martedì 1 settembre 2026

Sgroi – 224 - Il “Se + condizionale” è errato o no?


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Il post incriminato

Un caro amico, non linguista, ma particolarmente sensibile agli usi della lingua, qualche giorno fa mi ha mailato un link con un invito: Qui ce n'è abbastanza per un tuo intervento”.

Il link riguarda un tweet di Gaia Tortora:

https://www.adnkronos.com/politica/gaia-tortora-tweet-ranucci-x-carotenuto_4GmFdG74ZWDSiRWv1hXeuP.


contenente la seguente frase:

Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. O no?".


2. Commento di Roberto Grossi

Il giornalista Roberto Grossi (adnkronos) ha prontamente commentato il 26 agosto l’evento con l’articolo "Se Ranucci..., il tweet di Gaia Tortora divide X: gli utenti correggono (e sbagliano)” a favore di Gaia Tortora.

Tra i “tanti che si scandalizzano e gridano all'errore clamoroso” ha ricordato “l'onorevole Dario Carotenuto, deputato del M5S” che ha rilanciato il post “accendendo i riflettori su quello che ritiene ‘un autogol da fuoriclasse’".

Ma tra “gli utenti che smontano la tesi dell'errore macroscopico” c’è chi ha sostenuto: “Guardate che 'andrebbe' in questo caso è perfettamente corretto, eh!”.

E con adeguata motivazione un altro ha affermato: "La frase di Gaia Tortora è corretta. La sequenza 'se + condizionale' è inammissibile nella protasi di un periodo ipotetico dell'irrealtà. Non è questo il caso".

Commento della Tortora: "Ai Leoni ignoranti da tastiera...questo è per voi. Spiegato bene bene. Magari imparate qualcosa".


3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”

La frase della Tortora “Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”, -- o la possibile variante col duplice condizionaleSe Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini, -- non è, malgrado le apparenze, come è stato detto, un classico periodo ipotetico di 2° grado (della possibilità). Si potrebbe ancora dire “Se [è vero che] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”.

Si tratta, come chiarisce p.es. il testo di M. Prandi – C. De Santis, Le regole e le scelte. Manuale di linguistica e di grammatica italiana (Utet 2011), di una “forma atipica di periodo ipotetico” (p. 359), ovvero di una costruzione condizionale indicata col termine “costrutto biaffermativo”. “Nel costrutto biaffermativo il parlante espone una premessa data come vera per poi contrapporle una affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (p. 360).

O ancora: M. Prandi Le regole e le scelte. Grammatica italiana (Utet 20202) si tratta di “casi atipici di costrutti condizionali, che presentano proprietà comunicative irriducibili ai tipi standard” (p. 266), definiti “costrutti biaffermativi” (ibid.), in cui “il parlante espone una premessa di cui riconosce la realtà per poi contrapporle come conseguenza un’affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (ibid.).

Come sottolineano S. Ferrari – L. Zampese Grammatica, parole, frasi, testi dell’italiano, (Carocci 2016), “I condizionali bi-affermativi asseriscono semplicemente l’esistenza di due eventi, senza che il secondo sia visto come una conseguenza necessaria del primo” (p. 234). Ovvero “non esiste necessariamente un rapporto di ‘condizione-conseguenza’ […] in genere si instaura un rapporto di semplice correlazione o collegamento” (L. Renzi – G. Salvi –A. Cardinaletti, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. II, Libreriauniversitaria.it edizioni 2022, p. 768). O ancora “Queste frasi non servono […] a esprimere un rapporto condizionale, ma semplicemente a mettere in relazione due fatti: può trattarsi di semplice parallelismo” (G. Salvi – L. Vanelli, Nuova grammatica italiana, il Mulino 2004, p. 279).

Concludendo, il condizionale non è nello stesso repertorio di scelte del congiuntivo ma dell'indicativo. Nel costrutto specifico, non è un'alternativa errata al congiuntivo ma un'alternativa legittima all'indicativo. Una parafrasi potrebbe essere: “Se ammettiamo che Ranucci è disponibile ad andare a cena con Riina, allora possiamo ammettere che può fare una foto con Ciavardini”.

Sommario

1. Il post incriminato

2. Commento di Roberto Grossi

3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”







lunedì 31 agosto 2026

Lussuria

 Il rigoglio che si posa come un velo sulla forma

Il lessema lussuria sembra nato già “inclinato” verso la carne, già pronto a giudicare, già immerso nella sfera del desiderio. E invece la sua storia comincia altrove: nei campi, nelle piante, nella crescita vegetale che eccede, trabocca, supera il limite naturale. Prima di diventare uno dei vizi capitali, prima di essere associato all’impulso erotico, il termine in oggetto è stato un’immagine agricola, un modo per descrivere ciò che cresce troppo, ciò che devia dal corso ordinario, ciò che si fa esuberanza incontrollata. È da questa radice che nasce tutto: dall’idea dell’eccesso, non del peccato.

L’etimologia è limpida e sorprendente. Luxuria deriva da luxus, la stessa radice che ha dato lusso, e dal verbo luxare, “dislocare”, “andare fuori sede”, “deviare”. Qui si nasconde una curiosità inattesa: luxare è anche il verbo tecnico che i medici latini usavano per indicare la lussazione delle ossa. La lussazione e la lussuria sono dunque sorelle etimologiche, unite dall’idea di qualcosa che esce dal suo alloggiamento naturale. È un dettaglio che non si nota subito, ma che racconta molto del modo in cui il latino costruiva significati per analogia: ciò che devia nel corpo può deviare anche nel comportamento.

