sabato 30 maggio 2020

Covidico o covidotico?


La pandemia che ha colpito il Paese ha creato un problema al nostro lessico: come si chiama colui che è affetto dal covid? Ci sembra che non esista un termine che faccia alla bisogna. Si potrebbe chiamare "covidoso" ma il vocabolo, esistente, ha tutt'altro significato (bramoso e simili). 
     Alcuni organi di stampa hanno coniato "covidico", composto con "covid" e il suffisso "-ico". Tale suffisso, però, non ci sembra appropriato perché è atto a indicare "appartenenza", "modo" (atmosferico, balcanico, filosofico, biologico ecc.). 
     A nostro modo di vedere si potrebbe chiamare "covidotico" per analogia con "tubercolotico", "cirrotico", "scoliotico" e simili. Anche se, per la verità, il  suffisso "-otico" indica, perlopiú, aggettivi derivati da sostantivi in "-osi": psicotico, nevrotico, ecc.

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Didentro e di dentro

Entrambe le grafie sono corrette. La scrizione univerbata è preferibile a quella analitica quando quest'avverbio è adoperato in funzione di sostantivo per indicare la parte interna di un qualsivoglia oggetto: ho ripulito il didentro dell'automobile.



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La lingua "biforcuta" della stampa

Sos povertà, sitin delle reti sociali e precari

"Serve un reddito di sostegno per tutti"
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Usano termini "barbari" e li sbagliano. Correttamente: sit-in.
Treccani:  sit-insit in› locuz. ingl. [comp. di (to) sit «sedersi, stare seduti» e in «in»] (pl. sit-ins... ins›), usata in ital. come s. m. – Manifestazione non violenta effettuata, per protesta o per altri motivi, da dimostranti che occupano un luogo pubblico (una piazza, una via, ecc.), sedendosi a terra, spesso con il risultato di bloccare l’attività o il traffico: organizzare, fare un sit-in, partecipare a un sit-in.

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La spiaggia di Fiumicino oggi ha accolto i primi avventori
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Leggiamo nel Devoto-Oli: «avventore, sostantivo maschile (femminile –trice; pop. –tóra). Cliente abituale od occasionale di una bottega o frequentatore di un pubblico locale». Se non cadiamo in errore la spiaggia non è una bottega né un pubblico locale. 

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Merkel avverte Trump: non andrà al G7 negli Stati Uniti di persona
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Ritenete che questo titolo è/sia formulato correttamente?
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Nel centro di detenzione a Zintan: "Senza acqua, sapone e mascherine, terrorizzati dal Covid"
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Correttamente: senza acqua, né sapone né mascherine. Treccani: [...]Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raram. olo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bereè uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).
 
 
 







venerdì 29 maggio 2020

Far la pentola a due manichi/ci

Questo modo di dire ha due distinti significati pur avendo la me- desima origine. Il primo, conosciutissimo, è adoperato a ogni piè sospinto e si dice di persona che sta senza far nulla, che ozia, che poltrisce e, in senso lato, si dice anche di persone pigre. 
     Il secondo significato – poco conosciuto – si riferisce a colui (o colei) che ama impartire ordini e basta. L’origine della locuzione ci sembra intuitiva: si rifà all’immagine di una persona, per lo piú di una certa grassezza, che se ne sta comodamente con le mani sui fianchi, senza far nulla, a “mirare” gli altri che, al contrario, lavorano incessantemente, venendo in tal modo ad assomigliare a una grossa pentola con due manichi (sic!). 
     E sempre in tema di pentole, ci viene alla mente l’espressione “ogni pentola ha il suo coperchio”. Il detto, di origine proverbiale, appena ‘nato’ si adoperava per dire che ogni popolo ha i capi che si merita, e in questo senso, infatti, è citato anche da San Gerolamo. Oggi viene impiegato per dire che nella vita non c’è nulla di difficile, di strano, di brutto, di negativo e simili che non trovi qualcosa di adatto alla bisogna. Si adopera, insomma, per ricordare che non c’è problema, per quanto arduo, che non possa avere una sua soluzione. Dovrebbero esser note anche le varianti “non c’è pentola cosí brutta che non trovi il suo coperchio” e “ogni pentola trova il suo coperchio”.

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La parola proposta da questo portale: usitare. Verbo aulico transitivo tratto dal latino "usitari": adoperare, usare, servirsene frequentemente.



