Come
la materia fonica orienta, sfuma e modula il significato nella lingua
italiana
La lingua italiana vive da sempre in una tensione affascinante: da
un lato il principio dell’arbitrarietà del segno, per cui tra
suono e significato non c’è legame naturale; dall’altro una
costellazione di fenomeni in cui il suono sembra dire
qualcosa del senso che porta. È il territorio del fonosimbolismo
e dell’iconismo fonico: ambiti di studio che indagano come
certe configurazioni fonetiche vengano percepite come più leggere,
più gravi, più dolci, più dure, e come queste percezioni si
intreccino con il valore semantico delle parole. Non si tratta di
regole rigide, ma di tendenze, di campi di possibilità: la lingua
resta convenzionale, ma non è mai del tutto indifferente al proprio
corpo sonoro.
Un primo indizio lo si trova nei diminutivi e negli accrescitivi
italiani. Quando diciamo casina invece di casa,
freddino invece di freddo, magrolino
invece di magro, non stiamo solo indicando una dimensione
diversa: stiamo modulando la temperatura emotiva del discorso. La
vocale i, alta e acuta, combinata con il suffisso ‑ino,
produce una sensazione di alleggerimento, di attenuazione: bruttino
ferisce meno di brutto, stupidino è meno tagliente
di stupido. Non perché la i significhi dolcezza,
ma perché, nella pratica d’uso, si è stabilita una convenzione
fonosimbolica: certi suoni si associano più facilmente a certi
atteggiamenti, e la comunità dei parlanti li riconosce e li sfrutta.
Qualcosa di simile accade con coppie di parole che non sono
imparentate etimologicamente, ma che mostrano bene come il timbro
vocalico contribuisca alla percezione globale. Si pensi a torbido
e torvo: la prima parola indica un liquido non limpido, la
seconda uno sguardo cupo; in entrambe, la sequenza or‑/tor‑
e la presenza di o contribuiscono a una sensazione di
gravità, di opacità. Oppure ferino e feroce: il
primo aggettivo rimanda a una qualità animalesca, il secondo a una
violenza aggressiva; la combinazione di e chiusa e o,
insieme al ritmo consonantico, costruisce un paesaggio acustico che
il parlante percepisce come duro, spigoloso. Ancora: cupido
e cupola non hanno nulla in comune sul piano semantico, ma
condividono la base cup‑ e la vocale u, che
in italiano tende a essere avvertita come più grave, più raccolta,
più interna. Non è la u a significare chiusura, ma la
ripetizione di certi pattern fonici in parole legate a idee di
profondità, oscurità, interiorità alimenta una rete di
associazioni.
Queste percezioni non sono solo impressioni soggettive: l’iconismo
fonico, che studia il rapporto tra fonetica e semantica, ha
mostrato che in molte lingue esistono sistemi di corrispondenze non
del tutto casuali tra differenze fonologiche e differenze di senso.
In italiano, per esempio, la distinzione tra prima e seconda persona
è spesso accompagnata da una differenza di timbro: le forme di prima
persona tendono a suoni più gravi e posteriori (o, m),
quelle di seconda a suoni più acuti e anteriori (i, t).
Non è una legge assoluta, ma un caso di iconismo diagrammatico: un
sistema di opposizioni semantiche (io/tu) raffigurato da un sistema
di opposizioni fonologiche (grave/acuto). Allo stesso modo, molti
autori hanno osservato come le vocali alte (i, e)
vengano più facilmente associate a idee di leggerezza, acutezza,
sottigliezza, mentre le vocali basse (a, o, u)
si prestino a rappresentare pesantezza, profondità, rotondità. Si
tratta di tendenze, non di codici obbligatori, ma la loro ricorrenza
è sufficiente a farne oggetto di studio.
La poesia italiana sfrutta consapevolmente queste risorse. Nei
versi, la scelta di una vocale o di una consonante non è mai neutra:
una sequenza fitta di sibilanti può evocare un fruscio, una serie di
occlusive può suggerire urti, colpi, interruzioni. Dante, Calvino,
molti poeti contemporanei giocano con la materia sonora della lingua
per creare effetti sinestetici: il lettore sente la
ruvidità, la morbidezza, la densità attraverso il tessuto fonico
delle parole. Qui il fonosimbolismo diventa strumento espressivo: non
si limita a suggerire associazioni, ma le costruisce deliberatamente,
le mette in scena.
Nella lingua d’uso quotidiana, invece, il rapporto tra suono e
senso è più discreto, ma non meno presente. Quando scegliamo tra
due sinonimi, spesso non scegliamo solo il significato, ma il suono
che vogliamo far risuonare nella situazione concreta. Sciocco
è più morbido di stupido, furbo è più rotondo
di scaltro, rancore è più scavato di rimpianto.
Il parlante non formula queste valutazioni in modo consapevole, ma le
sente: ha un "orecchio semantico", oltre che fonetico. E la lingua, nel
tempo, registra queste preferenze, le consolida, le trasmette.
Tutto questo non smentisce l’arbitrarietà del segno: la parola
mela non assomiglia a una mela, e nulla impedirebbe, in
astratto, di chiamarla in un altro modo. Ma l’arbitrarietà non è
assoluta: è limitata, modulata da una serie di motivazioni
psicosomatiche, percettive, culturali. Il corpo della lingua, fatto
di suoni articolati, non è un semplice involucro del senso: è uno
spazio in cui il senso si organizza, si colora, si orienta. Studiare
fonosimbolismo e iconismo fonico significa proprio questo: osservare
come la materia fonica contribuisca, in modo non deterministico ma
non irrilevante, alla costruzione del significato. Il suono non
spiega il senso, ma gli apre una strada.
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(Alcune
immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore,
vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
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