domenica 26 aprile 2026

Quando il lessico tace, la lingua inventa

 La sorprendente storia del nome mancante per l’uccisione di un cognato  


N
ella vasta costellazione dei termini che la lingua italiana ha ereditato dal latino per indicare l’uccisione di un familiare, esistono parole precise e spesso di lunga tradizione: parricida, fratricida, uxoricida, suicida. Tuttavia, quando si tratta di definire l’uccisione di un cognato o di una cognata, il lessico comune non offre una soluzione immediata. È un vuoto curioso, perché la struttura morfologica per colmarlo esiste, ed è perfettamente coerente con la logica etimologica che regola gli altri casi.

Il termine “più corretto” sotto il profilo storico-linguistico è leviricida, formato a partire dal latino levir, che indicava il cognato in un’accezione molto specifica: il fratello del marito (è lo stesso sostantivo che ha generato il denominale levirato). Da qui derivano due forme parallele e regolari: leviricidio, per indicare l’atto di uccidere il cognato, e leviricida, per designare chi compie l’azione. È una formazione dotta, perfettamente allineata alla tradizione morfologica che ha prodotto parole come parricida o fratricida, e per questo risulta la più “classica” e filologicamente solida.

Esiste però un’altra possibilità, più trasparente per il parlante contemporaneo ma meno nobile dal punto di vista della latinità: cognaticida. È un termine ibrido, costruito direttamente sulla parola italiana cognato, e per questo immediatamente comprensibile anche a chi non ha familiarità con le radici latine. Non è attestato nei vocabolari e rimane confinato a "usi giornalistici" o occasionali. La sua forza sta nella chiarezza semantica, la sua debolezza nella mancanza di una base etimologica classica. 

La scelta tra leviricida (aulico) e cognaticida (giornalistico) dipende dunque dal registro: il primo è il termine corretto secondo la tradizione linguistica, il secondo è una soluzione moderna, funzionale e intuitiva. Entrambi rispondono, in modi diversi, alla stessa esigenza: dare un nome a un gesto che la lingua comune non ha mai sentito il bisogno di nominare, ma che la morfologia italiana è perfettamente in grado di descrivere. Leviricida, dunque, ha tutti i requisiti per aspirare agli onori dei vocabolari. I lessicografi ci facciano un pensierino...


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Piuttosto che...


 Gentile Direttore del portale, le scrivo per sottoporle un quesito linguistico che continua a generare incertezze anche tra i parlanti più attenti. Mi riferisco all’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, nel senso di “oppure”, come in frasi del tipo: «Possiamo vederci domani piuttosto che lunedì». Vorrei sapere se tale impiego possa considerarsi accettabile nell’italiano standard, se sia da ritenersi un regionalismo, oppure se sia preferibile evitarlo nei contesti formali per ragioni di chiarezza. Ringraziandola per l’attenzione, resto in attesa di un suo cortese riscontro.

Cordiali saluti,
Emanuele Maria Spaccapietre

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Cortese Emanuele,
il quesito è molto attuale e merita una risposta che tenga insieme norma, uso contemporaneo e chiarezza comunicativa.

Nell’italiano standard, piuttosto che ha valore comparativo di preferenza. Le principali grammatiche concordano: Serianni lo definisce costrutto che «esprime preferenza»; la Grande grammatica italiana di consultazione lo colloca tra i connettivi comparativi; il Vocabolario Treccani registra come significati principali «più, in maggior misura» e «anziché, invece di».
In questa prospettiva, l’uso disgiuntivo non appartiene alla norma.

Negli ultimi anni, però, si è diffuso soprattutto nel Nord Italia un uso con valore di “oppure”, spesso in elenchi: «Possiamo andare al mare piuttosto che in montagna». La Grammatica dell’italiano adulto lo descrive come fenomeno nato nel parlato settentrionale e poi propagatosi nei media e nel linguaggio aziendale.

I dizionari dell’uso registrano il fenomeno, ma con avvertenze: lo Zingarelli lo definisce «improprio» e «da evitare» nei contesti formali; il Treccani lo considera «discutibile» e «non consigliabile» per la possibilità di equivoco; il Garzanti lo qualifica come uso «regionale e colloquiale».

Le grammatiche descrittive confermano la prudenza: Serianni lo giudica «da evitare» perché contraddice il valore originario; Lepschy & Lepschy parlano di «slittamento semantico recente» potenzialmente ambiguo.

Il punto critico è proprio l’ambiguità:
«Possiamo vederci domani piuttosto che lunedì» può significare sia una preferenza (domani è meglio di lunedì), sia una alternativa (domani oppure lunedì).
Per questo motivo, negli scritti che richiedono chiarezza è consigliabile evitarlo.

Concludendo: uso tradizionale: “anziché”; uso moderno come “oppure”: diffuso ma non standard; consigliato: preferire o, oppure, o anche. Insomma piuttosto che significa “anziché”. Usarlo per “oppure” è comune, ma non conforme alla norma e può generare ambiguità: meglio evitarlo nella scrittura sorvegliata.


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La lingua "biforcuta" della stampa

 Il presidente degli Stati Uniti è stato portato in salvo a Washington dopo l’attacco di uomo.

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 Hanno scelto questa piazza e il percorso del corteo del 25 aprile, non è stata una scelta causale. … Avete perso allora e prederete ancora.

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 Le Forze armate americane stanno mettendo a punti piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello stretto di Hormuz.

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 … Alfredo Cospito, detenuto in regime di massima sicurezza, per cui a breve scadranno i termini, che potranno essere prorogati per almeno.

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 Le due nave ha aggiunto che sono state "scortati fino alla costa iraniana".






















sabato 25 aprile 2026

PRO: un piccolo frammento che muove grandi significati

 Dal latino alla lingua viva: viaggio tra le metamorfosi di una particella che orienta il pensiero
















La particella “pro” rappresenta uno degli elementi più versatili e, al tempo stesso, insidiosi del lessico italiano, agendo ora come prefisso, ora come preposizione, ora come sostantivo a sé stante. La sua provenienza latina le conferisce una duplice anima: da un lato indica una direzione favorevole o una sostituzione, dall'altro una proiezione in avanti nello spazio o nel tempo. Questa natura poliedrica genera spesso dubbi sulla corretta grafia, oscillando tra l'unione ortografica con il termine successivo e il mantenimento di un'autonomia sintattica. Navigare tra queste sfumature richiede un'attenzione analitica, poiché la scelta di scrivere “pro” unito al termine che segue o staccato non è (quasi) mai casuale, ma risponde a precise regole di derivazione e di registro comunicativo.

