Una nuova figura professionale per aiutare gli utenti a orientarsi tra strumenti sempre più complessi
Nel giro di pochi anni la tecnologia è entrata in ogni angolo della nostra vita: telefoni sempre più complessi, servizi in Rete indispensabili, applicazioni che si aggiornano da sole e interfacce che cambiano senza preavviso. Per molti utenti, soprattutto quelli che non hanno dimestichezza con gli strumenti informatici, il risultato è un senso crescente di smarrimento e di… rabbia. La promessa era quella di semplificare la vita. La realtà, spesso, è l’opposto.
È in questo scenario che potrebbe emergere una figura professionale nuova, ancora senza un riconoscimento ufficiale ma già richiesta: l' agevolatore digitale.
Il suo ruolo è chiaro: aiutare i fruitori a orientarsi nel mondo digitale senza trasformarli in esperti. Non è un tecnico che ripara guasti né un programmatore che crea “software”. È un interprete tra l’utente e la tecnologia, qualcuno che traduce linguaggi complessi in gesti quotidiani.
L' agevolatore digitale interviene dove la tecnologia diventa un ostacolo:
elimina applicazioni inutili che intasano lo schermo;
organizza le funzioni più usate in modo intuitivo;
riduce gli avvisi che disturbano;
semplifica le impostazioni;
crea percorsi chiari per le operazioni di tutti i giorni.
Il suo lavoro ricorda quello di chi mette ordine in una casa: non aggiunge nulla, ma toglie ciò che confonde. È un “riordinatore” del mondo digitale, capace di restituire agli strumenti la loro funzione originaria: essere utili, non invadenti.
La forza di questa nuova figura sta nella capacità di parlare due
lingue. Da un lato conosce la logica dei dispositivi, dall’altro sa
ascoltare le esigenze delle persone. Non punta a far diventare gli
utenti più tecnologici, ma a renderli più sereni.
In un’epoca
in cui la tecnologia corre più veloce della capacità di
comprenderla, questa mediazione diventa preziosa.
L' agevolatore digitale non inventa nulla: rende vivibile ciò che già esiste. E forse è proprio questo il suo contributo più importante: ricordarci che la tecnologia, perché sia davvero utile, deve tornare a essere uno strumento e non un labirinto.
In fondo, l’agevolatore digitale non è solo una nuova figura professionale: è un segnale. Ci ricorda che non siamo noi a dover inseguire la tecnologia, ma la tecnologia a dover tornare a misura di persona. Se vi siete mai sentiti frustrati davanti a un telefono che “fa troppe cose”, a un’app che cambia da un giorno all’altro o a impostazioni impossibili da decifrare, sappiate che non è un vostro limite. È un problema di progettazione, non di capacità.
Per questo l’agevolatore digitale potrebbe diventare una presenza preziosa: qualcuno che restituisce semplicità, ordine e serenità in un mondo che spesso sembra correre senza guardarsi indietro. E forse è proprio da qui che può partire un nuovo modo di vivere la tecnologia: meno ansia, più consapevolezza; meno complicazioni, più controllo.
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“Essere un cervello balzano”
Nel vasto repertorio linguistico del Settecento italiano, “essere un cervello balzano” è una di quelle espressioni che oggi suonano curiose, quasi teatrali, ma che conservano una sorprendente vitalità concettuale. Il Settecento è il secolo in cui la ragione viene celebrata come bussola dell’agire umano, e proprio per questo ogni deviazione dall’equilibrio mentale diventa oggetto di ironia, sospetto o bonaria caricatura. In questo clima culturale nasce e si diffonde l’aggettivo “balzano”, termine che deriva dal latino balteus (“cinghia”, “striscia”), poi passato a indicare qualcosa di “storto”, “fuori linea”, “che non sta al suo posto”. Da qui l’idea metaforica di una mente che “salta fuori dal tracciato”, che procede a scarti improvvisi, che non segue il filo logico comune.
Dire che qualcuno è “un cervello balzano” significava dunque definirlo bizzarro, eccentrico, incline a pensieri stravaganti o imprevedibili. Non necessariamente folle, ma certamente poco allineato al buon senso dominante. L’espressione compare in testi letterari, commedie e corrispondenze private dell’epoca, spesso con una sfumatura ironica: non un insulto, ma un modo elegante per dire che quella persona “non la racconta giusta”, o che ragiona in modo troppo originale per risultare rassicurante.
La sua attualità è sorprendente. In un mondo che alterna conformismo e ricerca spasmodica dell’originalità, “cervello balzano” descrive perfettamente chi vive di intuizioni imprevedibili, chi cambia idea con leggerezza, chi sorprende e disorienta. È un modo di dire che restituisce un’immagine vivida, quasi visiva, di una mente che scarta di lato, che non procede dritta, che non si lascia imbrigliare. Usarlo oggi aggiunge un tocco di eleganza rétro e, allo stesso tempo, una precisione espressiva che molti sinonimi moderni non posseggono. In fondo, ogni epoca ha i suoi spiriti eccentrici: il Settecento li chiamava “cervelli balzani”, noi potremmo riscoprire l’espressione per descrivere, con un sorriso, chi continua a pensare fuori degli schemi tradizionali.
In proposito si potrebbe coniare anche una neoformazione: balzanista. Detto di persona che ostenta una stravaganza artificiale studiata a tavolino, distinguendosi dal vero "cervello balzano" che, invece, è naturalmente incline all'originalità.
