domenica 5 aprile 2020

Il maresciallo e il mascalzone


Se il maresciallo sapesse che anticamente la sua funzione non era affatto quella di comandante (di una stazione dei carabinieri, per esempio) bensì di sguattero addetto alla manutenzione dei cavalli, farebbe fuoco e fiamme per costringere chi di dovere a mutare il nome (si fa per dire) del grado tanto sospirato. Bando agli scherzi.
 Vediamo come il vocabolo si è nobilitato nel corso dei secoli fino a raggiungere o, per meglio dire, acquisire l’accezione attuale: il più alto grado nella gerarchia dei sottufficiali; quindi il militare che è insignito di tale grado.
Il termine, innanzi tutto, pur provenendo dal tardo latino
mariscalcus, si rifà a un’antichissima parola teutonica: marhskalk. «Marhskalk! Chi era costui?» per dirla alla Manzoni. Nient’altro che uno sguattero, un servo (shalk) addetto ai cavalli (marh), insomma l’inserviente della stalla.
   Da questo antichissimo termine i linguisti medievali coniarono il vocabolo
mariscalcus (da cui l’italiano antico mariscalco) che nel corso dei secoli dovette sottostare a molteplici alterazioni di forma: marescalco, maniscalco, maliscalco e perfino quella sincopata di mascalco.
   A questo punto era necessario creare un termine che indicasse — accanto a quello di colui che aveva la cura dei cavalli — la funzione del marescalco; si ebbe, così, la mariscalcìa, marescalcìa, maliscalcìa, maniscalìa e la forma sincopata mascalcìa.

Quest’ultima parola è la sola arrivata fino a noi e rimasta nell’uso per indicare l’arte del maniscalco, oltre, naturalmente, al termine — ormai consolidato — maniscalco (colui che ferra i cavalli). 
   Entriamo ora nella storia per vedere come il termine maresciallo si è evoluto e, quindi, nobilitato.
Sappiamo tutti che nei tempi andati il principe, il signorotto, possedeva una grossissima scuderia la cui manutenzione richiedeva una non comune perizia e non poche responsabilità. Il titolo di marshalk, per tanto, salì di grado: prima fu attribuito al capo degli stallieri e infine, addirittura, al capo, al responsabile delle scuderie reali e imperiali, che era un altissimo ufficiale. La fortuna del servo addetto ai cavalli era, ormai, all’apogeo.
   Il vocabolo, infatti, approdò alla corte francese trasformandosi in maréchal: lì si cominciò a insignire del titolo di maréchal il comandante della cavalleria e poi quello di tutto  l'esercito, di cui la cavalleria era la parte più importante, piú nobile. Il nostro maresciallo, quindi, sotto il profilo etimologico è l’adattamento del francese maréchal.
   Tradiremmo gli amatori della  lingua, però, se non mettessimo in evidenza un altro ramo della famiglia del maresciallo rimasto un umile ferratore di cavalli: il maniscalco. Quest’ultimo ha avuto dei discendenti poveri se non, addirittura, disgraziati.
   Il vocabolo, infatti, si cominciò ad affibbiare a qualunque persona rozza e volgare («sei proprio un maniscalco!») poi, pian piano, ai masnadieri, ai delinquenti e agli assassini di strada; a tutti coloro, insomma, che non rispettavano le leggi. Nacquero, così, gli accrescitivi sempre più spregiativi: maliscalcione, maniscalcione e la solita forma  sincopata mascalcione per arrivare, finalmente, all’odierno mascalzone.
Sotto il profilo etimologico quindi  — e sia ben chiaro — tra l’ultimo dei mascalzoni e il primo dei marescialli non c’è differenza alcuna.


***

La parola proposta da questo portale: formidoloso. Aggettivo tratto dal latino "formidolosus", da "formido, formidinis", timore, paura: che mette paura.



***

Il Coronavirus "attacca" anche la lingua


Corviale, negli ascensori messaggio biligue e fazzoletti per tutti.

(Da un quotidiano in rete)



sabato 4 aprile 2020

Sgroi - 52 - Anglicismi à gogo a ridosso del coronavirus: 1. LOCKDOWN, ecc.


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Anglicismi a iosa
Una conseguenza del coronavirus (anglo-latinismo) è, si potrebbe dire, la cascata di anglicismi "integrali" (o impressionisticamente "crudi"), -- neo-anglicismi o loro rilancio -- come lockdown, stay home, compound, clic-day, contactless, war room, smart working, exit, out of sync, ecc..
Una ulteriore preoccupazione per i neo-puristi, che dietro la nozione di una "fedeltà linguistica" che rasenta l'autarchia linguistica, misconoscono l'enorme prestigio esercitato dall'inglese / angloamericano sulle lingue del mondo, invece di adottare un sereno punto di vista storico-evolutivo, quando non si aggrappano a nozioni quali "l'inquinamento, la corruzione della lingua", del tutto impertinenti e privi di una qualche consistenza scientifica. Ne analizziamo qui qualcuno.

2. Lockdown nella stampa
L'anglicismo comincia a (ri)affiorare, si direbbe, nel febbraio 2020, e appare in non pochi ess. giornalistici on line, adoperato senza alcun esplicito chiarimento del significato, dato per noto, e affidato se capita al contesto:

