giovedì 10 settembre 2026

Due parole simili, due mondi che non si sfiorano

 La deprivazione che svuota, la depravazione che piega: come la lingua distingue il vuoto dal guasto


M
olte persone - sembra incredibile - ritengono i sostantivi deprivazione e depravazione l’uno variante dell’altro. I due lessemi, invece, hanno origini e significati diversi. Vediamo, dunque, la differenza.

Deprivazione non nasce dal latino, come si potrebbe credere per analogia con privare, ma arriva all’italiano attraverso l’inglese deprivation, “privazione, essere privato di qualcosa”. È un prestito adattato, entrato nel lessico specialistico tra psicologia, pedagogia, sociologia e medicina. Il suo nucleo semantico è la mancanza: la deprivazione è l’assenza di ciò che dovrebbe esserci, la sottrazione di un bene, di un diritto, di una risorsa. Si parla di deprivazione dei bisogni essenziali, di deprivazione affettiva, di deprivazione materiale. In psicologia indica la carenza di condizioni favorevoli allo sviluppo del bambino e gli effetti che ne derivano; in pedagogia, la repressione dell’uso del proprio dialetto, con la conseguente perdita del patrimonio linguistico e culturale; in medicina, la deprivazione sensoriale, cioè la privazione degli stimoli che normalmente raggiungono gli organi di senso. È un termine tecnico, descrittivo, privo di giudizio morale: fotografa un vuoto, non una colpa.

Depravazione, invece, ha radici latine: deriva da depravatio, formato da depravare, “guastare, corrompere moralmente, pervertire”. Qui il prefisso de- non indica una sottrazione, ma un peggioramento, una torsione, un guasto morale. La base etimologica è pravus, che nel latino classico significa tanto “storto, malfatto” quanto “perverso”. È una doppia anima semantica che la lingua ha conservato: ciò che è moralmente deviato è, per metafora antichissima, anche fisicamente storto. La depravazione è dunque la "stortezza", la corruzione dei costumi, la perdita del senso etico, la deviazione dalla norma condivisa. È un sostantivo che vive nella retorica, nella letteratura, nella cronaca nera, nel discorso morale. Non descrive una condizione oggettiva, sibbene un giudizio sulla condotta. È un nome che racconta una stortura.

Una curiosità filologica: la duplicità di pravus è una delle immagini più potenti della morfologia latina. Da un lato la concretezza della forma deviata, dall’altro la valutazione etica della perversità. La depravazione, dunque, è una linea che devia, un’asse che si piega, un comportamento che si torce. La lingua latina tiene insieme la figura e il giudizio, e l’italiano ne eredita la forza metaforica.

Una curiosità storica: nei trattati pedagogici del Settecento, la depravazione veniva spesso associata alla “cattiva inclinazione naturale”, mentre la deprivazione compariva nei testi medici e assistenziali per indicare la mancanza di stimoli nei manicomi e negli ospizi. Due parole che vivevano in mondi diversi: una nel giudizio, l’altra nella diagnosi.

La confusione "moderna" nasce dal fatto che entrambi i lessemi cominciano con de- e finiscono con -zione, ma la loro struttura interna è diversa: deprivazione è la privazione di qualcosa; depravazione è la corruzione di qualcosa. La prima toglie, la seconda guasta. La prima è un vuoto, la seconda è una torsione morale. La deprivazione toglie ciò che serve; la depravazione toglie ciò che salva: una è mancanza, l’altra è smarrimento.

***

Dimmi con chi vai...

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” è uno di quei fossili idiomatici che sembrano nati già levigati, come se la lingua li avesse lasciati maturare lentamente fino a raggiungere la forma più semplice e più vera. È una frase che non descrive soltanto: deduce, interpreta, traccia un profilo. La sua forza sta nella struttura a bilanciere, quasi sillogistica, che lega la compagnia all’identità come se fossero due facce dello stesso gesto umano. Non è un proverbio moralistico, benché spesso venga usato così; è piuttosto un’osservazione antica sulla natura sociale dell’individuo, sulla tendenza a cercare chi ci somiglia, a riconoscerci negli altri, a costruire la nostra immagine anche attraverso le presenze che scegliamo.

Il significato è limpidissimo: la persona che frequenti dice molto di te, talvolta più di quanto tu stesso dichiari. Non è un invito al pregiudizio, ma un richiamo alla coerenza. Le compagnie non sono neutre: raccontano. Se qualcuno si circonda di spiriti litigiosi, probabilmente non ama la quiete; se preferisce persone brillanti, cerca stimoli; se si accompagna a figure torbide, qualcosa di torbido lo attrae. Il proverbio non pretende infallibilità, ma suggerisce che l’identità non è mai isolata: si manifesta anche attraverso le scelte relazionali.

