Quando si celebra e quando si commemora: una distinzione che i vocabolari sfiorano, ma l’uso chiarisce
A proposito della festività di ieri, 2 giugno, alcuni organi d’informazione titolavano: “Si commemora la nascita della Repubblica”. Si commemora? Riteniamo necessario specificare che una ricorrenza può essere “detta” “celebrata” o “commemorata” (a seconda dei casi), e i vocabolari – per ragioni di ampiezza descrittiva – spesso presentano i due sintagmi verbali come parzialmente sovrapponibili, talvolta persino equivalenti. Ma l’uso vivo della lingua, la storia delle parole e soprattutto la loro temperatura emotiva mostrano una distinzione chiara, che vale la pena restituire con precisione, e il Tommaseo-Bellini chiarisce bene la differenza tra commemorare e celebrare.
Celebrare viene dal latino celebrare, che significava rendere frequente, onorare, festeggiare con partecipazione: l’idea è quella di un gesto collettivo, luminoso, condiviso, che dà rilievo a qualcosa di positivo. Commemorare deriva invece da commemorare, formato da cum e memorare, e significava ricordare insieme, richiamare alla memoria in modo solenne: già l’etimologia orienta verso un registro più grave, raccolto, meditativo.
Nell’italiano contemporaneo celebrare si applica a ciò che ha un carattere lieto o comunque partecipativo: si celebrano anniversari felici, matrimoni, vittorie, feste civili che intendono affermare un valore positivo. Il verbo porta con sé un gesto di esaltazione, di riconoscimento, di ritualità luminosa. Commemorare, al contrario, si usa quando l’oggetto è un dolore, una perdita, una tragedia, un lutto collettivo: si commemorano i caduti, una strage, una figura scomparsa, un evento che richiede raccoglimento più che festa. È un verbo che non esalta, ma custodisce; non festeggia, ma invita alla riflessione; non illumina, ma trattiene la memoria.
A questo punto una “curiosità filologica” conferma quanto la distinzione non sia un’invenzione moderna. Gli autori latini, infatti, usavano celebrare quasi esclusivamente in contesti di festa, di partecipazione collettiva, di onore reso a qualcosa di vivo e presente. Cicerone ricorre a celebrare per rendere solenne una ricorrenza gioiosa o un atto pubblico condiviso, mentre evita accuratamente di usarlo per eventi luttuosi. Per quelli adopera commemorare, che in lui ha già il valore di ricordare con gravità, spesso riferito ai defunti, agli antenati, ai momenti dolorosi della storia romana. È un dettaglio piccolo ma rivelatore: la distinzione semantica che l’italiano conserva non è una sfumatura recente, ma un’eredità diretta della prosa classica.
Ciò che è interessante è il fatto che i dizionari, registrando l’ampiezza dell’uso, tendono a presentare i due verbi come vicini, talvolta come intercambiabili. E in effetti esistono contesti di confine in cui una ricorrenza ha una doppia anima: il 25 aprile, per esempio, si celebra come festa della liberazione, ma si commemorano anche le vittime della guerra. Tuttavia, nella pratica linguistica più attenta, la distinzione rimane salda: celebrare implica un valore positivo o una partecipazione lieta, commemorare implica una memoria solenne o un dolore condiviso. Per questo una ricorrenza non è mai neutra: o si celebra o si commemora, a seconda del suo nucleo emotivo e storico. In due parole: celebrare “festeggia”, commemorare “ricorda”.
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Garzone....
A volte una parola sembra nata già con il grembiule addosso, come se fosse sempre vissuta tra botteghe, sacchi di farina e apprendistati. E invece, scavando appena sotto la superficie, scopri che la sua storia comincia altrove, in un territorio più ampio e più mobile di quanto lasci intuire l’uso moderno. È il caso di garzone, un termine che oggi immaginiamo chino a imparare un mestiere, ma che porta con sé un passato più lungo e più sfumato.
Garzone arriva dal francese garçon, che nei testi antichi significa “ragazzo”, “giovane al servizio”, e che in italiano si è poi assestato sull’idea dell’apprendista e dell’aiutante di bottega. La radice germanica remota, ricostruita come *wrakjo, apre però uno spiraglio interessante: in quell’area linguistica il termine indicava un giovane subordinato alla cerchia di un capo, spesso in un contesto di vita militare, dove l’essere “al seguito” aveva un peso concreto. Non è un significato attestato nell’italiano, ma un colore etimologico che racconta il retroterra della parola prima che la nostra lingua la addolcisse.
Nei documenti italiani garzone è prima un giovinetto, poi un apprendista, un lavoratore che affianca e impara. Oggi nomina un ruolo umile e quotidiano, ma sotto la superficie resta l’eco di un’antica giovinezza “al seguito”, che la storia ha trasformato in mestiere.
