giovedì 16 aprile 2026

Il senso nascosto tra le righe

 Testo e cotesto: dove davvero si decide ciò che comprendiamo









Quando leggiamo ci sembra naturale pensare che il senso di ciò che abbiamo davanti sia contenuto nelle parole stesse. Ma ogni frase vive dentro un ambiente più vasto, un ecosistema linguistico che la sostiene e la orienta. Capire davvero un enunciato significa osservare non solo che cosa dice, ma dove si trova, con quali altre frasi convive, da cosa è preceduto e seguito. È in questo spazio che agiscono due concetti fondamentali della linguistica testuale: testo e cotesto.

La parola testo deriva dal latino textus, “tessuto”, da texere, “intrecciare”. L’immagine non è casuale: già Quintiliano, nelle Institutiones oratoriae, paragona la composizione e la revisione di un discorso al lavoro del tessitore che ripassa la trama per renderla più fitta e coerente. Un testo è esattamente questo: un intreccio di frasi che si sostengono a vicenda, un manufatto linguistico dotato di coerenza interna, intenzione comunicativa e progressione logica.

Il cotesto, invece, è un termine più recente, introdotto e discusso da linguisti come Sabatini e De Mauro per distinguere ciò che sta dentro il testo da ciò che sta fuori. Cotesto nasce dall’unione del prefisso co- (“insieme”) con testo: indica l’insieme degli elementi linguistici immediatamente vicini a una parola o a un’espressione. È la porzione di tessuto che circonda il filo che stiamo osservando. De Mauro lo registra nel GRADIT proprio per evitare l’ambiguità del termine contesto, che può riferirsi sia all’ambiente linguistico interno sia alla situazione extralinguistica.

In parole "terra terra": il testo è l’intero edificio; il cotesto è la stanza in cui ci troviamo.

Il testo è un’unità completa: un articolo, un racconto, un saggio, una lettera. Ha un inizio, uno sviluppo, una fine. Quando diciamo “questo testo parla di…”, ci riferiamo alla sua globalità. Il cotesto, invece, è locale: è ciò che sta immediatamente prima e dopo un elemento da interpretare. È ciò che permette di capire il senso preciso di una parola polisemica, di un pronome, di un riferimento implicito.

Un esempio chiarisce subito la differenza. Consideriamo la frase:
«Marco ha posato il vaso sul tavolo perché era pesante».
Che cosa era pesante? Marco o il vaso? Il cotesto - cioè la struttura sintattica e semantica immediatamente circostante - suggerisce che “pesante” si riferisca al vaso. Se invece leggiamo:
«Marco ha posato il vaso sul tavolo. Era stanco morto»,
il cotesto cambia e il pronome “era” si aggancia con naturalezza a Marco. Il testo complessivo è lo stesso, ma il cotesto modifica l’interpretazione.

Il cotesto è decisivo anche per le parole ambigue. Se leggo:
«La banca ha chiuso alle 16»,
il cotesto non lascia dubbi: si parla dell’istituto di credito. Ma se leggo:
«Ci sedemmo sulla banca a guardare il lago»,
il cotesto ci porta verso il significato di “panchina” (nel senso regionale o letterario). La parola è identica, ma il cotesto la orienta.

La centralità del cotesto nella comprensione è stata confermata anche sperimentalmente. Negli anni ’80, gli psicologi del linguaggio Garrod e Sanford hanno mostrato che la risoluzione di un pronome o di un riferimento dipende in modo cruciale dalle frasi immediatamente circostanti: basta modificare un verbo, un aggettivo o un dettaglio locale perché l’interpretazione cambi radicalmente. Il significato non è mai isolato: si costruisce nel rapporto con ciò che lo circonda.

Il testo, dal canto suo, è ciò che dà senso complessivo a un discorso. Se in un romanzo compare la frase «Era una notte buia e tempestosa», il cotesto ci dice che sta iniziando una descrizione atmosferica; il testo, invece, ci dirà perché quella notte è importante, quale funzione narrativa svolge, come si inserisce nella trama. Il cotesto spiega il dettaglio; il testo spiega il quadro.

Riconoscere testo e cotesto è un esercizio di attenzione. Il testo si riconosce perché è un’unità autonoma, con una sua intenzione comunicativa. Il cotesto si riconosce perché è ciò che circonda immediatamente un elemento e ne condiziona l’interpretazione. Quando leggiamo, ci muoviamo continuamente tra questi due livelli: dal particolare al generale, dal vicino al lontano, dal filo al tessuto.

In definitiva, il testo è la casa; il cotesto è la stanza in cui ci troviamo; e il significato è ciò che riusciamo a vedere quando apriamo tutte le porte.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

L'ultimo sovrano d'Italia, Umberto II, nonno di Emanuele Filiberto, all'indomani del referendum del 2 giugno 1946, che decretò la Repubblica d'Italia, lasciò il Paese senza mai abdicare dal suo ruolo. Il re, in esilio in Svizzera, morì a Ginevra nel 1983. 

