martedì 10 febbraio 2026

Sgroi – 221 - Per un “Relativismo Linguistico Laico”, razionale

 



di Salvatore Claudio Sgroi




1. La lezione di Rita Librandi


Nel tema del mese del 4 febbraio Storia del tempo, storia della lingua e grammatica emotiva, Rita Librandi, vicepresidente dell’Accademia della Crusca, ci offre una lucida lezione sui rischi del “presentismo” (un termine dello storico francese François Hartog 2003), l’essere cioè immersi nella realtà contemporanea a scapito della storia, con la conseguenza di “un’indebita proiezione sul passato della sensibilità contemporanea […] per sostenere o contrastare visioni dei nostri giorni”. La storia diventando così, con una “acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato”, uno “strumento di conferma di ciò che pensiamo, viviamo e crediamo nell’attualità”.

Sul piano linguistico ciò può determinare – continua la Librandi -- “difficoltà ad accettare la coesistenza di tratti aspirando a norme univoche” o a ritenere “accettabile qualsiasi innovazione”. Ne può conseguire cioè la “passiva accoglienza di forme e costruzioni linguistiche frequentemente sentite” col “ rifiuto dogmatico di ciò che si ritiene erroneo solo perché estraneo alle abitudini o al gusto personale”.

Il cambiamento linguistico – prosegue la storica della lingua -- va sorvegliato” e “non va inteso come degrado” in quanto conduce […] a due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto”.

Il purismo moraleggiante induce – conclude la studiosa -- “ a ritenere che si parli e si scriva sempre peggio a causa di un non meglio definito degrado sociale”. Il “relativismo assoluto” accetta invece aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici”


2. Un relativismo non “assoluto”, ma razionale, i.e. “laico”


Condividiamo in toto quanto sopra con la Librandi, e in particolare il rilievo contro “il purismo moraleggiante”.

Quanto al “relativismo”, difendiamo invece un relativismo non “assoluto” ma “razionale”, “laico”. Ovvero con Ferdinand de Saussure 1891 “il ne faut rien dire; tout ce qu’on dit a sa raison d’être”; o ancora: “la matière de la linguistique est constituée d’abord par toutes les manifestations du langage humain, qu’il s’agisse des peuples sauvages ou des nations civilisées, des époques archaïques, classiques ou de décadence, en tenant compte, dans chaque période, non seulement du langage correct et du ‘beau langage’, mais de toutes les formes d’expression (F. de Saussure 1916). E ancor prima con J. Baudouin de Courtenay 1870: “Tutto ciò che esiste è razionale, naturale e legittimo: ecco il motto di tutte le scienze”. E poi con L. Bloomfield 1942: “Remember always that a language is what the speakers do and not what someone thinks they ought to do”.

Di ogni “innovazione” a mio giudizio occorre (i) in primo luogo individuare la “regola” che lo ha generato, e poi (ii) giudicare normativamente la correttezza o l’erroneità di tale uso, sulla base di criteri espliciti.


3. Una esemplificazione doc: il periodo ipotetico col doppio condizionale


Per limitarci a un solo esempio, il periodo ipotetico col doppio condizionale (modo potenziale), es. se potrei lo farei, si spiega (i) col fatto che la potenzialità, indicata dal condizionale della principale (apodosi farei), è ribadita nella secondaria (protasi) con valore ipotetico data la presenza del connettivo ipotetico se (se potrei), seguito dal condizionale anziché dal congiuntivo, modo indicante soltanto che si tratta di una dipendente. Ovvero sotto il profilo semantico, il valore ipotetico e potenziale di un enunciato come Se potrei lo farei è ribadito ben tre volte (protasi con se ipotetico + condiz. potenziale dipendente + apodosi (princip.) al condiz. potenziale), là dove l’enunciato giudicato (normativamente) “corretto” Se potessi lo farei sarebbe stato semanticamente più debole, il valore ipotetico e potenziale indicato com'era solo in due luoghi (protasi con se ipotetico + cong. dipendente asemantico + apodosi al condiz. potenziale).

(ii) Normativamente il periodo ipotetico col doppio condizionale va – senz’alcun dubbio – giudicato errato in quanto tipico dell’italiano popolare.

Storicamente si ricorderanno gli esempi, inconsci o meno (occasionalismi o lapsus) , di scrittori dell’800 quali G. Verga 1856-57, 1860, 1879, e del ’900 come T. Landolfi 1950, L. Sciascia 1969, oltre che di scriventi in italiano popolare tra cui studenti e docenti (cfr. Sgroi 2018, Saggi di grammatica ‘laica’, Edizioni dell’Orso, pp. 80-81):

(A) (i) G. Verga 1856-1857: “Se non l’avrei conseguita [la vendetta] io sarei morta di disperazione” (Amore e Patria), .

(ii) G. Verga 1860: “Se l’avreste veduta, zio, non ne sareste sorpreso” (I Carbonari della montagna).

(iii) G. Verga 1879: “se avresti [= avessi] sacrificato qualche volta la verità dell’analisi all’effetto drammatico, avresti forse avuto più largo consenso di pubblico grosso” (lettera a L. Capuana).

(iv) T. Landolfi 1950: “e nulla risolverebbe, se prenderei ad amare con tanto maggior amore il terzo stato, l’impossibilissimo” (Cancroregina).

(v) L. Sciascia 1969: “e se voi, ritenendo che le sue parole sono state irriguardose verso il viceré, vorreste [= voleste] associare alla mia la sua sorte, credo che ne sarebbe felice” (in bocca a un vescovo) (Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.).

(B) parlanti popolari siciliani: (i) “– Io avrei da collocarti come fattorino in una Banca; poi potresti passare ad usciere e andare su su, se sapresti [= se ci sapessi] fare”(Capuana [1909] 1912, Gli Americani di Rabato).

