mercoledì 6 maggio 2026

Ripartire: il verbo che si muove e che divide

 


Ci sono verbi che sembrano semplici e invece custodiscono due anime. Ripartire è uno di questi: da un lato significa “partire di nuovo”, dall’altro “dividere, distribuire”. Due significati lontani, eppure perfettamente coerenti con la storia del sintagma. È un verbo che si muove su due binari: quello del movimento e quello della suddivisione. E proprio questa duplicità lo rende interessante, vivo, ricco di sfumature che l’uso quotidiano spesso dà per scontate.

L’etimologia è limpida: ripartire nasce dal latino re‑partire, cioè “partire di nuovo” ma anche “partire di nuovo in senso distributivo”, perché partire in latino significava sia “separare” sia “mettersi in cammino”. Il prefisso re‑ non indica soltanto la ripetizione, ma anche il ritorno all’azione originaria: dividere ancora, oppure rimettersi in moto. È da questa radice duplice che derivano le due accezioni moderne, entrambe legittime, entrambe storicamente fondate.

Nel primo significato, quello più comune, ripartire indica l’atto di partire una seconda volta, di ricominciare un viaggio, un percorso, un progetto. È il verbo della ripresa, della continuità dopo una pausa, della vita che torna a muoversi. “Dopo la sosta, il treno riparte”; “finito l’intervallo, la lezione riparte”; “dopo un periodo difficile, la squadra riparte con nuove energie”. In tutti questi casi, il verbo porta con sé un’idea di slancio, di rinnovamento, di movimento che riprende. È un verbo ottimista, quasi narrativo: ogni ripartenza è una storia che ricomincia.

Nel secondo significato, meno frequente ma altrettanto corretto, ripartire significa “dividere, distribuire, assegnare in parti”. È l’erede diretto del latino partire, che aveva proprio questo valore. Lo si usa soprattutto in contesti amministrativi, tecnici o giuridici: “Ripartire le spese tra i condomini”; “lo stanziamento va ripartito in tre sezioni”; “i fondi saranno ripartiti secondo criteri di priorità”. Qui il verbo non ha nulla (a) che vedere con il movimento: è un’operazione di equità, di proporzione, di distribuzione ragionata. È un verbo che organizza, che mette ordine, che stabilisce quote.

Le due accezioni convivono senza confondersi perché appartengono a due famiglie semantiche diverse: quella del viaggio e quella della divisione. Eppure condividono un tratto comune: l’idea di un prima e di un dopo. Si riparte quando si era fermi; si ripartisce quando qualcosa era intero e ora deve essere suddiviso. In entrambi i casi, il verbo segna un passaggio, un cambiamento di stato, un gesto che modifica la situazione iniziale.

Gli esempi d’uso chiariscono meglio la distinzione. Nel senso di “partire di nuovo”: “La conferenza riparte alle quindici”; “dopo la pioggia, la partita riparte”; “il progetto riparte con una nuova squadra”. Nel senso di “dividere”: “Occorre ripartire equamente i costi”; “le responsabilità vanno ripartite tra i vari uffici”; “i contributi saranno ripartiti in base al reddito”. Due mondi diversi, un solo verbo, una sola radice.

Ripartire è dunque un verbo bifronte, ma non ambiguo. È preciso, coerente, ben strutturato. E come spesso accade con le parole che hanno una storia lunga, la sua ricchezza non è un ostacolo, ma un vantaggio: permette alla lingua di essere più espressiva, più flessibile, più aderente alla realtà. Perché la vita, in fondo, è fatta di ripartenze e di ripartizioni: si ricomincia e si divide, si torna in cammino e si distribuiscono pesi, risorse, responsabilità. E un verbo che sa dire entrambe le cose è un piccolo strumento di chiarezza.

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Nota etimologica

Dal latino re‑partīre, composto di re‑ (“di nuovo, indietro”) e partīre (“separare, dividere” o “mettersi in cammino”). Il latino partīre aveva già una doppia anima: indicava sia l’atto del dividere in parti, sia quello del muoversi, partire. Il prefisso re‑ ha poi generato due linee evolutive distinte:

  1. re‑partīre → “dividere di nuovo” → ripartire (transitivo: ripartire le spese, i fondi, le responsabilità);

    re‑partīre → “partire di nuovo” → ripartire (intransitivo: ripartire dopo una sosta, ripartire da zero).




martedì 5 maggio 2026

Quando una lettera cambia tutto

Dal modo di dire al discorso solenne: la sottile frontiera tra locuzione e allocuzione 

Molte incertezze linguistiche nascono da un dettaglio minimo: una vocale che cambia posto, una consonante che si aggiunge, un prefisso che si insinua. È il caso di locuzione e allocuzione, due termini che condividono un suono ma non la funzione. La prima appartiene alla grammatica viva, quotidiana; la seconda alla retorica e alla solennità dei discorsi ufficiali. Eppure, proprio perché si assomigliano, vengono spesso scambiate, come se fossero varianti della stessa idea. Non lo sono affatto.