(i) Christian Rocca: "Società contactless. Idee su come uscire dalla quarantena (con l'esempio di Amadeo Giannini). La corona economy sarà una rivoluzione epocale, ma a un mese dal primo lockdown nessuno si è ancora posto il problema. Bisognerebbe ispirarsi a un grande italiano sconosciuto agli Italiani, il fondatore della Bank of America" (Linkiesta.it, martedì, 31 marzo 2020).
(ii) Gaia De Scalzi: "Dopo il lockdown / Siamo sicuri di tornare alla vita come prima?";
"Sarà davvero bello come abbiamo immaginato tante volte durante questa quarantena o sarà un vero incubo? Siamo sicuri che prima ci abbracciavamo così tanto?" (ibid.).
Il termine appare quasi quotidianamente e per lo piú corsivato in "Il Fatto Quotidiano", per es.:
(i) Roberto Rotunno: "se le imprese riuscissero – malgrado il lockdown – a impiegare dipendenti non a norma, avrebbero meno possibilità di essere stanate" (3,7 milioni costretti al nero E non si fanno più i controlli, 26 marzo 2020, p. 11).
(ii) Patrizia De Rubertis: "Le misure adottate dal governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus si fanno sempre più stringenti e, anche se l’Italia è già in lockdown, l’intesa raggiunta ieri pomeriggio dai ministri Gualtieri e Patuanelli con tutti i sindacati dimostra quanto ancora si possa e si debba continuare a chiudere e a restringere l’elenco delle attività essenziali per la sicurezza di tutti i lavoratori coinvolti" (26 marzo 2020, p. 12).
 (iii) Virginia della Sala: " Un raggruppamento che per il momento non ha vincitori, ma che tornerà molto probabilmente utile quando sarà rimosso il lockdown e si ricomincerà lentamente a “vivere”" (Il rebus della App anti-Covid Il governo: “Serve prudenza”, 27 marzo 2020, p. 8).
(iv) " La “call”. “Monitoraggio attivo”: oltre 300 proposte al ministero dell’Innovazione. La scelta, probabilmente, a fine “lockdown" (ibid.).
(v) Vincenzo Bisbiglia: "Fino all’assessore regionale  alla Sanità, Alessio D’Amato, che nel weekend precedente al lockdown ha postato sui canali ufficiali foto di ragazzi accalcati nelle zone della movida romana, sotto l’hashtag #nunsepofa" (La caccia a chi esce: il modulo Raggi e gli scontrini-farsa, 28 marzo 2020, p. 11).
(vi) Marco Palombi: "Col lockdown, infatti, molte più persone del solito – chi lavorava in nero, certo, ma anche disoccupati, precari rimasti senza reddito, eccetera – fanno fatica a comprare da mangiare (400 milioni a tutti i Comuni per comprare cibo ai poveri, 29 marzo 2020, p. 2).
(vii) Anonimo: "Il tracciamento potrebbe essere testato dopo il lockdown (con la riapertura delle attività) ma solo in un’area circoscritta (30 marzo 2020, p. 8)
(viii) Marco Travaglio: "Caro (si fa per dire) Innominabile, continua pure a trafficare per buttar giù il governo che hai contribuito a creare. Ma, siccome fino all'altroieri volevi “Tutta l’Italia zona rossa”, piantala di chiedere di riaprire tutto dopo il 3 aprile (prima scadenza del “lockdown”) (Ma mi faccia il piacere, 30 marzo p. 13).
(ix) Giorgio Sestili: "Da qualche giorno in Italia sembra esserci un timido rallentamento nella crescita dei nuovi casi positivi al coronavirus, segno che le misure di lockdown cominciano a dare i primi risultati attesi" (Mezzogiorno: il contenimento per adesso sta funzionando, 31 marzo p. 11).
(x) Anonimo: “Dobbiamo stare attenti”, raccontano alcuni, perché soprattutto tra la fascia meno istruita della popolazione, 1,3 miliardi di persone in lockdown totale con la chiusura delle frontiere interne ed esterne sta circolando l’idea che a portare il virus siano stati gli italiani" (“Contagio dall’Italia”: inizia la caccia al turista untore, 31 marzo, p. 21).
(xi) Giorgio Sestili: "Ancora non si vede un rallentamento significativo, servono circa 25 giorni dal lockdown del 12 marzo (Finita la crescita esponenziale ma per scendere ci vuole tempo,1° aprile 2020, p. 2).
(xii) Maria Maggiore: "Esattamente come è avvenuto in Corea del Sud che è riuscita persino a evitare il lockdown. (Da Varsavia a Parigi: un grande fratello (a fin di bene) per tutti, 1° aprile 2020, p. 9).
(xiii) Marco Lillo: "Tutti ne parlano come fosse una delle possibili leve da usare per liberarsi dal lockdown" (Dopo il test non si può tornare a lavorare, 2 aprile 2020, p. 4).
(xiv) Anonimo: "Il lockdown continua. I controlli delle forze dell’ordine" (2 aprile 2020, p. 10).
(xv) ROMANIA SUCEAVA È LA “LOMBARDIA”: "C’è una città che in Romania alcuni iniziano a chiamare “Italia” e altri “Lombardia ”: è Suceava, a cui è stato imposto il totale lockdown dopo il triste bilancio del contagio di Covid-19" (2 aprile 2020, p. 19).
(xvi) Nicola Borzi:  "Il lockdown delle scuole ha portato a un aumento dei giocatori stimato in decine di milioni, specialmente in Nord America e in Cina" (Vincitori e vinti del primo mese di crisi economica, 3 aprile 2020, p. 11).
(xvii) "L’impatto. Il bilancio del lockdown" (ibid.).
In TV, su "la 7" si è sentito Mentana dire:
"Anthony Fauci spinge il presidente Trump a decretare il lockdown in tutti gli Stati" (3 aprile 2020, 20h), mentre poco prima si era letto, riferito allo stesso virologo:
        "Covid 19. USA. Virologo Fauci invoca 'lo stay home' per tutti gli Stati"
         (RaiNew 24, venerdì, 3 aprile 2020, 18h34, striscia che scorreva fornendo notizie).  
         (En passant, ricordiamo che il MerriamWebster 20113 lemmatizza il sintagma "stay-at-home" come agg. e n., datato 1806, definito "remaining in one's residence, locality, or country").