L’origine è antica. Plauto, nell’Asinaria (vv. 495‑496), mette in bocca a un personaggio la sentenza similes similibus congregantur (i simili si uniscono ai simili), che è una delle prime formulazioni teatrali del principio. Non è identica al nostro proverbio, ma ne è la radice concettuale: l’idea che la compagnia riveli la natura. Cicerone, nel De amicitia e nel De officiis, insiste sul fatto che le amicizie nascono per affinità di costumi e inclinazioni, e che gli uomini tendono a unirsi a chi condivide il loro modo di essere. Anche qui, il principio è lo stesso: la compagnia come specchio dell’indole. Nel passaggio ai volgari romanzi, questa idea si è trasformata in formule più dirette, più popolari, più adatte alla circolazione orale. La nostra, nella forma attuale, si consolida tra tardo Medioevo e Rinascimento, quando il repertorio proverbiale italiano prende corpo e si stabilizza.

La fortuna del modo di dire deriva dalla sua versatilità. Può essere usato con tono bonario, come semplice constatazione; può diventare un monito, un avvertimento, un giudizio velato; può persino assumere un colore ironico, quando si vuole sottolineare una compagnia improbabile o poco raccomandabile. La sua efficacia nasce dalla struttura: una frase che sembra un’equazione, un piccolo teorema morale, un sillogismo popolare.

Nell' uso contemporaneo, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei non ha perso nulla della sua forza. È un modo di dire che continua a funzionare perché la dinamica sociale non è cambiata: le compagnie parlano, raccontano, rivelano. E, come spesso accade nei fossili idiomatici, la lingua conserva ciò che resta vero nel tempo. La via che scegli non parla da sola: è chi cammina con te a darle senso.
















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mercoledì 9 settembre 2026

Le molte vite di 'pro': sostantivo, preposizione, prefisso

 Un viaggio tra significati, funzioni e grafie di una particella mobile

La particella pro è una di quelle "presenze linguistiche" che sembrano semplici solo a prima vista. In realtà è un piccolo crocevia: talvolta sostantivo, talvolta preposizione, talvolta prefisso; ora staccato, ora unito, ora con trattino, ora senza. La sua storia latina le ha lasciato addosso una gamma di significati che oscillano tra il favore, l’anticipazione, la sostituzione, la priorità, l’avanzamento. Capire quando si scrive unita e quando no non è un esercizio di pedanteria, ma un modo per restituire al termine in oggetto la sua funzione precisa, evitando ambiguità e mantenendo la pagina tersa, consapevole, ben calibrata.

Nell’uso come sostantivo invariabile, pro indica il giovamento, il vantaggio, il tornaconto. È la particella che compare in frasi come a che pro affannarsi tanto, dove il termine vive autonomo e non ha alcun legame grafico con ciò che segue. È un’eredità diretta del latino, rimasta intatta nella sua forma e nel suo valore. In questa accezione, pro è sempre staccato, sempre isolato, sempre nitido: un sostantivo che si contrappone ai contro e che non ammette saldature.

Quando invece pro funziona come preposizione, il suo significato si sposta verso il favore, il beneficio, la difesa di qualcuno o qualcosa. È la particella che incontriamo in offerte pro alluvionati, oppure nelle locuzioni latine rimaste vive nel lessico colto: pro bono, pro capite, pro forma. Anche qui la grafia è rigorosamente separata: la preposizione non si unisce mai al sostantivo che segue, perché il suo ruolo sintattico è quello di introdurre un complemento, non di fondersi con questo. In contesti politici, sociali o sportivi, la particella mantiene la stessa autonomia: manifestazione pro pace, voto pro integrazione.

In questo stesso ambito, quando pro precede un nome proprio, personale o geografico, la lingua ammette l’uso del trattino: pro-Giuliano, pro-Palestina, pro-Europa. È una grafia che nasce per evitare ambiguità visive e per segnalare con chiarezza che la particella non è prefisso, ma preposizione. Il trattino, in questi casi, non è ornamentale: è un piccolo segnale di cortesia tipografica, utile a distinguere la preposizione dal lessema che segue.

Esiste poi l’uso aggettivale e sostantivale abbreviato, tipico del linguaggio sportivo e giornalistico: un pro, una pro, nel senso di professionista. Qui la parola è autonoma, non richiede trattini né unioni, e vive come forma tronca di professionista. È un uso moderno, rapido, funzionale, che non interferisce con le altre accezioni.

