mercoledì 28 luglio 2021

Sgroi - 110 - Ideologia linguistica dei parlanti e "cavolate"


 di Salvatore Claudio Sgroi

1. L'evento giornalistico

Un caro amico che settimanalmente mi fornisce il link del quotidiano "la Repubblica.it", sabato 24 luglio ha voluto attirare la mia attenzione sulla rubrica "E-Mail", che a p. 27 riportava un testo del signor Alessandro Pace di Palermo, intitolato Errori e orrori della nostra lingua.

 

2. Il (presunto) "degrado della lingua italiana"

Il lettore lamentava l’“inarrestabile degrado della lingua italiana” sulla scorta di tre esempi:

(i) “transare, orribile storpiatura di transigere”;

(ii) “Ugualmente scorretto è redarre al posto di redigere, peraltro “adottato spessissimo non solo dalla gente comune ma anche dalla carta stampata”; e

(iii) “rescindere, che riguarda i contratti [...] al posto di risolvere”, "altro verbo usato in modo totalmente inappropriato da quasi tutti i cronisti sportivi".

 2.1. Terapia contro il (presunto) degrado della lingua

La terapia consigliata dal lettore a questo punto era: “Basterebbe consultare un vocabolario [...] per scongiurare errori così marchiani”.

 3. Il Vocabolario, garante della correttezza linguistica

Il criterio normativo utilizzato dal lettore, che peraltro non cita alcun dizionario, è all'apparenza quello dell'ipse dixit.

Ma appunto, verrebbe da dire, se il lettore avesse consultato un (eccellente) dizionario come il GRADIT ovvero il Grande dizionario italiano dell'uso di T. De Mauro (7 voll. 2007) o anche il mono-volume scolastico (2000), avrebbe letto che (i) Transare è un “T[ermine]S[ettoriale del] dir.[itto], burocr.”, che (ii) Redarre è solo un verbo di “B[asso]U[so]”; che (iii) Rescindere è “T[ermine S[ettoriale del] dir[itto]”. Così avrebbe evitato di dire e scrivere "cavolate", pubblicate per di più su un quotidiano nazionale come "la Repubblica".

 4. "L'ideologia linguistica" del parlante comune

Definire "cavolate" le convinzioni del lettore di cui sopra significa, per citare sempre il De Mauro, far ricorso a un termine "CO[mune] colloq." per dire "stupidaggine, sciocchezza". Da un altro punto di vista, le "cavolate" del lettore costituiscono però un caso di "ideologia linguistica" dei parlanti meritevole di un'analisi scientifica.

E in effetti la presenza delle lettere pubblicate sui giornali è oggetto di studio da parte di chi si occupa di "Linguistica popolare" o "laica". Al riguardo non si può non citare la pubblicazione (in rete) di "Circula. Rivista di ideologie linguistiche" fondata nel 2014, diretta da Wim Remysen - (Canada), Sabine Schwarze (Germania), Carmen Marimón Llorca (Spagna). E vanno ricordati i 2 grossi voll. appena usciti (ed. Lang) degli Atti del Congresso messinese del 2019: Carmen Marimón Llorca / Wim Remysen / Fabio Rossi (eds.) Les idéologies linguistiques : débats, purismes et stratégies discursives e Ana Pano Alamán / Fabio Ruggiano / Olivia Walsh (eds.) Les idéologies linguistiques : langues et dialectes dans les médias traditionnels et nouveaux, su cui ci ripromettiamo di ritornare.

 5. Uso critico del dizionario, anzi dei dizionari

Con riferimento ora al lettore di cui sopra, se il criterio ai fini della definizione degli usi corretti e sbagliati è "il vocabolario" (o dizionario, che dir si voglia), non va dimenticato che esistono dizionari diversi, ispirati a loro volta a criteri diversi nel definire la norma.

Può essere quindi utile esaminare i tre esempi lessicali di cui sopra rescindere, transare, redarre, oltre che nel De Mauro scolastico (2000), in altri tre noti dizionari: Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021.

 5.1. Rescindere al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021

 L'analisi di rescindere alla luce dei quattro su citati dizionari non lascia intravedere alcuna differenza sotto il profilo normativo.

Rescindere è per il De Mauro 2000 "T[ermine]S[ettoriale del] dir[itto], definito "effettuare una rescissione; annullare, sciogliere" con l'es. rescindere un contratto, etimo diacronico "dal lat. rescĭndĕre", e datazione 1521.

