettori, probabilmente, si imbattono per la prima volta in questo termine. Di cosa si tratta? Si tratta di parole che hanno significati opposti. Diamo la "parola" per una spiegazione dettagliata a  Wikipedia.

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Alcune "precisazioni" ─ che non tutti i testi di lingua riportano ─  sull'uso corretto dell'aggettivo indefinito qualche.
   Cominciamo con il dire che è solo singolare e che si antepone al sostantivo cui si riferisce: Giulio non è ancora tornato, sarà andato a fare qualche commissione urgente.
Preceduto dall'articolo indeterminativo (un, una) dà al costrutto un valore enfatico: ti prego, dammi una qualche notizia su quell'affare.
   In proposizioni negative è errato — come molti fanno — dargli il significato di alcuno, nessuno: non ho mai avuto qualche dubbio in proposito. In buona lingua si dirà: non ho mai avuto nessun (alcun) dubbio in proposito.
   È altresì errato — sempre come fanno alcuni — dargli il significato di qualunque: c'è lo sciopero dei mezzi di trasporto ma raggiungi il posto di lavoro in qualche modo. Diremo, correttamente: in qualunque modo.

martedì 25 maggio 2021

La pigrizia

 


La pigrizia è il rifiuto di fare non soltanto ciò che annoia, ma anche quella moltitudine di atti che senza essere, a rigore, noiosi, sono tutti inutili; allora la pigrizia dev’essere considerata una fra le manifestazioni più sicure dell’intelligenza.

Questo pensiero di Montherlant ci ha dato lo spunto per intraprendere un breve viaggio attraverso la sterminata foresta del vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole di tutti i giorni, di parole che adoperiamo per pratica il cui significato nascosto, però, non sempre è noto. Questo viaggio fa tappa, dunque, alla voce pigrizia.
Il significato scoperto è chiaro a tutti: il non far nulla; stato di svogliatezza; stato d’animo di chi non si dedica a nessuna attività fisica o intellettuale. Bene.
Ma qual è il significato che sta dentro la parola? In altre parole, donde viene questo sostantivo? Per scoprirlo occorre rifarsi al padre della nostra lingua, il solito nobile latino: pigrizia, derivato dell’aggettivo (latino, appunto) piger (pigro).
Ma abbiamo scoperto ben poco… Che fare? Poiché la pigrizia è un deaggettivale, vale a dire un sostantivo che discende da un aggettivo, dobbiamo esaminare il padre. Questo è, appunto, il latino piger, affine al verbo impersonale piget (essere increscioso, di peso, spiacersi, fare controvoglia). Il pigro quando fa una cosa, se la fa, non la fa controvoglia? Spesso non è di peso agli altri?
Ma l’esame non è finito. Ci sono alcuni Autori che vogliono il latino piger discendere dalla medesima radice di pinguis (pingue, grasso), donde il senso di pesante. La persona pigra non è moralmente pesante?

lunedì 24 maggio 2021

Una donna è un cavaliere o una cavaliera?


 Per quanto riguarda il femminile di cavaliere, cioè il titolo onorifico che concede il presidente  della Repubblica a coloro che si sono distinti/e per particolari meriti, i vocabolari e l'Accademia della Crusca non si "sbilanciano". Ciò significa che una donna insignita di tale titolo acquisisce il... titolo di "cavaliere" (al maschile). Diremo, quindi, il cavaliere Stefania o la cavaliere Stefania? Come per commendatore che diventa commendatrice riferito a una donna, cosí avremo il regolare femminile, cavaliera (come consigliera), trattandosi di una donna insignita di tale titolo. La nostra tesi è suffragata dalla "nota d'uso" di "Sapere.it" (De Agostini): Il femminile regolare di cavaliere è cavaliera, e così si può chiamare una donna che cavalchi, o che abbia questo titolo in una organizzazione militare o civile. Per i significati storici la forma femminile non è stata probabilmente mai usata perché storicamente non sembra che questo ruolo sia mai stato attribuito a donne; ma i titoli onorifici di “cavaliere al merito della Repubblica” e di “cavaliere al merito del lavoro” sono stati sicuramente attribuiti in Italia anche ad alcune signore. Qualcuno preferirà chiamare anche una donna cavaliere, al maschile: si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze. Diciamo, per tanto, senza tema di essere tacciati di ignoranza: Mariella Giacomini, cavaliera del lavoro.

