domenica 18 ottobre 2026

Inghiottire o ingoiare? Quando i sinonimi non sono proprio tali

 

A prima vista, inghiottire e ingoiare, sembrano due perfetti equivalenti. Se diciamo che qualcuno ha inghiottito una pillola o che l'ha ingoiata, il significato generale non cambia: in entrambi i casi qualcosa passa dalla bocca all'esofago attraverso quell'atto che i medici chiamano deglutizione. Eppure, come spesso accade nella nostra lingua, i sinonimi assoluti sono più rari di quanto si creda. Basta osservare più da vicino i verbi inghiottire e ingoiare per accorgersi che ciascuno possiede una propria storia e una propria sfumatura espressiva.

Inghiottire è il verbo più neutro e generale. Descrive semplicemente l'atto del mandar giù. Possiamo avere difficoltà a inghiottire per il mal di gola, inghiottire una medicina, inghiottire la saliva. In tutti questi casi il verbo si limita a registrare un fatto, senza aggiungere particolari coloriture.

Visto sotto il profilo etimologico, inghiottire risale al latino volgare inglutire, derivato dal latino classico glutire o gluttire, cioè «ingoiare», «trangugiare». Alla stessa famiglia appartengono anche gluttone e glotoneria (e termini correlati alla ghiottoneria), parole nelle quali sopravvive l'antica idea dell'ingordigia. Nel corso dei secoli la forma si è evoluta fino all'attuale inghiottire, conservando però il significato fondamentale di «mandar giù».

Ingoiare, invece, suggerisce spesso qualcosa di più. Richiama un'azione rapida, frettolosa, talvolta vorace. Chi ingoia un boccone tende a non masticarlo abbastanza; chi ingoia una bevanda la beve quasi d'un fiato. Non a caso il verbo deriva dal latino parlato ingluviare, formato su ingluvies, termine che indicava il gozzo e, per estensione, la ghiottoneria e l'ingordigia. L'etimologia conserva dunque una sfumatura di avidità che ancora oggi affiora nell'uso comune. 

Si potrebbe dire, semplificando, che tutto ciò che si ingoia viene anche inghiottito, ma non tutto ciò che si inghiottisce viene necessariamente ingoiato.

Le differenze emergono ancor più chiaramente negli impieghi figurati. Quando si parla di sopportare un'offesa, una mortificazione o una situazione sgradevole, entrambi i verbi sono possibili, ma non producono esattamente lo stesso effetto.

Inghiottire un rospo appare leggermente più neutro e quasi più controllato. L'espressione richiama l'idea di accettare qualcosa di spiacevole senza protestare. Ingoiare un rospo o ingoiare un boccone amaro, invece, trasmette una sensazione più vivida e corporea: il dispiacere sembra quasi fermarsi in gola prima di essere mandato giù a forza.

Anche quando il soggetto non è una persona, la distinzione conserva una certa utilità. Il mare può inghiottire una nave; la nebbia può inghiottire una città; un vortice può inghiottire tutto ciò che incontra. In questi casi il verbo descrive una sparizione totale, quasi un assorbimento irreversibile.

Ingoiare tende invece a comparire più facilmente quando l'immagine conserva un carattere concreto e narrativo. Tutti ricordano che Pinocchio venne ingoiato dal gigantesco pescecane immaginato da Collodi. Analogamente, nel racconto biblico, il profeta Giona viene ingoiato da un grande pesce. In entrambe le vicende conta soprattutto la materialità dell'atto.

Vi è poi un uso figurato particolarmente interessante di inghiottire: quello economico e metaforico. Un progetto può inghiottire enormi quantità di denaro; una guerra può inghiottire risorse; una macchina burocratica inefficiente può inghiottire tempo ed energie. In questi contesti ingoiare appare decisamente meno naturale, perché il significato si è ormai allontanato dall'immagine originaria del mandar giù un boccone per assumere quella, più astratta, di un assorbimento totale.

Sotto il profilo grammaticale, inghiottire riserva una piccola curiosità. Il verbo ammette infatti due coniugazioni corrette: quella senza infisso incoativo (io inghiotto, tu inghiotti) e quella con l'infisso -isc- (io inghiottisco, tu inghiottisci). Entrambe sono documentate e legittime nell'uso contemporaneo. Ingoiare, invece, segue regolarmente il modello della prima coniugazione: io ingoio, tu ingoi, egli ingoia.

La conclusione, dunque, è che inghiottire e ingoiare non sono rivali, bensì alleati. Il primo rappresenta il termine più neutro e generale, vicino al tecnicismo deglutire; il secondo aggiunge spesso una sfumatura di fretta, avidità o voracità. Una differenza sottile, certo, ma proprio in queste sottigliezze si vede la ricchezza dell'italiano.

Del resto, la lingua sa fare ciò che noi spesso dimentichiamo: conservare le sfumature. E così, mentre molti parlanti considerano questi due verbi perfettamente intercambiabili, l'uso continua a distinguerli con discrezione. Perché le parole possono anche sembrare sinonime, ma la buona lingua non ingoia mai le differenze: semmai le inghiottisce con estrema parsimonia.

***

La lingua "biforcuta" della stampa


 “La Schelin - sibila - ha tagliato la strada soprattutto a quelli del suo partito …”

*

Alla base del provvedimento sanzionatorio decise dall'azienda …


*

In Gran Bretagna i Verdi approvano mozione che equipara il sionismo a una forza di razzismo


*

… informazioni di intelligence su un potenziale attacco con droni da parte dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Gli Houthi hanno smentito che le truppe leali al governo yemenita hanno conquistato posizioni sulla costa occidentale …

… le truppe filo-governative hanno rilasciato commenti su eventuali perdite tra le proprie fila.

Il documentario …  ''ignora che avvisiamo la popolazione e cerchiamo di capire cosa sia accaduto, se abbiano evacuato o meno …


*

E capisco adesso perché in PaIl capo di Vestaglia Nazionalerlamento Vannacci … attacchi personali né riferimento denigratori …

“… nel quale hanno perso la vita 51 cittadini francesi", ha annunciato il capo della diplomazia su.