Nel latino classico, prima che il termine si avvicinasse all’ambito morale, luxuria indicava la vegetazione che cresce oltre misura, la pianta che si fa troppo rigogliosa, che non rispetta la forma prevista. Gli agronomi romani lo usavano con naturalezza, senza giudizio: era una constatazione tecnica, come dire che una vite “spinge troppo”. È la stessa immagine che sopravvive nel nostro lussureggiante, dove la parola non ha nulla di peccaminoso: è pura vitalità che trabocca. Da qui il passaggio è naturale: ciò che eccede nella natura può eccedere anche nell’uomo. La luxuria diventa allora “esuberanza di umori”, un moto interiore che supera la norma, una sregolatezza che non è ancora sessuale, ma già è un lasciarsi andare oltre il limite.

Un’altra curiosità riguarda la storia cristiana del termine. Nei primi secoli, luxuria non indicava soltanto la sfera sessuale: era un contenitore più ampio, che comprendeva ogni forma di eccesso, compreso il lusso materiale. Per un breve periodo, luxuria e luxus sono stati quasi intercambiabili nella predicazione morale. Solo più tardi, con la sistemazione dei vizi capitali, la parola si è specializzata nel campo del desiderio carnale. È un restringimento semantico netto, che mostra come la morale cristiana abbia selezionato un solo ramo dell’eccesso, lasciando cadere gli altri.

Quando la Patristica entra in scena, il termine si restringe definitivamente. L’eccesso non è più generico, non riguarda più ogni forma di sfrenatezza, ma si concentra sul desiderio carnale. La lussuria diventa così la passione disordinata, il piacere che sovrasta la ragione, l’istinto che prende il sopravvento. È uno dei sette vizi capitali, e come tale assume una forma più rigida, più codificata, più distante dalla sua origine agricola. Ma quella radice continua a pulsare sotto la superficie, e ogni tanto riaffiora.

Riaffiora soprattutto nella letteratura e nella critica d’arte. Nel Rinascimento, alcuni pittori e teorici usavano lussuria per descrivere la tavolozza troppo ricca, troppo carica, troppo “fuori misura”. Il Vasari, parlando di certi colori veneziani, annota che “hanno una lussuria che quasi offende”: non è un giudizio morale, ma estetico. È un fossile semantico che conserva la memoria del campo, della pianta, della crescita sovrabbondante. La lussuria dei colori è un modo per dire che la materia visiva eccede, trabocca, supera la norma, proprio come facevano le piante nei testi degli agronomi romani.

Nel linguaggio comune, la parola indica l’abbandono ai piaceri della carne, la ricerca del soddisfacimento sessuale come fine autonomo, separato dall’affettività. Nella dottrina cattolica, è la passione che disordina, che confonde, che subordina lo spirito al corpo. Nel linguaggio figurato, invece, può tornare a essere ciò che era: un rigoglio, un eccesso, una sovrabbondanza che non riguarda più la morale ma la forma, il colore, la materia. È un termine che ha attraversato mondi diversi e che porta ancora con sé le tracce di tutti: la terra, il corpo, la norma, l’arte.

Forse è proprio questa stratificazione che rende lussuria una parola così viva: nasce come crescita, diventa deviazione, si fa peccato, e infine torna immagine. E in ogni suo uso, antico o moderno, conserva la stessa verità: ciò che eccede racconta sempre qualcosa di noi.

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 A tutto spiano

A tutto spiano è una di quelle espressioni che sembrano nate già col fiato corto, con l’energia che preme per uscire. Oggi la adoperiamo per indicare che qualcosa procede senza freni, con slancio pieno, con quella generosità d’azione che non conosce risparmio. Ma sotto questa vitalità quotidiana si nasconde un gesto antico, preciso, artigianale, che merita di essere riportato alla luce.

Lo spiano era innanzitutto lo strumento del carpentiere: la pialla o la livella che scorreva lungo tutta la superficie del legno, senza interruzioni, con un movimento ampio e continuo. Lavorare a tutto spiano significava sfruttare l’intera corsa dello strumento, farlo correre da un’estremità all’altra con la massima forza, come se ogni passata dovesse restituire una perfezione immediata. È un’immagine che conserva ancora oggi la sua potenza: l’idea di un gesto pieno, totale, senza esitazioni.

Un’altra pista etimologica, altrettanto affascinante, porta invece ai mulini e ai forni. Lo spiano sarebbe stato la quantità di farina (o di pane) che si poteva spianare, distribuire, erogare senza limiti. Agire a tutto spiano voleva dire, dunque, usare tutta la capienza dell’impianto, senza parsimonia, come se la produzione dovesse fluire senza ostacoli. È curioso notare come ambe le ipotesi - quella del legno e quella della farina - condividano la stessa idea di ampiezza, di gesto pieno, di risorsa portata al massimo.