Quando “pro” funge da prefisso all'interno di parole composte, la regola generale prevede l'unione grafica senza spazi né trattini. In questa veste, assume solitamente il significato di “stare al posto di”, “andare avanti” (o indicare un grado di parentela). Un esempio classico è il termine “proconsole”, che indica colui che agisce in vece di un console, e in questo significato “prosindaco”, “prorettore” (o “prognosi”, dove la particella, in questo caso, suggerisce una conoscenza anticipata). Anche nell'ambito delle relazioni familiari, lessemi come “prozio” o “pronipote” seguono questa norma, saldando il prefisso alla radice per indicare un allontanamento di un grado nella linea di ascendenza o discendenza.

Una curiosità poco nota riguarda proprio prognosi: nel latino medico tardo, il termine conviveva con diagnosis, e i due venivano spesso confusi dagli amanuensi, tanto che alcuni codici medievali riportano forme ibride come prodiagnosis, poi scomparse. È un piccolo indizio di quanto la particella “pro”, già allora, fosse percepita come un elemento mobile, capace di insinuarsi in nuove formazioni con sorprendente facilità.

Diverso è il discorso quando “pro” agisce come preposizione o in locuzioni latine rimaste intatte nel nostro lessico. In questi casi la particella va scritta staccata e senza trattino. Il significato prevalente è quello di “a favore di” o “in difesa di”. Si pensi alla locuzione “pro bono”, utilizzata per indicare un'attività svolta gratuitamente per il bene comune, oppure all'espressione “pro capite”, che letteralmente significa “a testa” e viene impiegata in contesti statistici ed economici, o ancora a “pro alluvionati”.

Un aneddoto curioso riguarda proprio pro bono: la formula, oggi associata soprattutto al mondo giuridico, compare già nei registri delle corporazioni medievali, dove indicava i lavori svolti “pro bono comuni”, cioè per la manutenzione delle mura, dei ponti o delle fontane cittadine. Era un modo per ribadire che il bene pubblico non era un concetto astratto, ma un dovere condiviso.

Anche in ambito sportivo o politico, quando si vuole indicare l'appartenenza a una fazione, si scrive staccato: dire “un voto pro Europa” o “una manifestazione pro pace” sottolinea il valore di preposizione della particella, mantenendo la distinzione visiva tra il favore espresso e l'oggetto di tale favore. È interessante notare che, negli anni Sessanta, la grafia pro-Palestina o pro-America con trattino era piuttosto diffusa nei giornali italiani, per imitazione dell’uso inglese; la norma attuale, più sobria, ha progressivamente eliminato quel segno di giuntura. Curiosamente, questa accezione sostantivale entra nel parlato con una naturalezza quasi colloquiale, tanto che negli anni Ottanta alcuni slogan pubblicitari (lo slogan era letteralmente il grido di guerra dei clan scozzesi, poi diventato “parola d’ordine”, e solo nel Novecento ha assunto il valore moderno di frase breve, memorabile, identitaria) giocavano proprio sulla coppia “pro/contro” per suggerire un confronto immediato e intuitivo.

Esiste poi un'accezione che riguarda l'uso di “pro” come sostantivo, spesso contrapposto a “contro”. Nella celebre analisi dei “pro e contro” di una situazione, il termine gode di totale autonomia. Qui non funge da legante né da preposizione specifica verso un oggetto, ma rappresenta un vantaggio o un argomento a favore.

La lingua italiana, dunque, nel suo sforzo di precisione richiede una disamina attenta del contesto: se si sta creando un neologismo o una parola tecnica, la tendenza è l'unione (come in “proattivo”), mentre se si sta costruendo un nesso logico momentaneo o una citazione dotta, la separazione rimane la via maestra. Questa distinzione evita ambiguità e garantisce che la forza del messaggio non venga scalfita da incertezze formali.

E così, pro si unisce quando diventa radice, si separa quando resta preposizione, si emancipa quando si fa sostantivo.














(Non è in commercio)

venerdì 24 aprile 2026

Il peso che reggi, la mano che ti solleva

 Dove “sopportare” resiste e “supportare” sostiene: due verbi quasi uguali che raccontano mondi opposti


I
sintagmi verbali sopportare e supportare sono due verbi che nel parlato si confondono spesso, complice la loro vicinanza fonetica. Ma in realtà appartengono a due storie diverse, due tradizioni d’uso diverse e due campi semantici che solo in parte si possono sovrapporre. Capirli significa evitare fraintendimenti e, soprattutto, restituire precisione a due verbi che hanno preso strade divergenti: uno nasce dal latino, l’altro si è formato in epoca moderna per derivazione interna e influenza straniera.

Sopportare deriva dal latino supportare, formato da sub- (“da sotto”) e portare (“portare, reggere”). Il significato originario è concreto: “sostenere da sotto”, “reggere un peso”. Già nel latino tardo, però, il verbo si sposta verso il figurato: sopportare una fatica, un dolore, una situazione gravosa. L’italiano eredita esattamente questa linea semantica: sopportare significa tollerare qualcosa di spiacevole, reggere un peso fisico o emotivo, resistere a una condizione avversa. È un verbo che porta con sé un’idea di sforzo, di pazienza, talvolta di insofferenza.

Supportare, invece, ha una storia completamente diversa. Non deriva dal latino: nasce in italiano come derivato di supporto e si consolida nel lessico contemporaneo soprattutto per influenza del francese supporter e dell’inglese to support. La somiglianza formale con il latino è solo un eco etimologico, non una discendenza diretta. La lessicografia moderna registra due linee principali:
– un uso sportivo (golfistico), in cui supportare significa “porre la palla su un supporto”;
– un uso tecnico e figurato, dove il verbo significa “reggere fungendo da supporto”, “sostenere”, “appoggiare”, “spalleggiare”.

Questo supportare moderno non coincide con sopportare: non significa “tollerare”, bensì “fornire sostegno”, “dare appoggio”, “rafforzare”, “fornire basi o argomentazioni”. È un verbo che vive soprattutto nei linguaggi tecnici, amministrativi, aziendali, informatici: “Il sistema supporta questo formato”, “La struttura supporta il carico”, “L’iniziativa è stata supportata da dati solidi”.

Quando si applica alle persone, lo fa in un registro formale o tecnico: “Il tutor ti supporta nella preparazione”, “Il reparto ti supporta nella fase iniziale”. Nell’italiano naturale, fuori dei contesti professionali, si direbbe “aiutare”, “sostenere”, “affiancare”.

