giovedì 26 marzo 2026

Ex: due lettere, mille dubbi

 Quando una preposizione latina continua a far inciampare l’italiano contemporaneo

Ci sono parole minuscole che, nonostante la loro brevità, riescono a creare dubbi sproporzionati. Ex è una di queste: due lettere soltanto, eppure capaci di far tentennare anche chi scrive con sicurezza. La incontriamo dappertutto - nei giornali, nei documenti, nei libri - e ogni volta riaffiora la stessa domanda: come si scrive correttamente? Con il trattino? Senza? Attaccata al sostantivo? La risposta non è un dettaglio grafico, ma un fatto di struttura linguistica.

In italiano ex non è un prefisso. È una preposizione latina autonoma, rimasta tale anche nella nostra lingua quando indica “chi non è più”, “chi non ha più quel ruolo o quell’incarico”. Proprio perché è una parola indipendente, non si salda al nome che segue. La forma corretta, raccomandata dai principali dizionari e dall’Accademia della Crusca, è dunque limpida: ex (preposizione) seguita da uno spazio. Ex ministro, ex direttore, ex compagno, ex calciatore: la grafia rispetta la natura originaria della particella e mantiene la frase pulita, leggibile, coerente.

Il trattino - ex-presidente, ex-giudice - non è un errore da matita blu, ma è considerato meno elegante e meno conforme alla tradizione italiana. La sua diffusione deriva soprattutto dall’influenza dell’inglese, dove il trattino è la norma. Per imitazione, questa abitudine (cattiva) si è infiltrata nei testi giornalistici e nella comunicazione veloce, dove la fretta spesso prevale sulla precisione. In qualche caso il trattino viene usato per ragioni di chiarezza visiva, quando la qualifica è molto lunga e si teme che il lettore perda il nesso logico. Ma si tratta di scelte stilistiche occasionali, non di regole.

Vi sono poi casi particolari. Quando ex diventa un sostantivo - “ho visto il mio ex” - non accompagna più nulla: è un nome autonomo. Nelle locuzioni latine cristallizzate, come ex voto o ex aequo, lo spazio rimane obbligatorio, anche se forme univerbate come exvoto sono ammesse (ma non consigliabili, secondo chi scrive). Diverso ancora è il caso di parole come exequatur, dove ex non è una particella separabile, ma parte integrante della radice etimologica.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, chi desidera scrivere con rigore e sobrietà ha una strada chiara: usare ex come ciò che è - una parola autonoma - e lasciarle il suo spazio. È una scelta che rispetta la storia della lingua e ci preserva da calchi inutili, spesso dannosi, provenienti da sistemi grafici che non ci appartengono.

Perché, in fondo, nella lingua come nella vita, ciò che è davvero chiaro non ha bisogno di trattini per farsi capire.


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Tra o fra? La risposta è più semplice della domanda

Stessa funzione, stessa resa: cambia solo ciò che la lingua vuole che scorra meglio



In italiano tra e fra sono sinonimi perfetti: condividono la stessa funzione e lo stesso valore. “Tra” deriva dal latino intra (“dentro, all’interno”), mentre “fra” è una variante fonetica affermatasi nell’uso già nel latino tardo e poi stabilizzata nell’italiano medievale. Oggi le due forme sono equivalenti: la scelta dipende soprattutto dall’orecchio.

Per evitare cacofonie, l’italiano tende a non accostare consonanti identiche o troppo simili. È una regola non scritta ma radicata nella fisiologia fonetica: la lingua cerca la via più scorrevole. Da qui la naturalezza di tra fratelli rispetto a fra fratelli, o di fra tre giorni rispetto a tra tre giorni. Non è una norma prescrittiva: è un riflesso fonotattico.

Nell’uso vivo emergono alcune tendenze consolidate: fra amici è molto comune nel parlato (perché la sequenza fonica /fraˈa-/ non crea attriti articolatori ed è ormai una collocazione idiomatica stabilizzata); tra Roma e Napoli ricorre spesso nello scritto (perché nei contesti di localizzazione spaziale “tra” è percepito come più neutro e meno marcato, ideale nella prosa descrittiva); fra dieci minuti suona spontaneo nel futuro prossimo (perché segue un modello fraseologico altamente produttivo nell’italiano contemporaneo e “fra” è preferito nelle espressioni temporali brevi e frequenti). Sono inclinazioni dell’uso, non norme: la lingua sceglie ciò che scorre meglio.

Le antiche distinzioni che attribuivano a tra un valore più spaziale e a fra uno più astratto appartengono alla paleografia grammaticale: tentativi classificatori senza riscontro nell’uso reale. L’italiano moderno non le riconosce più, e la lessicografia contemporanea le considera superate.

In sintesi, e concludiamo: tra e fra sono gemelli veri. L’unica bussola è la musicalità della frase, che l’orecchio dell’italofono percepisce con precisione sorprendente. Il resto è archeologia linguistica.


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“Culo”, parola volgare?

Cortese dott. Raso, seguo il suo istruttivo blog da moltissimo tempo. Mi permetto di scriverle per un quesito. Perché “culo”, parola italianissima, è considerato un termine volgare? Sperando in una sua risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo i miei più cordiali saluti.

Eugenio Notargianni

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Il termine culo è percepito come volgare per una combinazione di fattori storici, sociali e fonetici. Innanzitutto è un termine diretto, proviene dal latino culus e nomina senza filtri una parte anatomica legata a funzioni corporee considerate “basse” nelle culture mediterranee. Le lingue tendono a classificare come volgari le parole che non attenuano ciò che nominano, e culo non ha mai avuto un percorso di nobilitazione letteraria: è rimasto nel parlato popolare, nei proverbi, nei modi di dire, nella comicità, e ciò che resta nel registro popolare viene spesso etichettato come “basso” anche quando non è realmente osceno.

