sabato 3 ottobre 2026

Quando serve... serve e quando serve occorre

 I verbi "servire" e "occorrere" sembrano sinonimi, ma le loro storie e le loro sfumature raccontano molto di più

Alcuni li usano come sinonimi e, in effetti, in numerosi contesti lo sono davvero. Se diciamo che per preparare una torta 'serve' un chilo di farina oppure che 'occorre' un chilo di farina, il significato cambia ben poco, anzi non cambia affatto. Eppure 'servire' e 'occorrere' hanno alle spalle storie profondamente diverse e, ancora oggi, conservano sfumature che meritano di essere osservate da vicino.
Cominciamo dall'etimologia. Il verbo 'servire' discende dal latino 'servire', derivato da 'servus', cioè «schiavo» o «servo». Alla sua origine troviamo dunque l'idea del mettersi a disposizione di qualcuno, dell'essere utile, del compiere una funzione al servizio di una persona o di uno scopo.
'Occorrere' proviene invece da 'occurrere', formato da 'ob' («verso», «contro») e 'currere' («correre»). Il significato originario, dunque, era quello di «correre incontro», «andare verso qualcuno» o «farsi avanti». Da questa immagine dinamica si è sviluppato nel tempo il valore di ciò che si presenta, accade o si rende disponibile al momento opportuno.
Nell'italiano contemporaneo i due verbi si incontrano soprattutto nel campo della necessità. Possiamo infatti dire che ci serve un documento oppure che ci occorre un documento; che per completare una pratica serve una firma oppure che occorre una firma. In questi casi la differenza di significato è minima e riguarda soprattutto il registro espressivo. Le strade dei due verbi, però, si separano non appena usciamo da quest'area condivisa.
'Servire' è uno dei verbi più duttili e frequenti del lessico italiano. Può indicare l'utilità di qualcosa («a che cosa serve questo tasto?»), un'attività di assistenza («il cameriere serve ai tavoli»), un servizio reso a una collettività («servire la patria»), oppure l'atto di attendere un cliente («chi è il prossimo da servire?»). Il verbo compare persino nel linguaggio sportivo, dove un tennista serve la palla e può mettere a segno un ace con il servizio.
'Occorrere', invece, appartiene generalmente a un registro più formale, amministrativo o letterario. Inoltre conserva significati che 'servire' non ha. Possiamo dire, per esempio, che a qualcuno è «occorso un incidente» oppure «un imprevisto», nel senso di è «capitato» o è «accaduto». In altri casi può significare perfino «venire alla mente»: «m'è occorsa una riflessione». In tutti questi esempi la sostituzione con 'servire' risulterebbe impossibile.
Anche alcune parole derivate raccontano bene la particolarità di questo verbo. Dalla stessa famiglia provengono infatti 'occorrenza', che indica una circostanza o una necessità particolare, e 'occorrente', sostantivo che designa tutto ciò che è necessario per uno scopo determinato. Chi parte per una vacanza prepara l'occorrente per il viaggio; chi si accinge a una riparazione raccoglie l'occorrente per il lavoro da svolgere.
Esiste infine una sottile differenza che ogni parlante percepisce intuitivamente. Dire «mi serve un aiuto» comunica una necessità  immediata, concreta e diretta. Dire «mi occorre un aiuto» esprime sostanzialmente la stessa esigenza, ma con una sfumatura più misurata e formale.
Non è un caso che nel linguaggio burocratico e amministrativo si leggano spesso formule come «ove occorra» o «qualora occorra», mentre nella linguaggio quotidiano prevale quasi sempre il più semplice «se serve». È un piccolo indizio della diversa temperatura stilistica dei due verbi: più formale il primo, più familiare il secondo.
Ecco perché 'servire' e 'occorrere' non sono né completamente sinonimi né completamente diversi. Sono due lessemi che, provenendo da mondi lontani, si incontrano in un tratto del loro cammino semantico. In quel punto possono scambiarsi il posto senza problemi; appena oltre, però, ciascuno riprende la propria strada, continuando a raccontare una storia diversa della nostra meravigliosa e cantabile lingua.



venerdì 2 ottobre 2026

Ottobre prepara il pane e il vino

«O
ttobre è il mese che prepara il pane e il vino»: dietro questo antico proverbio contadino si nasconde una piccola lezione di lingua, di storia e di civiltà rurale.
A prima vista l'espressione può apparire curiosa. Chi prepara il pane? Non il fornaio? E il vino non si fa forse con l'uva raccolta durante la vendemmia? Eppure il proverbio coglie una verità più profonda. Ottobre è il mese della preparazione, non ancora quello del risultato finale. È il tempo in cui si gettano le basi di ciò che verrà in seguito.
Il pane e il vino, nella tradizione italiana ed europea, rappresentano infatti molto più di due semplici alimenti. Sono i simboli stessi del nutrimento, della sopravvivenza e dell'abbondanza. Dire che ottobre «prepara il pane e il vino» equivale dunque ad affermare che questo mese predispone le condizioni per il sostentamento dell'intero anno che verrà.
Sotto il profilo linguistico è interessante l'uso del verbo 'preparare'. Il proverbio non dice che ottobre produce il pane e il vino, né che li crea. Il verbo scelto richiama piuttosto un'azione preliminare, un lavoro paziente e spesso invisibile. È lo stesso concetto che ritroviamo in espressioni come «preparare il terreno», «preparare la strada», «preparare il raccolto». Il risultato non è ancora presente, ma comincia già a prendere forma.
Ottobre, d'altronde, è da sempre un mese di transizione. Il caldo estivo è ormai un ricordo, mentre il freddo invernale non si è ancora pienamente imposto. Nei campi si conclude un ciclo e se ne avvia un altro. L'uva vendemmiata diventa mosto e il mosto comincia lentamente il suo cammino verso il vino. Contemporaneamente si procede alle semine autunnali che, mesi dopo, daranno origine al grano destinato a diventare farina e quindi pane.
Non è casuale che il detto accosti proprio questi due elementi. Pane e vino costituiscono una coppia quasi inseparabile nella cultura italiana. Li ritroviamo nella tradizione religiosa e nella letteratura. Quando diciamo che qualcuno «guadagna il pane» intendiamo che si procura il necessario per vivere; quando parliamo del «buon vino» richiamiamo convivialità, festa e condivisione. Insieme rappresentano il lavoro umano che trasforma i frutti della terra in beni preziosi. 
Anche sotto il profilo stilistico il proverbio merita attenzione. La costruzione è semplice, quasi elementare, ma proprio per questo efficace. Il mese di ottobre viene personificato: non è più un semplice periodo del calendario, sibbene un soggetto che agisce e opera. È una figura retorica molto frequente nei proverbi contadini, dove le stagioni sembrano assumere caratteristiche umane e diventano protagoniste della vita dei campi.
Vi è inoltre una sottile lezione morale. La sapienza contadina sapeva bene che i raccolti non nascono all'improvviso. Ogni risultato richiede attesa, cura e lungimiranza. Il proverbio ricorda dunque che la prosperità di domani dipende dal lavoro di oggi. In questo senso il suo significato va ben oltre l'agricoltura e conserva ancora una sorprendente attualità.
Una curiosità finale: molti proverbi dedicati a ottobre insistono proprio sull'idea della preparazione. Si pensi a «d'ottobre il mosto è nel tino» oppure a «ottobre seminatore, novembre zappatore». In tutti questi casi il mese viene presentato come una fase intermedia, un laboratorio della natura nel quale maturano processi destinati a dare frutto in seguito.
Ecco perché l'antico detto conserva intatto il suo fascino. Ottobre non offre ancora il pane sulla tavola né il vino nel bicchiere, ma prepara entrambi. E forse sta proprio qui la sua lezione più preziosa: le cose migliori cominciano spesso quando ancora non si vedono.

