giovedì 12 febbraio 2026

Cominciare o incominciare: davvero sono la stessa cosa?

 Un viaggio tra etimologia, uso e stile per capire perché convivono due forme così simili


Nella lingua italiana esistono coppie di verbi che sembrano duplicazioni inutili, ma a ben vedere raccontano la storia dell’evoluzione dell’uso, del gusto e della sensibilità linguistica. “Cominciare” e “incominciare” sono un esempio perfetto: due forme totalmente corrette, identiche nel significato, ma non equivalenti nel modo in cui vengono percepite e adoperate.

L’italiano odierno privilegia nettamente la forma cominciare, considerata la più naturale, la più neutra e la più comune in ogni contesto comunicativo. Incominciare, pur essendo altrettanto legittima, ha un sapore diverso: più letterario, più lento, più evocativo. Per capire perché convivano due forme così simili, è necessario ripercorrere la loro storia.

Entrambi i sintagmi derivano dal latino cominitiare, formato da co- (“insieme”) e initiare (“iniziare”). Nel passaggio all’italiano, la lingua ha oscillato tra due forme: una più diretta, cominciare, e una con l’aggiunta del prefisso in-, che ha dato origine a incominciare. Quest’ultima forma non aggiunge un vero valore semantico, ma ha avuto per secoli una sua vitalità, soprattutto nella lingua letteraria. Non a caso è frequente trovarla nei testi dell’Ottocento e del primo Novecento, dove contribuisce a un ritmo più disteso e a un tono più narrativo. Un dettaglio curioso riguarda Alessandro Manzoni: nella prima edizione dei Promessi sposi (1827) compaiono più spesso forme come incominciare, perfettamente in linea con l’uso ottocentesco. Nella revisione del 1840, però, Manzoni tende a semplificare la lingua e a uniformarla al fiorentino vivo, riducendo anche queste varianti. È un piccolo esempio di come la storia dell’italiano sia fatta anche di scelte minute, ma significative.

Oggi, però, l’uso ha preso una direzione chiara. Cominciare è la forma comune, quella che si trova nei giornali, nei manuali, nei dialoghi quotidiani. È immediata, asciutta, priva di sfumature aggiuntive. Incominciare, invece, sopravvive come scelta stilistica: può suggerire un’azione che prende avvio lentamente, come un pianta, oppure può essere adoperata per imprimere un colore più letterario alla frase. Non si tratta di una regola, ma di una percezione diffusa tra i parlanti, che spesso associano incominciare a un registro più ricercato o a un ritmo più morbido. La questione delle due forme ha appassionato anche i grammatici dell’Ottocento: alcuni sostenevano che incominciare fosse più “nobile” perché più vicino al latino, altri lo consideravano un inutile appesantimento. La disputa non portò a una conclusione definitiva, ma testimonia quanto la sensibilità linguistica dell’epoca fosse attenta anche a sfumature che oggi percepiamo appena.

Sotto il profilo grammaticale le due forme sono perfettamente intercambiabili: stessi ausiliari, stessi costrutti, stessa reggenza. La differenza è tutta nell’uso. Chi scrive un testo informativo o vuole mantenere uno stile neutro sceglierà quasi sempre cominciare. Chi invece desidera un effetto più espressivo, o vuole richiamare un tono narrativo, può optare per incominciare senza timore di sbagliare.

Insomma, non c’è una forma giusta e una sbagliata: c’è una forma più comune e una più marcata. La lingua, come sempre "generosa", offre soluzioni; sta a chi scrive o parla scegliere quella che meglio risponde al proprio intento comunicativo.

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Alcuni proverbi con le due forme:

Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Comincia da te se vuoi cambiare il mondo.

Chi comincia e non finisce, perde tempo e danari.

A cominciare si fa presto, a finire si fa tardi.

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Incomincia chi vuole, finisce chi può.

Incominciare è facile, perseverare è arte.

Non incominciare ciò che non puoi portare a termine.




mercoledì 11 febbraio 2026

Quando 'ri-' non significa “di nuovo”

 Il caso di “rifiutare” e la storia sorprendente di un prefisso più complesso di quanto sembri

Il prefisso ri- è uno di quei piccoli elementi linguistici che diamo per scontati, convinti di conoscerne perfettamente il funzionamento. A scuola ci insegnano che serve a indicare una ripetizione: rifare è “fare di nuovo”, rivedere è “vedere un’altra volta”. Eppure, come spesso accade nella storia delle parole, la realtà è più sfaccettata. Dietro quel ri- apparentemente innocuo si nasconde un ventaglio di valori semantici molto più ricco, che spiega perché alcuni verbi non significano affatto ciò che sembrerebbero suggerire. È il caso di rifiutare, che non ha nulla (a) che vedere con il “fiutare di nuovo”, ma ci permette di osservare da vicino il modo in cui l’italiano si è formato, trasformato e talvolta “ingannato” da sé stesso.

Il prefisso ri- deriva dal latino re-, un elemento che già nella lingua antica possedeva una sorprendente varietà di funzioni. Certo, la più evidente è quella iterativa: re- indica che un’azione si ripete, e questa sfumatura è rimasta intatta in italiano. Ma accanto a questa convivono altri valori altrettanto importanti. C’è un valore intensivo, che rafforza il significato del verbo: ripulire non è semplicemente “pulire di nuovo”, ma “pulire a fondo”, con maggiore accuratezza. C’è poi un valore di movimento all’indietro o di opposizione, che esprime un ritorno allo stato precedente o un gesto contro qualcosa: lo ritroviamo in verbi come reagire o respingere. Infine, esiste un valore di compimento o accrescimento, che indica un’azione portata a termine in modo definitivo. Insomma, ri- non è un semplice segnale di ripetizione, ma un prefisso polisemico, capace di modellarsi sul contesto e sulla storia delle parole.

