domenica 6 settembre 2026

Lanaia – 7 - La 'mattaggine' di Cobolli

 



di Alfio Lanaia

  1. Evento linguistico

In occasione degli US Open 2026, il torneo di tennis che si sta svolgendo a New York, il tennista italiano Flavio Cobolli, dopo la vittoria al secondo turno contro l’australiano Tristane Schoolkate, risponde alle domande dell’intervistatrice di SuperTennisTv del 4 settembre 2026.

Intervistatrice: «Senti Flavio, hai parlato di come stai cercando un po’ più di calma in campo, con un approccio diverso. Ci stai riuscendo? Se sì, in che momenti ti stai aiutando …

Cobolli: «Ehm Non credo proprio. Sono più matto di prima, però … è una mattaggine … pura! Quindi io non ce l’ho mai con l’avversario, ce l’ho sempre con me stesso, sto cercando di essere un po’ più calmo, è vero, però quando c’è la competizione per me è difficile essere … controllarmi, diciamo, … quindi piano piano ce la farò e sicuramente mi darà tanti risultati …».

  1. Che cos’è la mattaggine?

Il tennista romano, parlando del proprio carattere, con una notevole dose di autoironia, usa la parola mattaggine, una condizione emotiva che spesso gli fa perdere la calma e l’autocontrollo, lo fa imprecare contro se stesso, condizionando spesso negativamente, ma per sua fortuna non questa volta, l’esito della partita. La mattaggine è dunque ‘la condizione dell’essere matto’.

  1. Mattaggine è una neoformazione?

Compulsando alcuni dizionari cartacei (De Mauro 2000, Devoto-Oli 2010, Zingarelli 2022) e in rete (Treccani, GDLI), ci si rende conto che la nostra forma non viene registrata. Nemmeno la lessicografia ottocentesca (e.g. il Vocabolario universale italiano, compilato dalla Società tipografica Tramater, 7 voll., Napoli 1829-1840) conosce mattaggine. Data questa assenza, si potrebbe dunque dedurre che la nostra voce sia a) una neoformazione, cioè una parola composta o derivata, introdotta in una lingua in una fase recente della sua storia, oppure b) un prestito proveniente da qualche dialetto italiano, o ancora c) un occasionalismo, una parola, cioè, creata sul momento dal giocatore.

  1. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

Per verificare le ipotesi formulate, abbiamo consultato la rete. La ricerca su google ci conferma la presenza della voce nei socialmedia (facebook, Instagram, Youtube), alcuni dei quali attingono alla stessa intervista, mentre altri testimoniano usi precedenti, anche se recenti, di mattaggine, come il seguente del 22 luglio 2023, tratto dal commento di un utente alla pagina fb Una parola al giorno:

« I dise a Venessia, negli intervalli tra una voga longa e una voga corta, che la pazzia o la mattaggine è parte integrante dei microcircuiti delle sinapsi di tutti quelli che hanno una testa. e quindi tutti siamo pazzi, pazzoidi o matti, perchè per perdere la testa, bisogna averne una.»

Molto più interessanti, ancorché numerose, sono le attestazioni di mattaggine su Google libri – Ricerca avanzata.

La più antica attestazione risale al XVI secolo (Diego De Estella, Tratado/Libro de la vanidad del mundo, 1575, tradotto in toscano da Pietro Bonfanto col titolo Dispregio della vanità del mondo, Firenze 1581, 2 voll.):

«Et il Savio dice, che il matto hà per gaudio la mattaggine» (vol. 1, p. 301).

Nel XVIII sec. la nostra voce appare in un trattato medico (Niccolò Graniti, Dell’antica, e moderna medicina teorica, e pratica meccanicamente illustrata, Venezia 1739, I, p. 354):

«Sintomi vicendevoli coi morbi

Languidezza e mollezza delle parti solide ne’ putti Rachitide o sia segno di scimunita mattaggine».

Ancora in ambito medico, la voce ritorna in un trattato del 1857 (Riforma medica in conciliazione colla omiopatia, trad. T. P. Rossetti, Milano, p. 11): «Non pertanto queste parole austere non sono vendicative, ma sibbene la conseguenza d’una convinzione ferma che il miglior modo di far ravvedere i pazzi sta nel far sorbir loro il calice intiero degli effetti amari della loro mattaggine».