3. Lockdown nella lessicografia
L'anglicismo integrale lockdown è semanticamente quanto di più preciso non ci si poteva immaginare per definire col Merriam-Webster's Collegiate Dictionary (Springfield, Massachusetts, Merriam-Webster, Incorporated 200311) che data il termine 1977:
"the confinement of prisoners to their cells for all most of the day as a temporary security measure". 
     (En passant, abbiamo visto in un quotidiano spagnolo usato in proposito il termine confinamiento).
L'anglicismo adoperato in it. equipara così gli italiani a dei prigionieri nella propria casa per uno scopo ben preciso.
Ma l'area semantica del composto inglese è ampia e l'Oxford English Dictionary (on line) segnala anche ulteriori significati affini: "A state of isolation, containment, or restricted access, usually instituted as a security measure; the imposition of this state", con varia esemplificazione e datazione (1973, 1981, 1988, 1996, 1998, 2006).
Il termine manca ancora nella lessicografia generalista (Zingarelli 2019, Devoto-Oli 2018-19). ma era stato registrato in quanto "prestito" nel dizionario di Neologismi quotidiani del quinquennio1998-2003 di Giovanni Adamo - ‎Valeria Della Valle 2003 (Olschki), definito "Procedura di pubblica sicurezza che prevede lo sbarramento di tutte le vie di accesso e di uscita da una città", con un es. giornalistico dell'8 ottobre 2001, dove appare 2 volte con riferimento a New York:
"[...] avrebbe ordinato il lockdown, una procedura che viene generalmente adottata nel caso di rivolte nei penitenziari e che consiste nel chiudere l'accesso e l'uscita dalla città"; a New York "non è stato necessario ricorrere al lockdown" (p. 529)
In Google, prima dell'esplosione del coronavirus, appare almeno un es. successivo del 2015:
       Amnesty International, ‎Beatrice Gnassi 2015: "‎Due prigionieri sono morti in seguito alla rivolta, a quanto pare per disidratazione e mancanza di ventilazione, dopo essere rimasti confinati nella loro cella durante un periodo di lockdown [protocollo instaurato all'interno del carcere in situazione d'emergenza per isolare il recluso dal mondo esterno N.d.T.]" (Lit, Roma 2015).

4. Il lockdown dinanzi al tribunale del gruppo Incipit
         
Qualche giorno fa, il presidente della Crusca, Claudio Marazzini, è intervenuto nel Tema del mese di Aprile 2020 con l'art. In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus - II puntata. Qui ha tra l'altro accennato all'anglicismo lockdown, indicato nell'Oxford Dictionary "edizione per telefonino" come americanismo, per il quale il gruppo Incipit sta discutendo quale termine italiano proporre in sostituzione, anticipando che "ai cruscanti piacerebbe di più" come traducente "isolamento interpersonale", rispetto ad altri possibili sostituti come "confinamento" o "segregazione" o "serrata o chiusura obbligatoria o obbligata".

5. Traducenti italiani di lockdown
Il termine non ha però un unico traducente -- il che lo rende più difficilmente sostituibile -- perché se riferibile al singolo individuo è parafrasabile con (i.a) 'isolamento', (i.b) 'reclusione', 'autoreclusione', ma se riferito a luoghi il traducente più appropriato sembrerebbe (ii) 'chiusura', come emerge da alcuni usi giornalistici, per es. del "Fatto Quotidiano" 2 aprile 2020:
         (i.a) Isolamento domiciliare:
(i) Alessandro Mantovani: " Sono 80.372 i pazienti “attualmente positivi”, che si ricavano sottraendo i deceduti e gli 11.415 dichiarati guariti, con un aumento di 2.937. In isolamento domiciliare sono 48.134 (+2714, 5,9%) contro 28.403 ricoverati (+211, 0,74%) e 4.035 in terapia intensiva, solo 12 in più (0,3%). Andamento simile in Lombardia dove in totale gli attualmente positivi sono 25.765 (+1641, 6,3%), in isolamento a casa 12.496 (+579, 4,8%), nei reparti ordinari 11.927 (+44, 0,4%), in terapia intensiva 1.342 (+12, 0,9%)" (L’Istat: a Bergamo +294% e a Brescia +110% decessi 2 aprile 2020, in "Il Fatto Quotidiano", giovedì 2 aprile 2020, p. 3).
(ii) Valeria Pacelli: "[...] il 50enne di Anzio che il 21 marzo è stato denunciato perché portava fuori il cane senza indossare alcuna protezione nonostante fosse in isolamento da ormai sette giorni perché positivo al Covid-19" (La “bomba” dei contagiati: a spasso in 311 in sei giorni, in "Il Fatto Quotidiano", giovedì 2 marzo 2020, p. 10).
(iii) Anonimo: "Cina-Hong Kong. Paura del secondo contagio: “600mila in nuovo isolamento" (in "Il Fatto Quotidiano", giovedì 2 aprile 2020, p. 18).
(iv) Sabrina Provenzani: "Secondo fonti ufficiali i sintomi di Boris Johnson, in auto-isolamento dal 27 marzo, restano lievi, mail suo governo ha seri problemi di credibilità su due fronti" (Regno Unito.
Johnson sta bene, ma viene sbugiardato dai farmaceutici, in "Il Fatto Quotidiano", giovedì 2 aprile 2020, p. 18).
(i.b) Reclusione:
(i) "Io e Marica cerchiamo di rendere la “reclusione” del nostro Alessandro, che ha 3 anni e corre (anche in casa) verso i 4, il meno traumatica possibile" (Lettera dei lettori, in "Il Fatto Quotidiano", giovedì 2 aprile 2020, p. 15).
(ii) Luciana Grosso: "Dal fronte dell’autoreclusione. Guida in dieci punti (più uno) alla vita in zona rossa, scritta da chi ci abita da tre settimane" (Linkiesta.it, mercoledì 11 marzo 2020).
(ii) Chiusura:
(i) Flavio Briatore: "Il 7 marzo un decreto del governo che impone la chiusura delle Regioni infette, reso pubblico prima che sia esecutivo, provoca lo spostamento in massa di 60 mila persone da Nord verso Sud che, si sa bene, non ha i mezzi e le strutture per affrontare l’e m er g e n z a " (Lettera, in "Il Fatto Quotidiano" 2 aprile 2020, p. 12).
(ii) "Nuovo blocco. Chiusura in Cina e a Hong Kong" (p. 18).
(iii) Maddaena Oliva intervista il premier Conte: "Anche la mancata chiusura anticipata delle zone rosse di Alzano e Nembro nella Bergamasca, viste le dure polemiche della Regione Lombardia?" (p. 2).
(iv) Gianni Barbacetto: "Ed era stato lo stesso Sala, già il 23 febbraio, a chiedere la chiusura di tutte le scuole e le università di Milano" (Sala-Gallera, sarà uno scontro memorabile, in "Il Fatto Quotidiano" 2 aprile 2020, p. 13).
(v) p. Antonio Spadaro: "Il 22 marzo, le autorità di Damasco hanno annunciato il primo caso di contagio – un cittadino proveniente dall’estero –, facendo seguire misure drastiche: chiusura delle scuole, università, moschee [...]" (Corsi di sepoltura: Siria allo stremo, in "Il Fatto Quotidiano" 2 aprile 2020, p. 17).
(vi) "La tardiva chiusura di importanti santuari, meta di pellegrinaggi anche dall’estero, potrebbe aver aggravato l’emergenza (ibid.).
(vii) Anonimo: "Già il 28 marzo il governo dell’ex colonia britannica aveva disposto la chiusura per 14 giorni di altri luoghi pubblici, come cinema e palestre, dopo che nel Paese si erano registrati il 27 marzo 65 nuovi casi di Coronavirus in 24 ore, l’aumento maggiore dall’inizio dell’emergenza." ("Il Fatto Quotidiano" 2 aprile 2020, p. 18).
          (iii) Ma un confinamento appare anche nel box di un art. di Natalia Aspesi:
 "Il confinamento dovrebbe migliorare i rapporti del dentro e del fuori. Ma potrebbe essere l’opposto" (Quel che resta dell'amore, "Corriere della Sera").