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Correttamente, seguendo la lingua di Dante e di Manzoni: abdicare al suo ruolo. Qui.




mercoledì 15 aprile 2026

La logica del pieno e del vuoto

 Tra “quanto più possibile” e “quanto più possibili” si gioca la misura del pensiero










Ci sono errori che sembrano innocui, quasi impercettibili, perché l’orecchio li accetta senza protestare. Uno dei più diffusi, per esempio, è la forma quanti più soldi possibili. A prima vista sembra persino logica: soldi è plurale, quindi anche possibili dovrebbe esserlo. Ma questa è una trappola percettiva. La lingua, quando funziona bene, non segue la concordanza “a vista”, ma la logica interna della frase. E la logica interna di questa costruzione dice tutt’altro: possibile non si riferisce ai soldi, bensì alla quantità massima raggiungibile. Non descrive il nome, descrive il grado. Per questo resta invariabile. Dire soldi possibili significherebbe “soldi eventuali, ipotetici, potenziali”: un significato completamente diverso da quello che vogliamo esprimere. L’errore nasce dal fatto che l’occhio vede un plurale e la mano lo copia, ma la sintassi non funziona così: qui non c’è nulla da far concordare.

La forma corretta è, dunque, quanti più soldi possibile, perché possibile non qualifica i soldi, ma la misura. È come dire: “nella quantità più ampia che è possibile raggiungere”. La prova del nove è la sostituzione: quanti più soldi possibile equivale perfettamente a quanti più soldi quanto si può. Nessuno direbbe quanti più soldi quanti si possono, e questo smonta definitivamente l’idea che possibile debba concordare con soldi. La struttura è identica in tutte le espressioni di grado: la partecipazione più ampia possibile, le soluzioni più rapide possibile, il più velocemente possibile. In tutti questi casi, possibile non appartiene al nome, ma al grado. È un aggettivo che, in questa posizione, assume la funzione di avverbio: non si piega, non si flette, non segue il numero.

Gli errori giornalistici sono quotidiani e sempre uguali: raccogliere quanti più fondi possibili, garantire le condizioni più sicure possibili, ottenere le informazioni più precise possibili. Sono forme totalmente errate perché trasformano possibile in un aggettivo riferito al nome, generando un significato diverso da quello voluto. Le versioni corrette sono, pertanto, quanti più fondi possibile, le condizioni più sicure possibile, le informazioni più precise possibile. Le redazioni inciampano per tre motivi: concordanza automatica, falsa analogia con gli aggettivi qualificativi e fretta. Ma la lingua non perdona la fretta: la concordanza sbagliata cambia il senso.

Sotto il profilo “storico” la questione è ancora più chiara. Possibile deriva dal latino possibilis, da posse, “potere”. Il suo significato originario è modale: indica ciò che può essere, ciò che rientra nelle possibilità. Non nasce per qualificare un nome, ma per esprimere un limite di possibilità. Nei testi medievali e rinascimentali la struttura è già pienamente attestata o, se si preferisce, cristallizzata: fare il meglio possibile, ottenere quanto più aiuto possibile, procedere il più speditamente possibile. La forma invariabile è antica, stabile e coerente con la natura semantica del sintagma. Dall’Ottocento in poi, i grammatici ribadiscono che quando possibile segue una costruzione di grado resta invariabile perché non qualifica il nome, ma la misura.

La regola, in fondo, è semplice: quando possibile segue più, meno, quanto, quanto più, non si piega, non si flette. Non descrive il sostantivo, ma il massimo raggiungibile. Per questo si dice quanti più soldi possibile, le soluzioni più efficaci possibile, la partecipazione più ampia possibile, il più rapidamente possibile, quante più prove possibile. L’invariabilità non è un “vezzo linguistico”, ma la conseguenza naturale del fatto che possibile non appartiene al nome, bensì al grado. È una questione logico-grammaticale, non di estetica: la lingua, quando funziona bene, non segue ciò che “suona”, ma ciò che significa.









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La lingua “biforcuta” della stampa

"Sono certo che i nostri contatti con il Pakistan, così come con i nostri altri amici nella regine, continueranno".

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Le due navi in questione, una battente bandiera maltese e una battente bandiera pakistana, hanno invertito la loro roccia una volta avvicinatisi a un "checkpoint" …

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I colloqui sono iniziati con l'arrivo della delegazione iraniana a Islamabad venerdì sera, la notte prima dei colloqui tenutisi sabato, ed è durata oltre 29 ore.

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Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un punto stampa al Vinitaly di Verona, a rispondendo a chi le domandava …


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Iran, Urso: "Servono misure emergenziale da Europa … Quello che temo innanzitutto sono le conseguenze sui flussi mercantili, sul rifornimento energetici e di materie prime che provengono da quell'aria...





martedì 14 aprile 2026

Oltre la decenza: scurrilità, turpiloquio e volgarità

 Un viaggio tra Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio per imparare l’arte del parlar bene










Nel borgo di Lingualunga vivevano tre vicini che tutti conoscevano, ma che pochi sapevano distinguere davvero: Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio. Le loro case erano attaccate, eppure i loro modi di stare al mondo non potevano essere più diversi.

Scurrìlia era una donna dal riso largo e dal gesto teatrale. Le piaceva intrattenere la piazza con storielle piccanti, allusioni sconce e lazzi da osteria. Non lo faceva per offendere: era cresciuta nell’arte del buffone di strada, e il suo stesso nome lo ricordava. Veniva infatti dal latino scurrĭlis, “da buffone”, legato a scurra, il giullare che divertiva con scherzi triviali. Quando Scurrìlia parlava, qualcuno rideva e qualcuno arrossiva; la sua era una trivialità scenica, una sfrontatezza giocosa, più indecente che cattiva.

Turpìlo, invece, era un uomo di poche storie e molte esplosioni. Non raccontava barzellette: sbottava. Bastava un niente perché dalla sua bocca uscisse una raffica di parolacce e imprecazioni. Il suo nome veniva da turpis, “brutto, vergognoso”, e da lì turpiloquium, “parlare vergognoso”. Turpìlo non divertiva: scuoteva l’aria. Le sue parole erano sporche e ferenti. Dove Scurrìlia faceva arrossire, lui faceva trasalire. La sua era una parola indegna.