Del 1858 è una lettera alla rivista L’uomo di pietra, giornale letterario, umoristico-critico con caricature, firmata «Ignorantino» (pp. 278-279): «Montebaldo sta sempre dove stava in illo tempore, e l’aria che ci manda è sempre la rinomata dell’allegria, dello spirito, et aliquando della mattaggine».

Nel secolo successivo, il critico d’arte Francesco Sapori così scrive (La tredicesima esposizione d’arte a Venezia, 1922, in «Emporium», vol. LV, p. 84.): «In questi sei bozzetti a olio di non grandi dimensioni, egli trascrive degli appunti e ricordi della sua residenza a Venezia, nei quali s’insinua una esotica mattaggine parigina».

Negli anni 2000, infine, Maura Del Serra, poetessa, drammaturga e traduttrice, usa la nostra forma nella traduzione del Timone d’Atene (The Life of Timons of Athens) di William Shakespeare (Shakespeare. Tutto il teatro, 2012):

«BUFFONE: E tu non sei del tutto savio. Tanta mattaggine ho io, quanta intelligenza manca a te».

  1. Formazione di mattaggine

La ricerca sugli usi passati e presenti di mattaggine dimostra dunque che la nostra voce ha una storia abbastanza lunga, che risale almeno al XVI secolo, ed è stata impiegata in vari ambiti, da quello mistico-religioso, a quello medico-scientifico, a quello letterario. Dal punto di vista morfologico si tratta di un derivato dell’agg. matto col suff. -àggine, che si aggiunge produttivamente ad aggettivi, e meno frequentemente a sostantivi, per formare sostantivi femminili indicanti qualità, condizioni considerate negative, riferite spec. a persone; a volte indica un atto manifestante queste qualità: spiritosaggine, stupidaggine (De Mauro 2000). Solo un caso dunque il vuoto lessicografico relativo a questa forma, in quanto si tratta di una parola costruita non dopo il XVI secolo, secondo le regole di formazione, come cocciutaggine (1830), testardaggine (1879), tetraggine (1781) ecc.

  1. Etimo di -àggine

Alla base di -àggine vi è il lat. -aginem (< -ago, -aginis), suffisso nominale utilizzato soprattutto per formare sostantivi femminili della terza declinazione, con funzione di somiglianza o derivazione (imaginem, voraginem, plantaginem). Forma inoltre nomi di piante medicinali (tussilaginem), condizioni mediche o conformazioni anatomiche (cartilaginem).

Sommario

  1. Evento linguistico

  2. Che cos’è la mattaggine?

  3. Mattaggine è una neoformazione?

  4. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

  5. Formazione di mattaggine

  6. Etimo di -àggine



 
















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


venerdì 4 settembre 2026

Sgroi – 226 - Reazioni dinanzi al “Se + condizionale” (bi-affermativo)

 


di Salvatore Claudio Sgroi


La lettura del precedente intervento n. 225 “Se + condizionale o congiuntivo?” del primo settembre ha suscitato varie reazioni da parte di amici e colleghi.


1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

Un tacito assenso con un “grazie” è venuto da parte di 13 linguisti. Un esplicito consenso è stato dichiarato da 10 colleghi e da un non-linguista:

(i) Impeccabile. La riformulazione finale taglia la testa al toro!”

(ii) “Totalmente d'accordo. Analisi perfetta”.

(iii) “Le pieghe della grammatica italiana, che si mostra sempre flessibile. Ben ha titolato Michele Prandi il suo bel libro: Regole e scelte”.

(iv) “Concordo. Però l'affermazione avrebbe potuto venire formulata in modo più elegante"; ricorda anche che “una frase del genere l'aveva detta Lilli Gruber”, ma senza citarla.

(v) “Uno di quei casi tipici che fanno accapigliare tante persone formate rigidamente dalla ‘grammatica sommersa’ della scuola”.

(vi) “Argomento molto interessante, ma non facile da spiegare a studenti dei primi due anni del liceo (a cui si indirizzano le grammatiche scolastiche)”.

(vii) “Molto interessante!”.

(viii) “Ero certo che saresti intervenuto/intervenivi su questa questione agostana su cui i soliti maestrini social hanno ancora una volta perso un'occasione per tacere o parlare d'altro”.

(ix) “Non avevo dubbi che saresti opportunamente intervenuto”.