 6. Usare o non usare gli anglicismi?
In conclusione, quanto all'uso degli stranierismi, e degli anglicismi in particolare, non vale per noi la regola della proibizione tout court (neopuristica). Essi costituiscono per il parlante una possibilità in più, a cui far ricorso, quando lo ritenga opportuno. La responsabilità dell'uso dei termini stranieri, specie se tecnici, e quindi semanticamente rigorosi, resta a carico del parlante, che per un adeguato uso comunicativo della lingua deve valutarne la comprensibilità rispetto ai destinatari. Che deve garantire sulla base del contesto affiancando adeguati sinonimi o parafrasi secondo una strategia non ignota per es. ai nostri scrittori.

Sommario
1. Anglicismi a iosa
2. Lockdown nella stampa
3. Lockdown nella lessicografia
               4. Il lockdown dinanzi al tribunale del gruppo Incipit
5. Traducenti italiani di lockdown
6. Usare o non usare gli anglicismi?





giovedì 2 aprile 2020

I battitacchi ma i battiferro. Perché?


Sul plurale di "battitacco" e su quello di "battiferro" ci sono opinioni discordanti tra i lessicografi ("compilatori" di vocabolari). I vocabolari consultati (De Mauro, Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Zingarelli) concordano, "all'unanimità", solo sul plurale di battitacco: battitacchi. Si dividono, invece, sul "battiferro". È invariabile per il De Mauro e il Devoto-Oli; non specificano il Gabrielli, il Treccani e lo Zingarelli (il che significa che il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente); sono "pilateschi" il Garzanti e il Sabatini Coletti (invariato o "pluralizzato"), quest'ultimo non mette a lemma "battitacco". Perché "due pesi e due misure"? Perché "battitacco" si pluralizza normalmente mentre "battiferro" può rimanere invariato? Entrambi i sostantivi non hanno la medesima "composizione" (una voce verbale, 'battere', e un nome maschile singolare, 'tacco' e 'ferro')? Perché uno segue la normale regola della formazione del plurale dei nomi composti e l'altro, invece, la può "violare"? Per quanto ci riguarda pluralizzeremo sempre il sostantivo battiferro: battiferri. Non intendiamo violare la legge grammaticale. Se qualche accademico della Crusca si imbattesse in questo sito potrebbe spiegarci questo mistero eleusino.


***

La parola proposta da questo portale e non a lemma in tutti (?) i vocabolari dell'uso: alectorofobía. Termine "psicologico" con il quale si indica una paura per i polli e le galline. Dal greco "alectorís", pollo, gallina e "fobía", timore, paura.




lunedì 30 marzo 2020

Il linguaggio ricercato


Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo
C’è chi, per distinguersi, usa le varianti da salotto buono al posto di vocaboli giudicati logori o banali. Certe parole posseggono infatti una patina nobile.  Non sempre però le scelte sono felici.
A “metodo” molti preferiscono “metodica”, a “problema” “problematica”, l’“alcolizzato” è divenuto “alcolista”, le “devianze” hanno sostituito le “deviazioni”, le “complicanze” hanno preso il posto delle “complicazioni” anche al di fuori del campo medico, i prodotti non sono più “contraffatti” ma “taroccati”…
La lingua italiana ha perso molte piume: i  termini del bel tempo che fu oggi quasi nessuno li usa più. “Eziandio” e "vieppiù” hanno tirato le cuoia. "Donde", ancora presente nel parlato e nello scritto di qualche decennio fa, è oggi latitante, e a usarlo si rischia di non essere capiti. Eppure, le espressioni "avere ben donde" e “averne ben donde”  invece che "avere buone e fondate ragioni", hanno il loro fascino. "Sino  a..." (con la "s" ) al posto di "fino a ...", (con la "f") continua a fare salotto buono. "Financo" è  più chic di “finanche”. "Retaggio" fa più fino di “eredità”, anche perché  “retaggio” riguarda la sfera spirituale.
Da un certo tempo mi capita  d'imbattermi in "disvelare" al posto di "svelare". Chi “disvela” dimostra più classe di chi invece “svela”. Chi ha il dono della “comunicativa” spesso non si  abbassa a usare "comunicazione", termine banale.  “Ostensione” è una parola che suscita rispetto. Leggo sul C. della S.: “L'ostensione della Sacra Sindone di Torino...” Bisogna ammettere che se il giornalista del Corriere avesse usato  “esposizione” o “esibizione”, invece di “ostensione”, avrebbe diminuito l’effetto scenografico dell’evento.
Non mi attarderò a parlarvi dell'uso straripante di "esondare" che ha sommerso “straripare”, vocabolo quest’ultimo in auge ai tempi del bagnasciuga e poi nel dopoguerra, ma che è finito oggigiorno alla deriva.
Il sostantivo "annunzio" ha una sfumatura nobile che manca ad "annuncio". Lo stesso Gabriele Rapagnetta, se si fosse chiamato D'Annuncio invece di D'Annunzio (cognome dello zio nobile da cui Gabriele Rapagnetta,  futuro Vate, fu adottato), con questa “c” al posto della “z” avrebbe  perso molto. Ma se avesse conservato il cognome Rapagnetta, il nostro immaginifico eroe-poeta avrebbe conosciuto un destino plebeo. Dopo tutto “nomina sunt omina”.
Il termine medico "complicanza" è uscito dalla sala di rianimazione ed è usato anche fuori dell'ospedale anzi del “nosocomio”, al posto di "complicazione". "Risultanza" ormai insidia linguisticamente "risultato", giudicato troppo modesto. "Delibera", termine rapido, ha rimpiazzato "deliberazione". Lo studente ormai presenta una "giustifica" al posto della meno convincente "giustificazione". O forse non presenta più un bel nulla per “giustificare” la sua assenza, data la trionfale trasformazione in senso “democratico” della nostra sgangherata scuola.
Alcune parole sono rimaste solo nei documenti d'epoca, ad esempio “il legnatico", tassa che si pagava per il “diritto  di far legna nei boschi altrui”. Oggi ci rimangono comunque le legnate fiscali chiamate “stangate”.
Negli scritti che cercano di riprodurre il linguaggio di strada –  vedi i romanzi di Pasolini – le parole sono inevitabilmente volgari. E da bettola e volgare è il linguaggio, zeppo di  “ca…i”, di urla, e di “vaff…”, diffuso oggigiorno in Italia, anche in TV e nel caravanserraglio dei nostri politici superpagati, dediti alle ammucchiate e al trasformismo.




