venerdì 3 aprile 2026

Arrivo e traguardo: non confondiamo la fine con la conquista

 Due parole che sembrano sorelle e invece non si salutano nemmeno









La nostra lingua ospita coppie di parole che sembrano equivalersi, ma che, osservate con un minimo di attenzione, rivelano differenze nette. Arrivo e traguardo appartengono a questa categoria: due lessemi che condividono l’idea della fine di un percorso, ma che la interpretano con intenzioni e sfumature molto diverse. La loro storia, il loro uso e perfino la loro “temperatura emotiva” non coincidono, e proprio da questa non coincidenza nasce la loro utilità.

Arrivo discende dal verbo arrivare, che a sua volta proviene dal latino ad rīpam, “verso la riva”. L’immagine originaria è semplice e concreta: una barca che tocca la riva dopo la navigazione. È un’immagine neutra, priva di pathos: si giunge dove si doveva giungere, si conclude un tragitto, si approda. Questa neutralità semantica è rimasta intatta. L’arrivo del treno, l’arrivo della posta, l’arrivo di un ospite: in tutti questi casi il termine indica la fine naturale di un movimento, senza alcuna implicazione di successo, sforzo o competizione. Anche quando arrivo si sposta nel figurato, conserva la sua sobrietà: l’arrivo di una fase della vita, l’arrivo di una decisione, l’arrivo di un risultato atteso. È un punto finale, non un trionfo.

Traguardo, invece, nasce da un’altra storia. Il verbo traguardare è formato da tra- e guardare, ma la sua etimologia non è lineare. Le fonti maggiori concordano nel definirla incerta: il Treccani non propone alcuna radice germanica; il DELI segnala la possibilità di un’interferenza teutonica, ma come ipotesi e non come fatto; il LEI registra la somiglianza formale con la radice ward‑, ma non la considera dimostrata. In altre parole, l’origine germanica è possibile, ma non verificata, e dunque non può essere presentata come certezza. Ciò che è sicuro è che il verbo guardare si sviluppa pienamente nell’area romanza occidentale, e che traguardare nasce come verbo tecnico: “guardare attraverso”, “guardare oltre un allineamento”. Da qui deriva il sostantivo traguardo, che non indica semplicemente la fine di un percorso, ma la fine significativa, quella che sancisce un risultato. Il traguardo non è un punto neutro: è un punto che vale, un punto che certifica una conquista.

Una curiosità storica chiarisce bene questa differenza. Nelle prime competizioni ciclistiche dell’Ottocento, la linea finale non era sempre tracciata a terra: i giudici si posizionavano su una pedana e “guardavano attraverso” due pali per stabilire chi avesse superato per primo l’allineamento ideale. Quel gesto di osservazione - guardare tra due riferimenti - ha dato forma al verbo traguardare e, per estensione, al nostro traguardo. È un dettaglio tecnico che spiega perfettamente perché questo termine porti con sé un’aura di misurazione, di verifica, di competizione.

La differenza d’uso emerge con chiarezza negli esempi. In una gara si può dire sia Ha tagliato il traguardo sia È giunto all’arrivo: il contesto sportivo permette ai due termini di sovrapporsi quasi perfettamente. Ma basta uscire da quel contesto perché la sovrapponibilità svanisca. L’arrivo dell’autobus è naturale; il traguardo dell’autobus è impossibile. Abbiamo raggiunto il traguardo dei diecimila euro raccolti è perfetto; siamo arrivati ai diecimila euro è corretto ma neutro, privo della sfumatura di conquista. L’arrivo può essere un fatto; il traguardo è sempre un risultato.

L'arrivo può essere accidentale o persino indesiderato: l'arrivo di una malattia, l'arrivo di un temporale. Il traguardo, invece, è intrinsecamente legato alla volontà: non si taglia un traguardo per caso. Esso presuppone una pianificazione, un mirino puntato verso un obiettivo che è stato "traguardato" (osservato con precisione) ben prima di essere raggiunto.

Insomma, arrivo e traguardo possono toccarsi, ma non si confondono. Il primo è la fine naturale di un percorso; il secondo è la fine significativa di un percorso che aveva una meta. L’arrivo è un punto; il traguardo è un punto che conta. E scegliere l’uno o l’altro significa decidere se raccontare un semplice esito o celebrare una conquista.




giovedì 2 aprile 2026

Quando il linguaggio fa… pulizia

 Un’indagine su due verbi che sembrano sinonimi ma raccontano storie molto diverse


C
apita spesso che, parlando di pulizie profonde, qualcuno dica «bisogna disinfestare il bagno» quando in realtà intende «disinfettarlo». È un piccolo scivolone linguistico, comprensibile: i due verbi condividono la stessa struttura, lo stesso prefisso dis- e un’aria di famiglia che inganna. Eppure, se li si guarda da vicino, rivelano storie, etimologie e campi d’azione nettamente distinti.

Disinfettare nasce dall’unione di dis- (privazione, rimozione) e infettare, che a sua volta deriva dal latino inficere, “immettere dentro”, “contaminare”, “corrompere”. Disinfettare significa dunque eliminare o inattivare i microrganismi patogeni: batteri, virus, funghi. È un’azione chimica o fisica che mira alla sanificazione delle superfici, degli ambienti, degli strumenti. Quando si disinfetta, si combatte l’invisibile.

Disinfestare, invece, ha un’origine più concreta e quasi narrativa. Viene da infestare, dal latino infestare, con l'aggiunta del prefisso dis-: “assalire, tormentare”, legato a infestus, “ostile, minaccioso”. Qui non si parla di microbi, ma di organismi ben visibili: insetti, parassiti, roditori. Disinfestare significa, quindi, liberare un luogo da una presenza viva e indesiderata. È un verbo che porta con sé un eco (sic!) di battaglia domestica: l’uomo contro gli invasori.