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La lingua "biforcuta" della stampa

LONDRA

Ferita a colpi da fuoco la leader inglese del movimento Black Lives Matter: è grave

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A colpi da fuoco? Non si dice "a colpi d'arma da fuoco"?


domenica 23 maggio 2021

Erto ed esaurito

 


Si presti attenzione all'uso corretto  dei due termini. Il primo è un aggettivo ed è la forma sincopata di eretto, participio passato del verbo erigere e in buona lingua italiana sta per “in salita”, “ripido”: è un viale erto, cioè ripido. Alcuni danno, invece, a questo aggettivo un significato che non gli è proprio: grossospesso e simili. Dicono, per esempio, quel legno è troppo erto, non serve allo scopo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere...

L’altro termine è un verbo, precisamente il verbo esaurire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi tipo “il giudice ha esaurito l’inchiesta”; “l’impiegato addetto ha esaurito la pratica”; “abbiamo esaurito quel determinato compito”. A nostro modo di vedere, in casi del genere ci sono verbi piú appropriati che fanno alla bisogna, secondo i... casi: concludere, finire, portare a termine, eseguire, terminare e simili.

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Una donna è commendatore o commendatrice?

Alcuni linguisti sostengono che una donna insignita dell'onorificenza della commenda si debba chiamare "commendatore" (al maschile). E dove sta scritto? Commendatore, come tutti i sostantivi in "-tore", nella forma femminile muta la desinenza "-tore" in "-trice": Susanna, commendatrice della repubblica italiana.

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"Sapere.it" (De Agostini):

Nota d'uso

Il femminile regolare di commendatore è commendatrice, e così si può chiamare una donna che sia titolare dell’onorificenza della commenda. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna commendatore, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.

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La lingua "biforcuta" della stampa

CORONAVIRUS

I medici: "Rinunciate al mare", esplode la polemica sui vaccini in vacanza

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È proprio vero, non si finisce mai d'imparare. Non sapevamo che i vaccini potessero andare in vacanza.

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Il Seresmi  Spallanzani pubblica i nuovi dati sui contagi. Nella  capitale sono molte le zone che aumentano i casi in modo significativo, soprattutto nel quadrante Est. (...).

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Ci piacerebbe tanto sapere di quale lingua si tratta. Ostrogota, cispadana, "villatica"?


venerdì 21 maggio 2021

Il «distrettiere»


 Il nostro lessico non ha un termine atto a indicare il soldato in forza ─ un tempo ─ presso un distretto militare. Si potrebbe chiamare "distrettiere" per analogia con bersagliere, geniere, artigliere, autiere, pompiere ecc. Il suffisso "-iere", dal  latino "-arius" attraverso il francese "-ier", indica, infatti, un'attività, un mestiere, una professione:  banchiere, romanziere, portiere.

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La pandemia in corso ci costringe a usare la mascherina  per evitare di contagiare ed essere contagiati.  In tutti i locali sono affissi cartelli che recitano "per entrare è obbligatorio indossare la mascherina".  Quell' "indossare" ci lascia molto perplessi. Questo verbo, come si può leggere anche nel  vocabolario Treccani in rete, deriva da "dosso", cioè da "dorso" e significa  "mettere indosso, infilarsi un vestito o in genere un indumento che copre anche le spalle: i. la giacca, il soprabito, la camicia. Il viso non è una parte del dorso, il verbo indossare, quindi, non ci sembra appropriato. Il verbo che fa alla bisogna, a nostro modesto avviso, è il generico "mettere": mettere la mascherina prima di entrare.

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La fronte e il fronte

Non si confondano i due sostantivi. Il femminile designa la parte superiore del viso; il maschile come voce del linguaggio militare (un tempo femminile, come riporta il dizionario di Ottorino Pianigiani). Esclusivamente maschile se adoperato in senso figurato: il fronte diplomatico. Per le polirematiche (riguardanti la fronte) si clicchi qui.




Qui

giovedì 20 maggio 2021

La lingua italiana e il coronavirus


 
Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo


Tampone   

Tutti sanno cosa significhi “tampone”. I verbi associati al tampone possono variare: fare, praticare, eseguire, effettuare il tampone, sottoporsi al tampone... Vi è anche “tamponare”; verbo però che pochi usano per non creare incidenti linguistici dal momento che “tamponare” continua ad essere usato soprattutto per designare l’incidente stradale in cui un veicolo urta la parte posteriore del veicolo che precede.    

Ma prima del coronavirus cosa indicava il termine tampone, sempre in campo medico? Indicava quel bastoncino, quell’asticina con all’estremità un batuffoletto compatto di cotone idrofilo che serve ad eseguire prelievi di sangue o di secrezioni organiche. Indicava, insomma, ciò che gli inglesi chiamano “swab” e i francesi “écouvillon” o “tampon”. Oggi, invece, con “tampone” si indica non solo il bastoncino ma l’operazione di prelievo della secrezione organica per accertarsi della presenza o dell’assenza del virus.    