domenica 29 marzo 2020

Sull'uso di alcuni prefissi


Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'uso corretto di alcuni prefissi perché i "dispensatori di cultura linguistica" (leggi: mezzi di comunicazione di massa) continuano a "propinarceli" non rispettando le norme che li regolano.

 Siamo certi di non tediare i nostri gentili amici se spendiamo due parole sull’uso corretto di alcuni prefissi. Il prefisso, dunque, viene dal latino praefixus (messo prima), participio passato sostantivato del verbo praefigere (prefiggere).
    I grammatici chiamano prefisso quelle parole, solitamente avverbi o preposizioni, che si mettono prima, appunto, di un’altra parola per modificare il significato della parola stessa. I prefissi che più frequentemente ci capita di usare sono: dis-, neo-, maxi-, mini-. Vediamo, nell’ordine, il loro corretto impiego. 
   C’è da dire, innanzi tutto, che contrariamente a quanto ci propina la stampa, i prefissi debbono essere uniti alla parola che segue; non possono essere scritti staccati o, peggio, uniti alla parola con un trattino. Dis- (o de): questo prefisso viene usato, generalmente, per indicare un’idea di allontanamento, di privazione (de privativo: disattivare, rendere inattivo; disabituato, non più abituato); neo-: anche se alcuni autorevoli testi di grammatica lo classificano tra i prefissi non è propriamente tale e se ne fa un abuso, meglio lasciarlo alle parole della storia (neocapitalismo, neoghibellino); maxi- e mini- sono dei prefissi che servono per indicare, rispettivamente, la grandezza e la piccolezza, oltre il normale, di una determinata cosa. Anche di questi oggi se ne fa un uso indiscriminato; meglio relegarli al campo della moda. Ci sono tantissime altre espressioni che rendono l’idea della grandezza e della piccolezza. 
   Abbiamo volutamente tralasciato il prefisso con- perché ne abbiamo parlato svariate volte a proposito della contestatissima (ma correttissima) parola comproduzione (stupisce il constatare che il Treccani l'attesti come variante poco comune di coproduzione).
    Per concludere possiamo dire che chi nello scrivere non rispetta le norme che regolano l’uso dei prefissi prende una grandissima cantonata grammaticale. Quest’espressione trae origine — probabilmente — dai cantoni (angoli) delle case cui cozzavano i carri quando transitavano per le strade strette e contorte dei nostri pittoreschi paesini.


***

Ci piacerebbe che i lessicografi rimettessero a lemma l'aggettivo aulico "renuente" che vale "chi nega con il capo". È tratto dal verbo latino "renuere", vietare, proibire, interdire e simili.


***


"-ésimo" ed "-èsimo"

Suffisso con "doppia pronuncia". Con la "e" chiusa (é) per  designare, generalmente, movimenti religiosi, politici, letterari, artistici ecc.: umanesimo, cristianesimo; con la "e" aperta (è) per indicare un aggettivo numerale ordinale: quindicesimo, ventesimo, milionesimo, centesimo ecc.  Quest'ultimo caso, pero, è un po' controverso. DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:

sabato 28 marzo 2020

Sgroi - 51 - Il "Dantedì": neologismo latinizzante o anglicizzante?


di Salvatore Claudio Sgroi


1. L'evento
È appena trascorsa la giornata del 25 marzo dedicata a Dante (Alighieri) 1265-1321, "padre della lingua italiana", a partire da quest'anno istituzionalmente decisa dal Governo, dietro proposta del Ministro per i beni e le attività culturali, Dario Franceschini. Un'iniziativa nata grazie al giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, che ha trovato pronta eco presso l'Accademia della Crusca, a partire dal presidente emerito Francesco Sabatini. La scelta del 25 marzo si giustifica col fatto che il 25 marzo 1300 aveva inizio il viaggio di Dante nell'aldilà della Commedia.

2. Il certificato di nascita di Dante-day e Dantedì
L'articolo di Paolo di Stefano del 3 febbraio 2018 a p. 21 sul "Corriere della Sera" segna per così dire l'atto di nascita, ovvero la data di prima attestazione, nonché il glottoplaste o onomaturgo, di Dante-day (e in seconda battuta) tra caporali di «Dantedì». Il titolo dell'articolo, di spalla, disposto su tre righe, recita infatti: "Un Dante-day / per festeggiare / il poeta nel 2021". Ed è preceduto da un sovratitolo: "La proposta".