La distinzione, dunque, è netta: si disinfetta ciò che è contaminato da agenti microscopici; si disinfesta ciò che è invaso da creature indesiderate. Un pavimento sporco di germi si disinfetta; una cucina piena di formiche si disinfesta. Un ambulatorio medico si disinfetta; una cantina con tracce di roditori si disinfesta. Confondere i due verbi non è un errore grave, ma può generare malintesi pratici: chiamare una ditta di disinfestazione quando servirebbe solo un buon disinfettante, o viceversa.

C’è una piccola curiosità storica: nei primi decenni del Novecento, soprattutto nei testi amministrativi e sanitari, disinfestazione veniva talvolta usato in senso più ampio, quasi come sinonimo di “bonifica igienica”. Ma l’uso moderno ha ristretto i campi semantici, rendendo la distinzione attuale molto più precisa. Oggi nessun professionista confonderebbe i due termini, e la lingua comune si sta lentamente riallineando.

Un esempio vivido arriva dal mondo agricolo: un terreno può essere disinfestato dai parassiti, ma solo un laboratorio può disinfettare gli strumenti chirurgici usati per innestare le piante. Due azioni diverse, due mondi diversi, due verbi che chiedono rispetto.

Eppure, nonostante la chiarezza teorica, la confusione resiste. Forse perché disinfettare e disinfestare condividono quel prefisso dis- che promette pulizia, liberazione, ordine. O forse perché, nella nostra percezione quotidiana, tutto ciò che “fa schifo” tende a finire nello stesso calderone linguistico. Ma la lingua, quando la si ascolta bene, non è mai approssimativa: è precisa, affilata, quasi chirurgica.

E allora vale la pena ricordarlo: contro i germi si disinfetta, contro gli insetti si disinfesta. Due verbi simili, due battaglie diverse.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, si disinfetta ciò che non si vede, si disinfesta ciò che non si vuole vedere: la precisione, in lingua come nella vita, è già metà della pulizia.


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Addio cicerone, benvenuto ‘spiegaluogo’

Un neologismo limpido per chiamare finalmente le cose con il loro nome


P
er anni e anni abbiamo chiamato cicerone la persona che accompagna i visitatori alla scoperta di un luogo. Ma il termine, per chi non conosce Marco Tullio Cicerone e la sua fama di oratore, è opaco: un nome proprio riciclato, non trasparente, non immediatamente comprensibile. In un’epoca in cui la chiarezza è un valore e la lingua può permettersi di essere più “onesta”, nasce l’esigenza di una parola che dica ciò che fa, senza chiedere conoscenze pregresse. Da qui la proposta di un neologismo limpido, italiano fino al midollo, capace di raccontare il mestiere con la semplicità di un gesto: spiegaluogo.

Il significato è immediato: chi spiega un luogo. Non un divulgatore generico, non un insegnante, non un tecnico che illustra un funzionamento, ma una figura specifica che accompagna, mostra, racconta e rende comprensibile ciò che si ha davanti. La trasparenza è totale: due radici italianissime, spiega e luogo, unite in un composto che non ha bisogno di interpretazioni. È una parola che si capisce al primo ascolto o alla prima lettura.

L’etimologia è altrettanto lineare: spiegare, dal latino explicare, “svolgere, rendere chiaro”, e luogo, dal latino locus. L’unione produce un composto moderno ma naturale, che si inserisce nella tradizione dei nomi d’azione e di mestiere formati per giustapposizione: rompighiaccio, salvagente, portalettere. La struttura è produttiva e permette derivati spontanei: spiegaluoghi (plurale), spiegaluogare (accompagnare spiegando un luogo), spiegaluogata (visita guidata), spiegaluoghismo (stile di spiegazione dei luoghi).

La definizione potrebbe essere “vocabolarizzata” così: spiegaluogo s.m./f. - Professionista che accompagna persone alla scoperta di un luogo, illustrandone storia, caratteristiche e significati in modo chiaro, accessibile e contestuale.

Gli esempi d’uso mostrano la naturalezza del lessema:
«La spiegaluogo ci ha raccontato la piazza come se fosse un libro aperto.»
«Domani abbiamo prenotato uno spiegaluogo per il centro storico.»
«Senza uno spiegaluogo non avremmo colto metà dei dettagli del borgo.»

Spiegaluogo, insomma, è una parola che non pretende di essere colta: pretende di essere chiara. E questo, oggi, è un atto di civiltà linguistica.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Due morti e quattro feriti tra le fila delle Forze di mobilitazione popolare colpite da un attacco nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale.

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Romano Prodi, non uno qualunque a tali latutudini, da giorni, lavora per la discesa in campo …

… indagini in Germania sulla cosiddetta “Hammerbande” e su un eventuale segnalazione nel circuito Schengen …

… a Düsseldorf, a metà gennaio, si è aperto il processo contro un gruppo, composta da sei persone...

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Una contrappasso per chi sperava che la separazione delle carriere avrebbe potuto arginare i giochi di Palazzo.

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Occorrono commenti?





mercoledì 1 aprile 2026

L’inganno più serio dell’anno

 Perché il Pesce d’Aprile è una cosa da filologi, non da burloni


L
a storia del Pesce d’Aprile è un caso esemplare di come le tradizioni popolari non nascano mai da un singolo gesto fondativo, ma da una stratificazione lenta, fatta di riti, calendari, metafore e pratiche sociali che si sovrappongono nel tempo. La filologia culturale, quando affronta fenomeni come questo, non cerca un’origine puntuale, bensì una genealogia. E quella del Pesce d’Aprile è una genealogia che attraversa la Francia del XVII secolo, le feste primaverili dell’antichità, le iconografie medievali e la stampa umoristica dell’Ottocento italiano.