(ii) “– Mi dice(:) – Se in questo momento vedresti a Mussolini e avresti la pistola in mano cosa gli faresti? – Lo sparirei [‘gli sparerei’], mi dice” (Garufi 1990, autobiografia in italiano popolare).

(C) it. parlato regional-popolare (di Bologna): (i) “se me l’avrebbe detto, l’avrei fatto”; (ii) “se scriverebbe, gli risponderei”; (iii) “se avrebbe buona volontà, riuscirei a scuola”.

(D) italiano scolastico: ess. (i-ii-iv) di alunni e (iii) di docenti:

(i) del 1962 “Sapeva che se avrebbe continuato gli avrebbero chiesto il posto dove lo aveva nascosto”,

(ii) del 1985 “Se Mario conoscerebbe la musica suonerebbe volentieri”,

(iii) del 1985 “Per te, se si sarebbe una mono-classe cambieresti scuola oppure no?”.

(iv) “Io sono sicuro che se farei il boia riuscirei bene” (M. D’Oria 1990, a cura di, Io speriamo che me la cavo. Sessanta temi di bambini napoletani).


Fuori dell’italiano (Sgroi 2018, pp. 84-91) si ricorderà anche che il periodo ipotetico col doppio condizionale è il più diffuso nelle lingue del mondo (p. 77); è “normale” in rumeno; “popolare” nel francese europeo (Francia, Belgio, Svizzera), ma “élégant” in Touraine (pp. 84-85); tale uso è normativamente accettabile come variante nel francese dell’America del Nord, sistematico in Luisiana, mentre a Ottawa è informale (cfr. Sgroi rec. La grande grammaire du français, a c. di A. Abeillé e D. Godard in collab. con A. Delaveau e A. Gautier, Actes Sud / Imprimerie Nationale Editions 2021, 2 voll. in “La Lingua Italiana” XX, 2024, pp. 203-208).

Ancora: “popolare” è tale costrutto nello spagnolo europeo e americano; “raro” in occitano antico e “canonico” nell’occitano moderno/provenzale.


Sommario

1. La lezione di Rita Librandi

2. Un relativismo non “assoluto”, ma razionale, i.e. “laico”

3. Una esemplificazione doc: il periodo ipotetico col doppio condizionale






lunedì 9 febbraio 2026

Quando la lingua ci mette al centro

 I verbi antropocentrici e ciò che raccontano di noi


Nella nostra lingua ci sono parole, verbi in particolare, che rivelano molto più di quanto sembri. Alcuni sintagmi verbali mostrano con grande chiarezza un tratto fondamentale dell’italiano: esistono verbi che possono riferirsi esclusivamente a un soggetto umano, perché presuppongono capacità cognitive, intenzionalità o pratiche sociali che appartengono, per l’appunto, solo all’uomo. Quando li incontriamo, la lingua stessa ci ricorda che non tutte le azioni sono universalmente “attribuibili”.

Questi verbi, chiamati antropocentrici, descrivono, infatti, processi mentali complessi che, nella nostra struttura linguistica, non possono essere assegnati a oggetti o animali. “Meditare”, per esempio, implica introspezione e riflessione; un sasso o un computiere (sic!) non possono farlo se non in senso figurato. “Abituarsi” richiede una coscienza capace di adattarsi, mentre “pentirsi” presuppone un giudizio morale sul proprio passato. Perfino “laurearsi”, che potrebbe sembrare un’azione neutra, è in realtà legato a un sistema istituzionale tipicamente umano: università, percorsi di studio, titoli riconosciuti.

Accanto ai processi interiori, esiste poi un’intera serie di verbi che vivono solo all’interno delle relazioni e delle convenzioni sociali. “Sposarsi” o “divorziare” appartengono a un universo giuridico e culturale che nessun animale conosce, se non quando li adoperiamo in modo ironico o metaforico. “Ereditare”, “votare”, “assumere”, “licenziare”: tutti verbi che si reggono su norme condivise, ruoli sociali, istituzioni. Se proviamo a riferirli a un oggetto o a un animale, il risultato è immediatamente figurato.

Anche nel campo della comunicazione, la lingua italiana distingue nettamente tra ciò che gli animali possono fare e ciò che resta prerogativa dell’uomo. Molte specie comunicano, certo, ma “conversare” implica uno scambio verbale articolato, regolato da turni di parola e intenzioni consapevoli. “Bestemmiare” o “imprecare” appartengono a un universo culturale e religioso; “mentire” richiede la volontà deliberata di distorcere la verità, un atto cognitivo che si attribuisce solo a chi possiede piena coscienza delle proprie parole.

Eppure, nonostante questa apparente rigidità, la lingua resta un organismo elastico, capace di piegarsi al gioco della metafora e della personificazione. È proprio in questi slittamenti poetici che i verbi antropocentrici trovano nuova linfa. Quando diciamo, per esempio, che “il cielo sembra pentirsi del temporale”, non stiamo attribuendo davvero un senso morale alle nuvole: stiamo usando un verbo “umano” per colorare un’immagine, per rendere più vivida una scena. La lingua, in questi casi, non tradisce la sua logica, ma la arricchisce, permettendoci di vedere il mondo con sfumature più intense.

I verbi antropocentrici, dunque, non sono soltanto una curiosità grammaticale: sono una finestra sul nostro modo di pensare. Raccontano la centralità dell’essere umano nella nostra visione del mondo, ma anche la nostra capacità di giocare con le parole, di estendere i confini del significato, di trasformare la realtà attraverso la metafora. In fondo, è proprio in questa oscillazione tra rigore e immaginazione che la nostra stupenda e “invidiabile” lingua rivela la sua natura più autentica.