La locuzione, forte di questa doppia radice, si è poi adattata ai contesti più diversi. I cantieri che procedono a tutto spiano richiamano le maestranze che lavorano a pieno regime, senza pause, con la scadenza che incombe. I ragazzi che ballano a tutto spiano restituiscono la gioia senza freni, la spensieratezza che non conosce economia. Un impianto di climatizzazione che funziona a tutto spiano racconta invece un consumo elevato, una macchina che dà tutto ciò che può per contrastare la calura. E quando un’azienda investe a tutto spiano, la metafora si fa economica: risorse che scorrono, decisioni che accelerano, strategie che si espandono.

Una piccola curiosità storica: nei manuali di falegnameria dell’Ottocento, la pialla veniva descritta come uno strumento che “richiede ampiezza di gesto e continuità di braccio”. È quasi una definizione anticipata della locuzione moderna, come se il linguaggio avesse conservato, senza accorgersene, la memoria di quel movimento.

In fondo, a tutto spiano è l’elogio dell’impegno pieno, della generosità d’azione, del fare senza trattenersi. È la lingua che ricorda che, talvolta, per ottenere un buon risultato, bisogna lasciar correre la mano, il pensiero, la volontà.

E come spesso accade con i modi di dire più longevi, la sua verità si può riassumere in un soffio: la misura, quando serve, è proprio l’assenza di misura.



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

sabato 29 agosto 2026

Solleone d’agosto: fuoco nel naso e mosche al collo

 


Solleone d’agosto, fuoco nel naso e mosche al collo” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da una vecchia aia contadina, dove il linguaggio non descrive: scolpisce. È formula antica, popolare, fatta per essere pronunciata con un mezzo sorriso e un filo di insofferenza: quando il caldo non è più semplice calura ma diventa presenza fisica, quasi animale, che ti si appiccica addosso e ti toglie la voglia di muoverti. Il Solleone è il cuore dell’estate, il periodo in cui il Sole entra nella costellazione del Leone: tra fine luglio e agosto, quando l’aria vibra, le ombre si accorciano e il giorno sembra non finire mai. In questo contesto nasce l’immagine del fuoco nel naso, che non è iperbole poetica ma percezione concreta: il respiro caldo, l’aria che brucia, la sensazione di avere il volto sempre esposto a una fornace invisibile. È un’espressione che non si limita a registrare la temperatura: racconta l’effetto che la temperatura ha sul corpo, sul comportamento, sull’umore.

Le mosche al collo completano il quadro con una precisione quasi pittorica. Le mosche sono il segno della stagione avanzata, della natura che ribolle, degli animali che cercano riparo e degli uomini che perdono la pazienza. Sono la metafora della molestia minuta, continua, insistente: non fanno male, ma snervano. E infatti il detto non parla solo della temperatura: parla del caldo che irrita, che sfianca, che rende nervosi. È un ritratto antropologico prima ancora che meteorologico. Le mosche che si posano sul collo sono il simbolo di una soglia superata: non si tratta più di sopportare la stagione, ma di subirla.

Una piccola curiosità, tramandata nelle campagne dell’Italia centrale, racconta che l’espressione veniva usata anche come sorta di “diagnosi popolare” per gli animali da lavoro. Quando il contadino vedeva il bue o il mulo fermarsi, sbuffare e agitare la testa per scacciare le mosche, diceva che aveva fuoco nel naso: non perché l’animale fosse malato, ma perché il caldo gli aveva tolto ogni voglia di procedere. Era un modo di leggere il comportamento animale come specchio di quello umano, una forma di empatia rurale che trasformava la meteorologia in osservazione condivisa. E pare che alcuni anziani, per scherzo, aggiungessero un’appendice al detto: e cervello in ammollo, per indicare che il caldo non solo sfianca il corpo, ma annebbia anche la mente.

Il modo di dire ha, dunque, la struttura delle formule contadine che condensano un’esperienza collettiva. Non nasce nei libri, ma nelle giornate trascorse all’aperto, nei campi, nelle stalle, nelle strade polverose. È lingua che osserva il mondo e lo restituisce con immagini immediate, corporee, senza mediazioni. Il fuoco nel naso è il calore che impedisce di respirare bene; le mosche al collo sono la prova che il caldo ha raggiunto il suo culmine, che tutto è fermo, immobile, stagnante. In questa immobilità forzata si riconosce la cifra del Solleone: non è solo il periodo più caldo dell’anno, è il periodo in cui il caldo domina.

C’è anche un tratto di ironia, come spesso accade nei modi di dire popolari. L’espressione è volutamente esagerata, teatrale, ma non per fare scena: per rendere l’esperienza condivisibile. Chi la pronuncia non sta lamentandosi davvero, sta partecipando a un rito linguistico che riconosce la fatica dell’estate e la trasforma in immagine. È un modo di dire che unisce, perché chiunque abbia vissuto un agosto italiano sa esattamente cosa significhi avere fuoco nel naso e mosche al collo. È una forma di solidarietà meteorologica, un piccolo patto di sopravvivenza.

Nella sua semplicità, la locuzione conserva una bellezza antica: quella delle parole che non cercano eleganza ma verità sensoriale. È un frammento di cultura orale che racconta un’Italia rurale, fatta di osservazione diretta e di metafore nate dal contatto quotidiano con la natura. E ogni volta che la si pronuncia, anche oggi, si riattiva quel mondo: il sole che picchia, l’aria che vibra, il sudore che scende lento, le mosche che non danno tregua. È il Solleone, appunto: quando l’estate non si limita a essere stagione, ma diventa condizione.