La teoria più nota, e in parte sostenuta da indizi documentari, colloca la nascita della tradizione nella Francia del XVI secolo, quando la riforma del calendario spostò il Capodanno dal periodo 25 marzo–1° aprile al 1° gennaio. Tuttavia, la filologia invita alla cautela: non possediamo testi cinquecenteschi che attestino direttamente la pratica. Le prime occorrenze certe del poisson d’Avril compaiono infatti solo nel Seicento. Nel 1612, Charles de Launay, nel Livre de la Deablerie, usa l’espressione in un contesto che presuppone già la conoscenza della burla. Nel 1691, il Dictionnaire comique di Le Roux definisce il poisson d’Avril come colui che si lascia ingannare il primo giorno d’aprile, segno che la tradizione era ormai pienamente istituzionalizzata. Queste attestazioni non fondano l’origine, ma certificano che la pratica era già viva e riconoscibile.

Parallelamente, in area anglosassone, il 1° aprile compare come giornata degli sciocchi: nel 1686, John Aubrey la chiama Fooles Holy Day, e nel 1698 circola a Londra il celebre volantino che invita la popolazione ad assistere alla “lavatura annuale dei leoni del re” alla Torre di Londra, uno dei primi scherzi documentati in forma moderna. La presenza quasi simultanea di attestazioni francesi e inglesi suggerisce un fenomeno europeo già diffuso, non un’invenzione isolata.

Sul piano antropologico, la tradizione si innesta su un terreno ancora più antico. Le Hilaria romane del 25 marzo, dedicate a Cibele, prevedevano travestimenti, inversioni rituali dei ruoli e un clima di licenza controllata che ricorda da vicino lo spirito del Pesce d’Aprile. La primavera, stagione di rinascita, è da sempre associata al rovesciamento simbolico dell’ordine e al riso come forza rigeneratrice. È probabile che la burla del 1° aprile sia l’erede lontana di questo clima rituale, filtrato attraverso secoli di cristianizzazione e di adattamenti locali.

Il simbolismo del pesce, poi, ha una sua logica interna. Nel francese del XVII secolo, il pesce è già metafora della vittima che “abbocca”, e questa motivazione semantica è probabilmente la più forte. Ma non è l’unica: nelle iconografie medievali, aprile è spesso associato all’acqua e ai pesci, residuo di un’antica sovrapposizione tra calendario agricolo e calendario zodiacale. Inoltre, durante la Quaresima, il pesce era alimento comune, e ciò potrebbe aver contribuito alla sua presenza simbolica nel periodo.

Nel nostro Paese la tradizione arriva più tardi. Le prime attestazioni della locuzione “pesce d’aprile” compaiono nella stampa ottocentesca: nel 1848, il giornale satirico Il Lampione lo usa in senso pienamente moderno; tra 1860 e 1880 la locuzione si diffonde nei fogli umoristici; nel 1888, il Tommaseo‑Bellini la registra come “burla del primo aprile”. È evidente che l’Italia recepisce la tradizione attraverso la mediazione francese, mantenendo sia la struttura sintattica sia la metafora dell’abboccare.

Sotto il profilo lessicale, il sintagma “pesce d’aprile” è un genitivo di specificazione che indica il “pesce proprio del mese di aprile”, cioè la vittima dello scherzo. La metafora è trasparente: il pesce è l’ ‘animale’ che si lascia prendere all’amo. Nel corso del Novecento, la locuzione si estende dal significato originario (la persona ingannata) a quello più ampio di “scherzo del primo aprile”, fino a diventare, nel XX e XXI secolo, una categoria culturale autonoma, applicata a notizie false, burle mediatiche e micronarrazioni virali. La celebre burla della BBC del 1957 sul “raccolto degli spaghetti” in Svizzera è un esempio perfetto di questa evoluzione: uno scherzo costruito con linguaggio giornalistico, capace di ingannare migliaia di spettatori e di mostrare come il Pesce d’Aprile si adatti ai media del proprio tempo.

La storia del Pesce d’Aprile, dunque, non è la storia di un’origine, ma di una metamorfosi. Le attestazioni cronologiche ci mostrano un fenomeno già maturo nel Seicento francese e inglese; la filologia ci ricorda che le metafore non nascono dal nulla, ma da un terreno simbolico che affonda nell’antichità; la lessicografia italiana testimonia una ricezione ottocentesca fedele al modello francese. Ciò che rimane costante, attraverso secoli e lingue, è la funzione sociale della burla: sospendere per un giorno la “rigidità del vero”, concedere alla comunità un piccolo spazio di gioco, ricordare che anche l’inganno, se lieve e condiviso, può essere una forma di intelligenza.










martedì 31 marzo 2026

Dire è fare

 Quando un verbo non descrive il mondo: lo crea












Parliamo spesso come se le parole fossero semplici etichette: strumenti per raccontare ciò che accade fuori da noi. Ma una parte sorprendente della lingua funziona al contrario: non descrive il mondo, lo modella. Ci sono verbi che, quando li pronunciamo nel modo giusto, non dicono qualcosa: lo fanno accadere. È qui che entrano in scena i verbi performativi.

I verbi performativi sono quei verbi che non si limitano a descrivere un’azione, ma la compiono nel momento stesso in cui vengono pronunciati. Dire prometto fa nascere una promessa; dire vieto istituisce un divieto; dire dichiaro aperta la seduta apre davvero la seduta. La parola non fotografa: interviene.

