venerdì 1 maggio 2026

Mitopiesi: quando il racconto diventa mondo

 Il gesto antico e moderno di trasformare una storia in un mito vivo


N
el nostro lessico ci sono parole che sembrano antiche come il mondo, e invece sono giovani; altre che paiono tecniche, e invece toccano qualcosa di profondamente umano. Mitopiesi è una di queste. Prima ancora di essere un termine critico, è un gesto: l’atto con cui una comunità, un autore o perfino un singolo individuo trasforma un racconto in qualcosa di più grande di sé. È il momento in cui la storia smette di essere cronaca e diventa orientamento, simbolo, memoria condivisa. Ogni cultura, quando vuole spiegarsi, consolarsi o darsi un’origine, ricorre a questo meccanismo antico quanto il linguaggio: creare miti per dare forma al mondo.

Il lessema mitopiesi (o mitopoiesi) deriva dal greco mythopoiēsis, composto da mythos (“racconto, mito”) e poiein (“fare”). Significa letteralmente “fare miti”, e già in questa semplicità si nasconde la sua forza: non descrive un genere, ma un processo. La mitopiesi è ciò che accade quando un racconto, reale o immaginato, viene caricato di un valore simbolico tale da superare l’episodio e diventare struttura di senso. È così che un gesto diventa archetipo, un personaggio diventa figura, un evento diventa fondazione.

Nell’antichità questo processo era spontaneo: i miti nascevano dalla sedimentazione collettiva, dal bisogno di spiegare l’origine del mondo, la natura degli dei, il destino degli uomini. Ma nel Novecento il termine assume un significato nuovo e consapevole: la creazione deliberata di mitologie da parte di un autore. È il caso, documentatissimo, di J. R. R. Tolkien, che definiva il proprio lavoro come sub-creation, una mitopoiesi moderna fondata su lingue inventate, genealogie, cosmogonie e popoli interi. Accanto a lui, la critica riconosce come mitopoietici anche C. S. Lewis, H. P. Lovecraft, Frank Herbert, George MacDonald, G. K. Chesterton, Cesare Pavese e Stephen King: tutti autori che hanno costruito universi narrativi dotati di coerenza interna, figure archetipiche e tensioni cosmiche. Non semplici storie, ma sistemi mitici.

Un aneddoto, riportato nelle lettere di Lewis, chiarisce bene la natura di questo gesto creativo. Quando alcuni critici accusavano la fantasia di essere evasione, Lewis rispondeva citando un’osservazione di Tolkien: le persone più infastidite dall’idea di evasione sono sempre i carcerieri. Una frase che ribalta la prospettiva: il mito non è fuga dalla realtà, ma un modo per rientrarvi con occhi più acuti, più liberi, più capaci di riconoscere ciò che conta.

Oggi la mitopiesi non appartiene solo alla letteratura: opera nei media, nelle piattaforme, nelle narrazioni collettive che creano figure effimere o durature. Alcuni miti durano un giorno, altri un millennio. Ma il meccanismo è lo stesso: l’uomo continua a trasformare storie in mappe, racconti in orientamento, immaginazione in cultura.

E forse la verità più semplice è anche la più luminosa: non siamo noi a creare i miti; sono i miti che, ogni volta, ricreano noi.


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Mettere il cappello al vento


U
n modo di dire (quasi) scomparso, mettere il cappello al vento, sopravvive in poche raccolte di proverbi veneti dell’Ottocento e in qualche quaderno domestico ingiallito. È una formula che sembra uscita da un diario di mare, eppure parla di noi, di ogni momento in cui smettiamo di governare la nostra rotta.

Il cappello, per secoli, non è stato un semplice accessorio: era il "simbolo" della persona, il suo rango, la sua compostezza. Perdere il cappello significava perdere la faccia, la direzione, la misura. Il vento, invece, è l’elemento che scompiglia, che decide al posto tuo, che ti trascina dove non volevi andare. Quando il cappello si affida al vento, l’identità si dissolve, la volontà si arrende alle correnti.

L’espressione non descrive un gesto fisico, ma un cedimento interiore: mettere il cappello al vento è consegnare la propria lucidità al caso, smarrire il controllo, lasciarsi trascinare dagli eventi. È un’immagine di resa elegante e malinconica, che racchiude la fragilità di chi, pur sapendo la direzione, non riesce più a seguirla.

Oggi questo modo di dire è quasi estinto, ma conserva una forza visiva immediata. È raro, chiaro, evocativo. Ha una microstoria antropologica che lo rende perfetto per essere riscoperto: il cappello come identità, il vento come destino. Recuperarlo significa restituire alla lingua un piccolo frammento di umanità, un gesto che racconta la perdita del controllo con la grazia di un simbolo antico.

In fondo, ogni volta che la vita ci scompiglia, un cappello invisibile vola via. E noi restiamo sulla riva, a guardarlo andare, sapendo che - per un istante - abbiamo davvero messo il cappello al vento.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Global Sumud Flotilla, Israele intercetta navi vicino Creta.

Dal M5s la deputata Stefania Ascari "stanotte è successa una cosa aberrante, dei cittadini e cittadini di una missione umanitaria sono stati attaccati dal governo terrorista israeliano.

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Flotilla: attivisti fermati da Israele sbracano a Creta.