***

"Fare il viso dell'armi"


L’
espressione “fare il viso dell’armi” appartiene al patrimonio linguistico dell’italiano antico, ma conserva ancora oggi una sorprendente vitalità concettuale. È un idiomatismo che, pur nato secoli fa, continua a raccontare con efficacia un atteggiamento umano universale: la scelta di irrigidirsi, di mostrarsi pronti allo scontro, di assumere un’aria che scoraggia l’interlocutore. In un mondo medievale in cui il linguaggio era intriso di immagini militari, evocare il “viso dell’armi” significava richiamare la severità e la minaccia che precedono un conflitto, reale o simbolico.

Nella sua accezione originaria l’espressione designava l’atto di assumere un volto duro, quasi corazzato, come quello di un guerriero che si prepara alla battaglia. Non si trattava necessariamente di un preludio alla violenza fisica: spesso bastava un atteggiamento, un modo di porsi, per far capire (all’ “avversario”) che non si era disposti a cedere terreno. In questo senso, la locuzione medievale anticipa atteggiamenti molto moderni: oggi diremmo che qualcuno “mostra i denti” o “mostra il muso”, modi più quotidiani per descrivere la stessa postura difensiva o minacciosa.

“Fare il viso dell’armi” è, dunque, un piccolo frammento di storia linguistica che ci ricorda quanto le metafore belliche abbiano attraversato i secoli, trasformandosi ma senza perdere la loro forza evocativa. E, soprattutto, ci dice come il linguaggio sappia conservare, sotto forme diverse, gli stessi gesti emotivi che accompagnano, da che mondo è mondo, le relazioni umane.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 8 febbraio 2026

“Paleolallisti” allo scoperto

 L’arte di sfoggiare parole vetuste per sembrare più colti di quanto si sia


N
el vasto panorama dei tic linguistici contemporanei, ce n’è uno che affascina e irrita allo stesso tempo: l’ostinazione con cui alcune persone si aggrappano a un passato linguistico idealizzato, trasformando ogni conversazione in un piccolo teatro di citazioni vetuste e latinismi sfoggiati come medaglie. È un fenomeno curioso, perché non nasce da un reale amore per la storia della lingua, né da un genuino desiderio di precisione espressiva. Piuttosto, è un modo di esibire cultura come si esibisce un soprammobile antico: senza conoscerne davvero il valore, ma confidando che faccia scena. È qui che entra in gioco una parola nuova, ironica e sorprendentemente utile: paleolallista, termine costruito sul greco palaiós (“antico”) e lalléin (“chiacchierare”).

Il paleolallista è, letteralmente, “colui che chiacchiera antico”. Non un semplice parlatore prolisso né un vanveriere che spara parole a caso, e nemmeno un parlottista che riempie l’aria senza dire nulla. Il paleolallista è un’altra creatura: un feticista del passato linguistico, un collezionista di espressioni arcaiche che inserisce nei discorsi come si infilano perle in una collana, spesso senza sapere davvero da dove provengano o se siano adatte al contesto. La sua missione non è comunicare, ma impressionare. Non mira alla chiarezza, ma all’effetto. E così, mentre parla, la lingua smette di essere uno strumento vivo e diventa un museo ambulante. Questo personaggio si incontra sui “social”, ma soprattutto nei salotti televisivi. Per certi versi il paleolallista è stretto parente dello sciolo

Il suffisso -ista non è casuale: suggerisce un atteggiamento quasi professionale, una dedizione maniacale alla causa dell’antico a tutti i costi. Il paleolallista non cita Dante o Manzoni perché la situazione lo richiede, ma perché entrambi sono un “lasciapassare culturale”, un sigillo di autorevolezza che spera di trasferire su di sé. È il tipo di persona che, per descrivere un progetto scritto a due mani (e qui è necessario aprire una parentesi: un'opera scritta da due persone è un testo redatto "a due mani", non, erroneamente, "a quattro mani"), preferisce richiamare formule duecentesche invece di affidarsi alla semplice onestà intellettuale. E quando gli si fa notare l’eccesso, spesso non comprende: per lui, l’antico è sinonimo di prestigioso, e il prestigio è più importante della precisione.

Questa figura, pur caricaturale, dice molto sul nostro rapporto con la lingua. Da un lato, rivela il fascino che il passato esercita ancora su di noi; dall’altro, mette in luce il rischio di trasformare la cultura in un travestimento, invece che in un percorso di comprensione. Il paleolallista non è un amante della storia linguistica, ma un suo consumatore distratto. Eppure, proprio per questo, è un personaggio utile: ci ricorda che le parole non sono reliquie da esibire, ma strumenti da usare con consapevolezza. E che la vera cultura non sta nelle citazioni a ogni piè sospinto, ma nel sapere quando sciorinarle, e, soprattutto, quando evitarle.

***

Dunque, sì: puoi cominciare così! La verità su una regola che non è mai esistita

Perché per anni ci hanno detto di evitarlo, e cosa afferma davvero la grammatica 


N
ella storia dell’insegnamento della nostra lingua circolano/circolavano molte norme che non appartengono alla grammatica, ma alla tradizione scolastica. Sono regole nate come consigli di stile, poi irrigidite fino a sembrare prescrizioni assolute. Una delle più note è il presunto divieto di cominciare una frase con dunque. Una “legge” che, a ben vedere, non è mai esistita.

L’italiano non pone alcuna restrizione sull’uso di dunque in posizione iniziale. Sotto il profilo tecnico, dunque è un avverbio connettivo che introduce una conclusione logica o un passaggio argomentativo. In linguistica testuale si parla di “marcatore discorsivo”: un elemento che organizza il discorso, segnala un rapporto logico e guida il lettore. E i marcatori discorsivi, per loro natura, possono trovarsi all’inizio, al centro o alla fine di una frase, senza alcuna violazione grammaticale.

Esempi perfettamente corretti sono:
Dunque, possiamo procedere con l’analisi.
Dunque si comprende meglio il problema.
Dunque: quali alternative restano?