Infine c’era Vulgàrio, che non era né buffone né iracondo. Vulgàrio era semplicemente... ordinario, ma in modo eccessivo. Il suo nome veniva da vulgus, “il popolo”, inteso nella sua accezione più bassa e incolta. Vulgàrio ignorava le buone maniere: mangiava con rumore, vestiva senza cura del decoro e usava termini dozzinali non per scelta, ma per mancanza di alternative migliori. La sua non era un’offesa né un’oscenità, ma una costante mancanza di nobiltà. Se i primi due peccavano di eccesso, lui peccava di pochezza.

Un giorno, i tre litigarono in piazza. Scurrìlia accusò Turpìlo di rovinare l’aria con le sue bestemmie; Turpìlo urlò che le storie di lei erano letame per le orecchie; e Vulgàrio, intervenendo con un gesto sguaiato e un termine gergale grossolano, disse che entrambi facevano troppo rumore per nulla.

La discussione attirò una folla confusa: chi aveva ragione? Chi era “più volgare”? Fu allora che intervenne il vecchio maestro Etimòn. Si avvicinò ai tre e disse:

Siete vicini, ma non siete la stessa cosa. Scurrìlia, tu porti la scurrilità: l’oscenità che cerca la risata. Turpìlo, tu porti il turpiloquio: lo sbocco che ferisce il decoro. E tu, Vulgàrio, porti la volgarità: la bassezza di chi non conosce elevazione. Scurrìlia è l'indecenza del contenuto; Turpìlo è l'indegnità del modo; Vulgàrio è la rozzezza dello spirito. Tutti abbassate il tono del borgo, ma ciascuno a modo suo.

La piazza tacque. I tre si guardarono, comprendendo finalmente che la volgarità ha molte facce. Da quel giorno, a Lingualunga, si imparò che alcune parole fanno arrossire, altre fanno sussultare e altre ancora, semplicemente, fanno rimpiangere la gentilezza. E riconoscere la differenza, a volte, è già un modo per parlare meglio.










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Quando l’accento vibra, il significato cambia

Le omografe eterofone: parole identiche che, spostando la voce, cambiano senso, ritmo e destino

In italiano esiste una categoria affascinante di parole che si scrivono allo stesso modo ma cambiano significato quando muta la sillaba tonica. Sono le cosiddette omografe eterofone, un termine che nasce dall’unione di radici greche: homós (“uguale”) e graphō (“scrivere”) per omografo, e héteros (“diverso”) più phōnḗ (“voce, suono”) per eterofono. L’accento, spostandosi, modifica ritmo, timbro e senso della parola: non è un dettaglio grafico, ma un vero marcatore semantico.

Per comprendere meglio il fenomeno è utile ricordare anche l’etimologia di omofono, spesso richiamato per contrasto: deriva da homós (“uguale”) e phōnḗ (“voce, suono”), e indica parole che si pronunciano allo stesso modo pur avendo grafia e significato diversi, come lago e l’ago, l’etto e letto, anno e hanno. Le nostre protagoniste, invece, sono parole che conservano la medesima grafia ma cambiano pronuncia e significato: pésca e pèsca, prìncipi e princìpi, àncora e ancóra. In pésca (il frutto) sopravvive il latino persica, “frutto persiano”, mentre pèsca (l’azione del pescare) discende da piscare. In prìncipi ritroviamo princeps, “primo, capo”, mentre princìpi deriva da principium, “inizio, fondamento”. Àncora, lo strumento nautico, viene dal latino ancora e dal greco ankyra (“uncino”), mentre ancóra, avverbio, nasce da un’evoluzione semantica di adhuc.

Alcune coppie, inoltre, sono particolarmente insidiose perché l’accento distingue non solo il significato, ma anche la categoria grammaticale: sùbito (avverbio: “immediatamente”) e subìto (participio passato di subire), àmbito (aggettivo: “desiderato”) e ambìto (participio di ambire). In altri casi l’accento cambia anche la qualità della vocale, come in bótte (recipiente) e bòtte (colpi), dove la distinzione tra o chiusa e o aperta è decisiva. Esistono poi parole in cui l’accento è spesso omesso nella scrittura quotidiana, come ancora, lasciando al contesto il compito di disambiguare; ma in un contesto didattico ed editoriale la chiarezza grafica è preferibile e l’accento va indicato quando cambia il significato. In alcune coppie la distinzione si conserva anche nel plurale, come bótte/bótti e bòtte/bòtti, sebbene la percezione fonetica tenda ad attenuarsi.

Queste coppie accentuali mostrano quanto l’italiano sia una lingua sensibile alla posizione dell’accento: una vocale tonica può cambiare tutto, dalla categoria grammaticale alla percezione etimologica. Sono un terreno didattico prezioso per educare all’uso dell’accento grafico, per mostrare la relazione tra fonetica e semantica e per allenare l’orecchio alle opposizioni toniche. Ricordano che l’accento, quando serve, non è facoltativo, ma un segno distintivo di significato. In italiano, insomma, basta un accento per cambiare voce alle parole e destino alle idee.