Il ministero degli Esteri israeliano sostiene ha affermato che la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza è una "provocazione …










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Auguri alle gentili lavoratrici e ai cortesi lavoratori dal titolare di questo portale


giovedì 30 aprile 2026

Assestare

 Dal riordino alla stoccata: anatomia di un verbo preciso


I
l verbo assestare è uno di quei sintagmi che vivono una doppia vita: da un lato l’ordine, la sistemazione, la calma delle cose riportate al loro posto; dall’altro il gesto rapido, preciso, quasi violento del colpo che arriva esattamente dove deve. È un verbo che tiene insieme stabilità e impatto, come se la lingua avesse voluto affidargli due nature complementari. Per questo, quando lo incontriamo, conviene sempre ascoltare quale delle sue due “voci” sta parlando.

L’etimologia, questa volta, ci porta davvero alle radici della lingua. Assestare non ha nulla (a) che vedere con il numero sei né con un ipotetico ad sextum: quella è una suggestione ottocentesca ormai abbandonata. La ricostruzione etimologica corretta è molto più solida e molto più lineare. Il verbo deriva infatti da sesto nel senso di “assetto, stato stabile, condizione ben sistemata”, e sesto a sua volta risale al latino situs, “posto, collocato, situato”. La catena è limpida: situs > “stato, posizione” > sesto (nel senso di “assetto”) > assestare, cioè “mettere in assetto”, “portare in sesto”, “rendere stabile” (appartiene alla schiera dei verbi parasintetici, quindi). È un’etimologia che designa un gesto preciso: non un riordino generico, ma un aggiustamento mirato, come quando si sistema un oggetto perché stia esattamente dove deve stare.

Da qui nasce il significato primario del verbo: assestare significa, dunque, “sistemare, mettere in ordine, riportare equilibrio”. Si assesta una stanza, si assestano i cuscini, si assestano i conti. È un verbo che implica una mano che interviene, che dispone, che riporta stabilità. Non è mai un’azione casuale: è un gesto che cerca la posizione giusta.

Ed è proprio da questa idea di precisione che si sviluppa l’evoluzione semantica più interessante. Se assestare significa “portare qualcosa nel punto esatto”, allora assestare un colpo significa “farlo cadere esattamente dove deve”. Il passaggio è naturale: il colpo non è improvvisato, è mirato, calibrato, messo a segno. Così la lingua ha cominciato a usare il verbo per i gesti decisi: assestare un pugno, assestare una gomitata, assestare una stoccata. E da qui, come spesso accade, il figurato ha fatto il resto: assestare una risposta, assestare un colpo politico, assestare una critica che non lascia scampo.

Una curiosità gustosa, in proposito, arriva dai trattati di scherma del Cinquecento e del Seicento. I maestri d’armi non parlano di “dare un colpo”, ma di “assestarlo”: ciò che conta non è la forza, ma la mira. Il colpo deve cadere nel punto esatto, come un tassello che trova la sua sede. È un dettaglio tecnico che chiarisce perfettamente la natura del verbo: non l’impeto, ma la precisione.

Un’altra nota storica riguarda la lingua amministrativa e giornalistica dell’Ottocento, dove assestare era usato anche per indicare l’atto di “mettere in sesto” una situazione economica o politica. È un uso oggi meno frequente, ma sopravvive in espressioni come assestare il bilancio o assestare una trattativa, dove l’idea di fondo è sempre la stessa: riportare qualcosa nella sua posizione corretta.

In fondo, assestare è un verbo che parla di equilibrio: quello che si crea quando si mette ordine e quello che si rompe quando un colpo arriva esattamente dove deve. Due gesti diversi, una sola idea di fondo: la precisione.

E come spesso accade nella lingua, anche qui vale una piccola verità: solo ciò che è ben assestato lascia davvero il segno.


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"Mingeretista": anatomia di un neologismo di decoro

Dal latino mingere al suffisso ‑ista: come la lingua nobilita la necessità











Nel grande laboratorio della lingua, dove ogni giorno si forgiano parole nuove per colmare vuoti espressivi o per affinare la nostra capacità di nominare il mondo, esiste un territorio particolarmente affascinante: quello dei neologismi che salvano il decoro. Sono termini che non nascono per stupire, né per provocare, ma per restituire dignità a gesti quotidiani che la lingua comune ha spesso consegnato alla brutalità del gergo o alla freddezza della clinica. In questo paesaggio, la proposta di mingeretista si distingue come un esempio raro di eleganza applicata a un bisogno universale.

Il punto di partenza è il verbo latino mingere, che possiede una nobiltà etimologica oggi quasi dimenticata. A differenza dei suoi equivalenti volgari, troppo diretti per essere pronunciati senza imbarazzo, e del più recente latrinista (neologismo proposto), che rimane ancorato alla materialità del luogo, mingeretista sposta l’attenzione sull’azione, filtrandola attraverso la lingua dei padri. L’aggiunta del suffisso ‑ista, preceduto da una "t eufonica", compie il resto del lavoro: non indica una patologia, non suggerisce una debolezza, ma tratteggia una figura quasi “specializzata”, un frequentatore assiduo e metodico, senza alcuna connotazione degradante.

Fino a oggi, chi aveva la necessità di recarsi spesso ai servizi igienici si trovava intrappolato tra due registri opposti e ugualmente insoddisfacenti. Da un lato il linguaggio medico, con parole come pollachiurico o vescica iperattiva, che trasformano immediatamente la persona in un paziente, riducendo un’abitudine a un sintomo. Dall’altro il linguaggio triviale, che non lascia scampo: espressioni sguaiate, imbarazzanti, inadatte a un contesto formale o anche solo civile. Dire “È un po’ mingeretista” permette invece di comunicare la stessa informazione con un sorriso, senza scadere né nella diagnosi né nella volgarità.