Da dove nasce allora questa regola fantasma? Non da grammatiche normative, né da trattati linguistici. La sua origine è più prosaica: alcuni insegnanti del Novecento, nel tentativo di migliorare lo stile degli studenti, scoraggiavano l’uso ripetuto di connettivi come dunque, quindi, ma o però all’inizio della frase. Era un suggerimento stilistico, non una norma. Ma, come spesso accade, il consiglio si è trasformato in divieto, e il divieto in “regola” tramandata senza verificarne il fondamento.

La linguistica moderna, al contrario, riconosce pienamente la legittimità di dunque in apertura di frase. L’importante non è evitarlo, ma usarlo con consapevolezza: serve a introdurre una deduzione, a chiarire un passaggio logico, a guidare il lettore nel ragionamento. Se svolge bene questa funzione, è nel posto giusto.

Le regole fantasma sopravvivono perché sono semplici, rassicuranti e facili da ricordare. Ma la lingua reale è più ricca e più flessibile. E, in questo caso, è anche molto chiara: dunque può aprire una frase senza alcun problema.




sabato 7 febbraio 2026

Quando le parole si fondono: il segreto dei prefissi (e prefissoidi) che non vedi ma usi ogni giorno

 Perché scriviamo “prevedere” e non “pre-vedere”? Un viaggio chiaro e sorprendente dentro i meccanismi nascosti che modellano l’italiano

Nella lingua italiana, la formazione delle parole non è soltanto un esercizio di creatività, ma un sistema preciso che permette di ampliare il lessico in modo ordinato ed efficiente. Tra i meccanismi più produttivi troviamo l’uso di prefissi e prefissoidi, elementi che si collocano davanti a una base per modificarne il significato o per creare parole nuove. Sono strumenti così comuni da passare spesso inosservati, eppure fondamentali per capire perché scriviamo prevedere e non pre-vedere, autostrada e non auto-strada. Comprenderne la natura aiuta anche a orientarsi nei casi dubbi, che non mancano mai quando si parla di ortografia.

Il prefisso è un morfema, cioè un’unità minima di significato che non può funzionare come parola autonoma. Non ha vita propria: non può comparire da solo in una frase, perché non è un elemento lessicale indipendente. Non possiamo usarlo come useremmo una parola (“ho visto un ri”, “questo pre è interessante”), semplicemente perché non ha un significato autonomo fuori della parola che contribuisce a formare. Prefissi come ri-, pre-, in-, anti-, sovra- acquistano senso solo quando si fondono con una base, formando un’unica (nuova) parola. La loro funzione è modificare il significato della parola di partenza, aggiungendo sfumature temporali (prevedere), iterative (rifare), oppositive (antipatico), privative (inattivo), o di intensificazione (sovraccarico). Proprio perché non sono parole autonome, quando si uniscono alla base non richiedono alcun trattino: la nuova parola è un’unità compatta, sia graficamente sia semanticamente.

I prefissoidi, invece, hanno una storia più articolata. Molti provengono dal greco o dal latino e in origine erano parole autonome: auto- significava “da sé”, bio- “vita”, tele- “lontano”, psico- “anima/mente”. Nel tempo, però, queste forme hanno perso la loro autonomia e si sono specializzate come elementi compositivi. Non sono più parole piene, ma non sono nemmeno prefissi in senso stretto: per questo si chiamano “prefissoidi” (-oide), cioè “simili ai prefissi”. Pur conservando un significato riconoscibile, funzionano come i prefissi e si legano direttamente alla base senza bisogno di trattino, formando parole come autostrada, biografia, telecamera, psicologia, idrofobo, microcosmo, geopolitica. La loro natura ibrida spiega il nome: non sono prefissi tradizionali, ma ne imitano il comportamento.

Il motivo per cui prefissi e prefissoidi si scrivono attaccati alla parola è dunque strutturale: non si tratta dell’unione di due parole indipendenti, ma della combinazione di un elemento non autonomo con una base lessicale. Il trattino, in italiano, serve a separare due parole piene o a evitare ambiguità grafiche e fonetiche; non è necessario quando si crea un’unica unità morfologica. Per questo scriviamo autobus e non auto-bus, prevedibile e non pre-vedibile, idrofobo e non idro-fobo. La scrittura unita riflette l’unità semantica e morfologica della parola risultante.

Naturalmente, esistono casi dubbi o oscillanti. Alcuni riguardano l’incontro tra prefisso e base che inizia con la stessa vocale o consonante: anti-infiammatorio è stato a lungo scritto con il trattino per evitare l’effetto di “i” doppia, ma oggi la forma antinfiammatorio è pienamente accettata. Lo stesso vale per co-operare, ormai quasi sempre cooperare. In altri casi, il trattino compare, obbligatoriamente, davanti ai nomi propri per non alterare la grafia del nome stesso (anti-Pasquale), per ragioni stilistiche o per mantenere leggibilità in contesti tecnici, come anti-aging o pre-test. Ci sono poi composti in cui gli elementi non sono prefissi né prefissoidi, ma parole piene: qui il trattino è normale, perché si tratta di unione tra due termini autonomi, come in fisico-chimico, tecnico-scientifico, socio-economico. In questi casi il trattino non ha nulla (a) che vedere con la prefissazione, ma con la composizione tra parole.

Per chiarire ulteriormente, basta osservare alcuni esempi. Tra i prefissi troviamo riaprire, preesistente, inatteso, sovrapporre, antidoto. Tra i prefissoidi, autodidatta, biodegradabile, telecomando, psicoterapeuta, idraulico (da idro-), geometria, microfono. Nei casi dubbi, possiamo incontrare forme come antiestetico (senza trattino), anti-eroe (talvolta con trattino per ragioni stilistiche), extraurbano (unito), extra-europeo (talvolta con trattino per evitare ambiguità di lettura). La tendenza generale della lingua italiana, comunque, è quella di eliminare progressivamente il trattino quando non è strettamente necessario.