Arrivano a 100 mila dollari al mese lo stipendio dei comandanti delle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz.


*

… speriamo che lunedì ci siano annunci da parte della capitali"

"Il comitato per il Premio Nobel ha perso il suo bussola morale … Una "donna che diffuso la demonizzazione degli ebrei e una parodia della giustizia … legittimare un procuratore corrotto che si è rivolto alle sue fabbricazioni contro Israele …”

… con un battuta in chiaro riferimento all'evento che celebra l'eredità italoamericana a strappando una risata …


*

"Ho sentito la mia controparte saudita, per esprimere le nostre consiglianze dopo l'attacco degli Houthi …”

… salvaguardare la sicurezza dei nostri un miliardo di cittadini …

Arabia Saudita: "Intercettato missile Houthi verso lanciato Riad"


*

I due sono stati individuati dai carabinieri e dagli agenti della polizia locali … avere montato dei led rossi in prossimità dalla targa e posto degli adesivi sulla minicar …

Le indagini sono state coordinate dalla procura ed eseguite grazie all'ausilio delle Sezioni 'Cyber Investigation' e 'Rilievi Tecnico Scientifici' dei carabinieri del Nucleo Investigativo e del Ris di Roma. I due denunciati, identificati come conducente e passeggero, sono stati sentiti in caserma dal pm della procura di Roma, nella notte, e hanno ammesso i fatti.

Le indagini, coordinate dalla procura ed eseguite grazie all'ausilio delle sezioni 'Cyber Investigation' e 'Rilievi Tecnico Scientifici' dei carabinieri del Nucleo Investigativo e del Ris di Roma, hanno consentito di ritenere la minicar individuata come il mezzo con cui erano state commesse le sei aggressioni.


*

Una nave portacontainer è stata colpita da un proiettile "di origine sconosciuta" mentre uscendo dallo Stretto di Hormuz e riportato danni lievi. Lo ha riferito l'agenzia di sicurezza marittima britannico Ukmto.

Non si sono registrti feriti e i danni sono stati pochi.


… ha affermato il presidente iraniano durante, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa …

Netanyahu: "Nel prossimo il governo ministero di Ben Gvir rimarrà al Likud"


*

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato l’aumento degli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita, comprese le quelli "irresponsabili" contro l’aeroporto internazionale di Riad, ribadendo il "diritto intrinseco" delle autorità saudite a difendersi. Ma intanto prosegue la battaglia di droni, abbattuti sia nell Yemen che in Arabia Saudita.


*

… dove gli abitanti sono allo stremo, senza più cibo, acqua e possibilità di evacuare. 





sabato 17 ottobre 2026

Diverso: una sola parola, più significati

 

Ci sono parole che sembrano semplici e invece racchiudono una sorprendente ricchezza di significati. Tra queste rientra sicuramente diverso, aggettivo di uso quotidiano che adoperiamo quasi senza pensarci, ma che, a seconda del contesto, può acquisire sfumature molto differenti. È una di quelle parole che, proprio perché frequenti, finiscono col passare inosservate; eppure la loro storia riserva spesso interessanti sorprese.

Il lessema deriva dal latino diversus, participio passato di divertĕre, composto dal prefisso dis- («separatamente», «in direzioni differenti») e dal verbo vertĕre («volgere», «girare», «cambiare direzione»). Il significato originario era dunque quello di «volto altrove», «rivolto da un'altra parte», «allontanato dalla direzione iniziale». In senso concreto poteva dirsi diversus un viandante che abbandonava la strada principale per imboccarne un'altra o un corso d'acqua deviato dal proprio percorso naturale. Da questa idea di deviazione e allontanamento nacque gradualmente quella di differenza: ciò che prende una direzione diversa finisce infatti col non coincidere più con ciò da cui si è separato.

La famiglia etimologica di diverso è molto ricca. Dalla stessa radice latina vertĕre derivano parole come versione, verso, convertire, invertire, sovvertire, pervertire e controversia. In tutte sopravvive, in misura più o meno evidente, l'antica nozione del «voltare» o del «cambiare direzione».

L'accezione più comune di diverso è quella di «differente», «non uguale». Quando diciamo: «Ho un'opinione diversa dalla tua», intendiamo chiarire che i due punti di vista non coincidono. Allo stesso modo, nella frase «I due fratelli hanno caratteri molto diversi», il termine indica la presenza di caratteristiche differenti.

Da questo significato fondamentale proviene anche l’accezione di cambiamento rispetto alla situazione abituale. Se diciamo: «Oggi mi sembri diverso dal solito» oppure «Dopo quell'esperienza è diventato una persona diversa», non ci riferiamo soltanto a una differenza generica, ma a una trasformazione intervenuta nel tempo.

Accanto a tali usi ve n'è uno particolarmente interessante, perché a prima vista sembra allontanarsi dal significato originario. Si tratta dell'impiego di diverso nel senso di «parecchio», «numeroso», «più d'uno».

Quando leggiamo: «Diverse persone hanno assistito alla conferenza», nessuno pensa che l'autore voglia informarci che quelle persone erano differenti tra loro. La frase significa semplicemente che i partecipanti erano molti o comunque abbastanza numerosi.

Come si è arrivati a questo significato? Il passaggio è il risultato di un naturale slittamento semantico. In origine, un'espressione come diverse persone metteva l'accento sul fatto che le persone fossero distinte l'una dall'altra. Col tempo, però, l'idea della differenza qualitativa è passata in secondo piano, mentre è diventata predominante l'idea della pluralità. Se gli elementi sono diversi, infatti, non possono essere uno solo; devono essere più d'uno. Da qui il passaggio da «distinti» a «parecchi» è stato quasi spontaneo. La qualità si è progressivamente trasformata in quantità.

Questo sviluppo risulta evidente confrontando due frasi: «Ho letto libri diversi.» Qui diversi significa «differenti tra loro»; «Ho letto diversi libri.» Qui significa invece «parecchi libri». 