La forza del termine sta proprio in questa sua versatilità. Si può usare in un salotto, in un articolo di costume, in una conversazione colta, persino in un contesto ironico ma elegante. Funziona come meretrofilo, altro neologismo che può sostituire con grazia un appellativo altrimenti irrimediabilmente triviale. Funziona come quei vocaboli di sartoria linguistica che vestono un comportamento umano con un abito su misura, evitando tanto l’eufemismo ipocrita quanto la brutalità gratuita.

Si pensi a frasi come: «È un collega brillante, ma decisamente mingeretista: in riunione scompare ogni mezz’ora.» Oppure: «Durante i viaggi lunghi preferisco sedermi lato corridoio: sono un po’ mingeretista.» In entrambi i casi, il termine alleggerisce, precisa, non offende e non medicalizza.

In un’epoca in cui la sciatteria verbale sembra aver conquistato ogni spazio, mingeretista ricorda che l’eleganza non è un lusso, ma una scelta. E che anche le azioni più umili possono essere nominate con grazia, se la lingua sa offrirci gli strumenti giusti. Un neologismo così non è solo una parola nuova: è un piccolo gesto di civiltà.



 



mercoledì 29 aprile 2026

Gli aggettivi plurali e l’apostrofo

 Un errore che la stampa continua a moltiplicare


C’
è un errore che attraversa quotidiani, blog, comunicati e perfino testi istituzionali con una naturalezza disarmante: l’apostrofo appiccicato agli aggettivi plurali. È un refuso antico, duro a morire, che si ripresenta in forme come quest’ultimi, quegl’altri, bell’amiche, grand’idee. La sua diffusione è tale che molti lettori finiscono col considerarlo (quasi) legittimo, come se la frequenza potesse trasformare uno svarione in norma. Eppure la regola è semplice, lineare, indiscutibile: gli aggettivi plurali non vogliono mai l’apostrofo. Non è una sfumatura, non è una preferenza stilistica: è una regola morfologica, e come tale non ammette eccezioni.

Per capire perché, basta ricordare che l’apostrofo in italiano indica un’elisione, cioè la caduta dell’ultima vocale di una parola davanti a un’altra che inizia per vocale. È il caso di l’amico, un’amica, dell’idea. Ma al plurale questa dinamica non si verifica: gli articoli plurali non terminano in vocale soggetta a elisione (i, gli, le) e gli aggettivi plurali non subiscono troncamenti obbligatori. Non c’è nulla da elidere, dunque non c’è motivo di apostrofare. Forme come bell’amici o nuov’arrivi sono sempre scorrette, senza eccezioni, senza zone grigie, senza “ma”.

Il caso più insidioso è quello degli aggettivi che ammettono il troncamento nella forma singolare: buon, bel, gran, san. Al singolare femminile possono elidere: buon’amica, bell’amica. È un meccanismo antico, radicato, perfettamente legittimo. Ma il meccanismo non si estende al plurale: buone amiche, belle amiche, grandi amiche. Per quanto attiene a “grande” – unica eccezione – si può troncare anche nel plurale: i gran premi. È una forma arcaica, ma cristallizzata dall’uso da secoli. L’errore nasce spesso da un automatismo grafico: si vede una vocale iniziale e si pensa che l’apostrofo sia la soluzione universale. Non lo è. L’apostrofo non è un cerotto da applicare ogni volta che due vocali si incontrano: è un segno preciso, con una funzione altrettanto precisa.

La stampa, purtroppo, alimenta questo fraintendimento. È frequente imbattersi in titoli che recitano quest’ultimi dati, quest’altre categorie, quegl’altri operatori. L’errore più diffuso è proprio quest’ultimi, un ibrido che non ha alcun fondamento grammaticale: questi ultimi è la forma corretta, limpida, sufficiente. L’apostrofo, in questi casi, non solo è sbagliato, ma introduce anche un inciampo visivo che spezza la fluidità della lettura. E quando l’errore compare in un titolo, cioè nel punto più esposto e più letto di un testo, la sua capacità di propagarsi aumenta in modo esponenziale.

A complicare il quadro c’è un altro fattore: la tendenza, sempre più diffusa, a usare l’apostrofo come segno di “snellimento grafico”, quasi fosse un modo per rendere il testo più agile, più veloce, più moderno. Ma la lingua non si modernizza con un apostrofo fuori posto. La lingua si modernizza con la precisione, con la cura, con la consapevolezza delle sue strutture. E la struttura dell’italiano è chiara: il plurale non elide.

Gli esempi corretti sono semplici e inequivocabili:

  • questi ultimi provvedimenti (non quest’ultimi provvedimenti);

    quegli altri casi (non quegl’altri casi);

    belle idee (non bell’idee);

    nuovi arrivi (non nuov’arrivi);

    grandi opportunità (non grand’opportunità);

    queste altre proposte (non quest’altre proposte);

    quegli altri esempi (non quegl’altri esempi);

    tutte queste iniziative (non tutte quest’ iniziative).

La regola d’oro è immediata: se la parola cui si riferisce l’aggettivo è plurale, l’apostrofo non si mette. Mai. Non ci sono eccezioni, varianti, licenze stilistiche o casi particolari. È una regola morfologica, non una preferenza. E come tutte le regole morfologiche, non si presta a interpretazioni elastiche.

Una curiosità storica merita di essere ricordata. Nell’Ottocento alcuni autori usavano l’apostrofo in modo più esteso, anche con aggettivi plurali, ma si trattava di scelte grafiche personali, non di norme. La grammatica italiana contemporanea ha eliminato ogni ambiguità: l’elisione riguarda solo il singolare. La persistenza dell’errore nella stampa moderna è dunque un residuo di abitudini tipografiche, non una traccia di tradizione. È un fossile grafico che continua a riaffiorare, nonostante la lingua abbia da tempo fatto pulizia. E come tutti i fossili grafici, sopravvive non perché abbia un valore, ma perché nessuno si prende la briga di estinguerlo.