La forma è decisiva: prima persona, presente indicativo, tono diretto e contesto adeguato. Senza queste condizioni, il performativo si spegne: ti prometto che verrò funziona; ti promettevo che sarei venuto non compie più nulla. Il tempo verbale, qui, è la leva che trasforma il dire in fare.

L’etimologia rivela la natura attiva di questi verbi. Promettere viene da pro‑mittere, “mandare avanti”: la parola lancia un impegno nel futuro. Dichiarare deriva da de‑clarare, “rendere chiaro”: dire è rendere valido. Vietare risale a vetare, “impedire”: la voce stessa crea il limite. In tutti i casi, la radice latina porta con sé un gesto, non una semplice descrizione.

Qui si innesta la differenza con i verbi constativi, che invece descrivono uno stato di cose: piove, mangio, capisco. I constativi registrano il mondo; i performativi lo modificano. Ma la distinzione non è mai assoluta: anche un constativo, quando lo pronuncio, compie comunque un atto illocutorio (asserire, attestare, informare). È proprio da questa tensione che nasce la riflessione di John L. Austin, filosofo del linguaggio britannico che negli anni Cinquanta mostrò come parlare non significhi solo dire, ma fare con le parole.

Austin chiamava “felici” i performativi che funzionano davvero: serve l’autorità giusta, il contesto giusto, l’intenzione giusta. Un ti perdono detto da chi non ha titolo a perdonare è un colpo a vuoto; un giuro pronunciato senza intenzione è un abuso. La lingua, qui, non descrive: interviene.

C’è un episodio autentico, riportato nelle sue lezioni, che illumina il punto meglio di qualsiasi definizione. Austin, discutendo il celebre esempio del varo di una nave, osserva che la frase “Battezzo questa nave Queen Elizabeth” non descrive un atto: lo compie. Ma aggiunge subito che la stessa frase, detta da uno studente in un’aula universitaria, non battezza nulla. Non perché la frase sia sbagliata, ma perché manca l’autorità. È un caso di “infelicità” perfetta: parole formalmente impeccabili che non producono alcun effetto nel mondo. L’atto linguistico, per funzionare, deve essere riconosciuto da un’istituzione, da una procedura, da un contesto condiviso.

Ogni volta che un verbo, pronunciato nel modo giusto, crea un fatto nuovo nel mondo, siamo davanti a un performativo in piena regola. Parlare, qui, non è raccontare: è agire.

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Specificamente o specificatamente?

Egregio dott. Raso, seguo con costante interesse "Lo SciacquaLingua" e la sua meritoria opera di “bonifica” del nostro idioma. Le sottopongo un quesito sulla distinzione tra specificamente e specificatamente. Sebbene i dizionari li riportino spesso come sinonimi, la differente genesi (l’uno dall’aggettivo specifico, l’altro dal participio specificato) suggerisce una diversa sfumatura d’uso. In un testo che miri al massimo rigore e alla brevità, quale delle due forme è da preferire? Considera "specificatamente" un'inutile superfetazione sillabica o una variante legittima?

La ringrazio per il suo autorevole parere.

Con viva stima

Sebastiano Mangiapane

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Cortese amico, la ringrazio innanzitutto per le sue belle parole. La questione che lei pone tocca il cuore della proprietà di linguaggio, dote oggi sempre più rara, sommersa dal “parlottismo” dilagante.

Andiamo al dunque. Specificamente è l’avverbio schietto, che deriva direttamente dall'aggettivo specifico: indica ciò che è proprio di una specie, ciò che è particolare. Specificatamente, invece, è un avverbio di partecipazione, poiché ricalca il participio passato del verbo specificare. Questo indica, dunque, il modo in cui qualcosa è stato "specificato", ovvero elencato o descritto nei dettagli. Nell’uso i due avverbi sono intercambiabili, anche se con qualche sfumatura diversa (come abbiamo visto).

Per chi ama la brevità e la "pulizia" del periodo, la scelta deve cadere, senza esitazione, su specificamente. L'altra forma, appesantita da quella sillaba mediana di troppo (-ta-), sa di burocratese, di quel linguaggio paludato che ama allungare il brodo verbale senza aggiungere sostanza. Chi scrive "specificatamente" quando intende "in modo particolareggiato" compie, a mio avviso, un'inutile esibizione di “muscoli sillabici”. Spero di essere stato esaustivo.

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 La lingua “biforcuta” della stampa 

Le sottrazioni di opere d’arte più clamorose d’Italia

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Il titolo così formulato fa ritenere l’Italia come termine di paragone, quasi fosse: le sottrazioni più clamorose (rispetto all’Italia). In buona lingua italica: Le più clamorose sottrazioni di opere d’arte avvenute in Italia, oppure Le principali sottrazioni di opere d’arte in Italia, o ancora I furti di opere d’arte più clamorosi avvenuti in Italia.









(Non è un libro in commercio)



domenica 29 marzo 2026

Parolacce: istruzioni per l’uso (e per l’abuso)

 Come termini proibiti diventano sfoghi, collanti sociali e piccoli capolavori fonetici

La volgarità linguistica - per “allargare” la risposta data al nostro lettore nell’intervento del 26 marzo (e ci scusiamo per i termini che giocoforza adopereremo) - nasce dall’incontro fra tabù culturali, dinamiche sociali e intenzioni comunicative. Le parole considerate volgari lo diventano perché toccano aree che la società preferisce velare: il corpo, la sessualità, l’escrezione. Quando qualcuno nomina direttamente parti intime come cazzo o figa, oppure funzioni fisiologiche come merda o pisciare, infrange una norma implicita che regola ciò che può essere detto apertamente e ciò che va lasciato nel non detto. È proprio questa violazione a dare forza alle imprecazioni: termini brevi, sonoramente duri, che funzionano come valvole emotive e acquistano potenza proprio perché “non si dovrebbero dire”. Anche espressioni come vaffanculo o rompere le palle vivono di questa energia trasgressiva, che non è nella parola in sé ma nel gesto linguistico che l’accompagna.

