venerdì 4 settembre 2026

Sgroi – 226 - Reazioni dinanzi al “Se + condizionale” (bi-affermativo)

 


di Salvatore Claudio Sgroi


La lettura del precedente intervento n. 225 “Se + condizionale o congiuntivo?” del primo settembre ha suscitato varie reazioni da parte di amici e colleghi.


1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

Un tacito assenso con un “grazie” è venuto da parte di 13 linguisti. Un esplicito consenso è stato dichiarato da 10 colleghi e da un non-linguista:

(i) Impeccabile. La riformulazione finale taglia la testa al toro!”

(ii) “Totalmente d'accordo. Analisi perfetta”.

(iii) “Le pieghe della grammatica italiana, che si mostra sempre flessibile. Ben ha titolato Michele Prandi il suo bel libro: Regole e scelte”.

(iv) “Concordo. Però l'affermazione avrebbe potuto venire formulata in modo più elegante"; ricorda anche che “una frase del genere l'aveva detta Lilli Gruber”, ma senza citarla.

(v) “Uno di quei casi tipici che fanno accapigliare tante persone formate rigidamente dalla ‘grammatica sommersa’ della scuola”.

(vi) “Argomento molto interessante, ma non facile da spiegare a studenti dei primi due anni del liceo (a cui si indirizzano le grammatiche scolastiche)”.

(vii) “Molto interessante!”.

(viii) “Ero certo che saresti intervenuto/intervenivi su questa questione agostana su cui i soliti maestrini social hanno ancora una volta perso un'occasione per tacere o parlare d'altro”.

(ix) “Non avevo dubbi che saresti opportunamente intervenuto”.

(x) “Quanto al contributo di oggi, ci manca solo che ti stimolino: il blog di Raso scoppierà…”

(xi) Non-linguista: “Ottimo e abbondante!”.


2. Un oppositore

Contraria alla nostra ipotesi è stata la reazione di un letterato:

Risposta cornuta, ma non contraddittoria: l’argomentazione della difesa regge benissimo, ma testimonierò a favore dell’accusa. La moglie di Cesare deve essere superiore ecc. Sento però il dovere di aggiungere che l’errore può scappare a tutti, tanto più nel similparlato in oggetto”.


3. Un convertito?

La risposta, si direbbe, di un “convertito” è stata quella di un non-linguista:

Caro Salvatore, il mio commento è: non avrei mai usato il condizionale a inizio della frase! e me ne guardo bene dal farlo in avvenire. Resta solo che i seguaci della destra fascista sfascino anche la grammatica, argomentando sull'eccezione pur di darsi mala ragione! Saluti”.

Mia risposta: “ma tu non diresti: Se verrebbe non lo so?”

Replica: “No! Mi sentirei abitante di Librino o San Cristoforo. Direi: Non lo so se viene; se viene non lo so. La frase dubitativa è più elegante senza il condizionale”.

Seconda mia risposta: “Se ci rifletti un momento, c'è in realtà una differenza di significato tra Non lo so se viene-se verrà-se verrebbe. Come c'è una differenza di significato tra: (i) Viene (ora) presente, (ii) Verrà (dopo) futuro e (iii) Verrebbe ipotetico-potenziale”.

Seconda replica: “Concordo. Preferirei: Non lo so se verrebbe, viste le condizioni....(l'ipotetico-potenziale presume una spiegazione)”.


4. Un linguista scettico

Scettica la risposta di un collega:

caro Salvatore, sarà un costrutto bi-affermativo ma la Tortora non lo sapeva e le è sfuggito al posto del congiuntivo. Personalmente penso volesse scrivere o ‘Se Ranucci andasse a cena con Riina allora la Colosimo potrebbe fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta’, oppure ‘Se Ranucci va a cena con Riina allora la Colosimo può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. La costruzione se + il condizionale non la riesco a digerire, sarò perché sono del Nord”.

Mio primo commento:

Certamente, la Tortora non sapeva che è un ‘costrutto bi-affermativo’, ma lei non è linguista (grammatica esplicita). Quando tu introduci il cong. trasformi il costrutto bi-affermativo, in un periodo ipotetico (dell’impossibilità, visto che Riina è morto). Ma non si tratta di un periodo ipotetico perché non c’è un rapporto di premessa e conseguenza, in quanto i due eventi sono semplicemente accostati”.

Prima replica del collega:


Chi dice che sono solo accostati? Io non ne sono convinto. Ci vedo il periodo ipotetico dell'impossibilità. È un modo per giustificare a tutti costi il condizionale dopo se”.

Mio secondo commento:

Con la mia ipotesi sottintendendo ‘è vero che la frase è accettabile:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’,

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’,

Non c’è un rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi e quindi si tratta di costrutto bi-affermativo.

