venerdì 5 giugno 2026

Recidivo: la parola che cade, ricade e non smette di raccontare

 Dalla febbre che ritorna al reo che persevera: il viaggio semantico di un termine sorprendentemente vivo

“Recidivo” è una parola che sembra fatta apposta per mostrare come un significato possa scivolare, restringersi, cambiare tono e campo d’uso pur restando fedele a un nucleo originario. Oggi la percepiamo quasi esclusivamente nel linguaggio giuridico, come marchio tecnico per chi torna a delinquere dopo una condanna. Ma questa è solo la fase finale di una storia più lunga, che parte dal latino, attraversa la medicina medievale, si allarga al figurato morale e infine si specializza nel diritto penale moderno.

Tutto nasce dal latino recidivus, derivato dal verbo recidere, “ricadere, cadere di nuovo”. Nel latino classico il termine è usato soprattutto in ambito medico: febris recidiva è la febbre che ritorna dopo una “tregua”: la malattia che sembrava placata si ripresenta. Il significato originario è dunque che ricade, che ritorna, che si ripresenta dopo un intervallo. È un valore descrittivo, clinico, privo di giudizio morale: la ricaduta è un fatto, non una colpa.

Nella medicina medievale e rinascimentale la parola conserva questo uso: mali recidivi, piaghe recidive, febbri recidive. Ma già nei primi secoli dell’italiano comincia a farsi strada un’estensione figurata: un vizio recidivo, un errore recidivo, un’abitudine recidiva. Qui il significato si sposta verso che ritorna ostinatamente, che ricompare nonostante i tentativi di eliminarlo. È il primo slittamento: dalla ricaduta fisica alla ricaduta morale. La parola si tinge di un’ombra di biasimo, pur restando ancora elastica e non tecnica.

Il passaggio decisivo avviene tra il Settecento e l’Ottocento, quando recidivo entra stabilmente nel linguaggio giuridico. Il diritto penale, in fase di sistematizzazione, ha bisogno di un termine per designare chi commette un nuovo reato dopo una condanna precedente. La metafora della ricaduta è perfetta: il reo recidivo è colui che ricade nel delitto. Da qui nasce la recidiva come categoria giuridica, con valore tecnico e conseguenze concrete sulla pena. È un caso esemplare di specializzazione semantica: il significato si restringe, si istituzionalizza, perde la sua duttilità figurata e diventa un termine normativo.

Questo non scancella del tutto gli usi precedenti. Ancora nell’Ottocento e nel primo Novecento si trovano usi letterari di recidivo nel senso di che ritorna, che si ripresenta, anche al di fuori del diritto. Ma la forza del significato giuridico finisce col prevalere, e oggi il termine, nell’accezione comune, è quasi sinonimo di delinquente abituale. È interessante osservare come la ricaduta, da fatto clinico neutro, sia diventata colpa; e come la ripetizione, da semplice fenomeno medico, sia diventata marchio morale.

Una piccola curiosità ci aiuta a capire bene questo percorso. Nei primi codici penali italiani dell’Ottocento, recidivo convive con espressioni come “ritornato nel delitto” o “colpevole reiterato”. Ma è recidivo a imporsi, proprio perché aveva alle spalle una lunga tradizione semantica legata alla ricaduta. La parola era già pronta, semanticamente predisposta: non è stata inventata, è stata riutilizzata.

Oggi, quando la si adopera fuori del diritto, l’effetto è spesso ironico o letterario: un raffreddore recidivo, un amico recidivo nel dimenticare gli appuntamenti. È un modo per far riaffiorare il significato originario, quello latino, che non è mai del tutto scomparso e continua a vibrare sotto la superficie del termine giuridico.



giovedì 4 giugno 2026

Scordatura e scordamento: due parole sorelle che non suonano allo stesso modo

 Quando la lingua accorda, disaccorda e dimentica: storia di due parole nate insieme ma cresciute lontane

 

A volte le parole che sembrano gemelle non lo sono affatto: condividono la radice, si somigliano nel suono, ma poi la storia le porta altrove, come due fratelli che crescono nella stessa casa e finiscono con lo scegliere mestieri diversi. Scordatura e scordamento appartengono a questa famiglia di falsi gemelli linguistici: nate entrambe da scordare, hanno preso strade divergenti, una verso la musica e la letteratura, l’altra verso la quotidianità più semplice. E proprio questa biforcazione, così discreta e così istruttiva, merita uno sguardo più attento.

La storia di scordatura e scordamento, dunque, è quella di due parole sorelle che hanno condiviso l’infanzia ma non la carriera. Scordatura è la più intraprendente: ha trovato casa nei vocabolari grandi, si è fatta strada nella musica, ha conquistato anche la lingua figurata. È lei la voce che i musicisti pronunciano con naturalezza, sia quando uno strumento si “affloscia” per il caldo sia quando l’accordatura viene alterata di proposito per ottenere effetti timbrici particolari. Nel Seicento, Heinrich Biber costruì un intero ciclo di sonate in cui ogni pezzo richiedeva una scordatura diversa: corde incrociate, accordi impossibili, illusioni acustiche. Il violinista leggeva una nota, ma ne usciva un’altra. Una sorta di gioco di prestigio sonoro che contribuì a fissare il lessema nella terminologia musicale internazionale. Da allora, la scordatura non è più un errore: è un’arte.

Il termine ha poi trovato un secondo mestiere nella lingua figurata. Nei testi dell’Ottocento, scordatura compare spesso con una sfumatura morale: la scordatura dei benefici, degli amici, delle promesse. Non è la semplice smemoratezza: è un oblio che pesa, un dimenticare che sa di trascuratezza, quasi di ingratitudine. Il Tommaseo‑Bellini registra questa nota con un certo rigore, come se la parola portasse con sé un piccolo ammonimento. È curioso che la lingua abbia affidato alla forma più antica il compito di giudicare, mentre alla forma più trasparente ha lasciato la neutralità.

Scordamento, infatti, è più modesto. I dizionari storici lo registrano con dignità, ma senza entusiasmo: è la dimenticanza semplice, quella quotidiana, quella che non pretende di essere elevata a categoria morale. È il fatto nudo e crudo di essersi scordati qualcosa. Non ha la patina letteraria della sorella maggiore, non ha la carriera musicale, non ha la tradizione figurata. È un derivato regolare, quasi timido, che oggi la lingua usa poco. La sua trasparenza non gli ha garantito fortuna: la lingua, si sa, non sempre premia la semplicità.

Sul piano musicale, poi, la differenza è netta. Scordatura è la voce tecnica, riconosciuta e stabile. Scordamento, quando compare, è un uso marginale, non specialistico, più vicino al parlato che alla terminologia. Nei giornali del primo Novecento si trovano sporadiche occorrenze di scordamento riferito agli strumenti, ma quasi sempre come nota di colore, non come termine tecnico. La lessicografia contemporanea conferma questa linea: scordatura è la forma piena; scordamento resta laterale.

