Due parole quasi gemelle che
l'orecchio confonde, ma che la lingua distingue con grande precisione
Capita sovente di sentire usare 'vizio' e 'vezzo' come se fossero
sinonimi. L'equivoco è comprensibile: le due parole si somigliano
nel suono, differiscono per una sola vocale e appartengono entrambe
alla sfera delle abitudini e dei comportamenti. Eppure, dietro questa
apparente parentela, si nasconde una differenza sostanziale che
merita di essere riportata alla luce. Dire che una persona ha un
vizio non equivale affatto a dire che ha un vezzo. Anzi, tra i due
termini corre una distanza ben maggiore di quanto lasci supporre la
loro forma.
I linguisti definiscono 'paronime' le
parole che si assomigliano foneticamente senza condividere lo stesso
significato. L'italiano ne conta molte: 'infliggere' e 'infrangere',
'comprensibile' e 'comprensivo', 'emigrare' e 'immigrare'. Anche
'vizio' e 'vezzo' appartengono a questa interessante categoria. Il
loro suono inganna l'orecchio e induce a credere che designino
realtà simili; la storia e l'uso, invece, raccontano
tutt'altra vicenda.
'Vizio' deriva dal latino 'vitium',
che significa(va) «difetto», «imperfezione», «corruzione»,
«mancanza». Fin dall'antichità il vocabolo era gravato da
una connotazione sfavorevole e indicava qualcosa di deteriorato o
moralmente riprovevole. Nel passaggio al volgare e poi all'italiano
tale sfumatura si è conservata pressoché intatta. Ancora oggi il
vizio è soprattutto una cattiva abitudine, un'inclinazione dannosa o
un comportamento dal quale sarebbe opportuno liberarsi. Si parla del
vizio del fumo, del gioco, dell'alcol, ma anche del vizio di
interrompere continuamente gli interlocutori o di arrivare
sistematicamente in ritardo.
Da questa medesima origine discendono
espressioni tecniche largamente diffuse: 'vizio di forma', 'vizio di
costruzione', 'vizio procedurale'. In tutti questi casi il
significato fondamentale rimane quello di difetto o irregolarità .
Più affascinante ancora è la storia di 'vezzo'. La Treccani lo riconduce direttamente al latino 'vĭtium' ("vizio", "difetto"), la stessa voce da cui deriva anche 'vizio'. I due termini sono dunque allotropi, vale a dire parole che risalgono alla medesima origine etimologica ma che hanno seguito percorsi fonetici e semantici differenti. Col tempo, infatti, 'vizio' ha conservato il significato negativo di difetto e cattiva inclinazione, mentre 'vezzo' si è progressivamente specializzato nei valori di abitudine caratteristica, grazia, civetteria e ornamento.
È uno di quei casi in cui
l'etimologia ama giocare d'ironia. Due vocaboli nati dalla stessa
famiglia linguistica hanno finito col rappresentare quasi il
contrario l'uno dell'altro. Come due fratelli che, cresciuti sotto lo
stesso tetto, abbiano poi imboccato strade completamente diverse.
Un vezzo, infatti, è, generalmente,
un tratto distintivo della personalità, una piccola mania innocua,
un comportamento che rende qualcuno riconoscibile. Chi si liscia i
capelli mentre parla, chi conclude ogni frase con la stessa
espressione, chi conserva gelosamente vecchie stilografiche o chi
colleziona segnalibri può avere dei vezzi. Sono abitudini che
incuriosiscono, talvolta divertono, ma difficilmente destano
riprovazione.
Da qui deriva anche l'espressione
'fare i vezzi', riferita a chi assume atteggiamenti leziosi o
studiati per attirare l'attenzione o sembrare più grazioso. In
questo caso il vocabolo conserva una sfumatura di artificiosità, ma
senza raggiungere mai la gravità implicita nel 'vizio'.
C'è inoltre un'accezione oggi quasi
dimenticata che merita di essere ricordata. Nella lingua letteraria
dei secoli passati il 'vezzo' era anche un gioiello femminile,
specialmente una collana di perle o di pietre preziose. I poeti
parlavano di «vezzi di perle» o di «vezzi d'oro», confermando
quel legame con l'ornamento e con la grazia che il termine porta
ancora impresso nella propria storia.