La tua spiegazione con l’hp del periodo ipotetico lascia perplessi perché non si capisce quale sia il rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi:

(iii) Periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ??? (a) ‘Se Ranucci andasse a cena con Totò Riina [ma è impossibile perché Riina è morto], + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) Periodo ipotetico di 3° tipo col doppio condiz. popolareggiante:??? (a) ‘Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina, (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Con la tua ipotesi è impossibile sottintendere ‘è vero che’:

(iii) periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ***’Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Toto' Rina, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 3° tipo: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Toto' Rina, allora la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Seconda replica del collega:

Sono commosso dalle tue cure nello spiegare. Ovviamente con ‘è vero che’ il se non regge un condizionale ma un indicativo e funziona; non funziona con la condizione ‘che sia vero’: siccome RIINA È MORTO non può esser vero. Perciò tu dici che non è un periodo ipotetico e non c'è rapporto di condizione e conseguenza.

Ma se andasse a cena con qualche mafioso vivo la possibilità ci sarebbe e quindi potrebbe essere un periodo ipotetico con ‘se+condizionale’ che a te va comunque bene? O anche in quel caso vedi solo l'accostamento bi-affermativo?”

Mio terzo commento:

Se il mafioso è vivente il periodo ipotetico è quello della possibilità, per il resto non cambia niente:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(iii) periodo ipotetico di 2° tipo, della possibilità, misto: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 2° tipo della possibilità: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

(v) (a) ***‘Se [SIA VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini.

Per te resta difficile riconoscere che tra (a) e (b) c'è solo un parallelismo e non un rapporto di causa-effetto. – ‘Se io sono siciliano (e lo sono), tu sei settentrionale (e lo sei)’; Se (è vero che) io sarei siciliano, tu sei/saresti piemontese’”. CIAO.

Sommario

1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

2. Un oppositore

3. Un convertito?

4. Un linguista scettico




giovedì 3 settembre 2026

Addirittura: storia di una parola che ha cambiato intenzione

 

Addirittura” è una di quelle parole che sembrano nate per l’enfasi, per il gesto largo, per la sorpresa un po’ teatrale. E invece, sotto la superficie, custodisce una storia che non ha nulla di esagerato: è la storia di una schiettezza. La forma originaria era infatti a dirittura, dove dirittura non è altro che un sostantivo antico, parente stretto di diritto, che significava “franchezza”, “linearità”, “assenza di deviazioni”. Dire qualcosa a dirittura voleva dire parlar chiaro, senza infingimenti, senza curve, senza quel velo di prudenza che spesso ammorbidisce il discorso. Era un avverbio di sincerità, non di stupore.

Poi la lingua, come sempre, ha cominciato a piegare la parola verso un nuovo uso. La franchezza, quando è molto marcata, può essere percepita come intensità; e l’intensità, quando supera la soglia dell’abitudine, può diventare sorpresa. Così a dirittura ha iniziato a colorarsi di un valore che non era più soltanto “parlo apertamente”, ma “lo dico con forza”, “lo dico in modo notevole”. Da qui il passaggio semantico è stato naturale: ciò che è detto con forza può essere interpretato come qualcosa di sorprendente. E la lingua, che ama trasformare i significati come fossero metalli duttili, ha fatto il resto.

Il risultato è la forma moderna: addirittura come avverbio di incredulità, di amplificazione, di meraviglia. È un avverbio che non descrive il fatto, ma la reazione al fatto. Quando diciamo è arrivato addirittura alle tre, non stiamo informando sull’orario: stiamo segnalando che quell’orario è fuori scala rispetto alle aspettative. È un avverbio che illumina la frase, che la colora, che la rende emotivamente orientata. È un piccolo riflettore linguistico puntato sul punto esatto in cui vogliamo che il lettore o l’ascoltatore si soffermi.

La bellezza di addirittura, però, sta nella sua doppia anima: quella dell’enfasi e quella dell’ironia. Quando lo pronunciamo da solo, con quel tono un po’ sornione – addirittura! – stiamo richiamando la sua antica schiettezza, ma rovesciata: non “parlo apertamente”, bensì “ma davvero?” È un fossile semantico che continua a brillare sotto la superficie del parlato, una piccola scintilla di storia che sopravvive nella pragmatica quotidiana.

C’è poi un dettaglio stilistico che rende addirittura una parola preziosa: la sua capacità di modulare la temperatura della frase. Può rendere un enunciato più leggero, più giocoso, più affettuoso; oppure può renderlo più pungente, più sorpreso, più critico. È una parola‑clima: la frase resta la stessa, ma l’atmosfera cambia. È una magia minuscola, una di quelle che fanno dell’italiano una lingua capace di sfumature che altre lingue non riescono a replicare con la stessa grazia.