Per il Devoto-Oli 2019 è voce del "dir.", definito sinonimicamente "Sciogliere, annullare", con due ess. rescindere un contratto, un'obbligazione, etimo diacronico "Dal lat. rescindĕre" e datazione "sec. XVI".

Per Garzanti 2020 è voce del "dir." con definizione sinonimica "annullare, sciogliere" con l'es. rescindere un contratto e l'etimo diacronico "Dal lat. rescindĕre", senz'alcuna data di prima attestazione.

Anche per lo Zingarelli 2021 si tratta di voce del "dir." ma definita in maniera decisamente più tecnica: "eliminare con efficacia retroattiva gli effetti di un negozio quando sussiste una sproporzione originaria tra le prestazioni in esso dedotte", con due ess. tecnici: r. un contratto concluso in stato di pericolo; r. per lesione una divisione, etimo diacronico "vc. dotta, lat. rescĭndere" e la retrodatazione av. 1492.

Alla luce di quanto sopra, il giudizio del parlante su riferito rivela solo una sua idiosincrasia per il linguaggio del diritto.

 5.2. Transare al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021

In questo caso l'identità sul giudizio normativo vale per tre su quattro dizionari.

Per De Mauro 2000 transare è "T[ermine]S[settoriale del] dir.[itto], burocr." con rinvio per la definizione a "      transigere", senza alcun esempio; datato genericamente " sec. XX", con etimo sincronico (retroformazione) "tratto da transatto".

Anche per il Devoto-Oli 2019 è voce del "dr.", definita: "Concludere una transazione; per lo più assol." con l'es. le parti sono disposte a transare, l'etimo sincronico  "Estratto da transazione" [recte: da transatto], datazione generica "sec. XX", senz'alcun rinvio a transigere pp. transatto.

Per Garzanti 2020 è termine del "dir." definito col sin. "transigere", senza ess.; con etimo sincronico "Forma rifatta su transatto, part. pass. di transigere", senza datazione.

Invece Zingarelli 2021 si mostra al 50% prescrittivista, distinguendo due accezioni: la prima prescrittivista "1. (evit.) v. transigere" ma non la seconda: "2. (assol.) nel linguaggio commerciale, fare una transazione" con l'es. piuttosto che andare in causa abbiamo preferito t.; etimo sincronico "da transazione [recte: transatto pp.] e datazione 1956.

 5.3. Redarre al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021

Riguardo a redarre le divergenze tra i 4 dizionari sono normativamente maggiori.

Per De Mauro redarre è voce di "B[asso]U[so]" definita con il sinonimo "redigere", senza ess., con etimo sincronico (retroformazione) "tratto da redatto, secondo il tipo tratto-trarre" e datato 1942.

Il Devoto-Oli 2019 lemmatizza redarre "non com." ma anche "Forma diffusa ma non corretta per redigere", con etimo sincronico "ricostruita sul participio passato redatto e modellata su trarre, per l'analogia dei due participi tratto e redatto", e datata 1942. Dedica inoltre nella rubrica "Parole Minate" (p. 1792) una scheda a redarre in  cui tra l'altro fa presente che "Nonostante la quasi unanime condanna delle grammatiche e dei dizionari, [...] redarre compare anche in scriventi colti e sta sempre più guadagnando terreno". E "Tuttavia la sua diffusione rimane ancora nettamente minoritaria rispetto a redigere", con la conclusione che "è preferibile continuare a usare la forma corretta redigere". I criteri quindi alla base della norma sono due: l'etimo diacronico e l'uso della maggioranza.

Garzanti 2020 non lemmatizza redarre, ma le forme redasse, redassero, redassi con rinvio a redigere. Una "Nota" prescrittivista sotto il lemma redigere recita così: "Al posto di redigere si usa a volte *redarre, forma scorretta di infinito ricavata dal participio passato redatto probabilmente [recte: certamente] per attrazione del verbo trarre (tratto/tratto, redatto/*redarre)".

Zingarelli 2021 lemmatizza redarre con la prescrizione "evit." e il rinvio a redigere per la definizione, senza esempi, né etimo, né datazione. Nella "Nota d'uso" relativa agli "Errori comuni" (pp. 812-813) il verbo redarre è ulteriormente indicato come "errato" rispetto a redigere invece "corretto".

In conclusione, tutti i dizionari prescrittivisti al riguardo adottano come criterio normativista quello etimologico: redarre non deriva, a differenza di redigere, "dal lat. redĭgĕre" ed è quindi errato.

 6. Criterio di correttezza degli usi

Per me invece redarre, pur di "basso uso", conta utenti illustri, come  indicato già nel 2010, non è tipico dell'italiano popolare, ed è quindi corretto.

