sabato 2 luglio 2022

Perché tappeZZiere?


 Cortese dott. Raso, in un suo articolo ho letto che «si hanno due zeta (zz) davanti a una vocale semplice (pazzo), si ha una sola zeta (z), invece, davanti a due vocali: azione, abbazia. Le eccezioni sono quasi inesistenti: razzìa e pochissime parole derivate da altre che al loro interno ne contengono due, per la regola sopra citata: pazzia (da 'pazzo'); corazziere (da 'corazza'), razziale (rara, ma non errata, la grafia raziale). Un'altra regola, e questa riguarda anche la doppia g, stabilisce che tutte le parole che finiscono in -ione prendono una sola zeta (e una sola g): stazione, promozione (provvigione, stagione)». Le chiedo, quindi, perché "tappezziere" prende due zeta? Non deriva da "tappeto"? Come si spiegano le due zeta? La ringrazio in anticipo se avrò l'onore di una sua autorevole risposta. Grazie ancora e cordiali saluti.

Emanuele S. (Prato)

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Caro amico, sarò telegrafico. Tappezziere non deriva affatto da tappeto, come lei credeva. È un sostantivo deverbale, deriva cioè dal verbo "tappezzare". Tappezziere, per tanto, prende due zeta perché il "padre", vale a dire il verbo, contiene due zeta.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Cantiere stradale a sorpresa: maxi ingorgo alle Molinette

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Correttamente: maxiingorgo (meglio ancora: maxingorgo, con la crasi).

Maxi, crasi



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

venerdì 1 luglio 2022

I topiragni o i toporagni?


 Sul purale di toporagno non tutti i vocabolari che abbiamo consultato concordano. Alcuni pluralizzano entrambi i sostantivi (topiragni), altri solo il secondo elemento (toporagni), altri ancora sono salomonici (topiragni o toporagni). A nostro modo di vedere il solo purale corretto è toporagni (prende la desinenza del plurale solo il secondo sostantivo). Il termine in oggetto è un nome composto di due sostantivi dello stesso genere e i nomi cosí composti ─ secondo la "legge grammaticale" ─ nella forma plurale mutano la desinenza solo del secondo elemento. In proposito abbiamo notato una disparità di vedute tra il vocabolario Gabrielli (in rete) e il "Si dice o non si dice?" (in rete) dello stesso Gabrielli. I "ritoccatori" delle opere del Maestro dovrebbero mettersi d'accordo.

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La lingua "biforcuta" della stampa

RIETI

Nominata assessore dopo aver detto che la comunità Lgbt sdogana la pedofilia, il Partito Gay: "Vanno chieste in massa le dimissioni"

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Avevamo segnalato alla redazione del quotidiano in rete il femminile corretto di assessore: assessora. La segnalazione era stata recepita. Poi qualche "notabile" del giornale ha ritenuto opportuno ripristinare la forma errata assessore.


La tragedia a Passoscuro. Il 50enne di origine ecuadoregna si è gettato in acqua per mettere in salvo la famiglia finita in balia delle forti correnti. Ma lui non ce l'ha fatta

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Correttamente: ecuadoriana. Si veda quiProbabilmente il titolista è stato influenzato dal demotico della Repubblica di El Salvador: salvadoregno (anche salvadoriano, sebbene non comune) o da quello dell'Honduras: honduregno o (non comune) honduriano.

 

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giovedì 30 giugno 2022

Sull'uso corretto dei due punti


 Non è nostra intenzione urtare la suscettibilità degli amici lettori che conoscono perfettamente l’uso corretto della punteggiatura, in particolare dei due punti. Lo scopo di queste noterelle è quello di “rinfrescare” la memoria di coloro che ci seguono, con stima e affetto, sull’uso dei due punti perché abbiamo notato che i cosí detti operatori dell’informazione adoperano questo segno d’interpunzione - che è basilare - “ad capochiam” inducendo in errore i lettori sprovveduti. Prima di addentrarci nel merito del problema diamo la “parola” a uno dei maggiori linguisti contemporanei, l’illustre e compianto Aldo Gabrielli.