E infine, c’è la sua eleganza nascosta. In un testo scritto, addirittura può essere un segnale di stile, un modo per dare alla frase un passo più consapevole, più pensato. Non è una parola rumorosa: è una parola che lavora in silenzio, che sposta l’intonazione senza farsi notare, che aggiunge un filo di espressività senza mai diventare invadente. È una di quelle voci che la lingua ha plasmato lentamente, trasformando una schiettezza medievale in un avverbio di sorpresa moderna.

***

Ancora una volta riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo

Un’oasi di luce nella selva delle parole

Non passa giorno senza che io mi imbatta, leggendo i giornali o navigando in rete, in qualche sconsiderato maltrattamento della nostra lingua madre. Tra calchi sciattoncelli dall’inglese, concordanze ballerine e un uso sempre più approssimativo del vocabolario, l’italiano sembra spesso sul punto di smarrire la propria eleganza e precisione. Poi, per fortuna, c’è Lo SciacquaLingua.

Seguire il blog e le riflessioni di Fausto Raso è un vero e proprio toccasana per la mente. Non si tratta di una sterile o polverosa pedanteria accademica, bensì di un’autentica e appassionata difesa del bello scrivere e del bene parlare. Con l’acume di chi conosce a fondo l’etimologia e la storia del nostro lessico, Raso ci guida attraverso le pieghe della grammatica con lucidità, ironia e un rigore mai fine a se stesso.

Ciò che più affascina del suo lavoro è la capacità di abbinare una severa vigilanza contro gli sfondoni della stampa e del linguaggio pubblico a una fervida creatività linguistica. La sua ricerca costante, unita all'audacia con cui propone o analizza neologismi calzanti ed espressivi, dimostra che la lingua non è un corpo morto da imbalsamare, ma un organismo vivo che si può arricchire senza mai perderne la dignità.

In un’epoca in cui prevalgono l'accidia verbale e il parlato d’accatto, Lo SciacquaLingua resta un faro di resistenza culturale, una vera e propria oasi dove rifarsi il palato e ritrovare il gusto per la parola esatta. Un grazie di cuore a Fausto Raso per questa sua preziosa, quotidiana opera di pulizia e bellezza.

Un lettore affezionato

















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 







mercoledì 2 settembre 2026

Intricare e intrigare: sinonimi? Dipende…

 

Intricare e intrigare sono due verbi che sembrano camminare affiancati, come se fossero quasi la stessa cosa, ma basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che, pur partendo dalla stessa radice, hanno preso direzioni diverse. Ambi discendono dal latino intricare, formato dal prefisso in- e da tricae, quelle impastoie che ostacolavano i cavalli e che, per estensione, indicavano fastidi, grovigli, matasse arruffate, tutto ciò che si presenta come un nodo difficile da sciogliere. È un’etimologia che conserva ancora oggi la sua forza visiva: un sintagma verbale nato da un inciampo, da qualcosa che intralcia il passo e costringe a fermarsi.

Intricare è rimasto fedele a questa origine. È il verbo del groviglio, della matassa che si stringe, della complessità che cresce. Si intricano i fili, i capelli, i cavi, ma si intricano anche le trame narrative, i discorsi, le procedure che diventano fitte, dense, quasi impenetrabili. Intricare è un verbo che non ha fretta: mostra come le cose si avviluppano, come si complicano, come diventano difficili da dipanare. Conserva la fisicità del nodo e la lentezza del gesto che cerca di scioglierlo.

Intrigare, invece, ha avuto una vita più movimentata, quasi teatrale. In origine era semplicemente una variante di intricare, diffusissima nell’Italia settentrionale, e significava impacciare, intralciare, dar fastidio: questa sedia m’intriga il passaggio, quel disordine m’intriga il lavoro. È un uso perfettamente legittimo, ancora vivo in molte aree regionali, e appartiene a quella fascia di italianità quotidiana che non fa rumore ma resiste.

Poi, con il trascorrere del tempo, intrigare ha preso una deviazione semantica e ha iniziato a muoversi nell’ombra. Dal sostantivo intrigo ha ereditato il senso di tramare, macchinare, ordire sotterfugi. È il verbo delle corti, dei retroscena, delle manovre politiche, delle trame nascoste. Intrigare qualcuno significava agire contro di lui, preparare un colpo, tessere una rete di inganni. È un uso che conserva ancora oggi una sfumatura di mistero, di ambiguità, di movimento dietro le quinte.

Infine, la svolta moderna: intrigare come incuriosire, affascinare, stuzzicare. È l’accezione oggi dominante, quella che ha conquistato l’italiano standard. Una proposta può intrigare, un romanzo può intrigare, un mistero può intrigare i lettori. Qui il verbo non intralcia e non trama: seduce. Si è alleggerito, ha perso la fisicità del nodo e la cupezza del sotterfugio per diventare un gesto mentale, un piccolo scintillio di interesse.