C’è infine un dettaglio etimologico che diverte gli studiosi: scordare, da cui derivano ambi i sostantivi, è imparentato con “corda”, “accordare” e con il… “cuore” (scordare vale anche “allontanare dal cuore”, che si riteneva fosse la “sede” della memoria). E qui apriamo una parentesi sulle preposizioni che reggono i sostantivi accordo e disaccordo: “con” e “su”. Si userà “con” riferito a una persona: non sono d’accordo con Pomponio; si adopererà “su” riferito a un argomento: non sono d’accordo su quanto esposto dall’amico Sigismondo. Nella lingua comune, dunque, scordarsi di qualcuno o di qualcosa è spesso un gesto emotivo. È uno di quei piccoli slittamenti semantici che la lingua compie senza chiedere permesso, e che rendono la storia delle parole più interessante della loro forma.

Il quadro lessicografico, alla fine, è limpido: scordatura è la forma storica, tecnica, figurata, moralmente sfumata; scordamento è la forma astratta, neutra, quotidiana, meno diffusa. La loro sinonimia è parziale e vive solo nel territorio della memoria, dove entrambi i termini possono significare dimenticanza, ma con tonalità diverse. Scordatura è oblio con eco morale; scordamento è semplice mancanza di ricordo. Scordatura è parola da pagina scritta; scordamento è parola da vita pratica. Scordatura appartiene alla musica; scordamento no.

***

Quando la testa fa lingua


C’
è una famiglia di parole che, più delle altre, conserva nel proprio corpo sonoro un gesto antico, un comportamento, un tratto animale o umano che la storia ha lentamente trasformato. Sono parole che usiamo ogni giorno senza più avvertire la loro origine concreta, e che pure continuano a portare con sé un sedimento di mondo. Tra queste, testardo è una delle più rivelatrici.

Oggi adoperiamo questo termine per designare la persona che non cambia idea, che si ostina, che va per la sua strada anche quando tutto suggerirebbe una deviazione. È un aggettivo/sostantivo che usiamo con un misto di irritazione e ammirazione, perché la testardaggine può essere difetto o virtù, rigidità o coerenza. Ma se si scava appena sotto la superficie, si scopre che il lessema nasce da un’immagine molto più concreta: la testa come capo di bestiame, la testa che resiste al richiamo, che non si lascia condurre, che tira dalla parte opposta rispetto al pastore.

Il testardo, insomma, non era un carattere: era un animale. Un animale che opponeva il proprio peso, che piantava gli zoccoli nella terra, che rifiutava la direzione imposta. L’ostinazione umana che oggi descriviamo con tanta naturalezza è, in realtà, un’eredità animale fossilizzata nel linguaggio, un gesto di resistenza che si è trasformato in tratto psicologico. Ogni volta che diciamo testardo, dunque, ci rifacciamo senza saperlo a una scena pastorale: un uomo che tira una corda, una bestia che non si muove, la tensione tra volontà e forza.

È questo il fascino dei fossili semantici: ci ricordano che la lingua non nasce astratta, ma concreta, fatta di mani, di corpi, di gesti. E che molte delle nostre categorie mentali sono, in fondo, la continuazione simbolica di un mondo materiale che non c’è più. Testardo è uno di quei casi in cui il passato non si limita a sopravvivere: continua a parlare, a suggerire, a raccontare. Basta ascoltarlo.





mercoledì 3 giugno 2026

La doppia anima delle ricorrenze

 

 

 

 Quando si celebra e quando si commemora: una distinzione che i vocabolari sfiorano, ma l’uso chiarisce 

 

 

A proposito della festività di ieri, 2 giugno, alcuni organi d’informazione titolavano: “Si commemora la nascita della Repubblica”. Si commemora? Riteniamo necessario specificare che una ricorrenza può essere “detta” “celebrata” o “commemorata” (a seconda dei casi), e i vocabolari – per ragioni di ampiezza descrittiva – spesso presentano i due sintagmi verbali come parzialmente sovrapponibili, talvolta persino equivalenti. Ma l’uso vivo della lingua, la storia delle parole e soprattutto la loro temperatura emotiva mostrano una distinzione chiara, che vale la pena restituire con precisione, e il Tommaseo-Bellini chiarisce bene la differenza tra commemorare e celebrare

 

Celebrare viene dal latino celebrare, che significava rendere frequente, onorare, festeggiare con partecipazione: l’idea è quella di un gesto collettivo, luminoso, condiviso, che dà rilievo a qualcosa di positivo. Commemorare deriva invece da commemorare, formato da cum e memorare, e significava ricordare insieme, richiamare alla memoria in modo solenne: già l’etimologia orienta verso un registro più grave, raccolto, meditativo.

 

Nell’italiano contemporaneo celebrare si applica a ciò che ha un carattere lieto o comunque partecipativo: si celebrano anniversari felici, matrimoni, vittorie, feste civili che intendono affermare un valore positivo. Il verbo porta con sé un gesto di esaltazione, di riconoscimento, di ritualità luminosa. Commemorare, al contrario, si usa quando l’oggetto è un dolore, una perdita, una tragedia, un lutto collettivo: si commemorano i caduti, una strage, una figura scomparsa, un evento che richiede raccoglimento più che festa. È un verbo che non esalta, ma custodisce; non festeggia, ma invita alla riflessione; non illumina, ma trattiene la memoria.

 

A questo punto una “curiosità filologica” conferma quanto la distinzione non sia un’invenzione moderna. Gli autori latini, infatti, usavano celebrare quasi esclusivamente in contesti di festa, di partecipazione collettiva, di onore reso a qualcosa di vivo e presente. Cicerone ricorre a celebrare per rendere solenne una ricorrenza gioiosa o un atto pubblico condiviso, mentre evita accuratamente di usarlo per eventi luttuosi. Per quelli adopera commemorare, che in lui ha già il valore di ricordare con gravità, spesso riferito ai defunti, agli antenati, ai momenti dolorosi della storia romana. È un dettaglio piccolo ma rivelatore: la distinzione semantica che l’italiano conserva non è una sfumatura recente, ma un’eredità diretta della prosa classica.

 

Ciò che è interessante è il fatto che i dizionari, registrando l’ampiezza dell’uso, tendono a presentare i due verbi come vicini, talvolta come intercambiabili. E in effetti esistono contesti di confine in cui una ricorrenza ha una doppia anima: il 25 aprile, per esempio, si celebra come festa della liberazione, ma si commemorano anche le vittime della guerra. Tuttavia, nella pratica linguistica più attenta, la distinzione rimane salda: celebrare implica un valore positivo o una partecipazione lieta, commemorare implica una memoria solenne o un dolore condiviso. Per questo una ricorrenza non è mai neutra: o si celebra o si commemora, a seconda del suo nucleo emotivo e storico. In due parole: celebrare “festeggia”, commemorare “ricorda”.