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Oggi basta da solo

C’è un “vezzo” che attraversa la prosa italiana da secoli: la locuzione quest’oggi. La si incontra in autori illustri, persino nel Manzoni, che non era certo uno sprovveduto nell’uso della lingua. E tuttavia, proprio perché la lingua va osservata con occhio fino, conviene fermarsi un attimo (non un attimino, per carità!) e chiedersi se questa espressione sia davvero necessaria. Perché dire quest’oggi quando oggi basta e avanza?

La questione è semplice: il dimostrativo questo è già contenuto nella parola oggi. Non per capriccio, ma per etimologia. Oggi discende dal latino hŏdĭe, contrazione di hōc dĭe, cioè “in questo giorno”. Il dimostrativo è lì, incorporato, stratificato, perfettamente funzionante. Aggiungerne un altro significa duplicare ciò che è già presente, come dire questo questo giorno. Una ridondanza che la lingua non richiede e che, a ben vedere, non aggiunge nulla.

Si potrebbe obiettare che la tradizione letteraria ha usato quest’oggi con naturalezza. È vero. Ma la tradizione non è sempre sinonimo di necessità. Molti autori sono ricorsi a forme ridondanti per ragioni stilistiche, ritmiche, talvolta semplicemente perché erano in voga nel loro tempo. La domanda da porsi è un’altra: serve davvero? Esiste forse un oggi che significhi ieri o domani? Abbiamo bisogno di specificare “questo” per distinguere un oggi da un altro? No. Oggi è univoco, netto, non ambiguo. Non richiede stampelle dimostrative.

La lingua italiana, quando è pulita, preferisce l’essenzialità. Oggi è una parola già perfetta: breve, precisa, autosufficiente. Inserire quest’oggi significa appesantire ciò che è già chiaro. È un’aggiunta che non chiarisce, non rafforza, non distingue. È un di più che non serve. E se la lingua ci offre una forma elegante e completa, perché non rispettarla?

Per questo, secondo l’estensore di queste noterelle, la raccomandazione è semplice: usare oggi e lasciare riposare quest’oggi. Non per snobismo, ma per pulizia. Non per rigidità, ma per coerenza. Non per negare la tradizione, ma per onorare la struttura stessa della parola.

In fondo, la buona lingua è come una casa ben costruita: non ha bisogno di decorazioni superflue. E oggi, da solo, è già tutto ciò che serve.


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La lingua “biforcuta” della stampa


La storia

L’ultimo abbraccio al papà: in sala operatoria con lui prima della donazione degli organi a Milano

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Gli organi sono stati donati alla città di Milano?

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La violenza

Tenta il suicidio a 13 anni, poi trova la forza di denunciare il padre dopo violenze e vessazioni. Arrestato

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Chi è stato arrestato? Il figlio? il padre?

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Il caso 

Il caso Ponza senza acqua e internet, il caso finisce in Parlamento

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In buona lingua italiana: senza acqua né Internet (con la I maiuscola). Dal Treccani: (senza) Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né, più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).




















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venerdì 28 agosto 2026

"Scoladdetto": quando il bidello non è più un messaggero

 Dal medievale che annunciava ordini alla figura moderna che tiene in piedi la scuola: una parola nuova per un mestiere che la lingua non ha ancora saputo nominare

Nella storia delle parole ci sono mestieri che cambiano pelle, ma non cambiano nome. Bidello è uno di questi. La sua origine non ha nulla (a) che vedere con la scuola, né con la pulizia delle aule, né con i servizi interni: viene dal franco bidal, “messaggero”, figura che nel Medioevo portava ordini, convocazioni, notifiche. Da lì il latino medievale bidellus, poi l’inglese beadle, sempre con la stessa idea: un uomo che fa da tramite, che annuncia, che accompagna, che esegue comunicazioni. Il significato originario è dunque chiaro: un messaggero, non un custode.

Quando la scuola italiana ha acquisito il termine, non ha ereditato la funzione, ma solo la parola. Il bidello moderno non messaggia nulla, non porta ordini, non annuncia convocazioni. Non è un messo, non è un banditore, non è un tramite. È un lavoratore interno che tiene insieme la quotidianità scolastica: apre le aule, le chiude, le pulisce, le mantiene ordinate; aiuta gli studenti, supporta i docenti, garantisce la funzionalità minuta degli spazi. È un ruolo domestico, interno, operativo, lontanissimo dal messaggero medievale che ha generato il nome.

Eppure continuiamo a chiamarlo bidello, trascinandoci dietro un fossile semantico che non racconta più ciò che fa. La parola è rimasta, il mestiere è cambiato. E allora, se vogliamo una denominazione trasparente, che dica ciò che il bidello fa oggi e non ciò che faceva il suo antenato linguistico, serve un neologismo che non abbia ambiguità, che non evochi portinerie, vigilanza o messaggeria, ma che restituisca con chiarezza la sua funzione interna.