A ciò si aggiunge la sua considerevole produttività metaforica: avere culo, farsi un culo cosìmettere il culo al caldo e molti altri. Quando una parola diventa così potente nel linguaggio figurato, acquista una carica espressiva che la rende ruvida, energica, poco neutra. Anche la fonetica contribuisce: la c dura seguita dalla u crea un suono secco, immediato, che non ha nulla della morbidezza eufemistica di sedere, deretano o posteriore.

La sua “volgarità”, però, è più sociolinguistica che morale. Oggi culo è ampiamente accettato nel parlato informale, nel giornalismo leggero, nella narrativa contemporanea e nella comicità. Non è più un tabù vero e proprio: è semplicemente una parola forte, diretta, che porta con sé l’eco del suo uso prettamente popolare.


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La lingua “biforcuta” della stampa


Mons. Pegoraro della Pontificia Accademia della Vita nominato vescovo

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Se non cadiamo in errore (anche noi) i vescovi si ordinano (si consacrano), i cardinali si nominano.









martedì 24 marzo 2026

Sgroi - 222 - Gustavo Zagrebelsky: “asserv-isce” o “asserv-e”?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Evento televisivo

Su “la 7” di sabato scorso 21 marzo, 21h30, nel corso della trasmissione “In altre parole” diretta da Gramellini, Gustavo Zagrebelsky (1943-), ben noto giurista ed ex-giudice della Corte Costituzionale, discutendo sull’opportunità di accogliere alla Biennale gli artisti russi, come proposto dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, sciolta la riserva del ministro della cultura Alessandro Giuli, ad un certo punto si è chiesto: “la cultura -- si asserv-isce, si asserv-e? alla politica? -- Come si dice?”.

Il dubbio morfologico doveva suggerire la possibilità e correttezza di entrambe le forme. La risposta degli astanti è stata: “si asserv-e”.

2. La voce della grammatica

Da una scorsa ai “Quadri flessionali” del Dizionario della lingua italiana di T. De Mauro (2000), si constata però che la forma indicata è “asserv-isce” e non “asserv-e”.

E questa è l’indicazione normativa della Treccani (on line): “La forma corretta alla terza persona singolare del presente indicativo del verbo asservire è asserv-isce. Il verbo segue la coniugazione in -isco (come finire > fin-isce), quindi si coniuga: io asserv-isco, tu asserv-isci, egli/lui asserv-isce”.

La stessa Treccani aggiunge anche che "Asserv-e" è una forma errata o arcaica non in uso”.

Stando al sentimento linguistico dei parlanti de “la 7” sembrerebbe tuttavia che tale forma non sia tanto arcaica.

3. “Asserv-e” e “asserv-isce” in “Google Libri”

Una scorsa a “Google libri ricerca avanzata” nell’arco 2020-2026 fornisce 4 attestazioni di asserv-e:

 (i) Cadoppi, Canestrari, Manna, Papa 2022: “obbligo della motivazione il cui adempimento asserve l'esercizio dei predetti poteri discrezionali alla garanzia di un controllo giurisdizionale” (Diritto penale, Utet).

 (ii) Luca Ciampallari 2025: “la vita prende una fetta del nostro amore, ne asserve alla prole, ne asserve a lei, ma quello, qualcuno sa, perché lo pensa, perché lo vive […]” (Come foglie al vento, p. 1142). 

(iii) Luca Ciampallari 2025: “ asserve ora noi, ora me, quando mi faccio ossesso di voler prendere la ragione del tutto, del piccolo, del grande, di ogni cosa” (Obsession, p. 132). 

(iv) AA. VV., Carolina Negri 2025 : “[…] asserve tutti alle sonorità della lingua il testo si fa troppo lungo” (Storia della letteratura giapponese, Einaudi).

Nello stesso periodo 6 sono le attestazioni di asserv-isce:

(i) Luca Grion 2022: “autorità […] che asservisce: “C'è l'autorità che usa il potere e l'abilità di cui dispone per subordinare gli altri ai propri scopi particolari e che cerca unicamente d'impadronirsi di essi per sfruttarli: è l'autorità che asservisce” (AA. VV., Il senso dello sport: Valori, agonismo, inclusione, Mimesis). 

(ii) Michael Davide Semeraro 2022: “La Sapienza non si asservisce e non asservisce” (Lettere a Giobbe. Sul mistero della gioia e del dolore, TS edizioni). 

(iii) Platone 2026: “il brutto è ciò che asservisce la parte mansueta a quella selvaggia?" (La Reppublica, Lebooks Editora). 

(iv) Luigi Picardi 2020: “una vasta, poderosa, odiosa clientela delle classi dominanti che tutto corrompe e asservisce ai suoi interessi” (Molise: Appunti tra due secoli (1964-2020, Studium).

(v) Giuseppe Montesano 2021: “ chi sta in alto […] controlla e asservisce chi sta in basso” (Baudelaire è vivo, Giunti, p. 62). 

(vi) Enrico Testa 2025: “Nessuna protezione .perché essa asservisce e degrada” (Pronomi, Einaudi).