***

Garzone....

Garzone tra bottega e retaggio antico 

A volte una parola sembra nata già con il grembiule addosso, come se fosse sempre vissuta tra botteghe, sacchi di farina e apprendistati. E invece, scavando appena sotto la superficie, scopri che la sua storia comincia altrove, in un territorio più ampio e più mobile di quanto lasci intuire l’uso moderno. È il caso di garzone, un termine che oggi immaginiamo chino a imparare un mestiere, ma che porta con sé un passato più lungo e più sfumato.

Garzone arriva dal francese garçon, che nei testi antichi significa “ragazzo”, “giovane al servizio”, e che in italiano si è poi assestato sull’idea dell’apprendista e dell’aiutante di bottega. La radice germanica remota, ricostruita come *wrakjo, apre però uno spiraglio interessante: in quell’area linguistica il termine indicava un giovane subordinato alla cerchia di un capo, spesso in un contesto di vita militare, dove l’essere “al seguito” aveva un peso concreto. Non è un significato attestato nell’italiano, ma un colore etimologico che racconta il retroterra della parola prima che la nostra lingua la addolcisse.

Nei documenti italiani garzone è prima un giovinetto, poi un apprendista, un lavoratore che affianca e impara. Oggi nomina un ruolo umile e quotidiano, ma sotto la superficie resta l’eco di un’antica giovinezza “al seguito”, che la storia ha trasformato in mestiere.




 

 

 

 

martedì 2 giugno 2026

Passare il cappello sul fuoco


“P
assare il cappello sul fuoco” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da un romanzo rusticano dell’Ottocento, e invece stanno lì, silenziosi, in un angolo dei repertori piemontesi, come un oggetto trovato in soffitta: intatto, eloquente, ma ormai fuori uso. L’immagine è di una semplicità quasi brutale: il cappello di feltro che sfiora la fiamma, si scalda, si deforma, rischia di bruciare. Un gesto inutile, imprudente, che non porta alcun vantaggio. Da qui il suo significato: esporsi a un danno certo per un beneficio inesistente, rischiare senza motivo, fare qualcosa che non conviene a nessuno, nemmeno a chi la compie.

A rendere ancora più vivido questo fossile c’è una piccola nota etnografica che compare in una raccolta proverbiale piemontese di fine Ottocento. Il compilatore, parlando dei cappelli di feltro, annota che nelle cucine di campagna il cappello veniva spesso appeso vicino al camino per asciugarlo dopo la pioggia, ma bastava un attimo di distrazione perché il feltro si “scottasse”, perdendo forma e colore. È un dettaglio minimo, ma decisivo: l’espressione non nasce da un’immagine astratta, bensì da un gesto quotidiano realmente rischioso, tanto frequente da diventare ammonimento domestico. Il cappello era un bene prezioso, il fuoco un pericolo sempre presente, la distrazione una colpa che si pagava subito. E così il proverbio si è formato, come una fotografia linguistica della vita materiale.

È un fossile linguistico perché non ha mai davvero varcato i confini dell’italiano comune. Non lo trovi nei dizionari generali, non circola nei giornali, non sopravvive nei parlati regionali contemporanei. È rimasto confinato nelle raccolte proverbiali ottocentesche, dove appare come un monito semplice e diretto: non fare sciocchezze, non avvicinare ciò che porti in testa a ciò che brucia. Eppure, proprio questa sua marginalità lo rende prezioso: è un frammento di cultura materiale trasformato in linguaggio, un gesto quotidiano che diventa metafora morale.

La sua forza sta nella trasparenza. Non serve spiegare nulla: basta immaginare il cappello che passa troppo vicino al fuoco per capire tutto. È un’immagine che non ha bisogno di decodifica, e proprio per questo è sopravvissuta come reperto perfetto, pronta a essere riscoperta. Se oggi la rimetti in circolo, funziona ancora: ha un sapore antico ma un’efficacia immediata, come certi ammonimenti dei nonni che non invecchiano mai.

***

Subito...

L’avverbio subito oggi è percepito come un avverbio di tempo (“immediatamente”), ma la sua origine non ha nulla (a) che vedere con la rapidità. Il lessema nasce dal latino subitus, participio passato di subire, che significa(va) “sopraggiungere”, “capitare all’improvviso”, “piombare addosso”. Non indicava quindi la prontezza dell’azione, bensì la sua imprevedibilità. Nei testi medievali subito conserva ancora questa sfumatura: qualcosa accade subito non perché avviene presto, ma perché arriva di colpo, senza preavviso. Solo più tardi l’idea di “improvviso” si è trasformata in “istantaneo” e simili, e da lì nel valore temporale moderno. Ogni volta che diciamo subito, dunque, stiamo richiamando un antico “arrivare addosso”, non un semplice “adesso”, “ora” ecc.




lunedì 1 giugno 2026

Linea che dura, linea che insiste

 Quando durare misura il tempo e perdurare lo attraversa

C’è un punto della lingua in cui il tempo non è più una misura, ma un comportamento. È il punto in cui due verbi che sembrano fratelli – durare e perdurare – smettono di camminare affiancati e rivelano la loro diversa postura nei confronti del mondo. La nostra lingua, che non spreca mai un prefisso né un’ombra semantica, affida a questa coppia un compito preciso: distinguere ciò che semplicemente si estende nel tempo da ciò che attraversa il tempo con ostinazione, con continuità, talvolta con una punta di drammaticità.

Per capire davvero la distanza tra i due sintagmi bisogna tornare alla loro origine. Durare nasce dal latino durare, che discende da durus, duro, resistente. Prima ancora che cronologico, il verbo era fisico: un materiale dura perché non cede, non si spezza, non si consuma. Il tempo è solo il banco di prova di quella resistenza. Perdurare, invece, aggiunge al medesimo nucleo il prefisso per‑, intensivo, attraversante, totale: in latino perdurare significa resistere fino in fondo, oltre il previsto. È un verbo che non si limita a stare: insiste.

Questa differenza di nascita si riflette con una fedeltà sorprendente nell’uso contemporaneo. Durare è il verbo neutro, quotidiano, misurabile: un film dura due ore; un paio di scarpe è durato cinque anni. Siamo nel territorio della quantità, della cronologia, della resistenza materiale. Perdurare, invece, non quantifica: qualifica. Un malinteso perdura; un clima di sfiducia perdura; un ricordo perdura. È un verbo che non misura: racconta la tenacia di uno stato.