Anche la posizione dell'aggettivo contribuisce spesso a orientarne il significato. Posposto al nome, diverso tende a conservare il valore di «differente»; anteposto, assume più facilmente quello di «numeroso» o «parecchio». Un fenomeno analogo si osserva con altri aggettivi, come vario: «argomenti vari» e «vari argomenti» non esprimono esattamente la stessa idea.

Vi sono poi impieghi nei quali diverso equivale a «altro», «differente da quanto previsto» o «non conforme alle aspettative». Se affermiamo che «la vicenda ha preso una piega diversa», vogliamo dire che gli eventi si sono sviluppati in modo differente rispetto a ciò che ci si attendeva.

In alcuni contesti letterari o comunque espressivi, diverso può assumere il valore di «mutato», «trasformato». Una frase come «Tornò diverso da come era partito» suggerisce non soltanto una differenza, ma un cambiamento profondo intervenuto nel corso del tempo.

Particolare attenzione merita l'uso sostantivato di diverso. In passato si parlava talvolta del «diverso» o dei «diversi» per indicare chi appariva differente rispetto a una presunta norma fisica, sociale o culturale. Oggi tale impiego è spesso avvertito come riduttivo, poiché rischia di definire una persona esclusivamente attraverso una caratteristica che la distingue dagli altri. Per questo motivo si tende generalmente a evitarlo o a usarlo con grande prudenza.

Interessante è anche la costruzione sintattica. La tradizione grammaticale preferisce diverso da: «Questo libro è diverso da quello». Sono tuttavia diffuse anche forme come diverso rispetto a, mentre diverso che appartiene soprattutto a determinate aree regionali. Nell'italiano accurato, però, diverso da continua a rappresentare la soluzione più lineare e raccomandabile.

Un piccolo equivoco nasce talvolta dall'espressione «non è diverso». A un'analisi superficiale sembrerebbe confermare l'idea di differenza; in realtà produce l'effetto opposto. Dire che una cosa «non è diversa» significa infatti affermare che è uguale o, almeno, che non presenta differenze significative.

La storia di diverso dimostra quanto possano essere affascinanti le parole apparentemente più comuni. Nato dall'idea concreta di uno spostamento, di una deviazione e di un cambiamento di direzione, il lessema ha progressivamente ampliato il proprio campo semantico fino a indicare ciò che è differente, ciò che è mutato, ciò che segue un'altra strada e perfino ciò che è numeroso. Un percorso lungo secoli, che mostra ancora una volta come la lingua non sia un sistema immobile, ma una realtà viva, capace di trasformare continuamente i significati senza mai recidere il legame con le proprie origini.

venerdì 16 ottobre 2026

Due torte, una parola sola

 

Il sostantivo torta sembra innocuo e univoco: richiama subito un dolce, una crostata, una ciambella da gustare in compagnia. Eppure, a seconda dell'accento con cui si pronuncia, può assumere un significato completamente diverso.

Se diciamo tórta (con l'accento acuto sulla 'o'), indichiamo il ben noto dolce. È il significato oggi universalmente diffuso e l'unico che la maggior parte dei parlanti conosce.

Esiste però anche tòrta (con la 'o' aperta), voce assai meno comune e ormai quasi scomparsa dall'uso corrente, che significa «storta», «deviata dalla linea retta», «contorta». Si tratta di un antico aggettivo femminile derivato dal latino torta, participio passato di torquēre («torcere»), la stessa radice da cui provengono parole come torcere, torto, torsione e attorcigliare.

Non è un caso che proprio da questa idea di qualcosa di «girato» o «attorcigliato» sia nato anche il nome della torta che mangiamo: originariamente il termine designava una focaccia o una schiacciata dalla forma rotonda e lavorata, cioè «ritorta», «piegata», «modellata».

Ci troviamo dunque davanti a due parole formalmente identiche ma differenziate dall'accento sulla o: con la o chiusa, il dolce; con la o aperta, ciò che è storto o tortuoso. La prima è vivissima; la seconda sopravvive soprattutto nei dizionari e negli studi etimologici.

Una piccola differenza fonetica, insomma, che ci ricorda una grande verità linguistica: talvolta basta aprire o chiudere una vocale perché una torta finisca sulla tavola... o esca dalla linea retta. Nella lingua gli accenti sono come il timone di una nave: piccoli segni che cambiano la direzione del significato.

***

“Sorreggevole”: nascita e legittimazione di un aggettivo necessario

Una nuova forma per nominare ciò che possiamo sostenere: tra etimologia, uso e potenzialità semantiche

Ogni lingua, nel suo sviluppo naturale, genera forme nuove quando avverte la necessità di colmare una sfumatura semantica non ancora nominata. È un processo discreto, spesso silenzioso, che si manifesta attraverso parole che sembrano emergere spontaneamente, come se fossero già presenti in potenza nella struttura del lessico. Tra queste formazioni si collocano gli aggettivi derivati con il suffisso ‑evole, esito romanzo del latino ‑ibilis, capaci di esprimere possibilità, idoneità o predisposizione. È in questo quadro che chi scrive propone il neologismo lessicale sorreggevole, costruito sulla base verbale sorreggere e perfettamente compatibile con i modelli derivativi dell’italiano.

La base sorreggere, continuazione del latino sub‑regĕre nel senso di ‘tenere diritto, sostenere, impedire la caduta’, offre un fondamento semantico stabile e trasparente. L’innesto del suffisso ‑evole consente la formazione di un aggettivo che indica ciò che può essere sostenuto, ciò che non eccede la capacità di chi sostiene, ciò che si presta al sostegno senza opporre resistenza. Sorreggevole assume quindi il significato di ‘idoneo, atto a essere sorretto’, con un valore potenziale ma concreto.

Il suffisso ‑evole ha prodotto, nella storia del lessico italiano, una serie di aggettivi che condividono la medesima struttura semantica e derivativa. Tra gli esempi più rappresentativi si possono citare maneggevole, deplorevole, lodevole, spregevole, commendevole, durevole, ammirevole. Si tratta di formazioni che, pur con esiti fonetici variabili, derivano tutte dall’adattamento romanzo del latino ‑ibilis, distinto ma parallelo rispetto alla serie moderna in ‑ibile. Sorreggevole, dunque, si colloca in una tradizione morfologica antica, pur presentandosi come una creazione recente.

