martedì 24 marzo 2026

Tamponare: il verbo che preme, blocca, urta e non smette di reinventarsi

 Dalla ferita al paraurti, dal rimedio provvisorio al 'test' diagnostico: storia sorprendente di un verbo che ha fatto strada premendo sempre nella stessa direzione




Il verbo tamponare è uno di quei lessemi che, più di altri, mostrano come una stessa immagine concreta possa generare una costellazione di accezioni diverse ma coerenti. Al centro c’è sempre un gesto: premere contro qualcosa per chiuderla, bloccarla, arrestarla. Da questa matrice fisica si irradiano gli usi medici, figurati, tecnici e infine automobilistici.

L’etimologia è limpidissima: tamponare deriva dal francese tamponner, a sua volta da tampon, “tampone”, oggetto che serve a chiudere, otturare, comprimere. L’origine ultima è probabilmente germanica: una radice affine a stampôn, “calcare, comprimere”, che spiega bene l’idea di pressione esercitata su una superficie.

Il primo significato italiano è medico: chiudere una ferita con un tampone, arrestare un’emorragia, assorbire un fluido. Da qui si sviluppa il linguaggio tecnico: otturare una falla, bloccare una perdita, chiudere provvisoriamente un’apertura improvvisa. È un gesto di emergenza, rapido, provvisorio, che non risolve definitivamente la situazione ma “tiene”.

Su questa immagine si innesta il valore figurato: tamponare un problema, cioè porvi rimedio in modo immediato ma non definitivo. Il tampone diventa metafora di una soluzione: utile, urgente, ma transitoria. È un’estensione naturale, già pienamente attestata nella lingua comune prima del Novecento.

Il passaggio successivo è quello sportivo e militare: tamponare un’azione, cioè arrestarla, bloccarla, impedirne l’avanzamento. Anche qui ritorna l’idea di pressione esercitata per fermare qualcosa che procede.

Da questo nucleo semantico nasce, per analogia, l’uso automobilistico: urtare da dietro il veicolo che precede, come se lo si “schiacciasse” o “premesse” in avanti. L’immagine è perfettamente coerente con l’etimo: l’auto che arriva da dietro agisce come un tampone che preme contro ciò che ha davanti. L’italiano ha quindi scelto un verbo già disponibile, adattandolo a un nuovo dominio tecnologico.

Sulla prima attestazione giornalistica dell’uso automobilistico, le fonti lessicografiche moderne non forniscono una data precisa. Le ricerche negli archivi digitali mostrano che il significato automobilistico è già pienamente stabilizzato nella seconda metà del Novecento, ma non è possibile - sulla base delle fonti oggi accessibili - individuare un primo esempio certo e datato. Le risorse consultate registrano il significato, ma non riportano la prima occorrenza nei giornali.

Questa assenza di documentazione non implica che l’uso sia recente: più probabilmente è entrato nel linguaggio comune con la diffusione dell’automobile, tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, senza lasciare una “prima volta” facilmente rintracciabile.

Il verbo ha poi conosciuto un’ulteriore espansione semantica nel XXI secolo, quando la pandemia ha introdotto un nuovo significato: tamponarsi = sottoporsi a tampone diagnostico. È un caso di neosemia: un significato nuovo attribuito a una parola esistente, nato nel 2020 e rapidamente stabilizzato nell’uso.

Così tamponare è diventato un verbo polisemico ma sorprendentemente coerente: chiudere, bloccare, arrestare, urtare, rimediare, controllare. Tutto ruota attorno a un gesto antico, concreto, fisico: premere contro qualche cosa per fermarla. E ogni nuova accezione non fa che riproporre, in un contesto diverso, quella stessa immagine originaria.

Ogni verbo, come ogni urto, lascia un segno: tamponare ci ricorda che anche le pressioni più brusche possono diventare storia della lingua.

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 Fare la barba a qualcuno”

Tra le espressioni che la nostra lingua custodisce con una naturalezza quasi domestica, fare la barba a qualcuno è forse una delle più ingannevoli. Richiama subito poltrone in pelle, panni caldi, il profumo della schiuma: un piccolo rito di civiltà. E invece, appena si scosta la tenda di questa scena rassicurante, affiora un universo di significati che nulla ha di innocuo. La lingua, come sempre, sa trasformare il quotidiano in un teatro di simboli.

Le sue origini scorrono su due binari che non si toccano, ma si osservano. Il primo è quello della materia, del gesto preciso: radere significa far scivolare una lama sottilissima a un soffio dalla pelle, in quell’intercapedine dove il rischio e la fiducia si sfiorano. Da qui l’uso sportivo e automobilistico: passare vicinissimo, sfiorare l’avversario come un’ombra, dominare lo spazio minimo con una perizia che trattiene il respiro. È il regno del millimetro, dove la bravura si misura nella distanza che non c’è.

Il secondo binario è più antico, più umano, più scaltro. Un tempo fare la barba a qualcuno voleva dire beffarlo, raggirarlo con un’eleganza quasi artigianale. L’immagine è potente: il barbiere è l’unico a cui consegniamo la gola, mentre impugna un rasoio che potrebbe, se volesse, tradirci. Essere “fatti la barba” significa dunque esporsi, permettere all’altro di muoversi con una libertà che sfiora l’abuso, lasciarsi sottrarre qualcosa senza accorgersene, o subire una superiorità intellettuale tanto sottile quanto inesorabile.

Eppure l’espressione non appartiene al passato: vive, respira, si rinnova. Oggi fare la barba a qualcuno è la formula perfetta per descrivere la competizione contemporanea, che non è più fatta di scontri frontali ma di scarti impercettibili. Nel lavoro, nella tecnologia, nel mercato globale, fare la barba a un concorrente significa precederlo per un soffio, arrivare un istante prima su un’idea, su un cliente, su un’intuizione. È la vittoria che non fa rumore, ma lascia l’altro interdetto.

Viviamo nell’epoca delle distanze minime, dei sorpassi digitali, delle battute che tagliano l’aria come lame sottili. Per questo l’espressione conserva intatta la sua forza: unisce il rischio alla maestria, la vicinanza al dominio, la cura al pericolo. Ci ricorda che, per distinguersi davvero, non serve travolgere: basta saper passare così vicino alla realtà da sentirne il brivido, senza mai ferirla e senza mai ferirsi. Chi sa radere senza ferire, vince senza farsi vedere.  
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)







lunedì 23 marzo 2026

Fenomenologia dell’abbaglio fonetico

 Meditazioni lievemente impertinenti sulla nobile arte di sbagliare parola con eleganza


Il malapropismo è una di quelle piccole “magie linguistiche” che nascono dall’errore e finiscono con illuminare, quasi per contrasto, la precisione della parola giusta. È l’arte - involontaria, per l’appunto - di adoperare un termine per un altro, di solito simile per suono ma completamente diverso per significato. Il risultato è spesso comico, talvolta tenero, a volte rivelatore: come se la lingua, inciampando, mostrasse per un attimo la sua struttura nascosta.