Gli esempi d’uso mostrano bene la distanza: Non sopporto il caldo, Non sopporto il rumore, Non sopporto più questa situazione appartengono alla sfera emotiva e quotidiana. Supportare un progetto, supportare una tesi, supportare un processo appartengono invece alla sfera tecnica, operativa, argomentativa.

In conclusione, sopportare riguarda ciò che si tollera; supportare riguarda ciò che si sostiene. Il primo appartiene alla vita emotiva e relazionale, il secondo alla dimensione tecnica e argomentativa. Distinguerli non è solo una questione di correttezza: è un modo per restituire all’italiano la sua capacità di nominare con precisione il peso che si regge e l’aiuto che si dà. Tra sopportare e supportare, insomma, passa una linea sottile: da un lato il peso che grava, dall’altro la mano che solleva. E in quella linea si misura la differenza tra ciò che ci stanca e ciò che ci sostiene.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Flaminio

 Maxi rissa tra giovanissimi davanti alla ex sede del Blocco Studentesco

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Ripeteremo fino alla nausea che i prefissi e i prefissoidi si “attaccano” al sostantivo che segue: maxirissa. Maxi-






giovedì 23 aprile 2026

Quando un passato remoto conserva il latino

 Perché “espulsi” sopravvive e “espellei” non è mai esistito












Perché diciamo “io espulsi” e non “io espellei” "o io "espelsi", essendo l’infinito “espellere”? La risposta sta nella storia lunga dei verbi italiani, che non seguono sempre la logica apparente della coniugazione moderna. “Espellere”, infatti, non è un verbo regolare della seconda coniugazione: è un verbo forte, cioè un verbo che alterna due radici diverse a seconda del tempo verbale. Questa alternanza non nasce in italiano, ma è un’eredità diretta del latino. Questo aveva due temi distinti: uno per il presente e uno per il perfetto, cioè il tempo che corrisponde al nostro passato remoto. Nel caso di expellĕre, il tema del presente era expell-, mentre il perfetto era expuli, con il tema expul-. L’italiano ha semplicemente continuato questa struttura: da expell- deriva espellere, e da expul- deriva espulsi. Non c’è nessuna irregolarità capricciosa: c’è solo memoria storica.

A questo punto è interessante ricordare un dettaglio poco noto, che chiarisce ancora meglio la tenacia di questa forma. Nel Medioevo circolavano infatti due linee concorrenti: da un lato la forma forte, espulsi, erede diretta del perfetto latino; dall’altro alcune forme popolari di regolarizzazione, come espelli’ o espelléo, tentativi spontanei di riportare il verbo alla prevedibilità della seconda coniugazione. I copisti, spesso inclini a “normalizzare” ciò che appariva difficile, tendevano a preferire queste soluzioni più intuitive. Ma la tradizione letteraria - da Dante in poi - fece da argine: gli autori colti continuarono a usare la forma forte, che così sopravvisse mentre le varianti popolari si dissolsero senza lasciare traccia. È uno dei casi in cui il passato remoto funziona come un archivio: conserva ciò che la lingua parlata avrebbe volentieri scancellato.

Per questo motivo forme come espellei non esistono: sarebbero la proiezione moderna di un verbo regolare, ma non hanno alcun fondamento etimologico. Allo stesso modo espelsi sarebbe una forma analogica, costruita per imitazione di verbi come sciogliere/sciolsi o accogliere/accolsi, ma espellere non appartiene a quella famiglia. La sua radice forte è espul-, non espel-.

Il passato remoto di espellere alterna, dunque, due temi: espul- nelle tre persone singolari e nella terza plurale, espell- nella prima e seconda plurale. È un tratto strutturale dell’italiano: le forme “noi” e “voi” tendono a conservare il tema del presente anche nei verbi forti. Per questo diciamo noi espellemmo e voi espelleste, esattamente come corremmo/correste accanto a corsi/corse/corsero, o scegliemmo/sceglieste accanto a scelsi/scelse/scelsero. La lingua, in queste due persone, preferisce la regolarità alla memoria storica.

La desinenza ‑sero della terza plurale (espulsero) è la continuazione diretta del latino ‑ērunt, tipica dei perfetti (passati remoti) forti. È una forma antica, ma perfettamente coerente con la struttura del verbo.

Per concludere queste noterelle, espulsi non è un capriccio: è la sopravvivenza di un sistema che l’italiano non ha inventato, ma ereditato. I verbi forti conservano, insomma, nel passato remoto la traccia del perfetto latino, e espellere è uno degli esempi più trasparenti di questa continuità. La lingua moderna, che tende alla semplificazione, non ha scancellato questa alternanza perché è troppo radicata nella tradizione letteraria e nell’uso colto. Così, ogni volta che diciamo espulsi, stiamo usando una forma che ha più di duemila anni di storia. In fondo, i verbi non dimenticano: nel passato remoto custodiscono, orgogliosamente, la loro genealogia.





mercoledì 22 aprile 2026

Il veleno che parla la lingua dell’anima

 Quando l’amarezza diventa verbo e il cuore si fa laboratorio chimico


N
el lessico italiano esiste un gruppo di verbi che, per struttura e storia, si prestano a descrivere con particolare efficacia i processi interiori: micro‑trasformazioni dell’animo, variazioni di tono emotivo, mutamenti di disposizione che la lingua registra con notevole precisione. Alcuni di questi verbi appartengono ancora all’uso corrente - irritare, amareggiare, rattristare - mentre altri, pur pienamente attestati nei vocabolari contemporanei, hanno progressivamente abbandonato la pratica linguistica e sopravvivono soprattutto come lemmi conservati. Invelenire rientra in questa seconda categoria: una voce documentata, legittima, ma oggi scarsamente adoperata.

Sotto il profilo morfologico invelenire è un denominativo formato da veleno con il prefisso in‑ nel suo valore ingressivo, che indica l’entrata in uno stato o l’acquisizione di una qualità. Il meccanismo è lo stesso che produce ingiallire, inacidire, imbrunire: verbi che non designano soltanto un’azione, ma l’avvio di un processo. In questi casi, il prefisso non segnala un movimento verso l’interno, sibbene un passaggio di stato, spesso graduale, talvolta irreversibile. Si tratta di un uso ereditato dal latino, dove in‑ possedeva un ventaglio semantico ampio (localizzante, intensivo, privativo, ingressivo), ma che nelle lingue romanze ha conosciuto una specializzazione particolarmente produttiva nella derivazione verbale.

