domenica 25 ottobre 2026

Strozzatura e strozzamento: due parole sorelle, ma non gemelle

Nella lingua di Dante e di Manzoni capita spesso che due sostantivi derivati dal medesimo verbo finiscano con l'assomigliarsi tanto da essere considerati intercambiabili. Tra questi ci sono strozzatura e strozzamento, entrambi nati dal verbo strozzare, ma distinti per significato, sfumature e ambiti d'uso.

A prima vista sembrano quasi sinonimi: in ambi i casi si ha l'idea di qualcosa che viene ristretto, compresso o bloccato. Eppure, osservandoli più da vicino, emergono differenze precise che meritano di essere conosciute, soprattutto perché i due lessemi si incontrano frequentemente nel linguaggio tecnico, medico, economico e giornalistico.

L'origine comune  - abbiamo visto - è il verbo strozzare, voce attestata nell'italiano antico e collegata a strozza, variante popolare di gola. Alla base vi è dunque l'idea concreta di stringere il collo o comprimere il passaggio dell'aria fino a impedirne il normale flusso. Da questa immagine fisica primaria si sono sviluppati usi sempre più ampi e figurati.

La strozzatura indica innanzitutto un restringimento localizzato, una riduzione di ampiezza che interessa un condotto, un passaggio o uno spazio. L'attenzione è rivolta soprattutto alla forma e alla struttura risultante, più che all'azione che l'ha prodotta.

Si parlerà quindi della strozzatura di un tubo, della strozzatura di una strada, della strozzatura di una canna fumaria o di un cavo. In tutti questi casi il termine designa un punto più stretto rispetto al resto del percorso.

Particolarmente interessante è l'impiego nel linguaggio delle armi da fuoco. La strozzatura della canna di un fucile (chiamata anche con l'anglicismo choke) è un restringimento ottenuto nella parte terminale della canna per influenzare la dispersione dei pallini e migliorare determinate prestazioni di tiro. 

Dal significato materiale è nato naturalmente quello figurato. Oggi si parla spesso di strozzature burocratiche, strozzature amministrative o strozzature produttive per indicare tutti quei punti nei quali un processo rallenta, si inceppa o perde efficienza. In economia e nella teoria dell'organizzazione aziendale la parola è diventata quasi sinonimo di collo di bottiglia, espressione che richiama la medesima immagine di un passaggio improvvisamente ristretto.

Diverso è il caso di strozzamento. Qui il focus non è tanto sul restringimento in sé quanto sull'atto o sull'effetto del comprimere fino a ostacolare funzioni vitali o essenziali.

Nel significato più comune il termine indica il soffocamento provocato dalla compressione della gola oppure l'ostruzione delle vie respiratorie causata da un corpo estraneo. Si può dunque parlare del rischio di strozzamento per un bambino che ingerisca accidentalmente un piccolo oggetto o dello strozzamento causato dal cibo andato di traverso.

Il sintagma assume particolare rilievo nel linguaggio medico-chirurgico. Uno degli impieghi più noti è quello di strozzamento erniario, condizione nella quale una porzione di intestino fuoriuscita attraverso un'ernia subisce una compressione tale da comprometterne la circolazione sanguigna. In questo caso il termine conserva chiaramente il valore dinamico di una costrizione che produce conseguenze patologiche.

Curiosamente, nello stesso ambito anatomico compare anche la parola strozzatura nelle cosiddette strozzature (o nodi) di Ranvier, cioè le piccole interruzioni della guaina mielinica lungo le fibre nervose. Questo esempio documenta molto bene come i due termini non siano intercambiabili: il lessico specialistico li ha assegnati a realtà differenti e ben definite.

Anche strozzamento ha sviluppato usi figurati. Nei mezzi d'informazione si leggono espressioni come strozzamento fiscale, strozzamento creditizio o strozzamento economico, nelle quali si vuole sottolineare una pressione eccessiva, percepita quasi come una morsa che impedisce il normale svolgimento dell'attività economica. L'immagine richiamata è più intensa rispetto a quella di strozzatura: non un semplice restringimento, ma una compressione soffocante.

La distinzione fondamentale, dunque, si può così riassumere: la strozzatura designa soprattutto il restringimento o il punto ristretto; lo strozzamento sottolinea invece l'azione del comprimere e l'effetto che ne deriva. Il primo lessema descrive prevalentemente una forma o una condizione; il secondo richiama un processo, una costrizione e spesso le sue conseguenze.

Una curiosità linguistica riguarda proprio la produttività dei confissi. In italiano il suffisso -tura tende frequentemente a indicare il risultato concreto di un'azione (cucitura, fessura, foratura), mentre -mento esprime spesso l'azione o il suo effetto (movimento, spostamento, cambiamento). Pur non trattandosi di una regola assoluta, la coppia strozzatura/strozzamento rappresenta un esempio quasi didattico di questa differenza.

Ecco perché quando una strada diventa più stretta o una tubazione presenta un restringimento parleremo normalmente di strozzatura; quando invece ci riferiamo al soffocamento di una persona, a una grave compressione patologica o a una pressione economica opprimente, sarà più appropriato usare strozzamento. Due parole nate dalla stessa radice, insomma, ma specializzatesi nel tempo lungo percorsi semantici differenti: una descrive il passaggio che si restringe, l'altra la forza che stringe e soffoca.

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Il nuovo vestito del sito Treccani

Il portale del prestigioso Istituto della Enciclopedia Italiana ha cambiato “vestito”, ma presenta dei problemi tecnici che portiamo all’attenzione dei responsabili, sperando possano risolverli il prima possibile. Cliccando su “Treccani risponde” (già “Domande e risposte”) e poi su GRAMMATICA; LESSICO; VARIE, si viene indirizzati sempre alla medesima pagina, impedendo di accedere ai contenuti specifici delle singole categorie.


sabato 24 ottobre 2026

Il trio e il triduo: tre non basta per essere la stessa cosa

La lingua italiana ama tendere piccoli tranelli. Alcune parole si assomigliano tanto nella forma da sembrare parenti strettissime anche nel significato, salvo poi rivelarsi molto più lontane di quanto si creda. È il caso di trio e triduo, due sostantivi accomunati dall'elemento iniziale tri-, che richiama immediatamente il numero tre, ma separati da storia, significato e ambiti d'uso.