(x) “Quanto al contributo di oggi, ci manca solo che ti stimolino: il blog di Raso scoppierà…”

(xi) Non-linguista: “Ottimo e abbondante!”.


2. Un oppositore

Contraria alla nostra ipotesi è stata la reazione di un letterato:

Risposta cornuta, ma non contraddittoria: l’argomentazione della difesa regge benissimo, ma testimonierò a favore dell’accusa. La moglie di Cesare deve essere superiore ecc. Sento però il dovere di aggiungere che l’errore può scappare a tutti, tanto più nel similparlato in oggetto”.


3. Un convertito?

La risposta, si direbbe, di un “convertito” è stata quella di un non-linguista:

Caro Salvatore, il mio commento è: non avrei mai usato il condizionale a inizio della frase! e me ne guardo bene dal farlo in avvenire. Resta solo che i seguaci della destra fascista sfascino anche la grammatica, argomentando sull'eccezione pur di darsi mala ragione! Saluti”.

Mia risposta: “ma tu non diresti: Se verrebbe non lo so?”

Replica: “No! Mi sentirei abitante di Librino o San Cristoforo. Direi: Non lo so se viene; se viene non lo so. La frase dubitativa è più elegante senza il condizionale”.

Seconda mia risposta: “Se ci rifletti un momento, c'è in realtà una differenza di significato tra Non lo so se viene-se verrà-se verrebbe. Come c'è una differenza di significato tra: (i) Viene (ora) presente, (ii) Verrà (dopo) futuro e (iii) Verrebbe ipotetico-potenziale”.

Seconda replica: “Concordo. Preferirei: Non lo so se verrebbe, viste le condizioni....(l'ipotetico-potenziale presume una spiegazione)”.


4. Un linguista scettico

Scettica la risposta di un collega:

caro Salvatore, sarà un costrutto bi-affermativo ma la Tortora non lo sapeva e le è sfuggito al posto del congiuntivo. Personalmente penso volesse scrivere o ‘Se Ranucci andasse a cena con Riina allora la Colosimo potrebbe fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta’, oppure ‘Se Ranucci va a cena con Riina allora la Colosimo può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. La costruzione se + il condizionale non la riesco a digerire, sarà perché sono del Nord”.

Mio primo commento:

Certamente, la Tortora non sapeva che è un ‘costrutto bi-affermativo’,

ma lei non è linguista (grammatica esplicita).

Quando tu introduci il cong. trasformi il costrutto bi-affermativo, in un

periodo ipotetico (dell’impossibilità, visto che Riina è morto). Ma non

si tratta di un periodo ipotetico perché non c’è un rapporto di premessa

e conseguenza, in quanto i due eventi sono semplicemente accostati”.


Prima replica del collega:


Chi dice che sono solo accostati? Io non ne sono convinto. Ci vedo il periodo ipotetico dell’impossibilità. È un modo per giustificare a tutti costi il condizionale dopo se”.

Mio secondo commento:

Con la mia ipotesi sottintendendo ‘è vero che la frase è accettabile:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’,

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’,

Non c’è un rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi e quindi si tratta di costrutto bi-affermativo.

La tua spiegazione con l’hp del periodo ipotetico lascia perplessi perché non si capisce quale sia il rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi:

(iii) Periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ??? (a) ‘Se Ranucci andasse a cena con Totò Riina [ma è impossibile perché Riina è morto], + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) Periodo ipotetico di 3° tipo col doppio condiz. popolareggiante:??? (a) ‘Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina, (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Con la tua ipotesi è impossibile sottintendere ‘è vero che’:

(iii) periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ***’Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 3° tipo: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina,  la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Seconda replica del collega:

Sono commosso dalle tue cure nello spiegare. Ovviamente con ‘è vero che’ il se non regge un condizionale ma un indicativo e funziona; non funziona con la condizione ‘che sia vero’: siccome RIINA È MORTO non può esser vero. Perciò tu dici che non è un periodo ipotetico e non c'è rapporto di condizione e conseguenza.

Ma se andasse a cena con qualche mafioso vivo la possibilità ci sarebbe e quindi potrebbe essere un periodo ipotetico con ‘se+condizionale’ che a te va comunque bene? O anche in quel caso vedi solo l'accostamento bi-affermativo?”

