Due segni nobili, ma incompatibili. Quando si riportano le parole bisogna scegliere: o le une o l'altro segno
Nel mondo della scrittura esiste una coppia di segni che non può convivere: virgolette e corsivo. Sono strumenti entrambi legittimi, entrambi utili, entrambi eleganti, ma incompatibili tra loro. La ragione è semplice: svolgono la stessa funzione, cioè segnalare che una parola o una frase non appartiene al flusso normale del testo. Proprio perché sono equivalenti, non devono mai essere usati insieme. L’idea di combinarli nasce spesso da un fraintendimento grafico: si pensa che il corsivo “rafforzi” le virgolette, o che le virgolette “proteggano” il corsivo. In realtà si crea solo ridondanza (oseremmo dire uno strafalcione), rumore visivo e una perdita di pulizia tipografica.
La regola è lineare: quando si riportano parole, espressioni, lemmi, citazioni o usi particolari, si sceglie un solo marcatore. O le virgolette, oppure il corsivo. Mai entrambi. Le virgolette sono un gesto netto, immediato; il corsivo è un gesto morbido, elegante. Ma entrambi dicono la stessa cosa: “questa parola è speciale”. Ripeterlo due volte è un (quasi) errore. Fatti salvi i rari casi in cui i due segni assolvono funzioni logiche distinte (come un titolo in corsivo racchiuso all'interno di una citazione tra virgolette), l'uso sovrapposto per lo stesso elemento è da considerarsi un'inutile duplicazione.
Va da sé che se un testo è interamente in corsivo - per esempio una dedica, un prologo, una nota introduttiva - il corsivo non può più funzionare come marcatore, perché è già lo stile di base. In quel caso, il tondo diventa il segnale naturale per evidenziare una parola riportata. È un principio tipografico semplice: quando tutto è inclinato, ciò che è dritto risalta. E non servono virgolette.
Esempio corretto con virgolette: Il maestro ripeté: «La parola giusta è perentorio, non perentuale».
(La citazione è resa solo dalle virgolette. Le parole riportate restano in tondo. Nessun corsivo).
Esempio corretto con corsivo: La parola perentorio viene spesso confusa con perentuale.
(Qui non c’è citazione: sono parole usate in senso metalinguistico. Il corsivo è l’unico marcatore).
Esempio scorretto (da evitare): La parola “perentorio” viene spesso confusa con “perentuale”.
(Virgolette e corsivo insieme creano un doppio segnale. È l’errore tipografico per eccellenza).
Esempio in un testo tutto in corsivo (parola riportata): Il termine corretto è perentorio.
(Testo inclinato, parola riportata in tondo. Nessuna virgoletta. Il contrasto tra corsivo e tondo è il marcatore).
Esempio in un testo tutto in corsivo (citazione breve): Il maestro ripeté: La parola giusta è perentorio.
(Testo inclinato, parola riportata in tondo. La citazione è resa dal cambio di carattere, non da un segno grafico).
Esempio di citazione con virgolette in un testo normale: Il maestro ripeté: «La parola giusta è perentorio».
(Testo in tondo, citazione con virgolette, parola riportata in tondo. Lineare, pulito, inequivocabile).
Questi esempi mostrano con chiarezza assoluta che virgolette e corsivo non possono convivere per la medesima funzione. Sono due strumenti alternativi, mai cumulativi. Se il testo è in tondo, si sceglie uno dei due; se il testo è in corsivo, il tondo diventa il marcatore. La scrittura vive di coerenza visiva, e la coerenza nasce proprio da queste scelte minime, che sembrano piccole ma determinano la qualità del testo.
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Arraffare e arruffare: due verbi che si somigliano solo per finta
Quando l’atto dell’accaparrare e l’atto dello scompigliare si sfiorano all’orecchio ma non si incontrano mai nella realtà della lingua
Nella immensa officina della lingua italiana ci sono verbi che si somigliano solo per un gioco dell’orecchio, come due ombre che sembrano avvicinarsi e invece, appena la luce si fa più netta, rivelano la distanza. È il caso di arraffare e arruffare, due forme che la pronuncia frettolosa tende a confondere, trascinata dall’assonanza, dalla svagatezza, da quel miraggio fonetico che sovrappone l’atto dell’accaparrare con l’atto dello scompigliare, come se la mano che afferra e la mano che disordina fosse la stessa. Per restituire nitidezza a questa coppia ingannevole occorre risalire alle radici dei due sintagmi, perché è lì che la lingua mostra la sua verità più precisa.
Arraffare, secondo il Treccani, viene dal germanico raffōn, «strappare con violenza». È un verbo che porta con sé un gesto rapido, predatorio, spesso con un’ombra di destrezza furtiva. Il suo significato fondamentale è strappare, prendere con violenza o con abilità rapace, e da qui deriva l’uso più comune: rubare con destrezza. «Gli arraffò la spada dal fianco», «è capace di arraffare ogni cosa», «arraffavano la biancheria messa ad asciugare, se capitava», scrive Giovanni Verga. È sempre la stessa scena: una mano che si protende, un oggetto sottratto, un possesso immediato. Arraffare è un gesto che stringe, che porta a sé, che non contempla esitazioni.
Arruffare, invece, stando al Treccani viene dal longobardo rauffen, «agitarsi». Qui non c’è alcuna idea di possesso: c’è il disordine, il turbamento, il movimento che rompe la forma naturale delle cose. Il significato centrale è scompigliare, disordinare, trasformare ciò che è liscio in crespo, ciò che è ordinato in caotico. Il vento che arruffa i capelli, la matassa che si arruffa e perde la sua geometria, il gatto che arruffa il pelo per paura o per furia: tutto appartiene alla sfera del disordine, non dell’appropriazione. Anche in senso figurato il verbo conserva questa energia: arruffare le idee, arruffare una faccenda, arruffare le questioni, cioè confondere, complicare, togliere nitidezza. Alessandro Manzoni lo usa in un raro ampliamento semantico: «come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti», dove il verbo diventa moto atmosferico che sconvolge ciò che incontra. Il participio arruffato mantiene la stessa impronta: capelli arruffati, discorso arruffato, persona arruffata nel modo di esprimersi. È sempre la perdita dell’ordine a guidare la parola.
Confondere arraffare con arruffare significa raccontare un furto come se fosse una pettinatura mal riuscita, o descrivere un disordine come se fosse un colpo di mano. La lingua, però, custodisce le sue distanze: arraffare stringe, arruffare sparpaglia; il primo porta a sé, il secondo apre; uno è predatorio, l’altro visivo. E quando la precisione diventa un gesto di cura, le parole ritrovano la loro nitidezza. La lingua non si lascia ingannare dall’orecchio: ciò che sembra vicino, spesso, è lontanissimo.
E a proposito di arraffare e arruffare, nessun vocabolario, tra quelli consultati, attesta i relativi sostantivi: arraffamento e arruffamento, Si trovano nel GDLI: arraffamento; arruffamento.
(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