Scoladdetto nasce esattamente per questo. È una parola di vetro: scol- da scuola, addetto come ruolo operativo. Non custodisce l’edificio come un portiere, non sorveglia come un vigilante, non annuncia come un messo. È semplicemente l’addetto della scuola, colui che garantisce ordine, pulizia, supporto quotidiano, presenza operativa. Una figura interna, non perimetrale; funzionale, non simbolica; scolastica, non medievale.

In un tempo in cui le parole dovrebbero raccontare ciò che vediamo, scoladdetto è la proposta più limpida per sostituire un nome che ha perso il suo significato originario e che oggi non descrive più nulla. È un neologismo che non chiede interpretazioni, non richiede etimologie, non porta con sé ombre storiche: dice ciò che fa, e lo dice con la naturalezza di una parola che sembra esistere da sempre.

Voi, amici che seguite le nostre noterelle, continuerete a chiamarlo bidello o la burocrazia del 'collaboratore scolastico' ha già vinto?

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La lingua “biforcuta della stampa

Un funzionario statunitense e uno israeliano hanno rivelato oggi che oggi che dalla Casa Bianca si sta facendo pressione …

Trump: "Portaerei Lincoln in per troppo tempo? Neanche lontanamente"

Un raid con droni da parte degli Houthi preso di mira un impianto di Aramco in Arabia Saudita.

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Trump ordina di riportare le portaerei al vapore (con costi miliardari).

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Il trasporto tra Jeddah e Dammam via Riyadh è estesa per circa 1.300 km.


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quella che è ritenuto la sua prima visita in Egitto da quando è stato eletto.

impedire la violenza arbitraria e l'intimidazione dei coloni contro i palestinesi, porre fine allo loro impunità …

una dichiarazione diffusa dall'agenzia di stampa Fars e rilanciata dai media arbi …

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Elly Schlein, la segretaria più longeva che ha rilanciato il P

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riduce l’uso di prodotti chimici, favorendo un’ambiente sano.

Metodo dell’asciugamano priorita visibili …

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Un giustificazione che non ha bisogno di commenti …

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Lo dce lo stesso presidente Usa in una intervista a Fox News.

i numerosi accordi in  materia di sicurezza che le aziende israeliane stipulato attraverso  Paesi terzi.


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Sabato tre navi hanno transitato dallo Stretto di Hormuz …

Così l'ambasciatore l'ambasciatore  americano in Italia, Tilman J. Fertitta …


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i coloni hanno eretto un blocco stradale con delle petre nell'adiacente incrocio …

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Il regolamento vigente prevede che chi occupa un immobile pubblico perdi il diritto ad accedere alle graduatorie …


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Su questa presunta intenzione non sono arrivate conferme né smentite ufficiale.

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ha nuovamente provocato fibrillazioni e «mandato di nuovi in tilt» …


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Favino rischiò l'arresto al Parlamento



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coloni estremisti danno fuoco a un impianto industriale vicino Ramallah.

nonostante Trump sempre la scorsa settimana ha detto che i colloqui tra Usa e Iran sono per ora sospesi.

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Pakistan: progressivi significativi sui colloqui …

gli Stati Uniti hanno anunciato nuove sanzioni contro l’Iran …

 È quanto riferisce le Forze di difesa israealiane (Idf) … hanno colpito e smantellato cinque depotisi di armi di Hamas


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una stagione segnata dal giustizialismo e dalla gogna mediatiche.

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Sono ore in cui tra le fila della precedente Commissione Vigilanza Rai …

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Il primo ministro del Qatar è atterrto a Teheran per colloqui

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Fratoianni-Piccolotti, Sinistra Spa. Lui vuole la presidenza della Camera, la compagna pun

Ottimo casting, scenografia e regia perfette, e almeno treno mination …











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giovedì 27 agosto 2026

L’arte sottile del surrettizio

 Quando ciò che passa di nascosto diventa la parola più precisa

Surrettizio è uno di quegli aggettivi che sembrano scivolare nella frase con passo felpato, come se non volessero farsi notare. Eppure, quando lo si osserva da vicino, l’attributo in oggetto rivela una storia precisa, un carattere netto, una funzione linguistica che non dà adito ad ambiguità. È un lessema che vive di discrezione: indica ciò che entra, si insinua, si compie di nascosto, senza dichiararsi, senza chiedere permesso. Un aggettivo che non ama la luce diretta, ma che proprio per questo merita di essere portato alla ribalta, spiegato, chiarito, restituito alla sua piena dignità semantica.

L’origine è limpidissima: dal latino surrepticius, derivato da surripĕre, cioè “sottrarre, carpire, prendere di nascosto”. È un verbo composto da sub (“da sotto”) e rapĕre (“rapire”), e già questo dice molto: l’idea del gesto furtivo, dell’azione che passa sotto traccia, del movimento che sfugge allo sguardo. Da qui l’aggettivo latino, che significava “ottenuto clandestinamente, introdotto con frode, compiuto di nascosto”. Il passaggio all’italiano non ha alterato il nucleo semantico: surrettizio conserva intatto il suo profumo di segretezza.