La differenza tra le due parole,
dunque, potrebbe essere riassunta in una formula semplice: il vizio
guasta, il vezzo decora. Del vizio ci si corregge; il vezzo, al
massimo, si tollera con un sorriso. Il primo rappresenta un peso, il
secondo una sfumatura. Il primo rivela un difetto, il secondo una
caratteristica.
Non è quindi raro che una persona
cerchi di nascondere i propri vizi e, nello stesso tempo, ostenti i
propri vezzi. I primi possono suscitare censura; i secondi
contribuiscono a creare un'immagine, un'identità, talvolta perfino
un fascino.
La lingua italiana, insomma, ci offre
una piccola lezione di precisione. Due parole quasi identiche nella
forma possono allontanarsi enormemente nel significato. E così
scopriamo che è sufficiente una sola vocale (e due Z) per separare ciò che ci
corregge da ciò che ci distingue. Perché il vizio è una catena da
spezzare; il vezzo, quando non eccede, è soltanto un dettaglio che
ci rende un po' più umanamente riconoscibili.
In fondo, le parole assomigliano alle
persone: non basta guardarle da lontano per conoscerle davvero.
Talvolta una sola lettera nasconde una storia intera, e una vocale
può fare la differenza tra un difetto da evitare e una grazia da
conservare.
***
San Francesco e il calendario dei contadini: quando i santi misuravano il tempo
Il 4 ottobre si celebra san Francesco
d'Assisi, patrono d'Italia e figura tra le più amate della
tradizione cristiana. Curiosamente, però, il santo poverello non ha
lasciato nella paremiologia italiana una quantità di proverbi
pari alla sua fama. Eppure la sua ricorrenza cade in un momento
cruciale dell'anno agricolo, quando la natura si prepara al riposo
invernale e i contadini osservano il cielo per trarne auspici e
insegnamenti.Tra i detti legati alla giornata si
ricorda: «Per san Francesco, semina se tu puoi e se non puoi
appresso poi». Il proverbio riflette il calendario agrario
tradizionale: i primi giorni di ottobre erano considerati favorevoli
alle semine autunnali, soprattutto del grano. Il santo diventa così
un punto di riferimento temporale, un segnale nel grande orologio
della campagna.
Un'altra sentenza popolare avverte: «A
san Francesco il freddo entra per l'uscio». Non si tratta
naturalmente di una previsione meteorologica infallibile, ma della
constatazione che, con l'avanzare di ottobre, le temperature iniziano
a calare sensibilmente. La personificazione del freddo che «entra»
in casa conferisce al detto una vivacità espressiva che ne ha
favorito la conservazione nella memoria popolare.
Più spesso, tuttavia, la saggezza
contadina preferisce parlare direttamente del mese anziché del
santo. Ottobre è infatti il periodo della vendemmia tardiva, delle
castagne, delle semine e dei preparativi per l'inverno. Da qui alcuni
proverbi come: «ottobre piovoso, campo prosperoso». Il messaggio è
sempre lo stesso: il raccolto futuro dipende dal lavoro presente e
dall'equilibrio delle stagioni.
Sotto il profilo prettamente
linguistico è interessante osservare come molti proverbi agricoli
utilizzino il nome del santo come indicazione cronologica. In
un'epoca in cui pochi avevano a disposizione calendari e orologi, le
ricorrenze religiose ben note a tutti fungevano da punti di
riferimento. Così si seminava a san Francesco, si assaggiava il vino
a san Martino e si misurava la lunghezza delle giornate a santa
Lucia.
I santi, insomma, entravano nei
proverbi non tanto per ragioni teologiche quanto per una necessità
pratica: aiutavano a orientarsi nel tempo. E il 4 ottobre, con il suo
sapore di vendemmia e con i primi freddi, continua ancora oggi a
ricordarci che l'autunno non è una stagione di declino, ma di
preparazione. Come sapevano bene i nostri nonni, è proprio in
ottobre che si comincia a "costruire" il pane e il vino per l’anno
successivo.
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