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lunedì 13 aprile 2026

Controllafila: il nome che mancava nella vita quotidiana degli uffici italiani

 Quando la lingua trova finalmente la parola giusta per una figura che tutti vediamo ma nessuno sa come chiamare











Contrallafila è un neologismo che nasce per colmare un vuoto lessicale evidente nella lingua italiana: la mancanza di un nome per indicare la persona incaricata di gestire la fila negli uffici pubblici, nei centri prenotazioni, negli ambulatori e in tutti quei luoghi in cui l’ordine di accesso è fondamentale. È una figura quotidiana, riconoscibile, necessaria, ma priva di un’etichetta linguistica. Da qui la necessità di un termine nuovo, italiano, trasparente e immediatamente comprensibile.

La formazione di controllafila segue un modello morfologico pienamente italiano: il composto verbo + nome, univerbato, che caratterizza molti nomi d’agente dell’italiano contemporaneo. Appartiene alla stessa famiglia di rompiscatole, passacarte, portaborse, apripista, salvagente. La struttura è limpida: controlla (terza persona singolare del verbo “controllare”, usata come base verbale nei composti) + fila. Il risultato è un composto solido, naturale, che si legge senza inciampi e che conserva una perfetta trasparenza semantica. Chi è il controllafila? Colui che controlla la fila. Nessuna ambiguità, nessuna opacità, nessuna interpretazione alternativa.

Il significato, dunque, è immediato: il controllafila è la persona che regola l’accesso allo sportello, smista gli utenti, verifica i numeri di prenotazione, mantiene l’ordine, fornisce indicazioni rapide e impedisce che la fila si disgreghi o si sovrapponga. È un ruolo operativo, non burocratico; concreto, non astratto; riconoscibile da chiunque frequenti uffici pubblici o servizi al cittadino. Proprio questa riconoscibilità rende la neoformazione particolarmente scorrevole: la parola sembra già esistere, perché la funzione è così chiara da richiedere solo un’etichetta che la renda dicibile.

La scorrevolezza è uno dei punti di forza del termine. Controllafila si pronuncia senza sforzo, ha un ritmo binario equilibrato, non presenta collisioni fonetiche né accavallamenti consonantici. È una parola che “scivola”, come accade ai composti italiani ben formati. Inoltre, la sua univerbazione lo rende più forte e più stabile rispetto a forme separate come “controlla fila”, che resterebbero descrittive e non lessicalizzate.

Gli esempi d’uso mostrano quanto il termine sia già pronto per entrare nel linguaggio amministrativo e giornalistico:
“Il Comune ha assunto due controllafila per il nuovo sportello anagrafe.”
“All’ingresso dell’ambulatorio un controllafila smista i pazienti in base alla prenotazione.”
“Il controllafila ha verificato che la coda scorresse senza sovrapposizioni.”

La lessicalizzazione di controllafila (invariabile nel plurale, come tutti i sostantivi composti di una voce verbale e di un nome femminile singolare) è favorita da tre fattori: la necessità sociale del termine, la sua trasparenza morfologica e la sua perfetta aderenza alla funzione. È un neologismo che non forza la lingua, ma la completa. Non introduce un concetto nuovo: dà finalmente un nome a qualcosa che esiste da sempre. È proprio questo il segno dei neologismi destinati a durare.

controllafila s.m. e f. (inv.) [comp. di controlla(re) e fila]. –

1. Persona incaricata di regolare l’ordine di accesso in una fila presso uffici pubblici, sportelli, ambulatori, centri prenotazione e, più in generale, in contesti in cui è necessario smistare gli utenti, verificare turni o prenotazioni e mantenere la coda ordinata.

2. Per estens., addetto che fornisce indicazioni rapide agli utenti in attesa, prevenendo sovrapposizioni o disordini nella gestione del flusso.


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Ovvero e oppure: due parole, due funzioni

Tra gli equivoci più tenaci dell’italiano contemporaneo c’è la presunta sinonimia tra ovvero e oppure. Molti li usano come se fossero intercambiabili, convinti che entrambi significhino semplicemente “o”. Non è così: le due congiunzioni hanno origini diverse e producono effetti diversi sul significato di una frase. E scegliere quella sbagliata non è un dettaglio: è un errore di senso.

Oppure deriva da o + pure, cioè “o anche”, “o in alternativa”. È una congiunzione disgiuntiva: apre una scelta, mette in campo due possibilità distinte. È il nostro “o… o…”, nella sua forma più naturale.

Ovvero, invece, non ha nulla (a) che fare con hoc vero, etimologia fantasiosa e priva di basi. Viene da o + vero, antica forma rafforzata (o vero, ovvero). Non introduce un’alternativa: introduce una spiegazione. È una congiunzione esplicativa: significa “cioè”, “vale a dire”, “in altre parole”.

La differenza è netta.

  • “Porta una maglietta oppure una felpa”: due opzioni.

    “Porta una maglietta, ovvero un indumento leggero”: una precisazione.

Basta invertire le due congiunzioni per cambiare il senso della frase. Eppure, nell’uso quotidiano, ovvero viene spesso impiegato al posto di oppure, forse perché suona più formale. Ma la forma non può sacrificare la chiarezza: in testi tecnici, giuridici o amministrativi, confondere “spiegazione” e “alternativa” può generare ambiguità pesanti.