In definitiva, e concludiamo questa "chiacchierata", prefissi e prefissoidi sono strumenti essenziali per la formazione delle parole in italiano. La loro caratteristica comune è la mancanza di autonomia: non sono parole indipendenti, ma elementi che si fondono con la base per creare un’unica unità lessicale. Il trattino, in questo contesto, non ha motivo di esistere, salvo eccezioni legate alla leggibilità o alla tradizione grafica. Conoscerne la logica permette non solo di scrivere correttamente, ma anche di comprendere meglio la struttura profonda delle parole che usiamo ogni giorno.

***

“Fare l’arciconsolo”


I
n questi tempi in cui l’ ”inglesorum” dilaga e i neologismi digitali spuntano come funghi dopo il temporale, ogni tanto vale la pena spolverare il nostro lessico e riportare alla luce certe espressioni che odorano di pergamena e di sale grosso. Una di queste è il delizioso “fare l’arciconsolo”, locuzione che sembra uscita da un registro polveroso dell’Accademia della Crusca, ma che in realtà conserva una vitalità sorprendentemente attuale.

L’arciconsolo, per chi avesse “disertato” le lezioni di storia linguistica, era il gran capo dell’Accademia: colui che presiedeva, decideva, vigilava e, soprattutto, incarnava l’idea stessa di purezza linguistica. Una figura austera, insomma. Ma il popolo, che ha sempre avuto un talento naturale per sgonfiare i palloni, ha preso quel titolo altisonante e l’ha trasformato in una puntura di spillo: “fare l’arciconsolo” non significa affatto comandare, bensì darsi arie, pavoneggiarsi senza motivo, vivere di rendita come un nobile in pensione che passa le giornate a lisciarsi il mantello.

In molte regioni, un tempo, l’arciconsolo era proprio quello: il signore che campava alla grande senza muovere un dito, protetto da privilegi che nessuno ricordava più da dove venissero. Una sorta di antenato dei moderni “professionisti dell’ozio”.

E oggi? Oggi l’arciconsolo è più vivo che mai. È colui che pontifica sui “social”, nei salotti televisivi, senza aver letto un libro da dieci anni. È il collega che dispensa strategie come un generale in guerra, salvo poi sparire quando c’è da fare qualcosa di concreto. È l’ “influencer” dell’aria fritta, il dirigente del nulla, il maestro del “ci penso io” che, però, non pensa a niente.

Rispolverare quest' espressione è un piccolo atto di eleganza linguistica: un modo gentile ma affilato per riportare qualcuno con i piedi per terra, ricordandogli che l’autorevolezza non si improvvisa e che la scena, prima o poi, si illumina abbastanza da rivelare chi sta solo facendo… l’arciconsolo.




venerdì 6 febbraio 2026

La vecchia grammatica e i tre verbi presuntuosi

 Come smascherare una regola che non è mai esistita

Nel Regno delle Parole vivevano tre verbi molto importanti: Potere, Volere e Dovere. Tutti li chiamavano i Servili (o modali o famulatori), perché aiutavano gli altri verbi a esprimere possibilità, desideri e necessità. Per anni avevano svolto il loro lavoro con discrezione, finché un giorno decisero che non gli bastava più aiutare: volevano comandare.

«Quando ci uniamo a un altro verbo all’infinito» proclamò Dovere, gonfiando il petto, «il participio deve sempre concordare con l’oggetto del verbo che segue! È una legge!»

«Giusto!» aggiunse Volere, che adorava sentirsi fondamentale. «Si deve dire le ho volute vedere, non le ho voluto vedere

Potere, che era il più insicuro, annuì subito: «Sì, sì, così sembriamo più importanti.»

La voce si diffuse in tutto il Regno: i Servili avevano stabilito una nuova norma. Gli studenti tremavano, gli scrittori sospiravano, e persino alcuni professori universitari iniziarono a ripetere la regola senza verificarla. Il caos linguistico era servito.

Un pomeriggio, però, arrivò la Vecchia Grammatica, una signora elegante con gli occhiali d’oro e un sorriso ironico. «Che succede qui?» chiese, osservando i Servili che si pavoneggiavano come galli nel cortile.

I tre le spiegarono con orgoglio la loro nuova legge. La Vecchia Grammatica scoppiò a ridere così forte che i punti e le virgole saltarono dalle pagine. «Sciocchini miei» disse, asciugandosi una lacrima di divertimento, «l’accordo del participio con voi tre è facoltativo, non obbligatorio. Si può dire le ho volute vedere, ma anche le ho voluto vedere. Entrambe le forme sono corrette. Dipende dallo stile, non da una legge.»

I Servili si guardarono confusi, ma la Vecchia Grammatica non aveva finito. «E ora parliamo dell’ausiliare, perché qui c’è un’altra superstizione che crea più confusione di un punto e virgola messo a caso.»

I tre si avvicinarono, trattenendo il fiato.

«Quando vi unite a un altro verbo» spiegò la Vecchia Grammatica, «non siete voi a decidere l’ausiliare. Lo sceglie il verbo all’infinito. Se l’infinito prende avere, allora prendete avere. Se prende essere, allora prendete essere

I Servili sgranarono gli occhi. «Vuol dire che…?» balbettò Potere.

«Vuol dire che dite:
Ho potuto vedere,
Ho voluto comprare,
Ho dovuto studiare,
perché vedere, comprare e studiare prendono avere

I tre annuirono lentamente.

«E quando l’infinito prende essere?» chiese Volere.

«Allora dite:
Sono potuto entrare,
Sono voluta andare,
Sono dovuti partire

Fin qui tutto sembrava logico. Ma poi la Vecchia Grammatica sorrise in modo enigmatico. «E ora arriva il colpo di scena. Quando l’infinito è essere, che di solito prende essere, con voi cambia idea. Perché voi, per natura, prendete avere quando reggete un infinito.»