giovedì 1 ottobre 2026

Mantenere o conservare?

 Conservare non è sempre mantenere

Nella lingua comune i verbi 'conservare' e 'mantenere' vengono spesso adoperati come sinonimi. In molti contesti, in effetti, la differenza sembra minima: si può conservare una tradizione e si può mantenere una tradizione; si può conservare la calma e si può mantenere la calma. A uno sguardo più attento, tuttavia, i due verbi non coincidono sempre e presentano sfumature semantiche ben precise.

'Conservare' significa anzitutto «custodire», «preservare», «tenere al riparo da alterazioni, danni o perdite». L'idea fondamentale è quella della protezione di qualcosa che già esiste. Si conservano i documenti in archivio, le conserve in dispensa, i monumenti storici, i ricordi nella memoria. Il verbo richiama dunque un'azione rivolta alla salvaguardia.
'Mantenere', invece, significa principalmente «far durare», «tenere in essere», «sostenere una determinata condizione». L'accento non cade tanto sulla custodia quanto sulla continuità. Si mantiene una promessa, si mantiene un rapporto di amicizia, si mantiene l'equilibrio, si mantiene viva una tradizione. L'idea centrale è quella della permanenza ottenuta mediante un'azione attiva e continua. Per questa ragione non sempre i due verbi sono intercambiabili.
Prendiamo l'espressione «mantenere una promessa». Qui 'conservare' sarebbe improprio. Una promessa non si custodisce in un cassetto: la si onora, la si tiene fedele nel tempo, la si realizza. Analogamente si dice «mantenere la parola data», non «conservare la parola data».
Al contrario, quando si parla di «conservare un reperto archeologico», il verbo 'mantenere' suona poco naturale. Un reperto va protetto dal degrado, non semplicemente tenuto in esistenza.
Vi sono poi casi nei quali entrambi i verbi sono possibili, ma con sfumature differenti. Chi «conserva la calma» evita di perderla; chi «mantiene la calma» riesce a prolungarne lo stato nonostante le difficoltà. La differenza è sottile, ma reale.
Interessante è anche l'etimo. 'Conservare' deriva dal latino 'conservare', composto di 'cum' e 'servare' («custodire, salvare»). 'Mantenere' risale invece al latino tardo 'manutenere', formato da 'manus' («mano») e 'tenere' («tenere»): letteralmente, «tenere con la mano», quindi sostenere, sorreggere, far durare.
La distinzione emerge chiaramente in alcune espressioni cristallizzate della lingua. Si conservano gli alimenti, i beni culturali, gli atti notarili; si mantengono gli impegni, le relazioni, l'ordine pubblico. Nessuno direbbe normalmente di «mantenere le acciughe sott'olio» o di «conservare una promessa elettorale».
Una curiosità conferma la differenza. Nel linguaggio del restauro e della tutela del patrimonio storico-artistico si parla abitualmente di 'conservazione' delle opere. Un dipinto, una statua o un affresco vengono conservati perché siano preservati dal deterioramento. La manutenzione, invece, è l'insieme degli interventi che ne mantengono nel tempo le condizioni ottimali. Conservare e mantenere, dunque, collaborano, ma non coincidono.
Anche le rispettive etimologie sembrano raccontare questa diversa vocazione. Da una parte il custodire e il salvaguardare; dall'altra il sorreggere e il tenere saldo. Due immagini che, a distanza di secoli, continuano a riflettersi nei significati moderni dei due verbi.
Come molto spesso accade, la lingua non impone confini invalicabili. Esistono zone di sovrapposizione nelle quali i due verbi possono alternarsi senza particolari conseguenze. Tuttavia conoscere la sfumatura che li distingue consente di scegliere, alla bisogna, il termine più appropriato e più preciso.
Insomma, e concludiamo queste noterelle, si conserva ciò che si vuole preservare da una perdita o da un'alterazione; si mantiene ciò che si vuole far durare nel tempo. Due verbi vicini, dunque, ma non sempre gemelli. E, come accade ai gemelli, basta osservarli con un po' di attenzione per scoprire che non sono affatto identici.

«Chi conserva, trova.»

«Conserva il soldo nella borsa e il bisogno starà fuori della porta.»

«Chi ben conserva, poco compra.»

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«Mantenere la parola vale più che darla.»

«È più facile promettere che mantenere.»

«Chi sa mantenere un amico, possiede un tesoro.»

mercoledì 30 settembre 2026

“Voi amaste”: passato remoto o congiuntivo imperfetto?

 

La lingua italiana, il nostro meraviglioso idioma, custodisce numerose curiosità grammaticali che passano quasi inosservate agli orecchi dei parlanti. Una delle più singolari riguarda la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo, che coincidono perfettamente nella forma.