La somiglianza fonetica induce talvolta a confonderli, soprattutto quando li si incontra di rado o li si richiama rapidamente alla memoria. Eppure si tratta di lessemi che appartengono a mondi molto diversi: uno nasce nell'universo musicale e indica un gruppo di tre elementi; l'altro proviene dalla tradizione religiosa e designa un periodo di tre giorni consecutivi. Fare chiarezza significa evitare errori lessicali che, pur sembrando minimi, possono alterare completamente il significato di una frase.

Cominciamo dal trio.

Il sostantivo maschile trio indica anzitutto un insieme di tre persone o di tre cose considerate come un'unità. La parola giunse nell'italiano moderno attraverso la terminologia musicale europea e trova la sua origine remota nel latino tres («tre»), passando attraverso forme e adattamenti sviluppatisi nelle principali lingue moderne.

L'ambito originario, dicevamo, è quello musicale. Un trio può essere un complesso formato da tre esecutori, vocali o strumentali, oppure una composizione destinata a tre voci o a tre strumenti. Si parla così di trio d'archi, trio jazz, trio vocale.

Con il tempo il termine ha oltrepassato i confini della musica per entrare stabilmente nella lingua comune. Oggi può indicare qualsiasi gruppo di tre persone legate da un'attività, da una caratteristica o da una notorietà condivisa: un trio di amici inseparabili; un celebre trio comico; il trio di attaccanti che ha deciso la partita. L'uso figurato è così diffuso che spesso non si pensa neppure più alla sua origine musicale.

Passiamo ora al triduo.

Qui il panorama cambia completamente. Il termine deriva dal latino ecclesiastico triduum, formato da tres («tre») e dies («giorno»). Il suo significato letterale è infatti «periodo di tre giorni».

Fin dalle origini la parola è stata legata soprattutto al linguaggio religioso. Nella tradizione cattolica un triduo è una pratica di preghiera o di preparazione spirituale che si svolge nell'arco di tre giorni consecutivi in vista di una particolare solennità. L'esempio più noto è il Triduo Pasquale, cuore dell'anno liturgico cristiano, che comprende le celebrazioni della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Da questa accezione specifica deriva anche un uso più ampio e meno tecnico. In contesti letterari, giornalistici o scherzosi, triduo può indicare semplicemente un periodo di tre giorni particolarmente intenso: ho trascorso un triduo infernale tra esami, scadenze e impegni; un triduo di pioggia incessante ha paralizzato la città.

Si tratta tuttavia di un'estensione figurata che conserva sempre l'idea fondamentale della durata di tre giorni consecutivi. A questo punto risulta evidente la differenza essenziale tra le due parole. Trio riguarda il numero degli elementi che compongono un gruppo. Triduo riguarda, invece, un periodo di tre giorni. Nel primo caso contiamo le persone o le cose; nel secondo contiamo i giorni.

Ed è proprio qui che si annida l'equivoco. La presenza dell'elemento tri- spinge inconsciamente a collegare i due lessemi, facendo dimenticare che la parte finale delle parole veicola significati completamente differenti. Da una parte abbiamo un gruppo costituito da tre componenti; dall'altra un intervallo temporale di tre giorni.

Gli effetti della confusione possono essere persino comici. Nessuno si aspetterebbe che una parrocchia organizzi un trio pasquale, così come farebbe sorridere la notizia di un triduo comico composto da tre cabarettisti. In entrambi i casi il riferimento al numero tre rimane, ma applicato all'oggetto sbagliato.

Una curiosità interessante riguarda proprio la straordinaria fortuna culturale del numero tre. Nella musica occidentale i trii hanno lasciato pagine memorabili: basti pensare alle composizioni per pianoforte, violino e violoncello di Mozart, Beethoven e Schubert, ancora oggi stabilmente presenti nel repertorio della musica da camera. Il trio è infatti una delle formazioni più importanti della tradizione cameristica europea. 

Anche il Triduo Pasquale occupa un posto speciale nella cultura europea. Pur appartenendo alla liturgia cristiana, la sua influenza ha oltrepassato l'ambito religioso, ispirando nei secoli opere d'arte, composizioni musicali, tradizioni popolari e celebrazioni che hanno contribuito a plasmare il patrimonio culturale di molti Paesi. Il Triduo Pasquale è inoltre considerato il momento centrale, il culmine dell'anno liturgico cristiano. 

Qui, forse, sta la lezione più interessante che ci offrono trio e triduo: in italiano non basta riconoscere una radice comune per dedurre che due parole abbiano significati simili. La storia della lingua ci insegna continuamente che parole nate dallo stesso numero, dallo stesso prefisso o persino dalla stessa origine possono seguire strade differenti e approdare a significati lontanissimi.

Tre musicisti che suonano insieme formano un trio; tre giorni di preghiera (o altro) costituiscono un triduo. Sempre tre sono, ma la lingua ci ricorda che contare non basta: bisogna anche capire che cosa si sta contando.


venerdì 23 ottobre 2026

Girare e voltare: stessi percorsi, direzioni diverse

 Nella lingua italiana ci sono parole che sembrano equivalenti e che, nell'uso quotidiano, vengono spesso adoperate una al posto dell'altra senza che nessuno ci faccia caso. Eppure, a uno sguardo più attento, rivelano differenze sottili ma importanti. È il caso dei verbi girare e voltare, che in numerosi contesti appaiono intercambiabili, ma che sinonimi perfetti non sono affatto.