L’aggettivo può trovare applicazione in ambito fisico quando descrive oggetti, pesi o strutture che non superano la soglia di sostenibilità materiale: si potrà dire, e. g., che il carico risultava finalmente sorreggevole e poteva essere movimentato senza affanno, oppure che la trave, pur datata, si dimostrò ancora sorreggevole e non presentò cedimenti. In tali contesti il termine definisce una condizione di equilibrio tra gravità e capacità di sostegno.

In ambito morale, sorreggevole acquista un valore più astratto, riferito alla sfera emotiva o psicologica. Una notizia difficile può essere sorreggevole quando non travolge; un dolore può essere sorreggevole quando non annienta; un compito può essere sorreggevole quando resta entro i limiti della forza individuale. Si potrà dire, e. g., che la notizia era severa, ma in qualche misura sorreggevole, oppure che il compito, pur complesso, rimaneva sorreggevole con un’adeguata organizzazione, o ancora che quel ricordo gli procurava sofferenza, ma era una sofferenza sorreggevole, non distruttiva. L’attributo individua così una zona intermedia tra il peso eccessivo e la leggerezza, tra ciò che grava e ciò che resta affrontabile.

Sorreggevole si presenta, in conclusione, come una neoformazione ben coniata, semanticamente precisa e morfologicamente coerente. La sua trasparenza, unita alla continuità con i modelli derivativi dell’italiano, ne fa una parola potenzialmente destinata a stabilizzarsi nell’uso colto, offrendo un termine esatto per designare ciò che può essere sostenuto, sia nella dimensione concreta sia in quella interiore.

 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

Scoperto in Turchia il relitto più antico del mondo: a bordo anfore risalenti anche a 4.700 anni fa

-------------------

Sì, ci ripetiamo. Vorremmo conoscere l’età del mondo.



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

giovedì 15 ottobre 2026

Soglio e soglia: un trono e una porta separati da una sola lettera

 


Ci sono parole, nella nostra lingua, che sembrano sorelle gemelle e che proprio per questo finiscono col trarre in inganno l'occhio e talvolta anche la memoria. È il caso di soglio e soglia: una sola lettera le distingue, eppure appartengono a due mondi completamente diversi. Il soglio richiama il potere, la regalità e la solennità delle grandi istituzioni; la soglia ci accompagna ogni giorno, all'ingresso di una casa, di una stanza o, in senso figurato, all'inizio di una nuova condizione.

Il soglio è, in origine, il trono. Non una semplice sedia, ma un sedile elevato e simbolico, destinato a re, imperatori e pontefici. Oggi il termine sopravvive soprattutto in contesti solenni e istituzionali. Si parla infatti di soglio pontificio e, soprattutto, del soglio di Pietro, espressione con cui si indica la suprema dignità del Papa. Quando si legge che un pontefice «sale al soglio di Pietro», non bisogna immaginare un movimento fisico, bensì l'assunzione della più alta autorità della Chiesa cattolica.

Il lessema deriva dal latino solium, che significava appunto «trono», «seggio elevato», «sedile regale». Da qui anche il tono aulico che il vocabolo conserva ancora oggi. Nessuno direbbe, per esempio, che il presidente di una società o il sindaco di una città siedono su un soglio; il termine è ormai riservato ad ambiti particolarmente solenni e storicamente connotati.

Una curiosità poco nota riguarda proprio il latino solium. Nella lingua dei Romani questa parola non indicava soltanto il trono: in alcuni contesti designava anche una grande vasca o un bagno. Come spesso accade nell'evoluzione linguistica, è stato il significato più nobile e prestigioso a sopravvivere, mentre gli altri sono scomparsi.

Ben diversa è la storia della soglia. Questa parola designa l'elemento orizzontale posto alla base di una porta, il punto di passaggio tra un ambiente e un altro. È un oggetto concreto, tangibile, che tutti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Si varca la soglia di una casa, si resta sulla soglia di una stanza, si accoglie qualcuno sulla soglia dell'abitazione.

Dal significato materiale è nato ben presto quello figurato. La soglia è diventata così un limite, un confine, un punto oltre il quale cambia una situazione. Parliamo della soglia di povertà, della soglia del dolore, della soglia di attenzione, della soglia di tolleranza. Allo stesso modo si può essere «sulla soglia della pensione», «sulla soglia della vecchiaia» oppure «sulla soglia di una nuova vita». In tutti questi casi il concetto è sempre quello di un passaggio imminente.

L'etimologia conduce invece al tardo latino solea, parola collegata alla pianta del piede e al sandalo. Il legame non è difficile da comprendere: la soglia è proprio il punto che il piede supera entrando o uscendo da un luogo.

Attorno alla soglia sono nate inoltre numerose credenze popolari. In molte regioni italiane era considerata un luogo quasi sacro della casa: non vi si doveva sostare troppo a lungo né passarvi oggetti appuntiti. Ancora oggi sopravvive l'usanza di prendere in braccio la sposa per farle oltrepassare la soglia della nuova abitazione, gesto simbolico che rappresenta l'ingresso in una nuova fase della vita coniugale.

È curioso osservare come le due parole, pur tanto vicine nella forma, abbiano assunto valori simbolici quasi opposti. Il soglio eleva, innalza, distingue; la soglia separa e insieme collega. Il soglio è riservato a pochi; la soglia appartiene a tutti. Sul soglio si governa; sulla soglia si passa.

Anche la letteratura ha spesso attribuito alla soglia un forte valore simbolico. Varcare una soglia significa lasciare alle spalle una condizione per entrare in un'altra. Nelle fiabe il protagonista attraversa la soglia del bosco incantato; nei romanzi di formazione supera la soglia dell'età adulta; nella poesia e nella narrativa la soglia diventa spesso la metafora del confine tra noto e ignoto, tra sicurezza e avventura.

Insomma, conviene non confondere queste due parole. Se si parla di troni, papi e autorità sovrane, il termine corretto è soglio; se invece si allude a porte, ingressi, limiti o passaggi, la parola giusta è soglia. Una sola lettera le separa, ma tra il trono di un pontefice e l'ingresso di una casa corre una distanza ben più grande di quanto l'alfabeto lasci immaginare.