Questa complessità diventa evidente quando si analizza il verbo rifiutare. A un primo esame sembrerebbe composto da ri- e fiutare, e dunque dovrebbe significare “fiutare di nuovo”. Ma questa interpretazione è solo un’illusione moderna. L’etimologia autentica ci riporta al latino refutare, un verbo che nulla aveva (a) che vedere con l’olfatto. Qui re- non indica una ripetizione, bensì un movimento “all’indietro” o “contro”, mentre la radice -futare appartiene a un ceppo arcaico che ritroviamo anche in confutare e che significava “battere”, “respingere”, “versare”. Il gesto originario del refutare era dunque quello di respingere con forza, di ributtare indietro qualcosa o qualcuno. Il significato moderno di “non accettare”, “declinare un’offerta” e simili è perfettamente coerente con questa immagine antica.

Ma allora perché oggi diciamo rifiutare con la i? Qui scende in campo un fenomeno linguistico affascinante: l’attrazione analogica. Nel passaggio dal latino al volgare (l’italiano), il termine si è avvicinato foneticamente a fiutare, che era già presente nella lingua e più familiare all’orecchio dei parlanti. Questo avvicinamento ha modificato la forma del verbo, ma non il suo significato, che è rimasto fedele all’idea di respingere. È un esempio perfetto di come le lingue evolvano non solo per logica interna, ma anche per somiglianze percepite, per associazioni spontanee, per “scivolamenti semantici” che rendono alcune forme più naturali di altre.

Rifiutare non è però un caso isolato. Esistono altri sintagmi verbali che, pur cominciando con il prefisso ri-, non hanno niente (a) che vedere con la ripetizione. Vediamone alcuni. Rimirare, per esempio, non significa “guardare due volte”, ma osservare con attenzione, con ammirazione: qui il prefisso ha valore intensivo. Risaltare non è “saltare di nuovo”, ma emergere con evidenza rispetto al contesto. Rimanere deriva dal latino re-manere, dove re- indica lo stare “indietro”, il fermarsi, non certo un “manere” ripetuto. Rinunciare, infine, viene da re-nuntiare, cioè “annunciare contro”, comunicare un rifiuto: un’altra conferma del valore oppositivo del prefisso.

 Questi casi ci ricordano che la lingua non è un sistema rigido, ma un organismo vivo, plasmato da secoli di usi, fraintendimenti, adattamenti, prestiti e contaminazioni. Il prefisso ri- è un piccolo laboratorio di storia linguistica: un “luogo” in cui si incontrano il latino e l’italiano, la logica e l’analogia, la forma e il significato. E rifiutare, con la sua ingannevole somiglianza a fiutare, è la “prova provata” che le parole non vanno mai prese alla lettera: spesso raccontano molto più di ciò che mostrano in superficie. 

Chiudiamo con un neologismo venutoci alla mente scrivendo e rileggendo queste noterelle: rileggista. Non è la persona che “ri-legge”, cioè legge di nuovo, legge un’altra volta, ma colui che legge con estrema acribìa.

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Far la civetta al lume


“F
ar la civetta al lume” è uno di quegli idiomatismi che sembrano usciti da un baule rinascimentale: polverosi all’apparenza, ma sorprendentemente nitidi quando li si osserva da vicino. L’immagine è semplice e teatrale: la civetta, animale associato da secoli alla seduzione e all’ammiccamento, si avvicina alla luce per farsi vedere, per attirare sguardi. Nel Cinquecento questa espressione veniva usata per indicare chi si metteva in mostra con intenzione, chi cercava attenzione più che sostanza, chi costruiva la propria presenza per essere notato. Non c’era necessariamente un giudizio severo, ma una punta di ironia sì: chi “faceva la civetta al lume” non si limitava a essere visibile, voleva esserlo, e modellava il proprio comportamento come una piccola scena di seduzione.

Ciò che rende l’espressione così affascinante ancora oggi è la sua sorprendente attualità. La civetta che si avvicina al lume è diventata la persona che si mette davanti alla fotocamera, che cura la propria immagine digitale, che vive di esposizione continua. Il lume non è più la fiamma di una candela, ma la luce dello schermo, la vetrina delle piattaforme digitali. In un’epoca in cui la visibilità è spesso un fine in sé, questo antico modo di dire sembra descrivere con precisione chirurgica un comportamento diffusissimo: la ricerca di attenzione, la costruzione di un’immagine, la volontà di essere guardati.

Recuperare questo idiomatismo significa restituire al linguaggio una sfumatura che abbiamo perso: un modo elegante e vivace per raccontare un fenomeno contemporaneo con un’immagine antica, quasi teatrale. È il fascino delle locuzioni dimenticate: parlano di noi con parole che non usiamo più, ma che si capiscono ancora benissimo.

Tra candele e schermi, del resto, l’arte di farsi notare non è mai andata davvero fuori moda.  