Il giornalista ricorda iniziative di altri Stati che non mancano di onorare annualmente il proprio sommo scrittore nazionale, così James Joyce in Irlanda, festeggiato ogni 16 giugno (già dal 1950) col «Bloomsday», così Cervantes per la Spagna e Shakespeare per l'Inghilterra il 23 aprile, data della loro morte, o Fernando Pessoa per il Portogallo, ecc. Tenuto anche conto dell'influenza di Dante sulla letteratura mondiale, "non si capisce -- sottolinea P. Di Stefano -- perché le Società dantesche e le Accademie e i ministeri congiunti in vista del 2021 (anniversario di morte) non riescano a proporre, tra i mille festival inutili, una data di festa dantesca, un «Dantedì» che coinvolga le capitali europee e gli Istituti di cultura disseminati ovunque".

2.1. Neoformazione anglicizzante Dante-day
Alla luce di questi dati, il lessema Dante-day si configura in italiano come composto neologico ricalcato sull'inglese sia lessicalmente (per la scelta di -day) sia strutturalmente per l'ordine del determinante a sinistra (Dante) rispetto al determinato -day. Possiamo quindi definire questo composto non un prestito-importazione dall'inglese, ma una neoformazione italiana anglicizzante, che peraltro non è un occasionalismo.

I composti con -day in italiano hanno infatti una loro vitalità. Il De Mauro 2000 lemmatizza day come "s.m.inv. ES[otismo] ingl. 'giorno in cui si verifica un avvenimento o si celebra una ricorrenza'", datandolo 1993, derivante dall'ingl. day propr. 'giorno'. E soprattutto ricorda anche che "posposto a un sostantivo e preceduto da un trattino forma lessemi s.m.inv.", indicando esempi analoghi al nostro, ovvero neoformazioni italiane anglicizzanti quali compleanno-day, matrimonio-day, Giampaolo Rossi-day.

Analogamente lo Zingarelli 2019, lemmatizza "-day" definito in maniera più pertinente "secondo elemento", che "in parole composte, indica il giorno in cui si verifica un avvenimento o se ne celebra la ricorrenza, oppure una giornata particolarmente importante per la persona o il personaggio designato dal primo elemento", con due ess. non neoformazioni, ma importazioni-prestiti inglesi: D-day, Columbus-day. L'es. D-day è a sua volta lemmatizzato, come anglicismo, s.m. 'giorno dello sbarco delle forze armate americane e britanniche in Normandia (6 giugno 1944)' datato 1987, derivante dall'ingl. D-Day.

Anche il Devoto-Oli 2018-19 lemmatizza day in quanto "secondo elemento", "di parole composte o di locuzioni", indicante "il giorno in cui si verifica un avvenimento o se ne celebra la ricorrenza", con ess. quali D-day, election day, John Lennon day, "voce ingl., propr. 'giorno'", datato "prima del 1980". Il composto D-day è quindi lemmatizzato e datato 1987, in quanto "Voce ingl. comp. di d(ated) 'datato' e day 'giorno', con riferimento al ricordato sbarco in Normandia. E non diversamente election day s.m. 'giornata dedicata a più elezioni elettorali', datato 1992, "Voce ingl. comp. di election 'elezione' e day 'giorno'".

Nel riquadro intitolato "Per dirlo in italiano" (p. 748) lo stesso Devoto-Oli ricorda altri composti quali il family day, il no tax day, il v-day o vaffa day. E soprattutto si sofferma sui composti neologici dovuti al calco del modello inglese [Determinante-determinato] -- neoformazioni in italiano, non più importazioni tout court dall'inglese, si potrebbe dire per "un'induzione" di -day come confisso: "Il termine day è per lo più abbinato ad altre parole inglesi, ma negli ultimi tempi è sempre più spesso affiancato anche a parole italiane (il casa day, il firma day [il v-day o vaffa day], ecc.) a riprova di un suo profondo radicamento nella nostra lingua".

2.2. Produttività del costrutto anglicizzante "Nome italiano + -Day"
Una ulteriore conferma della produttività del costrutto "Nome italiano + -day" nell'arco di questi ultimi vent'anni è fornita dalle quattro raccolte di neologismi di G. Adamo- V. Della Valle: Neologismi 1998-2003 (Olschki 2003), 2006. Parole Nuove (Sperling & Kupfer 2006), Neologismi (Treccani-2009), Neologismi 2008-2018 (Treccani-2018).

In seguito alle importazioni-prestiti dell'inglese la creatività del costrutto "Nome italiano + -day" si rivela nelle neoformazioni anglicizzanti, con determinante italiano, per es. Barrichello Day 2001; -- Batistuta-day 2000; -- clic day 2007, 2008 'giornata dedicata all'invio telematico di richieste, soprattutto di nullaosta degli extracomunitari'; -- Codino-day 2002 'giornata in cui si festeggia Baggio, detto Codino'; -- Fiabaday s.m. 2003, 2004 'giornata di sensibilizzazione del Fondo Italiano per l'Abbattimento delle Barriere Architettoniche per i disabili'; -- Padania day 2001 (3 ess.) 2004; -- Papa-day, PapaDay m.inv. 'giornata in onore del Papa', es. "presenti nella giornata del 'Papa-day" 2000 (e 2008, 2011, 2017) in quanto non esistente in inglese definito "pseudoanglicismo"; -- referendum day 1999, 2001 (3 ess.); -- risparmiatori-day m. 2004 'giornata dei risparmiatori, del risparmio'; -- risparmio day 2004 "arriva il risparmio day"; -- Sofia-Day 2001; -- Stival day 2000 'giornata in cui i commercianti mettono gli stivaloni a Venezia per protestare contro i mancati interventi per fronteggiare l'acqua alta' ("pseudoanglicismo"); -- tangenziale day 2002; -- V-Day 'il giorno di Walter Veltroni, nominato segretario del PD' 2007 ("pseudoanglicismo"), con le varianti Veltroni Day 1996, 2001, 2007; e W-day 2007 ("pseudoanglicismo").