La lingua evolve, certo. Ma non tutto ciò che si diffonde è utile. Conservare la distinzione tra ovvero e oppure significa comunicare meglio, con più precisione e meno fraintendimenti. È un gesto di cura verso la lingua e verso chi legge. Perché le parole non sono mai neutre: scegliere quella giusta è un atto di responsabilità e, perché no, di civiltà.






domenica 12 aprile 2026

"Piantare una grana"

 Dal granello al conflitto


P
iantare una grana è una delle espressioni più vive e colorite dell’italiano colloquiale. Si incontra nei dialoghi quotidiani, nei racconti familiari, nelle discussioni di lavoro: ogni volta che qualcuno decide di porre un problema, di suscitare una lite o di dare origine a una complicazione fastidiosa, ecco che “pianta una grana”. È una formula che condensa in poche parole l’idea di un conflitto improvviso, spesso sproporzionato, capace di turbare una situazione fino a un attimo prima tranquilla.

Sotto il profilo etimologico e semantico, grana è un termine che ha attraversato diverse accezioni nel corso dei secoli. In origine indicava una particella minuta, un granello, e da qui si è sviluppata l’idea metaforica di minuzia fastidiosa, dettaglio che inceppa, questione che si insinua e disturba. Non è un caso che, accanto a questo valore materiale, la parola abbia avuto anche un ruolo nella tintoria: “grana” era il nome dato a certe cocciniglie essiccate, simili a piccoli grani rossi, usate per tingere i tessuti. Da quell’ambito deriva anche l’idea di impurità o rugosità, di qualcosa che interrompe la liscezza di una superficie: un fastidio minuscolo ma percepibile, che prepara naturalmente il terreno al significato figurato di seccatura.

È proprio questa evoluzione semantica - dal piccolo elemento materiale al piccolo problema che si ingigantisce - ad aver favorito l’uso della parola nel linguaggio burocratico e militare tra Ottocento e Novecento, dove la “grana” era un intoppo amministrativo, una pratica complicata, una seccatura che rallentava tutto. Da quel contesto tecnico la parola è poi migrata nel parlato comune, mantenendo la sua natura di fastidio che cresce.

Il verbo piantare, accostato a questo sostantivo, rafforza l’immagine. Piantare significa mettere a dimora un seme, dare origine a qualcosa destinato a svilupparsi, a mettere radici, a diventare più grande di quanto fosse all’inizio. Chi “pianta una grana” compie metaforicamente questo: getta il seme di un conflitto che rischia di espandersi, di trascinarsi, di diventare difficile da estirpare. Non sorprende, dunque, che l’espressione abbia quasi sempre una connotazione negativa: chi pianta una grana è percepito come qualcuno che suscita problemi, che ingigantisce dettagli, che innesca tensioni.

Nell’uso quotidiano, la locuzione è estremamente duttile. Non vorrai mica piantare una grana proprio adesso che abbiamo finito il lavoro?!, è l’avvertimento di chi teme che un’osservazione superflua possa trasformarsi in un litigio. Il cliente ha piantato una grana incredibile per un ritardo di soli cinque minuti racconta invece la sproporzione tra il fatto reale e la reazione di chi lo amplifica.

Una curiosità interessante riguarda l’estensione semantica del vocabolo: in molte regioni italiane, soprattutto nel Centro-Sud, “grana” è diventato un sinonimo generico di problema, anche al di fuori della locuzione. Dire ho una grana da risolvere significa avere un impiccio, un nodo, una questione che richiede attenzione. È la conferma di quanto la parola si sia radicata nell’immaginario linguistico, mantenendo intatta la sua capacità di richiamare un fastidio che nasce piccolo ma rischia di crescere.

Oggi “piantare una grana” resta una delle espressioni più efficaci per designare l’intenzione di creare un problema dove non c’era, o di trasformare un dettaglio in una questione spinosa. Un’immagine semplice e potentissima: un seme, un gesto, e subito un conflitto che germoglia.

Chi pianta una grana non apre discussioni: apre cantieri di cui perde subito le chiavi.

 

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I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel loro libretto “L’italiano in gioco”, scrivono che il sostantivo eco è femminile. Perfetto. Avrebbero fatto un lavoro "molto più eccellente" se avessero specificato che il suddetto lessema nella forma singolare è ambigenere: un eco/un’eco. È tassativamente maschile nel plurale: gli echi (mai *le eco). Tutti i vocabolari dell’uso concordano su questa distinzione.



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La lingua “biforcuta” della stampa

Tensioni nel veronese per la presentazione del partito di Vannacci

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Correttamente: Veronese (con la “v” maiuscola). La grammatica prescrive l’iniziale maiuscola per i nomi che designano un’area geografica (il territorio della provincia di Verona).

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

sabato 11 aprile 2026

Ontogenesi e filogenesi del linguaggio: due assi per capire come parliamo

 Dallo sviluppo del bambino all’evoluzione della specie: perché questi due concetti guidano la linguistica moderna












L’analisi scientifica del linguaggio si muove su due assi concettuali che la linguistica ha mutuato con precisione dalla biologia dello sviluppo: ontogenesi e filogenesi. La trasposizione non è ornamentale: permette di distinguere con nettezza ciò che riguarda la costruzione del linguaggio nel singolo individuo da ciò che riguarda la sua comparsa nella specie umana. I due lessemi, entrambi di origine greca, hanno una struttura etimologica trasparente: ón, ontós (“ente, essere”) + génesis (“nascita”) per ontogenesi; phylon (“stirpe, specie”) + génesis per filogenesi. Questa chiarezza morfologica si riflette perfettamente in quella concettuale.