Sarebbe stato molto più semplice, per rispetto della lingua italiana, ricorrere ad altre espressioni che non a "fare il tampone". Il fabbricante di tamponi, infatti, non può più dire “io faccio i tamponi”. "Fare il tampone" non significa più fabbricare i tamponi, bensì “sottoporre o sottoporsi a test tramite tampone”.   

Quanto più precisa è la lingua francese in relazione ai test da coronavirus: “faire le test de la Covid”, “dépister le virus…”, “dépistage de la Covid-19”, “clinique de dépistage…” “test rapide de dépistage covid”. In italiano si potrebbe far ricorso a una batteria di termini:  accertamento, individuazione, rilevazione, evidenziazione, identificazione del virus... che nessuno però usa.  Anche noi abbiamo  “depistare” e “depistaggio”, ma in italiano questi termini indicano lo sviare, il mettere fuori strada, fuori pista, e non anche  l’individuare, lo scoprire, il rintracciare come  indicano le parole francesi "dépistage" e "dépister".  E proprio perché in italiano non esiste un termine capace di sostituirlo, i nostri dizionari contengono la parola “dépistage”. Io proporrei, quindi, che si desse ufficialmente al nostro “depistaggio” anche l’accezione che ha il francese "dépistage".    

A causa anche di questa carenza di termini italiani, i nostri dizionari italiani ci offrono il termine inglese “screening”.  L’inglese ha inoltre il termine “test”, da cui “testing”, “testing center”, “to get tested”… Lo scopo del “testing” è “to detect” il virus. Ma perché non usare “test” e “testare”, termini che esistono anche in italiano? Probabilmente perché tampone suona molto meglio di test e di testare. E così, in italiano, è tutto un trionfo del sostantivo tampone, retto dai verbi più svariati.   

    Spalmare   

In Italia non si spalma più soltanto il burro, la nutella o un altro prodotto cremoso mangereccio, oppure il bitume, la colla o altre sostanze chimiche viscose. Si spalmano ormai anche i morti o meglio i dati sui morti.    

È la pandemia ad aver allargato questo spalmare estendendolo fino alla morgue e al cimitero. È successo in Sicilia, terra molto ricca di apporti al nostro vocabolario e dove la polizia ha intercettato una strana conversazione tra l’assessore alla salute della Sicilia, il commissario dell’emergenza Covid di Palermo e la dirigente della Sanità della Sicilia fatta di frasi del tipo “spalmare un po’ i morti in diversi giorni”, “I deceduti glieli devo lasciare o glieli spalmo”? Erano tutti e tre d’accordo per spalmare i dati dei contagi, veramente troppo alti. E lo scopo di questo spalmare i morti era di ridurre statisticamente il loro numero veramente troppo alto.    

Spalmando contagiati e morti si riduce, infatti, statisticamente l’importanza o se vogliamo la gravità della pandemia. Il burocratese si è così arricchito di una nuova espressione, di cui avremmo fatto volentieri a meno.  


mercoledì 19 maggio 2021

Piene e vuote (parole)

 


Due parole sulla... parola. In grammatica si intende per parola una sillaba (o l’insieme di più sillabe) che abbia un significato nell’ambito di una lingua. La parola può essere orale o scritta, e si suole dividerla in due classi: parole piene e parole vuote.

Appartengono alla prima classe quelle che hanno un preciso significato e sono dette, appunto, piene (di significato); fanno parte della seconda classe, invece, le parole che sono vuote (di significato).

Appartengono alla prima categoria, insomma, gli aggettivi (bello, mio, questo), i verbi (lavorare, giocare), gli avverbi (ora, sempre, domani), i numerali (primo, terzo), i nomi di persona, di cose, di animali, i nomi che indicano uno stato d’animo, un avvenimento, una sensazione ecc.

Si classificano tra le parole vuote, invece, quelle che servono a sostituire o a collegare tra loro le parole piene di una proposizione come: gli articoli, le congiunzioni, le preposizioni, i pronomi e le interiezioni. La preposizione da, per esempio, o il pronome quale da soli non hanno alcun significato, sono, quindi, parole vuote.

Attenzione, però, a non confondere le parole vuote con quelle “astratte”. Queste ultime, anche se non si toccano, come la bellezza o la bontà, hanno un significato ben preciso, sono, per tanto, parole piene.