4. Forme incoative

Se si prova ad analizzare la morfologia verbale dell'italiano, si scopre con la complicità di una "Grammatica" istituzionale come quella di L. Serianni (1988, ried. Utet 2026) che in italiano ci sono circa 500 verbi in "-ire" (sui 1290 riportati in un dizionario come quello del De Mauro), circa il 40% quindi, che presentano la stessa finale: "fin-isc-ano". Alcuni anzi possono alternare: "starnut-isc-ono"/"starnut-ono", ecc. La citata grammatica ricorda che si tratta di verbi cosiddetti "incoativi", con l'infisso "-isc-", la cui funzione attuale è quella di rendere la coniugazione del verbo fonologicamente simmetrica. Grazie all'infisso l'accento cade infatti sempre sulla desinenza (accentazione "arizotonica") anziché sulla radice: "starnùt-o"/"starnut-ìsco", starnut-ìsci, starnut-ìamo, starnut-ìte, starnùt-ono/starnut-ìscono". In latino invece il verbo incoativo indicava l'inizio di una azione, così "aug-eo" 'cresco' si opponeva ad "aug-esco" 'comincio a crescere'.

5. Conclusione

Alla fine, nessuna differenza semantica tra asserv-e e asserv-isce ma solo due varianti entrambe corrette, magari una un po' più frequente dell’altra.

Sommario

1. Evento televisivo

2. La voce della grammatica

3. “Asserv-e” e “asserv-isce” in “Google Libri”

4. Forme incoative

5. Conclusione











Altre pubblicazioni di Salvatore Claudio Sgroi:

Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet 2010

Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria, Firenze, Cesati 2013

Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet 2013

Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticaliCittà del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016

Maestri della linguistica otto-novecentesca, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Maestri della linguistica italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

(As)saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS 2019

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2020

Saggi scelti di morfologia lessicale, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

Saggi di morfologia teorica e applicata, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

La lingua italiana del terzo millennio tra regole norme ed erroripres. di Claudio Marazzini, Torino, UTET, 2024

Il Papa è infallibile. Lo dice la grammaticapres. di Francesco Coniglione, Firenze, Accademia della  Crusca 2025

Le parole di papa Francesco. E le prime parole di papa Leone XIV, ed. Libreria Universitaria, 2025

Tamponare: il verbo che preme, blocca, urta e non smette di reinventarsi

 Dalla ferita al paraurti, dal rimedio provvisorio al 'test' diagnostico: storia sorprendente di un verbo che ha fatto strada premendo sempre nella stessa direzione




Il verbo tamponare è uno di quei lessemi che, più di altri, mostrano come una stessa immagine concreta possa generare una costellazione di accezioni diverse ma coerenti. Al centro c’è sempre un gesto: premere contro qualcosa per chiuderla, bloccarla, arrestarla. Da questa matrice fisica si irradiano gli usi medici, figurati, tecnici e infine automobilistici.

L’etimologia è limpidissima: tamponare deriva dal francese tamponner, a sua volta da tampon, “tampone”, oggetto che serve a chiudere, otturare, comprimere. L’origine ultima è probabilmente germanica: una radice affine a stampôn, “calcare, comprimere”, che spiega bene l’idea di pressione esercitata su una superficie.

Il primo significato italiano è medico: chiudere una ferita con un tampone, arrestare un’emorragia, assorbire un fluido. Da qui si sviluppa il linguaggio tecnico: otturare una falla, bloccare una perdita, chiudere provvisoriamente un’apertura improvvisa. È un gesto di emergenza, rapido, provvisorio, che non risolve definitivamente la situazione ma “tiene”.

Su questa immagine si innesta il valore figurato: tamponare un problema, cioè porvi rimedio in modo immediato ma non definitivo. Il tampone diventa metafora di una soluzione: utile, urgente, ma transitoria. È un’estensione naturale, già pienamente attestata nella lingua comune prima del Novecento.

Il passaggio successivo è quello sportivo e militare: tamponare un’azione, cioè arrestarla, bloccarla, impedirne l’avanzamento. Anche qui ritorna l’idea di pressione esercitata per fermare qualcosa che procede.

Da questo nucleo semantico nasce, per analogia, l’uso automobilistico: urtare da dietro il veicolo che precede, come se lo si “schiacciasse” o “premesse” in avanti. L’immagine è perfettamente coerente con l’etimo: l’auto che arriva da dietro agisce come un tampone che preme contro ciò che ha davanti. L’italiano ha quindi scelto un verbo già disponibile, adattandolo a un nuovo dominio tecnologico.

Sulla prima attestazione giornalistica dell’uso automobilistico, le fonti lessicografiche moderne non forniscono una data precisa. Le ricerche negli archivi digitali mostrano che il significato automobilistico è già pienamente stabilizzato nella seconda metà del Novecento, ma non è possibile - sulla base delle fonti oggi accessibili - individuare un primo esempio certo e datato. Le risorse consultate registrano il significato, ma non riportano la prima occorrenza nei giornali.

Questa assenza di documentazione non implica che l’uso sia recente: più probabilmente è entrato nel linguaggio comune con la diffusione dell’automobile, tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, senza lasciare una “prima volta” facilmente rintracciabile.

Il verbo ha poi conosciuto un’ulteriore espansione semantica nel XXI secolo, quando la pandemia ha introdotto un nuovo significato: tamponarsi = sottoporsi a tampone diagnostico. È un caso di neosemia: un significato nuovo attribuito a una parola esistente, nato nel 2020 e rapidamente stabilizzato nell’uso.

Così tamponare è diventato un verbo polisemico ma sorprendentemente coerente: chiudere, bloccare, arrestare, urtare, rimediare, controllare. Tutto ruota attorno a un gesto antico, concreto, fisico: premere contro qualche cosa per fermarla. E ogni nuova accezione non fa che riproporre, in un contesto diverso, quella stessa immagine originaria.

Ogni verbo, come ogni urto, lascia un segno: tamponare ci ricorda che anche le pressioni più brusche possono diventare storia della lingua.