Ed è proprio questa tenacia a conferirgli, nella maggior parte dei casi, una sfumatura negativa. Il perdurare della crisi, il perdurare del maltempo, il perdurare delle tensioni sono formule in cui il verbo porta con sé un’ombra di fastidio, la sensazione che qualcosa stia durando più del dovuto. Ma quando si sposta nel territorio della memoria, dell’arte, della storia, perdurare sa diventare solenne: l’eco di un poeta perdura nei secoli; un’antica bellezza perdura nell’immaginario di un popolo.

Anche la grammatica conferma la distanza. Perdurare, nei vocabolari, è registrato con l’ausiliare avere, ma nel suo significato più comune – quello che riguarda condizioni o situazioni che continuano a essere – ammette anche essere: il malinteso è perdurato. Durare, invece, può combinarsi con entrambi gli ausiliari: essere è oggi molto frequente con eventi e situazioni, mentre avere ricompare quando si mette in rilievo la durata dell’azione più che il suo risultato. E mentre il durare è raro, quasi archeologico, il perdurare è vivo, elegante, funzionale: il perdurare delle ostilità, il perdurare delle difficoltà, il perdurare di un sentimento.

Alla fine, la differenza tra i due verbi non è una questione di sinonimia, ma di geometria. Durare è la linea del tempo che si estende; perdurare è la linea che insiste. Durare misura; perdurare interpreta. Durare registra la resistenza delle cose; perdurare racconta la persistenza degli stati, delle emozioni, dei fenomeni collettivi. Scegliere l’uno o l’altro significa decidere che tipo di tempo vogliamo richiamare: quello che semplicemente passa o quello che, nel bene o nel male, non se ne va.

***

"Sennonché" e "se non che": una distinzione che conta

La distinzione tra sennonché univerbato e se non che analitico è un caso esemplare di come la grafia registri una divergenza semantica ormai stabilizzata. Le due forme hanno la stessa origine, ma non sono più equivalenti: la lingua contemporanea ha distribuito le funzioni in modo netto, e la grafia non è un dettaglio ornamentale, bensì un segnale d’uso.

Sennonché è oggi quasi esclusivamente una congiunzione avversativa‑restrittiva. Non introduce un’opposizione simmetrica, ma una limitazione che corregge o ridimensiona quanto precede, con una sfumatura prossima a “solo che” o “peccato che”. È un avversativo non neutro, che interviene per precisare. L’uso eccettuativo, un tempo più comune, sopravvive in registri letterari, ma non appartiene più alla lingua viva. In questo quadro si colloca anche la questione grafica: alcuni vocabolari registrano la variante senonché, con una sola n, ma è forma da sconsigliare, perché la congiunzione se richiede il raddoppiamento sintattico, come accade in semmai, seppure, sebbene. La grafia con doppia n non è dunque una preferenza estetica, ma la naturale conseguenza fonosintattica della struttura della parola. Un esempio minimo chiarisce il valore: aveva preparato tutto con cura, sennonché il tempo è cambiato all’improvviso. Qui la seconda parte non contraddice, ma limita: tutto era pronto, solo che il tempo ha guastato i piani.

Se non che, scritto separato, conserva invece il valore originario di congiunzione eccettuativa: “tranne che”, “salvo che”, “a meno che non”. È la forma che si usa quando si vuole introdurre un’eccezione reale, non una correzione restrittiva. L’avversativo analitico è possibile, ma oggi suona meno naturale; l’eccettuativo univerbato, al contrario, appare arcaizzante. Anche qui un esempio speculare rende evidente la differenza: aveva preparato tutto con cura, se non che la sala non era disponibile. In questo caso la seconda parte introduce una vera eccezione: tutto era pronto, tranne la disponibilità della sala.

La differenza, in definitiva, non è solo grafica. Sennonché è un avversativo con valore limitativo; se non che è un eccettuativo che sottrae un elemento alla regola precedente. La grafia con doppia n rispetta la fonosintassi e segnala la funzione; la forma analitica conserva la trasparenza semantica dell’eccezione. Chi scrive con cura può sfruttare questa distinzione per ottenere precisione, naturalezza e coerenza stilistica.

 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

Perquisiti due iraniani a Milano l’accusa di versione: «Minacciano in Italia i dissendenti del regime»

*

Donald Trump ha inviato all'Iran una controproposta molo piu' restrittiva per un accordo per mettere fine alla guerra. … facendo pressione sull'Iran affinche' accetti la bozza gia' inviato al leader supremo iraniano …


*

Gli scatti, che ritraggono il collega e la collega di Pakkarinen, erano scati poi pubblicati su Instagram.


*

Da lì è nato un inseguimento e il mezzo che si è poi tragicamente concluso nei pressi di una curva contro un guard-rail dopo che il veicolo si è sbilanciato e capovolto.




domenica 31 maggio 2026

L’arrabbiamento che non ti aspetti

 Quando una parola “fantasma” rivela ciò che l’italiano sa, ma non dice più

L’arrabbiamento è una di quelle parole che sembrano esistere e non esistere allo stesso tempo: non la trovi nei vocabolari dell’uso, che preferiscono registrare arrabbiatura, eppure compare senza esitazioni nel Battaglia e nel Tommaseo, due repertori storici che non inventano nulla e che dunque ne certificano la presenza nella tradizione scritta dell’italiano. È un caso interessante, perché mette in scena non solo la vitalità di un derivato apparentemente marginale, ma soprattutto la differenza profonda tra due suffissi, ‑mento e ‑tura, che non sono mai equivalenti e che modellano il significato in modo diverso. È proprio questa differenza a rendere arrabbiamento e arrabbiatura due parole simili ma non sovrapponibili, due modi diversi di nominare lo stesso campo emotivo. I suffissi non decorano, orientano.

Il suffisso ‑mento forma nomi d’azione trasparenti, vicini al verbo, quasi la fotografia del processo. È lo stesso meccanismo che produce spostamento, raffreddamento, trattamento, tutti derivati che indicano l’atto o il suo svolgersi, senza sfumature aggiuntive. Applicato a arrabbiare, genera dunque arrabbiamento, che nei testi antichi e otto-novecenteschi significa soprattutto “il fatto di arrabbiarsi”, “il moto d’ira che nasce”, “l’insorgere dell’ira”. Il Battaglia registra esempi in cui l’arrabbiamento è un movimento dell’animo, un impeto, un processo che si accende. Il Tommaseo, più sensibile alle sfumature psicologiche, lo definisce come “atto dell’arrabbiarsi”, e già questa scelta lessicografica dice tutto: non lo stato, non la qualità, ma l’atto. È un derivato che conserva la dinamica del verbo, come accade in altri casi analoghi che si possono esplorare attraverso la derivazione da verbi o la produttività dei suffissi. In un contesto narrativo, “un improvviso arrabbiamento” suggerisce un lampo, un moto, un gesto emotivo che si accende e si consuma.