A conclusione di queste noterelle: l’apostrofo è uno strumento preciso, non un ornamento. Usarlo dove non serve significa indebolire la chiarezza del testo. E la chiarezza, nel linguaggio, è sempre una forma di rispetto: verso chi legge, verso chi scrive e verso la lingua stessa. L’errore degli aggettivi plurali apostrofati non è solo una “svista”: è un piccolo cedimento di attenzione, un inciampo che si può evitare con un gesto minimo, quasi invisibile, ma decisivo. E la lingua, quando la si rispetta, restituisce sempre più di quanto le si dà.



martedì 28 aprile 2026

Somma e cifra: quando il linguaggio sbaglia i conti

 Due termini spesso confusi, ma lontani per funzione e significato: la cifra rappresenta, la somma pesa


N
el vastissimo panorama della lingua italiana, la precisione terminologica non è un vezzo da puristi, ma un presidio di lucidità concettuale. Tra i casi più rivelatori spicca la coppia formata da “somma” e “cifra”, due termini che, pur spesso confusi, non sono affatto sinonimi tra loro e appartengono a piani semantici radicalmente diversi.

La “cifra” è l’unità minima della rappresentazione numerica: un simbolo grafico, un carattere tipografico. Nel sistema decimale sono dieci, da 0 a 9. Dire che un appartamento “costa una cifra enorme” è, tecnicamente, un cortocircuito logico: nessuna cifra può essere enorme, perché nessuna cifra supera il 9. L’espressione nasce come scorciatoia visiva: si immagina una lunga sequenza di numeri e si attribuisce alla “cifra” ciò che appartiene al valore complessivo. È un uso colloquiale, ormai radicato, ma pur sempre un’iperbole che scambia il contenitore per il contenuto.

La “somma”, al contrario, è un’entità operativa: il risultato di un’addizione, il totale che emerge dall’unione di più addendi. È un concetto dinamico, quantitativo, misurabile. In ambito amministrativo, giuridico, economico, è il termine corretto: si versa una somma, si stanzia una somma, si richiede una somma. Parlare di “cifra” in questi contesti non è solo impreciso, anzi “fuori logica”: può generare ambiguità, perché la cifra indica la forma, mentre la somma indica la sostanza.

Gli esempi giornalistici mostrano bene la deriva colloquiale. Titoli come Una cifra choc per il restauro del ponte, Ha chiesto una cifra da capogiro, Una cifra record per il nuovo contratto compaiono regolarmente nella stampa generalista. In tutti questi casi, ciò che si intende non è una cifra, ma una somma, un importo, un ammontare. È significativo che, negli stessi articoli, quando si passa dal titolo al corpo del testo, la parola cambi automaticamente: La somma stanziata dal Ministero…, La somma richiesta dalla Procura…. La lingua, insomma, raddrizza da sola ciò che il titolo aveva piegato per ragioni di impatto.

Una curiosità utile a fissare la distinzione: nei manuali di contabilità dell’Ottocento si distingueva tra “errore di cifra” ed “errore di somma”. Il primo riguardava la rappresentazione grafica del numero (per esempio invertire 12 in 21), il secondo il risultato dell’operazione. La regola era così importante da essere ripetuta come un mantra: La cifra è il segno, la somma è il conto. Una formula semplice, ma che ancora oggi chiarisce tutto.

Nella lingua comune, invece, la scorciatoia resta: “ho pagato una cifra”, “mi è costata una cifra”, “una cifra blu”. Ma chi desidera un registro accurato può scegliere alternative limpide: “importo considerevole”, “prezzo ingente”, “somma rilevante”, “ammontare da capogiro”.

Insomma, se le cifre costruiscono i numeri, sono le somme a costruire il senso. Perché nella lingua, come nei conti, non è la cifra che pesa: è la somma che conta.




lunedì 27 aprile 2026

La locanda dei due Si

 Dove la lingua crea mondi e i verbi scelgono la loro strada


S
i narra che, molto prima che gli uomini imparassero a scrivere, esistesse un vasto territorio chiamato Regno della Lingua, un dominio vivo e pulsante in cui ogni elemento del discorso aveva forma, voce e volontà.

A Nord si estendevano le Montagne della Morfologia, dove i verbi si tempravano come metalli incandescenti; a Sud si aprivano le Pianure del Lessico, fertili di parole nuove; a Est si snodava il Fiume della Sintassi, che scorreva ordinando i pensieri; a Ovest, infine, si addensavano le Foreste della Semantica, fitte di significati nascosti.

Nel cuore del regno, là dove il Fiume della Sintassi compiva una curva perfetta, sorgeva un edificio antico quanto la lingua stessa: la Locanda dei due Si.
Era un luogo sacro, meta di pellegrinaggi, perché custodiva un mistero che nessun grammatico dell’epoca aveva mai del tutto compreso: la duplice natura del “si”.

La locanda aveva due porte, identiche nel legno ma opposte nello spirito.
Sulla prima era inciso: QUI SI FANNO LE COSE.
Sulla seconda: QUI SI FA QUALCOSA, MA NON SI SA CHI.