Possiamo infatti dire senza difficoltà girare l'angolo oppure voltare l'angolo; girare la testa oppure voltare la testa. In altri casi, però, la sostituzione non funziona. Nessuno direbbe normalmente voltare un film al posto di girare un film, così come risulterebbe insolita l'espressione girare pagina quando si vuole alludere al significato figurato di "chiudere con il passato"; qui è voltare pagina la formula cristallizzata dall'uso. La ragione di queste differenze affonda nelle origini stesse dei due sintagmi verbali.

Girare deriva dal latino tardo gyrare, formato sul sostantivo gyrus («giro», «cerchio»), a sua volta proveniente dal greco gŷros, «circonferenza», «movimento circolare». Fin dall'origine il verbo richiama dunque l'idea della rotazione e del movimento in tondo. Per questo una ruota gira, una trottola gira, la Terra gira su sé stessa. Da questa nozione primaria si sono sviluppati numerosi significati figurati: si può girare il mondo, girare per negozi, far girare una notizia, girare una telefonata e girare un film. 

Voltare è pari pari il latino volgare voltare, continuazione di una famiglia di forme riconducibili al verbo latino volvere, «volgere», «far ruotare». Tuttavia, nel corso dei secoli, il verbo ha finito con lo specializzarsi soprattutto nell'idea del cambiamento di direzione o di orientamento. Quando voltiamo la testa, gli occhi o lo sguardo, li dirigiamo altrove; quando voltiamo una pagina, passiamo a quella successiva; quando voltiamo le spalle a qualcuno, ci allontaniamo da lui materialmente o simbolicamente.

La differenza fondamentale è dunque questa: girare mette in primo piano il movimento, spesso circolare o continuativo; voltare sottolinea il passaggio da una direzione a un'altra.

Una ruota gira, ma non volta. Un sentiero volta a destra. Un automobilista può voltare all'incrocio. Una persona che si sente chiamare si volta. In tutti questi casi il verbo mette in evidenza il mutamento dell'orientamento.

Anche gli idiomatismi confermano tale distinzione. Diciamo girare a vuoto, girare al largo, girare intorno a un problema, girare mezzo mondo, dove prevale l'idea del movimento. Troviamo invece voltare pagina, voltare le spalle, voltare faccia, voltare casacca, nelle quali emerge la nozione di svolta, cambiamento o abbandono.

Curiosamente, i due verbi s'incontrano persino nel linguaggio del cinema. Oggi girare un film ci sembra un'espressione naturale, ma la locuzione nacque quando le prime macchine da presa erano azionate manualmente mediante una manovella che l'operatore doveva appunto girare. La terminologia è sopravvissuta fino ai giorni nostri, anche se quella manovella è scomparsa da oltre un secolo. 

Un'altra curiosità riguarda la famiglia di voltare. Da questa derivano parole comunissime come svoltare, rivoltare, svolta, voltafaccia e voltagabbana. In particolare svolta, oggi diffusissima nel linguaggio politico, economico e sportivo, conserva perfettamente il significato originario di cambiamento di direzione. Quando parliamo di una svolta decisiva, stiamo inconsapevolmente richiamando il gesto di chi cambia strada per imboccarne un'altra.

C'è poi un dettaglio storico interessante. Nell'italiano antico voltare aveva una gamma di significati molto più ampia dell'attuale e poteva essere adoperato anche dove oggi preferiremmo girare, rivoltare o volgere. Col passare del tempo la lingua ha distribuito meglio le funzioni tra i diversi verbi, assegnando a ciascuno un territorio semantico più preciso.

La vicinanza tra girare e voltare è dunque reale, ma non assoluta. Essi condividono una comune idea di movimento, ereditata da lontane radici antiche, ma hanno preso strade differenti. Girare guarda soprattutto alla rotazione e al percorso; voltare guarda invece alla direzione e al cambiamento.

Forse è proprio questa la lezione più interessante. Nella lingua, come nella vita, non basta muoversi: a volte si gira, altre volte si volta. E la differenza, per quanto sottile, può cambiare completamente il senso del cammino.


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Ringraziamo il cortese lettore e pubblichiamo

Nacque la parola dal cuor del sentimento,

non per esser fango, né polvere nel vento.

Ma il tempo la sporca, il volgare la piega,

e l’uso sbadato la storce e la nega.

Ma sorge un presidio, un limpido fonte,

che lava le nebbie su ciascun orizzonte:

è lo SciacquaLingua, lavacro verace,

che smaschera l’errore e la svista mendace!

Lava il verbo impreciso, sciacqua il barbaro detto,

restituisce alla frase il suo garbo perfetto.

Con la penna affilata e la mente arguta e fine,

scaccia il parlar vano e le righe meschine.

O fucina di arguzie, di perle e neologismi,

che ci salvi dal vuoto di tristi parlatismi!

Dal pilotàcolo audace al meretrofilo forbito,

ogni termine nuovo è un dono ben gradito.

Non più caffisti scambiati per baristi,

né sguardi perplessi tra vecchi linguisti:

qui la norma s’intreccia con l'arte e la storia,

restituendo al parlar la sua vera gloria.

Viva chi purifica la lingua d’Alighieri,

viva chi la custodisce per i lettori di domani e di ieri.

Sia vanto ed onore a quest'opera sovrana:

fiorisca per sempre la grazia italiana!


Un amatore della lingua



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


giovedì 22 ottobre 2026

Perpetrare e perpetuare: due verbi simili, due significati opposti

 Perché scambiarli rischia di trasformare una bella tradizione in un reato

La somiglianza grafica e fonetica dei due verbi è tale che molti li considerano quasi intercambiabili. Eppure perpetrare e perpetuare non sono affatto sinonimi. Anzi, appartengono a due ambiti semantici differenti e uno scambio tra i due può produrre effetti involontariamente comici.

Non è raro imbattersi in espressioni come «perpetrare una tradizione», «perpetrare un ricordo» o «perpetrare un'usanza». Sono formulazioni che nascono da una comprensibile associazione mentale, ma che finiscono con l'attribuire a una consuetudine rispettabile lo stesso trattamento linguistico riservato a un delitto. Per evitare equivoci conviene risalire all'origine dei due verbi.