Molte parole diventano volgari non per il loro significato originario, ma perché vengono usate come armi: un termine come stronzo, che nasce da un riferimento fisiologico, si è trasformato in un insulto diretto, e lo stesso vale per troia o bastardo, che colpiscono non per la loro etimologia ma per l’intenzione di denigrare chi li riceve. La volgarità è quindi un atto, non un’etichetta fissa.

Il contesto sociale pesa enormemente: ciò che è inaccettabile in un ambiente formale può essere normale tra amici, e ciò che in italiano “standard” è scurrile può risultare quotidiano in un dialetto. In alcune aree, per esempio, espressioni come mortacci tua o mannaggia ‘o c… (non serve completare) sono percepite come colorite più che offensive. La volgarità è mobile anche nel tempo: parole oggi considerate pesanti erano comuni nel Medioevo, e viceversa. Il suono contribuisce alla percezione: consonanti esplosive, doppie marcate, affricate e vocali aperte rendono un termine più aggressivo, più “di pancia”.

E poi c’è l’aspetto identitario: in certi gruppi sociali o generazionali, la volgarità diventa un codice di appartenenza, un modo per creare complicità o per affermare un tono emotivo più diretto. Dire che palle o sono incazzato nero può essere un modo per segnalare vicinanza, non distanza.

In definitiva, una parola è percepita come volgare quando nomina un tabù, infrange una norma, ferisce intenzionalmente, porta con sé una storia di abbassamento semantico, suona dura, è fuori registro o funziona come segnale di gruppo. La volgarità non è mai un fatto puramente linguistico: è un fenomeno culturale, sociale, storico e fonetico intrecciato.


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Modalità aereo: l’arte di esserci senza farsi trovare

Un respiro di quiete per ritrovare la parte di noi che non fa rumore


S
i racconta che tutto sia cominciato un lunedì mattina, in un ufficio troppo rumoroso per essere vero. La riunione era appena iniziata, le diapositive non si aprivano, il responsabile parlava da dieci minuti senza dire nulla, e qualcuno - nessuno ricorda chi - mormorò con un filo di voce: «Oggi io sto in modalità aereo.»

Per un istante calò il silenzio, poi arrivò una risata, poi un’adesione generale. Nel giro di un’ora, metà ufficio aveva adottato l’espressione: c’era chi si isolava dalle richieste, chi si difendeva dalle pretese assurde, chi semplicemente cercava di sopravvivere alla giornata. «Perché non risponde?» «Lascia stare, è in modalità aereo.» «Perché non partecipa?» «Modalità aereo inserita.» «Come fai a restare così tranquillo?» «Modalità aereo permanente.»

Nel pomeriggio, la frase era già uscita dall’ufficio: comparsa in una conversazione familiare, poi in un messaggio vocale, poi in un gruppo di amici. Una madre stanca, con la voce che non cercava più giustificazioni, disse: «Oggi non mi cercate, sono in modalità aereo.» Da lì, il resto fu naturale: un modo di dire nato per caso, adottato per necessità, diventato subito lingua viva.

Stare in modalità aereo significa essere presenti ma non disponibili, sospendere le interazioni, chiudere le comunicazioni per proteggersi, recuperare energie o evitare sovraccarichi. È una forma di autodifesa gentile: ci sono, ma non ci sono per nessuno. Come i telefoni che interrompono ogni collegamento pur restando accesi, così chi usa questa espressione dichiara di voler "restare acceso", ma non raggiungibile. Una metafora contemporanea, comprensibile a chiunque, e per questo destinata a durare.




sabato 28 marzo 2026

Il fascino discreto degli hàpax

 Parole che compaiono una sola volta e illuminano un intero mondo linguistico

Molti lettori delle nostre noterelle non si saranno mai imbattuti, probabilmente, nel termine hàpax, e non per distrazione: semplicemente, le grammatiche scolastiche non lo menzionano quasi mai. È una parola che vive soprattutto nei territori della filologia, della linguistica storica e della critica testuale, eppure indica un fenomeno sorprendentemente comune nella pratica della scrittura e nella storia delle lingue. Vale dunque la pena di portarlo alla luce, perché dietro questa piccola parola greca si nasconde un mondo.

Hàpax è la forma abbreviata di hàpax legòmenon, espressione che in greco significa «detto una sola volta». Con questa si indica un termine o una locuzione che compare una sola volta in un testo, in un corpus di testi o addirittura nell’intera documentazione conosciuta di una lingua. Gli studiosi parlano così degli hapax omerici, danteschi, biblici, petrarcheschi, e via dicendo. L’idea è semplice: una parola che non si ripete mai più, né nello stesso autore né altrove.

Di primo acchito potrebbe sembrare un dettaglio marginale, quasi un capriccio statistico. In realtà, gli hapax sono numerosissimi: nel Canzoniere di Petrarca, per esempio, su 3275 lemmi ben 1199 compaiono una sola volta. Per questo motivo, gli hapax di un singolo autore o di un singolo testo hanno un valore più limitato: spesso sono dovuti a esigenze metriche, a scelte stilistiche, a varianti occasionali, o semplicemente sono lessemi che non hanno avuto fortuna.

