Dove “concedere” lascia andare… e “accordare” mette
d’accordo i cuori
Nell'immenso Bosco delle Parole (e dei verbi ribelli), dove ogni vocabolo cresceva come un albero con
radici profonde e rami sonori, viveva la giovane volpe Lina. Era
curiosa, vivace e sempre desiderosa di capire come funzionassero le
parole, perché sapeva che nel bosco nulla era più potente del
linguaggio.Un giorno decise di andare dal Gufo Saggio, il custode delle
etimologie, per ottenere alcuni favori utili ai suoi studi. Arrivò
davanti alla grande quercia dove il Gufo abitava e disse con voce
rispettosa:
«Maestro Gufo, vorrei che tu mi concedessi il permesso di entrare
nella Biblioteca Segreta.»
Il Gufo la fissò con i suoi occhi dorati, che sembravano
contenere secoli di significati.
«Il permesso posso concederlo, piccola volpe, se prometti di
rispettare i libri e il silenzio.»
Lina annuì con entusiasmo, ma subito aggiunse:
«E già che ci siamo… potresti anche accordarmi un premio per
la mia buona volontà?»
Il Gufo rise piano, come il fruscio di una pagina voltata con
delicatezza.
«Ha!, Lina, qui confondi due parole, o meglio due verbi, che hanno
radici molto diverse. E le radici, come sai, parlano sempre.»
La volpe si sedette, pronta ad ascoltare. Ma prima che il Gufo
iniziasse la sua lezione, Lina si ricordò di un episodio curioso.
«Maestro,» disse, «forse è per questo che mi confondo. Una
volta mi sono persa vicino all’Albero dei Sinonimi Smarriti. Ogni
foglia portava una parola diversa, ma alcune sembravano quasi
identiche. Io ne presi una che diceva “donare” e
un’altra che diceva “elargire”, convinta che fossero
la stessa cosa. Ma quando le misi insieme nello zaino, iniziarono a
litigare!»
Il Gufo rise con un frullo di piume.
«È normale, piccolina. I sinonimi non sono mai gemelli perfetti.
Ciascun termine ha una sfumatura, un colore, un’ombra diversa, insomma una sua personalità. Per questo
nel Bosco li teniamo su rami separati: per ricordare loro che
assomigliarsi non significa essere identici.»
Lina sorrise, un po’ imbarazzata ma anche sollevata.
Il Gufo allora riprese:
«Concedere viene dal latino con‑cedĕre, che
significava “cedere insieme”, “lasciar andare”, “permettere”.
È un verbo che ha ‘dentro’ l’idea di un’autorità che lascia
accadere qualcosa: un permesso, un favore, un dono, perfino un punto
in una discussione.
«Quando io ti concedo l’ingresso alla Biblioteca,» disse il
Gufo, «ti sto dando l'autorizzazione ad accedere. È un atto che dipende dalla mia
volontà.»
Poi parlò di accordare.
«Questo verbo viene da ad‑cor‑dare, che
significa letteralmente “dare al cuore”, “mettere in armonia”.
È un verbo che parla di intese, di armonia, di decisione ponderata.
Si usa quando si riconosce qualcosa in modo formale, o quando si
mettono insieme strumenti musicali che devono suonare bene.»
E indicò un liutaio che, poco lontano, stava sistemando un
violino.
«Vedi? Lui accorda lo strumento, perché lo rende armonioso. E
quando due animali litigano e io li aiuto a trovare un’intesa,
allora accordo le loro posizioni.»
Lina rifletté, movendo lentamente la coda.
«Quindi un premio non si accorda?»
«No, cara Lina. Un premio si concede, perché è un dono, non
un’armonia da creare.»
«E un permesso?»
«Si concede, perché è qualcosa che io lascio fare.»
«E un finanziamento?»
«Si può concedere o accordare, ma accordare suona più
formale, più amministrativo, più vicino all’idea di una decisione
presa con giudizio.»
La volpe sorrise, finalmente illuminata.
«Ora capisco: concedere è lasciare andare qualcosa
verso qualcuno; accordare è far sì che le cose vadano
d’accordo, o riconoscere qualcosa con equilibrio e ponderazione.»
Il Gufo annuì, soddisfatto di aver chiarito la questione.
«Ricorda, piccola volpe: ciò che nasce da un permesso, da un
favore, da un atto di generosità, si concede. Ciò che nasce da un
accordo, da un giudizio ponderato, da un’armonia, si accorda. Le
parole non sono mai identiche, anche quando sembrano vicine: ciascuna
ha un cuore diverso, e quel cuore è la sua etimologia.»
Lina ringraziò sentitamente e, mentre si allontanava tra gli
alberi, ripeteva tra sé e sé:
«Il cuore delle parole è nelle loro radici… e chi ascolta le
radici non sbaglia mai.»
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La lingua
“biforcuta” della stampa
Meloni: “Non
entriamo in guerra, strabismo del Pd sulle bombe Usa”. Le
opposizioni: “È succube di Trump, chiarisca posizione dell'Italia”
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In buona lingua
italiana: succuba (non succube). Il perché qui.
(Non è un libro in vendita)