“Andare
in broda” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da un
cortile fangoso o da una cucina povera, e invece custodiscono una
storia lunga e sorprendentemente raffinata. L’immagine è
istantanea: la broda è un liquido torbido, acquoso, poco affidabile,
qualcosa in cui si affonda e da cui si esce male. Dire che qualcuno
va in broda fa pensare, dunque, a un passo falso, a un impiccio, a
una situazione che si complica . È un’espressione che appartiene
alla lingua concreta, quella che nasce dal contatto con le cose, e
che conserva ancora oggi un sapore popolare e quasi tattile. Ed è
proprio per questo che, pur essendo desueta, meriterebbe di essere
rispolverata: ha una forza figurativa che non ha perso nulla, anzi, è
attuale.
L’etimologia ci porta nel mondo germanico: Brod,
“brodo, decotto”, voce imparentata con il tedesco Brühe
e l’inglese broth. Entrato in italiano attraverso le
parlate longobarde del Nord, il vocabolo ha subito un’evoluzione
curiosa: da liquido nutriente a liquido scadente, fanghiglia,
brodaglia. È in questo slittamento che si annida la metafora: la
broda non è più ciò che conforta, ma ciò che intralcia. Da qui
l’uso figurato, diffuso soprattutto nell’Italia settentrionale,
di “andare in broda” come “finire nei guai”, “mettersi in
cattiva situazione”, “scivolare in un pasticcio”.
L’espressione conserva una sfumatura di bonaria rassegnazione:
non indica la rovina, ma il fastidio, l’impiccio, la faccenda che
si ingarbuglia. Si può dire di chi ha agito con leggerezza, di chi
si è infilato in una questione più grande di lui, di chi ha
sottovalutato un dettaglio e ora ne paga le conseguenze. Funziona
bene anche in tono ironico, come una constatazione quasi sorridente:
“E niente, ci sono andato in broda”. È proprio questa leggerezza
a renderla ancora viva: nonostante il suo sapore arcaico, descrive
perfettamente molte situazioni moderne, dalle piccole disattenzioni
quotidiane ai pasticci burocratici.
Una curiosità: in molte zone del Nord la broda non è solo un
liquido da cucina, ma la fanghiglia dei campi dopo la pioggia.
“Andarci dentro” significa letteralmente perdere stabilità,
affondare, rischiare di cadere. È probabile che questa immagine
concreta abbia rafforzato l’uso metaforico, rendendolo più vivido
e più duraturo. La lingua conserva ciò che sa richiamare, e la
broda, con la sua consistenza incerta, continua a essere un’immagine
perfetta per descrivere i nostri inciampi.
***
Perfino...
Il
lessema perfino oggi lo percepiamo come un semplice avverbio
rafforzativo, equivalente a “addirittura”, ma la sua storia è un
piccolo enigma morfologico che si chiarisce solo risalendo molto
indietro. Perfino non nasce come avverbio autonomo: è il risultato
della fusione di per fine, locuzione medievale che significava
“fino al limite estremo”, “al punto ultimo”, “al confine
massimo di ciò che è concepibile”. Nei testi antichi ricorre
spesso in forme come per fine lo fece, cioè “lo fece fino
all’estremo”, oppure per fine morì, “morì alla fine di
tutto”. Con il tempo la locuzione si è cristallizzata, ha perso la
percezione del suo valore spaziale e metaforico e si è trasformata
in un avverbio intensivo, ormai opaco nella sua struttura originaria.
Ogni volta che diciamo perfino, dunque, stiamo richiamando un’idea
di limite assoluto, non un semplice “anche”.
Una curiosità riguarda il tono drammatico che per fine
aveva nei testi narrativi medievali: non era un’espressione neutra,
ma un marcatore di azioni portate fino all’estremo morale o fisico.
Nei volgarizzamenti trecenteschi di opere latine come le Historiae
e i Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo, la locuzione
appare in scene di sacrificio, ostinazione eroica o ostilità spinta
al massimo grado. Ciò è pienamente documentabile: i volgarizzamenti
circolavano ampiamente nel Trecento e sono conservati in più
manoscritti, con attestazioni coerenti dell’uso di per fine in
contesti di forte intensità narrativa.