I Servili rimasero a bocca aperta mentre la Vecchia Grammatica pronunciava gli esempi magici:

Ho potuto essere presente.
Ho voluto essere sincero.
Ho dovuto essere paziente.

«Ma… essere prende avere?!!» gridarono, stupiti, i tre in coro.

«Con voi sì» rispose la Vecchia Grammatica, divertita. «Perché l’ausiliare lo decide la costruzione, non il verbo all’infinito da solo. E voi, miei cari, siete più flessibili di quanto pensiate.»

Gli studenti smisero di temere i verbi servili, gli scrittori ripresero a scrivere senza ansia, e persino i professori più rigidi iniziarono a sorridere davanti a un ho potuto essere ben piazzato. I Servili, finalmente, capirono la loro vera natura: non comandavano l’accordo, non imponevano l’ausiliare, e non complicavano la vita a nessuno. Erano solo piccoli aiutanti, fedeli e duttili.

E nel Regno delle Parole, da quel giorno, si visse più leggeri.


***

Avere la mente in viaggio e i piedi in terra

Ecco un’espressione medievale che sembra nata ieri. La si incontra in testi toscani del Trecento, spesso in contesti morali o narrativi, dove si elogiava chi sapeva sognare senza perdere il contatto con la realtà. È una formula che unisce due immagini semplicissime: la mente che si muove, esplora, immagina; i piedi che restano ben piantati sul terreno. In un’epoca in cui il pensiero simbolico era la lingua quotidiana, questa frase era un modo rapido per descrivere una virtù rara: la capacità di essere visionari senza diventare sconsiderati.

Il significato è sorprendentemente moderno. “Avere la mente in viaggio” indica la libertà dell’immaginazione, la capacità di guardare oltre, di progettare, di desiderare. “Avere i piedi in terra” richiama invece la concretezza, la prudenza, la capacità di valutare ciò che è possibile. Insieme, le due immagini formano un equilibrio perfetto: sognare, sì, ma con criterio; progettare, sì, ma senza perdere l’orientamento; guardare lontano, ma senza inciampare.

Gli esempi d’uso potrebbero essere gli stessi di oggi. Un mercante medievale avrebbe potuto dire del figlio: “Ha la mente in viaggio e i piedi in terra: farà buona fortuna”. Un artigiano, parlando di un apprendista particolarmente sveglio, avrebbe potuto lodarlo così: “Sa immaginare nuove forme, ma tiene i piedi in terra: non spreca tempo né materiali”. E un narratore del Trecento avrebbe potuto descrivere un personaggio ambizioso ma non folle con questa stessa formula, che allora come oggi suona come un complimento.

Il motivo per cui questa espressione potrebbe tornare di moda è semplice: descrive una qualità che oggi consideriamo essenziale. In un mondo che premia l’innovazione ma richiede pragmatismo, che invita a pensare in grande ma pretende risultati concreti, “avere la mente in viaggio e i piedi in terra” è quasi un manifesto contemporaneo. È la sintesi perfetta di ciò che chiediamo a un creativo, a un imprenditore, a uno studente, a chiunque voglia costruire qualcosa di nuovo senza perdersi.

È un idiomatismo antico, ma parla la lingua di oggi. E forse è proprio questo il suo fascino: ci ricorda che l’equilibrio tra immaginazione e realtà non è una "moda" recente, ma una saggezza che attraversa i secoli.







giovedì 5 febbraio 2026

“Aerodromía”: il nome giusto per il volo

 Un neologismo per superare l’antica confusione tra cielo e mare

Nel riflettere sul linguaggio che usiamo per descrivere il mondo, ci accorgiamo spesso che le parole, più che strumenti neutri, sono sedimenti di storia, metafore fossilizzate, compromessi concettuali che continuiamo a impiegare per abitudine. Il lessico del volo non fa eccezione. Anzi, è uno dei campi in cui la distanza tra l’esperienza reale e le parole che lo nominano risulta più evidente. L’uomo ha imparato a volare solo in epoca recente e, quando ha dovuto dare nome a ciò che non aveva precedenti, ha attinto al repertorio che gli era più familiare: quello del mare. Da qui una serie di improprietà che, pur essendo ormai cristallizzate, meritano di essere riconsiderate. Vediamo.

Nel vasto oceano della lingua italiana, accettiamo spesso termini che, a un’analisi più attenta, rivelano vistose incongruenze logiche. Una di queste riguarda aeronautica. Sebbene l’uso comune lo abbia cristallizzato come il lemma d’elezione per tutto ciò che concerne il volo, un’indagine etimologica rigorosa ne mette in luce l’improprietà.

Il termine aeronautica è un composto del greco aér (aria) e nautikḗ (arte della navigazione), a sua volta derivato da naus (nave). Etimologicamente, dunque, l’aeronautica sarebbe «l’arte della navigazione navale nell’aria». Un paradosso evidente: l’aereo non è una nave, e l’atmosfera non è un mare. La metafora, seppur suggestiva, non regge a un esame razionale.

Questa forzatura semantica risale ai primordi del volo, quando la lingua non aveva ancora a disposizione vocaboli atti a designare ciò che riguardava il cielo e l’uomo saccheggiò il lessico marittimo per descrivere ciò che non aveva ancora parole proprie. Da qui bordo, rotta, equipaggio e, appunto, aeronautica. Persino nei verbi persistono incertezze: sebbene sia comune dire che «l’aereo è decollato», i dizionari più autorevoli ricordano che la forma pienamente corretta è «l’aereo ha decollato», poiché decollare, nell’accezione di “involare”, "prendere il volo" è un verbo intransitivo che richiede l’ausiliare avere.

Per restituire al cielo la sua autonomia concettuale, occorre un termine che non trascini con sé l’ombra della nave. La proposta più coerente è aerodromía. Composto dal greco aér (aria) e drómos (corsa, percorso, movimento), il lessema definisce con precisione l’essenza del volo: il muoversi attraverso lo spazio aereo, senza la mediazione metaforica di uno scafo. Dove naus evoca un mezzo che galleggia, drómos richiama un’azione, un dinamismo: non la nave, ma il gesto del procedere.