Mio terzo commento:

Se il mafioso è vivente il periodo ipotetico è quello della possibilità, per il resto non cambia niente:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(iii) periodo ipotetico di 2° tipo, della possibilità, misto: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 2° tipo della possibilità: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

(v) (a) ***‘Se [SIA VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini.

Per te resta difficile riconoscere che tra (a) e (b) c'è solo un parallelismo e non un rapporto di causa-effetto. – ‘Se io sono siciliano (e lo sono), tu sei settentrionale (e lo sei)’; Se (è vero che) io sarei siciliano, tu sei/saresti settentrionale''. CIAO.

Sommario

1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

2. Un oppositore

3. Un convertito?

4. Un linguista scettico




giovedì 3 settembre 2026

Addirittura: storia di una parola che ha cambiato intenzione

 

Addirittura” è una di quelle parole che sembrano nate per l’enfasi, per il gesto largo, per la sorpresa un po’ teatrale. E invece, sotto la superficie, custodisce una storia che non ha nulla di esagerato: è la storia di una schiettezza. La forma originaria era infatti a dirittura, dove dirittura non è altro che un sostantivo antico, parente stretto di diritto, che significava “franchezza”, “linearità”, “assenza di deviazioni”. Dire qualcosa a dirittura voleva dire parlar chiaro, senza infingimenti, senza curve, senza quel velo di prudenza che spesso ammorbidisce il discorso. Era un avverbio di sincerità, non di stupore.

Poi la lingua, come sempre, ha cominciato a piegare la parola verso un nuovo uso. La franchezza, quando è molto marcata, può essere percepita come intensità; e l’intensità, quando supera la soglia dell’abitudine, può diventare sorpresa. Così a dirittura ha iniziato a colorarsi di un valore che non era più soltanto “parlo apertamente”, ma “lo dico con forza”, “lo dico in modo notevole”. Da qui il passaggio semantico è stato naturale: ciò che è detto con forza può essere interpretato come qualcosa di sorprendente. E la lingua, che ama trasformare i significati come fossero metalli duttili, ha fatto il resto.

Il risultato è la forma moderna: addirittura come avverbio di incredulità, di amplificazione, di meraviglia. È un avverbio che non descrive il fatto, ma la reazione al fatto. Quando diciamo è arrivato addirittura alle tre, non stiamo informando sull’orario: stiamo segnalando che quell’orario è fuori scala rispetto alle aspettative. È un avverbio che illumina la frase, che la colora, che la rende emotivamente orientata. È un piccolo riflettore linguistico puntato sul punto esatto in cui vogliamo che il lettore o l’ascoltatore si soffermi.

La bellezza di addirittura, però, sta nella sua doppia anima: quella dell’enfasi e quella dell’ironia. Quando lo pronunciamo da solo, con quel tono un po’ sornione – addirittura! – stiamo richiamando la sua antica schiettezza, ma rovesciata: non “parlo apertamente”, bensì “ma davvero?” È un fossile semantico che continua a brillare sotto la superficie del parlato, una piccola scintilla di storia che sopravvive nella pragmatica quotidiana.

C’è poi un dettaglio stilistico che rende addirittura una parola preziosa: la sua capacità di modulare la temperatura della frase. Può rendere un enunciato più leggero, più giocoso, più affettuoso; oppure può renderlo più pungente, più sorpreso, più critico. È una parola‑clima: la frase resta la stessa, ma l’atmosfera cambia. È una magia minuscola, una di quelle che fanno dell’italiano una lingua capace di sfumature che altre lingue non riescono a replicare con la stessa grazia.

E infine, c’è la sua eleganza nascosta. In un testo scritto, addirittura può essere un segnale di stile, un modo per dare alla frase un passo più consapevole, più pensato. Non è una parola rumorosa: è una parola che lavora in silenzio, che sposta l’intonazione senza farsi notare, che aggiunge un filo di espressività senza mai diventare invadente. È una di quelle voci che la lingua ha plasmato lentamente, trasformando una schiettezza medievale in un avverbio di sorpresa moderna.

***

Ancora una volta riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo

Un’oasi di luce nella selva delle parole

Non passa giorno senza che io mi imbatta, leggendo i giornali o navigando in rete, in qualche sconsiderato maltrattamento della nostra lingua madre. Tra calchi sciattoncelli dall’inglese, concordanze ballerine e un uso sempre più approssimativo del vocabolario, l’italiano sembra spesso sul punto di smarrire la propria eleganza e precisione. Poi, per fortuna, c’è Lo SciacquaLingua.