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 Fare la barba a qualcuno”

Tra le espressioni che la nostra lingua custodisce con una naturalezza quasi domestica, fare la barba a qualcuno è forse una delle più ingannevoli. Richiama subito poltrone in pelle, panni caldi, il profumo della schiuma: un piccolo rito di civiltà. E invece, appena si scosta la tenda di questa scena rassicurante, affiora un universo di significati che nulla ha di innocuo. La lingua, come sempre, sa trasformare il quotidiano in un teatro di simboli.

Le sue origini scorrono su due binari che non si toccano, ma si osservano. Il primo è quello della materia, del gesto preciso: radere significa far scivolare una lama sottilissima a un soffio dalla pelle, in quell’intercapedine dove il rischio e la fiducia si sfiorano. Da qui l’uso sportivo e automobilistico: passare vicinissimo, sfiorare l’avversario come un’ombra, dominare lo spazio minimo con una perizia che trattiene il respiro. È il regno del millimetro, dove la bravura si misura nella distanza che non c’è.

Il secondo binario è più antico, più umano, più scaltro. Un tempo fare la barba a qualcuno voleva dire beffarlo, raggirarlo con un’eleganza quasi artigianale. L’immagine è potente: il barbiere è l’unico a cui consegniamo la gola, mentre impugna un rasoio che potrebbe, se volesse, tradirci. Essere “fatti la barba” significa dunque esporsi, permettere all’altro di muoversi con una libertà che sfiora l’abuso, lasciarsi sottrarre qualcosa senza accorgersene, o subire una superiorità intellettuale tanto sottile quanto inesorabile.

Eppure l’espressione non appartiene al passato: vive, respira, si rinnova. Oggi fare la barba a qualcuno è la formula perfetta per descrivere la competizione contemporanea, che non è più fatta di scontri frontali ma di scarti impercettibili. Nel lavoro, nella tecnologia, nel mercato globale, fare la barba a un concorrente significa precederlo per un soffio, arrivare un istante prima su un’idea, su un cliente, su un’intuizione. È la vittoria che non fa rumore, ma lascia l’altro interdetto.

Viviamo nell’epoca delle distanze minime, dei sorpassi digitali, delle battute che tagliano l’aria come lame sottili. Per questo l’espressione conserva intatta la sua forza: unisce il rischio alla maestria, la vicinanza al dominio, la cura al pericolo. Ci ricorda che, per distinguersi davvero, non serve travolgere: basta saper passare così vicino alla realtà da sentirne il brivido, senza mai ferirla e senza mai ferirsi. Chi sa radere senza ferire, vince senza farsi vedere.  
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)







lunedì 23 marzo 2026

Fenomenologia dell’abbaglio fonetico

 Meditazioni lievemente impertinenti sulla nobile arte di sbagliare parola con eleganza


Il malapropismo è una di quelle piccole “magie linguistiche” che nascono dall’errore e finiscono con illuminare, quasi per contrasto, la precisione della parola giusta. È l’arte - involontaria, per l’appunto - di adoperare un termine per un altro, di solito simile per suono ma completamente diverso per significato. Il risultato è spesso comico, talvolta tenero, a volte rivelatore: come se la lingua, inciampando, mostrasse per un attimo la sua struttura nascosta.

Il vocabolo nasce in ambito teatrale, e non è un caso. Lo ha coniato la penna di Richard Brinsley Sheridan, drammaturgo inglese del Settecento, che nella sua commedia The Rivals inventò il personaggio di Mrs. Malaprop. Questa signora, animata dalle migliori intenzioni ma non dalla migliore padronanza del vocabolario, infarciva i suoi discorsi di termini sbagliati, scelti perché “suonavano bene”, anche se significavano tutt’altro. Il pubblico se ne innamorò, e il suo nome divenne un’etichetta: malapropism, da mal à propos, “fuori luogo”, “inopportuno”.

Il meccanismo è semplice: due parole si assomigliano, la mente ne afferra una al posto dell’altra, e la frase prende una piega imprevista. “Un triangolo isoscele” che diventa “un triangolo isotopo”, “un personaggio di spicco” trasformato in “un personaggio di picco”, “un comportamento ludico” che scivola in “un comportamento lubrico”. A volte l’effetto è irresistibile, come quando qualcuno confonde “prolifico” con “prolississimo”, o “congetturare” con “congelare”. Altre volte è quasi poetico: un bambino che dice “ho un’idea luminosa” al posto di “fulminante” crea un’immagine che non sfigurerebbe in un racconto.

Il malapropismo non va confuso con il lapsus, che è uno scivolamento psicologico, né con il gioco di parole, che è voluto. Qui l’errore è genuino, e proprio per questo rivela qualcosa del nostro rapporto con la lingua: la fiducia nel suono, la memoria imperfetta, la velocità del pensiero che precede la precisione del lessico. È un fenomeno linguistico universale, che attraversa lessici e culture, e che spesso diventa un tratto caratteristico di personaggi letterari o comici. In Italia, per esempio, la tradizione del teatro dialettale e della commedia all’italiana abbonda di scambi lessicali esilaranti, figli della stessa dinamica.

Una curiosità: i linguisti studiano il malapropismo non solo come fenomeno comico, ma come finestra sui processi cognitivi. Il fatto che gli errori avvengano quasi sempre tra parole simili per suono suggerisce che il cervello organizza il lessico anche fonologicamente, non solo per significato. Nella nostra mente, insomma, le parole stanno vicine non soltanto perché “vogliono dire cose simili”, ma anche perché “suonano simili”. Quando una viene chiamata in causa, le altre le si affollano intorno, pronte a farsi scegliere.