Il vocabolo nasce in ambito teatrale, e non è un caso. Lo ha coniato la penna di Richard Brinsley Sheridan, drammaturgo inglese del Settecento, che nella sua commedia The Rivals inventò il personaggio di Mrs. Malaprop. Questa signora, animata dalle migliori intenzioni ma non dalla migliore padronanza del vocabolario, infarciva i suoi discorsi di termini sbagliati, scelti perché “suonavano bene”, anche se significavano tutt’altro. Il pubblico se ne innamorò, e il suo nome divenne un’etichetta: malapropism, da mal à propos, “fuori luogo”, “inopportuno”.

Il meccanismo è semplice: due parole si assomigliano, la mente ne afferra una al posto dell’altra, e la frase prende una piega imprevista. “Un triangolo isoscele” che diventa “un triangolo isotopo”, “un personaggio di spicco” trasformato in “un personaggio di picco”, “un comportamento ludico” che scivola in “un comportamento lubrico”. A volte l’effetto è irresistibile, come quando qualcuno confonde “prolifico” con “prolississimo”, o “congetturare” con “congelare”. Altre volte è quasi poetico: un bambino che dice “ho un’idea luminosa” al posto di “fulminante” crea un’immagine che non sfigurerebbe in un racconto.

Il malapropismo non va confuso con il lapsus, che è uno scivolamento psicologico, né con il gioco di parole, che è voluto. Qui l’errore è genuino, e proprio per questo rivela qualcosa del nostro rapporto con la lingua: la fiducia nel suono, la memoria imperfetta, la velocità del pensiero che precede la precisione del lessico. È un fenomeno linguistico universale, che attraversa lessici e culture, e che spesso diventa un tratto caratteristico di personaggi letterari o comici. In Italia, per esempio, la tradizione del teatro dialettale e della commedia all’italiana abbonda di scambi lessicali esilaranti, figli della stessa dinamica.

Una curiosità: i linguisti studiano il malapropismo non solo come fenomeno comico, ma come finestra sui processi cognitivi. Il fatto che gli errori avvengano quasi sempre tra parole simili per suono suggerisce che il cervello organizza il lessico anche fonologicamente, non solo per significato. Nella nostra mente, insomma, le parole stanno vicine non soltanto perché “vogliono dire cose simili”, ma anche perché “suonano simili”. Quando una viene chiamata in causa, le altre le si affollano intorno, pronte a farsi scegliere.

Forse è proprio questo che rende il malapropismo così irresistibile: è un inciampo che ci ricorda quanto la lingua sia viva, imperfetta, umana. E quanto, a volte, un errore possa illuminare più di una definizione impeccabile. Perché la parola sbagliata, quando cade al posto giusto, sa dire ciò che la precisione non osa.  

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Dopo il “degustiere”, nasce il “saporìgolo”: il gusto torna a parlare italiano

Un nome nuovo, nitido e nostro, per liberare la tavola dall’ennesimo anglicismo superfluo

Dopo aver cercato di restituire dignità al mondo enologico con il nostro degustiere, era inevitabile che un altro barbarismo finisse sotto la lente. Questa volta tocca a gourmet, parola abusata, snobistica e soprattutto inutile, che da anni infarcisce menù, recensioni e conversazioni come se la nostra stupenda lingua non avesse una voce per descrivere la finezza del palato.

E invece la voce c’è, anche se nata da poco, ed è saporìgolo: fresca, trasparente, pienamente italiana. Nasce da sapore e da un formante espressivo ‑ìgolo che, pur non essendo un suffisso produttivo dell’italiano, richiama una lunga tradizione di diminutivi e vezzeggiativi affettivi (briciolo, gingillo, spìgolo) e conferisce alla parola un’aura di cura minuta e sensibilità. Una scelta che non ostenta, non scimmiotta, non si traveste da esotismo: semplicemente nomina ciò che deve nominare.

Il saporìgolo è colui che riconosce un equilibrio, che distingue un ingrediente buono da uno mediocre, che cerca la qualità non per moda ma per intelligenza sensoriale. Non è un esteta del piatto né un collezionista di tendenze culinarie: è un interprete del sapore, la persona che ascolta ciò che il cibo racconta.

La parola scorre con naturalezza:
«È un vero saporìgolo, non gli sfugge nulla»;
«Una cucina saporìgola, precisa e rispettosa della materia»;
«Un pubblico di saporìgoli, curioso e competente».

E come ogni buon neologismo vitale, saporìgolo apre un piccolo campo semantico:
la saporigolìa, l’arte di riconoscere il dettaglio gustativo;
il saporigolismo, la filosofia della cura sensoriale;
il saporigolista, che questa cura la coltiva e la diffonde.

Con saporìgolo, il gusto torna a parlare italiano.
E lo fa con una parola che sa di casa, di tavola, di cultura tutta italiana.






domenica 22 marzo 2026

Le due sorelle del Bosco delle Parole

 Favola didattica su un equivoco antico quanto elegante












Nel vasto e ordinato Bosco delle Parole, dove ogni lessema custodiva una storia precisa, vivevano due sorelle quasi omonime: Disamina (da dis- + examen, “esame, vaglio”) e Disanima (da dis- + anima, “togliere l’anima, scoraggiare, fiaccare lo spirito”).

Erano simili nell’aspetto, entrambe composte e gentili, ma profondamente diverse nella natura. Eppure, da secoli, gli abitanti del bosco - e perfino alcuni studiosi frettolosi - continuavano a confonderle. Bastava una m al posto di una n per cambiare il senso di un’intera frase.

Disamina era nota per la sua calma metodica. Portava con sé una piccola lente d’ingrandimento, eredità di un avo illustre: Examen, l’antico strumento romano per pesare con precisione. Da lui aveva preso il rigore e il gusto per l’analisi ordinata. Quando qualcuno le chiedeva aiuto, lei rispondeva con voce ferma:
«Procediamo punto per punto».

Era nata per scomporre, distinguere, chiarire. Nessuno, nel bosco, sapeva “districare” un problema come lei.