Dietro la prima porta viveva Si Passivante, uno dei più antichi spiriti del regno.
Si diceva fosse nato dal primo gesto compiuto da una mano umana: un’azione che lasciò un segno sul mondo. Il suo corpo era fatto di luce riflessa, come se fosse sempre illuminato da ciò che accadeva agli oggetti. Portava un mantello tessuto con fili di soggetto sottinteso e un mazzo di chiavi d’argento, ognuna delle quali apriva un’azione.

Quando un viandante entrava, Si Passivante mostrava il suo dominio:
si preparano le torte, e le torte apparivano, reali, tangibili;
si riparano gli strumenti, e martelli e cacciavite/i si si muovevano da soli;
si coltivano le erbe, e le piante crescevano davanti agli occhi.

Il suo regno era popolato da esseri, animati e no, che subivano un’azione, e il verbo, come un animale fedele, si adattava al loro numero.
Era la sua legge, la sua natura, la sua morale:
dove c’è qualcuno o qualcosa che riceve l’azione, lì regna lui.

Dietro la seconda porta viveva invece Si Impersonale, spirito antico quanto il primo respiro umano. Si diceva fosse nato dal primo comportamento collettivo, quando gli uomini, senza sapere chi avesse iniziato, si misero a camminare insieme verso un fuoco.
Il suo corpo era fatto di nebbia e vento, e il suo volto cambiava a seconda di chi lo guardava.
Non aveva chiavi, perché nulla nel suo regno era chiuso: tutto era fluido, generico, condiviso.

Quando un viandante entrava, Si Impersonale mostrava il suo mondo:
si vive con lentezza, e l’aria diventava più morbida;
d’estate si dorme poco, e la stanza si scaldava;
in questo regno si dovrebbe ascoltare di più, e il silenzio si faceva più profondo.

Il suo dominio non aveva oggetti: aveva azioni generiche, comportamenti, consigli, verità collettive. Per questo il verbo restava sempre al singolare, come una nota lunga che non ha bisogno di armonia. La sua morale era semplice e antica:
dove non c’è oggetto, ma solo l’umanità che agisce, lì regna lui.

Un giorno giunse alla locanda un giovane chiamato Lettore di Frasi, un pellegrino che attraversava il Regno della Lingua per comprendere i suoi misteri.
Portava con sé un quaderno pieno di frasi incerte, dove i verbi litigavano tra loro e i soggetti si nascondevano come animali timidi.
Aveva sentito parlare dei due Si, ma non sapeva come distinguerli.

Si Passivante gli porse una chiave d’argento e gli disse che se nella frase c’è qualcosa o qualcuno che subisce un’azione - finestre aperte, lettere scritte, strade pulite - allora la porta giusta è la sua. Lui trasforma la frase in una forma di passivo: si cercano autisti, si vendono i biglietti.

Si Impersonale gli porse una piuma di vento dicendogli che se si parla di azioni generiche, di comportamenti umani, di ciò che la gente fa - si vive bene, si parla troppo, si dovrebbe studiare di più - allora la porta giusta è la sua. Lui non ha oggetti: ha l’umanità intera.

Il giovane guardò la chiave e la piuma.
Capì che non erano strumenti, ma criteri.
Capì che la locanda non era un luogo, ma una mappa mentale per orientarsi nel Regno della Lingua. E capì, anche, che a volte, il si impersonale e quello passivante possono convivere: “Qui si mangia dell’ottimo pesce” (la gente mangia dell’ottimo pesce; il pesce viene mangiato dalla gente).

Quella notte, mentre il fiume scorreva lento e le Montagne della Morfologia brillavano come metalli fusi, il giovane scrisse sul suo quaderno una frase che sembrò illuminare la stanza: Quando vedo un ‘si’, devo chiedermi se sto parlando di cose che vengono fatte o di persone in generale che fanno (qualcosa).

E mentre scriveva, le frasi del suo quaderno si riordinavano da sole, come se avessero finalmente trovato la loro casa.
Il Regno della Lingua stesso sembrò sussurrare la sua morale:
il si passivante mostra il mondo degli uomini e degli oggetti trasformati; il si impersonale racconta il mondo degli uomini che agiscono; chi confonde i due mondi si perde; chi li distingue trova la strada.

E così il giovane riprese il viaggio, con la chiave d’argento e la piuma di vento, pronto a leggere il mondo con occhi nuovi.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

Il ritratto

Insegnante part-time premiato come miglior docente: chi è l’aggressore

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Gli operatori dell’informazione amano a tal punto i barbarismi che li sbagliano: part time (senza trattino).




domenica 26 aprile 2026

Quando il lessico tace, la lingua inventa

 La sorprendente storia del nome mancante per l’uccisione di un cognato  


N
ella vasta costellazione dei termini che la lingua italiana ha ereditato dal latino per indicare l’uccisione di un familiare, esistono parole precise e spesso di lunga tradizione: parricida, fratricida, uxoricida, suicida. Tuttavia, quando si tratta di definire l’uccisione di un cognato o di una cognata, il lessico comune non offre una soluzione immediata. È un vuoto curioso, perché la struttura morfologica per colmarlo esiste, ed è perfettamente coerente con la logica etimologica che regola gli altri casi.

Il termine “più corretto” sotto il profilo storico-linguistico è leviricida, formato a partire dal latino levir, che indicava il cognato in un’accezione molto specifica: il fratello del marito (è lo stesso sostantivo che ha generato il denominale levirato). Da qui derivano due forme parallele e regolari: leviricidio, per indicare l’atto di uccidere il cognato, e leviricida, per designare chi compie l’azione. È una formazione dotta, perfettamente allineata alla tradizione morfologica che ha prodotto parole come parricida o fratricida, e per questo risulta la più “classica” e filologicamente solida.

