Nella lingua italiana ci sono parole che sembrano equivalenti e che, nell'uso quotidiano, vengono spesso adoperate una al posto dell'altra senza che nessuno ci faccia caso. Eppure, a uno sguardo più attento, rivelano differenze sottili ma importanti. È il caso dei verbi girare e voltare, che in numerosi contesti appaiono intercambiabili, ma che sinonimi perfetti non sono affatto.
Possiamo infatti dire senza difficoltà girare l'angolo oppure voltare l'angolo; girare la testa oppure voltare la testa. In altri casi, però, la sostituzione non funziona. Nessuno direbbe normalmente voltare un film al posto di girare un film, così come risulterebbe insolita l'espressione girare pagina quando si vuole alludere al significato figurato di "chiudere con il passato"; qui è voltare pagina la formula cristallizzata dall'uso. La ragione di queste differenze affonda nelle origini stesse dei due sintagmi verbali.
Girare deriva dal latino tardo gyrare, formato sul sostantivo gyrus («giro», «cerchio»), a sua volta proveniente dal greco gŷros, «circonferenza», «movimento circolare». Fin dall'origine il verbo richiama dunque l'idea della rotazione e del movimento in tondo. Per questo una ruota gira, una trottola gira, la Terra gira su sé stessa. Da questa nozione primaria si sono sviluppati numerosi significati figurati: si può girare il mondo, girare per negozi, far girare una notizia, girare una telefonata e girare un film.
Voltare è pari pari il latino volgare voltare, continuazione di una famiglia di forme riconducibili al verbo latino volvere, «volgere», «far ruotare». Tuttavia, nel corso dei secoli, il verbo ha finito con lo specializzarsi soprattutto nell'idea del cambiamento di direzione o di orientamento. Quando voltiamo la testa, gli occhi o lo sguardo, li dirigiamo altrove; quando voltiamo una pagina, passiamo a quella successiva; quando voltiamo le spalle a qualcuno, ci allontaniamo da lui materialmente o simbolicamente.
La differenza fondamentale è dunque questa: girare mette in primo piano il movimento, spesso circolare o continuativo; voltare sottolinea il passaggio da una direzione a un'altra.
Una ruota gira, ma non volta. Un sentiero volta a destra. Un automobilista può voltare all'incrocio. Una persona che si sente chiamare si volta. In tutti questi casi il verbo mette in evidenza il mutamento dell'orientamento.
Anche gli idiomatismi confermano tale distinzione. Diciamo girare a vuoto, girare al largo, girare intorno a un problema, girare mezzo mondo, dove prevale l'idea del movimento. Troviamo invece voltare pagina, voltare le spalle, voltare faccia, voltare casacca, nelle quali emerge la nozione di svolta, cambiamento o abbandono.
Curiosamente, i due verbi s'incontrano persino nel linguaggio del cinema. Oggi girare un film ci sembra un'espressione naturale, ma la locuzione nacque quando le prime macchine da presa erano azionate manualmente mediante una manovella che l'operatore doveva appunto girare. La terminologia è sopravvissuta fino ai giorni nostri, anche se quella manovella è scomparsa da oltre un secolo.
Un'altra curiosità riguarda la famiglia di voltare. Da questa derivano parole comunissime come svoltare, rivoltare, svolta, voltafaccia e voltagabbana. In particolare svolta, oggi diffusissima nel linguaggio politico, economico e sportivo, conserva perfettamente il significato originario di cambiamento di direzione. Quando parliamo di una svolta decisiva, stiamo inconsapevolmente richiamando il gesto di chi cambia strada per imboccarne un'altra.
C'è poi un dettaglio storico interessante. Nell'italiano antico voltare aveva una gamma di significati molto più ampia dell'attuale e poteva essere adoperato anche dove oggi preferiremmo girare, rivoltare o volgere. Col passare del tempo la lingua ha distribuito meglio le funzioni tra i diversi verbi, assegnando a ciascuno un territorio semantico più preciso.
La vicinanza tra girare e voltare è dunque reale, ma non assoluta. Essi condividono una comune idea di movimento, ereditata da lontane radici antiche, ma hanno preso strade differenti. Girare guarda soprattutto alla rotazione e al percorso; voltare guarda invece alla direzione e al cambiamento.
Forse è proprio questa la lezione più interessante. Nella lingua, come nella vita, non basta muoversi: a volte si gira, altre volte si volta. E la differenza, per quanto sottile, può cambiare completamente il senso del cammino.
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Ringraziamo il cortese lettore e pubblichiamo
Nacque la parola dal cuor del sentimento,
non per esser fango, né polvere nel vento.
Ma il tempo la sporca, il volgare la piega,
e l’uso sbadato la storce e la nega.
Ma sorge un presidio, un limpido fonte,
che lava le nebbie su ciascun orizzonte:
è lo SciacquaLingua, lavacro verace,
che smaschera l’errore e la svista mendace!
Lava il verbo impreciso, sciacqua il barbaro detto,
restituisce alla frase il suo garbo perfetto.
Con la penna affilata e la mente arguta e fine,
scaccia il parlar vano e le righe meschine.
O fucina di arguzie, di perle e neologismi,
che ci salvi dal vuoto di tristi parlatismi!
Dal pilotàcolo audace al meretrofilo forbito,
ogni termine nuovo è un dono ben gradito.
Non più caffisti scambiati per baristi,
né sguardi perplessi tra vecchi linguisti:
qui la norma s’intreccia con l'arte e la storia,
restituendo al parlar la sua vera gloria.
Viva chi purifica la lingua d’Alighieri,
viva chi la custodisce per i lettori di domani e di ieri.
Sia vanto ed onore a quest'opera sovrana:
fiorisca per sempre la grazia italiana!
Un amatore della lingua
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