La distinzione d’uso contemporanea è limpida: intricare riguarda ciò che si aggroviglia; intrigare riguarda ciò che affascina o ciò che si macchina. L’uso regionale di intrigare nel senso di impacciare è corretto, ma va riconosciuto come forma locale o letteraria. Una trama intricata può intrigare il lettore, ma mentre il testo si intrica, il lettore si intriga: la lingua, qui, gioca con la simmetria e la rovescia.

Per concludere queste noterelle, una curiosità filologica che merita di essere ricordata. Nei romanzi d’appendice dell’Ottocento, i correttori di bozze segnalavano spesso un errore ricorrente: la vicenda si intriga sempre più, dove l’autore voleva dire si intrica. L’equivoco era talmente frequente da diventare quasi un tratto del genere. Il risultato, involontario, era comico: una trama che invece di complicarsi cominciava a tramare contro il lettore. È uno dei rari casi in cui un fraintendimento semantico produce un sorriso e, insieme, una piccola lezione di linguistica.

Intricare e intrigare, insomma, partono dallo stesso nodo ma lo sciolgono in modi diversi: uno restando fedele al groviglio, l’altro trasformandolo in fascino. E la lingua, che ama le biforcazioni, li ha lasciati andare ciascuno per la sua strada.


***

Quando cadono le foglie, cadono anche le scuse

C’è un momento dell’anno in cui la lingua diventa più sincera. Non è l’estate, che dilata le promesse, né l’inverno, che irrigidisce i pensieri: è l’autunno, stagione di verità morbide, di rivelazioni senza rumore. In quel fruscio che accompagna le foglie al suolo, la tradizione contadina infilava un ammonimento lieve ma preciso: quando cadono le foglie, cadono anche le scuse.

Il detto nasce nelle campagne emiliane e venete, dove il ritmo dell’anno non era un fatto meteorologico, ma un calendario morale. Le foglie che scendono una dopo l’altra segnano la fine dell’indugio: ciò che si è rimandato non può più attendere, ciò che si è promesso va mantenuto, ciò che si è trascurato va ripreso. L’autunno non concede la dilazione estiva, non accetta la leggerezza agostana: è la stagione in cui si chiude, si ripara, si porta a termine.

A rendere ancora più vivo questo modo di dire c’è un aneddoto che circolava nei paesi emiliani a fine Ottocento. Il fabbro del borgo, figura rispettata e un po’ burbera, era considerato una sorta di orologio morale della comunità. Non perché fosse severo, ma perché aveva il dono di ricordare a tutti ciò che avevano promesso. A settembre, quando le prime foglie cominciavano a staccarsi, usciva dalla bottega, guardava il viale alberato e mormorava piano: cadono le foglie, cadono le scuse. Non era un rimprovero: era un segnale. Bastava quella frase perché il contadino che aveva rimandato la riparazione del carro si presentasse il giorno dopo; perché l’artigiano che aveva promesso una consegna si mettesse al lavoro; perché il ragazzo che aveva giurato di aiutare il padre nei campi smettesse di tergiversare. La frase non obbligava, ma smuoveva: era come se l’autunno stesso parlasse attraverso il fabbro, ricordando che il tempo dell’indugio era finito.

Un’altra curiosità riguarda la sua diffusione. Il detto non circolava nei libri né nelle scuole: viaggiava sulle bocche dei merciai ambulanti, che lo usavano come formula di vendita. Quando arrivavano nei paesi a ottobre, dicevano: cadono le foglie, cadono le scuse: è ora di prendere ciò che serve prima che arrivi il freddo. Era un modo elegante per dire “non rimandate gli acquisti”, ma con quella grazia contadina che trasformava il commercio in proverbio.

E poi c’è un dettaglio linguistico tenerissimo: in alcune zone del Veneto la frase veniva abbreviata in cadono le foglie, e basta. Ma quel e basta era un’allusione perfetta: non servono più pretesti, non servono più rinvii, non servono più parole. L’autunno, con la sua estetica di sottrazione, fa pulizia anche nel discorso.

La metafora, in fondo, è trasparente e bellissima. Le foglie cadono perché hanno finito il loro compito; le scuse cadono perché non possono più nascondere il vuoto. È un invito a togliere il superfluo, a lasciare andare ciò che non serve, a smettere di proteggersi dietro pretesti. L’autunno, con la sua sobrietà, diventa un maestro di sincerità: ciò che resta, dopo la caduta, è ciò che conta davvero.

Oggi il detto è quasi scomparso, ma conserva una sua forza discreta. Ogni autunno, anche nelle città, anche nelle vite digitali, qualcosa cade: un’abitudine, un ritardo, una scusa che non regge più. E qualcosa resta: la possibilità di ricominciare con meno peso e più verità.