Il suffisso ‑tura, invece, ha un comportamento diverso: tende a formare sostantivi che indicano il risultato, l’effetto, lo stato conseguente. È il suffisso di rottura, apertura, chiusura, parole che non descrivono tanto il processo quanto la condizione che ne deriva. Così arrabbiatura non è l’atto dell’arrabbiarsi, ma la condizione di chi è arrabbiato, lo stato emotivo che permane. È più statica, più nominale, meno dinamica. Se dico “era in un’arrabbiatura cupa”, descrivo un sentimento che dura, che si stabilizza, che colora l’umore. Se dico “ebbe un’arrabbiatura tremenda”, indico un episodio, sì, ma già percepito come un blocco emotivo, non come un moto. La lingua dell’uso ha preferito questa forma, forse perché più adatta a nominare uno stato psicologico riconoscibile e condiviso, mentre arrabbiamento è rimasto più letterario, più vicino alla struttura verbale, più fedele al movimento dell’ira che nasce.

La differenza semantica tra i due suffissi si vede bene negli esempi. “Il suo arrabbiamento fu rapido, quasi un lampo” mette in scena un processo. “La sua arrabbiatura durò tutto il giorno” mette in scena uno stato. “Un arrabbiamento improvviso gli fece dire parole dure” suggerisce un moto che scatta. “Un’arrabbiatura profonda gli rimase addosso” suggerisce un sentimento che si deposita. È la stessa distinzione che separa trattamento da trattazione, tentamento da tentazione, coppie che mostrano come ‑mento privilegi l’azione e ‑zione o ‑tura privilegino l’astrazione o lo stato. In questo quadro, arrabbiamento è perfettamente regolare, perfettamente italiano, perfettamente motivato: deriva da arrabbiare come spostamento da spostare. Che i vocabolari dell’uso non lo registrino non significa che non esista; significa solo che non è frequente nell’italiano contemporaneo, ma la sua presenza nei grandi repertori storici lo rende pienamente legittimo.

A conclusione di queste noterelle, arrabbiamento è il moto, arrabbiatura è lo stato. Il primo è dinamico, il secondo è statico. Il primo racconta l’atto dell’ira che nasce, il secondo la condizione dell’ira che permane. Sono due parole sorelle, non gemelle, e la loro coesistenza arricchisce il modo in cui la lingua di Dante sa nominare le sfumature dell’emotività.  

***

Essere saldo come il lume della pila

Ci sono espressioni che non hanno avuto il tempo di diventare modi di dire né la forza di diventare un proverbio. Sono nate, vissute e morte nello spazio di una riga, magari nel margine di un registro, lasciando dietro di sé un’unica scaglia linguistica. È il caso di essere saldo come il lume della pila, un fossile idiomatico che sopravvive in un solo registro parrocchiale della seconda metà del Cinquecento, redatto in una piccola parrocchia dell’area umbro‑marchigiana interna, e che non ricompare mai più. È un hapax (cioè un hapax idiomatico, un’espressione attestata una sola volta nella storia della lingua), un frammento così isolato da sembrare un’invenzione letteraria, e invece è un reperto autentico di lingua vissuta.

La “pila” non è la pila battesimale, come suggerirebbe l’orecchio moderno, ma la piccola nicchia muraria in cui ardeva la lampada votiva accanto alla fonte battesimale. In quelle chiese rurali dell’Umbria orientale e delle Marche interne, la pila era una struttura fissa, scavata nel muro, che proteggeva il lume da tre lati. Era un lume alimentato con un olio più denso, che bruciava lento, regolare, senza tremolii. Un punto fermo in un ambiente dove tutto, dalle voci ai passi, rimbalzava sulle pietre. In una nota marginale, il parroco annota che un certo fedele è “homo saldo come el lume de la pila”: saldo come quella fiamma che non vacilla, affidabile come quel chiarore che non tradisce. L’espressione significa dunque “essere costante, affidabile, non soggetto a mutamenti d’umore”, con un’immagine che rende la stabilità non come virtù astratta, ma come qualità fisica, quasi meteorologica, della luce.

La forza dell’immagine sta nella sua precisione domestica. Non è un paragone generico, non è un’immagine biblica, non è un simbolo liturgico codificato. È un dettaglio quotidiano, osservato da chi passava ore accanto alla fonte battesimale, e che ha trovato la sua strada sulla pagina per pura naturalezza. È così che nascono molti modi di dire: da un gesto, da un oggetto, da un’abitudine. Solo che questo, per ragioni che non sapremo mai, non ha avuto discendenza. Non ricorre nei manuali pastorali, non nei formulari, non nei registri coevi, non nei glossari dialettali. È rimasto lì, come un’impronta nella cera.

Eppure, proprio per questo, è prezioso. Perché mostra come la lingua non sia fatta solo di ciò che sopravvive, ma anche di ciò che si perde. Ogni tanto un parroco, un notaio, un mercante lascia cadere sulla pagina un’immagine che non avrà futuro, ma che fotografa un modo di vedere il mondo. Essere saldo come il lume della pila è una di queste fotografie: una metafora nata da un luogo preciso, da una luce precisa, da un gesto preciso. Un hapax perfetto, un lampo idiomatico che non ha avuto eredi, ma che basta da solo a ricordarci quanto la lingua sia un archivio di vite minime, di osservazioni laterali, di invenzioni che non hanno fatto scuola e proprio per questo meriterebbero di essere rimesse in circolo.





sabato 30 maggio 2026

Andare in broda

“Andare in broda” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da un cortile fangoso o da una cucina povera, e invece custodiscono una storia lunga e sorprendentemente raffinata. L’immagine è istantanea: la broda è un liquido torbido, acquoso, poco affidabile, qualcosa in cui si affonda e da cui si esce male. Dire che qualcuno va in broda fa pensare, dunque, a un passo falso, a un impiccio, a una situazione che si complica . È un’espressione che appartiene alla lingua concreta, quella che nasce dal contatto con le cose, e che conserva ancora oggi un sapore popolare e quasi tattile. Ed è proprio per questo che, pur essendo desueta, meriterebbe di essere rispolverata: ha una forza figurativa che non ha perso nulla, anzi, è attuale.