Disanima, invece, era gemella nell’aspetto ma opposta nella vocazione: dove Disamina rischiarava i fatti, lei mostrava quanto l’animo possa farsi greve. Il suo passo era più lento, e lo sguardo si velava come chi sente il coraggio affievolirsi.

Non portava strumenti, perché il suo lavoro non richiedeva oggetti: bastava la sua presenza per far percepire la stanchezza, la sfiducia, il venir meno del "vigore spirituale". Quando un animale era turbato, lei lo accoglieva con un semplice:
«Raccontami, caro, cosa ti grava?»

Il suo “dono” - o il suo destino - era quello di far emergere la fragilità dell’animo quando si lascia sopraffare.

Un giorno, nel bosco si diffuse un aneddoto che ancora oggi viene citato nelle scuole di linguistica. Un giovane Gufo, studioso ma precipitoso, aveva inciso su una corteccia:
«Farò una disanima del problema che mi è stato sottoposto».

Le due sorelle, passando di lì, lessero la frase.
Disanima impallidì:
«Io? Analizzare un problema? Non ne sarei capace. Io semmai lo appesantirei».

Disamina, con un sorriso indulgente, aggiunse:
«E io non potrei mai fiaccare un animo come fai tu, sorella mia».

Il Gufo, mortificato, corresse subito la scritta sulla corteccia e da allora ripeté a tutti che la somiglianza dei nomi è un inganno, non una parentela semantica.

La vera confusione esplose qualche tempo dopo, quando la Volpe e il Tasso litigarono per una tana contesa. La Volpe, agitata, corse dalla prima sorella che incontrò e disse:
«Disanima, ho bisogno che tu analizzi questa faccenda».

Disanima, con la sua consueta voce velata, rispose:
«Posso solo mostrarti quanto questo litigio ti stia logorando. Ma non posso ordinare i fatti. Per questo devi cercare mia sorella».

Poco dopo, la Volpe trovò Disamina e le chiese:
«Puoi tirarmi su di morale?»

La sorella analitica scosse la testa:
«Posso aiutarti a capire come è nato il litigio, ma non a risollevare il tuo spirito. Per quello - ahimè - c’è Disanima, che lo spirito lo mette alla prova».

Fu allora che le due sorelle decisero di parlare al Bosco intero per chiarire i loro compiti. Salirono su un ceppo antico e, con voce chiara, dichiararono:

«Io sono Disamina (da examen). Il mio compito è analizzare, esaminare, distinguere. Servo quando occorre capire».

«Io sono Disanima (da anima). Il mio compito è fiaccare, scoraggiare, togliere vigore. Servo quando occorre riconoscere la stanchezza dell’animo».

Da quel giorno, nel Bosco delle Parole nessuno le confuse più.

E la Volpe, che aveva imparato la lezione meglio di tutti, ripeteva ai giovani animali:

Quando cerco chiarezza, chiamo Disamina.
Quando sento venir meno il coraggio, so che è passata Disanima.

E così, grazie a due sorelle paronime ma profondamente diverse, il Bosco delle Parole ricordò che la lingua non è solo suono: è storia, radice, funzione.
E che basta una m o una n fuori posto per stravolgere il senso di un’intera frase.

La lingua non sbaglia: siamo noi che, cambiando una consonante, cambiamo il mondo.

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Ruolo di o ruolo da?

Due parole, due, sul sostantivo ruolo perché tutti gli operatori dell’informazione, anche le cosiddette grandi firme continuano, sbagliando orrendamente, a farlo seguire dalla preposizione “da”: ruolo da protagonista.
Eppure la questione è limpida: ruolo vuole la preposizione di, perché introduce un normalissimo complemento di specificazione, quello che definisce la funzione, la qualifica, l’identità del ruolo stesso. Dire “ruolo di protagonista” significa precisare la parte o la mansione assegnata; dire “ruolo da protagonista” significa invece evocare un “quasi”, un “come se”, "un’aria da", un’attitudine che non coincide affatto con la funzione.

La differenza è la stessa che passa tra avere un carattere da “leader” e avere il ruolo di “leader”: nel primo caso si parla di qualità, nel secondo di incarico. Così come una voce da soprano non è il ruolo di soprano in un’opera. La preposizione da introduce una somiglianza, un’attitudine, una predisposizione; di introduce l’identità della funzione, e lo fa proprio attraverso il complemento di specificazione.

Ecco perché “ruolo da protagonista” è un errore doppio: grammaticale e logico. Il protagonista non è un’attitudine, è una funzione narrativa precisa. Scrivere “ruolo da protagonista” equivale a dire “ruolo che ha le caratteristiche del protagonista”, non “ruolo del protagonista”. È lo stesso scivolone che si avrebbe con ruolo da padre o ruolo da arbitro: suona male perché è sbagliato.

La regola è semplice e non ammette eccezioni: se parli della funzione reale, usa di; se parli di una qualità o di un’attitudine, usa da. Tutto il resto è rumore linguistico, e purtroppo i giornali ne producono ancora in quantità industriale.

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Degustiere, neologismo nato dal verbo degustare combinato con il suffisso “-iere è proposto per sostituire il barbaro e quasi offensivo “sommelier”. Il degustiere è il professionista che conosce i vini, li seleziona, li racconta e li serve con competenza sensoriale e culturale. Non un semplice “versatore”, ma un interprete: colui che traduce un vitigno, un’annata, un territorio in un’esperienza. La parola, tutta italiana, asciutta e armoniosa, restituisce l’idea di una professione fondata sulla cura e sull’intelligenza del palato, senza alcuna patina esotica.




sabato 21 marzo 2026

La magia dei verbi che trasformano: cronisti silenziosi delle nostre metamorfosi

 Dal cielo che arrossisce al vino che matura: perché certi verbi non agiscono, ma cambiano stato.


Il nostro idioma è “ricco” di verbi che non descrivono azioni, non raccontano gesti, non mettono in scena mani che afferrano, piedi che corrono, occhi che guardano. Ci sono sintagmi verbali che fanno qualcosa di più sottile: registrano un cambiamento. Sono i cosiddetti verbi trasformativi, e hanno un fascino tutto loro. Sono i cronisti silenziosi delle metamorfosi del mondo.
Ogni volta che diciamo che qualcosa “diventa”, “cresce”, “appassisce”, “svanisce”, stiamo tracciando una linea tra un prima e un dopo. È come se la lingua avesse un piccolo sismografo interno, capace di avvertire anche i mutamenti più delicati.