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(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)









martedì 10 febbraio 2026

Sgroi – 221 - Per un “Relativismo Linguistico Laico”, razionale

 



di Salvatore Claudio Sgroi




1. La lezione di Rita Librandi


Nel tema del mese del 4 febbraio Storia del tempo, storia della lingua e grammatica emotiva, Rita Librandi, vicepresidente dell’Accademia della Crusca, ci offre una lucida lezione sui rischi del “presentismo” (un anglicismo dello storico francese François Hartog 2003), l’essere cioè immersi nella realtà contemporanea a scapito della storia, con la conseguenza di “un’indebita proiezione sul passato della sensibilità contemporanea […] per sostenere o contrastare visioni dei nostri giorni”. La storia diventando così, con una “acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato”, uno “strumento di conferma di ciò che pensiamo, viviamo e crediamo nell’attualità”.

Sul piano linguistico ciò può determinare – continua la Librandi -- “difficoltà ad accettare la coesistenza di tratti aspirando a norme univoche” o a ritenere “accettabile qualsiasi innovazione”. Ne può conseguire cioè la “passiva accoglienza di forme e costruzioni linguistiche frequentemente sentite” col “ rifiuto dogmatico di ciò che si ritiene erroneo solo perché estraneo alle abitudini o al gusto personale”.

Il cambiamento linguistico – prosegue la storica della lingua -- va sorvegliato” e “non va inteso come degrado” in quanto conduce […] a due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto”.

Il purismo moraleggiante induce – conclude la studiosa -- “ a ritenere che si parli e si scriva sempre peggio a causa di un non meglio definito degrado sociale”. Il “relativismo assoluto” accetta invece aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici”


2. Un relativismo non “assoluto”, ma razionale, i.e. “laico”


Condividiamo in toto quanto sopra con la Librandi, e in particolare il rilievo contro “il purismo moraleggiante”.

Quanto al “relativismo”, difendiamo invece un relativismo non “assoluto” ma “razionale”, “laico”. Ovvero con Ferdinand de Saussure 1891 “il ne faut rien dire; tout ce qu’on dit a sa raison d’être”; o ancora: “la matière de la linguistique est constituée d’abord par toutes les manifestations du langage humain, qu’il s’agisse des peuples sauvages ou des nations civilisées, des époques archaïques, classiques ou de décadence, en tenant compte, dans chaque période, non seulement du langage correct et du ‘beau langage’, mais de toutes les formes d’expression (F. de Saussure 1916). E ancor prima con J. Baudouin de Courtenay 1870: “Tutto ciò che esiste è razionale, naturale e legittimo: ecco il motto di tutte le scienze”. E poi con L. Bloomfield 1942: “Remember always that a language is what the speakers do and not what someone thinks they ought to do”.

Di ogni “innovazione” a mio giudizio occorre (i) in primo luogo individuare la “regola” che lo ha generato, e poi (ii) giudicare normativamente la correttezza o l’erroneità di tale uso, sulla base di criteri espliciti.


3. Una esemplificazione doc: il periodo ipotetico col doppio condizionale


Per limitarci a un solo esempio, il periodo ipotetico col doppio condizionale (modo potenziale), es. se potrei lo farei, si spiega (i) col fatto che la potenzialità, indicata dal condizionale della principale (apodosi farei), è ribadita nella secondaria (protasi) con valore ipotetico data la presenza del connettivo ipotetico se (se potrei), seguito dal condizionale anziché dal congiuntivo, modo indicante soltanto che si tratta di una dipendente. Ovvero sotto il profilo semantico, il valore ipotetico e potenziale di un enunciato come Se potrei lo farei è ribadito ben tre volte (protasi con se ipotetico + condiz. potenziale dipendente + apodosi (princip.) al condiz. potenziale), là dove l’enunciato giudicato (normativamente) “corretto” Se potessi lo farei sarebbe stato semanticamente più debole, il valore ipotetico e potenziale indicato com'era solo in due luoghi (protasi con se ipotetico + cong. dipendente asemantico + apodosi al condiz. potenziale).

(ii) Normativamente il periodo ipotetico col doppio condizionale va – senz’alcun dubbio – giudicato errato in quanto tipico dell’italiano popolare.

Storicamente si ricorderanno gli esempi, inconsci o meno (occasionalismi o lapsus) , di scrittori dell’800 quali G. Verga 1856-57, 1860, 1879, e del ’900 come T. Landolfi 1950, L. Sciascia 1969, oltre che di scriventi in italiano popolare tra cui studenti e docenti (cfr. Sgroi 2018, Saggi di grammatica ‘laica’, Edizioni dell’Orso, pp. 80-81):

(A) (i) G. Verga 1856-1857: “Se non l’avrei conseguita [la vendetta] io sarei morta di disperazione” (Amore e Patria), .

(ii) G. Verga 1860: “Se l’avreste veduta, zio, non ne sareste sorpreso” (I Carbonari della montagna).

(iii) G. Verga 1879: “se avresti [= avessi] sacrificato qualche volta la verità dell’analisi all’effetto drammatico, avresti forse avuto più largo consenso di pubblico grosso” (lettera a L. Capuana).

(iv) T. Landolfi 1950: “e nulla risolverebbe, se prenderei ad amare con tanto maggior amore il terzo stato, l’impossibilissimo” (Cancroregina).

(v) L. Sciascia 1969: “e se voi, ritenendo che le sue parole sono state irriguardose verso il viceré, vorreste [= voleste] associare alla mia la sua sorte, credo che ne sarebbe felice” (in bocca a un vescovo) (Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.).