E concludiamo l’argomento con un pensiero di Francesco De Sanctis: “La parola è potentissima quando viene dall’anima e mette in moto tutte le facoltà dell’anima ne’ suoi lettori; ma, quando il dentro è vuoto e la parola non esprime che sé stessa, riesce insipida e noiosa”.

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Intúito e intuíto

Si presti attenzione ai due termini perché cambiano di significato a seconda dell'accento. Il primo, con l'accento tonico sulla "u", è un sostantivo maschile e sta per "intuizione", "capacità di capire, comprendere". Il secondo, con la "i" tonica è, invece, il participio passato del verbo intuire e vale "compreso", "capito".

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La lingua "biforcuta" della stampa

L'ALLARME

Australia, la nuova emergenza: due stati invasi dai topi. "Raccolti distrutti, si mangiano anche i mobili di casa"

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Correttamente: Stati (con la "s" maiuscola), trattandosi di entità governative.

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Maturità, 70 hub dedicati dall'1 al 3 giugno (prenotazioni dal 27 maggio): faranno Pfizer. Da venerdì al via fascia 44-47 anni

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Correttamente: dal 1 al 3 giugno. Il perché dal 1 e non dall'1 lo spiega l'Accademia della Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."

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"Il mio piccolo negozio di cappelli oscurato dal bar che nessuno vede più"

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Nessuno vede piú il negozio (di cappelli) o il bar? Questo, il dilemma!




martedì 18 maggio 2021

Sgroi - 104 - La Treccani censura "la donna"? Ma no!

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

        1. Le notizie dei giornali on line

Stando alle notizie di vari quotidiani on line, come quelli da noi riportati nel nostro precedente intervento -- La Treccani censura "la donna" -- la Treccani avrebbe eliminato dal suo dizionario le voci relative al termine donna, quando indicanti espressioni ed accezioni negative.

Una posizione decisamente "castrante" per un dizionario che ha la funzione di spiegare, come avevamo sottolineato, il significato delle parole (funzione "metalinguistica") e non di "dire" (o incitare a dire) parole offensive alle donne o a chicchessia.

         2. Verifica

Volendo ora verificare se le notizie riportate dai quotidiani sono attendibili, il link  <https://www.treccani.it/vocabolario/donna/> relativo alla voce dònna del Vocabolario on line della Treccani consente invero di accertare che la Treccani non opera in realtà  alcuna censura relativa al termine donna, in ossequio alla sua funzione "metalinguistica".

Il lemma in questione, sotto l'accezione "1.e" indica infatti non meno di 8 accezioni "spregiative" in altrettanti sintagmi:

"e. "Con accezioni partic.: d. di mondo, che frequenta ambienti mondani e ne conosce gli usi, gli aspetti e i difetti, in passato, cortigiana; d. pubblica, d. di strada o di giro o di marciapiede, d. di malaffare, d. di mala vita, prostituta; ha spesso lo stesso sign. anche buona d., spec. nella espressione offensiva figlio di buona d. (in altri casi, buona d. ha il senso proprio: è veramente una buona d.; in passato anche come forma allocutiva: ehi, dite, buona donna!). Di uomini, andare a donne, andare in cerca di facili avventure amorose".

Se poi si confronta la p. 178 dell'edizione cartacea del Vocabolario della lingua italiana, a cura di Aldo Duro, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. II, 1987 ci si rende facilmente conto che il testo è rimasto immutato.

(Ricordiamo en passant che il Duro fu edito negli anni 1986-87-89-91-1994, 4 voll. in 5 tomi e volumetto di Addenda, ibid. 1997, 19972 ibid. con CD-Rom; mentre la III ed. apparve a cura di Valeria Della Valle, ibid. 2008, 5 voll., senza CD-Rom, ed è l'edizione ora appunto consultabile in rete attraverso <Treccani.it.> Il Vocabolario Treccani).

 3. Addendum on line

Nell'edizione on line è stato ora aggiunto, in calce al lemma, il seguente commento, ovvero un intervento "metalinguistico":

 " In numerose espressioni consolidate nell’uso si riflette un marchio misogino che, attraverso la lingua, una cultura plurisecolare maschilista, penetrata nel senso comune, ha impresso sulla concezione della donna. Il dizionario, registrando, a scopo di documentazione, anche tali forme ed espressioni, in quanto circolanti nella lingua parlata odierna o attestate nella tradizione letteraria, ne sottolinea sempre, congiuntamente, la caratterizzazione negativa o offensiva".