Il nome “trasformativi” non è un vezzo dei grammatici: è una definizione precisa. Indicano una trasformazione, cioè il passaggio da uno stato iniziale a uno stato finale. Non ci dicono come avviene il cambiamento né chi lo provoca: si limitano a registrarlo. È un po’ come osservare un fiore che sboccia senza vedere la forza che lo spinge ad aprirsi.
Per questo non sono verbi d’azione, e non sono nemmeno verbi di stato: stanno in una “terra di mezzo”, una zona di transizione, proprio come ciò che descrivono.

Prendiamo diventare. “Il cielo diventa rosso.” Nessuno lo dipinge, nessuno lo colora: eppure, la frase racconta un mutamento reale. Oppure crescere: “Il bambino è cresciuto.” Non sappiamo come, non sappiamo grazie a cosa; sappiamo solo che ora è diverso da prima. Lo stesso vale per maturare, raffreddarsi, solidificare, sciogliersi, invecchiare, degenerare, arrossire, precipitare.
Sono verbi che non hanno bisogno di un agente: il mondo cambia da sé, e loro lo dicono.

Sotto il profilo strettamente grammaticale i verbi trasformativi vogliono l’ausiliare essere nei tempi composti: è diventato, è maturata, sono cresciuti, si è sciolta. L’uso dell’ausiliare non è un dettaglio tecnico: è un “indizio”. Il verbo essere segnala che il soggetto non compie un’azione, ma attraversa un cambiamento. È un soggetto “in trasformazione”, non un soggetto “agente”.

Una delle caratteristiche più affascinanti dei suddetti verbi è la loro capacità di muoversi tra il concreto e l’astratto.
“Il latte è cagliato” è un cambiamento fisico.
“La discussione è degenerata” è un cambiamento concettuale.
“È arrossito” è un cambiamento emotivo che diventa visibile.
“La situazione è precipitata” è un’immagine dinamica applicata a qualcosa che non ha peso né gravità.
La lingua, quando vuole, sa essere sorprendentemente cinematografica.

C’è anche un piccolo retaggio storico che vale la pena ricordare. Nella grammatica latina, i verbi che indicavano l’inizio di un cambiamento erano chiamati incoativi (da inchoare, “cominciare”), mentre quelli che esprimevano un mutamento compiuto erano detti mutativi. L’italiano (moderno) non conserva più questa distinzione terminologica, ma la sensibilità è rimasta: ogni verbo trasformativo contiene un movimento, un passaggio, una soglia.
È come se la lingua avesse ereditato un’antica attenzione per i processi, non solo per i risultati.

Qualche altro esempio per maggiore chiarezza:

  • Il cielo è diventato rosso al tramonto
    (per progressivo mutamento cromatico dovuto alla luce radente del sole);

    La bambina è cresciuta molto quest’anno
    (per naturale sviluppo fisico e maturazione dell’età);

    La neve è sciolta al sole
    (per aumento della temperatura che ne ha causato la fusione);

    La conversazione è degenerata rapidamente
    (per progressivo deterioramento del tono e dell’intesa fra gli interlocutori);

    Il vino è maturato in botte
    (per lenta trasformazione chimica dovuta all’affinamento e all’ossigenazione controllata);

    È arrossito appena l’hanno nominato
    (per improvviso afflusso di sangue al viso causato dall’emozione).

In tutti questi casi, il verbo non racconta un’azione, ma un cambiamento. È un modo elegante per dire che la realtà non è mai ferma.
I verbi trasformativi ci ricordano che tutto scorre, tutto evolve, tutto passa da una forma a un’altra. Sono i narratori discreti delle metamorfosi quotidiane: non fanno rumore, ma senza di loro la lingua non saprebbe raccontare il tempo che passa.

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“Degustiere”? Perché no!?

Se i critici gastronomici dei giornali adoperassero ”degustiere” nelle loro recensioni il neologismo proposto verrebbe cristallizzato dall'uso scalzando, così, il barbaro e quasi offensivo "sommelier". Si veda anche qui.




venerdì 20 marzo 2026

Quando i nomi ingannano: il caso (insospettabile) di epiceno e ambigenere

La storia di una confusione antica e della chiarezza conquistata dalla linguistica contemporanea

 Quando ci si imbatte nei termini “epiceno” e “ambigenere”, è facile restare spiazzati: alcuni dizionari li classificano come sinonimi, mentre molte grammatiche moderne li distinguono nettamente. Il risultato è che chi studia l’italiano si trova davanti a una sorta di “bivio teorico”: da una parte il Treccani (e altri vocabolari), dall’altra linguisti come Serianni o Dardano‑Trifone. Proviamo, allora, a vedere come stanno le cose, con calma, cercando d’interpretare sia la posizione dei dizionari sia quella delle grammatiche, e soprattutto il perché di questa divergenza.


P
artiamo da ciò che riporta il Treccani. Nel vocabolario in Rete alla voce “epiceno” si legge che, in grammatica, significa “ambigenere”, e vengono dati esempi come “(il) coniuge, (la) coniuge; il pesce, la sentinella”. In altre parole, per il Treccani un nome epiceno è un nome che, pur avendo un certo comportamento di genere, può riferirsi e a maschi e a femmine. Ancora più espliciti sono altri dizionari d’impostazione simile: per esempio, “Sapere.it” definisce “epiceno” come “ambigenere”, senza ulteriori distinzioni. In questo quadro, i due termini risultano sostanzialmente sovrapposti: epiceno = ambigenere.


P
er comprendere bene la posizione dei vocabolari occorre guardare alla storia del sintagma. “Epiceno” viene dal latino tardo epicoenum (genus), a sua volta dal greco epíkoinon (génos), con il significato di “genere comune”. Nella tradizione grammaticale classica (soprattutto latina), “epiceno” e “ambigenere” ruotavano intorno all’idea di un nome che, pur avendo un certo genere grammaticale, poteva riferirsi a esseri di entrambi i sessi. I vocabolari, che spesso conservano e sintetizzano usi storici e scolastici di lunga durata, tendono quindi a registrare questa equivalenza tradizionale, senza entrare troppo nel dettaglio delle distinzioni più fini introdotte dalla linguistica contemporanea. Il loro obiettivo principale è definire le parole, non costruire una teoria sistematica dei tipi di nomi.