Ben diversa è la situazione quando un hàpax rappresenta l’unica attestazione storica di un vocabolo nella nostra lingua. In questi casi, la parola diventa un reperto prezioso: un fossile linguistico, un lampo di creatività, un esperimento lessicale rimasto isolato. Può trattarsi di una neoformazione coniata da un autore e mai più ripresa, oppure di una voce rarissima, sopravvissuta per caso in un solo manoscritto o in un’unica stampa. Qui l’hàpax non è più un accidente, ma un indizio: racconta un momento della lingua, un gesto stilistico, un tentativo di nominare qualcosa che forse non aveva ancora un nome.

Gli hapax sono dunque una lente d’ingrandimento: ci mostrano come gli autori forzino i confini del lessico, come le lingue sperimentino, come certe parole nascano e muoiano nel giro di un verso. Sono anche una sfida per i filologi, che devono interpretarli senza poter contare su confronti interni: una parola unica è un enigma, e ogni enigma chiede prudenza, intuizione e un po’ di coraggio.

In tempi in cui la lingua sembra correre veloce e moltiplicare neologismi, ricordare l’esistenza degli hàpax significa riconoscere che ogni parola, anche la più effimera, lascia un segno. Alcune, se hanno fortuna, diventano di uso comune, altre restano come isole nel mare del lessico. Ma tutte, anche quelle che compaiono una sola volta, raccontano qualcosa del rapporto tra chi scrive e la lingua che usa.

  • Qualche esempio di hàpax nella letteratura italiana

    tralignare - appare una sola volta nei Promessi Sposi; Manzoni lo usa per “degenerare dalla propria stirpe”.

  • sovrammodo - unico nel Decameron; significa “oltre misura”.

  • inurbarsi - unico in Pascoli; indica “diventare urbano”, perdere la rusticità.

  • sovresatto - unico in Dante (Inferno, XXIX), forma arcaica di “sovrassato”.

  • sbruffoncello - unico in Verga.

  • rimbambolire - unico in Pirandello.

  • sconquassume - unico in Gadda.

  • sbrindellume - unico in Fenoglio.

  • sovrabbondanza - unico in Leopardi (Zibaldone).

  • sfarfallìo - unico in D’Annunzio.


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"Pcriparatista": quando un mestiere trova finalmente la sua parola

Dopo decenni di perifrasi, arriva un nome chiaro, italiano e preciso per chi ripara i PC

Ci sono mestieri che la lingua italiana nomina con naturalezza — il falegname, il calzolaio, il giardiniere — e mestieri che invece restano sospesi, senza un nome proprio, costretti a vivere in perifrasi interminabili come “tecnico del PC”, “addetto all’assistenza informatica”, “riparatore di computer”. È curioso: ripariamo computer da quarant’anni, ma non abbiamo ancora un nome per chi lo fa. E quando una lingua non nomina, lascia un vuoto. E quando c’è un vuoto, qualcuno deve colmarlo.

Da questa esigenza nasce pcriparatista (piccìriparatista), una neoformazione che colma una lacuna nel tessuto della lingua italiana. La struttura è semplice e trasparente: pc + ripara + –(t)ista. L’oggetto, l’azione, il professionista. Un composto che non odora di inglese, non richiama la matematica, non si confonde con l’informatica teorica. Dice esattamente ciò che deve dire: chi ripara i computieri.

Un dettaglio interessante arriva dal DOP, che registra computiere come adattamento italiano di computer. È un precedente prezioso: dimostra che la nostra lingua non rifiuta affatto la via morfologica interna e che anzi ha già tentato di italianizzare il lessico informatico. Pcriparatista si inserisce in questa stessa scia, ma con un obiettivo più concreto: dare un nome a un mestiere rimasto senza nome.

Il termine funziona perché è specifico senza essere tecnico, artigianale senza essere popolare, professionale senza essere rigido. È un nome che si pronuncia bene, si memorizza subito e soprattutto non lascia ambiguità. Dove “tecnico informatico” può significare tutto e niente, pcriparatista indica una sola cosa, con precisione chirurgica.

Esempi d’uso? «Domani porto il portatile dal pcriparatista: credo sia l’alimentatore.» Oppure: «Il mio pcriparatista di fiducia mi ha recuperato tutti i dati.» O ancora: «Cerchiamo un pcriparatista per assistenza 'hardware' in laboratorio.» In tutti i casi, il lettore (o l'ascoltatore) capisce immediatamente di chi si parla.

Il neologismo lessicale nasce per necessità: dare un nome a chi esercita un mestiere che esiste, è diffuso, è quotidiano, ma non ha mai avuto un’etichetta propria. La lingua, quando può, preferisce la precisione alla perifrasi. Pcriparatista è esattamente questo: precisione che finalmente prende forma.

pcriparatista (o piccìriparatista) - s. m. e f. [der. di (pc)riparare, con il suff. ‑ista, che indica chi esercita una pratica o una competenza specialistica].

1. Chi, nell’ambito di testi, progetti, processi o materiali concettuali, individua, isola e valorizza il pcriparo, il punto strutturalmente decisivo che permette all’intero insieme di funzionare; chi opera mettendo in evidenza il nocciolo funzionale e riorganizzando il materiale attorno a questo.


2. Per estens., persona dotata di particolare attitudine a riconoscere il punto di leva in situazioni complesse, riducendo il superfluo e riportando ordine attorno al fulcro operativo.