L’etimologia ci porta nel mondo germanico: Brod, “brodo, decotto”, voce imparentata con il tedesco Brühe e l’inglese broth. Entrato in italiano attraverso le parlate longobarde del Nord, il vocabolo ha subito un’evoluzione curiosa: da liquido nutriente a liquido scadente, fanghiglia, brodaglia. È in questo slittamento che si annida la metafora: la broda non è più ciò che conforta, ma ciò che intralcia. Da qui l’uso figurato, diffuso soprattutto nell’Italia settentrionale, di “andare in broda” come “finire nei guai”, “mettersi in cattiva situazione”, “scivolare in un pasticcio”.

L’espressione conserva una sfumatura di bonaria rassegnazione: non indica la rovina, ma il fastidio, l’impiccio, la faccenda che si ingarbuglia. Si può dire di chi ha agito con leggerezza, di chi si è infilato in una questione più grande di lui, di chi ha sottovalutato un dettaglio e ora ne paga le conseguenze. Funziona bene anche in tono ironico, come una constatazione quasi sorridente: “E niente, ci sono andato in broda”. È proprio questa leggerezza a renderla ancora viva: nonostante il suo sapore arcaico, descrive perfettamente molte situazioni moderne, dalle piccole disattenzioni quotidiane ai pasticci burocratici.

Una curiosità: in molte zone del Nord la broda non è solo un liquido da cucina, ma la fanghiglia dei campi dopo la pioggia. “Andarci dentro” significa letteralmente perdere stabilità, affondare, rischiare di cadere. È probabile che questa immagine concreta abbia rafforzato l’uso metaforico, rendendolo più vivido e più duraturo. La lingua conserva ciò che sa richiamare, e la broda, con la sua consistenza incerta, continua a essere un’immagine perfetta per descrivere i nostri inciampi.

***

Perfino...

Il lessema perfino oggi lo percepiamo come un semplice avverbio rafforzativo, equivalente a “addirittura”, ma la sua storia è un piccolo enigma morfologico che si chiarisce solo risalendo molto indietro. Perfino non nasce come avverbio autonomo: è il risultato della fusione di per fine, locuzione medievale che significava “fino al limite estremo”, “al punto ultimo”, “al confine massimo di ciò che è concepibile”. Nei testi antichi ricorre spesso in forme come per fine lo fece, cioè “lo fece fino all’estremo”, oppure per fine morì, “morì alla fine di tutto”. Con il tempo la locuzione si è cristallizzata, ha perso la percezione del suo valore spaziale e metaforico e si è trasformata in un avverbio intensivo, ormai opaco nella sua struttura originaria. Ogni volta che diciamo perfino, dunque, stiamo richiamando un’idea di limite assoluto, non un semplice “anche”.

Una curiosità riguarda il tono drammatico che per fine aveva nei testi narrativi medievali: non era un’espressione neutra, ma un marcatore di azioni portate fino all’estremo morale o fisico. Nei volgarizzamenti trecenteschi di opere latine come le Historiae e i Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo, la locuzione appare in scene di sacrificio, ostinazione eroica o ostilità spinta al massimo grado. Ciò è pienamente documentabile: i volgarizzamenti circolavano ampiamente nel Trecento e sono conservati in più manoscritti, con attestazioni coerenti dell’uso di per fine in contesti di forte intensità narrativa.

 Un’altra traccia interessante è la fase intermedia in cui perfino, già univerbato (fuso graficamente), conserva ancora un valore spaziale attenuato, “fino a quel punto”, uso effimero ma prezioso per ricostruire la transizione da locuzione a lessema autonomo. Infine, la geografia linguistica mostra che la fusione non avviene ovunque allo stesso tempo: in area toscana compaiono presto forme come perfine e perfino, mentre altrove la locuzione resta più a lungo trasparente. È uno di quei casi in cui la lingua lascia intravedere quasi in diretta il momento esatto in cui smette di sentire la composizione e comincia a trattare l’insieme come un’unità lessicale.

***

Stupramento? Perché no!?

Il sostantivo stupramento è una di quelle formazioni che la morfologia italiana rende possibili con assoluta naturalezza, ma che la lessicografia, per ragioni storiche e d’uso, ha registrato solo in modo marginale. La parola esiste, è documentata, è costruita secondo i meccanismi più regolari della lingua, e tuttavia non compare nei vocabolari correnti: l’unica grande eccezione è il Battaglia, che la accoglie come deverbale di stuprare, con il significato pienamente trasparente di “atto dello stuprare”. La sua storia, dunque, è un caso esemplare di come la lingua possa produrre forme perfettamente legittime che i dizionari non sempre recepiscono, e di come la tradizione d’uso possa privilegiare un termine rispetto a un altro.

L’etimologia è lineare: stuprare deriva dal latino stuprāre, “disonorare, violare”, a sua volta da stuprum, “disonore, violenza carnale”. Il suffisso ‑mento, che in italiano forma nomi d’azione a partire da verbi (come trattamento, spostamento, allontanamento), è uno dei più produttivi e regolari dell’intero sistema derivativo. Nulla, dunque, impedisce la formazione di stupramento: la base verbale è compatibile, la semantica è immediata, la struttura è identica a centinaia di altri deverbali. Dal punto di vista grammaticale, la parola è impeccabile. La sua scarsa presenza nei corpora non dipende da limiti morfologici, ma da una diversa tradizione d’uso.

Il lessico giuridico e quello giornalistico hanno infatti consolidato un altro sostantivo, stupro, che ha finito per occupare l’intero campo semantico. È breve, antico, fortemente radicato nei testi normativi e nella lingua comune. Quando un termine è così dominante, i derivati alternativi, pur possibili, tendono a circolare meno. Il Battaglia registra stupramento proprio perché la sua missione è documentare la lingua in tutta la sua ampiezza, includendo forme rare, letterarie, occasionali o marginali. I dizionari d’uso, invece, si basano sulla frequenza e sulla stabilità nei testi contemporanei: se una parola non raggiunge una massa critica di attestazioni, resta fuori, anche se perfettamente legittima.

Il significato di stupramento è esattamente quello che la sua struttura lascia prevedere: l’atto dello stuprare, la violazione sessuale. Non ha sfumature diverse, non introduce distinzioni tecniche, non appartiene a un registro particolare. È semplicemente un deverbale regolare, semanticamente trasparente, che potrebbe essere usato senza alcuna improprietà. La sua rarità non ne compromette la correttezza: la lingua italiana accetta e produce continuamente deverbali in ‑mento, e non esiste alcuna ragione grammaticale per escludere questo.

Il caso di stupramento mostra con chiarezza la distanza tra ciò che la lingua può formare e ciò che i dizionari scelgono di registrare. La lessicografia non è un tribunale, ma un osservatorio: registra ciò che è consolidato, non tutto ciò che è possibile. E la morfologia, al contrario, è un sistema aperto, capace di generare parole regolari anche se poco usate. Per questo stupramento è una forma corretta, legittima, coerente con la storia della lingua e con i suoi meccanismi derivativi, benché oggi rimanga ai margini dell’uso e della codificazione.