Seguire il blog e le riflessioni di Fausto Raso è un vero e proprio toccasana per la mente. Non si tratta di una sterile o polverosa pedanteria accademica, bensì di un’autentica e appassionata difesa del bello scrivere e del bene parlare. Con l’acume di chi conosce a fondo l’etimologia e la storia del nostro lessico, Raso ci guida attraverso le pieghe della grammatica con lucidità, ironia e un rigore mai fine a se stesso.

Ciò che più affascina del suo lavoro è la capacità di abbinare una severa vigilanza contro gli sfondoni della stampa e del linguaggio pubblico a una fervida creatività linguistica. La sua ricerca costante, unita all'audacia con cui propone o analizza neologismi calzanti ed espressivi, dimostra che la lingua non è un corpo morto da imbalsamare, ma un organismo vivo che si può arricchire senza mai perderne la dignità.

In un’epoca in cui prevalgono l'accidia verbale e il parlato d’accatto, Lo SciacquaLingua resta un faro di resistenza culturale, una vera e propria oasi dove rifarsi il palato e ritrovare il gusto per la parola esatta. Un grazie di cuore a Fausto Raso per questa sua preziosa, quotidiana opera di pulizia e bellezza.

Un lettore affezionato

















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 







mercoledì 2 settembre 2026

Intricare e intrigare: sinonimi? Dipende…

 

Intricare e intrigare sono due verbi che sembrano camminare affiancati, come se fossero quasi la stessa cosa, ma basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che, pur partendo dalla stessa radice, hanno preso direzioni diverse. Ambi discendono dal latino intricare, formato dal prefisso in- e da tricae, quelle impastoie che ostacolavano i cavalli e che, per estensione, indicavano fastidi, grovigli, matasse arruffate, tutto ciò che si presenta come un nodo difficile da sciogliere. È un’etimologia che conserva ancora oggi la sua forza visiva: un sintagma verbale nato da un inciampo, da qualcosa che intralcia il passo e costringe a fermarsi.

Intricare è rimasto fedele a questa origine. È il verbo del groviglio, della matassa che si stringe, della complessità che cresce. Si intricano i fili, i capelli, i cavi, ma si intricano anche le trame narrative, i discorsi, le procedure che diventano fitte, dense, quasi impenetrabili. Intricare è un verbo che non ha fretta: mostra come le cose si avviluppano, come si complicano, come diventano difficili da dipanare. Conserva la fisicità del nodo e la lentezza del gesto che cerca di scioglierlo.

Intrigare, invece, ha avuto una vita più movimentata, quasi teatrale. In origine era semplicemente una variante di intricare, diffusissima nell’Italia settentrionale, e significava impacciare, intralciare, dar fastidio: questa sedia m’intriga il passaggio, quel disordine m’intriga il lavoro. È un uso perfettamente legittimo, ancora vivo in molte aree regionali, e appartiene a quella fascia di italianità quotidiana che non fa rumore ma resiste.

Poi, con il trascorrere del tempo, intrigare ha preso una deviazione semantica e ha iniziato a muoversi nell’ombra. Dal sostantivo intrigo ha ereditato il senso di tramare, macchinare, ordire sotterfugi. È il verbo delle corti, dei retroscena, delle manovre politiche, delle trame nascoste. Intrigare qualcuno significava agire contro di lui, preparare un colpo, tessere una rete di inganni. È un uso che conserva ancora oggi una sfumatura di mistero, di ambiguità, di movimento dietro le quinte.

Infine, la svolta moderna: intrigare come incuriosire, affascinare, stuzzicare. È l’accezione oggi dominante, quella che ha conquistato l’italiano standard. Una proposta può intrigare, un romanzo può intrigare, un mistero può intrigare i lettori. Qui il verbo non intralcia e non trama: seduce. Si è alleggerito, ha perso la fisicità del nodo e la cupezza del sotterfugio per diventare un gesto mentale, un piccolo scintillio di interesse.

La distinzione d’uso contemporanea è limpida: intricare riguarda ciò che si aggroviglia; intrigare riguarda ciò che affascina o ciò che si macchina. L’uso regionale di intrigare nel senso di impacciare è corretto, ma va riconosciuto come forma locale o letteraria. Una trama intricata può intrigare il lettore, ma mentre il testo si intrica, il lettore si intriga: la lingua, qui, gioca con la simmetria e la rovescia.