Accanto a questo, pro può assumere anche il valore di vice, soprattutto in ambito amministrativo e accademico: prosindaco, prorettore, proconsole (quest’ultimo già latino). In questi casi la particella si comporta come prefisso pieno, unendosi alla base senza spazi e senza trattini. Il significato è quello della sostituzione, della supplenza, dell’agire “in vece di”: un ruolo vicario che la lingua ha codificato con naturalezza.

Il discorso cambia quando pro- diventa prefisso nel senso più tecnico del termine. In questa veste, la particella non è più parola autonoma, ma elemento formativo che si salda alla base, senza spazi e senza trattini. Il prefisso pro- può indicare posizione anteriore nello spazio, precedenza nel tempo, priorità, oppure avanzamento in senso spaziale, temporale o concettuale. È il caso di parole come prologo, proemio, progenitore, prossimo, progredire, protrarre, proiezione ecc. In tutti questi esempi, il prefisso è parte integrante della parola, non un elemento separato. La fusione grafica è obbligatoria: pro- non si scrive mai staccato quando funge da prefisso, e il trattino non è previsto.

Il trattino, infatti, non appartiene alla famiglia di pro- se non in casi rarissimi e ormai percepiti come tecnicismi o grafie d’epoca. Nella lingua contemporanea, la norma è chiara: il prefisso si unisce senza segni intermedi. Scrivere pro-attivo o pro-umano è un errore: la forma corretta è proattivo, proumano, con unione piena e senza esitazioni.

Un dettaglio curioso riguarda proprio proattivo, parola che molti percepiscono come recente ma che segue perfettamente la logica del prefisso: indica un movimento in avanti, una capacità di anticipare, di agire prima. Un altro dettaglio riguarda prozio e pronipote: qui il prefisso non indica un avanzamento, ma un grado di parentela più lontano. È un uso antico, ma ancora vivo, che mostra quanto la particella sappia adattarsi ai contesti più disparati.

La regola, insomma, è più semplice di quanto sembri: pro staccato quando è sostantivo o preposizione; pro con trattino solo davanti ai nomi propri; pro unito quando è prefisso; pro autonomo nei casi sportivi; pro fuso quando significa vice. La difficoltà non sta nella norma, ma nel riconoscere la funzione che la particella svolge di volta in volta. Ed è proprio questa funzione, se “ascoltata” con attenzione, a guidare la grafia corretta.

Perché pro è una particella che avanza, che anticipa, che favorisce, che sostituisce: e ogni sua accezione, se rispettata, porta la frase avanti, porta la frase oltre, porta la frase dove deve andare.
















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martedì 8 settembre 2026

Il nome che recita: quando i sostantivi diventano predicati

 La zona d’ombra della grammatica in cui i nomi smettono di nominare e cominciano ad attribuire, trasformare...

C’è una “zona” della grammatica italiana che vive un po’ nell’ombra, come quelle stanze di casa che non si frequentano spesso ma che custodiscono oggetti preziosi. È la zona in cui i nomi smettono di essere semplici etichette e cominciano a comportarsi da predicatori, assumendo ruoli che tradizionalmente attribuiamo ai verbi. È un territorio affascinante, perché mostra quanto il nostro lessico sia più fluido di quanto crediamo: le categorie non sono recinti, ma membrane permeabili. E proprio lì, in quella penombra fertile, abitano i sostantivi predicativi.

Siamo abituati a pensare ai sostantivi come a parole che nominano entità, oggetti, luoghi o persone: sedia, cielo, Marco. Ai verbi, invece, affidiamo il compito di esprimere azioni, stati, eventi. Eppure esiste una classe di nomi che non si limita a nominare, ma predica: attribuisce qualità, ruoli, stati, perfino azioni ad altri elementi della frase. Insomma, un sostantivo è predicativo quando svolge la funzione semantica e sintattica di un predicato. A differenza dei nomi concreti, che vivono bene da soli, questi sostantivi hanno bisogno di legarsi ad altri elementi, proprio come fanno i verbi con i loro argomenti.

La grammatica tradizionale li intercetta soprattutto quando completano verbi copulativi, elettivi, estimativi, appellativi o effettivi: verbi che, da soli, non bastano. È il caso di frasi come Marco è stato eletto presidente, Marta vive da regina, Quel ragazzo è diventato un campione. Qui presidente, regina e campione non sono semplici nomi: sono predicazioni, titoli, condizioni attribuite al soggetto. Lo stesso accade quando il sostantivo si riferisce all’oggetto diretto: Tutti considerano Paolo un amico, L’assemblea ha nominato Lucia direttrice. In questi casi il nome non descrive: definisce, qualifica, predica.