Prendiamo il verbo 'amare'. «Voi amaste quell'autore durante la vostra giovinezza». Qui 'amaste' è un passato remoto. «Credevo che voi amaste quell'autore». In questa seconda frase, invece, 'amaste' è un imperfetto congiuntivo. La forma verbale è identica, ma il valore grammaticale è completamente diverso.

Lo stesso fenomeno si verifica con tutti gli altri verbi: «Voi credeste alla sua parola.»; «Pensavo che voi credeste alla sua parola.»; «Voi partiste all'alba», «Temevo che voi partiste all'alba.» «Voi finiste il lavoro.», «Dubitavo che voi finiste il lavoro».

Come si spiega questa coincidenza? Anzitutto va detto che non si tratta di una svista della lingua né di un'anomalia recente. La coincidenza è antica e perfettamente legittima.

Le forme del passato remoto e quelle dell'imperfetto congiuntivo hanno infatti origini storiche differenti nel latino. Basti pensare che il perfetto indicativo latino presentava forme come 'amavistis', mentre il congiuntivo imperfetto aveva forme come 'amaretis'. Le due serie erano dunque nettamente distinte. Nel passaggio dal latino all'italiano, tuttavia, il sistema verbale subì profonde trasformazioni fonetiche e morfologiche. Il risultato finale fu che la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo assunsero la medesima forma.

Così abbiamo: «voi amaste», «voi credeste», «voi finiste» sia come passato remoto sia come imperfetto congiuntivo.

La cosa sorprendente è che questa identità formale non genera praticamente mai equivoci. Il motivo è semplice: il contesto sintattico chiarisce immediatamente il valore della forma verbale.

Se leggiamo: «Voi amaste quel poeta», riconosciamo una proposizione indipendente e interpretiamo naturalmente il verbo come passato remoto. Se leggiamo: «Credevo che voi amaste quel poeta», la presenza della reggente e della congiunzione 'che' ci conduce senza esitazione all'imperfetto congiuntivo. In altre parole, dove la morfologia potrebbe lasciare qualche dubbio, interviene la sintassi a dissiparlo.

C'è poi un'altra considerazione interessante. La seconda persona plurale è meno frequente di un tempo, soprattutto nel congiuntivo imperfetto. Oggi, infatti, si preferisce rivolgersi agli interlocutori con il 'lei' anziché con il 'voi'. Di conseguenza, forme come «che voi amaste», «che voi credeste» o «che voi partiste» compaiono molto meno spesso nella lingua quotidiana rispetto al passato.

Forse anche per questa ragione la curiosa coincidenza tra passato remoto e imperfetto congiuntivo è nota soprattutto agli insegnanti, ai grammatici e agli appassionati di lingua.

Eppure si tratta di un piccolo capolavoro dell'italiano: due modi verbali diversi, due tempi diversi e due funzioni diverse che, almeno in una persona grammaticale, indossano esattamente lo stesso abito. Ancora una volta la nostra lingua dimostra che la chiarezza non dipende soltanto dalle singole parole, ma anche dalla struttura della frase che le accoglie.

Una curiosità, per finire, merita di essere ricordata. Molti parlanti si accorgono immediatamente della coincidenza tra «amaste» passato remoto e «amaste» imperfetto congiuntivo, ma pochi notano che l'eventuale ambiguità resta puramente teorica. Nella lingua reale, infatti, il contesto basta quasi sempre a distinguere i due valori senza il minimo sforzo. È uno di quei casi in cui la grammatica sembra creare un problema che l'uso della lingua risolve spontaneamente.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 29 settembre 2026

Non impicciarti!

 Sette secoli di storia di un verbo passato dall'ostacolare all'ingerirsi negli affari altrui

 


«N
on impicciarti degli affari altrui!». Chi non ha mai sentito questa raccomandazione? Oggi il verbo 'impicciarsi' significa ingerirsi, occuparsi di questioni che non ci riguardano. Eppure non è sempre stato così. Nei testi antichi, infatti, 'impicciare' aveva un significato assai diverso: voleva dire «ostacolare», «intralciare», «rendere difficile». Si tratta di uno di quei casi in cui la storia di una parola assomiglia a un piccolo romanzo linguistico, fatto di trasformazioni lente ma perfettamente logiche.

Le attestazioni più antiche confermano senza equivoci il significato originario. Nell''Acerba' di Cecco d'Ascoli, composta intorno al 1327, leggiamo: «Lo cor di gran temer subito impiccia». Qui il verbo significa chiaramente «blocca», «ostacola», «paralizza».

Pochi decenni più tardi, nella 'Cronaca' di Buccio di Ranallo, troviamo una «briga impicciata», vale a dire ostacolata, intralciata nel suo svolgimento. Ma da dove nasce questo verbo?

Gli studiosi lo ricollegano al sostantivo 'impiccio', parola che ancora oggi usiamo per indicare una difficoltà, una seccatura, un intralcio. L'etimologia ultima non è del tutto pacifica, ma vi è largo accordo nel ricondurre la famiglia lessicale all'idea dell'impedimento, dell'intreccio, dell'impiglio che ostacola il movimento o il regolare corso delle cose. Il Treccani, infatti, lo riconduce al francese antico. empeechier, dal latino tardo impedicare «prendere al laccio»

Non è casuale, comunque, la vicinanza semantica con parole quali 'impaccio', 'ingarbuglio', 'intralcio', 'impedimento'. Tutte richiamano qualcosa che si mette in mezzo e rende più difficile procedere.

In origine, dunque, 'impicciare' significava «creare un impiccio», «frapporre un ostacolo», «intralciare». Fin qui il percorso è lineare. La vera curiosità consiste nel capire come si sia arrivati al significato moderno. La chiave si trova nella forma riflessiva, o meglio pronominale, 'impicciarsi'.

Oggi diciamo: «Non mi impiccio dei fatti degli altri». Ma in un primo tempo il verbo non significava semplicemente «occuparsi». Significava piuttosto «entrare in una faccenda», «lasciarsi coinvolgere», «invischiarsi in una situazione». L'immagine è quasi materiale. Chi si impiccia finisce dentro un impiccio. Si ritrova avvolto in una questione come chi resta impigliato in una rete o in un groviglio di corde.

