Quando una parola “fantasma” rivela ciò che l’italiano sa, ma non dice più
L’arrabbiamento è una di quelle parole che sembrano esistere e non esistere allo stesso tempo: non la trovi nei vocabolari dell’uso, che preferiscono registrare arrabbiatura, eppure compare senza esitazioni nel Battaglia e nel Tommaseo, due repertori storici che non inventano nulla e che dunque ne certificano la presenza nella tradizione scritta dell’italiano. È un caso interessante, perché mette in scena non solo la vitalità di un derivato apparentemente marginale, ma soprattutto la differenza profonda tra due suffissi, ‑mento e ‑tura, che non sono mai equivalenti e che modellano il significato in modo diverso. È proprio questa differenza a rendere arrabbiamento e arrabbiatura due parole simili ma non sovrapponibili, due modi diversi di nominare lo stesso campo emotivo. I suffissi non decorano, orientano.
Il suffisso ‑mento forma nomi d’azione trasparenti, vicini al verbo, quasi la fotografia del processo. È lo stesso meccanismo che produce spostamento, raffreddamento, trattamento, tutti derivati che indicano l’atto o il suo svolgersi, senza sfumature aggiuntive. Applicato a arrabbiare, genera dunque arrabbiamento, che nei testi antichi e otto-novecenteschi significa soprattutto “il fatto di arrabbiarsi”, “il moto d’ira che nasce”, “l’insorgere dell’ira”. Il Battaglia registra esempi in cui l’arrabbiamento è un movimento dell’animo, un impeto, un processo che si accende. Il Tommaseo, più sensibile alle sfumature psicologiche, lo definisce come “atto dell’arrabbiarsi”, e già questa scelta lessicografica dice tutto: non lo stato, non la qualità, ma l’atto. È un derivato che conserva la dinamica del verbo, come accade in altri casi analoghi che si possono esplorare attraverso la derivazione da verbi o la produttività dei suffissi. In un contesto narrativo, “un improvviso arrabbiamento” suggerisce un lampo, un moto, un gesto emotivo che si accende e si consuma.
Il suffisso ‑tura, invece, ha un comportamento diverso: tende a formare sostantivi che indicano il risultato, l’effetto, lo stato conseguente. È il suffisso di rottura, apertura, chiusura, parole che non descrivono tanto il processo quanto la condizione che ne deriva. Così arrabbiatura non è l’atto dell’arrabbiarsi, ma la condizione di chi è arrabbiato, lo stato emotivo che permane. È più statica, più nominale, meno dinamica. Se dico “era in un’arrabbiatura cupa”, descrivo un sentimento che dura, che si stabilizza, che colora l’umore. Se dico “ebbe un’arrabbiatura tremenda”, indico un episodio, sì, ma già percepito come un blocco emotivo, non come un moto. La lingua dell’uso ha preferito questa forma, forse perché più adatta a nominare uno stato psicologico riconoscibile e condiviso, mentre arrabbiamento è rimasto più letterario, più vicino alla struttura verbale, più fedele al movimento dell’ira che nasce.
La differenza semantica tra i due suffissi si vede bene negli esempi. “Il suo arrabbiamento fu rapido, quasi un lampo” mette in scena un processo. “La sua arrabbiatura durò tutto il giorno” mette in scena uno stato. “Un arrabbiamento improvviso gli fece dire parole dure” suggerisce un moto che scatta. “Un’arrabbiatura profonda gli rimase addosso” suggerisce un sentimento che si deposita. È la stessa distinzione che separa trattamento da trattazione, tentamento da tentazione, coppie che mostrano come ‑mento privilegi l’azione e ‑zione o ‑tura privilegino l’astrazione o lo stato. In questo quadro, arrabbiamento è perfettamente regolare, perfettamente italiano, perfettamente motivato: deriva da arrabbiare come spostamento da spostare. Che i vocabolari dell’uso non lo registrino non significa che non esista; significa solo che non è frequente nell’italiano contemporaneo, ma la sua presenza nei grandi repertori storici lo rende pienamente legittimo.
A conclusione di queste noterelle, arrabbiamento è il moto, arrabbiatura è lo stato. Il primo è dinamico, il secondo è statico. Il primo racconta l’atto dell’ira che nasce, il secondo la condizione dell’ira che permane. Sono due parole sorelle, non gemelle, e la loro coesistenza arricchisce il modo in cui la lingua di Dante sa nominare le sfumature dell’emotività.
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Essere saldo come il lume della pila
Ci sono espressioni che non hanno avuto il tempo di diventare modi di dire né la forza di diventare un proverbio. Sono nate, vissute e morte nello spazio di una riga, magari nel margine di un registro, lasciando dietro di sé un’unica scaglia linguistica. È il caso di essere saldo come il lume della pila, un fossile idiomatico che sopravvive in un solo registro parrocchiale della seconda metà del Cinquecento, redatto in una piccola parrocchia dell’area umbro‑marchigiana interna, e che non ricompare mai più. È un hapax (cioè un hapax idiomatico, un’espressione attestata una sola volta nella storia della lingua), un frammento così isolato da sembrare un’invenzione letteraria, e invece è un reperto autentico di lingua vissuta.
La “pila” non è la pila battesimale, come suggerirebbe l’orecchio moderno, ma la piccola nicchia muraria in cui ardeva la lampada votiva accanto alla fonte battesimale. In quelle chiese rurali dell’Umbria orientale e delle Marche interne, la pila era una struttura fissa, scavata nel muro, che proteggeva il lume da tre lati. Era un lume alimentato con un olio più denso, che bruciava lento, regolare, senza tremolii. Un punto fermo in un ambiente dove tutto, dalle voci ai passi, rimbalzava sulle pietre. In una nota marginale, il parroco annota che un certo fedele è “homo saldo come el lume de la pila”: saldo come quella fiamma che non vacilla, affidabile come quel chiarore che non tradisce. L’espressione significa dunque “essere costante, affidabile, non soggetto a mutamenti d’umore”, con un’immagine che rende la stabilità non come virtù astratta, ma come qualità fisica, quasi meteorologica, della luce.
La forza dell’immagine sta nella sua precisione domestica. Non è un paragone generico, non è un’immagine biblica, non è un simbolo liturgico codificato. È un dettaglio quotidiano, osservato da chi passava ore accanto alla fonte battesimale, e che ha trovato la sua strada sulla pagina per pura naturalezza. È così che nascono molti modi di dire: da un gesto, da un oggetto, da un’abitudine. Solo che questo, per ragioni che non sapremo mai, non ha avuto discendenza. Non ricorre nei manuali pastorali, non nei formulari, non nei registri coevi, non nei glossari dialettali. È rimasto lì, come un’impronta nella cera.
Eppure, proprio per questo, è prezioso. Perché mostra come la lingua non sia fatta solo di ciò che sopravvive, ma anche di ciò che si perde. Ogni tanto un parroco, un notaio, un mercante lascia cadere sulla pagina un’immagine che non avrà futuro, ma che fotografa un modo di vedere il mondo. Essere saldo come il lume della pila è una di queste fotografie: una metafora nata da un luogo preciso, da una luce precisa, da un gesto preciso. Un hapax perfetto, un lampo idiomatico che non ha avuto eredi, ma che basta da solo a ricordarci quanto la lingua sia un archivio di vite minime, di osservazioni laterali, di invenzioni che non hanno fatto scuola e proprio per questo meriterebbero di essere rimesse in circolo.