 La produttività del modello è documentata già nell’italiano antico e si mantiene lungo tutta la storia della lingua, pur con oscillazioni nella vitalità dei singoli verbi: alcune formazioni si sono stabilizzate nell’uso comune (ingrassare, invecchiare), altre sono rimaste circoscritte a registri tecnici o letterari, altre ancora sono cadute in disuso pur restando attestate nei repertori lessicografici. In questo quadro, invelenire rappresenta un caso esemplare: un derivato morfologicamente regolare, coerente con il modello storico, ma la cui vitalità d’uso si è progressivamente ridotta.

La documentazione ottocentesca conferma la duplice dimensione del verbo. Il Tommaseo‑Bellini ne registra l’uso concreto e quello figurato, mostrando come invelenire potesse riferirsi sia a una sostanza corrotta sia a un carattere che si irrigidisce o si altera. Il Fanfani lo qualifica come voce toscana e letteraria; il Petrocchi lo include ancora come lemma vivo, benché già in declino, segnalando che alla fine del XIX secolo il verbo era percepito come normale ma non frequente. La forma pronominale invelenirsi ha avuto una sopravvivenza più lunga, mantenendosi nel Novecento nel senso di “inasprirsi”, “irritarsi”, mentre la forma transitiva si è progressivamente ritirata.

Tutti i principali vocabolari dell’uso contemporaneo attestano ancora invelenire, ma la sua presenza è oggi prevalentemente conservativa. Il lemma permane nei repertori per continuità storica e per completezza descrittiva, non perché la parola circoli effettivamente nella lingua viva. L’analisi dei corpora contemporanei - dalla stampa alla narrativa recente - mostra un’assenza quasi totale del verbo, che non appartiene più al lessico attivo dei parlanti. La marginalità di invelenire è dunque un dato sociolinguistico, non lessicografico: la lessicografia lo conserva, l’uso lo ha abbandonato.

Proprio questa marginalità, tuttavia, ne rivela il valore. Invelenire conserva un’immagine semantica che l’italiano contemporaneo ha in larga parte smarrito: la possibilità di descrivere un’anima che si “avvelena” non per malizia, ma per accumulo di amarezza; un carattere che si altera come una sostanza corrotta; una relazione che si impregna di una tossicità sottile. È un verbo che traduce un processo psicologico in un’immagine fisica, concreta, e che per questo meriterebbe di essere recuperato non per nostalgia, ma per precisione: perché talvolta la lingua antica continua a nominare ciò che quella moderna non sa più dire.


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A proposito di “ingelosare”, da “Domande e risposte” della Treccani


Salve oggi ho inventato una nuova parola, per quando si subisce una gelosia da parte di una persona, la parola in questione è “INGELOSATO”. Ad esempio, sono stato “ingelosato” da parte loro.

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Uno dei criteri in base ai quali si può prevedere che una neoformazione – in questo caso un parasinteto verbale coniato a partire dall’agg. e s. geloso – possa avere qualche speranza di affermarsi è la sua necessità: mancava una parola con quel significato?

Sembra che nel caso di ingelosare e ingelosato ci sia un problema, perché esistono già ingelosire e ingelosito, che dicono bene da ottocento anni quel che, in modo più contorto, vorrebbero dire i suoi aspiranti cugini inventati a tavolino oggi.

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Il lettore non ha inventato nulla. Il verbo, come abbiamo scritto ieri, è desueto ma esiste (vocabolario del Tommaseo-Bellini; vocabolario di Pietro Fanfani; vocabolario di Policarpo Petrocchi). Gli aspiranti cugini di “ingelosire”, quindi, non sono stati inventati a tavolino.
















martedì 21 aprile 2026

Dal termometro alla pistola: l'evoluzione semantica di "freddare"

 Come un causativo innocuo ha attraversato la fisiologia, la metafora e la cronaca nera fino a specializzarsi nell’omicidio “a sangue freddo”










C’è un tratto affascinante del lessico italiano: certi verbi nascono con un significato semplice, quasi domestico, e poi - lentamente, silenziosamente - si spostano altrove. Cambiano temperatura, cambiano mestiere, cambiano mondo. Freddare è uno di questi verbi: parte dalla fisica elementare, finisce nella cronaca nera, e nel tragitto mostra come l’italiano costruisca metafore operative e specializzazioni semantiche.

All’inizio freddare è un causativo puro: “rendere freddo”. È trasparente, regolare, prevedibile. Appartiene a quella famiglia di verbi parasintetici formati per prefissazione e suffissazione a partire da un aggettivo, secondo un modello produttivo che genera verbi come seccare da secco, arrossare da rosso, assordare da sordo, ecc. Sono verbi che trasformano una qualità in un’azione: rendere secco, rendere rosso, rendere sordo, rendere freddo ecc. In questo sistema, freddare è un pezzo perfettamente incastrato, anche se, per la “verità linguistica”, non è propriamente parasintetico (essendo “orfano” di un prefisso).

È qui che avviene il passaggio decisivo. La lingua sfrutta un’evidenza fisiologica elementare: la morte produce freddo. Il raffreddamento del corpo non è un dettaglio, ma un tratto percettivo stabile, immediatamente riconoscibile. La semantica si appoggia a questo dato fisico e lo trasforma in un ponte: ciò che “rende freddo” può diventare ciò che “porta alla condizione in cui si è freddi”. È un caso di metafora metonimica: l’effetto (il freddo del cadavere) diventa il nome dell’azione che lo provoca (l’uccisione). Il salto non è arbitrario: è un’estensione semantica perfettamente motivata, dello stesso tipo che permette a stendere di significare “abbattere”, a fulminare di significare “uccidere all’istante”, a gelare di significare “bloccare per lo spavento”. La lingua non inventa: trasferisce, sfruttando un nesso fisico già presente nell’esperienza.

Il salto successivo non è linguistico, ma sociolinguistico. Tra gli anni ’70 e ’80, mentre la cronaca nera italiana cambia tono - più rapida, più sintetica, più influenzata da modelli giornalistici anglosassoni - freddare entra nel repertorio dei verbi “da titolo”. È breve, netto, privo di pathos. Non racconta: classifica. Non descrive la violenza: la neutralizza. È un verbo che non si sporca, non si emoziona, non si dilata: registra.

Da qui la specializzazione: freddare non indica un omicidio qualunque, ma un’esecuzione rapida, tecnica, impersonale. Un colpo, un attimo, un corpo che cade. La parola non giudica: tipizza. E proprio questa sua freddezza semantica ne ha decretato la fortuna nei registri giornalistici e polizieschi.