L
e grammatiche moderne, invece, hanno un’esigenza diversa: descrivere con precisione il funzionamento dell’italiano, distinguendo fenomeni che, se messi nello stesso sacco, creerebbero confusione. È qui che entrano in campo autori come Luca Serianni o Dardano‑Trifone, che usano “epiceno” e “ambigenere” in modo più tecnico e differenziato. In questa prospettiva, “epiceno” indica un nome che ha un solo genere grammaticale, ma può riferirsi a esseri di entrambi i sessi. Classici esempi: “la giraffa” (può essere maschio o femmina), “il coccodrillo”, “la pantera”, “la persona”, “la vittima”, “la guardia”. Il punto chiave è che il genere grammaticale non cambia: resta sempre maschile o sempre femminile, anche se il referente può essere un maschio o una femmina. Il problema che questi nomi pongono è il rapporto tra genere grammaticale e sesso biologico.


“A
mbigenere”, invece, nella linguistica contemporanea viene adoperato per un fenomeno diverso: un nome che può comparire sia al maschile sia al femminile, senza che cambi il significato. Qui non è in gioco il sesso del referente, ma la fluttuazione del genere grammaticale. Alcuni esempi: “un/un'eco”, “il/la carcere. Il problema, qui, non è “maschio/femmina”, ma “maschile/femminile” come categorie grammaticali che oscillano.
Se mettiamo a confronto le due impostazioni, il quadro diventa più chiaro.

 I dizionari come Treccani si muovono in una prospettiva più ampia e storica: registrano che, nella tradizione grammaticale, “epiceno” è stato usato per indicare nomi che, in qualche modo, hanno un genere “comune” o “promiscuo”, e che “ambigenere” è stato spesso usato come sinonimo in questo senso generico. Per questo, alla voce “epiceno” troviamo semplicemente “ambigenere”, con esempi che mescolano nomi riferibili a entrambi i sessi e nomi che oscillano di genere. L’obiettivo è dare al lettore medio un’idea rapida: “si tratta di nomi che non seguono la normale corrispondenza univoca tra genere e referente”.


L
e grammatiche descrittive contemporanee, invece, hanno bisogno di categorie più fini per evitare ambiguità. Se usassero “ambigenere” sia per “la giraffa” (genere grammaticale fisso, sesso variabile) sia per “il/la nipote” (genere variabile, significato fisso), si troverebbero con un’etichetta che copre due fenomeni diversi. Per questo scelgono di specializzare i termini: “epiceno” per i nomi con genere fisso e sesso variabile; “ambigenere” per i nomi con genere variabile e significato invariato. In questo modo, ogni etichetta corrisponde a un problema preciso: l’epiceno riguarda il rapporto tra genere grammaticale e sesso; l’ambigenere riguarda la fluttuazione del genere grammaticale.


S
i potrebbe dire così: il Treccani fotografa una tradizione, le grammatiche moderne costruiscono una distinzione funzionale. Non “sbagliano” né il Treccani (e altri vocabolari) né le grammatiche contemporanee: semplicemente rispondono a bisogni diversi. Il dizionario semplifica e conserva; la grammatica analizza e separa. Se si sta lavorando su testi scolastici, dizionari e manuali di base, si troverà spesso epiceno e ambigenere usati come sinonimi o quasi. Se invece ci si muove in ambito linguistico più tecnico, si troverà la distinzione netta fra i due termini, come strumento per "raccontare" meglio l’italiano.


I
n pratica, che cosa conviene fare? Se l’obiettivo è parlare con precisione in ambito grammaticale o linguistico, è molto utile adottare la distinzione moderna: chiamare “epiceni” i nomi come “la giraffa”, “il coccodrillo”, “la persona”, e “ambigenere” i nomi come “il/la fronte”, “il/la fronte”. Se invece si sta leggendo un dizionario o un testo che non entra nel dettaglio teorico, non ci si stupirà nell’imbattersi nei due sintagmi sovrapposti: è il riflesso di una tradizione più ampia e meno analitica. Sapere che esistono entrambe le impostazioni ci permette di non confonderci e, anzi, di leggere con più consapevolezza ciò che si ha davanti.


I
n fondo, tutta la questione ruota intorno a una cosa semplice ma importante: le parole tecniche non sono “naturali”, vengono modellate dagli studiosi per descrivere meglio i fenomeni. I dizionari, che devono “parlare” a tutti, tendono a mantenere significati più larghi e storici; le grammatiche, che devono spiegare con precisione, restringono e specializzano. Una volta capito questo, la “contraddizione” fra Treccani (e altri vocabolari) e i linguisti non è più un problema, ma diventa un indizio prezioso di come la riflessione sulla lingua si sia raffinata nel tempo.


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Nasce il “degustiere”: il vino torna a parlare italiano

Un nome nuovo, limpido e nostro, per liberare la tavola dal servilismo lessicale


Nella lotta contro i barbarismi che insozzano la nostra meravigliosa lingua abbiamo pensato di sostituire il gallico sommelier (oltre tutto il termine francese è quasi offensivo) con l’italianissimo degustiere, voce limpida, trasparente e pienamente nostra. Il termine nasce da degustare, verbo di radice latina che significa “assaporare con discernimento”, e si innesta sul suffisso professionale ‑iere, già produttivo in italiano e perfettamente naturale all’orecchio. Il risultato è un nome di ruolo chiaro, dignitoso, immediatamente comprensibile a tutti.

Il degustiere è il professionista che conosce i vini, li seleziona, li racconta e li serve con competenza sensoriale e culturale. Non un semplice “versatore”, ma un interprete: colui che traduce un vitigno, un’annata, un territorio in un’esperienza. La parola, asciutta e armoniosa, restituisce l’idea di un mestiere fondato sulla cura e sull’intelligenza del palato, senza alcuna patina esotica.

«Chiamate il degustiere, vogliamo un consiglio per il brasato»; «È una degustiera specializzata in vitigni autoctoni»; «La carta dei vini è stata rinnovata dal nostro degustiere di sala». Una voce nuova, sì, ma così naturale da sembrare sempre esistita.

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Se i "critici gastronomici" dei giornali adoperassero il neologismo nelle loro recensioni il "degustiere" verrebbe cristallizzato dall'uso scalzando, così, il barbaro "sommelier"


















giovedì 19 marzo 2026

La forza del superlativo

 Un viaggio tra forme sintetiche, suppletive e le loro implicazioni stilistiche


N
ell’ambito degli studi linguistici, l’analisi dei gradi dell’aggettivo costituisce un terreno privilegiato per comprendere come una lingua moduli l’intensità delle qualità. Il nostro idioma, erede diretto della complessità morfologica latina, conserva una ricca articolazione di forme superlative che, se adeguatamente “padroneggiate”, permettono di affinare la precisione espressiva oltre che stilistica. In questo quadro, la distinzione tra superlativi sintetici e superlativi suppletivi assume particolare rilievo, poiché illumina due modalità diverse attraverso cui la lingua esprime il grado massimo di qualcosa.

