di
Salvatore Claudio Sgroi
1.
Evento editoriale
Vincenzo
Vitale, già magistrato e ora avvocato, -- col titolo
Nelle tenebre dimorano le aquile (Baldini
e Castoldi 2026, pp. 152), tratto dall’inno
Patmos di
Friedrich Hölderlin, apparso nel 1808, -- pubblica cinque racconti:
(i) Il
segreto del mare,
(ii)
Volle andarci di notte,
(iii)
Il seme della salvezza,
(iv)
La pallina del diavolo,
(v)
Giovannino e il grisou:
tutti brevi tranne il terzo di ben 90 pagine.
Il
titolo che vygotskijanamente riassume l'intero significato di un testo,
qui indica metaforicamente la volontà di superare ogni difficoltà, di non arrendersi mai, di “spiccare il volo”.
2.
“Il
segreto del mare”
I
racconti sono tutti ambientati in Sicilia. Nel primo,“Il
segreto del mare”, siamo in
un
“paesino siciliano a metà strada fra Palagonia e Francofonte”
(p. 15), protagonista è “Carmelino” col nonno “Carmelo” e
“Bastiano”, con la presenza di alcuni sicilianismi (“chiurma”
pp. 15, 19;
“picciotti”, “macchie”‘piante’,
“‘nzitati”
‘innestati’,
“cascia/casci”,
“massaro” p.
21), versi di G. Formisano 1910 (pp. 17, 22, tradotti in nota), e
qualche frase in dialetto (“lassati
stari…” p.
23).
Per
il giornalista Salvatore Massimo Fazio che ha intervistato l’autore (La semplicità, oggi rara è ricchezza e profondità, in “La Sicilia” 23 ottobre, p. 14), qui “sembra emergere la
madeleine proustiana”. A cui fa eco la risposta di Vitale:
“Chiunque ha sperimentato la madeleine proustiana: basta un sapore,
un profumo, un suono per rievocare il sorriso di una persona
scomparsa, una strada non più percorsa, una cosa dove a lungo
abitammo”.
3.
“Volle
andarci di notte”
Nel
secondo racconto, “Volle
andarci di notte”,
dove appare il sicilianismo “cascia”
(p. 29), protagonista è “Nunzio” con la moglie “Cecilia”,
che andava “in piena notte in campagna”, perché “voleva
parlare con la luna e, attraverso la luna, addirittura con Dio
stesso” (p. 31). In quanto “riservista” (p. 33) è costretto
insieme con un altro riservista (“Totò” p. 34) ad affrontare con
un “arrugginito” (p. 36) cannone del ’15-’18 gli
anglo-americani, dinanzi ai quali dovette poi scappare. Alla fine,
Nunzio conclude che “Non c’entrava la luna. Con Dio, era tutta
questione di anima” (p. 38).
4.
“Il
seme della salvezza”,
ovvero il fallimento del viceré Caracciolo
Il
terzo racconto, “Il
seme della salvezza”,
il più lungo di tutti (pp. 41-131), ricostruisce il fallimento del
viceré Domenico Caracciolo mandato in Sicilia nel 1781 da re
Ferdinando per “arginare il potere dei baroni” (p. 78). Si
focalizza prima la vicenda di un ordine di sequestro da parte del
viceré di beni del marchese di Villabianca (p. 73), ma annullato
paradossalmente dallo stesso re Ferdinando. E poi ci si sofferma
sulle vicende di un processo per l’omicidio di “Assad, uno dei
servitori neri del principe di Belpasso” (p. 81) da parte di “due
servitori del barone di Roccalumera”, che si conclude anziché con
una “condanna alla forca” (p. 117) con un’assoluzione, essendosi
trattato solo di un “incidente” (p. 127). “L’iniziativa
giudiziaria di Caracciolo gli si rivolt[ò] contro”, sicché egli
ne uscì “non solo pubblicamente sconfitto, ma anche irriso,
privato d’ogni autorevolezza” (p 128). Non mancano qui enunciati in
sic. “curriti
curriti i carrozzi ci pigghiànu o’ marchisi!”
(p. 69)¸ “aprili
fa li ciuri”
(p. 131), tratti dalla tradizione popolare orale siciliana, o singoli
lessemi come saie,
carusi
(p. 69), dammusi
(p. 51), onze
(p. 72).
5.
“La
pallina del diavolo”
Il
quarto racconto, “La
pallina del diavolo”
(pp. 133-45), ambientato a Naxos, illustra il caso di Alfredo, che
nel torneo di tennis aveva vinto, ingannando l’avversario. Un
imbroglio che lo tormentava a distanza di oltre un decennio
dall’evento (p. 139). E ora discutendone col “vecchio Iano” “zu
Ianu”
(p. 141), vorrebbe confessare l’imbroglio al suo avversario per
lavarsi “la coscienza”. La risposta di Iano è che invece, se vuole riavere la sua coscienza, egli deve tacere e “portare la croce –
tacendo per tutto il tempo che sarà necessario”. “Nenti
ti dici […] Ti ‘mpuni la cruci E mutu t’a stari”
(p. 144). Non manca qualche riferimento omerico e sciasciano:
“Raggiunse il litoriale di Naxos” (p. 140) “un mare ansioso di
acquietarsi nel riposo notturno, un mare
ch’era già colore
del vino”
(p. 141), e qualche frase in dialetto “Chiddu
ca veni, veni”
(p. 141).