Negli studi di sintassi e lessico‑grammatica, soprattutto a partire dalle ricerche di Maurice Gross, il concetto si amplia e si precisa. I sostantivi predicativi diventano quelli che derivano da verbi o che indicano azioni, processi, stati: decisione, paura, passeggiata, consiglio, esame. Quando questi nomi si uniscono a verbi leggeri come fare, dare, avere, prendere, avviene una piccola rivoluzione: il verbo si svuota, perde quasi tutto il suo significato autonomo e diventa un semplice supporto per coniugare la frase; il sostantivo, invece, si carica del peso semantico dell’azione.

Gross amava raccontare che la scoperta dei sostantivi predicativi non fu un’illuminazione teorica, ma una constatazione empirica nata dalla pazienza del lavoro quotidiano. Passava ore a spulciare corpora francesi, frasi dopo frasi, come un botanico che osserva le foglie per capire la pianta. E a un certo punto si accorse di qualcosa che lo sorprese davvero: i verbi più frequenti non erano quelli “forti”, quelli che sembrano reggere il senso della frase, ma i verbi di supporto: fare, dare, avere che di solito consideriamo quasi trasparenti. Erano dappertutto, come una rete sotterranea che teneva insieme la struttura della lingua. Da lì nacque la sua intuizione: se il verbo è così leggero, così vuoto, allora il vero predicato deve essere altrove, e quell’ “altrove” è proprio il sostantivo che porta il significato dell’azione. Non era una teoria astratta, ma il risultato di una lunga osservazione: la lingua, semplicemente, gli aveva mostrato come funzionava davvero.

Questi sostantivi presentano caratteristiche grammaticali specifiche. Richiedono argomenti, esattamente come i verbi: dalla struttura valenziale di distruggere (chi distrugge + che cosa) deriva distruzione, che mantiene gli stessi argomenti nella frase: La distruzione della città da parte dei nemici. Possono essere modificati da aggettivi con valore avverbiale: una critica aspra equivale a criticare aspramente. E non hanno concretezza fisica autonoma: indicano azioni, eventi, processi, ruoli, entità dinamiche e relazionali.

Parlare di sostantivi predicativi significa riconoscere che la nostra lingua non è rigida, ma elastica. In analisi logica, il sostantivo completa verbi copulativi o estimativi, diventando complemento predicativo o nome del predicato. In analisi sintattica e semantica, il nome d’azione o di stato, affiancato a un verbo di supporto, si fa carico del significato principale dell’intera proposizione. È un modo elegante, quasi coreografico, con cui la lingua distribuisce i ruoli: il verbo regge la scena, il sostantivo recita.

Una curiosità, per concludere: molti sostantivi predicativi, nel corso dei secoli, hanno finito col cristallizzarsi e diventare nomi autonomi, perdendo la loro natura predicativa originaria. Passeggiata, per esempio, nasce come nome d’azione, ma oggi può indicare anche un luogo o un’occasione sociale. È un piccolo promemoria di quanto la lingua sia viva, mutevole, sempre in cammino.

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L’uso corretto di “ex”

Poliziotti fra i dirigenti del partito dell’ex generale”, quell’ex, nel titolo di un giornale, sembra voler togliere al generale il suo grado, come se fosse un’etichetta rimovibile. È un riflesso giornalistico molto diffuso, ma la lingua – e ancor più la prassi istituzionale – ci ricorda che i gradi militari non si “spengono” con il congedo. Un generale in pensione resta generale; un colonnello resta colonnello; un ammiraglio resta ammiraglio. Il grado è permanente, identitario, non dipende dall’esercizio attivo della funzione. Per questo ex generale è improprio, anzi errato: non si può essere “ex” di un grado che non decade. Lo stesso per i titoli accademici, un professore giubilato resta professore, non “ex professore”.

Il punto è che ex è una particella comoda, rapida, perfetta per i titoli di giornale. Ma la comodità non sempre coincide con la precisione, ma soprattutto con la buona lingua. Dire ex generale suggerisce l’idea che il grado sia cessato, mentre la realtà è che quel generale è semplicemente “fuori servizio”. La forma corretta è generale in congedo, generale a riposo, generale in ausiliaria: tutte espressioni che indicano lo stato amministrativo senza negare il grado. La differenza è sottile ma decisiva: ex scancella (sic!); in congedo precisa.