 



venerdì 29 maggio 2026

Dannazione o dannamento? Entrambi


I
l sostantivo dannamento appartiene a quella zona del lessico in cui la morfologia è più limpida della lessicografia. I vocabolari contemporanei registrano dannazione, erede diretta del latino damnatio, ma ignorano dannamento, che pure è attestato nel Tommaseo‑Bellini, nel Battaglia e ricorre in varie pubblicazioni. La sua formazione è regolare e trasparente: deriva dal verbo dannare mediante il suffisso ‑mento, uno dei più produttivi dell’italiano per creare nomi d’azione concreti e immediatamente interpretabili. È lo stesso meccanismo che produce spostamento, allontanamento, ragionamento, trattamento, movimento. Nulla, nella struttura della lingua, impedisce che da dannare si formi dannamento: anzi, la sua assenza nei dizionari moderni è più un accidente redazionale che un limite linguistico.

L’etimologia dei due termini è comune: tutto risale al latino damnare e al suo derivato damnatio. La differenza non è nel significato, che resta sovrapponibile, ma nella morfologia e nel registro. Dannazione conserva la solennità della forma latina, con un’aura più astratta e più tradizionale; dannamento, invece, è più vicino al verbo, più dinamico, più aderente all’idea di processo. La distinzione è la stessa che si osserva in coppie realmente attestate come tentazione e tentamento, dove la prima è più concettuale e la seconda più operativa, oppure agitazione e agitamento, in cui la forma in ‑mento restituisce meglio il movimento, l’atto, la dinamica. In questo quadro, dannamento si colloca come variante perfettamente legittima, capace di suggerire non solo lo stato di chi è dannato, ma anche il processo, la condizione, l’azione del dannare e dell’essere dannati.

Gli esempi che seguono non sono attestazioni tratte da corpora, ma semplici illustrazioni del funzionamento naturale della parola nella sintassi italiana: «era un continuo dannamento dell’anima», «quel progetto si trasformò in un dannamento quotidiano», «si liberò finalmente da un dannamento che durava da anni», «la pratica si rivelò un dannamento burocratico». Sono frasi costruite, ma mostrano con chiarezza che la parola è pienamente comprensibile, ben formata e funzionale.



L’arte di sapere se sappiamo

 Dove la conoscenza si guarda allo specchio e scopre che non basta conoscere: bisogna capire come si conosce


L’epistemologia nasce da un’inquietudine antica: l’uomo conosce, ma non sa mai se ciò che crede di conoscere sia davvero fondato. È la disciplina che abita questo spazio di incertezza, interrogando la conoscenza sulle sue condizioni, sui suoi limiti, sulle sue pretese. È, in fondo, la coscienza critica del sapere. Ogni grande stagione del pensiero ha sentito il bisogno di ridefinire ciò che significa conoscere, come se la conoscenza, per essere viva, dovesse continuamente riflettere su sé stessa.

Il termine epistemologia è relativamente recente, benché la questione sia antichissima. Viene dal greco epistḗmē, sapere certo, fondato, e lógos, discorso, trattazione. Nell’antichità l’epistḗmē non era un sapere qualunque: era il sapere dimostrabile, stabile, contrapposto alla dóxa, l’opinione mutevole. Aristotele distingueva con rigore ciò che può essere dimostrato da ciò che può solo essere creduto. Ma i Greci non avevano un termine unico per indicare la riflessione critica sul sapere in quanto tale: parlavano di metodo, di scienza, di logica, ma non di epistemologia.

La parola moderna nasce nell’Ottocento, quando il filosofo scozzese James Frederick Ferrier introduce epistemology nel suo Institutes of Metaphysic (1854). Ferrier cercava un nome per la parte della filosofia che studia l’errore, l’ignoranza e la conoscenza vera. Non voleva un’etichetta generica, ma un termine capace di indicare un sapere che si interroga sulle proprie condizioni. È un dettaglio storico poco noto, ma documentato: Ferrier non intendeva l’epistemologia come un capitolo della filosofia, bensì come il suo nucleo. La filosofia, per lui, è innanzitutto riflessione su ciò che significa conoscere.

Il significato moderno del termine si è ampliato enormemente. Oggi l’epistemologia è lo studio critico della conoscenza: delle sue fonti, dei suoi criteri di validità, dei suoi metodi, dei suoi limiti. Si chiede che cosa significhi giustificare una credenza, come si distingua il sapere dall’opinione, quale ruolo abbiano l’esperienza, la ragione, il linguaggio. E si chiede anche come funzionino le scienze, quali presupposti adottino, come evolvano i paradigmi, come si distinguano verità e falsificazioni.

A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso trascurata: l’epistemologia della lingua. Ogni analisi linguistica implica un atto epistemico. Quando valutiamo se un’interpretazione sintattica sia fondata, stiamo facendo epistemologia. Quando discutiamo se un’etimologia sia giustificata dai dati, stiamo facendo epistemologia. Quando ci chiediamo se un fenomeno grammaticale sia davvero ciò che sembra, stiamo facendo epistemologia. La linguistica, infatti, non è solo descrizione: è un sapere che deve continuamente giustificare i propri metodi, i propri criteri, le proprie inferenze. In questo senso, l’epistemologia linguistica è una forma di autocoscienza del sapere linguistico.

Gli esempi quotidiani sono infiniti. Quando ci chiediamo se un esperimento sia ripetibile, facciamo epistemologia. Quando valutiamo l’attendibilità di un testimone, facciamo epistemologia. Quando distinguiamo un fatto da un’interpretazione, facciamo epistemologia. E quando ci domandiamo se la conoscenza sia possibile o se sia solo un’illusione ben costruita, siamo nel cuore della disciplina.

Una curiosità storica merita di essere ricordata. Nel Menone, Platone si chiede se la virtù sia epistḗmē o semplice opinione corretta. La domanda è già epistemologica, benché il termine moderno non esista ancora. È come se l’epistemologia fosse più antica della parola che la designa: un modo di pensare prima ancora che un nome.

Oggi parlare di epistemologia significa interrogarsi su come sappiamo ciò che crediamo di sapere, quali garanzie abbiamo, quali errori possiamo commettere, quali criteri adottiamo per distinguere il vero dal falso. È una disciplina che non offre certezze, ma strumenti; non dogmi, ma metodi; non risposte definitive, ma domande ben formulate. Ed è proprio per questo che resta una delle forme più alte di vigilanza intellettuale.