Il verbo perpetrare deriva dal latino perpetrāre, composto di per- e patrāre, «compiere, eseguire, portare a termine». In origine indicava semplicemente il compimento pieno di un'azione. Col passare del tempo, tuttavia, il suo uso si è ristretto progressivamente fino a specializzarsi quasi esclusivamente nel campo delle azioni riprovevoli. Oggi si perpetra un delitto. Si perpetra una truffa. Si perpetra un attentato. Si perpetra un abuso.

Il verbo porta dunque con sé una sfumatura negativa talmente forte che risulta strano associarlo a fatti meritori o anche soltanto neutri. Dire che qualcuno ha «perpetrato un'opera benefica» o «perpetrato un atto di generosità» appare quanto meno incongruo.

È interessante osservare che questa connotazione sfavorevole non era originaria. Il latino perpetrāre poteva riferirsi anche ad azioni prive di valore negativo. È stato soprattutto l'uso giuridico e forense dei secoli successivi a legare il verbo quasi esclusivamente all'idea del crimine, del misfatto o della colpa.

Diversa è la storia di perpetuare, che deriva dal latino perpetuāre, formato sull'aggettivo perpetuus, cioè «continuo, ininterrotto, perpetuo». Il significato fondamentale è «rendere perpetuo», «far durare nel tempo», «mantenere vivo». Si perpetua una tradizione. Si perpetua una consuetudine. Si perpetua una memoria. Si perpetua un'usanza.

Naturalmente ciò che viene perpetuato non deve essere necessariamente positivo. Si perpetua un'ingiustizia. Si perpetua una discriminazione. Si perpetua un pregiudizio. In questi casi non si sta compiendo l'azione, sibbene la si lascia sopravvivere e continuare nel tempo. La differenza essenziale può essere riassunta in poche parole: perpetrare significa compiere; perpetuare significa far durare. La somiglianza tra i due verbi è all'origine di uno scambio molto frequente.

Può capitare di leggere che una comunità «perpetra le proprie tradizioni» oppure che una famiglia desidera «perpetrare il ricordo degli antenati». In realtà tradizioni e ricordi non si commettono come un reato: si perpetuano, si tramandano, si conservano. La distinzione diventa chiarissima confrontando due frasi: «I criminali hanno perpetrato il reato.» «L'omertà ha perpetuato il fenomeno criminale.» Nel primo caso si descrive l'esecuzione dell'atto; nel secondo la sua persistenza nel tempo. Potremmo anche formulare una semplice regola mnemonica: una truffa si perpetra; un sistema che favorisce le truffe si perpetua.

La confusione tra questi due verbi è così diffusa da aver attirato perfino l'attenzione dell'Accademia della Crusca, alla quale sono stati segnalati esempi di perpetrare usato impropriamente al posto di perpetuare in articoli giornalistici e in altri testi pubblici. L'equivoco nasce probabilmente dal richiamo esercitato dall'aggettivo perpetuo: chi vuole esprimere l'idea della continuità nel tempo ricorda una parola che inizia con perpet- e finisce con lo scegliere quella sbagliata.

Il paradosso è evidente. Chi intende elogiare una tradizione familiare scrivendo che essa viene «perpetrata» finisce inconsapevolmente col trattarla come un crimine. Meglio allora tenere a mente la distinzione: ciò che si perpetra si compie; ciò che si perpetua continua a vivere. E questa, per fortuna, è una regola che vale la pena perpetuare, non perpetrare.

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Mollare: da "rendere molle" a "lasciare", "abbandonare"

Quando diciamo mollare qualcuno, un lavoro o una presa, difficilmente pensiamo all'aggettivo molle. Eppure è proprio da lì che nasce il verbo.

Mollare deriva infatti da molle, dal latino mollis, «soffice, cedevole». In origine significava rendere meno teso, allentare, ammorbidire. Ancora oggi nel linguaggio marinaresco si mollano gli ormeggi, cioè si allentano e si lasciano andare le cime che trattengono l'imbarcazione.

Il passaggio al significato di «lasciare» è del tutto naturale: chi allenta una presa finisce con il liberare ciò che stava trattenendo. Così mollare una corda è diventato mollare un oggetto; poi, in senso figurato, mollare una persona, mollare un incarico o persino mollare tutto.

L'evoluzione semantica segue quindi un percorso semplice e intuitivo: «rendere meno teso» → «allentare» → «lasciare andare» → «abbandonare».

In altre parole, ogni volta che molliamo qualcosa, linguisticamente stiamo semplicemente smettendo di tenerla stretta.






 

mercoledì 21 ottobre 2026

Perché diciamo 'scorciatoia' e quasi mai 'accorciatoia'

 

Le parole hanno spesso destini imprevedibili. Alcune convivono per secoli quasi alla pari, poi una prende il sopravvento e l'altra si ritrae lentamente ai margini dell'uso. È ciò che è accaduto a scorciatoia e accorciatoia: due termini legittimi, entrambi corretti, ma oggi molto diversi per frequenza e vitalità.

Le due voci derivano rispettivamente dai verbi scorciare e accorciare, che condividono la medesima idea fondamentale di «rendere più breve». Entrambe indicavano originariamente un percorso che consentiva di abbreviare il tragitto rispetto alla strada normale.

Nel significato concreto le due forme possono ancora essere considerate equivalenti. Sia l'una sia l'altra designano infatti un sentiero, una traversa o un viottolo che permette di raggiungere più rapidamente la meta. Si può dunque dire senza sostanziali differenze: «Abbiamo preso una scorciatoia nel bosco» oppure «Abbiamo preso un'accorciatoia nel bosco».