Un’altra traccia
interessante è la fase intermedia in cui perfino, già univerbato (fuso
graficamente), conserva ancora un valore spaziale attenuato, “fino a
quel punto”, uso effimero ma prezioso per ricostruire la
transizione da locuzione a lessema autonomo. Infine, la geografia
linguistica mostra che la fusione non avviene ovunque allo stesso
tempo: in area toscana compaiono presto forme come perfine e
perfino, mentre altrove la locuzione resta più a lungo trasparente.
È uno di quei casi in cui la lingua lascia intravedere quasi in
diretta il momento esatto in cui smette di sentire la composizione e
comincia a trattare l’insieme come un’unità lessicale.
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Stupramento?
Perché no!?
Il sostantivo stupramento è una di quelle formazioni che
la morfologia italiana rende possibili con assoluta naturalezza, ma
che la lessicografia, per ragioni storiche e d’uso, ha registrato
solo in modo marginale. La parola esiste, è documentata, è
costruita secondo i meccanismi più regolari della lingua, e tuttavia
non compare nei vocabolari correnti: l’unica grande eccezione è il
Battaglia, che la accoglie come deverbale di stuprare, con
il significato pienamente trasparente di “atto dello stuprare”.
La sua storia, dunque, è un caso esemplare di come la lingua possa
produrre forme perfettamente legittime che i dizionari non sempre
recepiscono, e di come la tradizione d’uso possa privilegiare un
termine rispetto a un altro.
L’etimologia è lineare: stuprare deriva dal latino
stuprāre, “disonorare, violare”, a sua volta da
stuprum, “disonore, violenza carnale”. Il suffisso
‑mento, che in italiano forma nomi d’azione a
partire da verbi (come trattamento, spostamento,
allontanamento), è uno dei più produttivi e regolari
dell’intero sistema derivativo. Nulla, dunque, impedisce la
formazione di stupramento: la base verbale è compatibile,
la semantica è immediata, la struttura è identica a centinaia di
altri deverbali. Dal punto di vista grammaticale, la parola è
impeccabile. La sua scarsa presenza nei corpora non dipende da limiti
morfologici, ma da una diversa tradizione d’uso.
Il lessico giuridico e quello giornalistico hanno infatti
consolidato un altro sostantivo, stupro, che ha finito per
occupare l’intero campo semantico. È breve, antico, fortemente
radicato nei testi normativi e nella lingua comune. Quando un termine
è così dominante, i derivati alternativi, pur possibili, tendono a
circolare meno. Il Battaglia registra stupramento proprio
perché la sua missione è documentare la lingua in tutta la sua
ampiezza, includendo forme rare, letterarie, occasionali o marginali.
I dizionari d’uso, invece, si basano sulla frequenza e sulla
stabilità nei testi contemporanei: se una parola non raggiunge una
massa critica di attestazioni, resta fuori, anche se perfettamente
legittima.
Il significato di stupramento è esattamente quello che
la sua struttura lascia prevedere: l’atto dello stuprare, la
violazione sessuale. Non ha sfumature diverse, non introduce
distinzioni tecniche, non appartiene a un registro particolare. È
semplicemente un deverbale regolare, semanticamente trasparente, che
potrebbe essere usato senza alcuna improprietà. La sua rarità non
ne compromette la correttezza: la lingua italiana accetta e produce
continuamente deverbali in ‑mento, e non esiste alcuna
ragione grammaticale per escludere questo.
Il caso di stupramento mostra con chiarezza la distanza
tra ciò che la lingua può formare e ciò che i dizionari scelgono
di registrare. La lessicografia non è un tribunale, ma un
osservatorio: registra ciò che è consolidato, non tutto ciò che è
possibile. E la morfologia, al contrario, è un sistema aperto,
capace di generare parole regolari anche se poco usate. Per questo
stupramento è una forma corretta, legittima, coerente con
la storia della lingua e con i suoi meccanismi derivativi, benché
oggi rimanga ai margini dell’uso e della codificazione.