Diverso è il caso di ambasciatore, prefetto, questore e simili. Qui non siamo nel territorio dei gradi, ma delle funzioni. E le funzioni, a differenza dei gradi, cessano davvero. Un ambasciatore può diventare ex ambasciatore; un prefetto può diventare ex prefetto; un questore può diventare ex questore. Non perché si perda una dignità permanente, ma perché si conclude un incarico. Sono ruoli operativi, non titoli identitari. Per questo l’uso di ex è corretto, benché giornalisticamente asciutto.

La regola, dunque, è semplice: ex si usa per le funzioni che terminano; non si usa per i gradi che restano. La lingua amministrativa è chiarissima: generale in congedo, colonnello a riposo, ammiraglio in ausiliaria. Nessun documento ufficiale parlerebbe di ex generale, perché sarebbe una negazione del grado. E allo stesso modo nessun documento ufficiale parlerebbe di ex colonnello o ex ammiraglio. Il grado è un attributo permanente della persona, come un titolo accademico o un’onorificenza.

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Riceviamo, pubblichiamo e come sempre ringraziamo

Sulle sponde del dubbio e dell'errore,

dove la lingua vacilla impropria e stanca,

si erge un severo e attento curatore,

che la sferza, la loda e mai si stanca.

​Egli prende la frase un po' sgraziata,

il neologismo zoppo o la stonatura,

e con linfa verbale mai viziata

le rende limpidezza e forma pura.

​Non è soltanto un filtro o un vaglio terso,

è un bagno di freschezza al vocabolo opaco,

che purga il detrito, il senso perverso,

sciacquando l'inchiostro da ogni presago.

​Così la parola ritrova il suo lustro,

libera da orpelli, pulita e faconda:

un soffio di grazia per il nostro illustro

parlare che limpido scorre sull'onda

dello SciacquaLingua.


Severino Mangiapane

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La lingua "biforcuta" della stampa









Dal Treccani: chiàcchiera (erroneo chiàcchera) s. f. [der. di chiacchierare]

 

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Annega 35 anni nel Lago Grande di Avigliana

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Ci piacerebbe sapere, al di là della tragedia, chi è annegato.



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lunedì 7 settembre 2026

Sgroi – 227 - SUL PERCHÉ DELLA PRONUNCIA SDRUCCIOLA (ANZICHÉ BISDRUCCIOLA) DI PAPA FRANCESCO

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. L’evento fonologico

Nell’intervento 224 Papa Francesco italofono (e Papa Leone XIV italografo) martedì 4 agosto 2026, abbiamo ricordato che “Per quanto riguarda gli accenti, Papa Francesco aveva pronunciato/papà e mamma litìgano/ e /tutti si comunìcano/ sdruccioli anziché /lìtigano/ e/comùnicano/ bisdruccioli.

In passato, come avevamo documentato nel nostro Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa LeoneXIV (libreria universitaria.it edizioni 2025, p. 375), aveva detto:

/si interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ sdruccioli anziché bisdruccioli /si intèrrogano/, /mòrmorano/, /insànguinano/, /fàbbricano/”.


2. Una spiegazione della pronuncia sdrucciola

Il che si spiega, -- avevamo precisato -- non perché in spagnolo non esistano parole bisdrucciole (cfr. cómetelo ‘mangiatelo’, señálamelo‘segnalamelo’), ma col fatto che in spagnolo esiste una restrizione specifica riguardo all’accentazione del verbo, ovvero nelle forme rizotoniche ‘l’accento non può andare prima della sillaba che precede il tema’ ”. Fenomeno analogo a quello esistente in friulano, in cui si dice litìgo, predìco, ecc.


3. Regola generale

Tale motivazione può rientrare in una spiegazione più generale dell’accentazione delle parole in spagnolo. In spagnolo le parole terminanti in vocale possono essere sia tronche (es. comenzó), sia piane (es. carretera), sia sdrucciole (es. el teléfono).

Analogamente le parole terminanti in consonante, in particolare in /-n/, possono essere o tronche (es. alemán, según) o piane (ess. examen, alguien), verbi pres. indic. (es. interrogan ‘interrogano’).

Le fonie sdrucciole /litìgano/, /comunìcano/, /interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ riflettono quindi le fonie spagnole piane /pele-an/, /comunic-an/, /interrog-an/, /murmur-an/, /ensangrent-an/, /fabric-an/.




