Nella nostra meravigliosa lingua, basta una lettera per passare da un regno all'altro: dal soglio del potere alla soglia del cambiamento. E forse sta proprio qui il fascino delle parole: alcune ci fanno sedere su un trono, altre ci invitano semplicemente ad attraversare una porta. Entrambe, però, spalancano sempre un portone su nuovi significati.

mercoledì 14 ottobre 2026

Salare o insalare?

 Due verbi fratelli che il tempo ha separato

Capita sovente che due parole nascano quasi come sorelle e finiscano col vivere destini molto diversi. È il caso di salare e insalare, verbi che nei dizionari condividono il significato fondamentale di «aggiungere sale a un cibo», ma che nell'uso dell'italiano hanno seguito strade differenti.

Oggi nessuno si stupisce sentendo dire «salare la minestra», «salare l'acqua della pasta» o «salare l'arrosto». Se invece qualcuno dicesse «insalare la minestra», molti percepirebbero l'espressione come insolita, letteraria o addirittura antiquata.

Eppure insalare è una parola antica e perfettamente legittima. Si tratta di una formazione ottenuta con il prefisso in- e il sostantivo sale, secondo un modello che ha prodotto numerosi verbi italiani come imburrare, inzuccherare, infarinare e insaponare. In origine, dunque, insalare significava «mettere il sale», «fornire di sale».

Con il passare dei secoli, però, la lingua ha progressivamente privilegiato la forma più semplice salare, destinata a imporsi nell'uso comune e a relegare insalare in una posizione marginale.

Il verbo salare ha oggi varie sfumature di significato: In ambito culinario: può indicare l'aggiunta di sale per rendere più saporita una pietanza (si sala la minestra, la carne o l'acqua della pasta). In ambito conservativo: può significare «mettere sotto sale» allo scopo di conservare un alimento (si salano prosciutti, acciughe, aringhe e altri prodotti destinati alla stagionatura). In ambito figurato e regionale: esiste poi un'accezione oggi poco nota, ma registrata dai principali dizionari: salare la scuola oppure salare una lezione. In questo caso il verbo significa «assentarsi volontariamente senza valida giustificazione», ciò che in altre zone d'Italia si esprime con locuzioni come marinare la scuola, fare sega, fare forca o bigiare. L'origine precisa di questo uso non è del tutto chiara, ma è curioso osservare come il verbo assuma un significato quasi opposto a quello originario: quando saliamo una minestra vi aggiungiamo qualcosa; quando saliamo una lezione, invece, siamo noi a sottrarci.

Molto più raro è oggi insalare, che conserva tuttavia alcune accezioni di notevole interesse letterario. La più famosa compare nella Divina Commedia. Nel secondo canto del Purgatorio, Dante scrive: «... dove l'acqua di Tevero s'insala».

Qui il verbo non significa «aggiungere sale», bensì «diventare salata», «mescolarsi all'acqua del mare». L'immagine è quella del Tevere che, giunto alla foce, perde gradualmente la propria natura di fiume e si unisce alle acque marine.

La tradizione letteraria e lessicografica conosce inoltre un uso figurato di insalare riferito alle parole e alle azioni umane. In questo senso il verbo equivale a «condire con il sale della saggezza», cioè rendere più assennate, più giudiziose o più argute le proprie parole. Non sorprende, del resto, che proprio il sale sia stato scelto come simbolo della sapienza: fin dall'antichità questo rappresentava un bene prezioso, tanto da assumere significati morali e intellettuali.

Ancora oggi diciamo che una persona «ha sale in zucca» oppure che una conversazione è «senza sale». In questi casi il sale non appartiene più alla cucina, ma all'ingegno e allo spirito.

Sotto il profilo linguistico la sorte diversa dei due verbi mostra una tendenza assai comune: quando esistono due forme equivalenti, i parlanti finiscono spesso col preferire quella più breve, immediata e semplice. Così salare ha conquistato quasi tutto il terreno disponibile, mentre insalare è rimasto confinato negli scaffali della letteratura e della memoria storica della lingua.

Ciò non significa che sia morto. È semplicemente uno di quei vocaboli che riaffiorano di tanto in tanto per ricordarci che la lingua non vive soltanto di parole utili, ma anche di parole preziose.

E forse proprio questo insegna la storia di salare e insalare: il sale dà sapore ai cibi, ma sono le parole a dare sapore alla lingua. La buona scrittura non dev'essere troppo salata; basta quel tanto di sapienza che, di tanto in tanto, sappia ancora insalarla.




martedì 13 ottobre 2026

Sgroi - 229 - Papa Leone XIV, la “regola di adiacenza” e l’anglo-americano


di Salvatore Claudio Sgroi

1.     1. L’evento televisivo

Domenica 11 ottobre papa Leone XIV, parlando in piazza S. Pietro, RAI-1 12h, si è così espresso pubblicamente:

“Di recente, durante alcuni controlli i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e [ed è] ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmatA nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera”.

2. Struttura del testo

Si tratta di un testo ben strutturato, formato da cinque periodi, lunghi tutti meno di 21 parole. Il primo è infatti lungo 15 parole, il secondo 11, il terzo 17, il quarto 7 e il quinto 13. Una lunghezza che garantisce, stando a Rudolf Flesh, una comprensibilità tra “normale” (17 parole) e “molto facile” (8 parole o meno), "abbastanza difficile" essendo 21 parole.

Sintatticamente, i cinque periodi sono costituiti il primo da una principale e da una participiale, il secondo è formato da due principali coordinate con "e"(“È stato individuato in una fase molto iniziale e [ed è] ben localizzato”). Il terzo è costituito da due frasi complesse principali coordinate dalla congiunzione “e”. La prima frase complessa è formata da una principale argomentale (“I medici ritengono opportuno”) e da una dipendente argomentale (“intervenire”). La seconda frase complessa è formata da una principale (“ho deciso”) e da tre dipendenti: due circostanziali (“seguendo i loro consigli, “per toglierlo”) e una argomentale ("di operarmi"). Il quinto periodo combina due frasi principali, coordinate con la congiunzione “e”. In totale 13 frasi.