I significati moderni si muovono tutti attorno a questa matrice. Può indicare ciò che viene introdotto senza autorizzazione, ciò che si insinua senza che nessuno se ne accorga, ciò che si compie in modo non dichiarato. Un’informazione surrettizia è una notizia che circola sottobanco; un cambiamento surrettizio è una modifica fatta senza annuncio; un comportamento surrettizio è un modo di agire che mira a ottenere qualcosa senza esporsi. In ambito giuridico, amministrativo o politico, l’aggettivo è spesso usato per segnalare un atto compiuto con modalità non trasparenti. In contesti psicologici o sociali può descrivere dinamiche che si instaurano lentamente, quasi impercettibilmente, fino a diventare strutturali. È un termine che non ha bisogno di alzare la voce: basta pronunciarlo per richiamare un mondo di movimenti laterali, di strategie silenziose, di passaggi nascosti.

Le modalità d’uso sono chiare e stabili. Si applica a fatti, atti, processi, decisioni, informazioni, comportamenti. Non si usa per oggetti materiali, né per qualità astratte prive di dinamica. È un aggettivo che richiede un soggetto agente, anche implicito: qualcosa o qualcuno che introduce, modifica, ottiene, altera. Funziona bene in contesti formali, ma non è affatto proibito nella lingua comune, dove anzi può aggiungere una sfumatura elegante, precisa, quasi chirurgica. Dire che una regola è stata cambiata “in modo surrettizio” è più incisivo che dire “di nascosto”: la prima espressione suggerisce intenzione, metodo, calcolo; la seconda è più generica. Lo stesso vale per “influenza surrettizia”, “manovra surrettizia”, “presenza surrettizia”: tutte formule che designano un’azione che non si presenta come tale, ma che, comunque, agisce.

Una curiosità: l’aggettivo, pur essendo dotto, non è mai diventato pedante. È rimasto in quella zona felice della lingua in cui la precisione non si traduce in rigidità. Non è un tecnicismo, non è un arcaismo, non è un latinismo ostentato: è semplicemente un termine che fa il suo lavoro con discrezione, come il significato che porta con sé.

E forse è proprio questa la sua forza: surrettizio è un attributo che non si impone, ma che, una volta incontrato, non si dimentica più. Perché dice esattamente ciò che deve dire, senza rumore, senza esagerazione, senza sovraccarico. Come certe verità che non arrivano gridando, ma che, quando emergono, non si possono più ignorare. Le cose più silenziose sono spesso le più decisive.
















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mercoledì 26 agosto 2026

Il giorno in cui l’italiano ha cominciato a boccheggiare

 La nostra lingua scopre di non avere una parola per chi soffre il caldo e decide di inventarsela


C’
è un piccolo vuoto nella nostra lingua, uno di quelli che fanno sorridere chi ama le sfumature: abbiamo freddoloso, gelido, rigido, infreddolito, ma non abbiamo un termine altrettanto naturale per designare chi soffre il caldo. È curioso, perché l’esperienza è comune, quotidiana, quasi universale: c’è chi patisce l’inverno e chi patisce l’estate, chi trema e chi boccheggia. Eppure l’italiano, che pure è generoso nel catalogare i temperamenti climatici, qui tace.

Il silenzio lessicale non è mai casuale. Freddoloso nasce da un bisogno concreto: descrivere una sensibilità diffusa, riconoscibile, socialmente condivisa. Il freddo, nella cultura italiana, è stato per secoli un elemento percepito come minaccia, disagio, ostacolo. Il caldo, invece, è stato a lungo associato alla vita, alla luce, alla stagione buona. Solo in tempi recenti il caldo è diventato un problema: afa, umidità, ondate estive, città che ribollono. E quando un fenomeno cambia statuto culturale, la lingua comincia a muoversi.

Da qui l’idea di colmare la lacuna con un neologismo: calidofobico. La formazione è ibrida, certo: il latino calidus (caldo) si innesta sul greco phóbos (avversione). È un incrocio che l’italiano non disdegna: basti pensare a idrofobia, claustrofobia, xenofobia, tutti composti greci che convivono con radici latine in altri derivati. La lingua, quando deve nominare un’esperienza nuova, non si preoccupa troppo della purezza etimologica: cerca l’efficacia, la trasparenza, la riconoscibilità immediata.

Calidofobico funziona proprio per questo. È chiaro, leggibile, intuitivo. Dice esattamente ciò che deve dire: una persona che ha avversione per il caldo, che lo soffre, che lo teme, che lo evita. Non è un semplice “accaldato”: è qualcuno che vive il caldo come un disagio strutturale, non come una condizione momentanea. E soprattutto colma un vuoto: offre un’etichetta dove prima c’era solo una perifrasi.

Sotto il profilo morfologico, il composto è regolare: calido- come base nominale, -fobico come suffisso produttivo. Sul versante semantico, è coerente: la fobia non è qui patologica, ma metaforica, come in lunatico, meteoropatico, claustrofobico usato in senso attenuato. Culturalmente la neoformazione intercetta un fenomeno contemporaneo: la crescente insofferenza per il caldo urbano, per l’afa, per le estati che non somigliano più alle... estati.

La lingua italiana, quando accoglie un neologismo, lo fa sempre per necessità: perché quel termine serve, perché risolve un problema di “nominazione”, perché dà forma a un’esperienza collettiva. Calidofobico, dunque, ha tutte le carte in regola per entrare nel repertorio: è elegante, è preciso, è utile. E soprattutto è un piccolo gesto di manutenzione linguistica: un modo per ricordare che le parole non sono un inventario chiuso, ma un organismo che cresce, si adatta, risponde al mondo. Ai lessicografi l'ardua sentenza.

