Un neologismo per superare l’antica confusione tra cielo e mare
Nel riflettere sul linguaggio che usiamo per descrivere il mondo, ci accorgiamo spesso che le parole, più che strumenti neutri, sono sedimenti di storia, metafore fossilizzate, compromessi concettuali che continuiamo a impiegare per abitudine. Il lessico del volo non fa eccezione. Anzi, è uno dei campi in cui la distanza tra l’esperienza reale e le parole che lo nominano risulta più evidente. L’uomo ha imparato a volare solo in epoca recente e, quando ha dovuto dare nome a ciò che non aveva precedenti, ha attinto al repertorio che gli era più familiare: quello del mare. Da qui una serie di improprietà che, pur essendo ormai cristallizzate, meritano di essere riconsiderate. Vediamo.
Nel vasto oceano della lingua italiana, accettiamo spesso termini che, a un’analisi più attenta, rivelano vistose incongruenze logiche. Una di queste riguarda aeronautica. Sebbene l’uso comune lo abbia cristallizzato come il lemma d’elezione per tutto ciò che concerne il volo, un’indagine etimologica rigorosa ne mette in luce l’improprietà.
Il termine aeronautica è un composto del greco aér (aria) e nautikḗ (arte della navigazione), a sua volta derivato da naus (nave). Etimologicamente, dunque, l’aeronautica sarebbe «l’arte della navigazione navale nell’aria». Un paradosso evidente: l’aereo non è una nave, e l’atmosfera non è un mare. La metafora, seppur suggestiva, non regge a un esame razionale.
Questa forzatura semantica risale ai primordi del volo, quando la lingua non aveva ancora a disposizione vocaboli atti a designare ciò che riguardava il cielo e l’uomo saccheggiò il lessico marittimo per descrivere ciò che non aveva ancora parole proprie. Da qui bordo, rotta, equipaggio e, appunto, aeronautica. Persino nei verbi persistono incertezze: sebbene sia comune dire che «l’aereo è decollato», i dizionari più autorevoli ricordano che la forma pienamente corretta è «l’aereo ha decollato», poiché decollare, nell’accezione di “involare”, "prendere il volo" è un verbo intransitivo che richiede l’ausiliare avere.
Per restituire al cielo la sua autonomia concettuale, occorre un termine che non trascini con sé l’ombra della nave. La proposta più coerente è aerodromía. Composto dal greco aér (aria) e drómos (corsa, percorso, movimento), il lessema definisce con precisione l’essenza del volo: il muoversi attraverso lo spazio aereo, senza la mediazione metaforica di uno scafo. Dove naus evoca un mezzo che galleggia, drómos richiama un’azione, un dinamismo: non la nave, ma il gesto del procedere.
La revisione del lessico del volo potrebbe spingersi oltre. Se accettiamo l’idea di sostituire termini impropri o stranieri, possiamo accogliere con favore altre intuizioni, come pilotàcolo (fusione di pilota e abitacolo), proposto per sostituire il francesismo carlinga. In questa prospettiva, l’esperto di aerodromia non sarebbe più un «navigatore», ma un professionista del movimento celeste, finalmente svincolato dalle metafore acquatiche che hanno accompagnato il volo fin dai suoi esordi.
aerodromía s. f. [dal gr. aér «aria» e drómos «corsa, percorso, movimento»]. – Neologismo atto a indicare l’insieme delle attività, delle tecniche e delle conoscenze relative al volo e al movimento attraverso lo spazio aereo, in alternativa ad aeronautica, voce etimologicamente impropria per il riferimento a naus «nave».
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Le regole fantasma che infestano l’italiano
Ogni volta che qualcuno proclama “questa è grammatica!”, da qualche parte una grammatica vera si mette le mani nei capelli. L’italiano è pieno di regole fantasma: norme mai esistite nei testi seri, ma tramandate con la sicurezza di chi ha sentito dire, e quindi “dev’essere così”. Il risultato è un esercito di parlanti che teme di sbagliare dove non c’è nulla da sbagliare, e che si (auto)censura per evitare rimproveri immaginari.
Ecco alcune delle "superstizioni" linguistiche più resistenti, perfette da smascherare con un colpo di spugna… o meglio, con un colpo di sciacqua-lingua.
“Sé seguito da stesso o medesimo non si accenta”
Una delle bufale più longeve.
La versione fantasma dice che
l’accento sparisce quando sé è seguito da stesso
o medesimo. In realtà la regola è lineare: quando
sé è pronome l’accento resta sempre.
“Pensa solo a sé.”
“Pensa solo a sé stesso.”
L’idea di togliere l’accento è una scorciatoia scolastica diventata leggenda.
“Non si può iniziare una frase con ma, e, perché”
Un classico intramontabile.
Non esiste alcuna norma che lo
vieti: è una scelta stilistica, non un peccato grammaticale
.“Ma davvero.”
“E poi?”
“Perché no.”
Vietarlo significa solo rinunciare a strumenti utilissimi.
“La virgola prima di e è vietata”
Una regola fantasma che piace perché sembra semplice.
Peccato
che sia falsa: la virgola non dipende da e, ma dalla
struttura della frase.
“Sono uscito e ho comprato il pane.”
“Sono uscito, e ho capito che avevo bisogno di una pausa.”
A volte serve, a volte no. Dire “mai” è pura mitologia.
“Non si può usare che più volte nella stessa frase”
Un’altra fissazione travestita da norma.
Il che è
uno degli "attrezzi" più versatili della lingua: ripeterlo è
normalissimo.
“La persona che ti dice che non sbaglia mai, mente.”
Si può variare per stile, certo, ma non c’è nessun errore da correggere.
“Non si può usare gli per riferirsi a una donna”
Ipercorrettismo allo stato puro.
L’uso di gli come
dativo singolare anche per il femminile è attestato da secoli,
soprattutto nel parlato.
“Le ho parlato.”
“Gli ho parlato.”
Nell’uso formale si preferisce le, ma demonizzare gli è fuori bersaglio.
“Tra” e “fra” non sono intercambiabili”
Una piccola perla di fantasia normativa.
In realtà tra
e fra sono sinonimi perfetti, senza differenze di
significato.
“Ci vediamo tra due giorni.”
“Ci vediamo fra due giorni.”
L’unica vera guida è l’orecchio.
Perché smascherarle?
Perché le regole fantasma fanno più danni che errori
veri.
Creano ansia, irrigidiscono la scrittura e distolgono
l’attenzione da ciò che conta davvero: chiarezza,
coerenza, consapevolezza del registro.
Smascherarle non significa “vale tutto”, ma liberarsi da
zavorre inutili.