«Abbiamo affidato il dossier a una pcriparatista: ha trovato in un’ora ciò che noi cercavamo da giorni». «Serve un pcriparatista per capire dove intervenire: il problema è nel centro, non nella superficie».



venerdì 27 marzo 2026

Quando due verbi si somigliano… ma uno fa danni e l’altro fa memoria

 Perpetrare e perpetuare: la storia di un equivoco che dura, si ripete e - a volte - colpisce

Capita spesso che i sintagmi verbali perpetrare e perpetuare vengano confusi, forse perché condividono un suono simile, un’aria di famiglia fonetica che inganna l’orecchio frettoloso. Eppure i due verbi abitano mondi semantici lontanissimi: uno è figlio del crimine, l’altro della durata. Uno sporca, l’altro prolunga. Uno compie, l’altro conserva. Distinguere questi due percorsi è un piccolo esercizio di precisione lessicale che restituisce nitidezza al pensiero.

Perpetrare viene dal latino perpetrāre, composto da per- (completamente) e patrāre (portare a compimento). Il verbo latino non aveva una connotazione negativa: significava semplicemente “portare a termine”. Ma già in epoca classica, e poi con decisione nel tardo latino, il verbo si lega sempre più spesso ad azioni riprovevoli, fino a specializzarsi in ciò che oggi intendiamo: perpetrare un delitto, un misfatto, un crimine. È un verbo che non si adopera mai per qualcosa di buono. Non si “perpetra” un’opera d’arte, non si “perpetra” un gesto gentile. Si perpetra ciò che non dovrebbe essere fatto.

Anche perpetuare discende dal latino, ma da perpetuāre, derivato di perpetuus, “continuo, ininterrotto”, è un verbo deaggettivale, quindi. Qui non c’è alcun compimento, ma un’estensione. Perpetuare significa far durare nel tempo, mantenere vivo, tramandare. Si perpetua una tradizione, un ricordo, un’abitudine, un rito. È un verbo che guarda al futuro, non all’azione conclusa ma al suo eco.

Gli usi contemporanei confermano questa distanza. Dire “ha perpetuato un errore” è un… errore: l’errore si commette, non si perpetua. Dire “perpetuare un crimine” è altrettanto un granciporro: un crimine non si prolunga, si compie. Eppure la confusione è così diffusa che alcuni dizionari registrano ormai l’uso improprio di perpetrare come sinonimo di “commettere un errore grave”, segno che la lingua, quando inciampa, a volte decide di tenersi lo scivolone.

Una piccola curiosità storica: nel Settecento perpetuare veniva usato anche in senso ironico, per indicare chi insisteva nel ripetere un comportamento fastidioso, come “perpetuare le proprie lamentele”. Un uso oggi quasi scomparso, ma che mostra come il verbo abbia sempre avuto un rapporto stretto con la durata, anche quando la durata non era esattamente auspicabile.

Alcuni esempi aiutano a fissare meglio la distinzione. Ha perpetrato una frode ai danni dei clienti. Qui l’azione è unica, conclusa, illecita. Quella famiglia perpetua da secoli la stessa ricetta. Qui l’azione si prolunga, si tramanda, si rinnova. Due verbi, due direzioni: uno chiude, l’altro prolunga.

In fondo, la confusione nasce perché entrambi i verbi hanno un che di solenne, un tono alto che li rende simili all’orecchio. Ma basta un attimo di attenzione per ricordare che perpetrare è un colpo secco, mentre perpetuare è un filo che continua a vibrare.
Chi perpetra spezza, chi perpetua tiene acceso.

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Il dimenticatoio e lo… “scordatoio”

Nella nostra lingua esiste il sostantivo dimenticatoio, attestato nei vocabolari, sia pure come termine scherzoso e familiare. Perché non mettere a lemma anche “scordatoio” (da scordare)? I lessicografi ci facciano un pensierino... Il lessema, inoltre, si trova in numerose pubblicazioni, sia pure datate.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Durante l’attacco alla docente, il giovane indossava una maglietta con la scritta “vendetta”, mentre lo scacciacani ha rinvenuto nello zaino e in casa del ragazzo del materiale potenzialmente esplosivo.

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le dimissioni di Daniela Santanchè, un capo espiatorio …

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Non occorrono commenti...

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A Ostia non si potrà più fumare in spiaggia: ecco il divieto balneare che a Roma unisce Pd e 5S

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L'aggettivo "balneare" si riferisce a ciò che concerne l'attività balneare (es. stabilimento balneare, stagione balneare, concessione balneare, demanio balneare). Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: “… ecco il divieto che…” (senza l’aggettivo balneare).

 

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Sarah Mullally ha fatto la storia: chi è la prima donna a diventare arcivescovo di Canterbury

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Correttamente: arcivescova. Come tutti i sostantivi maschili in “-o” nella forma femminile muta la desinenza “-o” in “-a”.




giovedì 26 marzo 2026

Ex: due lettere, mille dubbi

 Quando una preposizione latina continua a far inciampare l’italiano contemporaneo

Ci sono parole minuscole che, nonostante la loro brevità, riescono a creare dubbi sproporzionati. Ex è una di queste: due lettere soltanto, eppure capaci di far tentennare anche chi scrive con sicurezza. La incontriamo dappertutto - nei giornali, nei documenti, nei libri - e ogni volta riaffiora la stessa domanda: come si scrive correttamente? Con il trattino? Senza? Attaccata al sostantivo? La risposta non è un dettaglio grafico, ma un fatto di struttura linguistica.

In italiano ex non è un prefisso. È una preposizione latina autonoma, rimasta tale anche nella nostra lingua quando indica “chi non è più”, “chi non ha più quel ruolo o quell’incarico”. Proprio perché è una parola indipendente, non si salda al nome che segue. La forma corretta, raccomandata dai principali dizionari e dall’Accademia della Crusca, è dunque limpida: ex (preposizione) seguita da uno spazio. Ex ministro, ex direttore, ex compagno, ex calciatore: la grafia rispetta la natura originaria della particella e mantiene la frase pulita, leggibile, coerente.