6.
“Giovannino
e il grisou”
Il
quinto, “Giovannino
e il grisou”
(pp. 147-53) che richiama l’Antimonio
sciasciano,
è il racconto con sicilianismi (salma,
macchie, saie,
p. 148) e noti versi popolari (Vitti
na crozza supra nu cannuni,
p. 149), di Giovannino, quarantenne, che non esita a sacrificarsi per
salvare la vita al giovane amico Tonio, entrambi innamorati di una
ventenne (Elisa), mentre in miniera cercavano lo zolfo e
all’improvviso scoppia il grisou. Bellissima la chiusura “La
morte lo trovò vivo”
(p. 152), che ricorda l’aforisma “importante è che la morte ci
trovi vivi” di Marcello Marchesi, in
Il malloppo
(1992),
con
l’invito a vivere la propria esistenza con intensità, pienezza e
consapevolezza in ogni singolo istante, senza ridursi a morti
viventi, prima del tempo.
7.
Stile
Stilisticamente,
la prosa di questi racconti, a tratti anche poetica, caratterizza il
nostro autore, per riprendere Tomasi
di Lampedusa
(1955), come uno scrittore “grasso o carnoso” contrapposto a
quelli “secchi, o asciutti, o magri” con testi «emozionali,
estroversi», ricchi di ornamenti. Con G.
Bufalino
(1992) si può insomma definire V. Vitale un autore «espansivo»,
«lascivo», «garrulo», «incontinente», «scialacquatore».
Cfr. per es. le scelte lessicali “litee
(figurazioni)” (p.
57) assente anche in Google, che si sospetta invenzione dell’A.;
“dilucolo”
‘alba’ (p. 87),
“bruiva”, “impinse” (p.
95);
“necroscopo” (p.
127), “sgonnellano”
(p.
84),
“beante” (p.
89),
“rima” ‘fenditura’
(p.
41), “(Corte)
capitaniale” (pp.
115, 120), congiuntivi a iosa (p.e. “usasse”
p.
71). E sintatticamente, i periodi spesso lunghi parecchie righe e con
incisi pur con a volte dei punti e virgola
(p.
es. pp. 75-78: 18 righe; pp. 69-70, pp. 70-71 e p. 71: 17 righe; pp.
79-80: 16 righe; pp. 61-62, p. 112 e p. 134: 15 righe).
Un
solo es. di stile nominale:
“Terra
grassa. Piante massaie, frutti succosi. E lui alla vanga ogni giorno
e ogni notte d’estate per le saie,
a ruscellar d’acqua una conca dopo l’altra, dietro il lesto e
sapiente rivangar del terreno, quanto bastasse a dissetare le radici
riarse dalla canicola estiva” (p. 149).
Il
giornalista Di Fazio nella sua intervista chiede all’autore:
“Perché ha evoluto un libro di racconti che richiama un linguaggio
molto colto e ci azzardiamo a dire anche aristocratico, quasi come
gli ambienti e i protagonisti che ha narrato?”.
Risposta
di Vitale: “Non credo che il linguaggio di questi racconti sia
colto. Purtroppo la narrativa italiana degli ultimi anni ha abituato
a forme linguistiche semplicistiche, a volte sciatte. Questi racconti
sono invece tessuti, spero, con una lingua semplice e profonda. La
semplicità, oggi rara è ricchezza e profondità, mentre la
semplificazione, oggi di moda, è povertà e superficialità”.
8.
Riflessioni metalinguistiche
Il
lettore apprezzerà anche una riflessione metalinguistica di Vitale,
filosofo del linguaggio: “Le parole, le parole sono tutto. Il mondo
è fatto di parole. Senza le parole che lo nominano, lo definiscono,
lo fanno nostro, il mondo neppure potrebbe esistere. Ma non capite?
Noi tutti viviamo nelle parole e con le parole, come con l’aria che
respiriamo” (p. 100).
Nell’intervista
di Fazio meno condivisibile è invece il giudizio di Voltaire
riportato da Vitale: “i francesi con la loro lingua dicono ciò che
possono, gli italiani possono dire con la loro ciò che vogliono”,
dimenticando l’onnipotenza semantica di ogni lingua.
Le parole di Voltaire erano quelle della lettera del 10 gennaio 1766
all’abate Cesarotti: “Je vois, en vous lisant, la supériorité
que la langue italienne a sur la nôtre. Elle dit tout ce qu’elle
veut, et la langue française ne dit que ce qu’elle peut”.
Sommario
1.
Evento editoriale
2.
“Il
segreto del mare”
3.
“Volle
andarci di notte”
4.
“Il
seme della salvezza”,
ovvero il fallimento del viceré Caracciolo
5.
“La
pallina del diavolo”
6.
“Giovannino
e il grisou”
7.
Stile
8.
Riflessioni metalinguistiche