Un giudizio del tutto condivisibile, ma che non ha comportato, come qualcuno magari avrebbe voluto, la eliminazione di tali voci dal dizionario, la cui funzione essenziale è, come si è detto, "metalinguistica", di spiegare cioè i significati e le connotazioni negative o positive che siano delle parole e non già di stimolare l'uso di termini o significati negativi.

 4. Sinonimi e contrari

Nell'edizione on line si indicano ancora, in calce al lemma Donna, "Sinonimi e contrari" (assenti nell'edizione cartacea), con alcune "Espressioni eufemistiche" ovvero:

 "SINONIMI E CONTRARI"

donna

/'dɔn:a/ s. f. [lat. dŏmĭna "signora, padrona", lat. volg. domna]. - 1. [essere umano adulto di sesso femminile] ≈ ‖ femmina, signora. ↔ uomo. ‖ maschio, signore. ● Espressioni: eufem., buona donna, donna da marciapiede (o di malaffare o di...)".

La scelta è invero decisamente selettiva. Senza pretendere che si indicassero i 645 lessemi semplici e complessi indicanti la 'prostituta' in un noto studio dell'italianista Edgar Radtke del 1979/1980  (Typologie des sexuell-erotischen Vokabulars des heutigen Italienisch. Studien zur Bestimmung der Wortfelder prostituta und membro virile unter besonderer Berücksichtigung der übrigen romanischen Sprachen, Tübingen, Narr), avrebbe anche potuto essere un pò più ampia.

  5. Un modello lessicografico di sinonimi e contrari

Un modello lessicografico al riguardo è certamente Il dizionario dei sinonimi e contrari con sinonimie ragionate e tavole nomenclatorie di Tullio De Mauro (Paravia 2002), che alla voce donna, segnala tra l'altro donna di malaffare, donna di vita, donna perduta, donnaccia, e sotto donna di strada indica non meno di 19 altri sinonimi, ripartiti prioritariamente tra voci di "Alto Uso" come puttana, voci di "Alta Disponibilità" come prostituta e voci "CO[muni]" note cioè a chi è almeno diplomato, comprendenti termini neutri come adescatrice, donnaccia, donna di malaffare donna di vita, donna perduta, lucciola, passeggiatrice, sgualdrina, squillo", ma anche voci "volg.[ari]" (bagascia, baldracca, battona, mignotta, troia, zoccola), voci  "scherz." (bella di notte) e voci "elev." (peripatetica).

Il lettore curioso potrà anche consultare il lemma prostituta con un più ricco inventario di sinonimi.




 

lunedì 17 maggio 2021

Sgroi - 103 - La Treccani censura "la donna"

 


di Salvatore Claudio Sgroi


         1. L'evento mediatico

È di qualche giorno fa la notizia riportata da vari quotidiani on line, tra cui Rai-news.it secondo cui "C'è voluta la battaglia di un gruppo di attiviste. La Treccani si adegua e cancella termini offensivi collegati al lemma donna. Tweet 14 maggio 2021".

"Il fatto quotidiano", da parte sua, lo stesso giorno titolava: "La Treccani cancella termini offensivi associati alla parola 'donna'". E così continuava:

"D'ora in poi, alla voce 'donna' dell'enciclopedia non saranno più associati termini dispregiativi come "cagna" o "zoccola".

"L'Unione Sarda.it" a sua volta:    

"Treccani cambia il vocabolario online: 'Eliminato 'cagna' come sinonimo di 'donna'".

"Chi cercherà sul Vocabolario online  della Treccani la voce 'donna' da oggi non troverà più tra i sinonimi parole offensive quali 'cagna'".

E qui si precisa altresì che "Il cambiamento dell'Enciclopedia Italiana è stato sollecitato da un dibattito tra un gruppo di attiviste e la direttrice stessa del vocabolario Treccani ospitato sulle pagine dello stesso quotidiano".

 2. Censura lessicografica

Quello che colpisce di questa decisione apparentemente progressista è il suo aspetto di "censura" lessicografica che colpisce il termine "donna".

L'omissione lessicografica della spiegazione di tali sinonimi o significati offensivi si rivela come censura degli usi della lingua di una comunità.

Adottando la stessa logica, il dizionario dovrebbe eliminare tutte le parole con significato offensivo o i significati offensivi dei vari termini, e registrare solo lessemi gratificanti o con significati positivi.