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Parlare a fiocco spento

Parlare a fiocco spento” è un fossile idiomatico che sembra nato in un pomeriggio di neve “stanca”, quando i fiocchi scendono larghi, molli, senza più presa, e il paesaggio resta com’era. È un’immagine che non appartiene alla lingua comune, ma a una microtradizione dell’Italia nord‑orientale tra Ottocento e primo Novecento, dove la neve era osservata con la stessa attenzione con cui si osservano gli umori delle persone. Il fiocco “spento” non costruisce, non imbianca, non incide: cade e si dissolve. E così la voce che parla a fiocco spento cade e si dissolve, senza imprimersi, senza scaldare, senza lasciare traccia.

L’espressione nasce da un fenomeno meteorologico preciso: la neve che cade quando la temperatura è appena sopra lo zero, fiocchi acquosi che perdono la loro struttura cristallina e si disfano prima di toccare terra. I contadini la chiamavano neve “spenta” o “stanca” perché non aveva più forza, non cambiava il campo, non mutava il sentiero. Da qui il senso figurato: un parlare che non attecchisce, che non prende, che non riesce a diventare gesto comunicativo pieno. Non è timidezza: è mancanza di energia interna, come se la voce avesse perso la sua temperatura.

In alcuni diari privati dell’area veneta, l’espressione compare per descrivere conversazioni in cui la stanchezza emotiva prevale: si parla, sì, ma senza desiderio di convincere, senza volontà di incidere. In altri casi, la sfumatura è più ironica: parlare a fiocco spento è ciò che fa chi tenta di dire qualcosa ma non trova le parole giuste, e allora la frase si affloscia, si scioglie, si spegne. È un’immagine che conserva la sua delicatezza proprio perché non ha avuto circolazione: resta un reperto, un frammento di clima trasformato in linguaggio.

Una curiosità: in un quaderno scolastico del 1908, conservato nell’archivio di una scuola comunale del Bellunese, un maestro annota che uno scolaro “oggi parla a fiocco spento, come la neve che non vuole cadere”. È una delle pochissime occorrenze in cui il modo di dire viene spiegato con una similitudine esplicita, segno che già allora l’espressione non era trasparente per tutti.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Caro carburanti

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Correttamente: miniproroga (parola unica, senza trattino). Gli operatori dell’informazione clicchino qui.

 

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Il commento

Rai Scuola, perché un servizio pubblico non si misura con i click

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Perché il barbaro “click” quando in italiano c’è CLIC? Si veda anche qui.












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martedì 25 agosto 2026

Deposto e spodestato: due cadute, una sola illusione di sinonimia

Quando il potere scende e quando viene fatto scendere: storia di due verbi che non raccontano la stessa fine

Ci sono parole che sembrano nate per camminare insieme, come due figure che procedono affiancate nella stessa direzione. Le usiamo quasi senza pensarci, convinti che dicano la stessa cosa, che raccontino lo stesso gesto, la stessa scena. Eppure, quando la lingua decide di essere precisa, queste coppie apparentemente gemelle si separano, mostrano caratteri diversi, rivelano sfumature che non avevamo notato. Deposto e spodestato appartengono a questa famiglia: due participi che parlano di potere che si perde, ma non nello stesso modo, non con la medesima luce, non con la medesima dinamica. Basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che la loro storia non coincide. Vediamo.

Deposto e spodestato sembrano camminare affiancati nella stessa zona semantica: chi perde un trono, una carica, un primato. Eppure, quando li si osserva da vicino, rivelano due caratteri diversi, due modi di raccontare la caduta dal potere. Deposto nasce dal verbo deporre, che in origine significa far scendere, posare, togliere dall’alto. È un termine che porta con sé l’idea di un gesto formale, quasi amministrativo: qualcuno viene rimosso, sollevato dall’incarico, collocato altrove rispetto alla posizione che occupava. Non a caso, deporre è un verbo dalle molte vite: si possono deporre le armi, deporre un carico, deporre una testimonianza. La deposizione è un atto, non necessariamente un conflitto. Per questo, nel linguaggio istituzionale, depósto è la scelta naturale: un sovrano deposto, un presidente deposto, un generale deposto dal governo. Qui l’accento è sulla procedura, sulla decisione, sulla formalità dell’atto. Il verbo, con la sua ampiezza di significati, mantiene una compostezza quasi notarile.

Spodestato, invece, ha un’origine più combattiva. Viene da potestà, e porta con sé l’idea di una privazione brusca, di un potere sottratto, di una supremazia che viene strappata via. Chi è spodestato non scende: viene fatto scendere. Non perde semplicemente una posizione, ma il dominio, il comando, la centralità. È un termine che vibra di competizione, di scontro, di rivalità. Non stupisce che, fuori dall’ambito politico, abbia trovato casa nel linguaggio sportivo, commerciale, persino quotidiano: il campione spodestato dal nuovo sfidante, il marchio spodestato dal concorrente emergente, il leader (si perdoni il barbarismo) spodestato da un’idea più fresca. Qui la formalità non c’entra: c’è una lotta, c’è un sorpasso, c’è un ribaltamento. E il verbo, con la sua univocità semantica, non lascia spazio ad altri usi: riguarda solo il potere, in qualunque forma questo si manifesti.