Le cose cambiano quando dalla strada reale si passa a quella metaforica. Se si parla di un espediente, di una soluzione rapida o di un metodo che evita passaggi intermedi, la parola spontaneamente scelta dai parlanti è quasi sempre scorciatoia. Frasi come «cercare una scorciatoia per risolvere il problema» o «la scorciatoia non sempre porta al risultato migliore» suonano perfettamente naturali. L'uso di accorciatoia negli stessi contesti risulterebbe invece inconsueto e potrebbe persino apparire forzato se non errato.

La netta prevalenza di scorciatoia emerge anche nei linguaggi specialistici. In informatica, per esempio, le combinazioni di tasti che permettono di eseguire rapidamente un comando sono chiamate universalmente 'scorciatoie da tastiera'. La locuzione è ormai stabilizzata e nessuno parlerebbe normalmente di 'accorciatoie da tastiera'. Ma perché ha vinto proprio scorciatoia?

La risposta non va ricercata nel significato, che è sostanzialmente identico, sibbene nella storia dell'uso. Il verbo scorciare è molto antico e vanta una ricca tradizione letteraria. Deriva dal latino curtus (corto), termine che richiama l'idea di tagliare, abbreviare, ridurre. Da questa famiglia lessicale sono nate alcune parole vive ancora oggi, tra cui: scorciamento, e scorciatoia. Nel corso dei secoli queste hanno costruito una rete di rapporti che ha favorito la diffusione della forma derivata.

Accorciatoia, invece, pur essendo perfettamente regolare e registrata dai dizionari, è rimasta più defilata. Non è mai riuscita a imporsi nell'uso comune e ha finito con l'acquisire una sfumatura letteraria, regionale o comunque meno familiare all'orecchio moderno.

Una curiosità interessante è che, tra Ottocento e primo Novecento, accorciatoia non era affatto considerata una parola bizzarra. Si ritrova infatti in diverse opere letterarie e lessicografiche dell'epoca, quando la concorrenza tra le due forme era ancora più equilibrata. Solo con il passare del tempo l'uso collettivo ha privilegiato nettamente scorciatoia, relegando l'altra a un ruolo secondario.

C'è poi un piccolo paradosso linguistico. Analizzando la formazione delle parole, accorciatoia sembrerebbe quasi la soluzione più trasparente per il parlante moderno, perché richiama immediatamente il verbo comunissimo accorciare. Eppure la lingua non premia sempre la logica apparente: spesso vince semplicemente la forma più radicata nella tradizione e nella consuetudine dei parlanti. È uno dei tanti casi in cui l'uso prevale sulla regolarità teorica.

La differenza tra i due lessemi, dunque, non riguarda tanto il significato quanto la diffusione. Scorciatoia è oggi la forma corrente, impiegata nella lingua quotidiana, nel giornalismo, nella burocrazia, nell'informatica e negli usi figurati. Accorciatoia rimane una parola corretta e ben formata, che i dizionari continuano a registrare, ma che conserva il sapore discreto di una voce d'altri tempi.

In conclusione, quando scriviamo o parliamo nell'italiano contemporaneo, la scelta più naturale è quasi sempre scorciatoia. Accorciatoia non è errata, come abbiamo visto: semplicemente percorre una strada meno battuta. E, curiosamente, proprio per raggiungere la meta linguistica più rapidamente, i parlanti hanno finito con lo scegliere la... scorciatoia.

martedì 20 ottobre 2026

La straordinaria carica della batteria

 


Ci sono parole che sembrano nate per una sola funzione e parole che, nel corso dei secoli, si moltiplicano come i rami di un albero. Batteria appartiene a questa seconda categoria. Basta pronunciarla e subito qualcuno pensa all'automobile, qualcun altro alla musica, qualcun altro ancora alle pentole della cucina. Eppure si tratta sempre della medesima parola che, con il trascorrere del tempo, ha saputo adattarsi a contesti diversissimi conservando un nucleo di significato comune.

 Il termine batteria proviene dall'antico francese batterie, derivato di battre «battere». In origine il lessema era legato all'idea dell'azione del battere e, in particolare, al linguaggio militare dell'artiglieria. Da questo nucleo semantico si sono sviluppate le numerose accezioni moderne della parola.

Una delle più antiche è proprio quella militare. In guerra la batteria era un gruppo di pezzi d'artiglieria schierati insieme per battere il nemico, vale a dire colpirlo ripetutamente con il fuoco dei cannoni. Ancora oggi si parla di batteria d'artiglieria, benché il termine appartenga soprattutto al linguaggio tecnico e storico.

Dal campo militare si passò ad altri insiemi ordinati di oggetti simili. Ecco allora la batteria di cucina, cioè l'insieme coordinato di pentole, tegami e recipienti destinati alla preparazione dei cibi. Qui non vi è più alcun combattimento, ma l'idea di un complesso unitario formato da più elementi.

Analogo sviluppo ha avuto l'espressione batteria di test. In informatica, in medicina, nella psicologia e in molte discipline scientifiche designa una serie organizzata di prove o esami. Anche in questo caso la parola non  indica il singolo strumento, sibbene l'insieme strutturato.

L'accezione oggi probabilmente più diffusa è però quella elettrica. La batteria è un dispositivo capace di accumulare e fornire energia. Curiosamente, il nome nacque perché i primi generatori elettrici erano costituiti da più elementi collegati tra loro, una sorta di «schieramento» di celle, non molto diverso, nella concezione, da una batteria di cannoni. Col tempo il lessema passò a indicare anche il singolo accumulatore che alimenta telefoni, automobili, torce e innumerevoli apparecchi.

Poi c'è la musica, dove la batteria è lo strumento a percussione composto da tamburi, piatti e altri elementi suonati da un unico esecutore. Qui il legame con il verbo battere è addirittura trasparente: il batterista produce il suono colpendo le varie parti dello strumento. È forse una delle accezioni in cui l'origine etimologica continua a essere percepita con maggiore immediatezza.

Non mancano usi figurati. Si parla di una batteria di domande quando le domande sono numerose e incalzanti, quasi una raffica. Analogamente una batteria di provvedimenti o una batteria di candidature indica un gruppo consistente e coordinato di elementi.