Forse è proprio questo che rende il malapropismo così irresistibile: è un inciampo che ci ricorda quanto la lingua sia viva, imperfetta, umana. E quanto, a volte, un errore possa illuminare più di una definizione impeccabile. Perché la parola sbagliata, quando cade al posto giusto, sa dire ciò che la precisione non osa.  

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Dopo il “degustiere”, nasce il “saporìgolo”: il gusto torna a parlare italiano

Un nome nuovo, nitido e nostro, per liberare la tavola dall’ennesimo anglicismo superfluo

Dopo aver cercato di restituire dignità al mondo enologico con il nostro degustiere, era inevitabile che un altro barbarismo finisse sotto la lente. Questa volta tocca a gourmet, parola abusata, snobistica e soprattutto inutile, che da anni infarcisce menù, recensioni e conversazioni come se la nostra stupenda lingua non avesse una voce per descrivere la finezza del palato.

E invece la voce c’è, anche se nata da poco, ed è saporìgolo: fresca, trasparente, pienamente italiana. Nasce da sapore e da un formante espressivo ‑ìgolo che, pur non essendo un suffisso produttivo dell’italiano, richiama una lunga tradizione di diminutivi e vezzeggiativi affettivi (briciolo, gingillo, spìgolo) e conferisce alla parola un’aura di cura minuta e sensibilità. Una scelta che non ostenta, non scimmiotta, non si traveste da esotismo: semplicemente nomina ciò che deve nominare.

Il saporìgolo è colui che riconosce un equilibrio, che distingue un ingrediente buono da uno mediocre, che cerca la qualità non per moda ma per intelligenza sensoriale. Non è un esteta del piatto né un collezionista di tendenze culinarie: è un interprete del sapore, la persona che ascolta ciò che il cibo racconta.

La parola scorre con naturalezza:
«È un vero saporìgolo, non gli sfugge nulla»;
«Una cucina saporìgola, precisa e rispettosa della materia»;
«Un pubblico di saporìgoli, curioso e competente».

E come ogni buon neologismo vitale, saporìgolo apre un piccolo campo semantico:
la saporigolìa, l’arte di riconoscere il dettaglio gustativo;
il saporigolismo, la filosofia della cura sensoriale;
il saporigolista, che questa cura la coltiva e la diffonde.

Con saporìgolo, il gusto torna a parlare italiano.
E lo fa con una parola che sa di casa, di tavola, di cultura tutta italiana.






domenica 22 marzo 2026

Le due sorelle del Bosco delle Parole

 Favola didattica su un equivoco antico quanto elegante












Nel vasto e ordinato Bosco delle Parole, dove ogni lessema custodiva una storia precisa, vivevano due sorelle quasi omonime: Disamina (da dis- + examen, “esame, vaglio”) e Disanima (da dis- + anima, “togliere l’anima, scoraggiare, fiaccare lo spirito”).

Erano simili nell’aspetto, entrambe composte e gentili, ma profondamente diverse nella natura. Eppure, da secoli, gli abitanti del bosco - e perfino alcuni studiosi frettolosi - continuavano a confonderle. Bastava una m al posto di una n per cambiare il senso di un’intera frase.

Disamina era nota per la sua calma metodica. Portava con sé una piccola lente d’ingrandimento, eredità di un avo illustre: Examen, l’antico strumento romano per pesare con precisione. Da lui aveva preso il rigore e il gusto per l’analisi ordinata. Quando qualcuno le chiedeva aiuto, lei rispondeva con voce ferma:
«Procediamo punto per punto».

Era nata per scomporre, distinguere, chiarire. Nessuno, nel bosco, sapeva “districare” un problema come lei.

Disanima, invece, era gemella nell’aspetto ma opposta nella vocazione: dove Disamina rischiarava i fatti, lei mostrava quanto l’animo possa farsi greve. Il suo passo era più lento, e lo sguardo si velava come chi sente il coraggio affievolirsi.

Non portava strumenti, perché il suo lavoro non richiedeva oggetti: bastava la sua presenza per far percepire la stanchezza, la sfiducia, il venir meno del "vigore spirituale". Quando un animale era turbato, lei lo accoglieva con un semplice:
«Raccontami, caro, cosa ti grava?»

Il suo “dono” - o il suo destino - era quello di far emergere la fragilità dell’animo quando si lascia sopraffare.

Un giorno, nel bosco si diffuse un aneddoto che ancora oggi viene citato nelle scuole di linguistica. Un giovane Gufo, studioso ma precipitoso, aveva inciso su una corteccia:
«Farò una disanima del problema che mi è stato sottoposto».

Le due sorelle, passando di lì, lessero la frase.
Disanima impallidì:
«Io? Analizzare un problema? Non ne sarei capace. Io semmai lo appesantirei».

Disamina, con un sorriso indulgente, aggiunse:
«E io non potrei mai fiaccare un animo come fai tu, sorella mia».

Il Gufo, mortificato, corresse subito la scritta sulla corteccia e da allora ripeté a tutti che la somiglianza dei nomi è un inganno, non una parentela semantica.

La vera confusione esplose qualche tempo dopo, quando la Volpe e il Tasso litigarono per una tana contesa. La Volpe, agitata, corse dalla prima sorella che incontrò e disse:
«Disanima, ho bisogno che tu analizzi questa faccenda».

Disanima, con la sua consueta voce velata, rispose:
«Posso solo mostrarti quanto questo litigio ti stia logorando. Ma non posso ordinare i fatti. Per questo devi cercare mia sorella».

Poco dopo, la Volpe trovò Disamina e le chiese:
«Puoi tirarmi su di morale?»

La sorella analitica scosse la testa:
«Posso aiutarti a capire come è nato il litigio, ma non a risollevare il tuo spirito. Per quello - ahimè - c’è Disanima, che lo spirito lo mette alla prova».