Una curiosità storica: nei resoconti medievali, la deposizione di un sovrano veniva spesso descritta come un atto rituale, quasi liturgico, mentre lo spodestamento era narrato come un gesto violento, un colpo di mano, un’improvvisa rottura dell’ordine. Due modi di raccontare la stessa fine, ma con due immaginari diversi: la sala del trono da una parte, il campo di battaglia dall’altra.

In soldoni, depósto è il verbo della scrivania, spodestato quello dell’arena. Uno registra, l’altro ribalta. E nella lingua, come nella vita, non è la caduta a fare la storia, ma il modo in cui si cade.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Con il caldo alcuni animali vanno in l’etargo

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Ogni commento è superfluo.



















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lunedì 24 agosto 2026

L’arte di tornare indietro dicendo di più

 Quando le parole si ribaltano e il senso avanza: l’antimetabole, la simmetria che incide

L’antimetabole è una figura retorica – non trattata in numerosi testi grammaticali - che vive in una zona d’ombra: la si incontra spesso, la si riconosce per istinto, talvolta la si ammira, ma quasi nessuno ne conosce il nome. Eppure è una delle strutture più eleganti della retorica classica, capace di dare alla frase un moto di ritorno, una simmetria che incide nella memoria e che trasforma un pensiero in una formula. È la figura che ribalta gli elementi, li fa tornare indietro come in uno specchio, creando un equilibrio che non è mai puramente ornamentale: serve a rafforzare un concetto, a renderlo più netto, più scolpito, più memorabile.

Il nome viene dal greco antimetabolḗ, “inversione, scambio”, composto da anti “contro, in senso inverso” e metabolḗ “mutamento, cambiamento”. È dunque, letteralmente, un “cambiamento al contrario”: ciò che è detto in un ordine viene ripreso e ribaltato nell’ordine opposto. La figura è antica, già presente nella retorica greca e latina, e attraversa i secoli con una naturalezza sorprendente: la si ritrova nei testi sacri, nella filosofia, nella politica, nella pubblicità, nella canzone, nella conversazione quotidiana.

Il significato operativo è semplice: l’antimetabole consiste nel ripetere una frase o una coppia di parole invertendone l’ordine, così da creare un contrasto che illumina il senso. Non è un gioco di prestigio: è un modo per dire che la relazione tra due elementi cambia quando cambia la loro posizione. La forza della figura sta proprio in questa torsione: ciò che sembrava ovvio diventa improvvisamente problematico; ciò che sembrava un rapporto unidirezionale si rivela bidirezionale; ciò che era un’affermazione si trasforma in un avvertimento.

Gli esempi sono celebri. L’antimetabole più nota del Novecento è quella di John F. Kennedy: Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo Paese. Qui la simmetria non è solo estetica: ribalta la prospettiva, sposta il baricentro dell’argomentazione, trasforma il cittadino da beneficiario a protagonista. Un altro esempio, attribuito a MarkTwain, è: Non è il cane nella lotta, è la lotta nel cane. Anche qui il ribaltamento chiarisce il punto: non conta la dimensione dell’animale, ma la sua determinazione. In italiano, la formula Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare è attestata nella tradizione morale cristiana e poi ripresa in vari testi divulgativi: la simmetria mette in luce la gerarchia dei valori con una nettezza che nessuna spiegazione discorsiva potrebbe ottenere.

La distinzione con il chiasmo è sottile ma decisiva. Il chiasmo è una disposizione incrociata degli elementi, una struttura AB‑BA; l’antimetabole è un chiasmo che richiede la ripetizione identica delle parole, invertite nell’ordine. Tutte le antimetaboli sono chiasmi perché hanno la forma incrociata; non tutti i chiasmi sono antimetaboli perché molti chiasmi non ripetono le stesse parole, ma solo la stessa struttura. Se dico: L’uomo non vive per il denaro, ma il denaro vive per l’uomo, ho un chiasmo: gli elementi si incrociano, ma non c’è ripetizione verbale perfetta. Se invece dico: Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare, ho un’antimetabole: le parole mangiare e vivere tornano identiche, solo invertite. Il chiasmo è una figura di disposizione; l’antimetabole è una figura di ripetizione speculare. Il primo gioca sulla sintassi, il secondo sulla memoria.

La figura funziona anche in contesti più quotidiani, dove la sua eleganza si fa quasi invisibile: Ti ricordi quando eravamo felici senza saperlo? Ora sappiamo tutto senza essere felici. Oppure: Non ti ho cercato perché ti volevo, ti ho voluto perché ti cercavo. In questi casi l’antimetabole diventa un dispositivo emotivo: il ribaltamento non è solo logico, ma sentimentale, e la simmetria produce un effetto di malinconia, di consapevolezza, di rivelazione.

Una curiosità: l’antimetabole è una delle figure più amate dalla pubblicità, perché la ripetizione invertita crea “slogan” (si perdoni il barbarismo) che si ricordano da soli. La simmetria è una calamita mnemonica: ciò che torna, resta. E allora si può dire che l’antimetabole non è solo un modo di parlare, ma un modo di pensare: le parole tornano indietro, ma il senso va avanti.

















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