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



martedì 1 settembre 2026

Sgroi – 225 - “Se + condizionale o congiuntivo"?”


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Il post incriminato

Un caro amico, non linguista, ma particolarmente sensibile agli usi della lingua, qualche giorno fa mi ha mailato un link con un invito: Qui ce n'è abbastanza per un tuo intervento”.

Il link riguarda un tweet di Gaia Tortora:

https://www.adnkronos.com/politica/gaia-tortora-tweet-ranucci-x-carotenuto_4GmFdG74ZWDSiRWv1hXeuP.


contenente la seguente frase:

Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. O no?".


2. Commento di Roberto Grossi

Il giornalista Roberto Grossi (adnkronos) ha prontamente commentato il 26 agosto l’evento con l’articolo "Se Ranucci..., il tweet di Gaia Tortora divide X: gli utenti correggono (e sbagliano)” a favore di Gaia Tortora.

Tra i “tanti che si scandalizzano e gridano all'errore clamoroso” ha ricordato “l'onorevole Dario Carotenuto, deputato del M5S” che ha rilanciato il post “accendendo i riflettori su quello che ritiene ‘un autogol da fuoriclasse’".

Ma tra “gli utenti che smontano la tesi dell'errore macroscopico” c’è chi ha sostenuto: “Guardate che 'andrebbe' in questo caso è perfettamente corretto, eh!”.

E con adeguata motivazione un altro ha affermato: "La frase di Gaia Tortora è corretta. La sequenza 'se + condizionale' è inammissibile nella protasi di un periodo ipotetico dell'irrealtà. Non è questo il caso".

Commento della Tortora: "Ai Leoni ignoranti da tastiera...questo è per voi. Spiegato bene bene. Magari imparate qualcosa".


3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”

La frase della Tortora “Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”, -- o la possibile variante col duplice condizionaleSe Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini, -- non è, malgrado le apparenze, come è stato detto, un classico periodo ipotetico di 2° grado (della possibilità). Si potrebbe ancora dire “Se [è vero che] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini”.

Si tratta, come chiarisce p.es. il testo di M. Prandi – C. De Santis, Le regole e le scelte. Manuale di linguistica e di grammatica italiana (Utet 2011), di una “forma atipica di periodo ipotetico” (p. 359), ovvero di una costruzione condizionale indicata col termine “costrutto biaffermativo”. “Nel costrutto biaffermativo il parlante espone una premessa data come vera per poi contrapporle una affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (p. 360).

O ancora: M. Prandi Le regole e le scelte. Grammatica italiana (Utet 20202) si tratta di “casi atipici di costrutti condizionali, che presentano proprietà comunicative irriducibili ai tipi standard” (p. 266), definiti “costrutti biaffermativi” (ibid.), in cui “il parlante espone una premessa di cui riconosce la realtà per poi contrapporle come conseguenza un’affermazione data come altrettanto ben fondata” (ibid.). “Il costrutto biaffermativo è il veicolo privilegiato della polemica” (ibid.).

Come sottolineano A. Ferrari – L. Zampese Grammatica, parole, frasi, testi dell’italiano, (Carocci 2016), “I condizionali bi-affermativi asseriscono semplicemente l’esistenza di due eventi, senza che il secondo sia visto come una conseguenza necessaria del primo” (p. 234). Ovvero “non esiste necessariamente un rapporto di ‘condizione-conseguenza’ […] in genere si instaura un rapporto di semplice correlazione o collegamento” (L. Renzi – G. Salvi –A. Cardinaletti, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. II, Libreriauniversitaria.it edizioni 2022, p. 768). O ancora “Queste frasi non servono […] a esprimere un rapporto condizionale, ma semplicemente a mettere in relazione due fatti: può trattarsi di semplice parallelismo” (G. Salvi – L. Vanelli, Nuova grammatica italiana, il Mulino 2004, p. 279).

Concludendo, il condizionale non è nello stesso repertorio di scelte del congiuntivo ma dell'indicativo. Nel costrutto specifico, non è un'alternativa errata al congiuntivo ma un'alternativa legittima all'indicativo. Una parafrasi potrebbe essere: “Se ammettiamo che Ranucci è disponibile ad andare a cena con Riina, allora possiamo ammettere che può fare una foto con Ciavardini”.

Sommario

1. Il post incriminato

2. Commento di Roberto Grossi

3. “Se + condizionale” ovvero “costrutto bi-affermativo”







lunedì 31 agosto 2026

Lussuria

 Il rigoglio che si posa come un velo sulla forma

Il lessema lussuria sembra nato già “inclinato” verso la carne, già pronto a giudicare, già immerso nella sfera del desiderio. E invece la sua storia comincia altrove: nei campi, nelle piante, nella crescita vegetale che eccede, trabocca, supera il limite naturale. Prima di diventare uno dei vizi capitali, prima di essere associato all’impulso erotico, il termine in oggetto è stato un’immagine agricola, un modo per descrivere ciò che cresce troppo, ciò che devia dal corso ordinario, ciò che si fa esuberanza incontrollata. È da questa radice che nasce tutto: dall’idea dell’eccesso, non del peccato.