(B) parlanti popolari siciliani: (i) “– Io avrei da collocarti come fattorino in una Banca; poi potresti passare ad usciere e andare su su, se sapresti [= se ci sapessi] fare”(Capuana [1909] 1912, Gli Americani di Rabato).

(ii) “– Mi dice(:) – Se in questo momento vedresti a Mussolini e avresti la pistola in mano cosa gli faresti? – Lo sparirei [‘gli sparerei’], mi dice” (Garufi 1990, autobiografia in italiano popolare).

(C) it. parlato regional-popolare (di Bologna): (i) “se me l’avrebbe detto, l’avrei fatto”; (ii) “se scriverebbe, gli risponderei”; (iii) “se avrebbe buona volontà, riuscirei a scuola”.

(D) italiano scolastico: ess. (i-ii-iv) di alunni e (iii) di docenti:

(i) del 1962 “Sapeva che se avrebbe continuato gli avrebbero chiesto il posto dove lo aveva nascosto”,

(ii) del 1985 “Se Mario conoscerebbe la musica suonerebbe volentieri”,

(iii) del 1985 “Per te, se si sarebbe una mono-classe cambieresti scuola oppure no?”.

(iv) “Io sono sicuro che se farei il boia riuscirei bene” (M. D’Orta 1990, a cura di, Io speriamo che me la cavo. Sessanta temi di bambini napoletani).


Fuori dell’italiano (Sgroi 2018, pp. 84-91) si ricorderà anche che il periodo ipotetico col doppio condizionale è il più diffuso nelle lingue del mondo (p. 77); è “normale” in rumeno; “popolare” nel francese europeo (Francia, Belgio, Svizzera), ma “élégant” in Touraine (pp. 84-85); tale uso è normativamente accettabile come variante nel francese dell’America del Nord, sistematico in Luisiana, mentre a Ottawa è informale (cfr. Sgroi rec. La grande grammaire du français, a c. di A. Abeillé e D. Godard in collab. con A. Delaveau e A. Gautier, Actes Sud / Imprimerie Nationale Editions 2021, 2 voll. in “La Lingua Italiana” XX, 2024, pp. 203-208).

Ancora: “popolare” è tale costrutto nello spagnolo europeo e americano; “raro” in occitano antico e “canonico” nell’occitano moderno/provenzale.


Sommario

1. La lezione di Rita Librandi

2. Un relativismo non “assoluto”, ma razionale, i.e. “laico”

3. Una esemplificazione doc: il periodo ipotetico col doppio condizionale






lunedì 9 febbraio 2026

Quando la lingua ci mette al centro

 I verbi antropocentrici e ciò che raccontano di noi


Nella nostra lingua ci sono parole, verbi in particolare, che rivelano molto più di quanto sembri. Alcuni sintagmi verbali mostrano con grande chiarezza un tratto fondamentale dell’italiano: esistono verbi che possono riferirsi esclusivamente a un soggetto umano, perché presuppongono capacità cognitive, intenzionalità o pratiche sociali che appartengono, per l’appunto, solo all’uomo. Quando li incontriamo, la lingua stessa ci ricorda che non tutte le azioni sono universalmente “attribuibili”.

Questi verbi, chiamati antropocentrici, descrivono, infatti, processi mentali complessi che, nella nostra struttura linguistica, non possono essere assegnati a oggetti o animali. “Meditare”, per esempio, implica introspezione e riflessione; un sasso o un computiere (sic!) non possono farlo se non in senso figurato. “Abituarsi” richiede una coscienza capace di adattarsi, mentre “pentirsi” presuppone un giudizio morale sul proprio passato. Perfino “laurearsi”, che potrebbe sembrare un’azione neutra, è in realtà legato a un sistema istituzionale tipicamente umano: università, percorsi di studio, titoli riconosciuti.

Accanto ai processi interiori, esiste poi un’intera serie di verbi che vivono solo all’interno delle relazioni e delle convenzioni sociali. “Sposarsi” o “divorziare” appartengono a un universo giuridico e culturale che nessun animale conosce, se non quando li adoperiamo in modo ironico o metaforico. “Ereditare”, “votare”, “assumere”, “licenziare”: tutti verbi che si reggono su norme condivise, ruoli sociali, istituzioni. Se proviamo a riferirli a un oggetto o a un animale, il risultato è immediatamente figurato.

Anche nel campo della comunicazione, la lingua italiana distingue nettamente tra ciò che gli animali possono fare e ciò che resta prerogativa dell’uomo. Molte specie comunicano, certo, ma “conversare” implica uno scambio verbale articolato, regolato da turni di parola e intenzioni consapevoli. “Bestemmiare” o “imprecare” appartengono a un universo culturale e religioso; “mentire” richiede la volontà deliberata di distorcere la verità, un atto cognitivo che si attribuisce solo a chi possiede piena coscienza delle proprie parole.

Eppure, nonostante questa apparente rigidità, la lingua resta un organismo elastico, capace di piegarsi al gioco della metafora e della personificazione. È proprio in questi slittamenti poetici che i verbi antropocentrici trovano nuova linfa. Quando diciamo, per esempio, che “il cielo sembra pentirsi del temporale”, non stiamo attribuendo davvero un senso morale alle nuvole: stiamo usando un verbo “umano” per colorare un’immagine, per rendere più vivida una scena. La lingua, in questi casi, non tradisce la sua logica, ma la arricchisce, permettendoci di vedere il mondo con sfumature più intense.