Per concludere queste noterelle, una curiosità filologica che merita di essere ricordata. Nei romanzi d’appendice dell’Ottocento, i correttori di bozze segnalavano spesso un errore ricorrente: la vicenda si intriga sempre più, dove l’autore voleva dire si intrica. L’equivoco era talmente frequente da diventare quasi un tratto del genere. Il risultato, involontario, era comico: una trama che invece di complicarsi cominciava a tramare contro il lettore. È uno dei rari casi in cui un fraintendimento semantico produce un sorriso e, insieme, una piccola lezione di linguistica.

Intricare e intrigare, insomma, partono dallo stesso nodo ma lo sciolgono in modi diversi: uno restando fedele al groviglio, l’altro trasformandolo in fascino. E la lingua, che ama le biforcazioni, li ha lasciati andare ciascuno per la sua strada.


***

Quando cadono le foglie, cadono anche le scuse

C’è un momento dell’anno in cui la lingua diventa più sincera. Non è l’estate, che dilata le promesse, né l’inverno, che irrigidisce i pensieri: è l’autunno, stagione di verità morbide, di rivelazioni senza rumore. In quel fruscio che accompagna le foglie al suolo, la tradizione contadina infilava un ammonimento lieve ma preciso: quando cadono le foglie, cadono anche le scuse.

Il detto nasce nelle campagne emiliane e venete, dove il ritmo dell’anno non era un fatto meteorologico, ma un calendario morale. Le foglie che scendono una dopo l’altra segnano la fine dell’indugio: ciò che si è rimandato non può più attendere, ciò che si è promesso va mantenuto, ciò che si è trascurato va ripreso. L’autunno non concede la dilazione estiva, non accetta la leggerezza agostana: è la stagione in cui si chiude, si ripara, si porta a termine.

A rendere ancora più vivo questo modo di dire c’è un aneddoto che circolava nei paesi emiliani a fine Ottocento. Il fabbro del borgo, figura rispettata e un po’ burbera, era considerato una sorta di orologio morale della comunità. Non perché fosse severo, ma perché aveva il dono di ricordare a tutti ciò che avevano promesso. A settembre, quando le prime foglie cominciavano a staccarsi, usciva dalla bottega, guardava il viale alberato e mormorava piano: cadono le foglie, cadono le scuse. Non era un rimprovero: era un segnale. Bastava quella frase perché il contadino che aveva rimandato la riparazione del carro si presentasse il giorno dopo; perché l’artigiano che aveva promesso una consegna si mettesse al lavoro; perché il ragazzo che aveva giurato di aiutare il padre nei campi smettesse di tergiversare. La frase non obbligava, ma smuoveva: era come se l’autunno stesso parlasse attraverso il fabbro, ricordando che il tempo dell’indugio era finito.

Un’altra curiosità riguarda la sua diffusione. Il detto non circolava nei libri né nelle scuole: viaggiava sulle bocche dei merciai ambulanti, che lo usavano come formula di vendita. Quando arrivavano nei paesi a ottobre, dicevano: cadono le foglie, cadono le scuse: è ora di prendere ciò che serve prima che arrivi il freddo. Era un modo elegante per dire “non rimandate gli acquisti”, ma con quella grazia contadina che trasformava il commercio in proverbio.

E poi c’è un dettaglio linguistico tenerissimo: in alcune zone del Veneto la frase veniva abbreviata in cadono le foglie, e basta. Ma quel e basta era un’allusione perfetta: non servono più pretesti, non servono più rinvii, non servono più parole. L’autunno, con la sua estetica di sottrazione, fa pulizia anche nel discorso.

La metafora, in fondo, è trasparente e bellissima. Le foglie cadono perché hanno finito il loro compito; le scuse cadono perché non possono più nascondere il vuoto. È un invito a togliere il superfluo, a lasciare andare ciò che non serve, a smettere di proteggersi dietro pretesti. L’autunno, con la sua sobrietà, diventa un maestro di sincerità: ciò che resta, dopo la caduta, è ciò che conta davvero.

Oggi il detto è quasi scomparso, ma conserva una sua forza discreta. Ogni autunno, anche nelle città, anche nelle vite digitali, qualcosa cade: un’abitudine, un ritardo, una scusa che non regge più. E qualcosa resta: la possibilità di ricominciare con meno peso e più verità.