 

Sommario

1. L'evento giornalistico

2. Il (presunto) "degrado della lingua italiana"

2.1. Terapia contro il (presunto) degrado della lingua

3. Il Vocabolario, garante della correttezza linguistica

4. "L'ideologia linguistica" del parlante comune

5. Uso critico del dizionario, anzi dei dizionari


5.1. Rescindere al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021


5.2. Transare al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021


5.3. Redarre al vaglio del De Mauro 2000, Devoto-Oli 2019, Garzanti 2020 e Zingarelli 2021

6. Criterio di correttezza degli usi




 

 

         


martedì 27 luglio 2021

Gli "sfollagenti"

 Navigando in rete ci siamo imbattuti in un plurale che ci ha procurato una tachicardia; abbiamo avuto bisogno di un cardiotonico per riprenderci: gli sfollagenti. Si faccia attenzione, dunque. Il plurale corretto è gli sfollagente. Questo nome composto nella forma plurale resta invariato perché è formato con una voce verbale (sfolla) e un sostantivo femminile singolare (gente). Una "legge grammaticale" stabilisce, infatti, l'invariabilità dei nomi cosí composti.

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La lingua "biforcuta" della stampa

SARDEGNA

Incendi nell'oristanese: il rogo dalle colline sfiora Porto Alabe

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Correttamente: Oristanese (con la "o" maiuscola trattandosi di un'area geografica).

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La parola proposta da questo portale ripresa dal dizionario Olivetti: scenòbate. Sostantivo maschile, di origine greco-latina, che sta per funambulo. Si veda anche qui (in alto, a destra, su 'cerca parola' si digiti 'scenòbate'.

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Una scoperta allucinante

Per l'autorevole DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, il plurale di "inconscia" può essere tanto 'inconsce' quanto 'inconscie' (con la "i"):



Per coerenza dovrebbe ammettere anche "coscie":



domenica 25 luglio 2021

“Green pass” all’italiana

 Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

 

Leggo sul Corriere della Sera: “Il green pass per viaggiare in Europa, tutto quello che c’è da sapere Paese per Paese". Anche sul TG2, all’inizio di programma, sento annunciare: “Sul green pass si definiscono i termini”.

La prima cosa da sapere – ma né il C. della S. né il TG2 lo fanno – è che gli italiani sono i soli a chiamare green pass il “lasciapassare covid europeo”.

Gli italiani, per autoproclamazione “cittadini del mondo”, e ardenti sostenitori di un inglese maccheronico, fanno ricorso a “smart work” per designare il lavoro a distanza ossia il telelavoro. E sono gli unici al mondo a farlo, perché “smart work” significa altra cosa. E parimenti chiamano “writer”il graffitaro imbrattatore di muri, e designano col termine “rider” il fattorino in bicicletta che fa le consegne. Se le consegne, invece, le fa in auto, il fattorino cessa di essere un “rider”…

Cosa  volete, il termine generico inglese diviene ogni volta in Italia un termine specialistico da addetti ai lavori, e quindi viene usato da tutti perché tutti si sentono degli addetti al lavoro di demolizione della lingua italiana.

“Tutto da rifare!” esclamerebbe Bartali. Oggi pochi nella penisola esprimono questo pensiero, poiché manca l’espressione inglese ad hoc con cui dirlo. “Che fiasco!” direbbe Coppi. Ma pochi oggi capirebbero il significato di “fiasco” al posto di quel “flop” di cui l’Italia intera va così fiera.

Dando prova dell’abituale fantasia linguistica l’élite politica italiana, così ricca di flatulenze verbali, ha introdotto nella penisola quest’espressione evocante le emissioni di gas serra: “green pass”. Espressione che delizia le bocche italiane, perennemente aperte. Oltralpe, i nostri cugini francesi, eterni sciovinisti, osano invece chiamare “passaport sanitaire” o sinteticamente “pass sanitaire” l’ecologico nostro “green pass”. Sono gli stessi arroganti francesi per i quali il sacrosanto computer è nientedimeno un “ordinateur”!

In Danimarca il termine consacrato è “coronapass”; forse in omaggio alla corona regale. Bisogna ammettere che in origine l’Unione Europea si era servita di “green pass”, ma facendo subito dopo marcia indietro rendendosi conto che l’espressione sconfinava nel campo ecologico. Da un sito ufficiale dell’UE: “Previously referred to as a ‘Digital Green Certificat’, ‘Digital Green Pass’, or ‘Vaccination Passport’, the European Commission (EC) decided on the final name ‘EU Digital COVID Certificate’.”