A questo proposito è utile ricordare una precisazione terminologica spesso trascurata: nella grammatica italiana contemporanea i termini “superlativo sintetico” e “superlativo organico” sono considerati sinonimi e indicano le forme in -issimo o con altri suffissi latineggianti (-errimo, -entissimo). Le forme ottimo, pessimo, massimo, minimo non rientrano in questa categoria: sono dette superlativi suppletivi o irregolari, poiché non derivano dal positivo tramite suffisso ma costituiscono forme autonome ereditate dal latino.

La lingua italiana, dunque, offre una varietà di strumenti per esprimere l’intensità massima di una qualità o di una quantità. Comprendere tali differenze non è soltanto un esercizio di classificazione grammaticale, ma un modo per arricchire l’eleganza e la precisione del proprio registro comunicativo. Vediamo.

Il superlativo sintetico rappresenta la forma più comune e regolare: esso “sintetizza” in un’unica parola la radice dell’aggettivo di grado positivo e un suffisso specifico, solitamente -issimo. Quando si afferma, per esempio, che un panorama è “bellissimo” o un compito “difficilissimo”, si applica una regola morfologica costante che si adatta alla quasi totalità degli aggettivi italiani. Accanto a questa forma regolare, esistono varianti più colte, derivate da antichi suffissi latini, come -errimo (celeberrimo, miserrimo) o -entissimo (benevolentissimo, munificentissimo). Pur seguendo lo stesso principio di aggregazione tra radice e suffisso, tali forme conferiscono alla frase un tono più solenne o letterario, spesso preferito in contesti accademici o formali.

Accanto ai superlativi sintetici, l’italiano conserva alcune forme suppletive, ereditate direttamente dal latino: ottimo, pessimo, massimo, minimo. Questi aggettivi non derivano dal positivo tramite suffisso, ma costituiscono forme autonome che esprimono il grado superlativo assoluto. Sebbene nel parlato quotidiano si tenda talvolta a preferire il sintetico (buonissimo, cattivissimo), le forme suppletive mantengono un valore semantico particolarmente preciso. Così, mentre “grandissimo” indica un’estensione notevole, “massimo” suggerisce un limite superiore oltre il quale non è possibile procedere, offrendo una sfumatura di assolutezza che la forma regolare non sempre riesce a trasmettere con la medesima forza.

Un aspetto importante riguarda la combinazione di queste forme con altri elementi della frase. Poiché sia il superlativo sintetico sia le forme suppletive esprimono già in sé il valore di intensità massima, è considerato uno strafalcione grammaticale (oltre che un’inutile ridondanza) farli precedere da avverbi come “molto” o “più”. Espressioni quali “molto ottimo” o “il più pessimo” risultano errate, poiché l’aggettivo suppletivo occupa già il vertice della “scala gerarchica grammaticale”. La consapevolezza di tali sfumature consente di evitare scivoloni comuni e di conferire maggiore autorevolezza al proprio discorso, sia esso scritto sia esso orale.

Le stesse osservazioni valgono – e concludiamo – per i comparativi, che presentano analoghe forme suppletive derivate dal latino. Tra queste si annoverano migliore (comparativo di buono), peggiore (di cattivo), maggiore (di grande) e minore (di piccolo). Come per i superlativi suppletivi, anche in questo caso è scorretto combinare tali forme con avverbi comparativi, generando espressioni come “più migliore” o “meno peggiore”, che risultano improprie e stigmatizzate nell’uso colto. La forma semplice è già di per sé pienamente sufficiente a esprimere il rapporto di comparazione, e il suo utilizzo corretto contribuisce a un uso più consapevole e raffinato della lingua di Dante.

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La punteggiatura: criteri di collocazione del punto fermo

Norme d’uso, eccezioni e casi limite tra virgolette, segni forti e continuità sintattica

Il punto fermo dopo le virgolette è uno dei piccoli dilemmi della punteggiatura italiana: va dentro o fuori? La risposta dipende da una sola domanda preliminare: il punto appartiene alla citazione o alla frase che la contiene?

Se il punto non fa parte della citazione, allora si colloca fuori dalle virgolette. È il caso più comune: Scrisse: «La vita è altrove». Qui la frase riportata non aveva un suo punto finale, quindi il punto della frase principale resta fuori. Se invece il punto appartiene alla citazione rimane dentro: Piero scrisse: «Viva la vita.» Non si sposta, non si tocca, non si duplica. E infatti non si scriverà mai: *«Viva la vita.». (con il punto fermo dopo le virgolette). Il punto interno assorbe la funzione di quello esterno.

Le cose si fanno più interessanti quando la citazione termina con un punto interrogativo o esclamativo. In questi casi - «Che fai?», «Attento!» - il segno forte resta dentro le virgolette perché appartiene al discorso diretto. A questo punto molti si chiedono se la frase esterna debba contenere anche un punto fermo. La risposta è semplice e definitiva: no, mai. Il punto fermo non si aggiunge dopo un punto interrogativo o esclamativo già presente dentro le virgolette. Quei segni sono considerati chiusure complete: chiudono la frase da soli, anche se formalmente appartengono alla citazione. Per questo scriveremo: «Che fai?» chiese; oppure «Attento!» gridò. senza alcun punto dopo le virgolette.

Quando la citazione non è un discorso diretto autonomo, ma un semplice frammento inserito nella frase, il punto segue la logica della frase principale e quindi si colloca fuori: Il suo motto era «resistere sempre».
Il caso più insidioso è quello della citazione che, nel testo originale, terminerebbe con un punto, ma la frase che la contiene deve proseguire. In questo caso il punto interno si elimina, perché interromperebbe la sintassi: «La vita è altrove» disse, «ma non per questo bisogna smettere di cercarla».

In conclusione, il punto fermo dopo le virgolette non è un vezzo grafico: è un segnale di appartenenza. Se il punto è della citazione, resta dentro; se è della frase che la ospita, va fuori; se la citazione termina con ? o !, quei segni chiudono tutto da soli e il punto fermo non si aggiunge mai; se la frase continua, il punto interno scompare. Tutto il resto è rumore tipografico. Si faccia attenzione, dunque, la polizia linguistica è sempre in agguato.





mercoledì 18 marzo 2026

Il respiro segreto delle parole

 Viaggio nell’apofonia, il piccolo movimento vocalico che racconta la grande storia delle lingue

L’apofonia è una di quelle meraviglie silenziose che abitano il cuore del linguaggio: un piccolo spostamento vocalico capace di cambiare il significato di una parola, di segnare un tempo verbale, di distinguere un nome da un verbo. È un meccanismo antico, quasi preistorico, che affonda le radici nelle lingue indoeuropee e che ancora oggi, senza che ce ne accorgiamo, utilizziamo quotidianamente.
Se la si osserva con attenzione, l’apofonia è un po’ come un gioco di prestigio: la parola resta la stessa, ma una vocale si sposta, si indebolisce, si allunga o si accorcia, e all’improvviso il significato cambia.