L’etimologia è limpida e sorprendente. Luxuria deriva da luxus, la stessa radice che ha dato lusso, e dal verbo luxare, “dislocare”, “andare fuori sede”, “deviare”. Qui si nasconde una curiosità inattesa: luxare è anche il verbo tecnico che i medici latini usavano per indicare la lussazione delle ossa. La lussazione e la lussuria sono dunque sorelle etimologiche, unite dall’idea di qualcosa che esce dal suo alloggiamento naturale. È un dettaglio che non si nota subito, ma che racconta molto del modo in cui il latino costruiva significati per analogia: ciò che devia nel corpo può deviare anche nel comportamento.

Nel latino classico, prima che il termine si avvicinasse all’ambito morale, luxuria indicava la vegetazione che cresce oltre misura, la pianta che si fa troppo rigogliosa, che non rispetta la forma prevista. Gli agronomi romani lo usavano con naturalezza, senza giudizio: era una constatazione tecnica, come dire che una vite “spinge troppo”. È la stessa immagine che sopravvive nel nostro lussureggiante, dove la parola non ha nulla di peccaminoso: è pura vitalità che trabocca. Da qui il passaggio è naturale: ciò che eccede nella natura può eccedere anche nell’uomo. La luxuria diventa allora “esuberanza di umori”, un moto interiore che supera la norma, una sregolatezza che non è ancora sessuale, ma già è un lasciarsi andare oltre il limite.

Un’altra curiosità riguarda la storia cristiana del termine. Nei primi secoli, luxuria non indicava soltanto la sfera sessuale: era un contenitore più ampio, che comprendeva ogni forma di eccesso, compreso il lusso materiale. Per un breve periodo, luxuria e luxus sono stati quasi intercambiabili nella predicazione morale. Solo più tardi, con la sistemazione dei vizi capitali, la parola si è specializzata nel campo del desiderio carnale. È un restringimento semantico netto, che mostra come la morale cristiana abbia selezionato un solo ramo dell’eccesso, lasciando cadere gli altri.

Quando la Patristica entra in scena, il termine si restringe definitivamente. L’eccesso non è più generico, non riguarda più ogni forma di sfrenatezza, ma si concentra sul desiderio carnale. La lussuria diventa così la passione disordinata, il piacere che sovrasta la ragione, l’istinto che prende il sopravvento. È uno dei sette vizi capitali, e come tale assume una forma più rigida, più codificata, più distante dalla sua origine agricola. Ma quella radice continua a pulsare sotto la superficie, e ogni tanto riaffiora.

Riaffiora soprattutto nella letteratura e nella critica d’arte. Nel Rinascimento, alcuni pittori e teorici usavano lussuria per descrivere la tavolozza troppo ricca, troppo carica, troppo “fuori misura”. Il Vasari, parlando di certi colori veneziani, annota che “hanno una lussuria che quasi offende”: non è un giudizio morale, ma estetico. È un fossile semantico che conserva la memoria del campo, della pianta, della crescita sovrabbondante. La lussuria dei colori è un modo per dire che la materia visiva eccede, trabocca, supera la norma, proprio come facevano le piante nei testi degli agronomi romani.

Nel linguaggio comune, la parola indica l’abbandono ai piaceri della carne, la ricerca del soddisfacimento sessuale come fine autonomo, separato dall’affettività. Nella dottrina cattolica, è la passione che disordina, che confonde, che subordina lo spirito al corpo. Nel linguaggio figurato, invece, può tornare a essere ciò che era: un rigoglio, un eccesso, una sovrabbondanza che non riguarda più la morale ma la forma, il colore, la materia. È un termine che ha attraversato mondi diversi e che porta ancora con sé le tracce di tutti: la terra, il corpo, la norma, l’arte.

Forse è proprio questa stratificazione che rende lussuria una parola così viva: nasce come crescita, diventa deviazione, si fa peccato, e infine torna immagine. E in ogni suo uso, antico o moderno, conserva la stessa verità: ciò che eccede racconta sempre qualcosa di noi.

***

 A tutto spiano

A tutto spiano è una di quelle espressioni che sembrano nate già col fiato corto, con l’energia che preme per uscire. Oggi la adoperiamo per indicare che qualcosa procede senza freni, con slancio pieno, con quella generosità d’azione che non conosce risparmio. Ma sotto questa vitalità quotidiana si nasconde un gesto antico, preciso, artigianale, che merita di essere riportato alla luce.

