Quando una preposizione latina continua a far inciampare l’italiano contemporaneo
Ci sono parole minuscole che, nonostante la loro brevità, riescono a creare dubbi sproporzionati. Ex è una di queste: due lettere soltanto, eppure capaci di far tentennare anche chi scrive con sicurezza. La incontriamo dappertutto - nei giornali, nei documenti, nei libri - e ogni volta riaffiora la stessa domanda: come si scrive correttamente? Con il trattino? Senza? Attaccata al sostantivo? La risposta non è un dettaglio grafico, ma un fatto di struttura linguistica.
In italiano ex non è un prefisso. È una preposizione latina autonoma, rimasta tale anche nella nostra lingua quando indica “chi non è più”, “chi non ha più quel ruolo o quell’incarico”. Proprio perché è una parola indipendente, non si salda al nome che segue. La forma corretta, raccomandata dai principali dizionari e dall’Accademia della Crusca, è dunque limpida: ex (preposizione) seguita da uno spazio. Ex ministro, ex direttore, ex compagno, ex calciatore: la grafia rispetta la natura originaria della particella e mantiene la frase pulita, leggibile, coerente.
Il trattino - ex-presidente, ex-giudice - non è un errore da matita blu, ma è considerato meno elegante e meno conforme alla tradizione italiana. La sua diffusione deriva soprattutto dall’influenza dell’inglese, dove il trattino è la norma. Per imitazione, questa abitudine (cattiva) si è infiltrata nei testi giornalistici e nella comunicazione veloce, dove la fretta spesso prevale sulla precisione. In qualche caso il trattino viene usato per ragioni di chiarezza visiva, quando la qualifica è molto lunga e si teme che il lettore perda il nesso logico. Ma si tratta di scelte stilistiche occasionali, non di regole.
Vi sono poi casi particolari. Quando ex diventa un sostantivo - “ho visto il mio ex” - non accompagna più nulla: è un nome autonomo. Nelle locuzioni latine cristallizzate, come ex voto o ex aequo, lo spazio rimane obbligatorio, anche se forme univerbate come exvoto sono ammesse (ma non consigliabili, secondo chi scrive). Diverso ancora è il caso di parole come exequatur, dove ex non è una particella separabile, ma parte integrante della radice etimologica.
In definitiva, e concludiamo queste noterelle, chi desidera scrivere con rigore e sobrietà ha una strada chiara: usare ex come ciò che è - una parola autonoma - e lasciarle il suo spazio. È una scelta che rispetta la storia della lingua e ci preserva da calchi inutili, spesso dannosi, provenienti da sistemi grafici che non ci appartengono.
Perché, in fondo, nella lingua come nella vita, ciò che è davvero chiaro non ha bisogno di trattini per farsi capire.
***
Tra o fra? La risposta è più semplice della domanda
Stessa funzione, stessa resa: cambia solo ciò che la lingua vuole che scorra meglio
In italiano tra e fra sono sinonimi perfetti: condividono la stessa funzione e lo stesso valore. “Tra” deriva dal latino intra (“dentro, all’interno”), mentre “fra” è una variante fonetica affermatasi nell’uso già nel latino tardo e poi stabilizzata nell’italiano medievale. Oggi le due forme sono equivalenti: la scelta dipende soprattutto dall’orecchio.
Per evitare cacofonie, l’italiano tende a non accostare consonanti identiche o troppo simili. È una regola non scritta ma radicata nella fisiologia fonetica: la lingua cerca la via più scorrevole. Da qui la naturalezza di tra fratelli rispetto a fra fratelli, o di fra tre giorni rispetto a tra tre giorni. Non è una norma prescrittiva: è un riflesso fonotattico.
Nell’uso vivo emergono alcune tendenze consolidate: fra amici è molto comune nel parlato (perché la sequenza fonica /fraˈa-/ non crea attriti articolatori ed è ormai una collocazione idiomatica stabilizzata); tra Roma e Napoli ricorre spesso nello scritto (perché nei contesti di localizzazione spaziale “tra” è percepito come più neutro e meno marcato, ideale nella prosa descrittiva); fra dieci minuti suona spontaneo nel futuro prossimo (perché segue un modello fraseologico altamente produttivo nell’italiano contemporaneo e “fra” è preferito nelle espressioni temporali brevi e frequenti). Sono inclinazioni dell’uso, non norme: la lingua sceglie ciò che scorre meglio.
Le antiche distinzioni che attribuivano a tra un valore più spaziale e a fra uno più astratto appartengono alla paleografia grammaticale: tentativi classificatori senza riscontro nell’uso reale. L’italiano moderno non le riconosce più, e la lessicografia contemporanea le considera superate.
In sintesi, e concludiamo: tra e fra sono gemelli veri. L’unica bussola è la musicalità della frase, che l’orecchio dell’italofono percepisce con precisione sorprendente. Il resto è archeologia linguistica.
***
“Culo”, parola volgare?
Cortese dott. Raso, seguo il suo istruttivo blog da moltissimo tempo. Mi permetto di scriverle per un quesito. Perché “culo”, parola italianissima, è considerato un termine volgare? Sperando in una sua risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo i miei più cordiali saluti.
Eugenio Notargianni
--------------
Il termine culo è percepito come volgare per una combinazione di fattori storici, sociali e fonetici. Innanzitutto è un termine diretto, proviene dal latino culus e nomina senza filtri una parte anatomica legata a funzioni corporee considerate “basse” nelle culture mediterranee. Le lingue tendono a classificare come volgari le parole che non attenuano ciò che nominano, e culo non ha mai avuto un percorso di nobilitazione letteraria: è rimasto nel parlato popolare, nei proverbi, nei modi di dire, nella comicità, e ciò che resta nel registro popolare viene spesso etichettato come “basso” anche quando non è realmente osceno.
A ciò si aggiunge la sua considerevole produttività metaforica: avere culo, farsi un culo così, mettere il culo al caldo e molti altri. Quando una parola diventa così potente nel linguaggio figurato, acquista una carica espressiva che la rende ruvida, energica, poco neutra. Anche la fonetica contribuisce: la c dura seguita dalla u crea un suono secco, immediato, che non ha nulla della morbidezza eufemistica di sedere, deretano o posteriore.
La sua “volgarità”, però, è più sociolinguistica che morale. Oggi culo è ampiamente accettato nel parlato informale, nel giornalismo leggero, nella narrativa contemporanea e nella comicità. Non è più un tabù vero e proprio: è semplicemente una parola forte, diretta, che porta con sé l’eco del suo uso prettamente popolare.
***
La lingua “biforcuta” della stampa
Mons. Pegoraro della Pontificia Accademia della Vita nominato vescovo
----------
Se non cadiamo in errore (anche noi) i vescovi si ordinano (si consacrano), i cardinali si nominano.