La revisione del lessico del volo potrebbe spingersi oltre. Se accettiamo l’idea di sostituire termini impropri o stranieri, possiamo accogliere con favore altre intuizioni, come pilotàcolo (fusione di pilota e abitacolo), proposto per sostituire il francesismo carlinga. In questa prospettiva, l’esperto di aerodromia non sarebbe più un «navigatore», ma un professionista del movimento celeste, finalmente svincolato dalle metafore acquatiche che hanno accompagnato il volo fin dai suoi esordi.


aerodromía s. f. [dal gr. aér «aria» e drómos «corsa, percorso, movimento»]. – Neologismo atto a indicare l’insieme delle attività, delle tecniche e delle conoscenze relative al volo e al movimento attraverso lo spazio aereo, in alternativa ad aeronautica, voce etimologicamente impropria per il riferimento a naus «nave».




 





***

Le regole fantasma che infestano l’italiano


O
gni volta che qualcuno proclama “questa è grammatica!”, da qualche parte una grammatica vera si mette le mani nei capelli. L’italiano è pieno di regole fantasma: norme mai esistite nei testi seri, ma tramandate con la sicurezza di chi ha sentito dire, e quindi “dev’essere così”. Il risultato è un esercito di parlanti che teme di sbagliare dove non c’è nulla da sbagliare, e che si (auto)censura per evitare rimproveri immaginari.

Ecco alcune delle "superstizioni" linguistiche più resistenti, perfette da smascherare con un colpo di spugna… o meglio, con un colpo di sciacqua-lingua.


“Sé seguito da stesso o medesimo non si accenta”

Una delle bufale più longeve.
La versione fantasma dice che l’accento sparisce quando è seguito da stesso o medesimo. In realtà la regola è lineare: quando è pronome l’accento resta sempre.

“Pensa solo a .”

“Pensa solo a sé stesso.”

L’idea di togliere l’accento è una scorciatoia scolastica diventata leggenda.


“Non si può iniziare una frase con ma, e, perché

Un classico intramontabile.
Non esiste alcuna norma che lo vieti: è una scelta stilistica, non un peccato grammaticale

.“Ma davvero.”

E poi?”

Perché no.”

Vietarlo significa solo rinunciare a strumenti utilissimi.


“La virgola prima di e è vietata”

Una regola fantasma che piace perché sembra semplice.
Peccato che sia falsa: la virgola non dipende da e, ma dalla struttura della frase.

“Sono uscito e ho comprato il pane.”

“Sono uscito, e ho capito che avevo bisogno di una pausa.”

A volte serve, a volte no. Dire “mai” è pura mitologia.


“Non si può usare che più volte nella stessa frase”

Un’altra fissazione travestita da norma.
Il che è uno degli "attrezzi" più versatili della lingua: ripeterlo è normalissimo.

“La persona che ti dice che non sbaglia mai, mente.”

Si può variare per stile, certo, ma non c’è nessun errore da correggere.


“Non si può usare gli per riferirsi a una donna”

Ipercorrettismo allo stato puro.
L’uso di gli come dativo singolare anche per il femminile è attestato da secoli, soprattutto nel parlato.

“Le ho parlato.”

“Gli ho parlato.”

Nell’uso formale si preferisce le, ma demonizzare gli è fuori bersaglio.


“Tra” e “fra” non sono intercambiabili”

Una piccola perla di fantasia normativa.
In realtà tra e fra sono sinonimi perfetti, senza differenze di significato.

“Ci vediamo tra due giorni.”

“Ci vediamo fra due giorni.”

L’unica vera guida è l’orecchio.


Perché smascherarle?

Perché le regole fantasma fanno più danni che errori veri.
Creano ansia, irrigidiscono la scrittura e distolgono l’attenzione da ciò che conta davvero: chiarezza, coerenza, consapevolezza del registro.

Smascherarle non significa “vale tutto”, ma liberarsi da zavorre inutili.












mercoledì 4 febbraio 2026

Chi ha visto veduto?

 Un viaggio leggero e curioso tra due forme che convivono da secoli


I participi passati di vedere, visto e veduto sono una di quelle coppie che fanno brillare gli occhi agli appassionati di lingua. Entrambi corretti, entrambi legittimi, ma non sempre sovrapponibili: la loro convivenza è una piccola storia di evoluzione dell’italiano, di oscillazioni d’uso e di scelte stilistiche che raccontano molto più di quanto sembri. Se li immaginassimo come due personaggi, visto sarebbe quello rapido, concreto, quotidiano; veduto quello più disteso, solenne, quasi contemplativo. Due modi di raccontare la stessa esperienza, ma con due timbri diversi.

Nell’italiano di oggi visto scorre con naturalezza assoluta. È breve, immediato, funzionale. È la forma che usiamo senza pensarci: ho visto un film, hai visto cosa è successo?, non l’ho mai visto prima. È colloquiale, spontanea, perfettamente in linea con una lingua che negli ultimi decenni ha accelerato il passo e ha privilegiato la concretezza. Non si mette in mostra, non cerca effetti: fa il suo lavoro e passa oltre. Ed è proprio questa discrezione a renderlo dominante nel parlato e nello scritto informale.

Veduto, invece, ha un altro ritmo. È più lungo, più melodico, più “aperto” nel suono. Lo incontriamo nella lingua letteraria, nella poesia, o in quei contesti in cui si vuole dare un tono più solenne o riflessivo. Non diremmo facilmente ho veduto il tuo messaggio mentre controlliamo il telefono, ma potremmo leggere ho veduto orrori indicibili in un romanzo o ascoltare mai più ho veduto quella terra in una ballata dal sapore epico. La forma lunga sembra dilatare il gesto del vedere, trasformandolo in un’esperienza più profonda, quasi meditativa: come se veduto non si limitasse a registrare un’immagine, ma la trattenesse, la osservasse, la rendesse più intensa.