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C'è l'indòtto e...  l'indótto

Si presti attenzione ai due termini perché a seconda dell'accento sulla prima "o" cambiano di categoria grammaticale e di significato, come si può vedere consultando il DOP:






mercoledì 27 maggio 2020

Il granoturco o granturco non è... turco

Sarebbe il caso (anzi, è il caso) che tutti i vocabolari dell'uso emendassero l'etimologia del granturco, cioè — come si legge nel Palazzi — quella «pianta delle Graminacee, originaria dell'America, con grosso caule, larghe foglie, frutti bianchi, gialli o rossi, portati da grosse e fitte spighe chiamate pannocchie, da cui si ricava una farina per far polenta». Perché? Perché tutti i dizionari danno all'aggettivo turco il significato di "coloniale", "esotico", "straniero", "forestiero". Granturco o granoturco significherebbe, pertanto, "grano esotico". No, non è cosí.  Questo cereale fu chiamato "grano turco" per un errore di traduzione del nome che gli dettero gli inglesi, "wheat of turkey", cioè 'grano dei tacchini', cosí denominati per una certa somiglianza del collo di questi animali a un turbante turco.

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La parola proposta da questo portale: nebulento.  Aggettivo aulico che sta per "nuvoloso", nebbioso. È tratto dal latino "nebula", nuvola. Si veda anche qui.

martedì 26 maggio 2020

L'aereo aveva decollato o era decollato?

Da un "autorevole" quotidiano in rete:

Il sopravvissuto è ricoverato in ospedale. Il biposto era appena decollato dal vicino aeroporto dell'Urbe quando è  precipitato nel fiume all'altezza di via Vitorchiano

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Correttamente: aveva decollato. Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'uso corretto dei verbi decollare e atterrare.

Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo anche – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.


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Volete mettere alla prova la vostra conoscenza della lingua italiana? Cliccate qui.

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La lingua "biforcuta" della stampa
 
La sindaca Virginia Raggi firma l'ordinanza: i vigili urbani potranno staccare sanzioni da 25 fino a 500 euro

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Da quando le sanzioni "si staccano"? E da dove, eventualmente?