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



martedì 1 settembre 2026

Sgroi – 225 - “Se + condizionale o congiuntivo"?”


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Il post incriminato

Un caro amico, non linguista, ma particolarmente sensibile agli usi della lingua, qualche giorno fa mi ha mailato un link con un invito: Qui ce n'è abbastanza per un tuo intervento”.

Il link riguarda un tweet di Gaia Tortora:

https://www.adnkronos.com/politica/gaia-tortora-tweet-ranucci-x-carotenuto_4GmFdG74ZWDSiRWv1hXeuP.


contenente la seguente frase:

Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. O no?".


2. Commento di Roberto Grossi

Il giornalista Roberto Grossi (adnkronos) ha prontamente commentato il 26 agosto l’evento con l’articolo "Se Ranucci..., il tweet di Gaia Tortora divide X: gli utenti correggono (e sbagliano)” a favore di Gaia Tortora.

Tra i “tanti che si scandalizzano e gridano all'errore clamoroso” ha ricordato “l'onorevole Dario Carotenuto, deputato del M5S” che ha rilanciato il post “accendendo i riflettori su quello che ritiene ‘un autogol da fuoriclasse’".

Ma tra “gli utenti che smontano la tesi dell'errore macroscopico” c’è chi ha sostenuto: “Guardate che 'andrebbe' in questo caso è perfettamente corretto, eh!”.

E con adeguata motivazione un altro ha affermato: "La frase di Gaia Tortora è corretta. La sequenza 'se + condizionale' è inammissibile nella protasi di un periodo ipotetico dell'irrealtà. Non è questo il caso".

Commento della Tortora: "Ai Leoni ignoranti da tastiera...questo è per voi. Spiegato bene bene. Magari imparate qualcosa".


3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”

La frase della Tortora “Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”, -- o la possibile variante col duplice condizionaleSe Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini, -- non è, malgrado le apparenze, come è stato detto, un classico periodo ipotetico di 2° grado (della possibilità). Si potrebbe ancora dire “Se [è vero che] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”.

Si tratta, come chiarisce p.es. il testo di M. Prandi – C. De Santis, Le regole e le scelte. Manuale di linguistica e di grammatica italiana (Utet 2011), di una “forma atipica di periodo ipotetico” (p. 359), ovvero di una costruzione condizionale indicata col termine “costrutto biaffermativo”. “Nel costrutto biaffermativo il parlante espone una premessa data come vera per poi contrapporle una affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (p. 360).

O ancora: M. Prandi Le regole e le scelte. Grammatica italiana (Utet 20202) si tratta di “casi atipici di costrutti condizionali, che presentano proprietà comunicative irriducibili ai tipi standard” (p. 266), definiti “costrutti biaffermativi” (ibid.), in cui “il parlante espone una premessa di cui riconosce la realtà per poi contrapporle come conseguenza un’affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (ibid.).

Come sottolineano A. Ferrari – L. Zampese Grammatica, parole, frasi, testi dell’italiano, (Carocci 2016), “I condizionali bi-affermativi asseriscono semplicemente l’esistenza di due eventi, senza che il secondo sia visto come una conseguenza necessaria del primo” (p. 234). Ovvero “non esiste necessariamente un rapporto di ‘condizione-conseguenza’ […] in genere si instaura un rapporto di semplice correlazione o collegamento” (L. Renzi – G. Salvi –A. Cardinaletti, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. II, Libreriauniversitaria.it edizioni 2022, p. 768). O ancora “Queste frasi non servono […] a esprimere un rapporto condizionale, ma semplicemente a mettere in relazione due fatti: può trattarsi di semplice parallelismo” (G. Salvi – L. Vanelli, Nuova grammatica italiana, il Mulino 2004, p. 279).

Concludendo, il condizionale non è nello stesso repertorio di scelte del congiuntivo ma dell'indicativo. Nel costrutto specifico, non è un'alternativa errata al congiuntivo ma un'alternativa legittima all'indicativo. Una parafrasi potrebbe essere: “Se ammettiamo che Ranucci è disponibile ad andare a cena con Riina, allora possiamo ammettere che può fare una foto con Ciavardini”.

Sommario

1. Il post incriminato

2. Commento di Roberto Grossi

3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”