Un esempio immediato, in italiano, è la coppia siedo / sedere: la vocale e diventa ie nella forma verbale. In inglese è ancora più evidente: sing / sang / sung, tre tempi verbali scanditi da tre vocali diverse. In tedesco, poi, l’apofonia è quasi una firma identitaria: geben / gab / gegeben, nehmen / nahm / genommen.
Queste alternanze, che a un primo sguardo possono sembrare capricci fonetici, sono in realtà i resti di un’antica architettura grammaticale, sopravvissuta per millenni come un fossile vivo all’interno delle lingue moderne.

L’etimologia del termine è trasparente: apofonía viene dal greco antico e significa letteralmente “variazione di suono”. I grammatici tedeschi dell’Ottocento, che amavano le classificazioni minuziose, la chiamavano Ablaut, “abbassamento del suono”, perché spesso la vocale si indebolisce o si riduce. Ma l’idea di fondo è sempre la stessa: una parola cambia forma interna per esprimere una funzione grammaticale o un significato diverso.

In linguistica storica, l’apofonia è un indizio prezioso. Permette di ricostruire forme antiche, di capire come si sono evoluti i sistemi verbali, di riconoscere parentele tra lingue che oggi sembrano lontanissime. È come seguire le tracce di un animale nel bosco: minuscole, ma rivelatrici.

Nella retorica, invece, il termine assume un sapore diverso, più stilistico. Qui l’apofonia non riguarda la grammatica, ma l’effetto sonoro: è la variazione intenzionale di un suono all’interno di una parola o tra parole vicine per ottenere un ritmo particolare, un’armonia, talvolta persino una dissonanza voluta.
È una figura discreta, meno celebre dell’allitterazione o dell’assonanza, ma capace di dare al discorso una vibrazione sottile. Alcuni poeti la usano per creare un’eco interna, una sorta di “respiro” fonico che accompagna il verso. Altri la sfruttano per spezzare la monotonia, per introdurre un contrasto sonoro che rispecchia un contrasto semantico.

Un aneddoto curioso riguarda proprio i linguisti tedeschi dell’Ottocento che, studiando l’apofonia indoeuropea, si accorsero che molte forme verbali moderne erano sopravvivenze di un sistema antichissimo. Tra questi studiosi c’era anche Jacob Grimm, che contribuì in modo decisivo alla comprensione delle trasformazioni fonetiche nelle lingue germaniche.
Senza attribuirgli parole mai pronunciate, si può dire che per lui e per i suoi contemporanei l’apofonia rappresentava davvero uno spiraglio sulla preistoria linguistica, una chiave per ricostruire forme e strutture ormai scomparse.

L’apofonia, insomma, è un fenomeno che unisce la precisione della linguistica alla sensibilità della retorica. È un movimento minimo, quasi impercettibile, ma capace di raccontare storie lunghissime: storie di popoli, di migrazioni, di evoluzioni fonetiche, ma anche di scelte stilistiche, di ritmo, di poesia.
È la prova che, nel linguaggio, anche il più piccolo cambiamento può avere un grande significato. E che spesso, per capire davvero una parola, bisogna ascoltarla mentre cambia.

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"Fare la fine del paniere"

“Fare la fine del paniere” non è un’espressione che risuoni dappertutto: non appartiene al lessico più comune e spesso resta nascosta tra quei modi di dire che sopravvivono quasi per inerzia, custoditi da chi ama le sfumature un po’ antiche del nostro idioma. Eppure, dietro questa formula discreta, si apre una scena vivissima della quotidianità medievale. Nei borghi dell’epoca le case si affacciavano su vicoli stretti e brulicanti, e chi abitava ai piani superiori per evitare di scendere continuamente in strada per fare degli acquisti o altro calava dalla finestra un paniere legato a una corda. Dentro si mettevano monete, pane, frutta, piccoli oggetti acquistati dai venditori ambulanti. Era un gesto semplice, ripetuto mille volte al giorno, parte integrante del ritmo urbano. Bastava, però, una fune consumata, un peso eccessivo o un attimo di distrazione perché il paniere precipitasse, si sfasciasse al suolo e il suo contenuto si disperdesse tra polvere e ciottoli. Da questa immagine concreta e quasi cinematografica nasce l’espressione figurata “fare la fine del paniere”, che significa andare in rovina, fallire, rompersi qualcosa proprio quando tutto sembra procedere senza intoppi.

Nel linguaggio di oggi, l’espressione verrebbe usata per designare un esito negativo, un progetto che all’improvviso sfuma o un tentativo che si concluderebbe male. Potrebbe affiorare in racconti personali, in commenti sul lavoro o persino in osservazioni ironiche sulla politica o sull’economia, sempre con quella leggerezza che permetterebbe di attenuare un piccolo disastro. La sua attualità deriverebbe dal fatto che l’immagine, pur lontana dalla nostra esperienza quotidiana, resterebbe immediata: qualcosa che cade, si rompe e si perde in un istante. Forse è proprio questa forza visiva a spiegare perché, pur non essendo tra i modi di dire più diffusi, l’espressione continuerebbe a circolare, pronta a riemergere quando servirebbe una metafora antica e sorprendentemente eloquente per raccontare un fallimento, anche morale.









(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 17 marzo 2026

Dritto o diritto? Non è solo una questione di ortografia

Dalla lingua parlata al linguaggio giuridico: come una vocale può trasformare il senso di una frase e svelare un mondo di sfumature

La differenza tra dritto e “diritto” sembra, a prima vista, un dettaglio da poco: una sola vocale che cambia (il classico caso di “allotropìa”). Eppure quella i aggiunta o tolta modifica sfumature, registri e perfino interi campi semantici. Le due parole hanno un’origine comune: entrambe derivano dal latino dīrectus, participio passato di dīrigere, cioè “raddrizzare”, “mettere in linea retta”, “dirigere”. Nel tempo, però, l’evoluzione dell’italiano ha portato a una biforcazione: diritto è rimasto più vicino alla forma originaria, mentre dritto è nato come variante sincopata, più rapida e colloquiale. Da questa parentela condivisa deriva il fatto che, in alcuni contesti, le due forme si sovrappongono; ma proprio perché l’uso le ha specializzate in direzioni diverse, non sempre sono intercambiabili.