Il caso di freddare è prezioso perché mostra come la lingua costruisca categorie operative: non solo significati, ma cornici cognitive. Quando un verbo entra in un dominio - qui la cronaca nera - non porta solo un valore lessicale: porta un modo di organizzare l’esperienza. Un verbo diventa un’etichetta, un filtro, un protocollo narrativo.

Osservare questi slittamenti significa vedere la lingua mentre lavora: seleziona, semplifica, specializza. Ogni volta che un verbo cambia mestiere lascia una traccia del mondo che lo ha accolto e del modo in cui quel mondo vuole rappresentarsi.

Una curiosità filologica merita un po’ di attenzione. Nei dizionari dell’Ottocento freddare compare già con un valore figurato oggi scomparso: “raffreddare l’entusiasmo”, “smorzare l’ardore”, “togliere vivacità a un discorso”. Era un verbo da salotto, non da pistola. E in alcune cronache giudiziarie degli anni ’30 appare sporadicamente con il senso di “lasciare morire per incuria”, non per colpo d’arma: un uso effimero, mai stabilizzato, ma che mostra come il percorso metaforico fosse già in incubazione. Piccole tracce che rivelano la stessa dinamica: la lingua non cambia per capriccio, cambia per pressione d’uso.

E ogni volta che un verbo si sposta, ci dice qualcosa sul mondo che lo ha spinto a farlo.


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Da “Domande e risposte” del sito della Treccani:

Buongiorno, avrei bisogno di un'informazione in merito alla forma verbale di seguito: "i cani si ingelosano". Vorrei sapere se tale forma è corretta, poiché non la trovo su nessun sito.

Risposta degli esperti:

L’unico verbo che può stare lì, in quella frase, crediamo, è ingelosirsi (e non *ingelosarsi: l’asterisco segnala che la forma è agrammaticale); flesso alla terza persona plurale dell’indicativo presente, si ingelosiscono.

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Il verbo ingelosare, anche se desueto, esiste e si trova in numerose pubblicazioni, tra cui “Il vocabolario della lingua italiana” di Pietro Fanfani, quello di Policarpo Petrocchi e in quello del Tommaseo-Bellini.




lunedì 20 aprile 2026

Vicino o dentro? Il segreto tra metonimia e sineddoche

 Come due figure sorelle si sfiorano, si confondono e si distinguono grazie a una semplice regola empirica











La parentela tra metonimia e sineddoche, due figure retoriche del nostro lessico, è così stretta che, per secoli, i retori le hanno considerate quasi “gemelle”. Non a caso entrambe nascono da un stesso gesto mentale: spostare il significato da un punto all’altro, fare scivolare una parola verso un’altra cosa che le è vicina. Ma la vicinanza non è identica: nel caso della metonimia è contiguità, nel caso della sineddoche è inclusione. Distinguere le due figure significa, dunque, osservare con precisione il tipo di rapporto che lega i due termini coinvolti, e per farlo basta una regola empirica sorprendentemente efficace: se i due termini possono essere ricondotti a un rapporto parte/tutto, siamo nella sineddoche; se invece il legame è di vicinanza, associazione o contatto, siamo nella metonimia.

Il nome metonimia viene dal greco metōnymía, composto da metá “oltre, al di là” e ónoma “nome”: letteralmente “cambio di nome”. È la figura che sostituisce un termine con un altro che gli sta accanto nella realtà, nel tempo, nello spazio, nella causa, nell’effetto, nello strumento. Non c’è un rapporto gerarchico, ma un contatto. Quando diciamo, per esempio, “leggere Dante”, non stiamo leggendo la persona, ma le sue opere: autore per opera. Quando diciamo “bere un bicchiere”, non ingeriamo il contenitore, ma il contenuto: contenitore per contenuto. Quando diciamo “la sala applaudì”, non applaudono i muri, ma le persone: luogo per persone. La metonimia è una scorciatoia cognitiva: ci permette di richiamare un intero scenario attraverso un dettaglio che gli è contiguo, e la sua natura qualitativa - sostituire una cosa con un’altra a questa associata - è ciò che la distingue.

La sineddoche, anch’essa di derivazione greca, syn-ek-déchomai, “accogliere insieme”, indica invece la sostituzione tra un termine e un altro che sta con lui in un rapporto di quantità o estensione: la parte per il tutto, il tutto per la parte, il singolare per il plurale, il genere per la specie, la specie per il genere. Quando diciamo “non c’era anima viva”, usiamo la parte (anima) per il tutto (persona). Quando diciamo “l’italiano è creativo”, adoperiamo il singolare per il plurale: un individuo per una collettività. Quando diciamo “i mortali”, usiamo il genere per la specie: tutti gli esseri viventi per gli esseri umani. La sineddoche, dunque, non si basa sulla contiguità, ma sull’inclusione: uno dei due termini è contenuto nell’altro, e la sua natura quantitativa - cambiare quanto, non che cosa - è il suo tratto distintivo.

La confusione nasce perché, nella pratica, molte espressioni possono essere lette in entrambi i modi. “Ho comprato una Ford” è metonimia (marca per oggetto), ma può sembrare sineddoche (categoria per esemplare). “Ci sono quattro bocche da sfamare” è sineddoche (parte per il tutto), ma la parte è così tipica da funzionare quasi come metonimia. È qui che la regola empirica torna utile: se i due termini appartengono alla stessa categoria logica - parte e tutto, singolare e plurale, genere e specie - siamo nella sineddoche; se appartengono a categorie diverse - autore e opera, luogo e persone, contenitore e contenuto - siamo nella metonimia. Una seconda prova, altrettanto rapida, conferma: la sineddoche è quantitativa, la metonimia qualitativa.

In fondo, entrambe le figure raccontano un tratto profondo del pensiero umano: la tendenza a vedere il mondo per relazioni, a spostare il significato lungo linee di vicinanza o di appartenenza. La metonimia ci fa muovere lateralmente, la sineddoche verticalmente. E la lingua, che è un organismo vivo, sfrutta entrambe per rendere più rapida, più densa e più evocativa la comunicazione.

Una piccola curiosità merita un po’ di spazio: Quintiliano, nell’Institutio oratoria, racconta che già i retori latini confondevano metonimia e sineddoche, tanto che alcuni le chiamavano entrambe translatio, cioè “trasferimento”. La distinzione moderna nasce solo con la linguistica strutturale del Novecento, quando si cominciò a osservare il tipo di legame semantico - contiguità o inclusione - come criterio di separazione.