Esiste però un’altra possibilità, più trasparente per il parlante contemporaneo ma meno nobile dal punto di vista della latinità: cognaticida. È un termine ibrido, costruito direttamente sulla parola italiana cognato, e per questo immediatamente comprensibile anche a chi non ha familiarità con le radici latine. Non è attestato nei vocabolari e rimane confinato a "usi giornalistici" o occasionali. La sua forza sta nella chiarezza semantica, la sua debolezza nella mancanza di una base etimologica classica. 

La scelta tra leviricida (aulico) e cognaticida (giornalistico) dipende dunque dal registro: il primo è il termine corretto secondo la tradizione linguistica, il secondo è una soluzione moderna, funzionale e intuitiva. Entrambi rispondono, in modi diversi, alla stessa esigenza: dare un nome a un gesto che la lingua comune non ha mai sentito il bisogno di nominare, ma che la morfologia italiana è perfettamente in grado di descrivere. Leviricida, dunque, ha tutti i requisiti per aspirare agli onori dei vocabolari. I lessicografi ci facciano un pensierino...


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Piuttosto che...


 Gentile Direttore del portale, le scrivo per sottoporle un quesito linguistico che continua a generare incertezze anche tra i parlanti più attenti. Mi riferisco all’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, nel senso di “oppure”, come in frasi del tipo: «Possiamo vederci domani piuttosto che lunedì». Vorrei sapere se tale impiego possa considerarsi accettabile nell’italiano standard, se sia da ritenersi un regionalismo, oppure se sia preferibile evitarlo nei contesti formali per ragioni di chiarezza. Ringraziandola per l’attenzione, resto in attesa di un suo cortese riscontro.

Cordiali saluti,
Emanuele Maria Spaccapietre

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Cortese Emanuele,
il quesito è molto attuale e merita una risposta che tenga insieme norma, uso contemporaneo e chiarezza comunicativa.

Nell’italiano standard, piuttosto che ha valore comparativo di preferenza. Le principali grammatiche concordano: Serianni lo definisce costrutto che «esprime preferenza»; la Grande grammatica italiana di consultazione lo colloca tra i connettivi comparativi; il Vocabolario Treccani registra come significati principali «più, in maggior misura» e «anziché, invece di».
In questa prospettiva, l’uso disgiuntivo non appartiene alla norma.

Negli ultimi anni, però, si è diffuso soprattutto nel Nord Italia un uso con valore di “oppure”, spesso in elenchi: «Possiamo andare al mare piuttosto che in montagna». La Grammatica dell’italiano adulto lo descrive come fenomeno nato nel parlato settentrionale e poi propagatosi nei media e nel linguaggio aziendale.

I dizionari dell’uso registrano il fenomeno, ma con avvertenze: lo Zingarelli lo definisce «improprio» e «da evitare» nei contesti formali; il Treccani lo considera «discutibile» e «non consigliabile» per la possibilità di equivoco; il Garzanti lo qualifica come uso «regionale e colloquiale».

Le grammatiche descrittive confermano la prudenza: Serianni lo giudica «da evitare» perché contraddice il valore originario; Lepschy & Lepschy parlano di «slittamento semantico recente» potenzialmente ambiguo.

Il punto critico è proprio l’ambiguità:
«Possiamo vederci domani piuttosto che lunedì» può significare sia una preferenza (domani è meglio di lunedì), sia una alternativa (domani oppure lunedì).
Per questo motivo, negli scritti che richiedono chiarezza è consigliabile evitarlo.

Concludendo: uso tradizionale: “anziché”; uso moderno come “oppure”: diffuso ma non standard; consigliato: preferire o, oppure, o anche. Insomma piuttosto che significa “anziché”. Usarlo per “oppure” è comune, ma non conforme alla norma e può generare ambiguità: meglio evitarlo nella scrittura sorvegliata.


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La lingua "biforcuta" della stampa

 Il presidente degli Stati Uniti è stato portato in salvo a Washington dopo l’attacco di uomo.

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 Hanno scelto questa piazza e il percorso del corteo del 25 aprile, non è stata una scelta causale. … Avete perso allora e prederete ancora.

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 Le Forze armate americane stanno mettendo a punti piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello stretto di Hormuz.

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 … Alfredo Cospito, detenuto in regime di massima sicurezza, per cui a breve scadranno i termini, che potranno essere prorogati per almeno.

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 Le due nave ha aggiunto che sono state "scortati fino alla costa iraniana".






















sabato 25 aprile 2026

PRO: un piccolo frammento che muove grandi significati

 Dal latino alla lingua viva: viaggio tra le metamorfosi di una particella che orienta il pensiero
















La particella “pro” rappresenta uno degli elementi più versatili e, al tempo stesso, insidiosi del lessico italiano, agendo ora come prefisso, ora come preposizione, ora come sostantivo a sé stante. La sua provenienza latina le conferisce una duplice anima: da un lato indica una direzione favorevole o una sostituzione, dall'altro una proiezione in avanti nello spazio o nel tempo. Questa natura poliedrica genera spesso dubbi sulla corretta grafia, oscillando tra l'unione ortografica con il termine successivo e il mantenimento di un'autonomia sintattica. Navigare tra queste sfumature richiede un'attenzione analitica, poiché la scelta di scrivere “pro” unito al termine che segue o staccato non è (quasi) mai casuale, ma risponde a precise regole di derivazione e di registro comunicativo.