Quando si parla di leggi, di ordinamenti giuridici, di facoltà riconosciute, la forma corretta è sempre e soltanto diritto. Si studia diritto penale, si rivendicano i propri diritti, si parla di diritto di parola o diritto internazionale. In questi casi sostituire “diritto” con dritto sarebbe un granciporro evidente, perché il sintagma ha assunto un significato tecnico e istituzionale che la sua variante sincopata non ha. Lo stesso vale quando diritto significa “giusto”, “legittimo”, “conforme a equità”: dire che “è giusto e diritto” che qualcuno venga risarcito non ha nulla che vedere con la linearità geometrica.

Dritto, invece, vive soprattutto nella lingua quotidiana. È la forma che usiamo spontaneamente quando diciamo vai dritto, tieni la schiena dritta, taglia più dritto possibile. In questi casi può alternarsi a diritto, ma il tono cambia: dritto suona più immediato, più parlato, mentre diritto è leggermente più neutro o formale. C’è poi un’accezione che appartiene quasi esclusivamente a dritto: quello di persona furba, scaltra, sveglia. Dire che “è un tipo dritto” significa riconoscergli prontezza e astuzia; dire “è un tipo diritto”, invece, significherebbe tutt’altro, cioè “onesto, corretto”, e non sempre è ciò che si vuole comunicare. Qui la differenza di una vocale cambia davvero il senso della frase.

Non mancano, naturalmente, gli ambiti in cui le due forme convivono pacificamente. Nella descrizione di un movimento o di una posizione fisica - stare dritto/diritto, andare dritto/diritto - forme entrambe accettate, la scelta dipende più dal registro che dal significato. Anche in alcuni linguaggi tecnici, come la numismatica o il lavoro a maglia, si trovano entrambe: il dritto (o diritto) di una moneta, il punto dritto (o diritto). Qui la tradizione e l’uso locale spesso contano più della norma.

La storia dei due lessemi si intreccia anche con la cultura e la letteratura. Dante, per esempio, parla della “diritta via” smarrita all’inizio dell’Inferno: espressione che non indica solo una strada fisicamente retta, ma soprattutto la via morale, la direzione giusta dell’esistenza. In quel contesto, dritta sarebbe fuori luogo, perché perderebbe la risonanza etica e simbolica che diritta porta con sé.

Nella lingua viva, poi, le metafore della linearità sono dappertutto: andare dritto per la propria strada, raddrizzare il tiro, mettere le cose dritte. Tutte immagini che rimandano all’idea di una linea senza deviazioni, sia essa fisica sia essa metaforica. E anche qui, a seconda del contesto, la scelta tra dritto e diritto può cambiare il tono, la sfumatura, l’intenzione.

In definitiva, dritto e diritto sono due rami dello stesso albero etimologico, ma cresciuti in direzioni diverse. A volte si toccano, altre volte no. Quando si parla di leggi, prerogative e giustizia, la forma corretta è sempre e solo diritto. Quando si vuole indicare una linea retta o un movimento senza deviazioni, entrambe le forme sono possibili, con sfumature diverse. Quando si parla di astuzia, invece, solo dritto funziona davvero. Una sola i, insomma, può cambiare il significato, il registro e perfino l’efficacia di una frase. Ed è proprio questa sottile differenza a rendere il nostro idioma così ricco e affascinante.

Nella lingua come nella vita, insomma, basta una piccola deviazione per cambiare completamente la direzione.  

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“Non mi cale”

Il fascino della lingua italiana sta spesso nella sua capacità di conservare gemme medievali che, nonostante il passare dei secoli, mantengono una forza espressiva intatta. Tra queste, spicca un’espressione che profuma di Toscana duecentesca e di alta letteratura, ma che nasconde un’anima sorprendentemente moderna: "non mi cale". Sebbene oggi possa apparire come un vezzo arcaico o una scelta ricercata, quest’espressione racchiude una sfumatura di distacco e indipendenza intellettuale che difficilmente trova eguali nei sinonimi contemporanei.

L’etimologia ci riporta direttamente al verbo latino calere, che significa "esser caldo" o "ardere". In senso figurato, il termine si è evoluto per indicare ciò che "scalda" l’animo, ovvero ciò che preme, che sta a cuore o che suscita interesse. Dire "mi cale" significa dunque "mi importa", "mi interessa", e simili; mentre la forma negativa "non mi cale" definisce tutto ciò che ci lascia freddi, indifferenti. Dante Alighieri, nelle sue Rime, scriveva della "donna petrosa" a cui "non cal della vita", cristallizzando il termine come pilastro del lessico poetico delle origini.

Il significato “nascosto” non è però una semplice negazione dell’interesse, ma una dichiarazione di estraneità. Rispetto al comune "non mi importa", che può suonare brusco o sciatto, "non mi cale" suggerisce una sorta di superiorità aristocratica dello spirito verso le piccole beghe quotidiane o le opinioni altrui. È il rifiuto di farsi coinvolgere da ciò che è considerato superfluo o non degno di interesse.

A distanza di secoli questo modo di dire conserva una straordinaria attualità, specialmente in un'epoca dominata dal rumore mediatico e dall'ansia di dover “mettere il becco” su tutto. Utilizzare oggi "non mi cale" permette di esprimere un disinteresse consapevole e ragionato. Si pensi a un contesto lavorativo in cui ci si rifiuta di entrare in sterili polemiche d'ufficio: dire «delle critiche infondate non mi cale» non è solo un atto di difesa, ma una sottolineatura della propria integrità. Oppure, nel rispondere a una pressione sociale verso una moda passeggera, affermare «di seguire l'ultima tendenza proprio non mi cale» trasmette una sicurezza di sé che il linguaggio colloquiale fatica a restituire.

Per concludere, "non mi cale" non è un fossile linguistico, ma uno strumento di precisione. Ci permette di tracciare un confine netto tra ciò che merita il “calore” della nostra attenzione e ciò che, per vacuità o irrilevanza, merita solo il “freddo” della nostra indifferenza.

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La lingua “biforcuta” della stampa

“Chi ha una stanza?”. Le chat dei fuorisede a caccia di un tetto per l’università

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Nessun errore orto-sintattico-grammaticale, ma un orrore per il “senso logico”. Le persone hanno bisogno di un tetto, non l’università. Non necessario, anzi errato il punto fermo dopo quello interrogativo, anche se dentro le virgolette. Ci correggiamo, un errore c'è: il punto fermo.