Lo spiano era innanzitutto lo strumento del carpentiere: la pialla o la livella che scorreva lungo tutta la superficie del legno, senza interruzioni, con un movimento ampio e continuo. Lavorare a tutto spiano significava sfruttare l’intera corsa dello strumento, farlo correre da un’estremità all’altra con la massima forza, come se ogni passata dovesse restituire una perfezione immediata. È un’immagine che conserva ancora oggi la sua potenza: l’idea di un gesto pieno, totale, senza esitazioni.

Un’altra pista etimologica, altrettanto affascinante, porta invece ai mulini e ai forni. Lo spiano sarebbe stato la quantità di farina (o di pane) che si poteva spianare, distribuire, erogare senza limiti. Agire a tutto spiano voleva dire, dunque, usare tutta la capienza dell’impianto, senza parsimonia, come se la produzione dovesse fluire senza ostacoli. È curioso notare come ambe le ipotesi - quella del legno e quella della farina - condividano la stessa idea di ampiezza, di gesto pieno, di risorsa portata al massimo.

La locuzione, forte di questa doppia radice, si è poi adattata ai contesti più diversi. I cantieri che procedono a tutto spiano richiamano le maestranze che lavorano a pieno regime, senza pause, con la scadenza che incombe. I ragazzi che ballano a tutto spiano restituiscono la gioia senza freni, la spensieratezza che non conosce economia. Un impianto di climatizzazione che funziona a tutto spiano racconta invece un consumo elevato, una macchina che dà tutto ciò che può per contrastare la calura. E quando un’azienda investe a tutto spiano, la metafora si fa economica: risorse che scorrono, decisioni che accelerano, strategie che si espandono.

Una piccola curiosità storica: nei manuali di falegnameria dell’Ottocento, la pialla veniva descritta come uno strumento che “richiede ampiezza di gesto e continuità di braccio”. È quasi una definizione anticipata della locuzione moderna, come se il linguaggio avesse conservato, senza accorgersene, la memoria di quel movimento.

In fondo, a tutto spiano è l’elogio dell’impegno pieno, della generosità d’azione, del fare senza trattenersi. È la lingua che ricorda che, talvolta, per ottenere un buon risultato, bisogna lasciar correre la mano, il pensiero, la volontà.

E come spesso accade con i modi di dire più longevi, la sua verità si può riassumere in un soffio: la misura, quando serve, è proprio l’assenza di misura.



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sabato 29 agosto 2026

Solleone d’agosto: fuoco nel naso e mosche al collo

 


Solleone d’agosto, fuoco nel naso e mosche al collo” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da una vecchia aia contadina, dove il linguaggio non descrive: scolpisce. È formula antica, popolare, fatta per essere pronunciata con un mezzo sorriso e un filo di insofferenza: quando il caldo non è più semplice calura ma diventa presenza fisica, quasi animale, che ti si appiccica addosso e ti toglie la voglia di muoverti. Il Solleone è il cuore dell’estate, il periodo in cui il Sole entra nella costellazione del Leone: tra fine luglio e agosto, quando l’aria vibra, le ombre si accorciano e il giorno sembra non finire mai. In questo contesto nasce l’immagine del fuoco nel naso, che non è iperbole poetica ma percezione concreta: il respiro caldo, l’aria che brucia, la sensazione di avere il volto sempre esposto a una fornace invisibile. È un’espressione che non si limita a registrare la temperatura: racconta l’effetto che la temperatura ha sul corpo, sul comportamento, sull’umore.

Le mosche al collo completano il quadro con una precisione quasi pittorica. Le mosche sono il segno della stagione avanzata, della natura che ribolle, degli animali che cercano riparo e degli uomini che perdono la pazienza. Sono la metafora della molestia minuta, continua, insistente: non fanno male, ma snervano. E infatti il detto non parla solo della temperatura: parla del caldo che irrita, che sfianca, che rende nervosi. È un ritratto antropologico prima ancora che meteorologico. Le mosche che si posano sul collo sono il simbolo di una soglia superata: non si tratta più di sopportare la stagione, ma di subirla.

Una piccola curiosità, tramandata nelle campagne dell’Italia centrale, racconta che l’espressione veniva usata anche come sorta di “diagnosi popolare” per gli animali da lavoro. Quando il contadino vedeva il bue o il mulo fermarsi, sbuffare e agitare la testa per scacciare le mosche, diceva che aveva fuoco nel naso: non perché l’animale fosse malato, ma perché il caldo gli aveva tolto ogni voglia di procedere. Era un modo di leggere il comportamento animale come specchio di quello umano, una forma di empatia rurale che trasformava la meteorologia in osservazione condivisa. E pare che alcuni anziani, per scherzo, aggiungessero un’appendice al detto: e cervello in ammollo, per indicare che il caldo non solo sfianca il corpo, ma annebbia anche la mente.

