“Solleone d’agosto, fuoco nel naso e mosche al collo” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da una vecchia aia contadina, dove il linguaggio non descrive: scolpisce. È formula antica, popolare, fatta per essere pronunciata con un mezzo sorriso e un filo di insofferenza: quando il caldo non è più semplice calura ma diventa presenza fisica, quasi animale, che ti si appiccica addosso e ti toglie la voglia di muoverti. Il Solleone è il cuore dell’estate, il periodo in cui il Sole entra nella costellazione del Leone: tra fine luglio e agosto, quando l’aria vibra, le ombre si accorciano e il giorno sembra non finire mai. In questo contesto nasce l’immagine del fuoco nel naso, che non è iperbole poetica ma percezione concreta: il respiro caldo, l’aria che brucia, la sensazione di avere il volto sempre esposto a una fornace invisibile. È un’espressione che non si limita a registrare la temperatura: racconta l’effetto che la temperatura ha sul corpo, sul comportamento, sull’umore.
Le mosche al collo completano il quadro con una precisione quasi pittorica. Le mosche sono il segno della stagione avanzata, della natura che ribolle, degli animali che cercano riparo e degli uomini che perdono la pazienza. Sono la metafora della molestia minuta, continua, insistente: non fanno male, ma snervano. E infatti il detto non parla solo della temperatura: parla del caldo che irrita, che sfianca, che rende nervosi. È un ritratto antropologico prima ancora che meteorologico. Le mosche che si posano sul collo sono il simbolo di una soglia superata: non si tratta più di sopportare la stagione, ma di subirla.
Una piccola curiosità, tramandata nelle campagne dell’Italia centrale, racconta che l’espressione veniva usata anche come sorta di “diagnosi popolare” per gli animali da lavoro. Quando il contadino vedeva il bue o il mulo fermarsi, sbuffare e agitare la testa per scacciare le mosche, diceva che aveva fuoco nel naso: non perché l’animale fosse malato, ma perché il caldo gli aveva tolto ogni voglia di procedere. Era un modo di leggere il comportamento animale come specchio di quello umano, una forma di empatia rurale che trasformava la meteorologia in osservazione condivisa. E pare che alcuni anziani, per scherzo, aggiungessero un’appendice al detto: e cervello in ammollo, per indicare che il caldo non solo sfianca il corpo, ma annebbia anche la mente.
Il modo di dire ha, dunque, la struttura delle formule contadine che condensano un’esperienza collettiva. Non nasce nei libri, ma nelle giornate trascorse all’aperto, nei campi, nelle stalle, nelle strade polverose. È lingua che osserva il mondo e lo restituisce con immagini immediate, corporee, senza mediazioni. Il fuoco nel naso è il calore che impedisce di respirare bene; le mosche al collo sono la prova che il caldo ha raggiunto il suo culmine, che tutto è fermo, immobile, stagnante. In questa immobilità forzata si riconosce la cifra del Solleone: non è solo il periodo più caldo dell’anno, è il periodo in cui il caldo domina.
C’è anche un tratto di ironia, come spesso accade nei modi di dire popolari. L’espressione è volutamente esagerata, teatrale, ma non per fare scena: per rendere l’esperienza condivisibile. Chi la pronuncia non sta lamentandosi davvero, sta partecipando a un rito linguistico che riconosce la fatica dell’estate e la trasforma in immagine. È un modo di dire che unisce, perché chiunque abbia vissuto un agosto italiano sa esattamente cosa significhi avere fuoco nel naso e mosche al collo. È una forma di solidarietà meteorologica, un piccolo patto di sopravvivenza.
Nella sua semplicità, la locuzione conserva una bellezza antica: quella delle parole che non cercano eleganza ma verità sensoriale. È un frammento di cultura orale che racconta un’Italia rurale, fatta di osservazione diretta e di metafore nate dal contatto quotidiano con la natura. E ogni volta che la si pronuncia, anche oggi, si riattiva quel mondo: il sole che picchia, l’aria che vibra, il sudore che scende lento, le mosche che non danno tregua. È il Solleone, appunto: quando l’estate non si limita a essere stagione, ma diventa condizione.
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Oggi basta da solo
C’è un “vezzo” che attraversa la prosa italiana da secoli: la locuzione quest’oggi. La si incontra in autori illustri, persino nel Manzoni, che non era certo uno sprovveduto nell’uso della lingua. E tuttavia, proprio perché la lingua va osservata con occhio fino, conviene fermarsi un attimo (non un attimino, per carità!) e chiedersi se questa espressione sia davvero necessaria. Perché dire quest’oggi quando oggi basta e avanza?
La questione è semplice: il dimostrativo questo è già contenuto nella parola oggi. Non per capriccio, ma per etimologia. Oggi discende dal latino hŏdĭe, contrazione di hōc dĭe, cioè “in questo giorno”. Il dimostrativo è lì, incorporato, stratificato, perfettamente funzionante. Aggiungerne un altro significa duplicare ciò che è già presente, come dire questo questo giorno. Una ridondanza che la lingua non richiede e che, a ben vedere, non aggiunge nulla.
Si potrebbe obiettare che la tradizione letteraria ha usato quest’oggi con naturalezza. È vero. Ma la tradizione non è sempre sinonimo di necessità. Molti autori sono ricorsi a forme ridondanti per ragioni stilistiche, ritmiche, talvolta semplicemente perché erano in voga nel loro tempo. La domanda da porsi è un’altra: serve davvero? Esiste forse un oggi che significhi ieri o domani? Abbiamo bisogno di specificare “questo” per distinguere un oggi da un altro? No. Oggi è univoco, netto, non ambiguo. Non richiede stampelle dimostrative.
La lingua italiana, quando è pulita, preferisce l’essenzialità. Oggi è una parola già perfetta: breve, precisa, autosufficiente. Inserire quest’oggi significa appesantire ciò che è già chiaro. È un’aggiunta che non chiarisce, non rafforza, non distingue. È un di più che non serve. E se la lingua ci offre una forma elegante e completa, perché non rispettarla?
Per questo, secondo l’estensore di queste noterelle, la raccomandazione è semplice: usare oggi e lasciare riposare quest’oggi. Non per snobismo, ma per pulizia. Non per rigidità, ma per coerenza. Non per negare la tradizione, ma per onorare la struttura stessa della parola.
In fondo, la buona lingua è come una casa ben costruita: non ha bisogno di decorazioni superflue. E oggi, da solo, è già tutto ciò che serve.
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La lingua “biforcuta” della stampa
La storia
L’ultimo abbraccio al papà: in sala operatoria con lui prima della donazione degli organi a Milano
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Gli organi sono stati donati alla città di Milano?
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La violenza
Tenta il suicidio a 13 anni, poi trova la forza di denunciare il padre dopo violenze e vessazioni. Arrestato
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Chi è stato arrestato? Il figlio? il padre?
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Il caso
Il caso Ponza senza acqua e internet, il caso finisce in Parlamento
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In buona lingua italiana: senza acqua né Internet (con la I maiuscola). Dal Treccani: (senza) Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è né, più raram. o: lo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bere; è uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).
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