Il nome finale “EU Certificato Digitale Covid” è giunto troppo tardi per gli italiani, che da bravi vitelloni di provincia propensi ad internazionalizzare il loro discorso, trasformano in gergo pseudo americano tutto quello che toccano con la loro lingua, non accorgendosi di tenersi troppo vicini alle abbondanti terga anglosassoni.

Ma non è solo una questione linguistica… Io immagino le disavventure dei turisti italiani che, sbarcati dall’aereo negli USA, rispondendo alle domande del doganiere confonderanno la “green card” con il “green pass”…

Il fatto che nell’ Unione Europea ogni paese abbia la sua particolare designazione per il “certificato covid digitale UE” crea una grande confusione per gli aspiranti turisti stranieri. Questi, benché adulti e vaccinati, stenteranno a capire che il “green pass” all’italiana non è altro che l’attestazione dell’avvenuta vaccinazione. Ma chi darà a costoro, anzi chi darà a me, questo “green pass”, visto che io progetto di andare in Italia, a Roma, e di prendere subito dopo il treno, dove – sembra – esigeranno il “green pass”? Io penso che molti aspiranti turisti, di fronte alla complicazione creata dal misterioso “green pass” peninsulare, ci penseranno due volte prima di prenotare aerei e hotel.

Ci resta solo da sperare che il “green pass” slitti. Perché, in Italia, i provvedimenti che contano slittano tutti. Questo, dopotutto, è il segnale della loro ufficialità...

 

 

venerdì 23 luglio 2021

Sgroi - 109 - L'edizione "millesimata" de "lo Zingarelli 2022". Auto-presentazione: punti di forza e punti critici


 di Salvatore Claudio Sgroi

 

1. L'evento editoriale

Anche quest'anno la Zanichelli ha pubblicato l'edizione cosiddetta (con francesismo) "millesimata" (cioè "rinnovata ogni anno") del suo glorioso Vocabolario della lingua italiana ("opera di oltre 300 collaboratori") con "Presentazione" datata maggio 2021, a cura di Mario Cannella, Beata Lazzarini e (già dall'ed. del 2020) Andrea Zaninello (classe 1985), definito in Google come "Language Scientist", ovvero "Linguista computazionale e lessicografo".

Il dizionario è inoltre dotato di un prezioso CD-Rom, contenente tra l'altro lo storico Tommaseo-Bellini Dizionario della lingua italiana (1861-1879, 8 voll.), il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), l'Enciclopeda Zanichelli ricca di 70mila voci, ecc.

 

2. L'auto-presentazione

Quanto si legge nella quarta di copertina del Vocabolario è una eccellente auto-presentazione dell'opera, che il lettore può valutare per alcuni punti di forza e inevitabili punti critici.

 

3. Ricchezza del lemmario


Punto 1. Il dizionario registra ben "145.000 voci, oltre 380.000 significati fra cui circa 1000 nuove parole e locuzioni o nuovi significati". Non c'è dubbio che la ricchezza del lemmario è un fiore all'occhiello dello Zingarelli, che non ha concorrenti al riguardo tra i dizionari mono-volume. Il lettore può sì rimanere deluso se non trova il termine che cerca, ma va detto che nessun dizionario può registrare tutte le parole (con tutti i significati), passate e nemmeno attuali, della lingua di una comunità di milioni di italofoni e italografi. Il ricorso a Internet può far superare tali delusioni, ma neanche Internet è esente da lacune.

Il dizionario invece può consentire al lettore di capire parole complesse non registrate perché lemmatizza prefissi, suffissi e "confissi" o "primi/secondi elementi", per es. "-grafo" in "italografo" non lemmatizzato; o mono- in (dizionario) mono-volume nello Zing. riferito solo alle automobili; o per italo-nativofono (assente) ci sono italo- "primo elemento", nativo agg. e -fono "secondo elemento".

 

3.1. Sottolemmi


Com'è noto, l'ordine alfabetico dei lemmi di un dizionario è giustificato solo dalla comodità di reperimento delle singole voci e non dà certamente conto dei rapporti derivazionali del lessico. Una eccezione è costituita un pò in tutti i dizionari dai vari valutativi e dagli avverbi in -mente, trattati come sottolemmi in corpo più piccolo, e spesso non definiti perché intuibili, e senza datazione. Lo Zingarelli ha però esteso tale pratica, come si avverte nelle "Avvertenze" (pp. 9-10), a non pochi derivati deverbali in -fica/zione, -izza/zione; deaggettivali in -al/ità, -ar/ità, -bil/ità, -ic/ità, -iv/ità, -os/ità; e una sfilza di desostantivali (da composti) come psicolog/ico, -ismo, -ista, -o, ecc., che lascia non poco perplessi, perché spesso i lemmi non sono neppure definiti e sono privi della data di prima attestazione. La ragione di tale scelta, imitata anche da altri dizionari (vedi Garzanti 2020), sembra solo quella di guadagnare spazio per arricchire il lemmario.