I verbi antropocentrici, dunque, non sono soltanto una curiosità grammaticale: sono una finestra sul nostro modo di pensare. Raccontano la centralità dell’essere umano nella nostra visione del mondo, ma anche la nostra capacità di giocare con le parole, di estendere i confini del significato, di trasformare la realtà attraverso la metafora. In fondo, è proprio in questa oscillazione tra rigore e immaginazione che la nostra stupenda e “invidiabile” lingua rivela la sua natura più autentica.

***

"Fare il viso dell'armi"


L’
espressione “fare il viso dell’armi” appartiene al patrimonio linguistico dell’italiano antico, ma conserva ancora oggi una sorprendente vitalità concettuale. È un idiomatismo che, pur nato secoli fa, continua a raccontare con efficacia un atteggiamento umano universale: la scelta di irrigidirsi, di mostrarsi pronti allo scontro, di assumere un’aria che scoraggia l’interlocutore. In un mondo medievale in cui il linguaggio era intriso di immagini militari, evocare il “viso dell’armi” significava richiamare la severità e la minaccia che precedono un conflitto, reale o simbolico.

Nella sua accezione originaria l’espressione designava l’atto di assumere un volto duro, quasi corazzato, come quello di un guerriero che si prepara alla battaglia. Non si trattava necessariamente di un preludio alla violenza fisica: spesso bastava un atteggiamento, un modo di porsi, per far capire (all’ “avversario”) che non si era disposti a cedere terreno. In questo senso, la locuzione medievale anticipa atteggiamenti molto moderni: oggi diremmo che qualcuno “mostra i denti” o “mostra il muso”, modi più quotidiani per descrivere la stessa postura difensiva o minacciosa.

“Fare il viso dell’armi” è, dunque, un piccolo frammento di storia linguistica che ci ricorda quanto le metafore belliche abbiano attraversato i secoli, trasformandosi ma senza perdere la loro forza evocativa. E, soprattutto, ci dice come il linguaggio sappia conservare, sotto forme diverse, gli stessi gesti emotivi che accompagnano, da che mondo è mondo, le relazioni umane.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 8 febbraio 2026

“Paleolallisti” allo scoperto

 L’arte di sfoggiare parole vetuste per sembrare più colti di quanto si sia


N
el vasto panorama dei tic linguistici contemporanei, ce n’è uno che affascina e irrita allo stesso tempo: l’ostinazione con cui alcune persone si aggrappano a un passato linguistico idealizzato, trasformando ogni conversazione in un piccolo teatro di citazioni vetuste e latinismi sfoggiati come medaglie. È un fenomeno curioso, perché non nasce da un reale amore per la storia della lingua, né da un genuino desiderio di precisione espressiva. Piuttosto, è un modo di esibire cultura come si esibisce un soprammobile antico: senza conoscerne davvero il valore, ma confidando che faccia scena. È qui che entra in gioco una parola nuova, ironica e sorprendentemente utile: paleolallista, termine costruito sul greco palaiós (“antico”) e lalléin (“chiacchierare”).

Il paleolallista è, letteralmente, “colui che chiacchiera antico”. Non un semplice parlatore prolisso né un vanveriere che spara parole a caso, e nemmeno un parlottista che riempie l’aria senza dire nulla. Il paleolallista è un’altra creatura: un feticista del passato linguistico, un collezionista di espressioni arcaiche che inserisce nei discorsi come si infilano perle in una collana, spesso senza sapere davvero da dove provengano o se siano adatte al contesto. La sua missione non è comunicare, ma impressionare. Non mira alla chiarezza, ma all’effetto. E così, mentre parla, la lingua smette di essere uno strumento vivo e diventa un museo ambulante. Questo personaggio si incontra sui “social”, ma soprattutto nei salotti televisivi. Per certi versi il paleolallista è stretto parente dello sciolo

Il suffisso -ista non è casuale: suggerisce un atteggiamento quasi professionale, una dedizione maniacale alla causa dell’antico a tutti i costi. Il paleolallista non cita Dante o Manzoni perché la situazione lo richiede, ma perché entrambi sono un “lasciapassare culturale”, un sigillo di autorevolezza che spera di trasferire su di sé. È il tipo di persona che, per descrivere un progetto scritto a due mani (e qui è necessario aprire una parentesi: un'opera scritta da due persone è un testo redatto "a due mani", non, erroneamente, "a quattro mani"), preferisce richiamare formule duecentesche invece di affidarsi alla semplice onestà intellettuale. E quando gli si fa notare l’eccesso, spesso non comprende: per lui, l’antico è sinonimo di prestigioso, e il prestigio è più importante della precisione.

Questa figura, pur caricaturale, dice molto sul nostro rapporto con la lingua. Da un lato, rivela il fascino che il passato esercita ancora su di noi; dall’altro, mette in luce il rischio di trasformare la cultura in un travestimento, invece che in un percorso di comprensione. Il paleolallista non è un amante della storia linguistica, ma un suo consumatore distratto. Eppure, proprio per questo, è un personaggio utile: ci ricorda che le parole non sono reliquie da esibire, ma strumenti da usare con consapevolezza. E che la vera cultura non sta nelle citazioni a ogni piè sospinto, ma nel sapere quando sciorinarle, e, soprattutto, quando evitarle.

