Quando la radice si rimodella nella flessione
I verbi italiani non si limitano a seguire docilmente le desinenze: alcuni, quando si coniugano, rivelano radici che si muovono, si rimodellano, si lasciano attraversare da antiche pressioni fonetiche. È proprio nel punto di contatto tra radice e desinenza che il lessico custodisce la sua memoria più profonda. Quelli che a prima vista sembrano mutamenti improvvisi sono in realtà il risultato di processi storici – palatalizzazione, assimilazione, analogia – che dal latino si sono sedimentati nell’italiano moderno, generando fenomeni di allomorfìa tematica, cioè la presenza di più forme per una stessa radice.
Un primo gruppo evidente è quello dei verbi con consonanti palatali, come i verbi in ‑gnare e ‑gliare. Nei casi come disegnare → disegno o assegnare → assegno, l’antico nesso latino ‑gn‑ si è fuso nel fonema palatale gn. Nei verbi in ‑gliare, come tagliare → taglio o svegliare → sveglio, la l latina seguita da semiconsonante si è palatalizzata in gl. Qui la trasformazione non nasce nella coniugazione: è un’eredità stabilizzata, e la radice si presenta palatale in tutta la flessione.
Diversa è la dinamica dei verbi in ‑ndere, come accendere → accendo o scendere → scendo. Non c’è alternanza tra le persone: c’è la prosecuzione diretta del nesso latino ‑nd‑, un gruppo solido che l’italiano ha conservato senza scosse.
I casi più complessi emergono nei verbi come porre → pongo o trarre → traggo. Dal latino (ponĕre, trahĕre) l’italiano ha ricavato infiniti contratti (porre, trarre), mentre nelle prime persone del presente ha esteso per analogia l’elemento velare ‑g‑, la cosiddetta g epentetica, modellata sulla scia di verbi come leggo o dico. Da qui i rafforzamenti pongo e traggo, che mostrano una vera alternanza della radice.
In generale, questi verbi testimoniano la tensione continua della lingua tra la forma etimologica e le esigenze di fluidità della pronuncia. Anche se l’etichetta verbi assimilanti non è un lemma tecnico autonomo nei repertori specialistici, l’osservazione di queste variazioni consonantiche offre una chiave descrittiva preziosa per capire come la storia dell’italiano continui a vibrare dentro la sua coniugazione quotidiana.
Una curiosità: il rafforzamento traggo, oggi percepito come naturale, è relativamente giovane. Nei testi medievali e rinascimentali compaiono forme come trago e trae, mentre traggo si consolida tra Cinquecento e Seicento, quando l’analogia con verbi come leggo e dico diventa dominante. La lingua, insomma, ha scelto di tirare la radice verso un modello più compatto e più sonoro.
E forse la lezione più limpida è questa: ogni verbo che assimila ricorda che la lingua non cambia per capriccio, ma per necessità interna, come un organismo che si modella per continuare a vivere.
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Camminare col vento storto
"Camminare col vento storto" è un modo di dire rarissimo, quasi scomparso, che affiora in alcune raccolte dialettali dell’Ottocento e poi svanisce. Nasce da un’esperienza concreta della vita contadina: quando il vento non arriva da dietro né da davanti, ma da un lato, tutto diventa più faticoso. È qui che entra in gioco storto, aggettivo che per secoli ha indicato non ciò che è sbagliato, ma ciò che è inclinato, deviato, non allineato alla direzione naturale delle cose. Una trave storta, un ramo storto, un sentiero storto: non sono difettosi, sono obliqui. Così il vento: se è storto, non ti ostacola frontalmente e non ti aiuta, ma ti sbilancia, ti spinge di traverso, ti costringe a correggere ogni passo.
La lingua trasforma questa fisicità in una metafora della sfortuna persistente. Camminare col vento storto significa procedere dentro una corrente contraria che non si vede ma si sente, una pressione laterale che accompagna ogni gesto e richiede un piccolo sforzo in più. Non è la sfortuna episodica, non è il contrattempo: è un clima. Chi cammina col vento storto vive in una condizione inclinata, come se la realtà avesse una diagonale che gli altri non percepiscono. Il vento, che dovrebbe sostenere e dare slancio, diventa una forza che frena, che sposta, che rende tutto più pesante.
In alcune microattestazioni ottocentesche, il vento storto è associato alle giornate “contrarie”, quelle in cui ogni cosa sembra chiedere una doppia energia. Riportare alla luce questa espressione significa restituire alla lingua una piccola verità umana: ci sono momenti in cui si procede comunque, anche se l’aria non ci è amica.
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Cavalcioni o “a” cavalcioni?
Ci attireremo gli strali dei linguisti, anche perché siamo smentiti dai vocabolari e da illustri Autori (primo fra tutti il Manzoni). Ma tant’è. A nostro avviso gli avverbi in -oni (-one) (cavalcioni, ginocchioni, ecc.) – come tutti gli avverbi – non debbono essere preceduti dalla preposizione “a”: Giulio camminava carponi per non farsi vedere. Diciamo, per caso, a lentamente? Perché, dunque, a carponi, a ginocchioni, a tentoni e via dicendo?
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