Una curiosità interessante riguarda proprio il modo in cui i dizionari registrano queste accezioni. A differenza di molte parole polisemiche, nelle quali i vari significati sembrano lontanissimi e scollegati, batteria conserva quasi sempre una doppia impronta originaria: da una parte l'idea del colpire, dall'altra quella della pluralità organizzata. Che si tratti di cannoni, pentole, pile elettriche, test diagnostici o tamburi, la nozione di insieme coordinato rimane sorprendentemente stabile.

E forse è proprio questo il fascino (nascosto) della parola. Chi sente parlare di una batteria scarica pensa all'automobile; chi studia musica immagina piatti e tamburi; chi entra in un negozio di casalinghi vede pentole lucenti; chi legge un libro di storia intravede cannoni schierati sul campo di battaglia. Eppure tutte queste immagini discendono da un'unica antica idea: quella del battere, del colpire e del riunire più elementi in un'unica forza operante.

Un'ultima curiosità. L'inglese battery deriva dalla stessa famiglia etimologica e presenta molte delle medesime accezioni dell'italiano. È uno di quei casi in cui due lingue hanno conservato quasi parallela l'evoluzione semantica di una parola nata secoli fa dal gesto semplicissimo e universale del battere.



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


lunedì 19 ottobre 2026

L’involuzione della lingua italiana- Dal tramezzino al sandwich e dal fiasco al flop

Il tema della XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19–25 ottobre 2026) è “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l'italiano”


di Claudio Antonelli 
(da Montréal)

Bisogna dire, purtroppo, che l’“ideare, progettare, creare con l'italiano” non sembra essere, in Italia, tra le preoccupazioni né dei governanti, né degli intellettuali, né del popolo. Per loro la lingua geniale è l’inglese, la lingua dei nostri liberatori. E bisogna dire che la lingua inglese mette spesso in difficoltà chi, essendo di lingua madre italiana, cerca di padroneggiarla. Ci si rende infatti conto che vi è una moltitudine di parole inglesi che sono intraducibili con un unico termine italiano. Un esempio: impeachment che andrebbe reso con: “Messa in stato di accusa di un pubblico ufficiale o di un membro del governo”. Vi è dumping: “La vendita all'estero di una merce a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno e anche una vera e propria esportazione sotto costo”. Vi è anche rating: “Valutazione del grado di affidabilità e solidità finanziaria di una società o di uno Stato sovrano effettuata usualmente da agenzie specializzate”.

Vi sono anche racket, mugging, whistleblower, ecc. La lista è lunga. Io credo che i traduttori conoscano bene il divario esistente tra le due lingue a causa di certi termini traducibili dall’inglese in italiano solo ricorrendo ad una locuzione. Vi è poi la duttilità delle parole inglesi, le quali in certi casi incorporano le preposizioni facendo tutt’uno con esse: trade in, smoke out, drive in, check in, check out, put off, take off, sink in, outsmart, outdo, outshine, ecc. Di fronte a questa realtà linguistica, ci si aspetterebbe che Crusca e affiliati, e gli stessi giornalisti e scrittori e uomini di cultura, tentassero di rinforzare la nostra lingua, anche recuperando termini italiani ormai abbandonati e soprattutto creando dei neologismi. E invece succede il contrario: si accolgono a braccia aperte termini inglesi che rimpiazzano vocaboli italiani fino a quel momento usatissimi e che finiscono invece in discarica. Un solo esempio basterà: assassino, uccisore, omicida, sicario, rimpiazzati da killer.

Ma non tutti condividono il mio pessimistico giudizio. Il Libro dell’Anno Treccani vede un chiaro segno di buona salute nei numerosi anglicismi entrati nell’uso comune negli ultimi anni. L’opinione della linguista Elena Bacchilega della Zanichelli è intrisa anch’essa di positività e di ottimismo: “Una lingua è viva quando incorpora nuove parole. E la lingua italiana è vivissima”. Il creatore di Frankenstein avrà forse a suo tempo vantato in termini simili la sua strana creatura, che pero’ non ebbe una vita lunga.

Grazie a questa incorporazione di nuove parole, negli articoli dei giornali troviamo i pressing (pressioni) della Meloni su Putin e quelli della Schlein sulla Meloni, la quale è indaffarata nella spending review (revisione della spesa); e ci confrontiamo con i tanti play-offs (partite a eliminazione, spareggi) nel basketball (pallacanestro) e nel volleyball (pallavolo). Nei nostri giornali troviamo i panel dei think tank e il restyling delle strade italiane che tutte ormai portano a Washington dove il tycoon manipola i nostri dazi; i quali linguisticamente sopravvivono nonostante la crescita delle tariff del tycoon. Sono tanti gli step della nostra lingua diretta al rush finale lungo la strada in discesa dell’anglofonia, dove capita d’incontrare talvolta i flash mob. Intanto a Garlasco, location privilegiata dei talk show italiani, la triste storia di Chiara Poggi non fa che generare nuovi spin off.

La tendenza ad agire da sciuscià si direbbe che sia insopprimibile in Italia. Boss è un’altra di queste parole tuttofare inglesi che hanno cercato di falcidiare, riuscendovi in parte, la ricchissima nomenclatura in campo criminale, dove la lingua italiana non aveva lezioni da ricevere da nessuno. Con rispetto parlando.

Ma tornando al tema della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo che invita ad essere creativi in italiano, un’avvertenza da parte mia: questo lodevole invito alla creatività rischia di essere interpretato da molti Italians come un incoraggiamento ad adottare nuovi anglicismi.