Fu allora che le due sorelle decisero di parlare al Bosco intero per chiarire i loro compiti. Salirono su un ceppo antico e, con voce chiara, dichiararono:

«Io sono Disamina (da examen). Il mio compito è analizzare, esaminare, distinguere. Servo quando occorre capire».

«Io sono Disanima (da anima). Il mio compito è fiaccare, scoraggiare, togliere vigore. Servo quando occorre riconoscere la stanchezza dell’animo».

Da quel giorno, nel Bosco delle Parole nessuno le confuse più.

E la Volpe, che aveva imparato la lezione meglio di tutti, ripeteva ai giovani animali:

Quando cerco chiarezza, chiamo Disamina.
Quando sento venir meno il coraggio, so che è passata Disanima.

E così, grazie a due sorelle paronime ma profondamente diverse, il Bosco delle Parole ricordò che la lingua non è solo suono: è storia, radice, funzione.
E che basta una m o una n fuori posto per stravolgere il senso di un’intera frase.

La lingua non sbaglia: siamo noi che, cambiando una consonante, cambiamo il mondo.

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Ruolo di o ruolo da?

Due parole, due, sul sostantivo ruolo perché tutti gli operatori dell’informazione, anche le cosiddette grandi firme continuano, sbagliando orrendamente, a farlo seguire dalla preposizione “da”: ruolo da protagonista.
Eppure la questione è limpida: ruolo vuole la preposizione di, perché introduce un normalissimo complemento di specificazione, quello che definisce la funzione, la qualifica, l’identità del ruolo stesso. Dire “ruolo di protagonista” significa precisare la parte o la mansione assegnata; dire “ruolo da protagonista” significa invece evocare un “quasi”, un “come se”, "un’aria da", un’attitudine che non coincide affatto con la funzione.

La differenza è la stessa che passa tra avere un carattere da “leader” e avere il ruolo di “leader”: nel primo caso si parla di qualità, nel secondo di incarico. Così come una voce da soprano non è il ruolo di soprano in un’opera. La preposizione da introduce una somiglianza, un’attitudine, una predisposizione; di introduce l’identità della funzione, e lo fa proprio attraverso il complemento di specificazione.

Ecco perché “ruolo da protagonista” è un errore doppio: grammaticale e logico. Il protagonista non è un’attitudine, è una funzione narrativa precisa. Scrivere “ruolo da protagonista” equivale a dire “ruolo che ha le caratteristiche del protagonista”, non “ruolo del protagonista”. È lo stesso scivolone che si avrebbe con ruolo da padre o ruolo da arbitro: suona male perché è sbagliato.

La regola è semplice e non ammette eccezioni: se parli della funzione reale, usa di; se parli di una qualità o di un’attitudine, usa da. Tutto il resto è rumore linguistico, e purtroppo i giornali ne producono ancora in quantità industriale.

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Degustiere, neologismo nato dal verbo degustare combinato con il suffisso “-iere è proposto per sostituire il barbaro e quasi offensivo “sommelier”. Il degustiere è il professionista che conosce i vini, li seleziona, li racconta e li serve con competenza sensoriale e culturale. Non un semplice “versatore”, ma un interprete: colui che traduce un vitigno, un’annata, un territorio in un’esperienza. La parola, tutta italiana, asciutta e armoniosa, restituisce l’idea di una professione fondata sulla cura e sull’intelligenza del palato, senza alcuna patina esotica.




sabato 21 marzo 2026

La magia dei verbi che trasformano: cronisti silenziosi delle nostre metamorfosi

 Dal cielo che arrossisce al vino che matura: perché certi verbi non agiscono, ma cambiano stato.


Il nostro idioma è “ricco” di verbi che non descrivono azioni, non raccontano gesti, non mettono in scena mani che afferrano, piedi che corrono, occhi che guardano. Ci sono sintagmi verbali che fanno qualcosa di più sottile: registrano un cambiamento. Sono i cosiddetti verbi trasformativi, e hanno un fascino tutto loro. Sono i cronisti silenziosi delle metamorfosi del mondo.
Ogni volta che diciamo che qualcosa “diventa”, “cresce”, “appassisce”, “svanisce”, stiamo tracciando una linea tra un prima e un dopo. È come se la lingua avesse un piccolo sismografo interno, capace di avvertire anche i mutamenti più delicati.

Il nome “trasformativi” non è un vezzo dei grammatici: è una definizione precisa. Indicano una trasformazione, cioè il passaggio da uno stato iniziale a uno stato finale. Non ci dicono come avviene il cambiamento né chi lo provoca: si limitano a registrarlo. È un po’ come osservare un fiore che sboccia senza vedere la forza che lo spinge ad aprirsi.
Per questo non sono verbi d’azione, e non sono nemmeno verbi di stato: stanno in una “terra di mezzo”, una zona di transizione, proprio come ciò che descrivono.

Prendiamo diventare. “Il cielo diventa rosso.” Nessuno lo dipinge, nessuno lo colora: eppure, la frase racconta un mutamento reale. Oppure crescere: “Il bambino è cresciuto.” Non sappiamo come, non sappiamo grazie a cosa; sappiamo solo che ora è diverso da prima. Lo stesso vale per maturare, raffreddarsi, solidificare, sciogliersi, invecchiare, degenerare, arrossire, precipitare.
Sono verbi che non hanno bisogno di un agente: il mondo cambia da sé, e loro lo dicono.

