La superfetazione linguistica è una di quelle espressioni che sembrano nate per colpire l’orecchio prima ancora che la mente: lunga, sonora, quasi barocca. Eppure indica un fenomeno molto concreto, che attraversa la storia delle lingue e che spesso passa inosservato proprio perché si mimetizza nella naturale tendenza umana a ridire, aggiungere, rafforzare, lasciando affiorare quella eccedenza che accompagna da sempre il nostro modo di parlare.
In senso etimologico, superfetazione viene dal latino superfetatio, “concepimento successivo a uno già avvenuto”, cioè una gravidanza che si sovrappone a un’altra. Il prefisso super- indica sovrapposizione, abbondanza; fetus rimanda al “generare”. Trasportata nel dominio linguistico, l’immagine diventa sorprendentemente precisa: una parola o un’espressione che “genera” qualcosa di ulteriore, un’aggiunta che si posa su ciò che già c’è, come un secondo strato di significato che eccede il necessario.
Nella pratica, la superfetazione linguistica è l’aggiunta ridondante di elementi che ripetono un’informazione già contenuta altrove, una piccola proliferazione interna del discorso. Non è un termine tecnico canonico della linguistica: nei manuali si parla più spesso di pleonasmo, ridondanza, rafforzamento pleonastico, tautologia. Tuttavia, superfetazione linguistica è attestata in saggi e interventi di studiosi, soprattutto in ambito stilistico e retorico, dove la metafora biologica è apprezzata proprio perché restituisce l’idea di una lingua che non si limita a funzionare, ma trabocca.
Gli esempi quotidiani mostrano bene questa eccedenza. Quando diciamo scendere giù, salire su, rientrare dentro, uscire fuori, aggiungiamo un avverbio che ripete ciò che il verbo già contiene. In espressioni come a me personalmente, in prima persona io stesso, premessa iniziale, protagonista principale, la duplicazione semantica crea una sorta di eco interno (sic!), un raddoppiamento che amplifica il significato. A volte è un’abitudine innocua, altre volte diventa una scelta stilistica consapevole, un modo per dare corpo, ritmo, solennità al discorso.
Già i grammatici latini osservavano questa tendenza a “dire due volte”, e la retorica classica considerava il pleonasmo una figura da usare con misura, non un errore. La superfetazione linguistica può essere vista come una forma di pleonasmo “cresciuto”, un’aggiunta che non solo ripete, ma si sovrappone come un secondo livello, più vistoso, più generoso.
Ed è qui che la riflessione contemporanea trova il suo punto più interessante. Alcuni linguisti la citano per evidenziare che la lingua non obbedisce sempre al principio di economia, ma si comporta come un organismo incline all’abbondanza, capace di generare forme che duplicano o rafforzano significati già presenti. La lingua, insomma, non è un meccanismo che mira alla sottrazione: è un organismo vivo, eccedente, che prolifera e si amplifica.
Molte superfetazioni, col tempo, si cristallizzano e diventano espressioni perfettamente accettate, persino idiomatiche. Tornare indietro è ormai così comune che nessuno lo percepisce come ridondante, benché tornare implichi già il movimento verso il punto di partenza. La lingua, insomma, non solo tollera l’eccedenza: talvolta la accoglie, la normalizza, la fa sua.
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La parola che c’è, ma i vocabolari non vedono
C’è una parola che circola nei testi specialistici, negli articoli di psicologia, nelle ricerche sociologiche e anche in altre pubblicazioni, ma che i vocabolari dell’uso continuano a ignorare. È assuefamento. Una forma limpida, regolare, perfettamente italiana, e tuttavia assente dalle grandi opere lessicografiche, che registrano invece solo assuefazione. Questa assenza non è un errore: è il segno di un ritardo fisiologico dei dizionari rispetto alla lingua viva, che spesso crea forme nuove per colmare sfumature concettuali non “coperte” dai lemmi tradizionali.
Assuefazione è un termine costruito con il suffisso ‑ione, che in italiano indica il processo, l’azione o l’esito astratto di un processo. È il suffisso delle nominalizzazioni tecniche: percezione, alterazione, costruzione. Non stupisce che assuefazione sia il termine canonico della medicina e della psicologia: designa il processo fisiologico o psicologico mediante il quale un organismo si abitua a uno stimolo, soprattutto in riferimento a sostanze, farmaci, comportamenti ripetuti. È un nome astratto, istituzionale, che guarda al meccanismo interno.
"Assuefamento" invece, impiega il suffisso ‑mento, che in italiano indica l’effetto concreto, il risultato percepibile, talvolta l’atto stesso. È il suffisso di mutamento, movimento, ragionamento: parole che non descrivono un processo astratto, ma ciò che quel processo produce nel mondo dell’esperienza. Applicato a assuefare, genera un nome che non coincide con assuefazione: non è il meccanismo clinico dell’abituarsi, ma lo stato di attenuazione della risposta, la condizione in cui uno stimolo perde forza, intensità, risonanza.
In altre parole, e concludiamo queste noterelle, mentre assuefazione indica il processo di adattamento dell’organismo, assuefamento indica la perdita percepita di sensibilità verso uno stimolo ripetuto. L’una è la dinamica interna, l’altro è il suo esito fenomenologico. L’assuefazione è ciò che accade nel sistema; l’assuefamento è ciò che accade nella percezione. Per questo il termine, pur non accolto dai dizionari, è ampiamente attestato nella letteratura scientifica e umanistica: serve a nominare un fenomeno quotidiano e insieme profondo, quello per cui ciò che si ripete troppo smette di farsi sentire.