Da allora, la coppia è rimasta inseparabile: due sorelle del linguaggio che si somigliano abbastanza da camminare fianco a fianco, ma diverse quanto basta per non confondersi mai del tutto. La metonimia guarda ciò che è accanto, la sineddoche ciò che è dentro; la prima tocca, la seconda abbraccia; la prima accosta, la seconda include. La metonimia sposta, la sineddoche restringe. La metonimia accosta, la sineddoche abbraccia. La metonimia suggerisce, la sineddoche contiene. Due vie per dire il mondo, e per ricordarci che ogni parola è un piccolo spostamento di senso.

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L’alibi…

L’alibi è una delle parole più curiose della nostra amata lingua italiana: tutti la usano per indicare una giustificazione, una scusa, una prova di innocenza. Eppure, etimologicamente, significa tutt’altro. In latino alibi voleva dire semplicemente “altrove”, senza alcuna sfumatura giudiziaria. Era un avverbio di luogo, neutro, quasi topografico: indicava che qualcosa o qualcuno non era “qui”, ma “lì”.

Il ribaltamento di senso avviene molto più tardi, nell’Ottocento, quando il linguaggio giuridico anglosassone comincia a usare alibi per indicare la prova di essere altrove al momento di un fatto criminoso. Da semplice indicazione spaziale diventa così un concetto psicologico, poi morale, poi sociale: la giustificazione, la scusa, il pretesto.

È uno dei casi più affascinanti di slittamento semantico totale: una parola nata per dire “di là” finisce con il significare “non è colpa mia”. Una metamorfosi silenziosa che mostra come le parole, nel loro viaggio, possano cambiare direzione senza cambiare forma.




domenica 19 aprile 2026

Quando il diritto cambia direzione: la sottile geometria di ‘a’ e ‘di’

 Una distinzione minima solo in apparenza: le due preposizioni non si scambiano, ma orientano il pensiero. Di lega all’azione, A conduce al bene. È la grammatica che disegna la mappa dei nostri poteri


N
ella lingua italiana, la scelta tra la preposizione a e la preposizione di dopo il sostantivo diritto è uno di quei punti in cui la grammatica rivela la propria natura concettuale. Due particelle minime, spesso usate come sinonimi nel parlato, orientano invece il pensiero in direzioni diverse, distinguendo tra l’esercizio di una facoltà e il godimento di un bene, tra ciò che il soggetto compie e ciò a cui accede. Non si tratta di un dettaglio ornamentale, ma di una struttura logica che la lingua custodisce con coerenza sorprendente.

La costruzione diritto di introduce per lo più un verbo all’infinito o un sostantivo che designa un’azione. Il di stabilisce un rapporto diretto tra il titolare del diritto e l’atto che egli è autorizzato a compiere: diritto di voto, diritto di cronaca, diritto di recesso, diritto di parlare, diritto di manifestare il proprio pensiero. In tutti questi casi, il diritto coincide con l’azione stessa, che viene definita e resa legittima. È una relazione di natura quasi meccanica: il diritto è l’atto, e l’atto è il diritto.

Diversa è la logica della costruzione diritto a, dove la preposizione non introduce un’azione, ma un bene, un servizio, una condizione garantita. La preposizione a indica una direzione, un approdo, un ambito cui il soggetto ha titolo ad accedere: diritto allo studio, diritto alla salute, diritto alla vita, diritto a un equo processo. Qui il diritto non è ciò che si fa, ma ciò che si riceve o si può pretendere. La preposizione orienta il discorso verso un oggetto, non verso un gesto.

Le due strutture non sono tuttavia rigidamente separate. Esistono zone di oscillazione in cui entrambe le preposizioni risultano possibili, ma non equivalenti. Diritto di replica mette in primo piano l’atto del replicare; diritto alla replica considera invece la replica come un bene spettante. Lo stesso vale per diritto di difesa, che allude alla facoltà di difendersi, e diritto alla difesa, che rimanda all’istituto giuridico che garantisce tale possibilità. In questi casi, la scelta della preposizione orienta la lettura: l’una illumina l’azione, l’altra l’oggetto.

Questa distinzione, oggi percepita come naturale, è il risultato di un’evoluzione non priva di incertezze. La stampa italiana dell’Ottocento oscillava con disinvoltura: si trovano diritto alla parola dove oggi prevale diritto di parola, e diritto di salute dove oggi diremmo diritto alla salute. Solo nel Novecento, con la progressiva sistematizzazione del linguaggio giuridico, la ripartizione moderna si consolida. A complicare il quadro contribuì anche l’influenza francese: il francese tende a usare quasi sempre droit de, e questa abitudine filtrò a lungo nella burocrazia italiana, generando forme che oggi percepiamo come spurie.

La stessa Costituzione italiana offre un repertorio eloquente di questa dialettica: diritto di associarsi liberamente convive con diritto all’istruzione; diritto di difesa con diritto alla difesa. Nei resoconti della Commissione dei 75 compaiono interventi che invitano esplicitamente a evitare “ambiguità tra libertà esercitabili e diritti esigibili”, segno che la questione non era affatto marginale. È raro che una discussione politica tocchi il livello delle preposizioni, ma qui la grammatica coincideva con la struttura stessa delle garanzie costituzionali.

Anche la storia del pensiero giuridico europeo offre episodi illuminanti. Nel Seicento e nel Settecento si parlava di diritto di resistenza contro il tiranno: il di era essenziale, perché non si trattava del diritto a ottenere la resistenza come bene, ma della facoltà di compiere un’azione estrema. Alcuni giuristi notarono che un semplice cambio di preposizione avrebbe trasformato un potere attivo in un privilegio astratto, alterando la natura stessa del concetto.

Un caso curioso, oggi molto citato, è quello del diritto alla felicità. L’espressione, derivata culturalmente dalla formula statunitense pursuit of happiness, non potrebbe mai diventare diritto di felicità: la felicità non è un’azione, ma un bene astratto, e la lingua italiana, con la sua sobria precisione, non ammette ambiguità. È un esempio perfetto di come la preposizione a non sia una scelta stilistica, ma una necessità concettuale.

Per concludere, la distinzione tra diritto di e diritto a non è un dettaglio grammaticale, ma una lente attraverso cui osservare il modo in cui la lingua organizza il rapporto tra individuo, azione e bene. La preposizione, in apparenza minima, diventa un dispositivo di pensiero: orienta, distingue, chiarisce. E ricorda che, in italiano, la precisione non è mai un vezzo, ma una forma di responsabilità intellettuale.