Stando a M.A.K. Halliday, il testo, poiché ha una lunghezza di 64 parole, di cui 33 parole grammaticali e 31 lessicali, con 13 frasi, presenta una “densità lessicale” = 2,3 (31: 13), tipica della lingua parlata, in quanto inferiore a 3 propria invece della lingua scritta.

3. Accordo insolito

Il mancato accordo al maschile “intervento programmatA” è decisamente insolito e, a volerlo spiegare, non si può certamente ricorrere al nativo anglo-americano del Papa (dove non esiste tale tipo di accordo), né allo spagnolo o al francese da lui parlati. Piuttosto tale accordo sembrerebbe dovuto alla presenza delle due "a" in "programmatA" e dell’avv. “già” che precede lo stesso participio in “già programmatA”. Non si tratta ovviamente di un "refuso", perché il Pontefice parlava e non leggeva. Qualcuno potrebbe forse pensare a una interferenza con l'ingl. intervention 'intervento', percepito come femminile, ma in ingl.i sostantivi non hanno genere, mentre in italiano le parole terminanti in /-a/ sono all'87,8% femminili, rispetto a quelle in /o/ al 99% maschili. Quindi determinante l'attrazione sintagmatica di "già" e la presenza delle due "a". Un accordo, insomma si potrebbe dire, “per contiguità”, generato quasi da una “regola di adiacenza”, che abbiamo individuato in passato nel parlare di sindacalisti come Maurizio Landini: “Guardi, vadi in qualsiasi luogo di lavoro, vadi in un centro commerciale, vadi in un ospedale, vadi in un’azienda, vadi in una logistica: sa cosa succede?”, dove il vadi (anziché vada) ripetuto cinque volte è preceduto dal Guardi apripista.

O come i politici Giuseppe Conte: “Io non posso chiedere il sacrificio agli italiani e tollerare che arrivano migranti positivi e vadino in giro liberamente”, con vadino (anziché vadano) favorito certamente dall’assedio delle otto /i/.

E Nicola Zingaretti: “il blocco della Tav lo sta pagando tutto il Paese, quindi quello che chiediamo è che i bandi non si interrompino, che [la Tav] vada avanti”, dove il cong. marcato interrompIno (anziché interrompAno) è stato certamente favorito dalla sfilza delle quattro “i”.

4. Lo zampino dell’anglo-americano

Più sottile invece nel testo su citato -- “I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo” -- la scelta del plurale “i loro consigli”. Per me sarebbe stata più naturale la scelta del singolare “il loro consiglio”, perché tutti i medici hanno dato un solo stesso consiglio (l’intervento).

Il Pontefice ha cioè istintivamente accordato il plurale “I medici” col plurale “i loro consigli”, perché in anglo-americano “I loro consigli” e "Il loro consiglio" si traducono allo stesso modo: “their advice”. Egli avrebbe cioè detto:"The doctors think it is appropriate to intervene, and so, following their advice, I have decided to have surgery to remove it.".

Sommario

1. L’evento televisivo

2. Struttura del testo

3. Accordo insolito

4. Lo zampino dell’anglo-americano




lunedì 12 ottobre 2026

Rinvenire e trovare: gemelli , ma non identici

 


Nella lingua italiana esistono parole – come abbiamo visto altre volte - che, a una prima occhiata, sembrano perfettamente sovrapponibili e che, proprio per questo, rischiano di essere considerate sinonimi assoluti. In realtà, osservandole più da vicino, emergono differenze sottili ma significative, come nei verbi rinvenire e trovare, spesso adoperati come equivalenti, ma portatori di sfumature semantiche e stilistiche che meritano di essere messe in luce.

Entrambi esprimono, nella loro accezione fondamentale, l'idea del recupero o della scoperta di qualcosa. Se perdiamo le chiavi di casa e le recuperiamo sotto il divano, possiamo dire sia «ho trovato le chiavi» sia «ho rinvenuto le chiavi». Analogamente, una pattuglia può trovare o rinvenire della refurtiva e un archeologo può trovare o rinvenire un reperto antico.

La differenza, in questi casi, non è tanto di significato quanto di registro linguistico. Trovare appartiene alla lingua comune, quotidiana e familiare; rinvenire, invece, ha una coloritura più elevata, burocratica, giornalistica o letteraria. Non è un caso che nei comunicati delle forze dell'ordine si legga spesso che «è stata rinvenuta un'arma» o che «sono stati rinvenuti documenti compromettenti», mentre nella conversazione di tutti i giorni si preferisce quasi sempre il più semplice trovare.

Osservando l’etimologia, la distinzione diventa ancora più interessante. Trovare deriva, attraverso una lunga storia linguistica, dal latino medievale tropare, che significava originariamente «inventare», «comporre versi» o «escogitare». Da qui deriva anche il francese trouver. L'idea della scoperta nasce dunque da quella dell'invenzione e della ricerca.

Rinvenire, invece, è formato dal prefisso ri- e dal verbo venire: significa, alla lettera, «venire di nuovo», «tornare». La sua origine spiega perfettamente alcuni significati che non hanno nulla (a) che vedere con il semplice trovare e che costituiscono la vera peculiarità del verbo.

Quando una persona perde conoscenza e poi torna in sé, diciamo infatti che «rinviene». In questo caso il significato è quello originario di «ritornare», «riacquistare». Analogamente, in cucina si mettono spesso a bagno i funghi secchi per «farli rinvenire», cioè per restituire loro morbidezza e consistenza dopo l'essiccazione. Anche qui ritroviamo l'idea del recupero di una condizione perduta.

Esiste poi un uso oggi meno comune ma assai interessante: «questa tradizione rinviene dal Medioevo». In tale costruzione il verbo significa «derivare», «provenire», «avere origine». Ancora una volta è evidente il rapporto con il concetto di provenienza e di ritorno.