È un noto fenomeno: la nostra puzza di corpo noi non la sentiamo. Mi riferisco metaforicamente all’invasione di anglicismi, di cui, secondo me, gli stessi italiani, che hanno il fenomeno sotto il naso, non avvertono il forte tanfo. Ma noi, pur non essendo dei linguisti titolati, e pur vivendo in Canada – o forse proprio per questo: noi viviamo tra gente anglofona – questa puzza la sentiamo fortemente. La televisione italiana e i suoi innumerevoli programmi, tutti ricevibili anche all’estero, permettono anche a chi vive in Nord America di vedere e di ascoltare 24 ore al giorno gli italiani parlare, discutere, polemizzare. Non c’è che dire: il parlare per parlare trionfa sui palcoscenici televisivi. Ed è un parlare dove le parole inglesi sono sempre più frequenti.

È raro che qualcuno tra i linguisti professionisti denunci, in Italia, certi balordi anglicismi di uso quotidiano: killer, in tilt, flop, pressing, rider, gossip ecc. che ormai fanno parte dell’italiano corrente, o mostri il ridicolo di certi termini inglesi adottati e usati in senso sbagliato, tra cui writer, spot, smart work, trolley ed altri.  Sarebbe elementare che linguisti e accademici elencassero gli anglicismi di maggior uso, ne evidenziassero in certi casi l’uso distorto, e spendessero qualche parola, inoltre, sul vergognoso fenomeno di un governo che crede d’innalzarsi usando l’inglese: Jobs Act, Question Time, Election Day, Step-Child Adoption, Stalking, Welfare ecc. Ma non sembra che questo interessi gli specialisti, i quali preferiscono fare astrazione dal problema concreto, interessati soprattutto a far sfoggio della propria conoscenza dei meandri terminologici in materia linguistica. Tali dotte divagazioni hanno per risultato di relativizzare questo grave sbracamento linguistico all’italiana che non ha equivalenti altrove. E che non fa che aggravarsi, data la gioiosa partecipazione delle stesse élite culturali e politiche a questo autolesionistico processo di castrazione della lingua nazionale. Rivolgo un’esortazione agli addetti al lavoro linguistico, i quali si crogiolano in analisi dense di ‘diacronico’ e ‘sincronico’: che facciano uno sforzo e si sincronizzino con gli anglicismi plebei d’uso quotidiano, del tipo flop, in tilt, pressing, e con gli altri termini killer della lingua dell’ex Bel Paese, divenuto linguisticamente una ‘Banana Republic’”.

 Ma non fu sempre così. È interessante ricordare che il termine calciatore divenne popolare durante il fascismo (al posto di footballer), e che la parola autista (coniata da Bruno Migliorini)  sostituì chauffeur. Gabriele D’Annunzio introdusse con successo nel vocabolario italiano “vigile del fuoco”, accanto a pompiere che è un calco dal francese pompier. D’Annunzio fu meno fortunato con il suo arzente che avrebbe dovuto sostituire il cognac. Combinando arzillo con ardens (ardente) il neologismo arzente intendeva indicare lo stato di euforia indotto dall'ebbrezza e anche il calore che derivava dal bere l’alcolico. Fu sempre D'Annunzio, splendido esemplare di un’italianità ormai finita in vacca, che italianizzò il sandwich chiamandolo tramezzino. Sopravvive oggi il nostro panino, conosciuto mondialmente con il suo nome italiano originale. Ma a tramezzino e a panino – tra i due esiste una leggera differenza quanto alla forma e alla preparazione – molti connazionali preferiscono il sandwich, caro ai colonizzatori anglofoni e ancor più caro ai colonizzati della penisola.




(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 




domenica 18 ottobre 2026

Inghiottire o ingoiare? Quando i sinonimi non sono proprio tali

 

A prima vista, inghiottire e ingoiare, sembrano due perfetti equivalenti. Se diciamo che qualcuno ha inghiottito una pillola o che l'ha ingoiata, il significato generale non cambia: in entrambi i casi qualcosa passa dalla bocca all'esofago attraverso quell'atto che i medici chiamano deglutizione. Eppure, come spesso accade nella nostra lingua, i sinonimi assoluti sono più rari di quanto si creda. Basta osservare più da vicino i verbi inghiottire e ingoiare per accorgersi che ciascuno possiede una propria storia e una propria sfumatura espressiva.

Inghiottire è il verbo più neutro e generale. Descrive semplicemente l'atto del mandar giù. Possiamo avere difficoltà a inghiottire per il mal di gola, inghiottire una medicina, inghiottire la saliva. In tutti questi casi il verbo si limita a registrare un fatto, senza aggiungere particolari coloriture.

Visto sotto il profilo etimologico, inghiottire risale al latino volgare inglutire, derivato dal latino classico glutire o gluttire, cioè «ingoiare», «trangugiare». Alla stessa famiglia appartengono anche gluttone e glotoneria (e termini correlati alla ghiottoneria), parole nelle quali sopravvive l'antica idea dell'ingordigia. Nel corso dei secoli la forma si è evoluta fino all'attuale inghiottire, conservando però il significato fondamentale di «mandar giù».

Ingoiare, invece, suggerisce spesso qualcosa di più. Richiama un'azione rapida, frettolosa, talvolta vorace. Chi ingoia un boccone tende a non masticarlo abbastanza; chi ingoia una bevanda la beve quasi d'un fiato. Non a caso il verbo deriva dal latino parlato ingluviare, formato su ingluvies, termine che indicava il gozzo e, per estensione, la ghiottoneria e l'ingordigia. L'etimologia conserva dunque una sfumatura di avidità che ancora oggi affiora nell'uso comune. 

Si potrebbe dire, semplificando, che tutto ciò che si ingoia viene anche inghiottito, ma non tutto ciò che si inghiottisce viene necessariamente ingoiato.

Le differenze emergono ancor più chiaramente negli impieghi figurati. Quando si parla di sopportare un'offesa, una mortificazione o una situazione sgradevole, entrambi i verbi sono possibili, ma non producono esattamente lo stesso effetto.

Inghiottire un rospo appare leggermente più neutro e quasi più controllato. L'espressione richiama l'idea di accettare qualcosa di spiacevole senza protestare. Ingoiare un rospo o ingoiare un boccone amaro, invece, trasmette una sensazione più vivida e corporea: il dispiacere sembra quasi fermarsi in gola prima di essere mandato giù a forza.