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Dunque, sì: puoi cominciare così! La verità su una regola che non è mai esistita

Perché per anni ci hanno detto di evitarlo, e cosa afferma davvero la grammatica 


N
ella storia dell’insegnamento della nostra lingua circolano/circolavano molte norme che non appartengono alla grammatica, ma alla tradizione scolastica. Sono regole nate come consigli di stile, poi irrigidite fino a sembrare prescrizioni assolute. Una delle più note è il presunto divieto di cominciare una frase con dunque. Una “legge” che, a ben vedere, non è mai esistita.

L’italiano non pone alcuna restrizione sull’uso di dunque in posizione iniziale. Sotto il profilo tecnico, dunque è un avverbio connettivo che introduce una conclusione logica o un passaggio argomentativo. In linguistica testuale si parla di “marcatore discorsivo”: un elemento che organizza il discorso, segnala un rapporto logico e guida il lettore. E i marcatori discorsivi, per loro natura, possono trovarsi all’inizio, al centro o alla fine di una frase, senza alcuna violazione grammaticale.

Esempi perfettamente corretti sono:
Dunque, possiamo procedere con l’analisi.
Dunque si comprende meglio il problema.
Dunque: quali alternative restano?

Da dove nasce allora questa regola fantasma? Non da grammatiche normative, né da trattati linguistici. La sua origine è più prosaica: alcuni insegnanti del Novecento, nel tentativo di migliorare lo stile degli studenti, scoraggiavano l’uso ripetuto di connettivi come dunque, quindi, ma o però all’inizio della frase. Era un suggerimento stilistico, non una norma. Ma, come spesso accade, il consiglio si è trasformato in divieto, e il divieto in “regola” tramandata senza verificarne il fondamento.

La linguistica moderna, al contrario, riconosce pienamente la legittimità di dunque in apertura di frase. L’importante non è evitarlo, ma usarlo con consapevolezza: serve a introdurre una deduzione, a chiarire un passaggio logico, a guidare il lettore nel ragionamento. Se svolge bene questa funzione, è nel posto giusto.

Le regole fantasma sopravvivono perché sono semplici, rassicuranti e facili da ricordare. Ma la lingua reale è più ricca e più flessibile. E, in questo caso, è anche molto chiara: dunque può aprire una frase senza alcun problema.




sabato 7 febbraio 2026

Quando le parole si fondono: il segreto dei prefissi (e prefissoidi) che non vedi ma usi ogni giorno

 Perché scriviamo “prevedere” e non “pre-vedere”? Un viaggio chiaro e sorprendente dentro i meccanismi nascosti che modellano l’italiano

Nella lingua italiana, la formazione delle parole non è soltanto un esercizio di creatività, ma un sistema preciso che permette di ampliare il lessico in modo ordinato ed efficiente. Tra i meccanismi più produttivi troviamo l’uso di prefissi e prefissoidi, elementi che si collocano davanti a una base per modificarne il significato o per creare parole nuove. Sono strumenti così comuni da passare spesso inosservati, eppure fondamentali per capire perché scriviamo prevedere e non pre-vedere, autostrada e non auto-strada. Comprenderne la natura aiuta anche a orientarsi nei casi dubbi, che non mancano mai quando si parla di ortografia.

Il prefisso è un morfema, cioè un’unità minima di significato che non può funzionare come parola autonoma. Non ha vita propria: non può comparire da solo in una frase, perché non è un elemento lessicale indipendente. Non possiamo usarlo come useremmo una parola (“ho visto un ri”, “questo pre è interessante”), semplicemente perché non ha un significato autonomo fuori della parola che contribuisce a formare. Prefissi come ri-, pre-, in-, anti-, sovra- acquistano senso solo quando si fondono con una base, formando un’unica (nuova) parola. La loro funzione è modificare il significato della parola di partenza, aggiungendo sfumature temporali (prevedere), iterative (rifare), oppositive (antipatico), privative (inattivo), o di intensificazione (sovraccarico). Proprio perché non sono parole autonome, quando si uniscono alla base non richiedono alcun trattino: la nuova parola è un’unità compatta, sia graficamente sia semanticamente.

I prefissoidi, invece, hanno una storia più articolata. Molti provengono dal greco o dal latino e in origine erano parole autonome: auto- significava “da sé”, bio- “vita”, tele- “lontano”, psico- “anima/mente”. Nel tempo, però, queste forme hanno perso la loro autonomia e si sono specializzate come elementi compositivi. Non sono più parole piene, ma non sono nemmeno prefissi in senso stretto: per questo si chiamano “prefissoidi” (-oide), cioè “simili ai prefissi”. Pur conservando un significato riconoscibile, funzionano come i prefissi e si legano direttamente alla base senza bisogno di trattino, formando parole come autostrada, biografia, telecamera, psicologia, idrofobo, microcosmo, geopolitica. La loro natura ibrida spiega il nome: non sono prefissi tradizionali, ma ne imitano il comportamento.

Il motivo per cui prefissi e prefissoidi si scrivono attaccati alla parola è dunque strutturale: non si tratta dell’unione di due parole indipendenti, ma della combinazione di un elemento non autonomo con una base lessicale. Il trattino, in italiano, serve a separare due parole piene o a evitare ambiguità grafiche e fonetiche; non è necessario quando si crea un’unica unità morfologica. Per questo scriviamo autobus e non auto-bus, prevedibile e non pre-vedibile, idrofobo e non idro-fobo. La scrittura unita riflette l’unità semantica e morfologica della parola risultante.