 

4. Etimologia diacronica e sincronica

Punto 2. Il dizionario fornisce "oltre 70.000 etimologie che accompagnano altrettanti lemmi". Se il dizionario registra però 145mila lemmi ci si aspetterebbero altrettante etimologie. I lessemi di una lingua dal punto di vista dell'origine prevedono infatti tre possibilità. Casi di etimologia "diacronica": (i) voci ereditarie o patrimoniali, derivanti dalla lingua madre (il latino parlato o volgare nel caso dell'italiano), es. cosa "lat. causa(m)". (ii) Prestiti o "doni" dal latino (latinismi), es. causa "[voce dotta, lat. cāusa(m)]", o da altre lingue straniere (francesismi, anglicismi, ecc.) es. enfant prodige datato av. 1866. O ancora casi di etimologia "sincronica": (iii) neoformazioni, ovvero voci create all'interno dell'italiano, per es. etichettabile "da etichetta(re) + -bile" datato 1931.

Mentre gli etimi diacronici (i) e (ii) sono indicati sistematicamente, quelli sincronici (iii) sono invece segnalati in maniera molto selettiva, per es. etichetta/mento, etichetta/trice, etichetta/tura sono privi dell'etimo (sincronico) perché si presuppone facilmente intuibile per l'italo-nativofono (ma sono lemmatizzati i suffissi -mento, -trice e -tùra).

In realtà l'unica motivazione alla base di tale esclusione è l'esigenza di risparmiare spazio, per privilegiare la ricchezza del lemmario. Si tratta di un punto debole che lo Zingarelli condivide però con tutta la lessicografia "mono-volume".

Da segnalare altresì la datazione (peraltro costantemente aggiornata, per le cure soprattutto di Ludovica Maconi), ma limitata al primo significato, apparentemente "per un criterio di economicità" (p. 11), preceduta dal simbolo di una stella. La lessicografia francese (cfr. Petit Robert) in ciò è invece molto più sistematica.

 

4.1. Formazione delle parole

Quanto alla formazione delle parole, che riguarda l'"etimologia sincronica", lo Zingarelli nelle "Avvertenze" (p. 10) accenna al problema dei "composti", es. boccascena "[comp. di bocca e scena]" ma anche immotivato è "[comp. di in- e motivato]". Con il che il dizionario mostra di aderire alla classificazione ottocentesca secondo cui la composizione includeva sia i composti che i prefissati, come immotivato. I suffissati sono invece indicati nel lemmario con la formula "da", es. cortesia "[da cortese *1266]", senza mai esplicitare (anche qui per ragioni di spazio) il suffisso: "[da cortese + -ìa]".

I parasintetici a loro volta "compost[i] derivat[i] da un nome con l'aggiunta di un prefisso e di un suffisso" (p. 1625) sono così segnalati, es. intavolare è "[comp. di in- e tavola * 1481]" ma anche (e meglio) impasticcàrsi: "[comp. parasintetico di pasticca, col pref. in- (1) ☼ 1967]".

La formula con "da" serve anche a indicare altri tipi di derivati, per es. incorporo ["da incorporare"].

Si accenna pure agli "incroci" (p. 10), es. cipiglio "dall'incrocio di ciglio e piglio (?)" (ma manca il sin. blend); e appare anche "comp.", es. motèl "[amer. comp.di mot(or) (...) e (ho)tel]".

Nel dizionario si fa ricorso ancora a termini come: "abbr". es. moto- "[abbr. di motore] primo elemento"; e "accorc.[iamento]" es. moto s.f. "accorc. di motocicletta".

Le "Sigle (o acronimi), abbreviazioni e simboli" sono tra le Appendici (pp. 2645-77), ma qualcuna è anche lemmatizzata, e indicata come "sigla", es. TAC o Tac "[sigla di T(omografia) A(ssiale) C(omputerizzata)]".