domenica 24 maggio 2020

La nostra lingua non è un vuoto a perdere

Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

L’effetto inevitabile dell’immissione selvaggia nella nostra lingua di americanismi o inglesismi, fenomeno sviluppatissimo, è di snaturarla e di sgretolarla attraverso un trapianto contro natura che non solo ne distorce l’eufonia (il famigerato “suona bene”) ma indebolisce la coerenza e la chiarezza del “discorso”, che gli italiani tutti amano "portare avanti".
        Tale auto-inondazione lungi dall’essere prova di apertura di spirito - come tanti sostengono - e di adattabilità, di elasticità, di disponibilità verso ciò che di buono ci viene dal mitico “Estero” e in particolare dagli USA, è invece la triste cartina di tornasole dello straordinario sviluppo che ha conosciuto nella penisola il vizio antico dell’esterofilia. Lo scimmiottamento della parlata dello straniero, infatti, non è altro che servilismo linguistico, noncuranza del proprio passato, disprezzo verso il grande bene comune che è la lingua nazionale. 
        Difendere l’italiano dagli amplessi contro natura dell’inglese non è andare contro la storia, la modernità, il progresso, il celebrato “multiculturalismo”, ma è semplice rifiuto di farsi subordinare, trasformare, denaturare, emarginare.
        Invece d’innestare nel corpo della lingua italiana spezzoni di frasi e termini stranieri in un ridicolo e nocivo processo di trapianto linguistico contro natura, gli italiani, sempre così pronti al “copia e incolla”, potrebbero cercare di imitare lo spirito anglosassone, portato più del nostro al rispetto delle regole, alla chiarezza della comunicazione e del linguaggio, e al rispetto del cittadino cui è diretta la comunicazione. In Italia, persino il linguaggio dei vari contratti di utenza e delle stesse bollette è poco comprensibile per il comune dei mortali. Occorrerebbe semplificarlo espungendo i termini spesso assurdi di cui è costellato. Ma la funzione del burocratese è proprio quella di tenere a distanza il cittadino, il quale, poverino, è oggi vittima anche di un burocratese a stelle e strisce che di certo non migliora il suo  “welfare”.
        Possiamo dire che la nostra lingua, afflitta da un “borderline personality disorder”, rischia sul serio di andare “in tilt” per usare quest’altra balorda espressione presunta “inglese”.
        L’indebolimento e l’erosione dell’identità nazionale, o quanto meno dei canoni nobili dell’identità italiana, sono a uno stadio avanzato. Lo prova anche il farfugliante pseudo-inglese degli italiani con il loro “italianese”. E, tuttavia, non è appellandosi ai valori che sostanziano l’identità e l’unità dell’Italia che si riuscirà a dare un colpo di frusta alle coscienze in  un paese in cui gli aspetti caricaturali, basati sull’opportunismo e su una teatralità di basso rango, hanno ormai preso il sopravvento sugli aspetti migliori del carattere dei suoi abitanti. È inutile cercar di far leva sul ridicolo che dovrebbero provare i parlanti di questa lingua a pelle di leopardo. Il carattere grottesco di questo pulcinellesco processo di “copia e incolla” sfugge, infatti, a coloro che possiedono in misura microscopica – quando lo possiedono –  il sentimento della dignità nazionale: la maggioranza degli italiani.
        Lo scimmiottamento degli americani risponde in pieno alla voglia che ha l’italiano medio di “distinguersi” facendo come tutti gli altri, ossia inchinandosi di fronte al feticcio del marchio di prestigio, alias “brand”, che in questo caso è la lingua “estera”.
        Io non propongo che si espungano dal dizionario italiano i termini inglesi e tanti altri di origine straniera radicativisi da tempo, né intendo indire una crociata in favore di una purezza linguistica che non è mai esistita. Vorrei solo che ci si interrogasse sulle conseguenze che l’auto-inondazione di termini stranieri finirà con l’avere sulla lingua italiana, strumento non puramente utilitario e “neutro”, ma simbolo e cardine della nostra identità, e voce forte della nostra cultura.
        È da considerare poi che, nella maggioranza dei casi, la paroletta modaiola inglese espropria un termine nostrano perfettamente valido che finisce in naftalina: vedi “flop” al posto di “fiasco”, “pressing” invece di “pressione”, “badge” in luogo di “cartellino” o “tessera”, “killer” invece di “assassino” o “uccisore”…
        Essendo poi estranea al sistema eufonico italiano, la parola importata viene pronunciata, per soprammercato, in maniera “maccheronica” dai nostri italiani, i quali pur si dichiarano ossessionati dal “suona bene”.
        Concludo con queste citazioni provanti l’alta considerazione che la lingua nazionale, la lingua “madre”,  dovrebbe godere presso i suoi figli:
Johann Gottfried Herder:
“La ragione stessa è e si chiama linguaggio.”
Wilhelm von Humboldt: “La lingua è la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli: la loro lingua è il loro spirito e il loro spirito è la loro lingua.” E ancora: “L’uomo vede le cose sostanzialmente, anzi direi esclusivamente, nel modo in cui la lingua gliene propone.”
Alexis de Tocqueville: “Il legame del linguaggio è forse il più forte e duraturo che possa unire gli uomini.”
Francesco Alberoni: “Quando una nazione perde il contatto col suo passato, con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, decade rapidamente, smette di pensare, di creare e svanisce.”
Ed infine Dante: “...molti per questa viltà dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano...”





sabato 23 maggio 2020

Portastendardo e portacatino: si pluralizzano o no?


Ancora due sostantivi sulla variabilità o invariabilità dei quali i vocabolari si accapigliano: portastendardo e portacatino. Per alcuni dizionari non prendono la desinenza del plurale, per altri sí: il portastendardo/i portastendardo; il portastendardo/ i portastendardi; lo stesso per quanto attiene a portacatino.  
   A nostro avviso non è necessaria una guerra santa tra vocabolaristi, è sufficiente rispettare la "legge" che regola la formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che i nomi formati con un verbo e un sostantivo maschile singolare si pluralizzano normalmente.
   Il  plurale di porta(verbo)stendardo(sostantivo maschile singolare) sarà, dunque, portastendardi e quello di portacatino portacatini. I normalissimi plurali sono "immortalati" in alcune pubblicazioni. Qui e qui.