L'evoluzione semantica può essere ricostruita così 'impiccio' → ostacolo, intralcio; 'impicciare' → ostacolare, rendere difficile; 'impicciarsi' → entrare in una situazione intricata; 'impicciarsi di qualcosa' → occuparsene; 'impicciarsi degli affari altrui' → ingerirsi, ficcare il naso.

Il passaggio da «ostacolare» a «occuparsi» non è quindi diretto. Tra i due significati esiste un anello intermedio essenziale: il coinvolgimento. Prima ci si trova dentro una faccenda; poi si finisce con l’occuparsene; infine, nel caso peggiore, con  l'ingerirsene senza averne titolo.

Una testimonianza preziosa di questa fase intermedia compare nel 'Fiore di virtù', opera composta tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento: «Chi non ha in sé onestà, d'alcuna altra virtù non si dee impicciare». Qui il significato è già molto vicino a quello moderno: «non deve occuparsene», «non deve ingerirsi».

Ma la storia non finisce qui. Ancora oggi il verbo conserva le tracce delle sue antiche origini. Se diciamo che una sedia lasciata in mezzo a una stanza «impiccia il passaggio», stiamo usando il significato più antico: ostacola, intralcia.

Se invece diciamo «non impicciarti», utilizziamo il significato moderno: non ingerirti, non occuparti di ciò che non ti riguarda. È come se nella stessa parola convivessero due epoche diverse della lingua italiana.

Anche il sostantivo 'impiccione' racconta una storia analoga. L' impiccione non è semplicemente una persona curiosa. È qualcuno che si introduce in questioni che non lo riguardano, che si mette in mezzo, che entra negli affari altrui senza essere invitato. Ancora una volta ritroviamo l'idea dell'intrusione e del coinvolgimento indesiderato.

C'è poi una piccola ironia linguistica che merita di essere sottolineata. Chi si impiccia troppo delle faccende degli altri finisce spesso col creare impicci. Il significato moderno e quello antico, apparentemente lontanissimi, dopo secoli tornano così a incontrarsi.

Ed è forse questa la curiosità più affascinante. Molte parole cambiano significato nel corso del tempo; poche, però, conservano nella lingua quotidiana le tracce visibili del cammino percorso. 'Impicciare' appartiene a questa ristretta categoria. Nato come verbo dell'ostacolo e dell'intralcio, è diventato il verbo dell'ingerenza e della curiosità indiscreta, senza dimenticare del tutto le proprie origini.

La prossima volta che sentiremo dire «non impicciarti», potremo quindi sorridere pensando che, sette secoli fa, l'invito sarebbe stato quasi lo stesso: non metterti in mezzo, non creare ostacoli, non complicare le cose. La lingua cambia, ma talvolta resta sorprendentemente fedele a sé stessa.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


lunedì 28 settembre 2026

Palio e pallio: parole simili ma lontane


 
Fra le numerose coppie di parole che l'italiano custodisce, poche sono insidiose quanto palio e pallio. A distinguerle è una sola consonante, ma il loro significato e il loro uso sono completamente diversi. Eppure la confusione è frequente: capita di leggere Pallio di Siena invece di Palio di Siena o, viceversa, di vedere eliminata una delle due L quando si parla del celebre paramento ecclesiastico.

Cominciamo con il termine più noto. Il palio è il drappo assegnato come premio al vincitore di determinate gare tradizionali e, per estensione, la gara stessa. Quando sentiamo pronunciare la parola, il pensiero corre immediatamente a Siena, ma i pali si svolgono in molte località italiane (da Ferrara ad Asti, fino a Fermo e Grosseto).

Una curiosità che sorprende molti è questa: oggi il termine richiama subito la corsa, ma in origine indicava unicamente il premio. In altre parole, il vero palio era il drappo di stoffa pregiata offerto al vincitore. Solo in seguito il nome del premio passò a designare la competizione stessa. La tradizione senese conserva ancora una traccia viva di quest'origine: il premio assegnato alla contrada vincitrice è infatti uno stendardo dipinto che i senesi chiamano familiarmente cencio. Per questo si può affermare che, nel Palio di Siena, il palio continua a essere, prima di tutto, il premio.

Dalla competizione agonistica deriva anche l'uso figurato ormai diffusissimo nel linguaggio comune: si parla di mettere in palio un bene o un titolo, o di contendersi il palio per indicare la lotta per il primo posto.

Il pallio, con due L, appartiene invece al linguaggio ecclesiastico. Si tratta di una fascia di lana bianca ornata di sei croci di seta nera, indossata dal papa e concessa agli arcivescovi metropoliti come segno della loro particolare comunione con la Sede apostolica.

Anche il pallio custodisce una tradizione molto antica. La lana utilizzata per confezionarlo proviene da agnelli benedetti ogni anno nella ricorrenza di sant'Agnese. Il simbolismo è evidente: richiama la figura del Buon Pastore e la pecorella smarrita portata sulle spalle, immagini profondamente radicate nella tradizione cristiana. In ambito storico-antico, inoltre, il pallium era il tipico mantello d'origine greca indossato nell'antica Roma, contrapposto alla toga romana, da cui la celebre commedia palliata.

Sotto il profilo strettamente etimologico, le due parole rappresentano due rami della stessa radice: derivano entrambe dal latino pallium ("mantello", "drappo di stoffa"). Palio è la forma popolare e volgare che si è evoluta nel significato profano di premio di gara; pallio è invece la forma colta, rimasta fedele alla grafia latina per designare il paramento liturgico.

Sul versante pratico, distinguerle nell'uso moderno è semplice: se si parla di cavalli, contrade, competizioni storiche, feste popolari o premi posti in palio, la forma corretta è palio. Se invece il contesto riguarda il papa, gli arcivescovi, la liturgia cattolica o l'abbigliamento dell'antichità classica, la grafia corretta è pallio.

Un'ultima annotazione riguarda i rispettivi plurali, spesso fonte di incertezza: il plurale di palio è pali (o palii, nella forma più colta), mentre il plurale di pallio è palli (o pallii).

Una sola consonante separa dunque due parole che oggi richiamano realtà lontanissime: da una parte il frastuono delle piazze, il galoppo dei cavalli e l'entusiasmo della festa; dall'altra la solennità delle cerimonie religiose e il simbolismo della tradizione cattolica. Un prezioso invito alla precisione linguistica per ricordare che, come spesso accade, basta una sola lettera per cambiare completamente il significato di una parola.