«I due punti sono un segno d’interpunzione (:) che indica una pausa nel corpo di un periodo; pausa che si fa prima di riferire risposte o parole altrui; o prima di cominciare una enumerazione di cose o di concetti; o quando il concetto che segue è una spiegazione (in questo caso i due punti stanno per “cioè”) o un rafforzamento del precedente: Egli mi disse: Verrò con te; i casi sono due: o pagare o fallire; Vedremo che cosa saprai fare all’esame: sarà la piú bella prova se hai studiato o no». 

I due punti, insomma, introducono un discorso diretto e una elencazione o una spiegazione. E qui sorge il problema sull'uso corretto. Molti dimenticano, infatti, che questo segno d’interpunzione - cosí come gli altri - non può mai separare o dividere il soggetto dal complemento oggetto. È per tanto errato scrivere, per esempio, “Giovanna è andata al mercato e ha comperato: patate, cipolle, fagioli e pere. In questo caso, infatti, la merce acquistata costituisce la serie dei complementi oggetti introdotti dal verbo “ha comperato” che non può essere seguito dai due punti separando, cosí, il soggetto (Giovanna) dai complementi oggetti. 

Ma non avevamo detto che i due punti introducono una elencazione? E la merce acquistata non è un elenco? In casi del genere basta far seguire il verbo da  “questo” seguito - a sua volta - dai due punti. In tal modo non si separa il soggetto dal complemento oggetto: Giovanna è andata al mercato e ha comperato questo: patate, cipolle, fagioli e pere. Abbiamo notato, inoltre, che è invalso l’uso sulla stampa, la sportiva in particolare, di non mettere le virgolette dopo i due punti quando si riportano le parole di un personaggio. Capita spesso di leggere frasi del tipo “l’allenatore Caio: Ci rifaremo la prossima settimana”. Riteniamo superfluo ricordare che i due punti servono a introdurre il “discorso diretto” nel qual caso le virgolette sono obbligatorie, non basta far cominciare il discorso diretto (le frasi riportate) con la lettera maiuscola. 

Non seguite, quindi, questi esempi che insozzano la nostra bella lingua. Ma ormai lo sapete, i mezzi di comunicazione di massa non fanno la Lingua, anzi... I due punti, insomma, come riporta il  “Grande libro della lingua italiana” sono «come due chiodi col moschettone, messi uno al di qua e uno al di là di un ostacolo da superare, per farci passare la fune quando manca l’appoggio per i piedi. I due punti stanno sempre dove dovrebbe esserci una congiunzione, di qualsiasi tipo, e invece non c’è, cosí che il discorso deve fare un salto aiutandosi coi due punti come può. Per questo nella lettura, i due punti segnano una pausa forte, e di solito anche un cambiamento di tono, come se, per continuare con l’esempio della camminata in montagna, da questo lato del crepaccio ci fosse un prato e di là un terreno sassoso».



 

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mercoledì 29 giugno 2022

Troppo poche o troppe poche?

 


«Troppe poche sindache: alle donne manca la possibilità candidarsi»

Questo titolo, che fa bella mostra di sé sulle pagine di un periodico in rete, grida vendetta agli occhi di Dante e di Manzoni. In buona lingua due aggettivi indefiniti non possono convivere (uno accanto all'altro): il primo deve assumere valore avverbiale e restare, per tanto, invariato. Il titolo corretto, quindi, deve recitare: «Troppo poche sindache: alle donne manca la possibilità ('di', manca anche questa preposizione) candidarsi». In proposito diamo la "parola" all'Accademia della Crusca. Nessuno potrà tacciarci, cosí, di presunzione.


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Pedanterie?

Aggiungere. Riteniamo inutile aggiungere a questo verbo la congiunzione anche: aggiungi anche
il sale alla lista della spesa. Aggiungere sta pure per anche, come per inoltre, ancora.