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domenica 6 settembre 2026

Lanaia – 7 - La 'mattaggine' di Cobolli

 



di Alfio Lanaia

  1. Evento linguistico

In occasione degli US Open 2026, il torneo di tennis che si sta svolgendo a New York, il tennista italiano Flavio Cobolli, dopo la vittoria al secondo turno contro l’australiano Tristane Schoolkate, risponde alle domande dell’intervistatrice di SuperTennisTv del 4 settembre 2026.

Intervistatrice: «Senti Flavio, hai parlato di come stai cercando un po’ più di calma in campo, con un approccio diverso. Ci stai riuscendo? Se sì, in che momenti ti stai aiutando …

Cobolli: «Ehm Non credo proprio. Sono più matto di prima, però … è una mattaggine … pura! Quindi io non ce l’ho mai con l’avversario, ce l’ho sempre con me stesso, sto cercando di essere un po’ più calmo, è vero, però quando c’è la competizione per me è difficile essere … controllarmi, diciamo, … quindi piano piano ce la farò e sicuramente mi darà tanti risultati …».

  1. Che cos’è la mattaggine?

Il tennista romano, parlando del proprio carattere, con una notevole dose di autoironia, usa la parola mattaggine, una condizione emotiva che spesso gli fa perdere la calma e l’autocontrollo, lo fa imprecare contro se stesso, condizionando spesso negativamente, ma per sua fortuna non questa volta, l’esito della partita. La mattaggine è dunque ‘la condizione dell’essere matto’.

  1. Mattaggine è una neoformazione?

Compulsando alcuni dizionari cartacei (De Mauro 2000, Devoto-Oli 2010, Zingarelli 2022) e in rete (Treccani, GDLI), ci si rende conto che la nostra forma non viene registrata. Nemmeno la lessicografia ottocentesca (e.g. il Vocabolario universale italiano, compilato dalla Società tipografica Tramater, 7 voll., Napoli 1829-1840) conosce mattaggine. Data questa assenza, si potrebbe dunque dedurre che la nostra voce sia a) una neoformazione, cioè una parola composta o derivata, introdotta in una lingua in una fase recente della sua storia, oppure b) un prestito proveniente da qualche dialetto italiano, o ancora c) un occasionalismo, una parola, cioè, creata sul momento dal giocatore.

  1. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

Per verificare le ipotesi formulate, abbiamo consultato la rete. La ricerca su google ci conferma la presenza della voce nei socialmedia (facebook, Instagram, Youtube), alcuni dei quali attingono alla stessa intervista, mentre altri testimoniano usi precedenti, anche se recenti, di mattaggine, come il seguente del 22 luglio 2023, tratto dal commento di un utente alla pagina fb Una parola al giorno:

« I dise a Venessia, negli intervalli tra una voga longa e una voga corta, che la pazzia o la mattaggine è parte integrante dei microcircuiti delle sinapsi di tutti quelli che hanno una testa. e quindi tutti siamo pazzi, pazzoidi o matti, perchè per perdere la testa, bisogna averne una.»

Molto più interessanti, ancorché numerose, sono le attestazioni di mattaggine su Google libri – Ricerca avanzata.

La più antica attestazione risale al XVI secolo (Diego De Estella, Tratado/Libro de la vanidad del mundo, 1575, tradotto in toscano da Pietro Bonfanto col titolo Dispregio della vanità del mondo, Firenze 1581, 2 voll.):

«Et il Savio dice, che il matto hà per gaudio la mattaggine» (vol. 1, p. 301).

Nel XVIII sec. la nostra voce appare in un trattato medico (Niccolò Graniti, Dell’antica, e moderna medicina teorica, e pratica meccanicamente illustrata, Venezia 1739, I, p. 354):

«Sintomi vicendevoli coi morbi

Languidezza e mollezza delle parti solide ne’ putti Rachitide o sia segno di scimunita mattaggine».

Ancora in ambito medico, la voce ritorna in un trattato del 1857 (Riforma medica in conciliazione colla omiopatia, trad. T. P. Rossetti, Milano, p. 11): «Non pertanto queste parole austere non sono vendicative, ma sibbene la conseguenza d’una convinzione ferma che il miglior modo di far ravvedere i pazzi sta nel far sorbir loro il calice intiero degli effetti amari della loro mattaggine».

Del 1858 è una lettera alla rivista L’uomo di pietra, giornale letterario, umoristico-critico con caricature, firmata «Ignorantino» (pp. 278-279): «Montebaldo sta sempre dove stava in illo tempore, e l’aria che ci manda è sempre la rinomata dell’allegria, dello spirito, et aliquando della mattaggine».