 

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Un genitore che perde un figlio (o una figlia) è un “atèfano” o un “defiliato”? Sono due proposte neologiche, ma la prima - secondo chi scrive - non è trasparente.












domenica 27 settembre 2026

Quando gli avverbi si mettono in giacca e cravatta


 Che cosa hanno in comune parole come perché, oggi, domani, prima, dopo, bene, dentro e fuori? A prima vista sembrerebbe ben poco, anzi nulla. Eppure tutte, in determinate circostanze, possono compiere una piccola magia grammaticale: smettere di fare gli avverbi e trasformarsi in sostantivi.

Molti avranno sentito parlare della sostantivazione degli aggettivi. Nessuno si stupisce dinanzi a espressioni come «il bello», «il brutto», «il giusto» o «il vero». Meno noto è il fatto che anche gli avverbi possano subire la stessa trasformazione.

L'esempio più "celebre" è probabilmente perché. Nella frase «Non capisco perché te ne sei andato» il termine conserva il suo normale valore avverbiale. In «Non capisco il perché della tua decisione», invece, è diventato un sostantivo a tutti gli effetti. Ha addirittura l'articolo e può essere accompagnato da un complemento di specificazione: «il perché della tua decisione».

Lo stesso fenomeno si osserva in espressioni come «l'oggi», «il domani», «il prima», «il dopo». Quando diciamo «pensiamo al domani» oppure «non dimentichiamo il passato ma viviamo l'oggi» non stiamo più usando semplici avverbi; stiamo nominando concetti, quasi fossero oggetti del pensiero.

La prova è semplice. Un avverbio normalmente serve a determinare il significato di un verbo, di un aggettivo o di un altro avverbio. Un sostantivo, invece, designa una realtà, concreta o astratta. Nel momento in cui diciamo «il come», «il quando» o «il perché», non descriviamo più una circostanza dell'azione: trasformiamo quella circostanza in una cosa di cui si può parlare.

È un procedimento antico e perfettamente legittimo. Non si tratta di una licenza poetica né di una stravaganza moderna. Le grammatiche lo registrano da tempo come uno dei normali passaggi da una categoria grammaticale a un'altra, una sorta di "metaplasmo funzionale".

Talvolta la sostantivazione è così consolidata che non ce ne accorgiamo neppure. Chi pensa, infatti, che domani e oggi siano originariamente avverbi quando legge frasi come «il domani dell'umanità» o «l'oggi politico»? Eppure è proprio così.

La letteratura, poi, si diverte a sfruttare queste possibilità. Si incontrano il qui e l' altrove, il dentro e il fuori, il sempre e il mai. Parole nate per accompagnare altre parole finiscono col camminare da sole.

Forse è proprio questo l'aspetto più affascinante della lingua: le categorie grammaticali non sono compartimenti stagni. Un avverbio può indossare i panni di un sostantivo, un aggettivo può diventare un nome, persino un verbo può trasformarsi in sostantivo. La grammatica non è un museo di forme immobili, ma un organismo vivo che sa reinventare continuamente i propri strumenti.

Il perché di tutto ciò? È semplice: la lingua ama la libertà molto più di quanto credano coloro che la immaginano rinchiusa nei recinti delle definizioni scolastiche.

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Chi non semina in autunno non miete in estate


F
ra i molti proverbi che la civiltà contadina ci ha trasmesso, questo è uno dei più semplici e, nello stesso tempo, uno dei più profondi. «Chi non semina in autunno non miete in estate» racchiude infatti un'intera filosofia di vita in poche parole: non si può raccogliere ciò che non si è prima seminato.

L'immagine nasce da una realtà agricola ben precisa. Per secoli il grano è stato seminato nei mesi autunnali, approfittando dell'umidità del terreno e delle piogge stagionali. Dopo la semina iniziava il lungo periodo dell'attesa: l'inverno, con il suo freddo e la sua apparente immobilità, durante il quale il seme, invisibile agli occhi, compiva il proprio lavoro sotto terra. Soltanto con l'arrivo dell'estate il contadino poteva finalmente mietere il frutto della propria fatica.

Il proverbio fotografa dunque una verità elementare della natura: tra il momento della semina e quello del raccolto esiste sempre un intervallo necessario. Nulla nasce dal nulla e nulla matura all'istante.

Come spesso accade nei detti popolari, però, il significato letterale è soltanto il punto di partenza. Ben presto la semina è diventata il simbolo di ogni iniziativa umana. Seminare significa studiare, prepararsi, esercitarsi, imparare, costruire pazientemente le basi di un progetto. Mietere significa invece ottenere il risultato, raggiungere un obiettivo, godere dei frutti dell'impegno profuso.

È interessante osservare che il proverbio non dice semplicemente «chi non semina non miete», ma specifica le stagioni. L'autunno e l'estate non sono scelti a caso. L'autunno richiama il tempo della preparazione discreta, del lavoro lontano dai riflettori; l'estate rappresenta invece il momento della pienezza, dell'abbondanza e della ricompensa.

La saggezza contadina sembra volerci ricordare che esiste un tempo giusto per ogni cosa. Chi pretende risultati immediati senza aver costruito nulla in precedenza assomiglia al contadino che, arrivato alla stagione del raccolto, scopre di avere i granai vuoti perché ha trascurato il tempo della semina.

In un'epoca dominata dalla fretta e dalla ricerca della gratificazione istantanea, questo antico proverbio conserva intatta la propria attualità. Ci insegna che il successo, la conoscenza, le relazioni durature e perfino la serenità personale richiedono pazienza e perseveranza. Prima viene il seme, poi il raccolto; prima l'impegno, poi il risultato.

Non è soltanto una lezione agricola, ma una lezione di vita. Perché, ieri come oggi, chi non semina in autunno difficilmente potrà mietere in estate.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Vannacci spoglia con l’AI la forzista Siracusano, tutti contro l’ex generale

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Correttamente: contro il generale (senza “ex").