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Due parole due sul verbo "imparare" che in buona lingua italiana ha un solo significato: apprendere.   
  Viene dal latino "in + parare" (procurare, propriamente "procacciarsi una notizia" e simili) divenuto in lingua volgare (italiano) "imparare".
  Sono da evitare, per tanto, le sue varianti popolari nei significati di "venire a sapere", "avere notizia", "venire a conoscere" e simili: questa notizia l’ho imparata da un conoscente; domani ci sarà una riunione aziendale, l’ho imparato or ora; dove hai imparato questo pettegolezzo?
  Come pure è da evitare l’uso del predetto verbo nel significato di "insegnare" (anche se comunissimo in molte parlate regionali e lo usò lo stesso Carducci: "E dolce un canto le imparava"): chi ti ha imparato l’educazione?

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La parola proposta da questo portale: decipiènte. Aggettivo deverbale tratto dal latino "decipere" (ingannare): ingannatore, mendace, bugiardo.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Musei vaticani, dall'1 giugno prenotazione obbligatoria, mascherina e termoscanner

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Correttamente: dal 1 giugno. Il primo giorno del mese è un ordinale, cioè "primo", prende quindi l'articolo secondo la pronuncia. Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."



venerdì 22 maggio 2020

È irresistibile l’ascesa degli anglismi?



Un interessantissimo articolo del linguista Tullio De Mauro sugli anglismi o anglicismi pubblicato qualche anno fa.

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La testa e il capo 

La testa e il capo - nell’uso corrente - sono l’uno sinonimo dell’altro; tuttavia c’è - a voler sottilizzare - una piccola differenza. Con il termine “capo” ci si riferisce piú spesso all’anatomia umana, mentre con quello di “testa” ci si può riferire tanto all’anatomia dell’uomo quanto a quella degli animali. Inoltre nelle espressioni di uso comune e in quelle adoperate in senso figurato i due termini (testa e capo) hanno, talvolta, usi completamente distinti e non sempre sono interscambiabili nella medesima proposizione. 

     Qualche esempio. Ricevere un colpo tra capo e collo (e non “tra testa e collo”); andare a testa alta (non “a capo alto”); fare a testa e croce (non “a capo e croce”); testa di rapa (non “capo di rapa”); essere in capo al mondo (non “in testa al mondo”); venirne a capo (non “a testa”); andare a capo; capo d’aglio ecc. Testa e capo, insomma, non sono sinonimi assoluti: occorre tenerlo presente, quando si scrive. 

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Buonasera, come si sa, è un'interiezione, vale a dire una formula di augurio e di saluto ma è anche un aggettivo e un sostantivo femminile invariabile. Diventa di genere maschile, però, se si sottintende il saluto: amici cari, vi preghiamo di accogliere il nostro più cordiale buonasera.

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A proposito di anglismi, la locuzione "baby squillo" si potrebbe sostituire - italianamente - con bimba squillo.











giovedì 21 maggio 2020

Basta con gli anglismi nel linguaggio istituzionale


Dal sito "Libreriamo.it" leggiamo che un gruppo di intellettuali, docenti universitari e scienziati ha/hanno lanciato una petizione al Presidente della Repubblica per l'eliminazione degli anglismi nel linguaggio istituzionale. Ci auguriamo che l'iniziativa vada in porto. La lingua di Albione andrebbe eliminata (oseremmo dire vietata) anche dagli organi d'informazione: è uno "sconcio" il fatto che per leggere un giornale italiano si debba avere a portata di mano un vocabolario inglese-italiano.

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: viricida. Sostantivo femminile con il quale si indica la moglie che uccide il consorte. È un termine aulico provenendo dalle voci latine "vir", uomo e "caedere", uccidere.