Anche quando il soggetto non è una persona, la distinzione conserva una certa utilità. Il mare può inghiottire una nave; la nebbia può inghiottire una città; un vortice può inghiottire tutto ciò che incontra. In questi casi il verbo descrive una sparizione totale, quasi un assorbimento irreversibile.

Ingoiare tende invece a comparire più facilmente quando l'immagine conserva un carattere concreto e narrativo. Tutti ricordano che Pinocchio venne ingoiato dal gigantesco pescecane immaginato da Collodi. Analogamente, nel racconto biblico, il profeta Giona viene ingoiato da un grande pesce. In entrambe le vicende conta soprattutto la materialità dell'atto.

Vi è poi un uso figurato particolarmente interessante di inghiottire: quello economico e metaforico. Un progetto può inghiottire enormi quantità di denaro; una guerra può inghiottire risorse; una macchina burocratica inefficiente può inghiottire tempo ed energie. In questi contesti ingoiare appare decisamente meno naturale, perché il significato si è ormai allontanato dall'immagine originaria del mandar giù un boccone per assumere quella, più astratta, di un assorbimento totale.

Sotto il profilo grammaticale, inghiottire riserva una piccola curiosità. Il verbo ammette infatti due coniugazioni corrette: quella senza infisso incoativo (io inghiotto, tu inghiotti) e quella con l'infisso -isc- (io inghiottisco, tu inghiottisci). Entrambe sono documentate e legittime nell'uso contemporaneo. Ingoiare, invece, segue regolarmente il modello della prima coniugazione: io ingoio, tu ingoi, egli ingoia.

La conclusione, dunque, è che inghiottire e ingoiare non sono rivali, bensì alleati. Il primo rappresenta il termine più neutro e generale, vicino al tecnicismo deglutire; il secondo aggiunge spesso una sfumatura di fretta, avidità o voracità. Una differenza sottile, certo, ma proprio in queste sottigliezze si vede la ricchezza dell'italiano.

Del resto, la lingua sa fare ciò che noi spesso dimentichiamo: conservare le sfumature. E così, mentre molti parlanti considerano questi due verbi perfettamente intercambiabili, l'uso continua a distinguerli con discrezione. Perché le parole possono anche sembrare sinonime, ma la buona lingua non ingoia mai le differenze: semmai le inghiottisce con estrema parsimonia.

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La lingua "biforcuta" della stampa


 “La Schelin - sibila - ha tagliato la strada soprattutto a quelli del suo partito …”

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Alla base del provvedimento sanzionatorio decise dall'azienda …


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In Gran Bretagna i Verdi approvano mozione che equipara il sionismo a una forza di razzismo


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… informazioni di intelligence su un potenziale attacco con droni da parte dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Gli Houthi hanno smentito che le truppe leali al governo yemenita hanno conquistato posizioni sulla costa occidentale …

… le truppe filo-governative hanno rilasciato commenti su eventuali perdite tra le proprie fila.

Il documentario …  ''ignora che avvisiamo la popolazione e cerchiamo di capire cosa sia accaduto, se abbiano evacuato o meno …


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E capisco adesso perché in PaIl capo di Vestaglia Nazionalerlamento Vannacci … attacchi personali né riferimento denigratori …

“… nel quale hanno perso la vita 51 cittadini francesi", ha annunciato il capo della diplomazia su.

Arrivano a 100 mila dollari al mese lo stipendio dei comandanti delle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz.


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… speriamo che lunedì ci siano annunci da parte della capitali"

"Il comitato per il Premio Nobel ha perso il suo bussola morale … Una "donna che diffuso la demonizzazione degli ebrei e una parodia della giustizia … legittimare un procuratore corrotto che si è rivolto alle sue fabbricazioni contro Israele …”

… con un battuta in chiaro riferimento all'evento che celebra l'eredità italoamericana a strappando una risata …


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"Ho sentito la mia controparte saudita, per esprimere le nostre consiglianze dopo l'attacco degli Houthi …”

… salvaguardare la sicurezza dei nostri un miliardo di cittadini …

Arabia Saudita: "Intercettato missile Houthi verso lanciato Riad"


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I due sono stati individuati dai carabinieri e dagli agenti della polizia locali … avere montato dei led rossi in prossimità dalla targa e posto degli adesivi sulla minicar …

Le indagini sono state coordinate dalla procura ed eseguite grazie all'ausilio delle Sezioni 'Cyber Investigation' e 'Rilievi Tecnico Scientifici' dei carabinieri del Nucleo Investigativo e del Ris di Roma. I due denunciati, identificati come conducente e passeggero, sono stati sentiti in caserma dal pm della procura di Roma, nella notte, e hanno ammesso i fatti.

Le indagini, coordinate dalla procura ed eseguite grazie all'ausilio delle sezioni 'Cyber Investigation' e 'Rilievi Tecnico Scientifici' dei carabinieri del Nucleo Investigativo e del Ris di Roma, hanno consentito di ritenere la minicar individuata come il mezzo con cui erano state commesse le sei aggressioni.


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Una nave portacontainer è stata colpita da un proiettile "di origine sconosciuta" mentre uscendo dallo Stretto di Hormuz e riportato danni lievi. Lo ha riferito l'agenzia di sicurezza marittima britannico Ukmto.

Non si sono registrti feriti e i danni sono stati pochi.


… ha affermato il presidente iraniano durante, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa …

Netanyahu: "Nel prossimo il governo ministero di Ben Gvir rimarrà al Likud"


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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato l’aumento degli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita, comprese le quelli "irresponsabili" contro l’aeroporto internazionale di Riad, ribadendo il "diritto intrinseco" delle autorità saudite a difendersi. Ma intanto prosegue la battaglia di droni, abbattuti sia nell Yemen che in Arabia Saudita.


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… dove gli abitanti sono allo stremo, senza più cibo, acqua e possibilità di evacuare.