 

5. Definizioni ed esempi d.o.c.

Punto 3. Ogni lemma è naturalmente illustrato con definizioni di vario tipo. Una scelta originale dei curatori è l'aver corredato il testo di "136 definizioni d’autore: significati firmati da persone che oggi rappresentano l’eccellenza italiana nei rispettivi campi ci offrono punti di vista a volte sorprendenti" (segnalate a p. 2689), che per quest'aspetto trasformano, per il lettore curioso, il dizionario da opera di consultazione in testo di lettura continuata. Un solo es. Obiettività: "(...) Se sei obiettivo sai anche di non essere depositario della verità: puoi inquadrare la realtà che vedi, ma fuori campo resta sempre qualcosa che non sei riuscito a cogliere (...)" E. Mentana.

Le definizioni sono spesso accompagnate dagli esempi dei lessicografi che garantiscono l'autenticità della lingua, ma non mancano "oltre 12.000 citazioni letterarie di 134 autori, da Francesco d’Assisi ad Alberto Arbasino", preziose soprattutto per gli usi più antichi.

           

6. Dizionario di sinonimi e di nomenclatura

Punto 4. Lo Zingarelli è anche un dizionario dei sinonimi e contrari. Se la definizione con gli esempi serve a caratterizzare sintagmaticamente i vari lemmi, all'occorrenza vengono indicati paradigmaticamente in corrispondenza dei vari significati "oltre 9300 sinonimi, 2000 contrari e 2500 analoghi". Con il termine "analoghi" (non definito in quest'accezione linguistica), gli autori segnalano con "Cfr." termini variamente collegati,  per es. sotto cicala al significato 1. si trova "Cfr. frinire"; "Cfr. formica", ecc.

Nella stessa ottica si indicano "964 schede di sfumature di significato che analizzano altrettanti gruppi di parole e ne consigliano l’uso in base al contesto, come profumo – fragranza – aroma". Così dopo il lemma assioma si spiega la differenza tra assioma, postulato, dogma.

Ma lo Zingarelli è anche un dizionario settoriale grazie a "118 tavole di nomenclatura" per es. sotto acconciatura si indicano i termini riguardanti a) "tipi di acconciatura", b) "azioni", c) "persone" e sotto calzatura i termini relativi a a) "caratteristiche", b) "tipi di calzatura" e c) "parti"; (ma manca l'elenco delle 118 tavole).

 

7. Etichettatura dei lemmi

Punto 5. All'interno del lemmario, vengono opportunamente distinte mediante un rombo "oltre 5500 parole dell’italiano fondamentale". Il numero varia secondo i dizionari, i criteri essendo inevitabilmente diversi. Per es. sono circa 7mila i lemmi del "Vocabolario di base" ulteriormente distinti in FO(ndamentali), A(lto)U(so), A(lta)D(isponibilità, indicati nel Dizionario del De Mauro (2000).

In maniera originale lo Zingarelli segnala anche "3126 parole da salvare, come obsoleto, ingente, diatriba, leccornia, ledere, perorare, preferibili ai loro sinonimi più comuni ma meno espressivi", preceduti dal simbolo di un fiore. L'ottica tradisce invero un punto di vista passatista, di rimpianto della lingua che fu. Se certi termini non vengono più adoperati o sono poco frequenti perché scalzati da altri è indizio solo del mutamento linguistico e andrebbero probabilmente etichettati come "in disuso".

 

8. Dizionario di costruzioni

Punto 6. Lo Zingarelli dà informazioni non solo sulla semantica dei singoli lessemi, ma segnala "oltre 45.000 locuzioni e frasi idiomatiche". E accanto alle indicazioni sulla pronuncia, la grafia, la morfologia, fornisce pure dati sulle costruzioni, da qui l'"indicazione di oltre 5000 reggenze (addetto a o addetto per?).

                                       

9. Dizionario prescrittivista                                                                           

Punto 7. Com'è noto, qualunque dizionario si pone sempre come una fonte autorevole della norma linguistica, dell'uso corretto per il fatto stesso di registrare -- e quindi riconoscere -- l'esistenza di certi usi. Sicché la mancanza di termini e accezioni pur, come accennato all'inizio, inevitabile per ragioni teoriche e pratiche, rischia sempre di essere interpretata come implicita condanna (o "disconferma") di un termine o di un'accezione.

Ma un dizionario, oltre che essere implicitamente normativo, può essere esplicitamente prescrittivista quando segnala certi usi come "errati". Lo Zingarelli al riguardo usa abbreviazioni  quali: "evit. = da evitare, evitato" e "impropr. = improprio, impropriamente", o a volte l'avvertenza ATTENZIONE! per es. a proposito di "gli ('a lui') ho promesso" distinzione che "va rispettata" rispetto a "le ('a lei') ho affidato". E riporta delle "note grammaticali e sull’uso corretto delle parole", quali Accento, Elisione, Errori Comuni, Maiuscola, Femminile, Stereotipo, ecc.