Sotto il profilo strettamente grammaticale i verbi trasformativi vogliono l’ausiliare essere nei tempi composti: è diventato, è maturata, sono cresciuti, si è sciolta. L’uso dell’ausiliare non è un dettaglio tecnico: è un “indizio”. Il verbo essere segnala che il soggetto non compie un’azione, ma attraversa un cambiamento. È un soggetto “in trasformazione”, non un soggetto “agente”.

Una delle caratteristiche più affascinanti dei suddetti verbi è la loro capacità di muoversi tra il concreto e l’astratto.
“Il latte è cagliato” è un cambiamento fisico.
“La discussione è degenerata” è un cambiamento concettuale.
“È arrossito” è un cambiamento emotivo che diventa visibile.
“La situazione è precipitata” è un’immagine dinamica applicata a qualcosa che non ha peso né gravità.
La lingua, quando vuole, sa essere sorprendentemente cinematografica.

C’è anche un piccolo retaggio storico che vale la pena ricordare. Nella grammatica latina, i verbi che indicavano l’inizio di un cambiamento erano chiamati incoativi (da inchoare, “cominciare”), mentre quelli che esprimevano un mutamento compiuto erano detti mutativi. L’italiano (moderno) non conserva più questa distinzione terminologica, ma la sensibilità è rimasta: ogni verbo trasformativo contiene un movimento, un passaggio, una soglia.
È come se la lingua avesse ereditato un’antica attenzione per i processi, non solo per i risultati.

Qualche altro esempio per maggiore chiarezza:

  • Il cielo è diventato rosso al tramonto
    (per progressivo mutamento cromatico dovuto alla luce radente del sole);

    La bambina è cresciuta molto quest’anno
    (per naturale sviluppo fisico e maturazione dell’età);

    La neve è sciolta al sole
    (per aumento della temperatura che ne ha causato la fusione);

    La conversazione è degenerata rapidamente
    (per progressivo deterioramento del tono e dell’intesa fra gli interlocutori);

    Il vino è maturato in botte
    (per lenta trasformazione chimica dovuta all’affinamento e all’ossigenazione controllata);

    È arrossito appena l’hanno nominato
    (per improvviso afflusso di sangue al viso causato dall’emozione).

In tutti questi casi, il verbo non racconta un’azione, ma un cambiamento. È un modo elegante per dire che la realtà non è mai ferma.
I verbi trasformativi ci ricordano che tutto scorre, tutto evolve, tutto passa da una forma a un’altra. Sono i narratori discreti delle metamorfosi quotidiane: non fanno rumore, ma senza di loro la lingua non saprebbe raccontare il tempo che passa.

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“Degustiere”? Perché no!?

Se i critici gastronomici dei giornali adoperassero ”degustiere” nelle loro recensioni il neologismo proposto verrebbe cristallizzato dall'uso scalzando, così, il barbaro e quasi offensivo "sommelier". Si veda anche qui.




venerdì 20 marzo 2026

Quando i nomi ingannano: il caso (insospettabile) di epiceno e ambigenere

La storia di una confusione antica e della chiarezza conquistata dalla linguistica contemporanea

 Quando ci si imbatte nei termini “epiceno” e “ambigenere”, è facile restare spiazzati: alcuni dizionari li classificano come sinonimi, mentre molte grammatiche moderne li distinguono nettamente. Il risultato è che chi studia l’italiano si trova davanti a una sorta di “bivio teorico”: da una parte il Treccani (e altri vocabolari), dall’altra linguisti come Serianni o Dardano‑Trifone. Proviamo, allora, a vedere come stanno le cose, con calma, cercando d’interpretare sia la posizione dei dizionari sia quella delle grammatiche, e soprattutto il perché di questa divergenza.


P
artiamo da ciò che riporta il Treccani. Nel vocabolario in Rete alla voce “epiceno” si legge che, in grammatica, significa “ambigenere”, e vengono dati esempi come “(il) coniuge, (la) coniuge; il pesce, la sentinella”. In altre parole, per il Treccani un nome epiceno è un nome che, pur avendo un certo comportamento di genere, può riferirsi e a maschi e a femmine. Ancora più espliciti sono altri dizionari d’impostazione simile: per esempio, “Sapere.it” definisce “epiceno” come “ambigenere”, senza ulteriori distinzioni. In questo quadro, i due termini risultano sostanzialmente sovrapposti: epiceno = ambigenere.


P
er comprendere bene la posizione dei vocabolari occorre guardare alla storia del sintagma. “Epiceno” viene dal latino tardo epicoenum (genus), a sua volta dal greco epíkoinon (génos), con il significato di “genere comune”. Nella tradizione grammaticale classica (soprattutto latina), “epiceno” e “ambigenere” ruotavano intorno all’idea di un nome che, pur avendo un certo genere grammaticale, poteva riferirsi a esseri di entrambi i sessi. I vocabolari, che spesso conservano e sintetizzano usi storici e scolastici di lunga durata, tendono quindi a registrare questa equivalenza tradizionale, senza entrare troppo nel dettaglio delle distinzioni più fini introdotte dalla linguistica contemporanea. Il loro obiettivo principale è definire le parole, non costruire una teoria sistematica dei tipi di nomi.


L
e grammatiche moderne, invece, hanno un’esigenza diversa: descrivere con precisione il funzionamento dell’italiano, distinguendo fenomeni che, se messi nello stesso sacco, creerebbero confusione. È qui che entrano in campo autori come Luca Serianni o Dardano‑Trifone, che usano “epiceno” e “ambigenere” in modo più tecnico e differenziato. In questa prospettiva, “epiceno” indica un nome che ha un solo genere grammaticale, ma può riferirsi a esseri di entrambi i sessi. Classici esempi: “la giraffa” (può essere maschio o femmina), “il coccodrillo”, “la pantera”, “la persona”, “la vittima”, “la guardia”. Il punto chiave è che il genere grammaticale non cambia: resta sempre maschile o sempre femminile, anche se il referente può essere un maschio o una femmina. Il problema che questi nomi pongono è il rapporto tra genere grammaticale e sesso biologico.