Naturalmente, esistono casi dubbi o oscillanti. Alcuni riguardano l’incontro tra prefisso e base che inizia con la stessa vocale o consonante: anti-infiammatorio è stato a lungo scritto con il trattino per evitare l’effetto di “i” doppia, ma oggi la forma antinfiammatorio è pienamente accettata. Lo stesso vale per co-operare, ormai quasi sempre cooperare. In altri casi, il trattino compare, obbligatoriamente, davanti ai nomi propri per non alterare la grafia del nome stesso (anti-Pasquale), per ragioni stilistiche o per mantenere leggibilità in contesti tecnici, come anti-aging o pre-test. Ci sono poi composti in cui gli elementi non sono prefissi né prefissoidi, ma parole piene: qui il trattino è normale, perché si tratta di unione tra due termini autonomi, come in fisico-chimico, tecnico-scientifico, socio-economico. In questi casi il trattino non ha nulla (a) che vedere con la prefissazione, ma con la composizione tra parole.

Per chiarire ulteriormente, basta osservare alcuni esempi. Tra i prefissi troviamo riaprire, preesistente, inatteso, sovrapporre, antidoto. Tra i prefissoidi, autodidatta, biodegradabile, telecomando, psicoterapeuta, idraulico (da idro-), geometria, microfono. Nei casi dubbi, possiamo incontrare forme come antiestetico (senza trattino), anti-eroe (talvolta con trattino per ragioni stilistiche), extraurbano (unito), extra-europeo (talvolta con trattino per evitare ambiguità di lettura). La tendenza generale della lingua italiana, comunque, è quella di eliminare progressivamente il trattino quando non è strettamente necessario.

In definitiva, e concludiamo questa "chiacchierata", prefissi e prefissoidi sono strumenti essenziali per la formazione delle parole in italiano. La loro caratteristica comune è la mancanza di autonomia: non sono parole indipendenti, ma elementi che si fondono con la base per creare un’unica unità lessicale. Il trattino, in questo contesto, non ha motivo di esistere, salvo eccezioni legate alla leggibilità o alla tradizione grafica. Conoscerne la logica permette non solo di scrivere correttamente, ma anche di comprendere meglio la struttura profonda delle parole che usiamo ogni giorno.

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“Fare l’arciconsolo”


I
n questi tempi in cui l’ ”inglesorum” dilaga e i neologismi digitali spuntano come funghi dopo il temporale, ogni tanto vale la pena spolverare il nostro lessico e riportare alla luce certe espressioni che odorano di pergamena e di sale grosso. Una di queste è il delizioso “fare l’arciconsolo”, locuzione che sembra uscita da un registro polveroso dell’Accademia della Crusca, ma che in realtà conserva una vitalità sorprendentemente attuale.

L’arciconsolo, per chi avesse “disertato” le lezioni di storia linguistica, era il gran capo dell’Accademia: colui che presiedeva, decideva, vigilava e, soprattutto, incarnava l’idea stessa di purezza linguistica. Una figura austera, insomma. Ma il popolo, che ha sempre avuto un talento naturale per sgonfiare i palloni, ha preso quel titolo altisonante e l’ha trasformato in una puntura di spillo: “fare l’arciconsolo” non significa affatto comandare, bensì darsi arie, pavoneggiarsi senza motivo, vivere di rendita come un nobile in pensione che passa le giornate a lisciarsi il mantello.

In molte regioni, un tempo, l’arciconsolo era proprio quello: il signore che campava alla grande senza muovere un dito, protetto da privilegi che nessuno ricordava più da dove venissero. Una sorta di antenato dei moderni “professionisti dell’ozio”.

E oggi? Oggi l’arciconsolo è più vivo che mai. È colui che pontifica sui “social”, nei salotti televisivi, senza aver letto un libro da dieci anni. È il collega che dispensa strategie come un generale in guerra, salvo poi sparire quando c’è da fare qualcosa di concreto. È l’ “influencer” dell’aria fritta, il dirigente del nulla, il maestro del “ci penso io” che, però, non pensa a niente.

Rispolverare quest' espressione è un piccolo atto di eleganza linguistica: un modo gentile ma affilato per riportare qualcuno con i piedi per terra, ricordandogli che l’autorevolezza non si improvvisa e che la scena, prima o poi, si illumina abbastanza da rivelare chi sta solo facendo… l’arciconsolo.




venerdì 6 febbraio 2026

La vecchia grammatica e i tre verbi presuntuosi

 Come smascherare una regola che non è mai esistita

Nel Regno delle Parole vivevano tre verbi molto importanti: Potere, Volere e Dovere. Tutti li chiamavano i Servili (o modali o famulatori), perché aiutavano gli altri verbi a esprimere possibilità, desideri e necessità. Per anni avevano svolto il loro lavoro con discrezione, finché un giorno decisero che non gli bastava più aiutare: volevano comandare.

«Quando ci uniamo a un altro verbo all’infinito» proclamò Dovere, gonfiando il petto, «il participio deve sempre concordare con l’oggetto del verbo che segue! È una legge!»

«Giusto!» aggiunse Volere, che adorava sentirsi fondamentale. «Si deve dire le ho volute vedere, non le ho voluto vedere

Potere, che era il più insicuro, annuì subito: «Sì, sì, così sembriamo più importanti.»

La voce si diffuse in tutto il Regno: i Servili avevano stabilito una nuova norma. Gli studenti tremavano, gli scrittori sospiravano, e persino alcuni professori universitari iniziarono a ripetere la regola senza verificarla. Il caos linguistico era servito.