mercoledì 20 maggio 2020

Un giorno climaterico


"Le condizioni climateriche potrebbero peggiorare nei prossimi giorni". Abbiamo rischiato un incidente automobilistico ascoltando, dalla radio, questa frase. L'annunciatore di una emittente privata avrebbe dovuto dire "climatiche", non climateriche. I due termini pur avendo la stessa base — sono, infatti, "cugini " — hanno significati completamente diversi. 
     Vediamo cosa dicono, in proposito, i vocabolari: «climatico:  aggettivo (plurale maschile –ci). 1. Relativo alle caratteristiche meteorologiche di uno o più luoghi: variazioni c. 2. Stazione c., luogo dal clima favorevole al ristabilimento della salute; cure c., che si fanno trasferendosi in un clima adatto. Dal francese climatique, e questo dal greco klimatikós 'ciò che si riferisce all'inclinazione (klíma)». 
     «Climaterico: aggettivo (plurale maschile –ci). 1. Relativo al climaterio della donna. 2. Anno c., nella medicina antica, l'anno conclusivo di ciascuno dei cicli fisiologici di sette anni in cui era divisa la vita dell'uomo. 3. fig. Infausto, pericoloso, critico. Dal francese climatérique (XIX seecolo), incrocio del latino climactericus (greco klimakterikós, da klimaktér 'momento critico') e del francese climat 'clima'».(Devoto-Oli). 
    Si presti attenzione, dunque, i due aggettivi non sono sinonimi. Se poi vogliamo sbalordire qualcuno — quando scriviamo o parliamo —  possiamo dire che le persone superstiziose ritengono il venerdí 17 un giorno "climaterico".

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Palazzi: olàro. Sostantivo maschile sinonimo di vasaio, pentolaio. Dal latino tardo "ollariu(m)", da "olla" (pentola). L'olàro, quindi, è il venditore di pentole. Attenzione, però, perché nel Padovano l'olàro è un… ladro.


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La lingua "biforcuta" della stampa

La tragedia a Boltiere nella bassa bergamasca: il bimbo era rimasto schiacciato nell'ingranaggio di chiusura
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Al di là della tragedia, la grafia corretta è Bergamasca (B maiuscola) trattandosi di un'area geografica.



lunedì 18 maggio 2020

Il mattino e la mattina


Il mattino e la mattina essendo l'uno sinonimo dell'altra si possono adoperare indifferentemente, sebbene  la forma maschile sia meno popolare. Possiamo dire tanto il mattino successivo quanto la mattina successiva. Ci sono però locuzioni e frasi cristallizzate nell'uso in cui lo "scambio" non è consentito. 
    Non è corretto dire: dal mattino alla sera, dalla sera al mattino, il buongiorno si vede dalla mattina, domani mattino, le ore della mattina, la mattina della vita. 
    Le forme corrette sono: dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, il buongiorno si vede dal mattino, domani mattina, le ore del mattino, il mattino della vita.

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La parola proposta da questo portale: pandiculazione. Sostantivo femminile di origine latina, indica l'insieme dei movimenti che si accompagnano allo sbadiglio. È il tardo latino "pandiculatione(m)", dal verbo "pandere" (allargare, distendere).

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Sarebbe veramente interessante se qualche linguista ci spiegasse, cortesemente, perché la quarta e la quinta persona del congiuntivo presente del verbo "alleviare" perdono la "i" del tema o della desinenza (che noi alleviamo; che voi alleviate) e la conserva, invece, la sesta (che essi alleviino). Le desinenze non sono "-iamo", "-iate", "-ino"?  Perché, dunque, questa "discriminazione"?




sabato 16 maggio 2020

Sgroi - 66 - "Fakes news" televisive sul coronavirus


di Salvatore Claudio Sgroi

1. L'evento
Ieri, venerdì 15 maggio, alle 11h30 abbiamo ascoltato l'assai istruttivo programma di RAI-3 "Tutta salute", Speciale Fake News, condotto da Michele Mirabella e Pier Luigi Spada, che si sono avvalsi per problemi linguistici della consulenza dello storico della lingua Giuseppe Patota, con riferimento in particolare all'influenza del coronavirus sulla lingua italiana. Un'occasione, invero, per sentire, "fake-news" e "approssimazioni" giusto sulla lingua nazionale, a partire dal pur bravo conduttore M. Mirabella.

1.1. "Allucinazione visiva"
Il quale ha debuttato con l'identificazione (invero "allucinazione", mispercezione") di una "Storia della letteratura italiana" nella scaffalatura della ricca biblioteca di Giuseppe Patota, ripreso nel proprio studio. Non una storia letteraria, ma piuttosto il "Grande dizionario [storico] della lingua italiana" di S. Battaglia e G. Bàrberi Squarotti" (Utet 1961-2009, 24 voll.) faceva bella mostra di sé tra i libri di Patota con sulla destra (dello spettatore) anche il GRADIT ovvero "Grande dizionario italiano dell’uso" di T. De Mauro (Utet 2007, 8 voll.).