Al contrario, trovare gode di una straordinaria estensione semantica che lo rende utilizzabile in moltissimi contesti nei quali rinvenire sarebbe impossibile o addirittura ridicolo. Possiamo trovare una soluzione, trovare il coraggio, trovare il tempo, trovare pace, trovare una spiegazione. Possiamo dire «trovo questo film interessante» per esprimere un giudizio personale. Possiamo affermare che «il museo si trova nel centro storico» per indicarne l'ubicazione. Possiamo perfino «trovare un amico al bar», nel senso di incontrarlo casualmente.

Nessuno di questi esempi ammette il verbo rinvenire. Nessuno direbbe «rinvengo che questo libro sia bello» oppure «ho rinvenuto Carlo al bar» in una normale conversazione. In tali casi il verbo perderebbe la sua naturalezza e apparirebbe come un artificio linguistico.

Curiosamente, proprio l'ambiente giornalistico offre numerosi esempi dell'espansione di rinvenire. Nei titoli di cronaca nera il verbo è diventato quasi una formula fissa: si rinvengono cadaveri, armi, sostanze stupefacenti, documenti segreti, reperti archeologici. Questa preferenza deriva dal desiderio di esprimere uno stile più formale e impersonale, caratteristico del linguaggio amministrativo e investigativo.

Una curiosità riguarda l'ambito medico. Per secoli il verbo rinvenire fu utilizzato quasi esclusivamente per indicare il recupero della coscienza dopo uno svenimento, tanto che l'espressione «far rinvenire qualcuno» è documentata da lungo tempo nella letteratura italiana. 

Successivamente il verbo ha esteso il proprio impiego anche al significato di "ritrovamento" o "scoperta", oggi molto frequente nel linguaggio amministrativo e giornalistico.

In conclusione, possiamo dire che trovare e rinvenire si incontrano spesso, nella lingua scritta e parlata, ma non coincidono del tutto. Nei significati di recuperare o scoprire qualcosa possono talvolta sostituirsi a vicenda; tuttavia trovare ha un raggio d'azione molto più ampio e versatile, mentre rinvenire conserva il sapore di una lingua più sorvegliata e, soprattutto, mantiene vivi significati autonomi legati all'idea originaria del «tornare». Perché le parole, proprio come gli esseri umani, possono arrivare nello stesso luogo seguendo strade diverse: alcune trovano subito ciò che cercano, altre, dopo un lungo cammino, rinvengono ciò che avevano perduto.




domenica 11 ottobre 2026

Intelleggibile o intelligibile?

 Quando la lingua percorre due strade per arrivare alla stessa meta

Vi è mai capitato di leggere "intelleggibile" con due G e pensare a un errore? In realtà la storia della nostra lingua è più ricca e generosa di quanto crediamo...

Ci sono termini che sembrano gemelli e altri che paiono fratelli lontani. Poi esistono coppie come "intelleggibile" e "intelligibile", che a prima vista danno l'impressione di essere una giusta e una sbagliata. In realtà non è così: entrambe sono corrette, entrambe appartengono alla lingua italiana e indicano ciò che può essere compreso dall'intelletto. Eppure una differenza c'è, e non riguarda tanto il significato quanto la storia e la fortuna d'uso.

Oggi la forma più comune è senza dubbio "intelligibile". La incontriamo nei saggi, negli articoli giornalistici, nei testi scolastici e nel linguaggio colto corrente. Dire che un discorso è intelligibile significa affermare che può essere compreso, che il suo significato è accessibile alla mente.

La forma "intelleggibile", invece, appare più rara e talvolta sorprende il lettore moderno, il quale può persino sospettare un errore di stampa. Eppure errore non è. Essa affonda le sue radici nella storia stessa del verbo latino da cui proviene.

Il latino aveva infatti il verbo intellegere, composto di inter e legere, nel significato originario di «discernere», «comprendere». Da questo verbo nacque l'aggettivo intelligibilis, che ha dato l'italiano "intelligibile". Tuttavia, nella tradizione medievale e poi in quella italiana, si sviluppò anche la forma del verbo intelleggere, modellata più fedelmente sul latino. Da qui derivò naturalmente l'aggettivo "intelleggibile".

La presenza delle due forme è dunque il risultato di una doppia evoluzione della stessa base etimologica. La lingua, in questo caso, non ha scelto subito una sola strada, ma ne ha percorse contemporaneamente due.

Fenomeni simili non sono affatto rari nella lingua di Dante. Pensiamo a obbedire e ubbidire, forme entrambe corrette benché la prima sia oggi prevalente. Oppure a domandare e dimandare, dove la seconda sopravvive soprattutto nei testi letterari e nei documenti d'epoca. La lingua italiana ama conservare le tracce del proprio passato, anche quando l'uso comune finisce col privilegiare una variante. Ma perché "intelligibile" ha avuto più successo di "intelleggibile"?

La risposta va cercata soprattutto nella filosofia e nella teologia medievali. Per secoli gli studiosi parlarono di «mondo intelligibile», «forme intelligibili» e «specie intelligibili». Attraverso la tradizione aristotelica, la scolastica e il pensiero medievale, l'aggettivo divenne un termine tecnico fondamentale della riflessione filosofica. Questa ampia diffusione culturale ne consolidò l'uso e ne favorì la sopravvivenza fino ai nostri giorni.

"Intelleggibile", dal canto suo, non è una forma scorretta né un'invenzione moderna. È una variante storicamente legittima, registrata dai principali vocabolari dell'italiano. La sua minore frequenza nell'uso contemporaneo porta talvolta a considerarla erroneamente sbagliata, quando in realtà si tratta semplicemente di una forma meno comune.

Sotto il profilo stilistico, chi scrive per un pubblico ampio farà bene a preferire "intelligibile". È la forma che il lettore riconosce immediatamente e che non rischia di interrompere la fluidità della lettura. "Intelleggibile" resta, comunque, una risorsa disponibile per chi desideri adottare una variante più rara o più vicina alla tradizione etimologica.

La storia di queste due parole ci ricorda, ancora una volta, che la lingua non procede sempre in linea retta. Talvolta conserva sentieri paralleli, testimonianze di epoche diverse e di differenti tradizioni culturali. Alcuni sentieri diventano autostrade, altri rimangono viottoli poco frequentati, ma tutti continuano a raccontare qualcosa della storia delle parole.