Nel secolo successivo, il critico d’arte Francesco Sapori così scrive (La tredicesima esposizione d’arte a Venezia, 1922, in «Emporium», vol. LV, p. 84.): «In questi sei bozzetti a olio di non grandi dimensioni, egli trascrive degli appunti e ricordi della sua residenza a Venezia, nei quali s’insinua una esotica mattaggine parigina».

Negli anni 2000, infine, Maura Del Serra, poetessa, drammaturga e traduttrice, usa la nostra forma nella traduzione del Timone d’Atene (The Life of Timons of Athens) di William Shakespeare (Shakespeare. Tutto il teatro, 2012):

«BUFFONE: E tu non sei del tutto savio. Tanta mattaggine ho io, quanta intelligenza manca a te».

  1. Formazione di mattaggine

La ricerca sugli usi passati e presenti di mattaggine dimostra dunque che la nostra voce ha una storia abbastanza lunga, che risale almeno al XVI secolo, ed è stata impiegata in vari ambiti, da quello mistico-religioso, a quello medico-scientifico, a quello letterario. Dal punto di vista morfologico si tratta di un derivato dell’agg. matto col suff. -àggine, che si aggiunge produttivamente ad aggettivi, e meno frequentemente a sostantivi, per formare sostantivi femminili indicanti qualità, condizioni considerate negative, riferite spec. a persone; a volte indica un atto manifestante queste qualità: spiritosaggine, stupidaggine (De Mauro 2000). Solo un caso dunque il vuoto lessicografico relativo a questa forma, in quanto si tratta di una parola costruita non dopo il XVI secolo, secondo le regole di formazione, come cocciutaggine (1830), testardaggine (1879), tetraggine (1781) ecc.

  1. Etimo di -àggine

Alla base di -àggine vi è il lat. -aginem (< -ago, -aginis), suffisso nominale utilizzato soprattutto per formare sostantivi femminili della terza declinazione, con funzione di somiglianza o derivazione (imaginem, voraginem, plantaginem). Forma inoltre nomi di piante medicinali (tussilaginem), condizioni mediche o conformazioni anatomiche (cartilaginem).

Sommario

  1. Evento linguistico

  2. Che cos’è la mattaggine?

  3. Mattaggine è una neoformazione?

  4. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

  5. Formazione di mattaggine

  6. Etimo di -àggine



 
















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venerdì 4 settembre 2026

Sgroi – 226 - Reazioni dinanzi al “Se + condizionale” (bi-affermativo)

 


di Salvatore Claudio Sgroi


La lettura del precedente intervento n. 225 “Se + condizionale o congiuntivo?” del primo settembre ha suscitato varie reazioni da parte di amici e colleghi.


1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

Un tacito assenso con un “grazie” è venuto da parte di 13 linguisti. Un esplicito consenso è stato dichiarato da 10 colleghi e da un non-linguista:

(i) Impeccabile. La riformulazione finale taglia la testa al toro!”

(ii) “Totalmente d'accordo. Analisi perfetta”.

(iii) “Le pieghe della grammatica italiana, che si mostra sempre flessibile. Ben ha titolato Michele Prandi il suo bel libro: Regole e scelte”.

(iv) “Concordo. Però l'affermazione avrebbe potuto venire formulata in modo più elegante"; ricorda anche che “una frase del genere l'aveva detta Lilli Gruber”, ma senza citarla.

(v) “Uno di quei casi tipici che fanno accapigliare tante persone formate rigidamente dalla ‘grammatica sommersa’ della scuola”.

(vi) “Argomento molto interessante, ma non facile da spiegare a studenti dei primi due anni del liceo (a cui si indirizzano le grammatiche scolastiche)”.

(vii) “Molto interessante!”.

(viii) “Ero certo che saresti intervenuto/intervenivi su questa questione agostana su cui i soliti maestrini social hanno ancora una volta perso un'occasione per tacere o parlare d'altro”.

(ix) “Non avevo dubbi che saresti opportunamente intervenuto”.

(x) “Quanto al contributo di oggi, ci manca solo che ti stimolino: il blog di Raso scoppierà…”

(xi) Non-linguista: “Ottimo e abbondante!”.


2. Un oppositore

Contraria alla nostra ipotesi è stata la reazione di un letterato:

Risposta cornuta, ma non contraddittoria: l’argomentazione della difesa regge benissimo, ma testimonierò a favore dell’accusa. La moglie di Cesare deve essere superiore ecc. Sento però il dovere di aggiungere che l’errore può scappare a tutti, tanto più nel similparlato in oggetto”.