Il modo di dire ha, dunque, la struttura delle formule contadine che condensano un’esperienza collettiva. Non nasce nei libri, ma nelle giornate trascorse all’aperto, nei campi, nelle stalle, nelle strade polverose. È lingua che osserva il mondo e lo restituisce con immagini immediate, corporee, senza mediazioni. Il fuoco nel naso è il calore che impedisce di respirare bene; le mosche al collo sono la prova che il caldo ha raggiunto il suo culmine, che tutto è fermo, immobile, stagnante. In questa immobilità forzata si riconosce la cifra del Solleone: non è solo il periodo più caldo dell’anno, è il periodo in cui il caldo domina.

C’è anche un tratto di ironia, come spesso accade nei modi di dire popolari. L’espressione è volutamente esagerata, teatrale, ma non per fare scena: per rendere l’esperienza condivisibile. Chi la pronuncia non sta lamentandosi davvero, sta partecipando a un rito linguistico che riconosce la fatica dell’estate e la trasforma in immagine. È un modo di dire che unisce, perché chiunque abbia vissuto un agosto italiano sa esattamente cosa significhi avere fuoco nel naso e mosche al collo. È una forma di solidarietà meteorologica, un piccolo patto di sopravvivenza.

Nella sua semplicità, la locuzione conserva una bellezza antica: quella delle parole che non cercano eleganza ma verità sensoriale. È un frammento di cultura orale che racconta un’Italia rurale, fatta di osservazione diretta e di metafore nate dal contatto quotidiano con la natura. E ogni volta che la si pronuncia, anche oggi, si riattiva quel mondo: il sole che picchia, l’aria che vibra, il sudore che scende lento, le mosche che non danno tregua. È il Solleone, appunto: quando l’estate non si limita a essere stagione, ma diventa condizione.


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Oggi basta da solo

C’è un “vezzo” che attraversa la prosa italiana da secoli: la locuzione quest’oggi. La si incontra in autori illustri, persino nel Manzoni, che non era certo uno sprovveduto nell’uso della lingua. E tuttavia, proprio perché la lingua va osservata con occhio fino, conviene fermarsi un attimo (non un attimino, per carità!) e chiedersi se questa espressione sia davvero necessaria. Perché dire quest’oggi quando oggi basta e avanza?

La questione è semplice: il dimostrativo questo è già contenuto nella parola oggi. Non per capriccio, ma per etimologia. Oggi discende dal latino hŏdĭe, contrazione di hōc dĭe, cioè “in questo giorno”. Il dimostrativo è lì, incorporato, stratificato, perfettamente funzionante. Aggiungerne un altro significa duplicare ciò che è già presente, come dire questo questo giorno. Una ridondanza che la lingua non richiede e che, a ben vedere, non aggiunge nulla.

Si potrebbe obiettare che la tradizione letteraria ha usato quest’oggi con naturalezza. È vero. Ma la tradizione non è sempre sinonimo di necessità. Molti autori sono ricorsi a forme ridondanti per ragioni stilistiche, ritmiche, talvolta semplicemente perché erano in voga nel loro tempo. La domanda da porsi è un’altra: serve davvero? Esiste forse un oggi che significhi ieri o domani? Abbiamo bisogno di specificare “questo” per distinguere un oggi da un altro? No. Oggi è univoco, netto, non ambiguo. Non richiede stampelle dimostrative.

La lingua italiana, quando è pulita, preferisce l’essenzialità. Oggi è una parola già perfetta: breve, precisa, autosufficiente. Inserire quest’oggi significa appesantire ciò che è già chiaro. È un’aggiunta che non chiarisce, non rafforza, non distingue. È un di più che non serve. E se la lingua ci offre una forma elegante e completa, perché non rispettarla?

Per questo, secondo l’estensore di queste noterelle, la raccomandazione è semplice: usare oggi e lasciare riposare quest’oggi. Non per snobismo, ma per pulizia. Non per rigidità, ma per coerenza. Non per negare la tradizione, ma per onorare la struttura stessa della parola.

In fondo, la buona lingua è come una casa ben costruita: non ha bisogno di decorazioni superflue. E oggi, da solo, è già tutto ciò che serve.


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La lingua “biforcuta” della stampa


La storia

L’ultimo abbraccio al papà: in sala operatoria con lui prima della donazione degli organi a Milano

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Gli organi sono stati donati alla città di Milano?

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La violenza

Tenta il suicidio a 13 anni, poi trova la forza di denunciare il padre dopo violenze e vessazioni. Arrestato

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Chi è stato arrestato? Il figlio? il padre?

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Il caso 

Il caso Ponza senza acqua e internet, il caso finisce in Parlamento

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In buona lingua italiana: senza acqua né Internet (con la I maiuscola). Dal Treccani: (senza) Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né, più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).




















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