2.3. E Dantedì?
Se Dante-day, alla luce di quanto sopra, si configura come neoformazione anglicizzante lessicalmente (-day) e strutturalmente per l'ordine dei costituenti, -- la variante Dantedì continua a configurarsi come strutturalmente anglicizzante per l'ordine, come detto, dei costituenti, mentre il - si configura come traduzione dell'ingl. -day.

Il costrutto diventa così in superficie, quanto ai significanti, tutto italiano, ma strutturalmente resta anglicizzante. Difficilmente il composto Dantedì sarebbe peraltro nato senza la presenza di Dante-day, a sua volta reso possibile dall'entrata di non poche importazioni-prestiti in italiano di voci inglesi, quali D-Day 1987, shopping day 1990, open day 1992, election day 1996, boxing day 1998, euro day 1998 (e 2000, 2001: 3 ess.) 'giorno di entrata in circolazione dell'euro', Bingo-day 2001, e-day 2001 'election day', immigration-day 2001, 2002, no-tax day 2004, ecc.

2.3.1. Altri composti in -dì?
Una scorsa al lemmario del De Mauro permette ancora di accertare altri composti in -, tra cui, quelli qui pertinenti, i nomi della settimana: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, con -col valore di 'giorno, dì'. s.m.inv. LE(tterario) 'giorno' (ess. ai miei dì, ai miei tempi, i dì andati), 2ª metà XIII sec., dal lat. dīe(m).

Tutti latinismi, risalenti al Due-Trecento, così nel De Mauro 2000:
Lunedì A(lto)U(so) 1282, "loc. lat. Lūnae dĭe(m) propr. 'giorno della Luna'".
Martedì s.m.inv. AU 1238, "loc. lat. Martis dĭe(m) 'giorno di Marte'".
Mercoledì s.m.inv. A(lta)D(isponibilità) av. 1348, "loc. lat. Mercŭrĭi dĭe(m) 'giorno di Mercurio'".
Giovedì s.m.inv. CO(mune) 1292, "loc. lat. Iōvis dĭe(m) 'giorno di Giove'".
Venerdì s.m.inv. AU av. 1348, "loc. lat. Vĕnĕris dĭe(m) 'giorno di Venere'".

L'opzione di Dantedì (2018) al posto di Dante-day presenta così la coincidenza strutturale -- ma non lo stimolo iniziale per la sua formazione -- con i cinque latinismi due-trecenteschi su citati, con la differenza non secondaria della opacità semantica per il parlante comune del -dì dei giorni della settimana rispetto al - 'ricorrenza' di Dantedì.

3. F. Sabatini fautore del Dantedì
In una intervista di E. Chiari del 23 marzo 2020 in Famiglia Cristiana alla domanda su com'era nata l'idea del Dantedì, Francesco Sabatini ha così risposto, rivendicando (si direbbe) la primogenitura del Dantedì rispetto a un altrui Dante-day:

«L’idea della giornata è di Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della sera. “Dantedì” mi è venuto conversando con lui: volevo un nome solo, originale, comprensibile a tutti e in grado di scalzare il dante-day che desideravo evitare: come martedì è il giorno di Marte, il 25 marzo sarà il giorno di Dante, che veneriamo come una “divinità” linguistica e culturale».

 In precedenza lo stesso Sabatini il 2 luglio 2019 in "Facebook. Accademia della Crusca", "Dantedì, parola vivace e veloce.... ", aveva così commentato il composto bypassando il contemporaneo Dante-day, per collegare Dantedì direttamente ai due-trecenteschi latinismi lunedì, ecc.:


"A qualcuno suonerà, a tutta prima, come una mascheratura di un’espressione anglicizzante con day. Non è così. Dantedì è nato (in una mia conversazione telefonica con Di Stefano) pensando ai nostri giorni della settimana — lunedì, martedì e quel che segue — intitolati a una divinità, o quasi".

Lo "scalzare" e l'"evitare" il dante-day, implica però riconoscerne la pre-esistenza rispetto a Dantedì, ovvero la 'conditio sine qua non' alla base dell'esistenza di Dantedì, che si configura inevitabilmente come traduzione lessicale (non strutturale, dato l'ordine dei due costituenti), di Dante-day, una traduzione in felice e casuale, sì, coincidenza (e solo coincidenza) con i composti due-trecenti latinismi, lunedì, ecc., la cui testa - è peraltro semanticamente oscura per i comuni italofoni.

3.1. R. Coluccia sulle orme del maestro
Lo storico della lingua Rosario Coluccia, allievo di F. Sabatini, si è a sua volta espresso sul problema linguistico, riprendendo l'analisi e le argomentazioni di Sabatini.
Da un lato ha ricordato la paternità dell'iniziativa:

"Il nome «Dantedì» è nato in una conversazione telefonica tra Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, e Paolo Di Stefano, il giornalista del «Corriere» che per primo ha lanciato la proposta" (Ecco il "Dantedì", il giorno in più per una Commedia, in "Quotidiano di Puglia", Domenica 15 Settembre 2019).

Dall'altro ha ribadito l'analisi di Sabatini, a favore del costrutto (in superficie) tutto italiano, ma rincarando, come dire, la dose sulla presenza del -day , in quanto "scimmiottamento" dell'inglese:

 "La neoconiazione ricalca il modello che nella nostra lingua ha dato origine ai nomi dei giorni della settimana (lunedì lunae dies, cioè ‘giorno della luna’; martedì martis dies, cioè 'giorno di Marte'; ecc.). E dunque «Dantedì», cioè ‘giorno di Dante’, evitando lo scimmiottamento dall’inglese che mettiamo in atto quando parliamo di election day, family day, ecc." (ibid.).

