Dallo sviluppo del bambino all’evoluzione della specie: perché questi due concetti guidano la linguistica moderna
L’analisi scientifica del linguaggio si muove su due assi concettuali che la linguistica ha mutuato con precisione dalla biologia dello sviluppo: ontogenesi e filogenesi. La trasposizione non è ornamentale: permette di distinguere con nettezza ciò che riguarda la costruzione del linguaggio nel singolo individuo da ciò che riguarda la sua comparsa nella specie umana. I due lessemi, entrambi di origine greca, hanno una struttura etimologica trasparente: ón, ontós (“ente, essere”) + génesis (“nascita”) per ontogenesi; phylon (“stirpe, specie”) + génesis per filogenesi. Questa chiarezza morfologica si riflette perfettamente in quella concettuale.
In linguistica, l’ontogenesi indica l’intero processo di acquisizione del linguaggio da parte dell’individuo. È un percorso che comprende la maturazione percettiva, la comparsa dei primi schemi fonetici, la costruzione del lessico iniziale, l’emergere della morfologia e della sintassi, fino alla piena competenza pragmatica. Dire, per esempio, che “la subordinazione ha un’ontogenesi tardiva” significa chiarire che il bambino impara a gestire strutture gerarchiche complesse solo dopo aver consolidato le frasi semplici. Oppure: “la deissi spaziale mostra un’ontogenesi graduale”, per indicare che termini come qui, là, sopra, dietro ecc. richiedono una progressiva integrazione tra linguaggio e rappresentazione corporea dello spazio.
La filogenesi, invece, riguarda la storia evolutiva della facoltà linguistica nella specie umana. È il dominio in cui si studiano le pressioni selettive che hanno favorito l’emergere del linguaggio articolato, il ruolo delle capacità cognitive preesistenti (memoria di lavoro, categorizzazione, imitazione), la possibile transizione da sistemi comunicativi gestuali a sistemi vocali, la comparsa della sintassi come meccanismo combinatorio ricorsivo. Dire che “la sintassi ha una filogenesi stratificata” significa riconoscere che la capacità di combinare elementi in strutture gerarchiche non è un tratto improvviso, ma il risultato di una lunga coevoluzione tra cervello, socialità e comunicazione.
L’uso parallelo dei due concetti permette di evitare un errore storico: l’idea ottocentesca che l’ontogenesi “ricapitoli” la filogenesi. Oggi sappiamo che lo sviluppo del bambino non ripercorre le tappe evolutive della specie. Tuttavia, i due piani dialogano: alcune costanti dell’ontogenesi (come l’ordine di acquisizione di certe categorie grammaticali) possono suggerire quali strutture cognitive siano state necessarie perché il linguaggio emergesse nella nostra storia evolutiva; e, viceversa, la filogenesi aiuta a interpretare perché certe tappe dello sviluppo infantile siano universali e altre modellate dalla cultura.
Una curiosità: i due termini sono presenti già nella linguistica del primo Novecento, ma è solo dagli anni Settanta - con la linguistica acquisizionale, la psicolinguistica sperimentale e le scienze cognitive - che diventano categorie operative. Oggi sono centrali anche nella semiotica evoluzionistica e nella neurolinguistica dello sviluppo, dove permettono di distinguere con rigore ciò che è “sviluppo dell’individuo” da ciò che è “storia della specie”.
Usati correttamente, ontogenesi e filogenesi offrono dunque una doppia lente: una per osservare come nasce il linguaggio in ciascuno di noi, l’altra per comprendere come la nostra specie sia diventata capace di linguaggio. È proprio questa duplice prospettiva a rendere i due sintagmi preziosi nella formazione linguistica avanzata.