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"Sabatiale"? Perché no!?










Il lessico italiano, se non cadiamo in errore, non prevede l’aggettivazione dei giorni della settimana. L’unico giorno aggettivato è domenicale, vale a dire “relativo alla domenica”, e non è un caso: la domenica, nella nostra tradizione, è un’istituzione sociale (e religiosa) prima ancora che un semplice giorno. Ma perché limitarci a questa eccezione? Perché non estendere il meccanismo e aggettivare tutti i giorni con l’aggiunta del suffisso ‑iale, perfettamente italiano, produttivo e trasparente? Ne deriverebbero forme limpide, coerenti, immediatamente comprensibili: lunediàle, martediàle, mercoledìale, giovediàle, venerdiàle, sabatiale. Una serie completa, ordinata, elegante.

La cosa interessante è che la lingua non rifiuterebbe affatto questa costruzione: anzi, la accoglierebbe senza sforzo. Il suffisso ‑iale è lo stesso che ha generato domenicale, e funziona benissimo anche con basi non latine o non perfettamente regolari. La verità è che l’italiano non ha creato questi aggettivi non perché fossero impossibili, ma perché non ne ha mai avuto bisogno: per indicare ciò che è relativo a un giorno, preferisce la perifrasi “del lunedì”, “del martedì”, “del giovedì”, e così via. Una soluzione “economica”, certo, ma non per questo obbligatoria. Se la lingua non li ha formati, non significa che non possa farlo ora.

E allora perché non farlo noi? Perché non restituire ai giorni quella possibilità morfologica che la storia ha lasciato cadere? In fondo, i giorni della settimana nascono già come aggettivi: dies Lunae, dies Martis, dies Iovis. Sono nomi che portano dentro di sé un’origine aggettivale. Ripristinare la serie con ‑iale significa semplicemente riattivare un meccanismo naturale, quasi ovvio, che la lingua ha lasciato dormire.

E così lunediàle diventa “relativo al lunedì”, martediàle “relativo al martedì”, giovediàle “relativo al giovedì”, e via dicendo. Fra tutti, sabatiale spicca per armonia fonica: rotondo, pieno, quasi già esistente. Una serie che non solo funziona, ma che manifesta una sua bellezza interna, una sua geometria.

Se la lingua di Dante non li ha creati possiamo farlo noi, appunto. E se li proponiamo con coerenza e chiarezza diventano neoformazioni legittime, pronte a entrare nel nostro repertorio didattico e, perché no, nell’uso comune e attestate nei vocabolari.



sabato 18 aprile 2026

La licenza delle parole: dal permesso al capriccio

 Come un semplice “è lecito” ha generato permessi, eccessi, libertà poetiche e formule di cortesia


I
l lessema licenza è uno di quei termini che sembrano semplici, quasi trasparenti, e invece custodiscono una storia lunga, stratificata, piena di deviazioni semantiche che spiegano perché oggi la usiamo in contesti così diversi: dalla scuola alla burocrazia, dal diritto alla letteratura, fino alla vita quotidiana. La sua radice è latina e nasce da licet, “è lecito”, “è permesso”. Da qui licentia, che in origine significava semplicemente “permesso”, “autorizzazione”, “facoltà concessa”. Ma già nel latino tardo il vocabolo comincia a oscillare: ciò che è permesso può diventare ciò che ci si permette, e ciò che ci si permette può diventare ciò che si osa. È il primo passo verso la polisemia.

Il significato più antico e ancora oggi più riconoscibile è quello di “autorizzazione formale”: la licenza edilizia, la licenza di caccia, la licenza di porto d’armi. È la scia diretta del latino amministrativo, dove licentia era un atto concesso da un’autorità. Da qui deriva anche l’uso scolastico: la “licenza elementare” o “media”, cioè il permesso di passare oltre, di accedere a un grado successivo. In questo caso il sintagma conserva un sapore quasi rituale: non è solo un documento, è un lasciapassare simbolico.

Ma già nel Medioevo licenza si allarga e comincia a designare la “libertà di agire”, spesso con una sfumatura di eccesso. Dante parla della “licenza de’ molti”, cioè la tendenza delle masse a lasciarsi andare oltre il limite. Qui la parola non è più un permesso concesso dall’alto, ma un lasciarsi andare interiore: la libertà che diventa libertinaggio. È un passaggio semantico affascinante: dal “ti è concesso” al “ti concedi”. La licenza diventa così sinonimo di sregolatezza, di comportamento fuori norma, di indulgenza verso i propri impulsi. Ancora oggi, infatti, diciamo “prendersi qualche licenza”, spesso con un sorriso: un piccolo strappo alla regola, alla consuetudine, un gesto non grave ma non del tutto ortodosso.

Da questa sfumatura nasce un’altra accezione, più tecnica ma molto viva nella lingua letteraria: la licenza poetica. Qui il lessema indica la libertà dell’autore di infrangere le regole - grammaticali, metriche, sintattiche - per ottenere un effetto espressivo. È un caso interessante: la licenza non è più un eccesso morale, ma un eccesso stilistico, un permesso che l’autore si dà e che la tradizione gli riconosce. È come se la lingua dicesse: “Le regole ci sono, ma tu, poeta, puoi piegarle, purché il risultato sia bello”. Una delle licenze poetiche più celebri è l’elisione forzata o l’inversione sintattica che in prosa suonerebbe artificiosa. Manzoni, per esempio, si prende la licenza di usare “ei” per “egli”, forma già allora letteraria e non comune.

Un’altra derivazione curiosa è quella militare: la “licenza” come periodo di congedo temporaneo. Anche qui il senso originario è trasparente: è il permesso di allontanarsi dal servizio. Ma nel linguaggio comune la parola ha assunto un tono quasi affettivo: “andare in licenza” indica un ritorno a casa, una parentesi di normalità. È un esempio di come un termine burocratico possa caricarsi di emozione.

C’è poi un uso meno noto ma storicamente importante: la licenza tipografica. Prima di stampare un libro, soprattutto in epoca di censura ecclesiastica o statale, era necessario ottenere una licenza che autorizzasse la pubblicazione. Senza questa il testo era clandestino. È un dettaglio che spiega perché molti frontespizi antichi riportano formule come “Con licenza de’ Superiori”. In questo caso la parola è un sigillo di legittimità, un lasciapassare culturale.