L’uso corretto di “ex” (Lo SciacquaLingua dell’8 settembre scorso)

“Poliziotti fra i dirigenti del partito dell’ex generale”, quell’ex, nel titolo di un giornale, sembra voler togliere al generale il suo grado, come se fosse un’etichetta rimovibile. È un riflesso giornalistico molto diffuso, ma la lingua – e ancor più la prassi istituzionale – ci ricorda che i gradi militari non si “spengono” con il congedo. Un generale in pensione resta generale; un colonnello resta colonnello; un ammiraglio resta ammiraglio. Il grado è permanente, identitario, non dipende dall’esercizio attivo della funzione. Per questo ex generale è improprio, anzi errato: non si può essere “ex” di un grado che non decade. Lo stesso per i titoli accademici, un professore giubilato resta professore, non “ex professore”.

Il punto è che ex è una particella comoda, rapida, perfetta per i titoli di giornale. Ma la comodità non sempre coincide con la precisione, ma soprattutto con la buona lingua. Dire ex generale suggerisce l’idea che il grado sia cessato, mentre la realtà è che quel generale è semplicemente “fuori servizio”. La forma corretta è generale in congedo, generale a riposo, generale in ausiliaria: tutte espressioni che indicano lo stato amministrativo senza negare il grado. La differenza è sottile ma decisiva: ex scancella (sic!); in congedo precisa.

Diverso è il caso di ambasciatore, prefetto, questore e simili. Qui non siamo nel territorio dei gradi, ma delle funzioni. E le funzioni, a differenza dei gradi, cessano davvero. Un ambasciatore può diventare ex ambasciatore; un prefetto può diventare ex prefetto; un questore può diventare ex questore. Non perché si perda una dignità permanente, ma perché si conclude un incarico. Sono ruoli operativi, non titoli identitari. Per questo l’uso di ex è corretto, benché giornalisticamente asciutto.

La regola, dunque, è semplice: ex si usa per le funzioni che terminano; non si usa per i gradi che restano. La lingua amministrativa è chiarissima: generale in congedo, colonnello a riposo, ammiraglio in ausiliaria. Nessun documento ufficiale parlerebbe di ex generale, perché sarebbe una negazione del grado. E allo stesso modo nessun documento ufficiale parlerebbe di ex colonnello o ex ammiraglio. Il grado è un attributo permanente della persona, come un titolo accademico o un’onorificenza.



sabato 26 settembre 2026

La premura che corre e quella che accudisce


 
Se diciamo che qualcuno si è comportato con grande premura, tutti pensano a una persona attenta, gentile e sollecita. Se invece diciamo che abbiamo premura di partire, il significato cambia all'improvviso: non si parla più di gentilezza, ma di fretta. Come può lo stesso termine indicare, da un lato, la cura affettuosa e, dall'altro, l'urgenza di fare presto? La risposta si trova nella storia del vocabolo.

'Premura' appartiene alla famiglia di 'premere', voce che discende dal latino 'premĕre', cioè «premere», «schiacciare», «spingere», «incalzare». All'origine, dunque, la premura non aveva nulla di tenero o affettuoso. Era una pressione, un'urgenza, una forza che spingeva all'azione. Chi aveva premura era «premuto» dalle circostanze e sentiva il bisogno di affrettarsi.

Non stupisce, perciò, che il significato più antico sia proprio quello di «fretta», «urgenza», «necessità di non indugiare». Ancora oggi diciamo «non c'è premura», «ho una certa premura di concludere», «se non hai premura, fermati ancora un momento». In tutti questi casi la parola potrebbe essere sostituita da 'fretta' senza alterare sostanzialmente il senso della frase.

La lingua, tuttavia, ama le trasformazioni sottili. Molte parole nate nel mondo delle azioni concrete finiscono con lo spostarsi nel territorio dei sentimenti e degli atteggiamenti interiori. È accaduto anche a 'premura'. Chi si preoccupa sinceramente per una persona avverte infatti una sorta di urgenza morale: desidera intervenire, aiutare, assistere, non trascurare nulla. Da questa disposizione nasce la sollecitudine. E dalla sollecitudine nasce la premura nel significato oggi più comune di «cura attenta e affettuosa».

Si potrebbe dire che il passaggio semantico è avvenuto attraverso una domanda implicita: che cosa succede quando l'urgenza non riguarda più un fatto da sbrigare, ma una persona di cui ci importa? La risposta è semplice: l'urgenza diventa attenzione. La fretta si trasforma in riguardo. La pressione si muta in cura.

La vicenda è particolarmente interessante perché conserva ancora oggi entrambe le anime della parola. Non sempre accade. Molti vocaboli, nel corso dei secoli, abbandonano completamente i significati precedenti; 'premura', invece, è riuscita a conservare sia il valore antico sia quello più moderno. È una sorta di fossile linguistico a due facce.

Anche l'aggettivo 'premuroso' racconta la medesima storia. Quando definiamo qualcuno premuroso non pensiamo certo a un individuo frettoloso. Pensiamo piuttosto a una persona che si prende cura degli altri. Eppure, nascosta sotto la superficie, sopravvive l'idea originaria di una spinta interiore: il premuroso è colui che non rimane passivo, che sente il bisogno di fare qualcosa per il bene altrui.

Vale la pena osservare che la famiglia di 'premere' è vastissima e popolata di parenti spesso insospettabili. Ne fanno parte parole come 'pressione', 'pressante', 'oppressione', 'repressione', 'esprimere', 'comprimere', 'sopprimere'. In tutti questi lessemi, benché i significati siano molto diversi, continua a vivere l'antica idea del «premere». È affascinante notare che la stessa radice che ha prodotto termini severi come 'oppressione' o 'repressione' abbia dato vita anche a una parola gentile come 'premura'.

Una curiosità letteraria riguarda proprio l'uso tradizionale del termine. Nella prosa dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento non era raro incontrare espressioni come «aver premura», «non aver premura», «essere in premura», nelle quali il senso di fretta era molto più vivo e immediato di quanto non sia oggi. Il lettore moderno tende istintivamente a interpretare la parola nel senso di «sollecitudine», mentre gli autori di quel periodo spesso intendevano semplicemente «urgenza». È uno di quei piccoli slittamenti semantici che possono trarre in inganno chi legge testi di altre epoche.

Un'altra osservazione degna di nota è che, nella percezione comune, la fretta e la cura sembrano quasi termini opposti. La fretta richiama superficialità, disattenzione, errori; la cura richiama precisione e riguardo. Eppure la storia di 'premura' dimostra che le cose non sono così semplici. Esiste infatti una fretta positiva: quella del medico che accorre presso il malato, del genitore che corre in aiuto del figlio, dell'amico che si rende subito disponibile. In questi casi la rapidità non nasce dall'impazienza, ma dall'attenzione verso l'altro. Non si ha fretta di fare, di agire; si ha fretta di aiutare.

