Quando la lingua cammina: direzione, origine e piccole storie di verbi che sfiorano, prelevano, respirano
Ci sono verbi – nella lingua di Dante - che sembrano muoversi nello spazio: avanzano, sfiorano, prelevano, si avvicinano. La lingua li porta con sé come piccoli strumenti di orientamento, e chi li usa sente che indicano una direzione, un gesto, un moto. Tra questi, attingere e ispirare sono due verbi che non si limitano a “dire” un’azione: disegnano una traiettoria. Li si vede quasi muoversi, come se avessero una bussola interna. E quando oscillano tra le preposizioni a e da, non stanno scegliendo una preposizione: stanno scegliendo un punto di vista. Vediamo.
Attingere nasce dal latino attingĕre, composto da ad e tangĕre, toccare verso. È un sintagma verbale che porta con sé l’immagine di una mano che si protende, che sfiora una fonte per trarne qualcosa. E questa idea del toccare con intenzione non è un’invenzione moderna: già Annibal Caro, in una lettera del 1544, scriveva Non voglio più tanger questo punto, che troppo mi punge. È un lampo che rivela la sensibilità del tempo: il verbo non è mai neutro, è un gesto mirato, un contatto che implica direzione, intenzione, scelta. È esattamente la stessa dinamica che, nel passaggio dal latino al volgare (italiano), ha dato vita ad attingere: un tocco che si protende verso una fonte.
Ispirare, da inspirare, soffiare dentro, conserva invece la metafora del flusso: un soffio che entra, un impulso che proviene da un luogo e si dirige verso chi crea. Si racconta che alcuni copisti medievali, quando il testo sembrava mancare d’aria, annotassero a margine inspiratio, come se il manoscritto avesse bisogno di un soffio nuovo per continuare. Non era un vezzo poetico: era un modo concreto di segnalare un punto che richiedeva un’aggiunta, un chiarimento, un innesto. Anche qui, la lingua si muove, respira, si orienta.
Il significato moderno di questi verbi non ha tradito la loro origine. Quando si dice attingere a, si compie un gesto di avvicinamento: ci si orienta a una tradizione, a un repertorio, a un modello. È come guardare un paesaggio e decidere di muovere un passo verso questo. Quando invece si dice attingere da, si compie un gesto di prelievo: si ricava qualcosa da un archivio, da un’esperienza, da una memoria. È un movimento che parte da un luogo e porta con sé ciò che ha raccolto. Nei carteggi ottocenteschi degli eruditi italiani, attingere da compare spesso accanto a elenchi di documenti: la preposizione segnava quasi un gesto fisico, il prelievo di una carta dal mucchio.
Lo stesso accade con ispirarsi. Ispirarsi a è un atto di scelta: si guarda a un autore, a un principio, a un ideale, e lo si prende come modello. È un moto verso, un avvicinamento. Ispirarsi da è più concreto, più terrestre: si trae spunto da un fatto, da un ricordo, da una circostanza. È un moto da, un’origine che si lascia alle spalle mentre si procede. Nei diari dei pittori del primo Novecento, ispirarsi da ricorre spesso quando parlano di scene viste per strada: la realtà quotidiana come serbatoio da cui attingere senza elevarla a paradigma.
Gli esempi d’uso sono piccole scene. Attingere a una tradizione è come entrare in una stanza antica e lasciarsi guidare dalla sua luce. Attingere da un archivio è come aprire un cassetto e trovare un documento che aspettava proprio quel gesto. Ispirarsi a Giovanni Pascoli è un atto di devozione poetica; ispirarsi da un fatto di cronaca è un lampo improvviso che accende un’idea. Ogni preposizione cambia la postura del verbo, la sua inclinazione, il suo respiro. E non è un caso che Alessandro Manzoni, nelle sue lettere, alternasse con cura ispirarsi a e ispirarsi da: la scelta dipendeva dal tipo di stimolo, se ideale o contingente.
La chiarezza della distinzione è sorprendente: a indica direzione, da indica origine. È una geometria semplice, quasi infantile, ma la lingua la custodisce con una fedeltà assoluta. Non c’è arbitrarietà, non c’è oscillazione casuale: c’è coerenza. E questa coerenza permette di usare i verbi con sicurezza, senza esitazioni, senza scivoloni.
L’esaustività del quadro emerge quando si osserva che questa doppia reggenza non è un’eccezione, ma un fenomeno naturale nei verbi che implicano prelievo concettuale o avvicinamento ideale. La lingua italiana, fedele alla sua matrice latina, continua a distinguere tra ciò che si raggiunge e ciò che si ricava, tra ciò che si guarda e ciò che si prende. È una distinzione sottile, ma stabile, come una linea tracciata con mano ferma.
La scorrevolezza dell’uso nasce proprio da questa consapevolezza. Chi padroneggia la distinzione non inciampa, non alterna le preposizioni a caso, non si lascia trascinare dall’orecchio. Sa che attingere a e attingere da, ispirarsi a e ispirarsi da sono strumenti diversi, ciascuno con il proprio valore. E la lingua, così, scorre limpida, come un’acqua che conosce il suo letto e non lo tradisce. Anche gli scrittori che più giocano con la sintassi, da Carlo Emilio Gadda ad Anna Maria Ortese, rispettano questa geometria: la preposizione è un gesto, non un ornamento.
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Terrazzista? E chi lo vieta!?
La terrazza è uno spazio di confine: un piano esposto che non appartiene del tutto alla casa né all’aria aperta. È una soglia abitabile, sospesa tra struttura e cielo. Per questo, nella pratica edilizia, richiede interventi diversi: massetti, impermeabilizzazioni, pavimentazioni, drenaggi. È un luogo tecnico complesso, ma non un mestiere.
Da qui nasce un vuoto lessicale: non esiste un nome specifico per chi lavora sulle terrazze. La realtà professionale distribuisce le competenze: il muratore prepara la struttura, l’impermeabilizzatore protegge la superficie, il piastrellista la riveste, il lattoniere ne governa l’acqua. La terrazza non genera un’identità artigiana: è un compito, non una specializzazione.
Eppure la morfologia offre una soluzione limpida per definire chi si occupa della struttura: terrazzista. Derivato regolare formato con il suffisso ‑ista, produttivo per indicare chi opera in un ambito specifico (pianista, vetrinista, cementista), è trasparente nel significato e coerente con la tradizione dei mestieri. Non è attestato nei dizionari, ma è perfettamente plausibile: una parola che colma una lacuna, dando nome a chi opera su uno spazio che la lingua ha lasciato senza custode.
In sintesi: terrazzista è un mestiere che la lingua non ha previsto, ma che la logica della formazione delle parole rende possibile. È un nome che arriva dopo la realtà, come una balaustra verbale che delimita ciò che finora era rimasto senza bordo.
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