Un aneddoto gustoso riguarda proprio questo ambito: nel Seicento alcuni stampatori italiani, per accelerare i tempi, usavano licenze “riciclate”, cioè autorizzazioni ottenute per un libro e poi riutilizzate per altri testi simili. Era una forma di “licenza sulla licenza”, un gioco di permessi che oggi farebbe sorridere un giurista.

Infine, c’è un uso colloquiale che tutti conosciamo: “con licenza parlando”, formula che precede un’espressione volgare o sconveniente. È un residuo di cortesia antica: si chiede simbolicamente il permesso di dire qualcosa che potrebbe urtare. È una licenza verbale, un piccolo scudo retorico.

La polisemia di licenza nasce dunque da un nucleo semplice - il permesso - che si espande in tre direzioni: il permesso formale, il permesso che ci si concede, e il permesso che si chiede per infrangere una regola. È una parola che vive sul confine tra norma e libertà, tra disciplina e trasgressione, tra burocrazia e creatività. Ed è proprio questa oscillazione che la rende così fertile nella lingua italiana.



venerdì 17 aprile 2026

Le parole che si fanno piccole per dirci di più

 Come i suffissi italiani trasformano il lessico in un gesto: tra miniatura, affetto e sguardo










La nostra lingua ha un "talento" naturale per le sfumature. Non si limita a dire piccolo o caro: preferisce modellare le parole, aggiungere code sonore che restringono, addolciscono, ironizzano, accarezzano. È il regno dei cosiddetti suffissi valutativi, e tra questi ce ne sono alcuni che svolgono una doppia funzione: diminutiva e vezzeggiativa. Non tutti, però. E non sempre allo stesso modo. La morfologia italiana è un gioco di equilibri: il suffisso dà una direzione, ma il contesto decide il significato.

Prima di entrare nel merito vale la pena vedere la differenza. Il diminutivo indica riduzione di dimensione, quantità o intensità: casina è una casa piccola. Il vezzeggiativo esprime affetto, tenerezza, simpatia: tesorino non è un tesoro piccolo, ma un tesoro caro. In moltissimi casi i due valori si sovrappongono: un cagnolino può essere un cane piccolo, ma anche un cane trattato con dolcezza. La lingua non separa rigidamente: lascia che sia l’uso a decidere.

Tra i suffissi più duttili spicca -ino, il più produttivo e il più “italiano”. Può restringere (librettino, casina) ma anche accarezzare (cuoricino, fanciullino). Proprio quest’ultimo è un caso celebre: Giovanni Pascoli lo scelse come titolo di un suo saggio del 1897, “sfruttando” la doppia anima del suffisso. Non voleva dire “bambino piccolo”, ma designare una creatura interiore, fragile e preziosa. È un esempio perfetto della capacità di -ino di scivolare dal diminutivo al vezzeggiativo senza soluzione di continuità. In molte parlate dell’Italia centrale, poi, -ino è così affettuoso che può addolcire perfino gli insulti: cretinino può suonare meno aggressivo di cretino.

Molto morbido è anche -etto, che riduce e addolcisce allo stesso tempo. Casetta è una casa piccola; poveretto esprime compassione; carruccetto addolcisce ulteriormente un già affettuoso caro. Nel Rinascimento questo suffisso era diffusissimo nei soprannomi: Brunetto, Cecchetto, Guicciardetto. Non sempre erano diminutivi o vezzeggiativi: spesso erano marchi di familiarità, quasi piccoli abbracci sociali.

Un sapore più letterario ha -ello, storicamente diminutivo, ma oggi viene spesso adoperato come vezzeggiativo. Paesello restringe, donzella accarezza. Dante stesso usa fratello con una frequenza che rivela quanto il suffisso fosse già allora percepito come affettuoso. In alcune zone d’Italia -ello conserva ancora questa grazia antica, un tocco di delicatezza che non si è mai del tutto spento. E se oggi stellina è più comune, forme come stelluccia o stelluzza conservano un eco (sic!) dell’antico gusto per la miniatura affettiva.

Il suffisso più emotivo resta però -uccio, dove l’affetto è quasi inevitabile. Casuccia è una casa piccola e modesta, mammuccia una madre amata, poveruccio aggiunge una carezza ulteriore rispetto a poveretto. In molte regioni del Sud -uccio è quasi un marchio identitario: figliuccio, bedduzzu, figghieddu. In Toscana, invece, può diventare ironico: basta l’intonazione giusta perché belluccio significhi l’opposto.

Naturalmente il suffisso non basta mai da solo. È l’incontro tra suffisso, base lessicale e contesto, infatti, a determinare la sfumatura. Poverino può essere compassionevole, affettuoso o ironico; casina può essere piccola o graziosa; bambinella (meridionale) è più vezzeggiativa che diminutiva. In Veneto ometto può diventare dispregiativo (“uomo di poco conto”), mentre in Sicilia -eddu è quasi sempre affettuoso. La morfologia dà la forma, ma l’uso dà la vita.

Per orientarsi esiste anche una regola empirica sorprendentemente efficace: se il suffisso può essere sostituito da piccolo senza che il contesto perda il senso, siamo davanti a un diminutivo; se può essere sostituito da caro, amato, poveretto, allora siamo nel territorio del vezzeggiativo. Gattino diventa “gatto piccolo” senza problemi, mentre tesorino non può diventare “tesoro piccolo” senza perdere la sua anima affettiva. Poveruccio non significa “povero piccolo”, ma “poveretto, povero me”, mentre casuccia accetta entrambe le letture, oscillando tra miniatura e carezza. Non è una prova infallibile, ma è un ottimo orientamento pratico.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, -ino, -etto, -ello, -uccio sono i suffissi che davvero possono svolgere entrambe le funzioni, restringendo e addolcendo allo stesso tempo. Sono gli strumenti più duttili della modulazione emotiva italiana, capaci di trasformare una parola in un gesto di tenerezza o in una miniatura semantica. È proprio questa elasticità, questa capacità di piegare il significato senza spezzarlo, che rende la morfologia italiana una delle sue zone più vive, più espressive, più umane: perché, in fondo, i suffissi non rimpiccioliscono le parole: ci dicono come le guardiamo.


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La lingua “biforcuta” della stampa

La violenza

Novara, neonato morto per maltrattamenti. Dopo un primo ricovero era stato restituito alla famiglia

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Il verbo restituire, in questo contesto, ci sembra particolarmente “stonato”. Il neonato non è un oggetto dato in prestito e restituito. Il verbo presuppone: un possesso temporaneo, un oggetto o comunque qualcosa che può essere “dato indietro”e non questo il caso. Restituire