Storia discreta dei verbi che sfiorano il tabù
Nella storia dei cosiddetti verbi pudendi - quei verbi che, pur innocenti, portano con sé un’ombra di imbarazzo sociale - circola un’idea affascinante: che la locuzione sia stata usata da Giacomo Devoto nelle sue lezioni universitarie. Non esistono attestazioni scritte che lo confermino, ma si racconta che Devoto, con la sua ironia asciutta, amasse indicare così quei verbi che “non fanno arrossire la lingua, ma il parlante”. È una tradizione orale, non una prova filologica: un ricordo che passa di generazione in generazione tra studenti e studiosi, più vicino al folclore accademico che alla documentazione.
Il nome stesso della categoria spiega molto: pudendi deriva dal latino pudendus, participio di pudēre, “provare vergogna”, e significa letteralmente “ciò di cui ci si deve vergognare”. Naturalmente, nessuno di questi verbi è davvero vergognoso: ciò che arrossisce non è la parola, ma il contesto culturale che la circonda. Il termine è dunque ironico, quasi giocoso, e descrive perfettamente quella zona semantica in cui il significato letterale convive con un sottotesto che il parlante percepisce anche quando finge di ignorarlo.
Questa incertezza sul coniatore della locuzione non sorprende: l’argomento dei verbi pudendi, infatti, non compare nella maggior parte dei testi di linguistica generale, né nei manuali storici né nelle grammatiche normative. È un tema laterale, quasi clandestino, che vive soprattutto nella pratica didattica, nelle lezioni vive, nelle osservazioni di chi studia la lingua non solo come sistema, ma come comportamento sociale. Proprio per questo la categoria è sfuggente: non è codificata, non è canonica, eppure è immediatamente riconoscibile da chiunque abbia orecchio per le sfumature.
La storia dei verbi pudendi è una storia di scivolamenti semantici. Scopare, per secoli verbo domestico, diventa nel Novecento un eufemismo erotico e costringe il parlante a preferire spazzare per evitare ambiguità. Venire, verbo neutro e antichissimo, assume nel parlato un valore allusivo che nessun dizionario attesta ma tutti percepiscono. Penetrare, un tempo solenne, oggi è quasi impronunciabile senza un sorriso involontario. Maneggiare conserva un retrogusto corporeo che affiora in certe costruzioni. Sbattere oscilla tra fisicità e brutalità, e proprio questa oscillazione lo rende predisposto al doppio registro.
Accanto a questi casi più noti, la tradizione orale e l’uso vivo della lingua includono altri verbi che, pur innocenti, sembrano portare con sé un piccolo brivido semantico. Entrare è un verbo assolutamente neutro, ma in certe costruzioni - “entrare dentro”, “entrare piano”, “entrare di colpo” - può assumere un’ombra allusiva che il parlante percepisce immediatamente. Simile è il destino di infilare, che nasce come verbo pratico, manuale, quotidiano, e che tuttavia, in alcune frasi, sembra caricare il discorso di un sottotesto corporeo. Ficcare, già nel Settecento, compare con un valore allusivo e oggi oscilla tra il registro familiare e quello scherzoso. Spingere, in costruzioni come “spingere troppo” o “spingere dentro”, può assumere un tono ambiguo pur restando formalmente innocente. Allargare è un verbo che la sensibilità contemporanea percepisce come potenzialmente pudendo, complice l’uso metaforico di alcune espressioni idiomatiche. Tirare, infine, vive di polisemia: tirare una corda, tirare un pugno, tirare tardi; ma nel parlato giovanile ha assunto anche valori allusivi, e questa stratificazione lo rende un verbo pudendo intermittente, che cambia temperatura a seconda dell’età, del contesto, della regione.
Secondo un ricordo circolante tra gli studenti di Devoto, durante una lezione qualcuno gli chiese perché certi verbi “facessero ridere anche quando non vogliono”. Il professore avrebbe risposto che la lingua non è mai del tutto neutra: è il parlante che le porta dentro cultura, convenzioni e tabù. È un aneddoto non verificabile, ma perfettamente coerente con la sua visione della lingua come organismo vivo, sociale, imprevedibile.
E forse è proprio questa la chiave: i verbi pudendi non sono una categoria grammaticale, ma una categoria culturale. Non appartengono ai manuali, ma alla sensibilità collettiva. Sono specchi discreti di ciò che una comunità considera delicato, di ciò che preferisce alludere anziché dire, di ciò che affida al sorriso invece che alla dichiarazione esplicita. Le parole non hanno vergogna: la prendono in prestito da noi.