Forse è proprio questo il segreto custodito dalla parola. Nella sua storia millenaria la 'premura' ci ricorda che la cura autentica non è mai indifferente, non rimanda, non aspetta il momento più comodo. È una forma di sollecitudine che conserva ancora l'energia dell'antica urgenza da cui è nata. In fondo, chi agisce con vera premura non è altro che una persona che ha fretta di fare del bene altrui.

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 «A San Michele, la rondine va via dal tetto»


C
i avviciniamo al giorno di San Michele (29 settembre) e, come recita un antico proverbio, «la rondine va via dal tetto». È uno di quei detti popolari che sembrano semplici osservazioni della natura e che invece custodiscono un piccolo tesoro linguistico e culturale.

Nei tempi andati la data di San Michele Arcangelo segnava tradizionalmente una soglia: l'estate era ormai agli sgoccioli, i lavori agricoli entravano in una nuova fase e gli uccelli migratori cominciavano a lasciare i nostri cieli. La rondine, da secoli simbolo della bella stagione, divenne così una delle figure più ricorrenti della sapienza popolare. Sotto il profilo linguistico il detto merita attenzione per almeno due aspetti.
Il primo riguarda il valore simbolico della rondine nella fraseologia italiana. Da sempre questo uccello è associato al ritorno della primavera e del bel tempo. Non a caso diciamo ancora oggi «una rondine non fa primavera», proverbio attestato fin dall'antichità e derivato da un celebre detto attribuito ad Aristotele. Se una sola rondine non basta a proclamare l'arrivo della primavera, il suo allontanamento dai tetti annuncia invece che la stagione favorevole sta terminando.
Il secondo elemento interessante è il tetto. Perché proprio il tetto? Perché le rondini hanno vissuto per secoli in strettissima convivenza con l'uomo. Nidificavano sotto le gronde, nelle stalle, nei fienili e nelle case di campagna. Per il contadino la loro presenza era quotidiana e immediatamente visibile. Quando sparivano dai tetti e dai cortili non occorrevano calendari: era la natura stessa a comunicare loro il mutamento della stagione.
Sotto questo profilo il proverbio appartiene a quella straordinaria categoria di espressioni che potremmo chiamare calendari linguistici. Prima della diffusione degli almanacchi e delle previsioni meteorologiche, il mondo rurale affidava al linguaggio la conservazione di conoscenze pratiche tramandate di generazione in generazione. I proverbi non erano semplici curiosità folcloristiche: erano strumenti di orientamento temporale.
Anche la figura di San Michele non è casuale. Molte feste religiose coincidevano con momenti cruciali dell'anno agricolo e finivano col diventare punti di riferimento cronologici. Ancora oggi sopravvivono numerose formule popolari costruite attorno ai santi del calendario. In questi casi il santo non è solo una figura religiosa: diventa un indicatore stagionale.
L'espressione «la rondine va via dal tetto» va dunque letta come una piccola metafora del tempo che passa. La rondine rappresenta l'estate; il tetto rappresenta la casa, la familiarità, la presenza quotidiana. Quando l'uccello se ne va, non è soltanto lui a partire: con lui se ne va una stagione intera.
E forse sta proprio qui il segreto della longevità del proverbio. Dietro l'apparente semplicità si nasconde una verità universale: ogni arrivo contiene già una partenza e ogni primavera porta in sé il proprio autunno. Le rondini tornano, è vero, ma prima devono andarsene. E il popolo, con la consueta saggezza, lo aveva riassunto in una frase breve, concreta e poetica: «A San Michele, la rondine va via dal tetto».





venerdì 25 settembre 2026

«Premurante»: una proposta italiana per sostituire 'caregiver'

 

Negli ultimi anni l'anglicismo caregiver* si è diffuso sempre più nella lingua italiana. Si legge nei giornali, nei documenti amministrativi, nei testi legislativi e nel linguaggio delle associazioni che si occupano di assistenza. Nonostante la sua ampia diffusione resta, però, una parola poco trasparente per molti parlanti, specialmente per chi non ha familiarità con l'inglese.

Quando un forestierismo prende piede in un settore così importante della vita sociale, è legittimo chiedersi se l'italiano non disponga degli strumenti necessari per esprimere lo stesso concetto con parole proprie. Nel caso di 'caregiver' sono state avanzate diverse proposte: assistente familiare, accuditore, accudente, prestatore di cura e altre ancora. Nessuna, tuttavia, sembra essersi imposta nell'uso. Una soluzione potrebbe essere 'premurante'.

Si tratta del participio presente del verbo 'premurare', oggi usato soprattutto nella forma riflessiva 'premurarsi', cioè «avere cura», «darsi pensiero», «adoperarsi con sollecitudine per qualcuno o qualcosa».

Premurante ha inoltre un pregio semantico non trascurabile. Chi assiste un familiare non autosufficiente, una persona disabile o un malato cronico non si limita infatti a svolgere compiti pratici. Non si limita ad assistere, ad accudire o a sorvegliare. Prima di tutto si premura del benessere altrui. È proprio questa sfumatura di attenzione costante, di cura partecipe e di dedizione quotidiana che il verbo 'premurare' riesce a esprimere con particolare efficacia.

Premurante consentirebbe dunque di designare in modo semplice e immediato la persona che si fa stabilmente carico di un soggetto fragile.

Si potrebbero formulare frasi come: «I premuranti familiari chiedono maggior sostegno economico», «Occorre riconoscere il ruolo sociale dei premuranti», oppure «Maria è la premurante del padre anziano».

A differenza di altre proposte, il termine non insiste sull'aspetto tecnico o materiale dell'assistenza. Non richiama una prestazione, bensì un atteggiamento. Mette al centro la relazione umana che costituisce la vera essenza di ciò che oggi viene indicato con l'inglese 'caregiver'.

Più che coniare una parola nuova, si tratterebbe dunque di valorizzare una forma già insita nelle possibilità dell'italiano e di attribuirle una funzione specifica in un ambito nel quale domina un forestierismo. La lingua, del resto, ha spesso le risorse necessarie per esprimere concetti che si è abituati a designare con parole straniere.