Il trattino - ex-presidente, ex-giudice - non è un errore da matita blu, ma è considerato meno elegante e meno conforme alla tradizione italiana. La sua diffusione deriva soprattutto dall’influenza dell’inglese, dove il trattino è la norma. Per imitazione, questa abitudine (cattiva) si è infiltrata nei testi giornalistici e nella comunicazione veloce, dove la fretta spesso prevale sulla precisione. In qualche caso il trattino viene usato per ragioni di chiarezza visiva, quando la qualifica è molto lunga e si teme che il lettore perda il nesso logico. Ma si tratta di scelte stilistiche occasionali, non di regole.

Vi sono poi casi particolari. Quando ex diventa un sostantivo - “ho visto il mio ex” - non accompagna più nulla: è un nome autonomo. Nelle locuzioni latine cristallizzate, come ex voto o ex aequo, lo spazio rimane obbligatorio, anche se forme univerbate come exvoto sono ammesse (ma non consigliabili, secondo chi scrive). Diverso ancora è il caso di parole come exequatur, dove ex non è una particella separabile, ma parte integrante della radice etimologica.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, chi desidera scrivere con rigore e sobrietà ha una strada chiara: usare ex come ciò che è - una parola autonoma - e lasciarle il suo spazio. È una scelta che rispetta la storia della lingua e ci preserva da calchi inutili, spesso dannosi, provenienti da sistemi grafici che non ci appartengono.

Perché, in fondo, nella lingua come nella vita, ciò che è davvero chiaro non ha bisogno di trattini per farsi capire.


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Tra o fra? La risposta è più semplice della domanda

Stessa funzione, stessa resa: cambia solo ciò che la lingua vuole che scorra meglio



In italiano tra e fra sono sinonimi perfetti: condividono la stessa funzione e lo stesso valore. “Tra” deriva dal latino intra (“dentro, all’interno”), mentre “fra” è una variante fonetica affermatasi nell’uso già nel latino tardo e poi stabilizzata nell’italiano medievale. Oggi le due forme sono equivalenti: la scelta dipende soprattutto dall’orecchio.

Per evitare cacofonie, l’italiano tende a non accostare consonanti identiche o troppo simili. È una regola non scritta ma radicata nella fisiologia fonetica: la lingua cerca la via più scorrevole. Da qui la naturalezza di tra fratelli rispetto a fra fratelli, o di fra tre giorni rispetto a tra tre giorni. Non è una norma prescrittiva: è un riflesso fonotattico.

Nell’uso vivo emergono alcune tendenze consolidate: fra amici è molto comune nel parlato (perché la sequenza fonica /fraˈa-/ non crea attriti articolatori ed è ormai una collocazione idiomatica stabilizzata); tra Roma e Napoli ricorre spesso nello scritto (perché nei contesti di localizzazione spaziale “tra” è percepito come più neutro e meno marcato, ideale nella prosa descrittiva); fra dieci minuti suona spontaneo nel futuro prossimo (perché segue un modello fraseologico altamente produttivo nell’italiano contemporaneo e “fra” è preferito nelle espressioni temporali brevi e frequenti). Sono inclinazioni dell’uso, non norme: la lingua sceglie ciò che scorre meglio.

Le antiche distinzioni che attribuivano a tra un valore più spaziale e a fra uno più astratto appartengono alla paleografia grammaticale: tentativi classificatori senza riscontro nell’uso reale. L’italiano moderno non le riconosce più, e la lessicografia contemporanea le considera superate.

In sintesi, e concludiamo: tra e fra sono gemelli veri. L’unica bussola è la musicalità della frase, che l’orecchio dell’italofono percepisce con precisione sorprendente. Il resto è archeologia linguistica.


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“Culo”, parola volgare?

Cortese dott. Raso, seguo il suo istruttivo blog da moltissimo tempo. Mi permetto di scriverle per un quesito. Perché “culo”, parola italianissima, è considerato un termine volgare? Sperando in una sua risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo i miei più cordiali saluti.

Eugenio Notargianni

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Il termine culo è percepito come volgare per una combinazione di fattori storici, sociali e fonetici. Innanzitutto è un termine diretto, proviene dal latino culus e nomina senza filtri una parte anatomica legata a funzioni corporee considerate “basse” nelle culture mediterranee. Le lingue tendono a classificare come volgari le parole che non attenuano ciò che nominano, e culo non ha mai avuto un percorso di nobilitazione letteraria: è rimasto nel parlato popolare, nei proverbi, nei modi di dire, nella comicità, e ciò che resta nel registro popolare viene spesso etichettato come “basso” anche quando non è realmente osceno.

A ciò si aggiunge la sua considerevole produttività metaforica: avere culo, farsi un culo cosìmettere il culo al caldo e molti altri. Quando una parola diventa così potente nel linguaggio figurato, acquista una carica espressiva che la rende ruvida, energica, poco neutra. Anche la fonetica contribuisce: la c dura seguita dalla u crea un suono secco, immediato, che non ha nulla della morbidezza eufemistica di sedere, deretano o posteriore.

La sua “volgarità”, però, è più sociolinguistica che morale. Oggi culo è ampiamente accettato nel parlato informale, nel giornalismo leggero, nella narrativa contemporanea e nella comicità. Non è più un tabù vero e proprio: è semplicemente una parola forte, diretta, che porta con sé l’eco del suo uso prettamente popolare.


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La lingua “biforcuta” della stampa


Mons. Pegoraro della Pontificia Accademia della Vita nominato vescovo

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Se non cadiamo in errore (anche noi) i vescovi si ordinano (si consacrano), i cardinali si nominano.