Si ricorderà in  proposito che, quando fu pubblicato l'insuperato Dizionario della lingua e della civiltà italiana contemporanea di Emidio De Felice e Aldo Duro 1974 (Palermo, Palumbo), II ed. 1993, col titolo Vocabolario italiano (Torino-Palermo, SEI-Palumbo), la scrittrice ebrea Elena Loewental accusò assurdamente sul "Sole 24 Ore" il dizionario di antisemitismo perché avevano registrato il termine ebreo nel significato spregiativo di "avido di guadagno".

La battaglia per la parità delle donne va certamente condotta contro l'uso delle parole offensive ma non va confuso con il compito del lessicografo di spiegare il significato dei vari usi linguistici, belli o brutti, positivi o negativi che siano.

           3. Funzione "metalinguistica" dei dizionari

Quello che qui -- paradossalmente -- si dimentica è che un dizionario, qualunque dizionario, non "scrive" né "incita" a dire parole offensive come cagna o zoccola contro la donna, ma spiega il significato di tali termini offensivi. Ricordiamo anzi che esistono dizionari settoriali al riguardo come il notissimo volume di Nora Galli de' Paratesi Le brutte parole (Mondadori 1969).

Tecnicamente si dice che un dizionario non ha una funzione "linguistica" cioè di fare affermazioni pro o contro qualcuno, ma ha una funzione "metalinguistica", di spiegare cioè il significato delle parole utilizzate contro le donne (o su un altro versante gli omosessuali, i gay, i trans, ecc.).

Insomma, con il linguista polacco Jan Baudouin de Courtenay (1912) dobbiamo ricordare che

"Il lessicografo non ha il diritto di censurare e castrare la 'lingua viva'".





domenica 16 maggio 2021

Le contraddizioni del DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia)

 

 Una regola grammaticale stabilisce che il plurale di parole composte con una forma verbale e un sostantivo maschile (singolare) si ottiene modificando il sostantivo: marciapiede, marciapiedi. Abbiamo notato, però, che non tutti i vocabolari concordano su questa regola.

Per quanto attiene al plurale di copricapo, per esempio, alcuni dizionari non riportano il plurale (il che lascia supporre che il plurale si forma secondo la regola su riportata); altri ammettono l'invariabilità (i copricapo) e il plurale normale (copricapi); il Dop, però, specifica che la forma invariata è meno comune.

Il Devoto-Oli compatto, edizione 2006/2007 con Cd-Rom, registra esclusivamente l'invariabilità del termine; lo stesso vocabolario, però, riporta coprifuochi quale plurale di coprifuoco. Non è lo stesso caso di copricapo? Perché due pesi e due misure? Perché, insomma, i copricapo e i coprifuochi?

Ma torniamo un attimo al Dop che — a nostro avviso — confonde un po' le idee per quanto riguarda la formazione di alcuni plurali: copricapo, copricapi; copribusto (invariabile); copricalice (invariabile); coprifuoco, coprifuochi; copriletto (invariabile). Se la regola sopra citata non è errata come si spiega questa anarchia nella formazione di alcuni plurali?

Vediamo, infine, come “la pensano", sempre sul copricapo, alcuni vocabolari: De Mauro, non specifica (quindi variabile); Devoto-Oli, invariabile; Gabrielli, non specifica (quindi variabile); Garzanti, variabile; Sabatini Coletti, non specifica (quindi variabile); Zingarelli, non specifica (quindi variabile); De Agostini, variabile; Sandron, variabile/invariabile; Palazzi, non specifica (quindi variabile).

Una rapida ricerca con Googlelibri, infine, contraddice la maggior parte dei vocabolari privilegiando l'invariabilità del termine: 64.500 occorrenze per “i copricapo" e 13.500 per “i copricapi".

venerdì 14 maggio 2021

I mesi dell'anno si pluralizzano?

 


Abbiamo notato, con disappunto, che i "revisori" del vocabolario Gabrielli in rete hanno colpito ancora rovinando l'opera del Maestro. Per costoro i mesi dell'anno restano invariati a eccezione di aprile, novembre e dicembre. Aldo Gabrielli, nel suo Dizionario Linguistico Moderno, "parla chiaro": tutti i mesi dell'anno si pluralizzano. Non capiamo, poi, per quale motivo "logico" ─ secondo i curatori del vocabolario in rete ─ sono variabili solo aprile, novembre e dicembre. O sono tutti variabili o sono tutti invariabili. Ma tant'è. Si clicchi qui e si digiti il mese dell'anno. A scanso di equivoci ricordiamo, comunque,  che i mesi dell'anno, tutti, prendono la regolare desinenza del plurale: tutti i 2 giugni si festeggia la nascita della repubblica italiana.

mercoledì 12 maggio 2021

Il plurale di lungotevere, lungarno e lungadige

 