Una curiosità finale merita di essere ricordata. Nella filosofia platonica e nella tradizione che da questa discende si distingue il mondo sensibile, percepibile attraverso i sensi, dal mondo intelligibile, accessibile soltanto all'intelletto. È probabilmente uno dei motivi che hanno contribuito alla straordinaria fortuna dell'aggettivo, rendendolo familiare ben oltre gli ambienti specialistici.

E qui sta, forse, la morale linguistica della nostra piccola indagine: non sempre la forma meno adoperata è quella sbagliata; spesso è soltanto quella che la storia ha lasciato in disparte. Le parole davvero intelligibili non sono quelle più difficili, ma quelle che sanno farsi capire senza rinunciare alla loro storia.

 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

La violenza

Bari, ragazzo denuncia molestie sessuali: parroco gli arresti domiciliari

--------------

Agli arresti anche la preposizione articolata “(a)gli”.










sabato 10 ottobre 2026

Sventare e sventrare: quando una consonante cambia tutto

 


La nostra lingua riserva spesso sorprese a chi si lascia guidare soltanto dall'orecchio. Esistono parole quasi identiche nella forma ma lontanissime nel significato. È il caso dei verbi sventare e sventrare, che differiscono per una sola consonante e che proprio per questo vengono di frequente confusi. Eppure, dietro questa apparente somiglianza, si nascondono etimologie differenti e immagini mentali quasi opposte.

Sventare significa impedire che qualcosa si realizzi, mandare a monte un progetto, una macchinazione, un complotto o un attentato. Quando le forze dell'ordine scoprono e bloccano un piano criminoso prima che venga eseguito, si dice che lo hanno sventato.

L'etimologia aiuta a comprendere perfettamente l'evoluzione semantica del verbo. Sventare è infatti collegato a vento, dal latino ventus. In origine il verbo indicava l'azione di esporre qualcosa al vento, di disperderlo o dissolverlo nell'aria. Il prefisso s- rafforza l'idea di allontanamento e dispersione.

L'immagine è particolarmente efficace: ciò che viene investito dal vento perde consistenza, si sparpaglia, svanisce. Da qui il passaggio al significato figurato di far fallire un progetto prima che possa concretizzarsi. In altre parole, chi sventa un piano lo disperde metaforicamente al vento.

Si dirà quindi: «La polizia ha sventato una rapina.»; «I servizi segreti hanno sventato un attentato.»; Le autorità hanno sventato una truffa internazionale.»

Ma il verbo non è limitato all'ambito della cronaca giudiziaria. Gli usi figurati sono numerosi: «L'infortunio ha sventato le ambizioni dell'atleta»; «La crisi economica ha sventato il progetto di espansione dell'azienda»; «La pioggia improvvisa ha sventato la festa all'aperto». In tutti questi casi ricorre la medesima idea: qualcosa viene impedito, vanificato, disperso prima di giungere a compimento.

Ben diversa è la storia di sventrare.

Il verbo deriva da ventre, che continua il latino venter, ventris. Il significato originario è «aprire il ventre», «squarciare l'addome», «eviscerare». Anche qui il prefisso s- ha valore separativo: indica l'azione di aprire, togliere, mettere allo scoperto ciò che si trova all'interno.

Fin dall'antichità il termine è stato usato in riferimento agli animali macellati o alle ferite particolarmente gravi. Successivamente il significato si è ampliato per analogia. Se il ventre è la parte centrale del corpo, allora anche il centro di una città, di una montagna o di un edificio può essere metaforicamente considerato un ventre.

Da qui espressioni come: «Gli operai hanno sventrato la montagna per realizzare il traforo»; «I lavori hanno sventrato il centro storico»; «L'esplosione ha sventrato il palazzo». In questi casi il verbo conserva l'idea fondamentale dell'apertura violenta e devastante di una struttura.

L'uso figurato si è esteso ulteriormente fino a indicare qualsiasi lacerazione profonda o distruzione radicale: «La guerra ha sventrato intere città»; «Il terremoto ha sventrato il paese»; «Lo scandalo ha sventrato la credibilità dell'istituzione»; «Quelle rivelazioni hanno sventrato anni di menzogne». Qui non vi è alcun ventre in senso fisico, ma permane l'idea di una realtà che viene aperta e lacerata fino a mostrarne l'interno o a comprometterne l'integrità.

Una curiosità storica riguarda proprio il verbo sventrare. Tra Ottocento e Novecento gli urbanisti parlavano frequentemente di sventramenti urbani. Interi quartieri medievali venivano demoliti per aprire nuove strade e creare grandi assi viari. Roma offre esempi celebri di questi interventi, che modificarono profondamente il tessuto cittadino.

Anche sventare ha una sua curiosa specificità. Nel linguaggio giornalistico moderno è diventato quasi un termine tecnico della cronaca nera e investigativa. Attentati, frodi, rapimenti, complotti e truffe vengono regolarmente «sventati» dalle cronache quotidiane, al punto che il verbo richiama immediatamente l'idea dell'intervento tempestivo delle autorità.

L'errore nasce proprio dalla somiglianza fonetica dei due verbi. Così può capitare di leggere o sentire frasi improprie come «la polizia ha sventrato un attentato» oppure «le autorità hanno sventrato una truffa». In realtà un attentato si sventa, non si sventra. Allo stesso modo una ruspa può sventrare un edificio, certamente non sventarlo.

L'etimologia, ancora una volta, dissipa ogni incertezza: sventare richiama il vento che disperde; sventrare richiama il ventre che viene aperto. La differenza è tutta qui, semplice e limpida. Da una parte c'è qualcosa che svanisce nell'aria; dall'altra qualcosa che viene squarciato fino al suo interno.

Tra il vento e il ventre corre una sola consonante; ma nella lingua basta una lettera per passare dall’allontanare una minaccia allo squarciare una realtà.

***

Per sostituire l'anglismo "caregiver"

Curacari o premurante?