Quando “pro” funge da prefisso all'interno di parole composte, la regola generale prevede l'unione grafica senza spazi né trattini. In questa veste, assume solitamente il significato di “stare al posto di”, “andare avanti” (o indicare un grado di parentela). Un esempio classico è il termine “proconsole”, che indica colui che agisce in vece di un console, e in questo significato “prosindaco”, “prorettore” (o “prognosi”, dove la particella, in questo caso, suggerisce una conoscenza anticipata). Anche nell'ambito delle relazioni familiari, lessemi come “prozio” o “pronipote” seguono questa norma, saldando il prefisso alla radice per indicare un allontanamento di un grado nella linea di ascendenza o discendenza.

Una curiosità poco nota riguarda proprio prognosi: nel latino medico tardo, il termine conviveva con diagnosis, e i due venivano spesso confusi dagli amanuensi, tanto che alcuni codici medievali riportano forme ibride come prodiagnosis, poi scomparse. È un piccolo indizio di quanto la particella “pro”, già allora, fosse percepita come un elemento mobile, capace di insinuarsi in nuove formazioni con sorprendente facilità.

Diverso è il discorso quando “pro” agisce come preposizione o in locuzioni latine rimaste intatte nel nostro lessico. In questi casi la particella va scritta staccata e senza trattino. Il significato prevalente è quello di “a favore di” o “in difesa di”. Si pensi alla locuzione “pro bono”, utilizzata per indicare un'attività svolta gratuitamente per il bene comune, oppure all'espressione “pro capite”, che letteralmente significa “a testa” e viene impiegata in contesti statistici ed economici, o ancora a “pro alluvionati”.

Un aneddoto curioso riguarda proprio pro bono: la formula, oggi associata soprattutto al mondo giuridico, compare già nei registri delle corporazioni medievali, dove indicava i lavori svolti “pro bono comuni”, cioè per la manutenzione delle mura, dei ponti o delle fontane cittadine. Era un modo per ribadire che il bene pubblico non era un concetto astratto, ma un dovere condiviso.

Anche in ambito sportivo o politico, quando si vuole indicare l'appartenenza a una fazione, si scrive staccato: dire “un voto pro Europa” o “una manifestazione pro pace” sottolinea il valore di preposizione della particella, mantenendo la distinzione visiva tra il favore espresso e l'oggetto di tale favore. È interessante notare che, negli anni Sessanta, la grafia pro-Palestina o pro-America con trattino era piuttosto diffusa nei giornali italiani, per imitazione dell’uso inglese; la norma attuale, più sobria, ha progressivamente eliminato quel segno di giuntura. Curiosamente, questa accezione sostantivale entra nel parlato con una naturalezza quasi colloquiale, tanto che negli anni Ottanta alcuni slogan pubblicitari (lo slogan era letteralmente il grido di guerra dei clan scozzesi, poi diventato “parola d’ordine”, e solo nel Novecento ha assunto il valore moderno di frase breve, memorabile, identitaria) giocavano proprio sulla coppia “pro/contro” per suggerire un confronto immediato e intuitivo.

Esiste poi un'accezione che riguarda l'uso di “pro” come sostantivo, spesso contrapposto a “contro”. Nella celebre analisi dei “pro e contro” di una situazione, il termine gode di totale autonomia. Qui non funge da legante né da preposizione specifica verso un oggetto, ma rappresenta un vantaggio o un argomento a favore.

La lingua italiana, dunque, nel suo sforzo di precisione richiede una disamina attenta del contesto: se si sta creando un neologismo o una parola tecnica, la tendenza è l'unione (come in “proattivo”), mentre se si sta costruendo un nesso logico momentaneo o una citazione dotta, la separazione rimane la via maestra. Questa distinzione evita ambiguità e garantisce che la forza del messaggio non venga scalfita da incertezze formali.

E così, pro si unisce quando diventa radice, si separa quando resta preposizione, si emancipa quando si fa sostantivo.














(Non è in commercio)

venerdì 24 aprile 2026

Il peso che reggi, la mano che ti solleva

 Dove “sopportare” resiste e “supportare” sostiene: due verbi quasi uguali che raccontano mondi opposti


I
sintagmi verbali sopportare e supportare sono due verbi che nel parlato si confondono spesso, complice la loro vicinanza fonetica. Ma in realtà appartengono a due storie diverse, due tradizioni d’uso diverse e due campi semantici che solo in parte si possono sovrapporre. Capirli significa evitare fraintendimenti e, soprattutto, restituire precisione a due verbi che hanno preso strade divergenti: uno nasce dal latino, l’altro si è formato in epoca moderna per derivazione interna e influenza straniera.

Sopportare deriva dal latino supportare, formato da sub- (“da sotto”) e portare (“portare, reggere”). Il significato originario è concreto: “sostenere da sotto”, “reggere un peso”. Già nel latino tardo, però, il verbo si sposta verso il figurato: sopportare una fatica, un dolore, una situazione gravosa. L’italiano eredita esattamente questa linea semantica: sopportare significa tollerare qualcosa di spiacevole, reggere un peso fisico o emotivo, resistere a una condizione avversa. È un verbo che porta con sé un’idea di sforzo, di pazienza, talvolta di insofferenza.

Supportare, invece, ha una storia completamente diversa. Non deriva dal latino: nasce in italiano come derivato di supporto e si consolida nel lessico contemporaneo soprattutto per influenza del francese supporter e dell’inglese to support. La somiglianza formale con il latino è solo un eco etimologico, non una discendenza diretta. La lessicografia moderna registra due linee principali:
– un uso sportivo (golfistico), in cui supportare significa “porre la palla su un supporto”;
– un uso tecnico e figurato, dove il verbo significa “reggere fungendo da supporto”, “sostenere”, “appoggiare”, “spalleggiare”.