Altrettanto, avverbio, aggettivo e pronome quantitativo. In funzione aggettivale o pronominale si accorda con il sostantivo cui si riferisce: ho comprato cinque pacchetti di caramelle, e tu? Altrettanti.

Autoaccusarsi, autodenunciarsi e simili. Espressioni da evitare, anche se correntemente in uso. La particella pronominale si è insita nel prefisso auto-. Non diremo o scriveremo, quindi, il pentito si è autoaccusato, bensì 
il pentito si è accusato del reato.


Binario (del tram o del treno) alla lettera sta per coppie di rotaie. Non è corretto, pertanto, dire o scrivere i due binari.

Brillare, nell'accezione di distinguersi (brillare per l'assenza), è un gallicismo da evitare in buona lingua italiana.

Declinare. Non si adoperi questo verbo nell'accezione, anche se in uso, di ricusare, rifiutare e
simili. Un'offerta, un invito non si declinano, si rifiutano, non si accettano.

Portafogli e portafoglio, non si adoperino indifferentemente. Il primo indica la custodia di pelle per banconote e documenti; il secondo per designare la funzione di un ministro che, pur nel governo, non è titolare di un dicastero: ministro senza portafoglio.















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lunedì 27 giugno 2022

Manomorta: quale plurale?

 


Il plurale di manomorta ─ leggiamo dal Sabatini Coletti in rete, è la «condizione giuridica di privilegio in base alla quale determinati beni, che erano di proprietà di enti perpetui, spec. chiese o conventi, o che godevano di certi privilegi, non erano soggetti a imposte di successione: m. ecclesiastica» ─ secondo i vocabolari consultati (Devoto-Oli, Treccani, Gabrielli, Garzanti, Sabatini Coletti, Zingarelli) è manimorte, prendono, cioè, la desinenza del plurale ambi (sic!) i sostantivi. Il Palazzi e il De Mauro non attestano il plurale, il dizionario Olivetti pluralizza il secondo sostantivo: manomorte. Chi ha ragione? Secondo la logica dovrebbero avere/hanno ragione i vocabolari su menzionati essendo concordi all'unisono. 

Chi scrive queste noterelle, invece, dà ragione al dizionario Olivetti, al Palazzi e al De Mauro (questi ultimi non specificando lasciano intendere che il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente: manomorte). Non capiamo, infatti, per quale motivo si devano/debbano pluralizzare entrambi i sostantivi (mano e morte/a) disattendendo la "legge linguistica" secondo la quale i nomi composti di due sostantivi dello stesso genere nella forma plurale mutano solo la desinenza del secondo elemento: cassapanca/cassapanche; manomorta... manomorte.

A nostro avviso il plurale manimorte è errato anche se si considera mano di genere maschile per la terminazione in "-o". In questo caso il plurale sarebbe "*manimorta" perché i nomi composti di due sostantivi di genere diverso nel plurale mutano la desinenza del primo sostantivo: pescespada/pescispada. Attendiamo la "scomunica". Manomorte, comunque, fa bella mostra di sé in alcune pubblicazioni.

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La lingua "biforcuta" della stampa

"Un milione di euro in contanti nelle borse della spesa". La donazione dello sceicco al principe Carlo che fa discutere

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Ecco un bel caso di anfibologia (di cui la stampa è maestra): chi o che cosa fa discutere?

 

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IL GUSTO

Lo chef italiano più ricco del mondo? È la nipote di Silvana Mangano

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Quanto è ricco il mondo?

 

 

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domenica 26 giugno 2022

Sul verbo dovere

 


Gentile dott. Raso, il caso ha voluto che mi imbattessi nel suo sito, che ho trovato interessantissimo e  subito messo tra i preferiti (guai a mio figlio se lo elimina per dare maggiore spazio ai suoi giochi elettronici). Ne approfitto per porle un quesito al quale non ho saputo trovare una risposta. Perché il presente indicativo del verbo "dovere" è io devo o debbo e non "io dovo"? Da donare non si ha "io dono"? Da parlare non si ha "io parlo"? La radice del verbo dovere non è "dov-"? Quella di donare non è "don-"? E quella di parlare non è "parl-"? Alle suddette radici aggiungiamo le varie desinenze del presente indicativo (io don/o; io parl/o). Perché con il verbo dovere non è così? Grato se avrò il piacere di una sua cortese risposta.

