Quando un aggettivo cambia il senso di un atto, di un’istituzione
e perfino della giustizia stessa
Nel
linguaggio giuridico italiano esistono coppie di aggettivi che, pur
condividendo la stessa radice etimologica, si sono specializzate nel
tempo in sfumature diverse e non sovrapponibili. È il caso di
giudiziale e giudiziario, due termini che derivano
entrambi dal latino iudicium ma che, nella pratica forense e
amministrativa, hanno assunto campi d’uso distinti e riconoscibili.
Comprendere questa distinzione non è un esercizio di pedanteria,
bensì un modo per leggere con maggiore consapevolezza gli atti, gli
istituti e le prassi della giustizia italiana, evitando improprietà
che, in ambito tecnico, risultano immediatamente percepibili.Giudiziale è l’aggettivo che si lega al giudizio
inteso come processo, come atto formale, come momento in cui un
giudice interviene e produce un provvedimento. È un aggettivo che
vive dentro il processo, che descrive ciò che accade in tribunale o
per ordine del giudice. Quando si parla di separazione
giudiziale, per esempio, si indica la separazione pronunciata dal
giudice, distinta da quella consensuale; quando si parla di vendita
giudiziale, si fa riferimento alla vendita di beni disposta dal
tribunale per soddisfare i creditori; quando si parla di confessione
giudiziale, si intende quella resa nel corso di un processo e
disciplinata dal codice. In tutti questi casi l’aggettivo non
descrive un’istituzione, ma un atto, un momento, un frammento del
procedimento. È un aggettivo operativo, interno, processuale.
Giudiziario, invece, ha un respiro più ampio e
istituzionale. Non riguarda il singolo atto, ma l’apparato che
rende possibile l’amministrazione della giustizia. È l’aggettivo
dell’ordine giudiziario, cioè della magistratura intesa
come potere dello Stato; dell’anno giudiziario, che
scandisce l’attività dei tribunali; della polizia giudiziaria,
che opera alle dipendenze dell’autorità giudiziaria per
investigare sui reati; dell’errore giudiziario, che non è
l’errore di un singolo atto, ma il fallimento dell’intero sistema
nel condannare un innocente. Qui l’aggettivo non descrive un
processo, ma un’istituzione, una struttura, un corpo organizzato. È
un aggettivo architettonico, sistemico, amministrativo.
Questa distinzione spiega perché si dice casellario
giudiziale ma carcere giudiziario. Il casellario è un
registro che raccoglie i provvedimenti giudiziali, cioè gli
atti prodotti dai giudici nei singoli processi; il suo contenuto è
fatto di sentenze, decreti, condanne, assoluzioni, e dunque
l’aggettivo più pertinente è quello che rimanda al giudizio come
atto. Il carcere, invece, non è un atto ma un’istituzione dello
Stato, un luogo amministrato dall’apparato che esercita la funzione
punitiva e “custodiale”: appartiene quindi all’ordine
giudiziario, non al giudizio. Per questo è giudiziario.
Quanto all’uso concreto, si può dire che giudiziale si
adopera quando l’oggetto è un frammento del processo, mentre
giudiziario si adopera quando l’oggetto è un pezzo
dell’apparato. Si parlerà quindi di perizia giudiziale,
perché è un atto del processo, ma di ufficio giudiziario,
perché è un organo dell’amministrazione della giustizia; di
opposizione giudiziale, perché è un atto processuale, ma
di carriera giudiziaria, perché riguarda la struttura
professionale della magistratura; di sequestro giudiziale,
perché è disposto dal giudice, ma di architettura giudiziaria,
se si parla dell’organizzazione complessiva dei tribunali. La linea
di demarcazione è sempre la stessa: atto da una parte, istituzione
dall’altra.
Resta infine la questione, affascinante e spesso citata nei
manuali di morfologia storica, del perché carcere sia
maschile al singolare e femminile al plurale. La spiegazione è
antica e documentata: deriva dal latino carcer, maschile
singolare, ma con un plurale neutro carcera. Nel passaggio
dal latino all’italiano, molti plurali neutri sono stati
reinterpretati come femminili, secondo un processo ben noto anche in
altre parole come braccio/braccia, dito/dita,
osso/ossa, uovo/uova. Così il singolare ha
conservato il genere originario maschile, mentre il plurale,
ereditando la forma latina neutra, è stato assorbito nella flessione
femminile. È un fenomeno regolare, non un’anomalia, e testimonia
la stratificazione storica del nostro lessico.
In soldoni, per concludere queste noterelle, il casellario
giudiziale si riferisce all'elenco dei singoli giudizi
(sentenze); il carcere giudiziario riguarda una struttura di
pertinenza dell'intero apparato giudiziario
(magistratura e indagini).
***
Avere il vento nella manica
“Avere
il vento nella manica” è uno di quegli idiomatismi – forse non
conosciuto - che sembrano nati per caso e invece custodiscono una
piccola scena della vita quotidiana preindustriale. L’immagine è
immediata: una manica gonfiata dal vento, che si riempie d’aria e
spinge il braccio in avanti come se avesse una forza propria. Da qui
l’idea di una spinta propizia, di un favore discreto, di una
circostanza che ti agevola senza che tu debba fare troppo.
L’espressione significa infatti trovarsi in una condizione
vantaggiosa, avere la sorte dalla propria parte, procedere con un
aiuto esterno che rende tutto più semplice. È un vento buono, ma
non sfacciato: una corrente che ti sostiene senza che tu la cerchi.L’etimologia è trasparente e nasce da un gesto fisico: le
maniche ampie dei secoli passati, soprattutto quelle maschili tra Sei
e Settecento, si gonfiavano facilmente. Nei testi popolari il vento è
spesso metafora di favore o di ostacolo, e la manica è la parte del
corpo che più tradisce la presenza dell’aria. Avere il vento
nella manica era dunque un modo per dire che qualcosa ti spingeva
avanti, che avevi un vantaggio nascosto, quasi un piccolo trucco
della sorte. Non stupisce che in alcune aree rurali sopravviva anche
la variante avere il vento in tasca, con lo stesso valore di
propiziazione inattesa.
Gli esempi d’uso sono nitidi. Si può dire di un concorrente
che, grazie a una serie di coincidenze fortunate, “ha il vento
nella manica e arriva in finale senza fatica”. Oppure di un
progetto che, dopo mesi di stallo, “ha finalmente il vento nella
manica e procede spedito”. O ancora, in tono più ironico, di chi
ottiene un risultato insperato: “oggi avevi proprio il vento nella
manica, ti è riuscito tutto”. In tutti i casi l’immagine resta
quella di una spinta discreta, non ostentata, che accompagna e
facilita.
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La
lingua “biforcuta” della stampa
… Israele
avrebbe schierato diverse decine di soldati d'e'lite …
*
… un
video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della
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*
… nella
valle della Beqa occidentale", prosegue la milizia filoiraniana,
secondo il quale l'accaduto è "una conseguenza …
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… con
la Procura generale che non fa le indagini, non interroga i testimoni
che la smentiscono ma solo quella che li smentiscono …
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Iran, Trump: "Molto vicini a un accordo accordo, Libano non è
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La
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