Il caso di “rifiutare” e la storia sorprendente di un prefisso più complesso di quanto sembri
Il prefisso ri- è uno di quei piccoli elementi linguistici che diamo per scontati, convinti di conoscerne perfettamente il funzionamento. A scuola ci insegnano che serve a indicare una ripetizione: rifare è “fare di nuovo”, rivedere è “vedere un’altra volta”. Eppure, come spesso accade nella storia delle parole, la realtà è più sfaccettata. Dietro quel ri- apparentemente innocuo si nasconde un ventaglio di valori semantici molto più ricco, che spiega perché alcuni verbi non significano affatto ciò che sembrerebbero suggerire. È il caso di rifiutare, che non ha nulla (a) che vedere con il “fiutare di nuovo”, ma ci permette di osservare da vicino il modo in cui l’italiano si è formato, trasformato e talvolta “ingannato” da sé stesso.
Il prefisso ri- deriva dal latino re-, un elemento che già nella lingua antica possedeva una sorprendente varietà di funzioni. Certo, la più evidente è quella iterativa: re- indica che un’azione si ripete, e questa sfumatura è rimasta intatta in italiano. Ma accanto a questa convivono altri valori altrettanto importanti. C’è un valore intensivo, che rafforza il significato del verbo: ripulire non è semplicemente “pulire di nuovo”, ma “pulire a fondo”, con maggiore accuratezza. C’è poi un valore di movimento all’indietro o di opposizione, che esprime un ritorno allo stato precedente o un gesto contro qualcosa: lo ritroviamo in verbi come reagire o respingere. Infine, esiste un valore di compimento o accrescimento, che indica un’azione portata a termine in modo definitivo. Insomma, ri- non è un semplice segnale di ripetizione, ma un prefisso polisemico, capace di modellarsi sul contesto e sulla storia delle parole.
Questa complessità diventa evidente quando si analizza il verbo rifiutare. A un primo esame sembrerebbe composto da ri- e fiutare, e dunque dovrebbe significare “fiutare di nuovo”. Ma questa interpretazione è solo un’illusione moderna. L’etimologia autentica ci riporta al latino refutare, un verbo che nulla aveva (a) che vedere con l’olfatto. Qui re- non indica una ripetizione, bensì un movimento “all’indietro” o “contro”, mentre la radice -futare appartiene a un ceppo arcaico che ritroviamo anche in confutare e che significava “battere”, “respingere”, “versare”. Il gesto originario del refutare era dunque quello di respingere con forza, di ributtare indietro qualcosa o qualcuno. Il significato moderno di “non accettare”, “declinare un’offerta” e simili è perfettamente coerente con questa immagine antica.
Ma allora perché oggi diciamo rifiutare con la i? Qui scende in campo un fenomeno linguistico affascinante: l’attrazione analogica. Nel passaggio dal latino al volgare (l’italiano), il termine si è avvicinato foneticamente a fiutare, che era già presente nella lingua e più familiare all’orecchio dei parlanti. Questo avvicinamento ha modificato la forma del verbo, ma non il suo significato, che è rimasto fedele all’idea di respingere. È un esempio perfetto di come le lingue evolvano non solo per logica interna, ma anche per somiglianze percepite, per associazioni spontanee, per “scivolamenti semantici” che rendono alcune forme più naturali di altre.
Rifiutare non è però un caso isolato. Esistono altri sintagmi verbali che, pur cominciando con il prefisso ri-, non hanno niente (a) che vedere con la ripetizione. Vediamone alcuni. Rimirare, per esempio, non significa “guardare due volte”, ma osservare con attenzione, con ammirazione: qui il prefisso ha valore intensivo. Risaltare non è “saltare di nuovo”, ma emergere con evidenza rispetto al contesto. Rimanere deriva dal latino re-manere, dove re- indica lo stare “indietro”, il fermarsi, non certo un “manere” ripetuto. Rinunciare, infine, viene da re-nuntiare, cioè “annunciare contro”, comunicare un rifiuto: un’altra conferma del valore oppositivo del prefisso.
Questi casi ci ricordano che la lingua non è un sistema rigido, ma un organismo vivo, plasmato da secoli di usi, fraintendimenti, adattamenti, prestiti e contaminazioni. Il prefisso ri- è un piccolo laboratorio di storia linguistica: un “luogo” in cui si incontrano il latino e l’italiano, la logica e l’analogia, la forma e il significato. E rifiutare, con la sua ingannevole somiglianza a fiutare, è la “prova provata” che le parole non vanno mai prese alla lettera: spesso raccontano molto più di ciò che mostrano in superficie.
Chiudiamo con un neologismo venutoci alla mente scrivendo e rileggendo queste noterelle: rileggista. Non è la persona che “ri-legge”, cioè legge di nuovo, legge un’altra volta, ma colui che legge con estrema acribìa.
***
Far la civetta al lume
“Far la civetta al lume” è uno di quegli idiomatismi che sembrano usciti da un baule rinascimentale: polverosi all’apparenza, ma sorprendentemente nitidi quando li si osserva da vicino. L’immagine è semplice e teatrale: la civetta, animale associato da secoli alla seduzione e all’ammiccamento, si avvicina alla luce per farsi vedere, per attirare sguardi. Nel Cinquecento questa espressione veniva usata per indicare chi si metteva in mostra con intenzione, chi cercava attenzione più che sostanza, chi costruiva la propria presenza per essere notato. Non c’era necessariamente un giudizio severo, ma una punta di ironia sì: chi “faceva la civetta al lume” non si limitava a essere visibile, voleva esserlo, e modellava il proprio comportamento come una piccola scena di seduzione.
Ciò che rende l’espressione così affascinante ancora oggi è la sua sorprendente attualità. La civetta che si avvicina al lume è diventata la persona che si mette davanti alla fotocamera, che cura la propria immagine digitale, che vive di esposizione continua. Il lume non è più la fiamma di una candela, ma la luce dello schermo, la vetrina delle piattaforme digitali. In un’epoca in cui la visibilità è spesso un fine in sé, questo antico modo di dire sembra descrivere con precisione chirurgica un comportamento diffusissimo: la ricerca di attenzione, la costruzione di un’immagine, la volontà di essere guardati.
Recuperare questo idiomatismo significa restituire al linguaggio una sfumatura che abbiamo perso: un modo elegante e vivace per raccontare un fenomeno contemporaneo con un’immagine antica, quasi teatrale. È il fascino delle locuzioni dimenticate: parlano di noi con parole che non usiamo più, ma che si capiscono ancora benissimo.
Tra candele e schermi, del resto, l’arte di farsi notare non è mai andata davvero fuori moda.
(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