“A
mbigenere”, invece, nella linguistica contemporanea viene adoperato per un fenomeno diverso: un nome che può comparire sia al maschile sia al femminile, senza che cambi il significato. Qui non è in gioco il sesso del referente, ma la fluttuazione del genere grammaticale. Alcuni esempi: “un/un'eco”, “il/la carcere. Il problema, qui, non è “maschio/femmina”, ma “maschile/femminile” come categorie grammaticali che oscillano.
Se mettiamo a confronto le due impostazioni, il quadro diventa più chiaro.

 I dizionari come Treccani si muovono in una prospettiva più ampia e storica: registrano che, nella tradizione grammaticale, “epiceno” è stato usato per indicare nomi che, in qualche modo, hanno un genere “comune” o “promiscuo”, e che “ambigenere” è stato spesso usato come sinonimo in questo senso generico. Per questo, alla voce “epiceno” troviamo semplicemente “ambigenere”, con esempi che mescolano nomi riferibili a entrambi i sessi e nomi che oscillano di genere. L’obiettivo è dare al lettore medio un’idea rapida: “si tratta di nomi che non seguono la normale corrispondenza univoca tra genere e referente”.


L
e grammatiche descrittive contemporanee, invece, hanno bisogno di categorie più fini per evitare ambiguità. Se usassero “ambigenere” sia per “la giraffa” (genere grammaticale fisso, sesso variabile) sia per “il/la nipote” (genere variabile, significato fisso), si troverebbero con un’etichetta che copre due fenomeni diversi. Per questo scelgono di specializzare i termini: “epiceno” per i nomi con genere fisso e sesso variabile; “ambigenere” per i nomi con genere variabile e significato invariato. In questo modo, ogni etichetta corrisponde a un problema preciso: l’epiceno riguarda il rapporto tra genere grammaticale e sesso; l’ambigenere riguarda la fluttuazione del genere grammaticale.


S
i potrebbe dire così: il Treccani fotografa una tradizione, le grammatiche moderne costruiscono una distinzione funzionale. Non “sbagliano” né il Treccani (e altri vocabolari) né le grammatiche contemporanee: semplicemente rispondono a bisogni diversi. Il dizionario semplifica e conserva; la grammatica analizza e separa. Se si sta lavorando su testi scolastici, dizionari e manuali di base, si troverà spesso epiceno e ambigenere usati come sinonimi o quasi. Se invece ci si muove in ambito linguistico più tecnico, si troverà la distinzione netta fra i due termini, come strumento per "raccontare" meglio l’italiano.


I
n pratica, che cosa conviene fare? Se l’obiettivo è parlare con precisione in ambito grammaticale o linguistico, è molto utile adottare la distinzione moderna: chiamare “epiceni” i nomi come “la giraffa”, “il coccodrillo”, “la persona”, e “ambigenere” i nomi come “il/la fronte”, “il/la fronte”. Se invece si sta leggendo un dizionario o un testo che non entra nel dettaglio teorico, non ci si stupirà nell’imbattersi nei due sintagmi sovrapposti: è il riflesso di una tradizione più ampia e meno analitica. Sapere che esistono entrambe le impostazioni ci permette di non confonderci e, anzi, di leggere con più consapevolezza ciò che si ha davanti.


I
n fondo, tutta la questione ruota intorno a una cosa semplice ma importante: le parole tecniche non sono “naturali”, vengono modellate dagli studiosi per descrivere meglio i fenomeni. I dizionari, che devono “parlare” a tutti, tendono a mantenere significati più larghi e storici; le grammatiche, che devono spiegare con precisione, restringono e specializzano. Una volta capito questo, la “contraddizione” fra Treccani (e altri vocabolari) e i linguisti non è più un problema, ma diventa un indizio prezioso di come la riflessione sulla lingua si sia raffinata nel tempo.


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Nasce il “degustiere”: il vino torna a parlare italiano

Un nome nuovo, limpido e nostro, per liberare la tavola dal servilismo lessicale


Nella lotta contro i barbarismi che insozzano la nostra meravigliosa lingua abbiamo pensato di sostituire il gallico sommelier (oltre tutto il termine francese è quasi offensivo) con l’italianissimo degustiere, voce limpida, trasparente e pienamente nostra. Il termine nasce da degustare, verbo di radice latina che significa “assaporare con discernimento”, e si innesta sul suffisso professionale ‑iere, già produttivo in italiano e perfettamente naturale all’orecchio. Il risultato è un nome di ruolo chiaro, dignitoso, immediatamente comprensibile a tutti.

Il degustiere è il professionista che conosce i vini, li seleziona, li racconta e li serve con competenza sensoriale e culturale. Non un semplice “versatore”, ma un interprete: colui che traduce un vitigno, un’annata, un territorio in un’esperienza. La parola, asciutta e armoniosa, restituisce l’idea di un mestiere fondato sulla cura e sull’intelligenza del palato, senza alcuna patina esotica.

«Chiamate il degustiere, vogliamo un consiglio per il brasato»; «È una degustiera specializzata in vitigni autoctoni»; «La carta dei vini è stata rinnovata dal nostro degustiere di sala». Una voce nuova, sì, ma così naturale da sembrare sempre esistita.

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Se i "critici gastronomici" dei giornali adoperassero il neologismo nelle loro recensioni il "degustiere" verrebbe cristallizzato dall'uso scalzando, così, il barbaro "sommelier"