Notevole lo spazio riservato agli "Errori comuni" (i cui criteri rimangono sempre impliciti) distinti in: a) uso "errato" (per es. qual'è, inerente il, redarre) vs "corretto" (qual è, inerente al, redigere), b) uso "più diffuso; non scorretto" (per es. ossequiente) vs "più corretto o più ricercato" (ossequente); "corretto" (per es. se stesso) vs "preferito" (sé stesso).

Il lettore paziente potrà grazie al CD-Rom individuare tutti i casi in cui si fa ricorso a queste indicazioni prescrittiviste.

 

10. Uso critico del dizionario

Il lettore, infine, che voglia ricorrere al dizionario non acriticamente come a un ipse dixit ma consapevolmente per confrontare la propria competenza linguistica con quella offerta dal dizionario  (a un tempo superiore e inferiore alla propria), potrà inevitabilmente arricchire il dizionario di tutti i termini e i significati che gli capiterà di incontrare in quanto nativofono. E farà bene a leggere attentamente la "Presentazione" dei curatori (p. 3), le "Avvertenze per la consultazione" (pp. 8-11), la "Guida grafica alla consultazione" (pp. 6-7), senza tralasciare le "Abbreviazioni e i simboli usati nel vocabolario" (pp. 4-5) e la "Tabella delle equivalenze grafemi e fonemi" con i vari simboli fonetici (pp. 12-13), verificando anche la coerenza con l'analisi del lemmario.

 

Sommario

1. L'evento editoriale

2. L'auto-presentazione

3. Ricchezza del lemmario


 3.1. Sottolemmi


4. Etimologia diacronica e sincronica

  4.1. Formazione delle parole

5. Definizioni ed esempi d.o.c.

6. Dizionario di sinonimi e di nomenclatura

7. Etichettatura dei lemmi

8. Dizionario di costruzioni

9. Dizionario prescrittivista

10. Uso critico del dizionario

 



 

martedì 20 luglio 2021

Quanta prosopopea!

 Forse pochi sanno che con il termine "prosopopea" non si indica solo il parlare (e l'atteggiamento) pomposo, presuntuoso e irritante di talune persone; il vocabolo suddetto è anche una figura retorica consistente nel personificare cose o fatti inanimati. Con questa figura i poeti fanno parlare i fiumi, i monti, gli alberi, la giovinezza, la vecchiaia ecc. Ma anche e forse soprattutto i morti e le persone assenti. Un bellissimo esempio di prosopopea (o personificazione) si trova nel Carducci, che fa bisbigliare ai cipressi della sua amata Maremma: Ben torni ormai.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Vaccino Raggi sotto attacco. Zingaretti: "Basta chiacchiere, va fatto. No vax pericolosi"

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Non sapevamo di un vaccino chiamato Raggi, come Moderna, per esempio. Dalla stampa c'è sempre da apprendere (imparare).

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MAFIA

L'ascesa della bella avvocatessa amica di Diabolik: "Così firmò la pax mafiosa tra i clan della capitale"

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Gli operatori dell'informazione continuano, "imperterriti",  a scrivere (e dire) avvocatessa. Si è ripetuto in tutte le salse, la forma corretta è avvocata 

De Agostini: Nota d'uso · Il femminile regolare di avvocato è avvocata e così si può chiamare una donna che eserciti il mestiere di avvocato. È in uso anche avvocatessa, che però può avere tono scherzoso o valore spregiativo, come tradizionalmente hanno avuto diversi femminili in -essa. Alcuni poi preferiscono chiamare anche una donna avvocato, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.



lunedì 19 luglio 2021

"Confondatore"? Non fa una piega

 Siamo lieti di constatare che il “Treccani” in rete è l’unico (?) vocabolario ad attestare la voce, correttissima, “confondatore”, anche se non come prima occorrenza. Il Dop (Dizionario di Ortografia e Pronunzia), alla voce “cofondatore” rimanda a “confondatore”, il che sta a significare che “confondatore” è grafia da preferire. Non si dice, del resto, “condirettore”? Per quale illogico motivo i soloni della lingua condannano “confondatore”?

Avere gli anni del primo topo

Si adopera quest’espressione, in senso figurato, riferita a una persona di età molto avanzata. Sembra che la locuzione faccia riferimento a un casato di origini antichissime, nel cui stemma erano rappresentati cinque topi. Avere gli anni del primo di questi, quindi, vuole significare essere in là con l'età.