1.2. Pronuncia vera, ed etimologia di pandemìa.
Ma a parte l'abbaglio visivo, Mirabella ha creduto opportuno di intervenire sulla pronuncia della parola "pandemìa", che a suo giudizio andrebbe correttamente pronunciata (trisillabicamente) Pandèmia, perché di origine greca. Ora l'etimologia risale al francese pandémie, con l'accento tonico sull'ultima sillaba /pade'mi/ trattandosi di un franco-latinismo. E quindi la pronuncia corretta anche etimologicamente è quella corrente quadrisillabica pandemìa. Se poi l'etimo fosse stato il greco, la pronuncia quadrisillabica: -- pandemìa -- era ineccepibile. Ma il greco è da escludere perché in greco πανδημία pandemia significa solo "tutto il popolo" senz'alcun cenno all'idea, centrale, di 'malattia' (come abbiamo cercato di chiarire nell'intervento n. 64 del 28 aprile). E sorvoliamo sul fatto che pandèmia, trisillabico è agg. letterario, questo sì greco-latinismo, con tutt'altro significato, per es. in Venere pandemia ('prostituta'), o casa pandemia (dantescamente 'bordello'), come indicato nell'intervento n. 61 del 25 aprile.


 1.3. "Straniamento" o "frequenza" covid-ica?
Richiesto di evidenziare l'impatto del coronavirus sulla lingua italiana, Patota ha voluto indicare col termine letterario "straniamento" un effetto della presenza del virus sulla lingua italiana, esemplificato con ess. quali "persona positiva/negativa" e "tamponamento".
Una persona positiva ha una valenza negativa (ha sottolineato Patota) indicando qualcuno che presenta la patologia ricercata mediante un esame o analisi, che è quindi risultato "positivo" a tale test. Tale fenomeno non è invero un effetto di "straniamento" causato dal covid. In realtà, in italiano il termine positivo presenta già (1) la valenza comune ('favorevole', 'valida') dell'agg., accanto (2) alla valenza propria del linguaggio settoriale della medicina e della biologia. E tale valenza tecnica in seguito al covid, è diventata certamente molto frequente, diffondendosi nell'uso comune. Lo stesso vale per negativo detto nel linguaggio biol. e medico di "paziente, in cui non si riscontra la patologia ricercata", fortunatamente; mentre una persona negativa nel linguaggio comune indica 'chi non è positivo; o è incline al pessimismo'.
Analogamente, il tamponamento in quanto termine settoriale del linguaggio medico, già codificato, per indicare l'applicazione di  un tampone/batuffolo per es. nel naso o nella bocca dell'uomo per rilevare la presenza o meno di un coronavirus, è diventato molto frequente nell'uso comune in questi tre mesi di pandemia covidica. E non si tratta di un fenomeno di "(e)straniamento" rispetto al non-tecnico tamponamento in quanto "urto di un veicolo contro la parte posteriore di un altro che lo precede".

1.4. Anglicismi integrali o 'crudi' 
La pandemia del coronavirus/covid-19 ha comportato, come avevamo indicato (in "Anglicismi à gogo", intervento n. 52 del 4 aprile) una diffusione (per Mirabella "esagerazione", "sudditanza pigra" e per Patota "provinciale") di anglicismi integrali, legati al fenomeno e al prestigio culturale dell'inglese/anglo americano. Non poteva quindi mancare un accenno al lockdown, giudicato "clamoroso", ma ormai diffusissimo, di cui nella logica neopuristica del cruscante Patota sono stati proposti traducenti quali "isolamento", "blocco", "chiusura".
E così anche per "fake news", diffusissime lessicalmente e (ahimè) referenzialmente, si è ricordato il traducente (romanesco) 'bufala', mentre in TV apparivano i messaggi "Attenzione alle false notizie" e "A caccia di fake news".
Patota non si è lasciato sfuggire il "recovery fund" -- pronunciato /faʊnd/ come se fosse stato "recovery found" con il sost. fund /fnd/ confuso da tanti parlanti colti non anglofoni con il part. pass. found /faʊnd/ 'trovato', -- per il quale ha proposto il traducente "fondo per la ripresa, fondo di recupero".
Ha ricordato ancora il composto covid manager, usato a Milano con riferimento ai mercati comunali, anglicizzante per via dell'ordine dei due costituenti, in luogo di 'manager del covid'.
E dinanzi al jogging, sfuggito a Mirabella, ha riproposto il termine il "trotterello" indicato a suo tempo da A. Castellani, ma ignorato anche nel Garzanti-Patota (2013) e nel Devoto-Oli-Serianni-Trifone 2019, che pure nella apposita rubrica "Per dirlo in italiano" non manca di indicare l'equivalente italiano per altri stranierismi. 