Un pomeriggio, però, arrivò la Vecchia Grammatica, una signora elegante con gli occhiali d’oro e un sorriso ironico. «Che succede qui?» chiese, osservando i Servili che si pavoneggiavano come galli nel cortile.

I tre le spiegarono con orgoglio la loro nuova legge. La Vecchia Grammatica scoppiò a ridere così forte che i punti e le virgole saltarono dalle pagine. «Sciocchini miei» disse, asciugandosi una lacrima di divertimento, «l’accordo del participio con voi tre è facoltativo, non obbligatorio. Si può dire le ho volute vedere, ma anche le ho voluto vedere. Entrambe le forme sono corrette. Dipende dallo stile, non da una legge.»

I Servili si guardarono confusi, ma la Vecchia Grammatica non aveva finito. «E ora parliamo dell’ausiliare, perché qui c’è un’altra superstizione che crea più confusione di un punto e virgola messo a caso.»

I tre si avvicinarono, trattenendo il fiato.

«Quando vi unite a un altro verbo» spiegò la Vecchia Grammatica, «non siete voi a decidere l’ausiliare. Lo sceglie il verbo all’infinito. Se l’infinito prende avere, allora prendete avere. Se prende essere, allora prendete essere

I Servili sgranarono gli occhi. «Vuol dire che…?» balbettò Potere.

«Vuol dire che dite:
Ho potuto vedere,
Ho voluto comprare,
Ho dovuto studiare,
perché vedere, comprare e studiare prendono avere

I tre annuirono lentamente.

«E quando l’infinito prende essere?» chiese Volere.

«Allora dite:
Sono potuto entrare,
Sono voluta andare,
Sono dovuti partire

Fin qui tutto sembrava logico. Ma poi la Vecchia Grammatica sorrise in modo enigmatico. «E ora arriva il colpo di scena. Quando l’infinito è essere, che di solito prende essere, con voi cambia idea. Perché voi, per natura, prendete avere quando reggete un infinito.»

I Servili rimasero a bocca aperta mentre la Vecchia Grammatica pronunciava gli esempi magici:

Ho potuto essere presente.
Ho voluto essere sincero.
Ho dovuto essere paziente.

«Ma… essere prende avere?!!» gridarono, stupiti, i tre in coro.

«Con voi sì» rispose la Vecchia Grammatica, divertita. «Perché l’ausiliare lo decide la costruzione, non il verbo all’infinito da solo. E voi, miei cari, siete più flessibili di quanto pensiate.»

Gli studenti smisero di temere i verbi servili, gli scrittori ripresero a scrivere senza ansia, e persino i professori più rigidi iniziarono a sorridere davanti a un ho potuto essere ben piazzato. I Servili, finalmente, capirono la loro vera natura: non comandavano l’accordo, non imponevano l’ausiliare, e non complicavano la vita a nessuno. Erano solo piccoli aiutanti, fedeli e duttili.

E nel Regno delle Parole, da quel giorno, si visse più leggeri.


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Avere la mente in viaggio e i piedi in terra

Ecco un’espressione medievale che sembra nata ieri. La si incontra in testi toscani del Trecento, spesso in contesti morali o narrativi, dove si elogiava chi sapeva sognare senza perdere il contatto con la realtà. È una formula che unisce due immagini semplicissime: la mente che si muove, esplora, immagina; i piedi che restano ben piantati sul terreno. In un’epoca in cui il pensiero simbolico era la lingua quotidiana, questa frase era un modo rapido per descrivere una virtù rara: la capacità di essere visionari senza diventare sconsiderati.

Il significato è sorprendentemente moderno. “Avere la mente in viaggio” indica la libertà dell’immaginazione, la capacità di guardare oltre, di progettare, di desiderare. “Avere i piedi in terra” richiama invece la concretezza, la prudenza, la capacità di valutare ciò che è possibile. Insieme, le due immagini formano un equilibrio perfetto: sognare, sì, ma con criterio; progettare, sì, ma senza perdere l’orientamento; guardare lontano, ma senza inciampare.

Gli esempi d’uso potrebbero essere gli stessi di oggi. Un mercante medievale avrebbe potuto dire del figlio: “Ha la mente in viaggio e i piedi in terra: farà buona fortuna”. Un artigiano, parlando di un apprendista particolarmente sveglio, avrebbe potuto lodarlo così: “Sa immaginare nuove forme, ma tiene i piedi in terra: non spreca tempo né materiali”. E un narratore del Trecento avrebbe potuto descrivere un personaggio ambizioso ma non folle con questa stessa formula, che allora come oggi suona come un complimento.

Il motivo per cui questa espressione potrebbe tornare di moda è semplice: descrive una qualità che oggi consideriamo essenziale. In un mondo che premia l’innovazione ma richiede pragmatismo, che invita a pensare in grande ma pretende risultati concreti, “avere la mente in viaggio e i piedi in terra” è quasi un manifesto contemporaneo. È la sintesi perfetta di ciò che chiediamo a un creativo, a un imprenditore, a uno studente, a chiunque voglia costruire qualcosa di nuovo senza perdersi.

È un idiomatismo antico, ma parla la lingua di oggi. E forse è proprio questo il suo fascino: ci ricorda che l’equilibrio tra immaginazione e realtà non è una "moda" recente, ma una saggezza che attraversa i secoli.