Molti sono convinti del fatto che “lungotevere” nella forma plurale resti invariato. L’invariabilità – secondo costoro – è giustificata dal fatto che non ci possono essere più “Teveri”: Il lungotevere, i lungotevere. No, le cose non stanno affatto cosí. Una regola grammaticale stabilisce che i nomi composti di una preposizione e un sostantivo formano il plurale regolarmente: il lungomare, i lungomari; il lungolago, i lungolaghi. Questa regola si applica anche con i nomi dei fiumi (anche se il fiume è uno): il lungarno, i lungarni; il lungadige, i lungadigi; il lungotevere, i lungoteveri. Resta invariato solo il lungopò (e in questo caso il Po va accentato).

A proposito di fiumi è interessante notare che fino al secolo scorso, per l’esattezza fino alla Grande Guerra, il fiume Piave era considerato di genere femminile per la terminazione in -e tipica di buona parte dei sostantivi femminili. Si diceva e si scriveva, dunque, la Piave. La “mascolinizzazione” si deve alla famosa Canzone del Piave di E.A.Mario e, con molta probabilità, anche per l’influsso di tutti gli altri nomi maschili di fiumi.

Vediamo, in proposito, come si "comportano" i vocabolari che abbiamo consultato: sul lungarno all'unisono pluralizzano. Per quanto attiene al lungadige c'è un po' di 'discordia': è invariabile per il GDU, il Devoto-Oli, il Treccani, lo Zingarelli e il Dizionario Olivetti. Pluralizzano il Gabrielli, il Garzanti e "Sapere.it". Sul plurale di lungotevere, come per lungarno, quasi tutti concordano: i lungoteveri. Le voci "fuori del coro" sono il Palazzi, il Garzanti, il Dizionario Olivetti e "Sapere.it" che ritengono il lemma invariabile.





domenica 9 maggio 2021

Solluchero o sollucchero?

 


I vocabolari che abbiamo consultato ──  Devoto-Oli, Gabrielli, Sabatini Coletti, Garzanti, Zingarelli, "Sapere.it" (De Agostini), "Dizionario italiano.it" ── attestano il lemma "sollucchero" variante di "solluchero". Il lessema corretto è con una sola "c" (solluchero) perché è un sostantivo deverbale provenendo, appunto, da sollucherare tratto dall'antica voce "lucherare", sgranare gli occhi (chi va in solluchero sgrana gli occhi per l'emozione dovuta alla soddisfazione o al compiacimento). Come si può ben vedere il tema del verbo contiene una sola "c" e una sola deve rimanere nel derivato perché il verbo non produce il raddoppiamento fono-sintattico (o geminazione). Per "onestà  linguistica" dobbiamo dire che altri dizionari riportano la scritta "meno bene sollucchero". Chi scrive, presuntuosamente, insiste: la sola grafia corretta è con una "c".

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Un altro "test" ─ tratto dal sito "Libreriamo.it ─ per "misurare" la vostra/nostra conoscenza della lingua italiana.  




venerdì 7 maggio 2021

Ovverosia o ovverossia?


 Stupisce il constatare che i vocabolari Sabatini Coletti, Zingarelli e Treccani (nella sezione "sinonimi e contrari") attestino "ovverossia" variante di "ovverosia". Per i vocabolari in oggetto, insomma, sono corretti ambi (sic!) i lemmi.

Sabatini Colletti online
ovverosia
ovverosia
[ov-ve-ro-sì-a] o ovverossia cong. non com.
Cioè, ovvero, con valore esplicativo

Zingarelli
ovverosia o ovverossia
ovverosia o (raro) ovverossia
[comp. di ovvero e sia (V. ossia); 1858]
cong.
* (raro) Ossia.

Treccani

ovverosia /ov:ero'sia/ (o ovverossia) cong. [grafia unita di ovvero sia, con sia pres. cong. del v. essere]. - [in altre parole] ≈ [→ OVVERO (2)].

Stupisce perché la congiunzione ovverosia non richiede il cosí detto raddoppiamento fono-sintattico. La sola grafia corretta è con una  "s": ovverosia. La predetta congiunzione, infatti,  è composta di "ovvero" e "sia" (presente congiuntivo del verbo essere, non "ossia") e ovvero non produce il raddoppiamento sintattico (o geminazione).  

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Nota: sembra che il Treccani ─ se abbiamo visto bene ─  abbia emendato la voce in oggetto (ovverosia) nella sezione "sinonimi e contrari"(a seguito delle nostre noterelle?).