      1.5 Tolleranza "neopuristica" per gli adattamenti
Invece, nei riguardi di monitorare e fittare 'adattare' (< ingl. to fit), detto delle mascherine filtranti facciali, perfettamente aderenti al viso, ricordati l'uno dal conduttore P.L. Spada (e accolto dai dizionari, il Garzanti-Patota incluso) e il secondo dal virologo ospite della trasmissione Nicola Petrosillo (neologismo, decisamente più recente, in attesa di essere codificato nei dizionari), -- il "neopurista" (non "purista") Patota è stato più tollerante dinanzi a voci "diventate italiane", ovvero anglicismi sì ma adattatti fonologicamente e graficamente alla struttura dell'italiano.

        Sommario
          1. L'evento
          1.1. "Allucinazione visiva"
          1.2. Pronuncia vera, ed etimologia di pandemìa
          1.3. "Straniamento" o "frequenza" covid-ica?

1.4. Anglicismi integrali o 'crudi' 
1.5. Tolleranza "neopuristica" per gli adattamenti















venerdì 15 maggio 2020

Tutto: aggettivo quantitativo?


Alcune grammatiche sogliono classificare l'aggettivo "tutto" tra quelli indefiniti quantitativi (poco, parecchio, abbastanza, tanto, troppo, molto, alquanto) ma  — a ben vedere — l'aggettivo in questione non "rivela"  una determinata quantità come  — per esempio  — "poco" (quantità ridotta), "troppo" (quantità eccessiva), "abbastanza" (quantità sufficiente) ma "rinvia" a questa.  Se diciamo, infatti, "pochi uomini" non conosciamo con esattezza la loro consistenza numerica ma il "valore", sia pure indefinito, della loro quantità. 
    Quando diciamo, invece, "tutti gli uomini" abbiamo assoluto bisogno di qualche altra informazione per avere un'idea un po' meno approssimativa della loro consistenza numerica. "Tutto", insomma, si può classificare tra gli aggettivi indefiniti, non quantitativi, con valore collettivo. Si distingue, inoltre, dagli altri aggettivi quantitativi per una sua particolarità: è posto non solo prima del nome ma anche prima dell'articolo o dell'aggettivo determinativo che lo accompagna. Quindi: tutto un mese; tutte le volte; tutti questi sprechi ecc.

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La parola proposta da questo portale: percúpere. Verbo aulico di origine latina: desiderare ardentemente. È pari pari il latino "percupere", composto con il prefisso intensivo "per-" e "cupere" (desiderare, bramare).


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Sarebbe veramente interessante se qualche linguista ci spiegasse, cortesemente, perché la quarta e la quinta persona del congiuntivo presente del verbo "alleviare" perdono la "i" del tema (che noi alleviamo; che voi alleviate) e la conserva, invece, la sesta (che essi alleviino). Le desinenze non sono "-iamo", "-iate", "-ino"?  Perché, dunque, questa "discriminazione"?


mercoledì 13 maggio 2020

L'ausiliare di "esordire"


Ancora una volta invitiamo gli amici che seguono le nostre noterelle a prestare attenzione ai coniugatori di verbi in rete, molto spesso sono "ingannatori". Questo coniugatore, per esempio,  coniuga i tempi composti di "esordire" con l'ausiliare 'essere'. L'ausiliare corretto, invece, è 'avere': io ho esordito.