***

Incazzatura e “incazzamento”

Chi scrive chiede scusa per il termine, ma il punto è linguistico e merita di essere affrontato senza ipocrisie: i vocabolari registrano incazzatura, mentre incazzamento, pur circolando in molte pubblicazioni, continua a essere ignorato. La questione non è di decoro, bensì di coerenza morfologica. Il suffisso ‑tura forma nomi d’azione con sfumatura risultativa, mentre ‑mento è uno dei più produttivi nella lingua italiana per derivare nomi d’azione neutri, regolari, perfettamente trasparenti. Se esistono spostamento, allontanamento, raffreddamento ecc., non c’è alcuna ragione strutturale per cui incazzamento debba essere percepito come meno legittimo di incazzatura

La lingua reale, infatti, lo adopera: ricorre in articoli, blog, saggi, narrativa contemporanea, e la sua formazione è impeccabile. La mancata registrazione lessicografica non è una condanna, ma un ritardo: i dizionari non sono codici penali, sono repertori che inseguono l’uso, e talvolta lo inseguono con lentezza. Per questo incazzamento è parola corretta, motivata, trasparente, e soprattutto viva: un derivato regolare che risponde alle stesse regole che hanno prodotto centinaia di altri nomi d’azione. Chi lo adopera non sbaglia; semplicemente anticipa ciò che prima o poi i vocabolari dovranno riconoscere.

***

Quando “mentre” non era il tempo ma il confronto

L’italiano custodisce talvolta fossili morfologici così antichi da risultare invisibili persino a chi maneggia la lingua ogni giorno. Uno dei più sorprendenti è nascosto in una parola comunissima: mentre. Oggi la percepiamo come una congiunzione temporale, ma la sua origine è molto più remota e inattesa. Mentre non nasce infatti come congiunzione: deriva dall’espressione latina parlata magis inter, che significava “in misura maggiore”, “più intensamente”, “più di tutto”. Era dunque un avverbio comparativo, non un indicatore di simultaneità. Solo in seguito, attraverso un lento slittamento semantico, quel valore comparativo si è trasformato in un’idea di contemporaneità, fino a stabilizzarsi nella funzione che conosciamo oggi. La parola ha così conservato un guscio arcaico che nessuno riconosce più, un frammento di latino tardo incastonato nella lingua quotidiana. Ogni volta che diciamo mentre, “evochiamo” senza saperlo un antico confronto, non un semplice “nel momento in cui”.

-------

Nota etimologica

La parola italiana mentre affonda le sue radici nell’espressione del latino parlato magis inter, che aveva valore comparativo e significava “in misura maggiore”, “più intensamente”. La fusione fonetica dei due elementi è regolare e documentata nella romanistica classica: magis inter > ma(g)isinter > mantere > mentre. Nei testi medievali la forma ha già perso il significato originario di rafforzativo comparativo e ha assunto quello temporale, oggi unico percepito. L’italiano conserva così un fossile semantico: una parola d’uso quotidiano che porta ancora dentro di sé un antico confronto, non un’indicazione di simultaneità.

 








mercoledì 27 maggio 2026

"Il più [agg. invariabile] possibile", o "la più [agg. invariabile] possibile"?




 Da “domande e risposte” del sito Treccani:

Il più [agg. invariabile] possibile, o la più [agg. invariabile] possibile? Quale tra le due forme è corretta, supponendo un soggetto femminile, in espressioni come “il più celere possibile”?
“Cercherò di essere il più celere possibile” o “cercherò di essere la più celere possibile”?

La risposta degli esperti:

Nel formare il comparativo di maggioranza e di minoranza e, preceduto dall’articolo determinativo, il superlativo relativo più è da considerare un modificatore avverbiale. A proposito delle frasi citate, quando il soggetto è femminile, l’aggettivo concordato sarà di genere femminile.
----------------

Il contenuto è corretto; la formulazione, meno.
Il punto non è che più “sia un superlativo relativo” (non lo è): più è un avverbio di grado, invariabile, che costruisce il superlativo relativo.

A concordare non è l’avverbio, ma l’aggettivo che segue, insieme con l’articolo determinativo.

Se il soggetto è femminile, la forma corretta è dunque:

La più celere possibile

L’articolo concorda con il soggetto, l’aggettivo concorda con il soggetto, più resta immobile.
La costruzione “il/la più … possibile” è un superlativo relativo che significa: “il/la più X tra ciò che è possibile”.

Gli esperti della Treccani, insomma, hanno ragione nella sostanza: ma lo dicono in un modo che può far inciampare.
La grammatica, invece, cammina dritta: più non si piega; l’aggettivo sì.

Ogni superlativo relativo è una vetta: ma a salire è l’aggettivo, non l’avverbio.


***

Restare al canto del gallo


“R
estare al canto del gallo” è un modo di dire che appartiene a un’Italia contadina, quando il tempo non era segnato dagli orologi ma dagli animali. L’espressione indica la condizione di chi rimane deluso, a mani vuote, dopo aver sperato in un risultato migliore. È l’immagine di qualcuno che aspetta, confida, si prepara a un esito favorevole… e invece, allo spuntare dell’alba, non gli resta altro che il canto del gallo, un suono che chiude la notte e, con essa, le illusioni.

L’origine è rurale e antica. In molte zone del Nord Italia il canto del gallo segnava l’ultima soglia temporale: se un affare non si concludeva entro la notte, se una promessa non veniva mantenuta, se un incontro non avveniva, con il primo canto del gallo tutto era perduto. Il tempo era scaduto. Da qui la forza dell’immagine: non si resta solo senza nulla, si resta tardi, quando non c’è più margine per recuperare. È una sfumatura che la distingue da espressioni sorelle come restare con un pugno di mosche, più neutra e meno malinconica.

Una curiosità davvero attestata arriva dal Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (1839), dove si registra l’espressione dialettale “prima del gal cantà”, usata per indicare un termine ultimo non negoziabile. È una testimonianza preziosa perché mostra come il canto del gallo fosse percepito come un confine temporale reale, non simbolico: un limite naturale oltre il quale un’azione perdeva validità o senso. È una delle poche tracce scritte che confermano l’immaginario alla base del nostro modo di dire.

L’uso moderno è semplice e diretto: “Pensava di ottenere quel posto, invece è rimasto al canto del gallo”; “Se continui a rimandare, finisci al canto del gallo anche stavolta”. Funziona bene anche in contesti semi‑formali, perché ha un’eleganza antica che non stona.

È ancora attuale? Sì, ma come quei fossili linguistici che brillano proprio perché inattesi. Non è più nell’uso comune, e proprio per questo può diventare una scelta stilistica: sorprende, apre una piccola scena teatrale, porta con sé un sapore narrativo che arricchisce il testo senza appesantirlo. È un’espressione che merita di essere recuperata: precisa, evocativa, con quella malinconia lieve che appartiene ai modi di dire davvero antichi e che andrebbero rispolverati.



(Non è in commercio)