A questo proposito circola un aneddoto, non documentato ma molto amato dagli appassionati di storia linguistica, che riguarda Giosuè Carducci. Si racconta che, durante una lezione all’Università di Bologna, uno studente gli chiese perché nei suoi versi comparisse spesso veduto invece di visto, che già allora era più comune. Carducci, pare, sorrise sotto i baffi e rispose: “Perché veduto è come una finestra che si apre lentamente: lascia entrare più luce”. Una frase probabilmente “apocrifa”, certo, ma che restituisce perfettamente la percezione ottocentesca della forma lunga come più nobile, più ampia, più adatta a un registro elevato.

Con il Novecento la lingua si è snellita, e visto ha finito con l’ imporsi quasi dappertutto. Oggi domina nel parlato e nello scritto informale, mentre veduto sopravvive soprattutto nei registri letterari, poetici o in espressioni cristallizzate come mai veduto prima, dove la forma lunga suggerisce un’eccezionalità, qualcosa che esce dalla norma. In altre locuzioni, invece, visto è diventato imprescindibile: visto che, visto e considerato, visto d’insieme. Qui brevità e frequenza d’uso hanno vinto senza discussioni.

Sotto il profilo grammaticale non esiste una regola che imponga l’uno o l’altro: entrambi sono corretti e intercambiabili nella maggior parte dei casi. La differenza è soprattutto stilistica e semantica. Visto è neutro, quotidiano, immediato. Veduto è espressivo, letterario, talvolta solenne. La scelta dipende dal registro, dal ritmo della frase, dall’effetto che si vuole ottenere. È un po’ come scegliere tra due pennelli diversi per dipingere la stessa scena: uno rapido e preciso, l’altro più morbido e disteso.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, scegliere tra visto e veduto significa decidere il tono dello sguardo. Se si vuole essere diretti e naturali, visto è la strada più semplice. Se invece si vuole ottenere un effetto più evocativo, più narrativo o più poetico, veduto può dare alla frase un respiro diverso. La bellezza dell’italico idioma sta proprio in queste sfumature: due termini che raccontano la stessa azione, ma con due voci diverse; e noi, come lettori e parlanti, possiamo scegliere quale far risuonare.

***

La forza discreta del “ci” attualizzante

Come un elemento quasi invisibile modella il nostro modo di parlare


T
ra le molteplici sfumature che rendono il nostro bellissimo idioma vivo e sorprendentemente duttile, il “ci attualizzante” occupa un posto privilegiato. È una particella piccola, quasi invisibile, ma capace di modificare il ritmo e la percezione di un’intera frase. Comprenderne il funzionamento significa entrare nel cuore pulsante dell’italiano parlato, dove la grammatica incontra l’immediatezza dell’esperienza.

Il “ci” attualizzante (o presentativo o espletivo), dunque, è uno degli elementi più affascinanti della nostra melodiosa lingua: una particella minuscola, ma in grado di trasformare un verbo statico in un’azione viva, concreta e immersa nel presente. Diversamente dal “ci” locativo, che indica un luogo preciso (“vado in ufficio e ci resto”), o dal “ci” con funzione pronominale, questa particella agisce come un catalizzatore che rende il sintagma verbale più dinamico e colloquiale. La sua funzione primaria è presentare un evento o una condizione come qualcosa che sta accadendo qui e ora, sotto gli occhi del parlante e dell’ascoltatore, o all’interno della situazione di cui si sta parlando.

Un esempio evidente è la “trasformazione” del verbo essere. Dire “Dio è” esprime un concetto astratto e universale; dire “c’è un problema” significa invece portare quell’affermazione nel nostro spazio immediato, rendendo percepibile la presenza di un ostacolo. Lo stesso meccanismo si ritrova in molti altri verbi, dove il “ci” perde il suo valore originario di complemento di luogo per diventare un rafforzativo semantico. Pensiamo ad avere: nel parlato è ormai raro dire “hai le chiavi?”, mentre “ce le hai?” suona molto più naturale. In questo caso, il “ci” attualizzante sottolinea il possesso concreto e immediato dell’oggetto.

Il fenomeno è particolarmente evidente con i verbi di percezione. “Non vedo niente” è corretto, ma “non ci vedo” comunica con maggiore efficacia la difficoltà sensoriale vissuta in quel preciso momento. È un modo per legare l’azione al soggetto, come a dire: “io, adesso, non ho la capacità di vedere”. Anche l’espressione “ci scappa il morto” segue questa logica: il “ci” non indica un luogo, ma la possibilità concreta che, in un determinato contesto teso, possa verificarsi un evento tragico.

Un terreno particolarmente fertile per il “ci” attualizzante è quello dei verbi pronominali, dove la particella è talmente integrata da modificare il significato del verbo stesso. Entrare indica un movimento verso l’interno, ma entrarci significa essere pertinente a un discorso (“questo non c’entra nulla”). Volere esprime un desiderio, mentre volerci indica il tempo o lo sforzo necessari per compiere un’azione (“ci vuole pazienza”). In tutti questi casi, il “ci” sposta il discorso dal piano generale a quello concreto, dall’astratto al contingente.

Per chi ama la precisione linguistica comprendere il “ci” attualizzante significa muoversi lungo quella sottile linea che separa la norma grammaticale dalla vitalità della lingua parlata. In un testo formale è spesso opportuno non abusarne, per evitare un tono eccessivamente colloquiale; eppure, la sua presenza è fondamentale per dare calore e immediatezza alla comunicazione. È ciò che distingue una descrizione neutra da una narrazione partecipata: senza quel piccolo “ci”, l’italiano perderebbe una parte importante della sua capacità di mettere in scena la realtà.











(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)