Questo supportare moderno non coincide con sopportare: non significa “tollerare”, bensì “fornire sostegno”, “dare appoggio”, “rafforzare”, “fornire basi o argomentazioni”. È un verbo che vive soprattutto nei linguaggi tecnici, amministrativi, aziendali, informatici: “Il sistema supporta questo formato”, “La struttura supporta il carico”, “L’iniziativa è stata supportata da dati solidi”.

Quando si applica alle persone, lo fa in un registro formale o tecnico: “Il tutor ti supporta nella preparazione”, “Il reparto ti supporta nella fase iniziale”. Nell’italiano naturale, fuori dei contesti professionali, si direbbe “aiutare”, “sostenere”, “affiancare”.

Gli esempi d’uso mostrano bene la distanza: Non sopporto il caldo, Non sopporto il rumore, Non sopporto più questa situazione appartengono alla sfera emotiva e quotidiana. Supportare un progetto, supportare una tesi, supportare un processo appartengono invece alla sfera tecnica, operativa, argomentativa.

In conclusione, sopportare riguarda ciò che si tollera; supportare riguarda ciò che si sostiene. Il primo appartiene alla vita emotiva e relazionale, il secondo alla dimensione tecnica e argomentativa. Distinguerli non è solo una questione di correttezza: è un modo per restituire all’italiano la sua capacità di nominare con precisione il peso che si regge e l’aiuto che si dà. Tra sopportare e supportare, insomma, passa una linea sottile: da un lato il peso che grava, dall’altro la mano che solleva. E in quella linea si misura la differenza tra ciò che ci stanca e ciò che ci sostiene.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Flaminio

 Maxi rissa tra giovanissimi davanti alla ex sede del Blocco Studentesco

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Ripeteremo fino alla nausea che i prefissi e i prefissoidi si “attaccano” al sostantivo che segue: maxirissa. Maxi-






giovedì 23 aprile 2026

Quando un passato remoto conserva il latino

 Perché “espulsi” sopravvive e “espellei” non è mai esistito












Perché diciamo “io espulsi” e non “io espellei” "o io "espelsi", essendo l’infinito “espellere”? La risposta sta nella storia lunga dei verbi italiani, che non seguono sempre la logica apparente della coniugazione moderna. “Espellere”, infatti, non è un verbo regolare della seconda coniugazione: è un verbo forte, cioè un verbo che alterna due radici diverse a seconda del tempo verbale. Questa alternanza non nasce in italiano, ma è un’eredità diretta del latino. Questo aveva due temi distinti: uno per il presente e uno per il perfetto, cioè il tempo che corrisponde al nostro passato remoto. Nel caso di expellĕre, il tema del presente era expell-, mentre il perfetto era expuli, con il tema expul-. L’italiano ha semplicemente continuato questa struttura: da expell- deriva espellere, e da expul- deriva espulsi. Non c’è nessuna irregolarità capricciosa: c’è solo memoria storica.

A questo punto è interessante ricordare un dettaglio poco noto, che chiarisce ancora meglio la tenacia di questa forma. Nel Medioevo circolavano infatti due linee concorrenti: da un lato la forma forte, espulsi, erede diretta del perfetto latino; dall’altro alcune forme popolari di regolarizzazione, come espelli’ o espelléo, tentativi spontanei di riportare il verbo alla prevedibilità della seconda coniugazione. I copisti, spesso inclini a “normalizzare” ciò che appariva difficile, tendevano a preferire queste soluzioni più intuitive. Ma la tradizione letteraria - da Dante in poi - fece da argine: gli autori colti continuarono a usare la forma forte, che così sopravvisse mentre le varianti popolari si dissolsero senza lasciare traccia. È uno dei casi in cui il passato remoto funziona come un archivio: conserva ciò che la lingua parlata avrebbe volentieri scancellato.

Per questo motivo forme come espellei non esistono: sarebbero la proiezione moderna di un verbo regolare, ma non hanno alcun fondamento etimologico. Allo stesso modo espelsi sarebbe una forma analogica, costruita per imitazione di verbi come sciogliere/sciolsi o accogliere/accolsi, ma espellere non appartiene a quella famiglia. La sua radice forte è espul-, non espel-.

Il passato remoto di espellere alterna, dunque, due temi: espul- nelle tre persone singolari e nella terza plurale, espell- nella prima e seconda plurale. È un tratto strutturale dell’italiano: le forme “noi” e “voi” tendono a conservare il tema del presente anche nei verbi forti. Per questo diciamo noi espellemmo e voi espelleste, esattamente come corremmo/correste accanto a corsi/corse/corsero, o scegliemmo/sceglieste accanto a scelsi/scelse/scelsero. La lingua, in queste due persone, preferisce la regolarità alla memoria storica.

La desinenza ‑sero della terza plurale (espulsero) è la continuazione diretta del latino ‑ērunt, tipica dei perfetti (passati remoti) forti. È una forma antica, ma perfettamente coerente con la struttura del verbo.

Per concludere queste noterelle, espulsi non è un capriccio: è la sopravvivenza di un sistema che l’italiano non ha inventato, ma ereditato. I verbi forti conservano, insomma, nel passato remoto la traccia del perfetto latino, e espellere è uno degli esempi più trasparenti di questa continuità. La lingua moderna, che tende alla semplificazione, non ha scancellato questa alternanza perché è troppo radicata nella tradizione letteraria e nell’uso colto. Così, ogni volta che diciamo espulsi, stiamo usando una forma che ha più di duemila anni di storia. In fondo, i verbi non dimenticano: nel passato remoto custodiscono, orgogliosamente, la loro genealogia.