La lingua italiana offre spesso coppie di verbi che condividono una radice comune ma che, nel corso dei secoli, hanno preso strade stilistiche ed espressive differenti. È il caso di ammortare e ammortizzare, due voci verbali legate da una stretta parentela semantica, talvolta usate come sinonimi, ma contraddistinte da una diversa frequenza d’uso, una differente sfumatura di registro e un raggio d’azione applicativo non del tutto sovrapponibile.
Sotto il profilo etimologico, entrambi i verbi risalgono al latino mors, mortis (morte), con l’aggiunta del prefisso a-. Il significato originario era quello di “rendere morto”, “smorzare”, “estinguere”. Da questa base nasce ammortire, voce dotta italiana che ha dato vita ad ammortare, la forma più antica e nativa del nostro lessico. Già in Dante e in Franco Sacchetti ammortare significava spegnere, placare, attutire: si ammortavano fiamme, desideri, vizi, passioni troppo vive. Con il tempo, la lingua ha spinto il verbo verso un territorio più tecnico, quello dell’estinzione graduale di un debito o della ripartizione pluriennale del costo di un bene. Oggi ammortare ha un sapore leggermente arcaico o strettamente contabile, meno comune nel parlato ma perfettamente legittimo e preciso.
Ammortizzare, dal canto suo, guarda da vicino il verbo francese amortir (che significa “smorzare, attutire, estinguere”), attestato già nel Medioevo e molto presente nei linguaggi tecnici europei. Alcuni linguisti ritengono che abbia esercitato un influsso sull’italiano moderno, soprattutto nell’Ottocento, quando il suffisso -izzare si diffondeva nei linguaggi tecnici. I vocabolari, però, non menzionano esplicitamente il francese: preferiscono considerare ammortizzare una formazione interna, modellata su ammortire e costruita con il suffisso -izzare, senza postulare un prestito diretto. Altre fonti, invece, vedono nel francese un modello morfologico plausibile, dato che molte voci italiane in -izzare nascono proprio per calco da verbi francesi in -iser.
Questa pluralità di letture etimologiche spiega bene la vitalità del verbo: ammortizzare ha conquistato rapidamente l’italiano moderno, diventando dominante nel linguaggio economico-finanziario, dove ha quasi soppiantato ammortare nel parlato quotidiano. Ma la sua forza non si limita alla contabilità: è lui il verbo che entra nella meccanica, nella fisica degli urti, nelle sospensioni dei veicoli, nelle vibrazioni da assorbire. Da qui nasce ammortizzatore, parola che ha fatto il giro dei manuali tecnici del Novecento e che ha contribuito a consolidare l’uso del verbo. In senso figurato, ammortizzare è diventato anche il verbo delle metafore quotidiane: si ammortizza una brutta notizia, si ammortizza un colpo emotivo, si ammortizza un imprevisto che rischia di farci vacillare.
Per concludere queste noterelle, ammortare conserva una veste più snella e antica, confinata perlopiù all’estinzione contabile di una passività o a un registro letterario; ammortizzare è il verbo moderno, versatile, capace di muoversi con naturalezza dalla contabilità aziendale alla meccanica di un veicolo, fino alle metafore della vita quotidiana. E la sua etimologia, lungi dall’essere univoca, racconta proprio questo: una parola nata da una radice italiana, cresciuta in un ambiente tecnico europeo e diventata, nel tempo, una delle forme più duttili della lingua di Dante.
***
Avere il boia addosso
Ci sono modi di dire che sembrano usciti da una botola del passato, e avere il boia addosso è uno di quelli che conservano ancora un odore di legno scuro e di passi pesanti. L’espressione non descrive semplicemente un’ansia: la incarna. Chi ha il boia addosso vive come se qualcuno gli camminasse dietro, come se ogni gesto fosse “spiato”, come se la condanna fosse già pronta e restasse soltanto da eseguirla. La forza dell’immagine nasce dal termine boia, che ha una storia etimologica più complessa di quanto sembri: non solo la radice germanica proposta da alcuni linguisti, ma anche – e con maggior peso documentario – la linea romanza ricordata dal Treccani, che rimanda al provenzale boia, “ceppi, catene”, e al latino boia o boiae, strumenti di supplizio.
È un’etimologia che spiega con precisione la natura del termine: il boia non è semplicemente colui che esegue, ma colui che incarna la punizione attraverso gli strumenti che la rendono possibile. Da qui la sua potenza figurativa: non è un funzionario, è il simbolo dell’irreparabile. Per questo l’espressione funziona così bene: basta pronunciarla per richiamare un’ombra che segue, un fiato sul collo, un destino che incalza.
Nell’Italia centrale, e in qualche glossario ottocentesco, la locuzione era riferita a chi si agitava all’idea di un esame, di un debito, di una decisione non più rimandabile. Era un’iperbole, certo, ma un’iperbole che non perdeva mai la sua efficacia: chi “aveva il boia addosso” sembrava vivere ogni incombenza come un patibolo imminente. Oggi il modo di dire è (quasi) scomparso, ma conserva intatta la sua potenza figurativa. È un fossile linguistico che meriterebbe di rivedere la luce nei testi di lingua: ha la precisione delle immagini che non si dimenticano e la nettezza delle parole che non hanno bisogno di essere spiegate due volte.
(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