3. Un convertito?

La risposta, si direbbe, di un “convertito” è stata quella di un non-linguista:

Caro Salvatore, il mio commento è: non avrei mai usato il condizionale a inizio della frase! e me ne guardo bene dal farlo in avvenire. Resta solo che i seguaci della destra fascista sfascino anche la grammatica, argomentando sull'eccezione pur di darsi mala ragione! Saluti”.

Mia risposta: “ma tu non diresti: Se verrebbe non lo so?”

Replica: “No! Mi sentirei abitante di Librino o San Cristoforo. Direi: Non lo so se viene; se viene non lo so. La frase dubitativa è più elegante senza il condizionale”.

Seconda mia risposta: “Se ci rifletti un momento, c'è in realtà una differenza di significato tra Non lo so se viene-se verrà-se verrebbe. Come c'è una differenza di significato tra: (i) Viene (ora) presente, (ii) Verrà (dopo) futuro e (iii) Verrebbe ipotetico-potenziale”.

Seconda replica: “Concordo. Preferirei: Non lo so se verrebbe, viste le condizioni....(l'ipotetico-potenziale presume una spiegazione)”.


4. Un linguista scettico

Scettica la risposta di un collega:

caro Salvatore, sarà un costrutto bi-affermativo ma la Tortora non lo sapeva e le è sfuggito al posto del congiuntivo. Personalmente penso volesse scrivere o ‘Se Ranucci andasse a cena con Riina allora la Colosimo potrebbe fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta’, oppure ‘Se Ranucci va a cena con Riina allora la Colosimo può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. La costruzione se + il condizionale non la riesco a digerire, sarà perché sono del Nord”.

Mio primo commento:

Certamente, la Tortora non sapeva che è un ‘costrutto bi-affermativo’,

ma lei non è linguista (grammatica esplicita).

Quando tu introduci il cong. trasformi il costrutto bi-affermativo, in un

periodo ipotetico (dell’impossibilità, visto che Riina è morto). Ma non

si tratta di un periodo ipotetico perché non c’è un rapporto di premessa

e conseguenza, in quanto i due eventi sono semplicemente accostati”.


Prima replica del collega:


Chi dice che sono solo accostati? Io non ne sono convinto. Ci vedo il periodo ipotetico dell’impossibilità. È un modo per giustificare a tutti costi il condizionale dopo se”.

Mio secondo commento:

Con la mia ipotesi sottintendendo ‘è vero che la frase è accettabile:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’,

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’,

Non c’è un rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi e quindi si tratta di costrutto bi-affermativo.

La tua spiegazione con l’hp del periodo ipotetico lascia perplessi perché non si capisce quale sia il rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi:

(iii) Periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ??? (a) ‘Se Ranucci andasse a cena con Totò Riina [ma è impossibile perché Riina è morto], + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) Periodo ipotetico di 3° tipo col doppio condiz. popolareggiante:??? (a) ‘Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina, (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Con la tua ipotesi è impossibile sottintendere ‘è vero che’:

(iii) periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ***’Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 3° tipo: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina,  la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Seconda replica del collega:

Sono commosso dalle tue cure nello spiegare. Ovviamente con ‘è vero che’ il se non regge un condizionale ma un indicativo e funziona; non funziona con la condizione ‘che sia vero’: siccome RIINA È MORTO non può esser vero. Perciò tu dici che non è un periodo ipotetico e non c'è rapporto di condizione e conseguenza.

Ma se andasse a cena con qualche mafioso vivo la possibilità ci sarebbe e quindi potrebbe essere un periodo ipotetico con ‘se+condizionale’ che a te va comunque bene? O anche in quel caso vedi solo l'accostamento bi-affermativo?”

Mio terzo commento:

Se il mafioso è vivente il periodo ipotetico è quello della possibilità, per il resto non cambia niente:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(iii) periodo ipotetico di 2° tipo, della possibilità, misto: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 2° tipo della possibilità: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

(v) (a) ***‘Se [SIA VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini.

Per te resta difficile riconoscere che tra (a) e (b) c'è solo un parallelismo e non un rapporto di causa-effetto. – ‘Se io sono siciliano (e lo sono), tu sei settentrionale (e lo sei)’; Se (è vero che) io sarei siciliano, tu sei/saresti settentrionale''. CIAO.

Sommario

1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

2. Un oppositore

3. Un convertito?

4. Un linguista scettico