L'A. se l'è presa anche con un ulteriore neologismo, sembrerebbe occasionalismo, wind day ‘giorno del vento’, per il quale ha proposto quale traducente italiano, in nome della chiarezza, «giorno della reclusione forzata»:

"Ho letto con incredulità che a Taranto si sono inventati il wind day ‘giorno del vento’, per indicare che quando il vento soffia in maniera intensa i cittadini sono invitati e restare in casa e a tappare porte e finestre, per impedire che le polveri sottili di matrice industriale devastino polmoni e salute. Pura ipocrisia. Evitiamo, per favore, di edulcorare con il ricorso all’inglese fatti che dovrebbero essere crudamente qualificati nella loro tragicità, usando la lingua italiana compresa da tutti. Il wind day non è una festa, diciamo «giorno della reclusione forzata», sarà più chiaro".

3.1.1. Prestigio culturale e tecnologico, potere evocativo dell'inglese/angloamericano
Sulla presenza degli anglicismi in italiano come negare però il prestigio mondiale dell'inglese/anglo-americano esercitato sulle lingue del mondo?

Sul tema lo storico della lingua Riccardo Gualdo ha di recente ricordato che "il prestigio dell'inglese come lingua internazionale, veicolo di un modello culturale e tecnologico di successo, è fortissimo" (Anglicismi, 2020 p. 41). Che "Gli anglicismi seducono perché sono evocativi (dicono le stesse cose, ma in modo più efficace o più apprezzato dai parlanti)" (p 41), sottolineando la "potenza espressiva" dell'inglese" (p. 111).

Sul "prestigio" e il "potere evocativo" ha più volte insistito nel suo volume. Così a proposito di caps o bads: "forme facili da ricordare e semplici da pronunciare, oltre che evocative per il prestigio tecnologico degli angloamericanismi" (p. 108). Così riguardo a spread e bond: "In entrambi i casi spicca la funzione soprattutto evocativa della parola straniera, aiutata anche dalla brevità [...]" e spesso "da una oggettiva semplicità di pronuncia" (p. 109).

Gli anglicismi sono insomma ritenuti dei "doni" e un'occasione di "arricchimento" per l'italiano. Ci sono infatti "tanti diversi modi in cui l'inglese entra nel nostro vocabolario, modificandolo, arricchendolo, perché no?, e rimodellandolo" (p. 85).

3.2. C. Fucarino "sciovinismo linguistico" o neopurismo?
Ritornando al nostro composto, il calco di Dantedì su Dante-day (e non già, ribadiamo, su lunedì, ecc.) è peraltro vivo nella coscienza linguistica dei parlanti, come rivela la reazione di Carmelo Fucarino (su "La Voce di New York" 25 marzo 2020) in un intervento intitolato: "Dantedì, un’idea poetica dal suono un po’ “americano” ma che oggi ci serviva, eccome". L'A. riprende sì le argomentazioni di Sabatini, ma con un giudizio di "sciovinismo linguistico" certamente esagerato, al più neopuristiche, per quanto riguarda "il conio italiano" (di Dantedì) che riprende "il conio latino" rispetto al (per lui) "più moderno e raffinato Dante Day":

"Non allarmatevi, carissimi amici e fratelli di Italia. Non è il giorno nuovo di una settimana allungata, ma un segno di sciovinismo linguistico. Vuol semplicemente dare un conio italiano agli abusati “day” anglosassoni, da Columbus day e così via. Il prof. Francesco Sabatini, accademico della Crusca e ideatore della giornata in una telefonata con Paolo di Stefano ha voluto tradurre in lingua italiana il più moderno e raffinato Dante Day.

Sabatini precisa che vuol riprendere il conio latino lunae dies, martis dies, etc. Omaggio a Dante e al suo rimprovero a certi italiani del tempo, ma anche rifiuto di una 'mascheratura di un’espressione anglicizzante'. Era forse vietato trasferire queste coniazioni in sintassi latina al nostro volgare? D’altronde con un salto poetico gli sembra fonosimbolicamente più bello dire per indicare 'il giorno', 'la luce'".

4. Conclusione
Concludiamo, ribadendo il processo di formazione del nostro composto, che presuppone la sequenza delle seguenti fasi:

Fase-1) Prestiti-importazioni di composti inglesi, come D-Day 1987, shopping day 1990, open day 1992, election day 1996, boxing day 1998, euro day 1998, Bingo-day 2001, e-day 2001, immigration-day 2001, no-tax day 2004, ecc.

Fase-2) Neoformazioni anglicizzanti "Nome italiano + -Day" (per alcuni "pseudoanglicismi") ess. Veltroni Day 1996, referendum day 1999, Batistuta-day 2000, Papa-day, PapaDay 2000, Stival day 2000, Barrichello Day 2001, Padania day 2001, Sofia-Day 2001, W day 'Walter (Veltroni) day' 2001, Codino-day 2002, tangenziale day 2002, Fiabaday s.m. 2003, 2004, risparmiatori-day 2004, risparmio day 2004, clic day 2007, V-Day 'Veltroni day' 2007, W-day 'Walter Veltroni day' 2007, ecc.

Fase-3) Neoformazione anglicizzante "Nome italiano + -Day": Dante-day (3 febbraio 2018, P. Di Stefano).

Fase-4) Calco sulla neoformazione anglicizzante "Nome italiano + -Di": Dante-di, coincidente con latinismi due-trecenteschi, semanticamente opachi, lunedì ecc. (telef. di F. Sabatini ante ???, e 3 febbraio 2018, P. Di Stefano).

Un analogo composto a Dante-dì ma semanticamente più trasparente, è costituito infine da euro-giorno 2002 'giornata in cui si utilizza l'euro constatando l'aumento dei prezzi che ha provocato', rispetto a euro-day 2000 'giornata dell'euro, della presentazione ufficiale e data di entrata in circolazione della nuova moneta europea'.

Sommario
1. L'evento
2. Il certificato di nascita di Dante-day e Dantedì
2.1. Neoformazione anglicizzante Dante-day
2.2. Produttività del costrutto anglicizzante "Nome italiano + -Day"
2.3. E Dantedì?
3. F. Sabatini fautore del Dantedì
3.1. R. Coluccia sulle orme del maestro
3.1.1. Prestigio culturale e tecnologico, potere evocativo dell'inglese/angloamericano
3.2. C. Fucarino "sciovinismo linguistico" o neopurismo?
4. Conclusione