In linguistica, l’ontogenesi indica l’intero processo di acquisizione del linguaggio da parte dell’individuo. È un percorso che comprende la maturazione percettiva, la comparsa dei primi schemi fonetici, la costruzione del lessico iniziale, l’emergere della morfologia e della sintassi, fino alla piena competenza pragmatica. Dire, per esempio, che “la subordinazione ha un’ontogenesi tardiva” significa chiarire che il bambino impara a gestire strutture gerarchiche complesse solo dopo aver consolidato le frasi semplici. Oppure: “la deissi spaziale mostra un’ontogenesi graduale”, per indicare che termini come qui, , sopra, dietro ecc. richiedono una progressiva integrazione tra linguaggio e rappresentazione corporea dello spazio.

La filogenesi, invece, riguarda la storia evolutiva della facoltà linguistica nella specie umana. È il dominio in cui si studiano le pressioni selettive che hanno favorito l’emergere del linguaggio articolato, il ruolo delle capacità cognitive preesistenti (memoria di lavoro, categorizzazione, imitazione), la possibile transizione da sistemi comunicativi gestuali a sistemi vocali, la comparsa della sintassi come meccanismo combinatorio ricorsivo. Dire che “la sintassi ha una filogenesi stratificata” significa riconoscere che la capacità di combinare elementi in strutture gerarchiche non è un tratto improvviso, ma il risultato di una lunga coevoluzione tra cervello, socialità e comunicazione.

L’uso parallelo dei due concetti permette di evitare un errore storico: l’idea ottocentesca che l’ontogenesi “ricapitoli” la filogenesi. Oggi sappiamo che lo sviluppo del bambino non ripercorre le tappe evolutive della specie. Tuttavia, i due piani dialogano: alcune costanti dell’ontogenesi (come l’ordine di acquisizione di certe categorie grammaticali) possono suggerire quali strutture cognitive siano state necessarie perché il linguaggio emergesse nella nostra storia evolutiva; e, viceversa, la filogenesi aiuta a interpretare perché certe tappe dello sviluppo infantile siano universali e altre modellate dalla cultura.

Una curiosità: i due termini sono presenti già nella linguistica del primo Novecento, ma è solo dagli anni Settanta - con la linguistica acquisizionale, la psicolinguistica sperimentale e le scienze cognitive - che diventano categorie operative. Oggi sono centrali anche nella semiotica evoluzionistica e nella neurolinguistica dello sviluppo, dove permettono di distinguere con rigore ciò che è “sviluppo dell’individuo” da ciò che è “storia della specie”.

Usati correttamente, ontogenesi e filogenesi offrono dunque una doppia lente: una per osservare come nasce il linguaggio in ciascuno di noi, l’altra per comprendere come la nostra specie sia diventata capace di linguaggio. È proprio questa duplice prospettiva a rendere i due sintagmi preziosi nella formazione linguistica avanzata.






venerdì 10 aprile 2026

"Mettere in burletta"

 


Mettere in burletta è uno di quei modi di dire che l’italiano ha lasciato scivolare ai margini del lessico senza un vero motivo. È limpido, elegante, immediatamente comprensibile, ma quasi nessuno lo usa più. Eppure descrive con precisione chirurgica un atteggiamento diffusissimo: il prendere qualcosa o qualcuno con leggerezza, con ironia, con un filo di superiorità, senza arrivare alla cattiveria aperta. È la presa in giro “a bassa intensità”, quella che non ferisce ma sminuisce.

L’espressione nasce tra Sette e Ottocento, quando la burletta era un genere teatrale leggero, parodico, fatto di caricature e situazioni buffe. Non era la burla crudele, ma la piccola scena comica che ridimensiona, che smonta la serietà. Da qui il passaggio naturale al linguaggio comune: mettere in burletta significava trattare un argomento serio come se fosse una scenetta, ridurlo a farsa, alleggerirlo fino a svuotarlo. Nei giornali ottocenteschi ricorre spesso per indicare chi minimizza un problema politico, chi ridicolizza un avversario, chi trasforma un fatto grave in occasione di lazzo. È un’espressione di registro medio, mai popolare, ma molto viva nella prosa dell’epoca.

Il significato resta oggi sorprendentemente attuale. Mettere in burletta è ciò che accade quando qualcuno liquida un’osservazione importante con una battuta, quando un tema serio viene trattato come un gioco, quando un interlocutore evita il confronto rifugiandosi nell’ironia. È il comportamento di chi, per non affrontare la sostanza, preferisce trasformare tutto in scherzo. È anche la dinamica tipica di certi scambi in Rete, dove la leggerezza diventa arma per non prendersi responsabilità.

Gli esempi sono immediati. Un collega che, di fronte a una critica fondata, risponde con un sorriso e un “ma figurati, non è niente”: sta mettendo in burletta. Un politico che minimizza un problema dicendo che “sono solo chiacchiere”: sta mettendo in burletta. Un amico che, invece di ascoltare un disagio, lo trasforma in battuta: mette in burletta. Non è sarcasmo, non è derisione, non è scherno: è un ridimensionamento ironico, un modo di togliere peso alle cose senza assumersi il rischio della serietà.

Proprio per questo l’espressione meriterebbe di tornare in circolazione. È precisa, pulita, priva di aggressività, e permette di nominare un comportamento che oggi vediamo dappertutto (in particolare nelle trasmissioni televisive) ma che non sappiamo come chiamare. In un’epoca in cui tutto rischia di essere banalizzato, mettere in burletta è la formula perfetta per denunciare quella leggerezza che non fa ridere, ma svuota. 

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 Noi sognAmo o noi sognIamo?