Manlio T. (Ascoli Piceno)

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Cortese amico, il verbo dovere è tratto dal verbo latino "debere" e in alcuni modi e tempi conserva la radice latina "deb", mutando la "b" in "v". In particolare il suddetto verbo ha due radici: una 'latina' "dev-", l'altra 'italiana' "dov-" (o "dobb-").  Nel corso della coniugazione, in alcuni tempi e modi, prende la radice "dev-" se questa è tonica, vale a dire se  vi cade l'accento tonico: io devo, tu devi, egli deve, essi devono (noi dobbiamo, voi dovete). C'è anche un'altra radice "debb-" che sia alterna a "dev-" nella prima e nella sesta persona del presente indicativo e nella prima, seconda, terza e sesta del presente congiuntivo. Spero di essere stato chiaro e esaustivo.

Presente indicativo

  • io devo/debbo
  • tu devi
  • lei/lui deve
  • noi dobbiamo
  • voi dovete
  • loro devono/debbono

Presente congiuntivo

  • che io debba, deva
  • che tu debba, deva
  • che egli debba, deva
  • che noi dobbiamo
  • che voi dobbiate
  • che essi debbano, devano


 

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sabato 25 giugno 2022

"Dietro presentazione..."

 


Da vendersi dietro presentazione di ricetta medica. Questa scrizione, che si trova sulla confezione dei medicinali e che riteniamo errata per l'uso... errato della preposizione (impropria) "dietro", ci ha richiamato alla mente un nostro intervento, che riproponiamo, sull'uso corretto della su menzionata preposizione.

Alcune osservazioni sull’uso corretto di dietro che ha molteplici funzioni e che non tutti conoscono. Cominciamo con quella veramente sconosciuta ai più: la funzione aggettivale.
Naturalmente si tratta di una forma impropria di aggettivo in quanto il vocabolo in oggetto resta invariato tanto riferito a un sostantivo femminile quanto a un sostantivo plurale: il sedile dietro; la casa dietro; i finestrini dietro.


Come preposizione impropria vale nella parte posterioreal di là di un’altra cosa e si unisce direttamente al nome che segue: dietro la casa; dietro la piazza. Alcuni preferiscono accompagnarlo con la preposizione (semplice o articolata) adietro alla facciata; dietro al mobile.


Riteniamo, questo, un uso non molto corretto e, quindi, da evitare in buona lingua italiana. Dietro è di per sé una preposizione, sebbene impropria, per quale motivo (grammaticale) farlo seguire da un’altra preposizione?


È obbligatoria, invece, la preposizione di quando dietro è seguito da un pronome personale: dietro di voi; dietro di loro. Quest’ultima preposizione (di) si tramuta in a, però, quando è espresso un concetto di moto a luogo (reale o figurato): andava sempre dietro a lei; correva sempre dietro alla moda.


In funzione avverbiale dietro significa nella parte posteriore e spesso è accompagnato con altri avverbi di luogo o preceduto dalla preposizione disedeva dietro o di dietro, vale a dire nella parte posteriore. E, sempre come avverbio, può assumere un valore temporale con il significato di dopoha commesso un errore dietro l’altro.


Concludiamo queste due parole, due riportando quanto dice in proposito l’illustre linguista, ormai scomparso, Aldo Gabrielli, un padre della lingua: «Con dietro si costruiscono numerose locuzioni scorrette che è necessario evitare; non si dica dietro sua domanda ma a sua domandadietro consegna ma alla consegnadietro versamento ma contro versamento, all’atto del versamentodietro il vostro intervento ma per il vostro intervento; dietro la vostra assicurazione ma dopo la vostra assicurazione (…)».


E tante altre ancora che omettiamo per non tediarvi oltre misura.


 

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