  





mercoledì 5 maggio 2021

«Se io andrei alla festa mi annoierei»

Segnaliamo un magistrale articolo del prof. Salvatore Claudio Sgroi ─ "Sulle regole e le norme del periodo ipotetico" ─  pubblicato sul sito della Treccani.

martedì 4 maggio 2021

I copribusto o i copribusti?


 Ecco un altro termine  "che semina discordia" tra i lessicografi, quindi tra i vocabolari: copribusto (quell'indumento di stoffa o di maglia che ─ nei tempi andati ─  le donne indossavano sopra il busto). Alcuni ritengono il lemma in oggetto invariabile; altri variabile. Tra i vocabolari consultati sono per l'invariabilità: Zingarelli, Treccani, DOP, Devoto-Oli, Dizionario Olivetti, "Dizionario Italiano.it". Ritengono il lessema variabile (quindi "pluralizzano"): De Mauro, Gabrielli, Palazzi, "Sapere.it" (De Agostini). A quali "sacri testi" bisogna dare ascolto? A nostro modesto avviso ai dizionari che "pluralizzano". Perché? Perché copribusto è un nome composto di un verbo (coprire) e di un sostantivo maschile singolare (busto) e i nomi cosí formati prendono la desinenza del plurale: il copribusto / i copribusti.

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Ramazzatore

Se non cadiamo in errore il nostro idioma non ha un termine atto a indicare la persona che ramazza, cioè colui / colei che pulisce, che spazza giardini, cortili, locali rustici ecc. Si potrebbe chiamare ramazzatore / ramazzatrice. Il vocabolo che proponiamo sarebbe un deverbale essendo composto del verbo ramazzare e del suffisso "-tore". Detto suffisso produce, infatti,  sostantivi maschili che indicano la persona  che compie ─ abitualmente o saltuariamente ─ l'azione espressa dal verbo (da cui derivano, appunto): lavatore*, trasportatore, incisore ecc.

* Per quanto attiene al femminile personalmente preferiamo lavatora (anche se la voce è ritenuta popolare) e non lavatrice per non confondere "colei che lava" con la macchina che serve per il lavaggio (degli indumenti in particolare).


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La lingua "biforcuta" della stampa

LA TRAGEDIA

Incidente sul lavoro, operaia di 22 anni muore in un'azienda tessile del pratese

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Correttamente: Pratese, con la "p" maiuscola perché il termine si riferisce a un'area geografica.

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Asfalto sulla ciclabile del Tevere. Compare scritta sulla colata: "E non lasciano l’erba”

......................

Non sapevamo, onestamente, che si potesse andare in bicicletta sul Tevere. Non si finisce mai d'imparare... Sapevamo, infatti, che si poteva andare in bicicletta solo sulle banchine del fiume.


domenica 2 maggio 2021

I lessicografi e le contraddizioni

 


Un lettore non avvezzo alla lingua italiana non sa che "pesci prendere" se cerca il lemma "viepiú" nel vocabolario Treccani in rete: viepiú o vieppiú? I curatori del vocabolario e quelli dei sinonimi e contrari (sempre nel Treccani) si contraddicono: il vocabolario dà viepiú, i sinonimi e contrari vieppiú.

Vocabolario: viepiù (o vie più; meno corretto vieppiù) avv., letter. – Ancor più, sempre più: L’astuto lupo vie più si rinselva (Poliziano). V. anche vie. ... 

Sinonimi e contrari: vieppiù (non com. viepiù) avv. [grafia unita di vi(a) e più], lett. - [in modo sempre maggiore] ≈ ancora (o sempre) più. ...

Insomma, qual è la grafia corretta? Il lemma in oggetto con quante "p" si scrive? La grafia corretta è con una sola "p". Come scrive, infatti, Aldo Gabrielli: «(...) questo vie, antica alterazione di via usata come rafforzativo dei comparativi, non richiede mai il raddoppiamento della consonante iniziale (...)». I revisori del suo vocabolario in rete, però, lo contraddicono...

Stupisce la "garzantilinguistica. it" (che lemmatizza la voce con due "p"): vieppiù

[viep-più] avv. sempre più, molto più

Etimologia: ← comp. di vie e più.

Il DOP, dizionario di Ortografia e di Pronunzia:






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C'è piglio e... piglio

Sostantivo maschile che indica l'atto del pigliare, del prendere, dell'afferrare:  dar di piglio, afferrare con impeto. Da non confondere con l'altro piglio, forma aferetica di cipiglio, che vale "modo di guardare": Giovanni  si avvicinò con piglio minaccioso.