Scorrettezza e scorrezione

Anche se i due sostantivi sono l’uno sinonimo dell’altro, a nostro avviso è preferibile adoperare il primo termine per indicare un errore in senso morale: nei miei riguardi ha usato troppe scorrettezze; il secondo per designare un errore materiale: quel testo è illeggibile essendo pieno di scorrezioni  tipografiche.


«Massivo» e «Di gran mattino»

Ecco altri due francesismi che gli amatori del bel parlare e del bello scrivere dovrebbero assolutamente evitare. Il primo è un aggettivo adoperato come sinonimo di "grossolano", "possente", "madornale" e simili. Ma è un francesismo, appunto, derivato da "massive", femminile di "massif". In italiano c'è il corrispettivo "massiccio", usato anche dal principe degli scrittori: «Son uomo... da dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle cosí massicce» (A. Manzoni). L'altro gallicismo è una locuzione modellata su quella francese "de grand matin". In buona lingua italiana si dice "di buon mattino".

Assassare

È un vero peccato che i vocabolari abbiano relegato nella soffitta della lingua il verbo “assassare”, cioè “scagliar sassi contro qualcuno”, ‘immortalato’, fino a qualche secolo, fa in molti libri. I lessicografi ci ripensino. Assassare non è piú pratico di “tirar sassi”, “scagliare sassi” e simili?

sabato 17 luglio 2021

"Suggerimenti" (linguistici)

 Cotto e cociuto — entrambi i termini sono participi passati del verbo cuocere. Il primo si adopera in senso proprio: il risotto è cotto; il secondo si usa in senso figurato con l'accezione di indispettito e simili: la tua osservazione mi è cociuta (mi ha indispettito).

Picnic — si scrive in grafia unita. Non pic-nic né pic nic.

Quotare — si sconsiglia l'uso di questo verbo nell'accezione di giudicare, stimare e simili. Diremo, quindi, che quel cantante è molto apprezzato, non quotato.

Presenziare — verbo transitivo e intransitivo. La forma transitiva è preferibile: presenziare un convegno.
Sinceri auguri — espressione ridicola (e ipocrita). L'aggiunta dell'aggettivo sinceri fa pensare che altre volte gli auguri non sono stati... sinceri. Gli auguri sono auguri. Punto.
Legge in vigore — altra espressione ridicola. Spesso si legge (e si sente nei notiziari radiotelevisivi) che l'imputato è stato condannato secondo la legge in vigore. Quale magistrato applica una legge non più in vigore? Si dirà: l'imputato è stato condannato secondo quanto prevede la legge.
Gala — sostantivo femminile; improprio usarlo nella forma maschile: tutta la nobiltà era presente alla grande gala. Errata la grafia con la seconda accentata (galà).
Omicidio — si legge e si sente dire, spesso, l'omicidio di Moro (e simili). L'espressione ci sembra impropria: l'ucciso non ha commesso l'omicidio (come ci farebbe pensare la preposizione di), lo ha subìto. Si consiglia di omettere la preposizione di e scrivere: omicidio Moro (oppure l'assassinio di Moro).




Qui la magistrale recensione del prof. Salvatore Claudio Sgroi


 







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La lingua "biforcuta" della stampa

Ancora sull'uso errato dei prefissi

LA CERIMONIA

Graduation Day alla Sapienza per i medici neo-laureati nel lockdown. Festa sì, ma tutti con la mascherina

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Correttamente: neolaureati. Treccani: nèo- [dal gr. νεο-, forma che assume in composizione l’agg. νεός «nuovo, recente»]. – 1. Primo elemento di parole composte, derivate dal greco o formate modernamente (anche nella terminologia lat. scient.), nelle quali ha il sign. di «nuovo, moderno, recente». In partic.: a. Con riferimento a persona che si trovi da poco tempo in una determinata situazione: neonatoneofitaneoeletto (e analogam. neodottoreneosenatore e altri, che non si è ritenuto necessario, per la loro stessa trasparenza, registrare nel rispettivo luogo alfabetico). b. Con riferimento a cose formatesi o rinnovatesi recentemente: neoformazioneneologismo; in medicina: neoartrosi; in biologia, di formazione anatomica filogeneticamente recente: neocerebelloneotalamo, ecc. (e per estens. neopsiche). È prefisso molto usato per indicare ripresa, con criterî e intenti moderni, di idee, dottrine, correnti del passato: neocriticismoneodarwinismoneoplatonismoneorealismoneofascismo, ecc.

Ci aspettiamo di leggere, da un momento all'altro: Ecco i neo-nati dell'anno.