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La parola proposta da questo portale: morotrofio. Sostantivo maschile sinonimo di manicomio. È un termine aulico tratto  dalle voci greche "moròs" (pazzo) e "trèfo" (allevo).


domenica 10 maggio 2020

Gli stridi dei fanciulli


Cortese signor Raso,
    un amico mi ha segnalato il suo blog dedicato al buon uso della lingua italiana. Lo trovo impareggiabile tanto che l'ho messo subito tra i siti preferiti. Ho visto che si possono porre quesiti ai quali lei, cortesemente, risponde.
     Ne approfitto subito, quindi. In un vecchio libro di racconti mi sono imbattuto in una frase che mi ha lasciato interdetto: « [...] nel cortile gli stridi dei fanciulli erano insopportabili [...]. È corretto "gli stridi"? Non dovrebbe essere "le strida", come le urla, le grida? Grazie se mi onorerà di una sua risposta.
 Con cordialità.
 Carmelo C.
 Sassari
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Gentile Carmelo, la ringrazio per il suo apprezzamento. Quanto al suo quesito la risposta è positiva, nel senso che la parola "incriminata" è corretta, sebbene di uso raro o letterario. Strido appartiene alla schiera delle parole con due plurali, uno maschile, "gli stridi" e uno femminile, "le strida", quest'ultimo di uso corrente. Stupisce, in proposito, il constatare che il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non metta a lemma il vocabolo. "Gli stridi", insomma, anche se meno comune, è forma corretta e si trova in numerose pubblicazioni.

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I nostri migliori auguri a tutte le mamme che seguono le nostre noterelle




venerdì 8 maggio 2020

Baggianate linguistiche

Desideriamo richiamare l'attenzione dei nostri amici lettori su alcune baggianate che quotidianamente 'appaiono' sulla carta stampata (ma non solo) e che sono il frutto della presunzione di coloro che ritengono di "fare la lingua", le così dette grandi firme (ma non solo) del giornalismo italiano.
     A questo proposito il grido di dolore lanciato dall'Accademia della Crusca (anche se questa prestigiosa istituzione — secondo chi scrive — negli ultimi tempi ha abdicato al ruolo di "difensora della lingua") circa gli orrori di cui sono infarciti i giornali, non ha ottenuto l'effetto sperato, anzi... Le cause di questo sfacelo linguistico sono molteplici, non ultima la messa a riposo dei correttori di bozze.

     Sì, la quasi totalità dei giornali ha ritenuto opportuno sopprimere — con la scusa della computerizzazione (ma anche e soprattutto per ridurre i costi)  — la figura di quel losco individuo che con certosina pazienza andava a caccia dei refusi (errori di stampa) e degli orrori linguistico-grammaticali degli estensori dell'articolo. Oggi questa rete di protezione non esiste più, sono venute, così, alla luce le magagne tamponate — un tempo — dai correttori. 
     Oggi il giornalista non ha più il capro espiatorio cui addossare la colpa dei suoi strafalcioni: il merito è tutto suo. Sue sono, quindi, le baggianate che leggiamo e che inducono in errore gli studenti sprovveduti. Come il vezzo, per non chiamarlo errore, di adoperare le particelle pronominali ci si con alcuni verbi quali rafforzative della coniugazione con soggetto indeterminato: ci si andava, ci si era tutti, ci si era venuti.
     Quest'uso, dunque, è tremendamente errato. Il ci unito al si si può usare — ed è corretto — soltanto come forma di soggetto indeterminato con i verbi riflessivi o pronominali: ci si annoia (noi ci annoiamo), ci si vergogna (tutti si vergognano), ci si deve lavare (tutti ci dobbiamo lavare); oppure come complemento di reciprocanza adoperato con la forma del soggetto indefinito: ci si vede domani, vale a dire ci vediamo domani; o, ancora, come avverbio di luogo, con il significato, appunto, di in questo luogo: a casa tua ci si sta bene.
     Vediamo altre baggianate tra le quali possiamo includere — senza tema di essere smentiti — l'uso improprio (è un eufemismo) che la stampa fa del verbo elevare in cui il suddetto verbo non ha il significato che gli è proprio, vale a dire portare in alto. Cade, quindi, in un grossolano errore, commette una baggianata il cronista che scrive «gli inquirenti hanno elevato molti dubbi in proposito». I dubbi — fino a prova contraria — non si portano in alto, si manifestano, si suscitano.
     
      Altra baggianata frequentissima che appare sulla carta stampata è l'uso del partitivo con la preposizione con: l'esponente politico è stato inquisito con dei suoi amici. Quel dei partitivo deve essere sostituito — in buona lingua italiana — con alcuni: è stato inquisito con alcuni suoi amici.
Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. 
     Concludiamo queste noterelle, quindi, con un pensiero di Giuseppe Giusti: L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare.
A buon intenditor, poche parole...