Premurante ha il vantaggio di essere immediatamente comprensibile e di richiamare con naturalezza l'idea di una persona che si prende cura di un'altra con attenzione, dedizione e affetto.

Forse, per indicare chi oggi chiamiamo 'caregiver', non occorre guardare all'inglese. Potrebbe bastare riscoprire un verbo italiano poco frequentato e recuperare una parola che da quel verbo discende naturalmente: 'premurante'.

Premurante, inoltre, si può considerare un neologismo semantico (una parola già esistente che acquisisce un nuovo significato e una nuova funzione): da participio/aggettivo (riferito a una persona sollecita, attenta, piena di riguardo o premura) a sostantivo (familiare che si fa carico dell’assistenza continuativa e della cura di un congiunto non autosufficiente). Come è avvenuto per “badante”.

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* Stupisce il constatare che il vocabolario Treccani lo registri tra i neologismi italiani. Stupisce anche nel vederlo attestato nel GDLI (Grande dizionario della lingua italiana).

















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


 


giovedì 24 settembre 2026

Discutere: quando le idee si scuotono

 


Quando diciamo che due persone discutono, il pensiero corre spesso a un battibecco, a uno scontro verbale o, nei casi peggiori, a una lite. Eppure l'etimologia della parola discutere racconta una storia molto diversa, quasi sorprendente. Prima di diventare un confronto di opinioni, infatti, la discussione fu un vero e proprio... scuotimento.

Il verbo deriva dal latino discutĕre, formato dal prefisso dis- e da quatĕre, «scuotere». Il significato originario era quello di separare scuotendo, disperdere, mettere in fuga, sparpagliare. Un vento poteva discutere le nuvole; un urto poteva discutere una massa compatta; un'azione energica poteva discutere ciò che appariva unito e indistinto. Ma come si passa dallo scuotimento materiale a quello delle idee?

Il percorso è più naturale di quanto sembri. Quando affrontiamo un problema, un argomento o una questione controversa, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che accade quando si scuote un setaccio: separiamo gli elementi, distinguiamo ciò che è fondato da ciò che non lo è, dividiamo gli argomenti validi da quelli deboli. La discussione, nella sua essenza, è uno scuotimento intellettuale.

Non a caso il latino discutĕre assunse presto anche il significato figurato di «esaminare», «vagliare», «indagare». Da qui nasce direttamente il nostro discutere.

L'immagine etimologica è particolarmente bella perché restituisce alla parola una sfumatura che oggi tendiamo a dimenticare. Discutere non significa necessariamente contrapporsi. Significa anzitutto esaminare. In una vera discussione le idee non dovrebbero scontrarsi come arieti, ma essere scosse come rami: ciò che è secco cade, ciò che è vivo resta attaccato.

La radice quatĕre ha lasciato tracce anche in altre parole italiane. In percuotere ritroviamo l'idea del colpire con forza; in vari termini dotti della lingua giuridica e amministrativa sopravvive il concetto di «scuotere fuori» o «trarre fuori» qualcosa che era nascosto o trattenuto. È una famiglia lessicale in cui il movimento, l'urto e la separazione sono elementi costanti.

Curiosamente, l'evoluzione semantica di discutere ha compiuto un percorso opposto rispetto alla percezione comune moderna. L'etimologia conduce verso l'analisi razionale, mentre l'uso quotidiano conduce spesso verso il litigio. Quando qualcuno afferma: «Abbiamo discusso», non sempre si capisce se abbia sostenuto un confronto civile o una furibonda altercazione.

La lingua, tuttavia, conserva la memoria delle sue origini. E l'etimologia ci ricorda che una discussione ben fatta non è una guerra di parole. È un'operazione più raffinata: uno scuotimento delle idee per separare il vero dal falso, il ragionevole dall'inconsistente, l'argomento solido da quello fragile.

Forse, allora, dovremmo recuperare il significato più antico del verbo. Discutere non per dividerci, ma per distinguere. Non per sopraffare l'interlocutore, ma per scuotere insieme le nostre convinzioni e vedere quali resistono alla prova.

In fondo, e concludiamo, già i Romani lo sapevano: prima di essere una disputa, una discussione è uno scuotimento. E talvolta una buona scossa alle idee fa molto meno danni di una certezza mai messa in discussione.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Secondo le forze israeliane, nel film sulla guerra a Gaza diretto da diretto da Yuval Abraham …

Arabia Saudita: chiuso oleadotto East-West dopo attacchi

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Non dimentichiamo le bevande gassate. Soprattutto quelle zuccherorate.

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… la modifica che elimina qualsiasi soglia di voti ai fini della controbuzione al premio di maggioranza.


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I ribelli yemeniti sono entrati in possesso anche  equipaggiamenti militari …

In un momento di grande incertezze sul conflitto in Medio Oriente …


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… ritengo essere sostanzialmente una tassazione flat tax al sugli aumenti contrattuali dell'anno scorso...


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… richieste di sostegno … per respingere l'avanzata del lungo la costa yemenita …


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… condanna, in particolare, gli attacchi di ieri con missili e  droni … che ha provocato 1 feriti lievi e danni …


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L'attivista svedese Greta Thunberg insieme al gruppo Humanti Project hanno criticato la superstar britannica …


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… entrambe le descrizioni erano corrette rispetto al momento in cui i due persone hanno preso parte al test.


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Lo riferiscono del governo yemenita citate dai media panarabi.


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La sentenza arriva dai circoletti e dalle sette tv che forse non l’ha mai davvero sopportato.


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Fiamme e fumo nero sono state visti vicini all'aeroporto …

Yemen: "LItalia non è in guerra".


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Anche cinque anni fa il risultato fu pressoché analogo, ussia Unita si aggiudicò 324 dei 550 seggi della Duma


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… la presidente del consiglio … scatena le solitoe reazioni acrobatiche di difesa dell'islamizzazione … l'esponente del Pd rigetta il divieto di velo integrale as scuola … neanche un aparola sulle zone in Italia in cui i veli integrali si vedono eccome.


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… l'aviazione saudita ha bombardato la città di Al-Makhā … causando e il ferimento di 14 civili, tra cui donne e bambini.


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… fonti governative hanno parlato di 36 militari uccisi tra le loro fila.


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Diversi Paesi arabi stanno facendo lavorando per facilitare un incontro …












(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)