 Siamo rimasti basiti – come usa dire – nel constatare che i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono, nel loro volumetto “Ciliegie o ciliege?”, che i verbi in “-gnare” (sognare, impegnare ecc.) possono perdere la “i” della desinenza “-iamo” della prima persona plurale del presente indicativo (noi sogniamo/sognamo) ma la conservano nella medesima persona del presente congiuntivo (che noi sogniamo). La cosa ci sembra fuorviante, la desinenza “-iamo” è la medesima sia per il presente indicativo sia per il presente congiuntivo. Non capiamo, quindi, il motivo per cui il presente del modo indicativo “goda” – secondo gli autori – di questa alternativa. Scriviamo sempre, correttamente, “noi sogniamo”, “che noi sogniamo” (sempre con la “i”, essendo parte della desinenza) Qui.



























(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


giovedì 9 aprile 2026

L’arte segreta del "no" che vuole dire "sì"

 L’accismo: la figura retorica che smaschera i rifiuti di facciata e rivela i desideri che non osiamo dire


L’
accismo è una delle figure retoriche più sottili e meno nominate della comunicazione umana: non modella la frase, modella il comportamento. Non lavora sulla sintassi, ma sulla psicologia. È la retorica del rifiuto che prepara l’accettazione, del “no” che nasce già sapendo di essere un “sì”.

Il termine deriva da Acco, figura della mitologia greca citata da Plutarco. Alcuni studiosi collegano il nome alla radice indoeuropea ak- (“pungente”, “acuto”), la stessa di acumen e acuto: un dettaglio che sembra fatto apposta, perché l’accismo è proprio questo i.e. un gesto affilato, un rifiuto che punge e insieme protegge. In alcune tradizioni minori, Acco è descritta come una donna che non accettava doni per timore di doverli ricambiare con qualcosa di maggiore: una microtraccia che illumina la logica profonda dell’accismo, dove il rifiuto non è negazione, ma gestione del debito simbolico.

Una curiosità storica: nel Rinascimento, alcuni ambasciatori veneziani erano istruiti a praticare il rifiuto rituale dei doni. Non per modestia, ma per segnalare - con eleganza - che il dono era troppo modesto o che il mittente stava tentando di creare un vincolo indebito. Un “no” che significava “so cosa stai facendo” e, spesso, “puoi fare di meglio”.

In pratica, l’accismo si manifesta quando qualcuno declina un’offerta, un onore o un dono non per reale modestia, ma per modestia recitata, per convenzione sociale o per aumentare simbolicamente il valore di ciò che sta per accettare. È un gioco di resistenza, un rituale di desiderio travestito da rifiuto.

Il cuore della figura sta nella frattura tra ciò che si enuncia e ciò che si vuole. È una forma di reticenza comportamentale che attraversa letteratura, cerimoniali e vita quotidiana. L’esempio scolastico è la favola di Esopo: la volpe che non raggiunge l’uva e la dichiara acerba mette in scena un accismo difensivo, screditando l’oggetto del desiderio per proteggere il proprio ego.

La dinamica è attualissima. Nelle interviste televisive, l’ospite che dice “non sono la persona più adatta a parlarne” sta solo lucidando il proprio ruolo prima di parlare per dieci minuti. Alle premiazioni, l’artista che afferma “non me lo aspettavo” ha spesso un discorso pronto in tasca. Nel lavoro, il dirigente che rifiuta “per dovere” un incarico prestigioso segue un rituale che lo legittima. Sulle piattaforme, il “non posto mai queste cose, ma…” è ormai un classico dell’accismo digitale. E nella cortesia quotidiana, il “non dovevi” è un invito mascherato, non un rifiuto.

Nei contesti formali, l’accismo diventa quasi un obbligo di copione: la riluttanza di chi viene eletto a una carica prestigiosa e dichiara di non esserne degno è un gesto rituale, un atto di umiltà programmata. La liturgia cattolica conserva ancora tracce di questa dinamica: il “non sum dignus” è insieme formula teologica e gesto accistico.

Nella vita di tutti i giorni l’accismo è in ogni dove: nel commensale che rifiuta il bis sperando che il piatto torni, nel “non posso accettarlo” che precede immancabilmente l’accettazione, nei personaggi letterari che usano il rifiuto come maschera, come arma, come specchio deformante del proprio desiderio.

Comprendere l’accismo significa imparare a leggere quei “no” che non sono negazioni, ma inviti a insistere. È la grammatica segreta dei desideri che non osiamo dire.

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Nota filologica

 La figura retorica dell’accismo non è registrata nei principali vocabolari italiani dell’uso (Treccani, Zingarelli, Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti), né compare nelle grammatiche scolastiche contemporanee. La sua base concettuale è però antica: il termine latino accismus deriva dal greco akkismós, “ritrosia affettata”, attestato nella tradizione retorica classica. La connessione con Acco è documentata in Plutarco (Moralia), dove la figura è associata alla ritrosia ostentata e al rifiuto strategico. La forma italiana accismo è un adattamento morfologico moderno, coerente con la derivazione latina e con l’uso specialistico internazionale. In ambito retorico anglofono, la voce accismus è presente in repertori e manuali specialistici, tra cui “Garner’s Modern English Usage” (Oxford University Press), che definisce accismus come “pretended refusal”, e repertori divulgativi come “ThoughtCo”. L’assenza nei vocabolari italiani non implica assenza nella tradizione: l’accismo è una figura storicamente fondata, lessicalmente legittima e retoricamente riconoscibile, benché rimasta ai margini della codificazione italiana contemporanea.  

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La lingua “biforcuta” della stampa

Iran: Migliaia di persone scendono in strada per esultare vittoria

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"L'Iran deve arrestare immediatamente ogni atto e pratica ostile che mini la stabilità regionale e rispetti la sovranità degli Stati …”

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… ha assassinato uno dei comandanti dell'intelligence, della difesa e della sicurezza del Paese", ha affermato la affermato la Guida Suprema.

L'annuncio è stato dato dal dal corpo delle Guardie della rivoluzione stesso

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Commenti?  Superflui.

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 “… la questione solleva degli interrogativi cui non è facile dare una risposta…”

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Quanta forza occorre per “sollevare” gli interrogativi?






























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mercoledì 8 aprile 2026

Quando la parola si ribella: l’arte sottile dell’antanaclasi

 La figura retorica che sembra ripetere, ma in realtà ti smonta: stessa forma, senso capovolto. E la lingua ti avverte che l’eco non basta

 

L’antanaclasi è una di quelle figure che la lingua usa per ricordarci che non è mai innocente. Ci tende tranelli, ci illude con una ripetizione rassicurante e, proprio quando crediamo di aver capito, ci sposta il pavimento sotto i piedi. È la prova che le parole non sono mai “le stesse”, nemmeno quando sembrano identiche: basta un cambio di luce, di contesto, di intenzione, e il significato si ribalta come una moneta lanciata in aria. In questo gioco di specchi - raffinato, preciso, a tratti perfido - la lingua mostra tutta la sua potenza: non ripete, rilancia. Non copia, rifrange. Non ribadisce, reinventa.

L'antanaclasi rappresenta una delle vette più raffinate dell'ingegno linguistico, una figura retorica di parola che trasforma la ripetizione in un sofisticato strumento di precisione concettuale. Non si tratta di una sterile iterazione, bensì di un gioco di prestigio semantico in cui l'identità formale di un termine viene smentita dalla sua mutazione di significato nel volgere di pochi istanti. È il trionfo della polisemia sulla monotonia: l’ascoltatore viene inizialmente cullato dalla familiarità di un suono già udito, per poi essere risvegliato da una deviazione logica improvvisa che costringe a una rilettura immediata dell'intero enunciato.

L'etimologia del termine ci conduce direttamente alla sua natura dinamica. Deriva dal greco antanáklasis, composto da antì (contro), anà (di nuovo) e klásis (ripercussione, riflessione). Letteralmente suggerisce l'idea di un riflesso o di una ripercussione, come un'onda sonora che, rimbalzando su una superficie, torna indietro con una vibrazione mutata. In linguistica, questa “rottura” avviene proprio nel passaggio tra la prima e la seconda occorrenza del vocabolo: la forma resta intatta, ma il contenuto si spezza e si rigenera in una nuova accezione.

Il significato profondo dell'antanaclasi sta dunque nella capacità di sfruttare l'omonimia o la polisemia per creare contrasti, paradossi o sottolineature ironiche. Se la ripetizione semplice (iteratio) mira spesso a rafforzare un’emozione, l'antanaclasi mira a stimolare l’intelletto. Questa richiede che il destinatario non si limiti all'ascolto passivo, ma operi una disamina attiva del contesto per distinguere i due sensi in gioco. È una figura che trova spazio tanto nella letteratura aulica quanto nella comunicazione pubblicitaria e nel motto di spirito, poiché la sua struttura ritmica la rende intrinsecamente memorabile.

Non stupisce che abbia sedotto anche gli scrittori italiani più lucidi. Ennio Flaiano, riflettendo sul mestiere dello scrivere, osservò con la sua consueta ferocia elegante: «Scrivere è facile: basta avere qualcosa da dire e saperlo dire. Il difficile è avere qualcosa da dire due volte». In quella ripetizione, dire cambia pelle: prima è esprimere un contenuto, poi è reinventarlo senza cadere nella copia di sé stessi. Un esempio limpido di come l’italiano sappia trasformare una parola identica in un concetto opposto.

Per comprendere appieno la portata di questo artificio, è utile osservare come si articoli in contesti differenti. Si pensi alla celebre massima di Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». Qui la parola “ragione” compie un salto semantico vertiginoso, passando dal significato di “motivazione intima e profonda” a quello di “facoltà logica e intellettiva». Un altro esempio, più quotidiano e pragmatico, si riscontra nell'espressione: «In quel processo non è stato fatto altro che un processo alle intenzioni». Nel primo caso “processo” indica l'istituto giuridico, nel secondo la critica pregiudiziale. Persino nel gioco verbale più semplice, come dire a qualcuno di «fare il punto della situazione in un punto preciso della stanza», l'antanaclasi dimostra come la lingua italiana possa essere economica e sorprendente allo stesso tempo, utilizzando un unico significante per tracciare rotte concettuali diametralmente opposte.

L’antanaclasi, alla fine, non è un vezzo: è un avvertimento. Ci mostra quanto sia facile scambiare la familiarità per comprensione e quanto sia pericoloso credere che una parola basti a sé stessa solo perché l’abbiamo già sentita. La lingua non perdona la superficialità: chi si accontenta dell’eco resta ingannato dall’ombra del senso. Chi vuole davvero capire, invece, deve pretendere la svolta, non la ripetizione.

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La lingua “biforcuta” della stampa

L'energia

Eni scopre un mega giacimento al largo dell’Egitto: 56 miliardi di metri cubi di gas

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Correttamente: megagiacimento. Non ci stancheremo mai di “ricordare” agli operatori dell’informazione che i confissi (prefissi, infissi, suffissi) si scrivono senza trattino e uniti al termine che segue.