Locuzione deriva dal latino locutio, “parlare”, “modo di esprimersi”, da loqui, “dire”. È, in senso tecnico, un gruppo di parole che funziona come un’unità: in breve, a malapena, di punto in bianco, prendere piede, mettere in chiaro. Non è una frase completa, non è un proverbio, non è un’espressione casuale: è un blocco linguistico stabile, riconoscibile, che svolge un ruolo preciso nella frase. Una locuzione può essere avverbiale (a stento), preposizionale (in mezzo a), verbale (venire meno), aggettivale (pieno zeppo). È un mattone della lingua, un modulo pronto all’uso.

Allocuzione, invece, ha un’altra storia. Viene dal latino allocutio, “rivolgersi a qualcuno con un discorso”, formato da ad- (“verso”) e loqui (“parlare”). È dunque un parlare rivolto a, un discorso indirizzato a un pubblico preciso. Non è un modo di dire: è un atto. L’allocuzione è tipica dei contesti solenni, istituzionali, religiosi o cerimoniali. L’esempio più noto è l’allocuzione papale: un intervento formale, strutturato, destinato a un’assemblea. Ma può essere anche l’allocuzione di un presidente, di un comandante, di un’autorità che prende la parola per orientare, ammonire, incoraggiare.

La differenza, in fondo, è tutta qui: la locuzione è un frammento; l’allocuzione è un discorso. La prima vive nella lingua di tutti; la seconda nella voce di chi parla dall’alto di un ruolo. Dire “una locuzione del Papa” è un errore: il Papa non usa una locuzione, pronuncia un’allocuzione. Dire “un’allocuzione avverbiale” è un altro errore: le allocuzioni non sono pezzi di grammatica, ma atti comunicativi.

C’è un dettaglio curioso: entrambe le parole, pur così diverse, hanno la stessa radice, loqui. È il prefisso a cambiare tutto. Loqui da solo genera il “modo di dire”; ad-loqui genera il “parlare a qualcuno”. È un esempio perfetto di come il latino, con una sola sillaba, sappia trasformare un concetto in un altro, come se la lingua fosse un laboratorio di alchimie minime.

Si potrebbe riassumere così: la locuzione è un ingranaggio; l’allocuzione è un’orazione. E come spesso accade, la chiarezza nasce da una distinzione semplice: le parole non sono simili perché si assomigliano, ma perché fanno lo stesso lavoro. Qui non è così. Qui si assomigliano soltanto. In linguistica, come nella vita, basta una lettera per cambiare direzione.

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Avere il lume in tasca

La piccola fiamma che illumina prima ancora del buio

Avere il lume in tasca è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da un cassetto di legno antico, e invece continuano a descrivere con precisione chirurgica un tratto molto moderno: la prontezza mentale. Il lume è la luce, la chiarezza, la capacità di vedere prima degli altri; la tasca è il luogo in cui questa luce è custodita, pronta a essere tirata fuori al momento giusto. Chi ha il lume in tasca non si lascia sorprendere: capisce al volo, anticipa, scioglie i nodi senza esitazioni. È la persona che, mentre gli altri cercano l’interruttore, ha già acceso la sua piccola lanterna interiore.

L’immagine nasce dal mondo preelettrico, quando il lume era davvero l’unico modo per orientarsi nel buio. Averne uno proprio, addirittura tascabile, significava autonomia, sicurezza, capacità di cavarsela. Da qui il passaggio metaforico è naturale: la luce fisica diventa luce mentale, la fiamma che illumina la strada diventa la lucidità che illumina un problema. Non a caso l’italiano ha sempre associato la luce all’intelligenza: fare luce, vederci chiaro, essere un lume, illuminare una questione. Questo modo di dire si inserisce perfettamente in quella costellazione semantica. 

Nell’uso contemporaneo l’espressione conserva una doppia sfumatura. Da un lato è un complimento: indica chi ha la risposta pronta, chi non si perde, chi porta con sé una chiarezza naturale. Dall’altro può diventare ironica: si può dire che qualcuno “ha il lume in tasca” per suggerire che si atteggia a saputello, che ostenta una sicurezza forse eccessiva. È un equilibrio sottile, che dipende dal tono, dal contesto, dalla complicità tra parlanti.

Nella vita quotidiana funziona benissimo. Si può dire che un collega, durante una riunione, “aveva il lume in tasca” perché risolveva ogni questione con naturalezza; che un amico “ha sempre il lume in tasca” quando si parla di tecnologia; o che un insegnante “tira fuori il lume dalla tasca” quando uno studente si perde. In tutti i casi, la scena è la stessa: qualcuno che non brancola, perché la sua chiarezza è già lì, pronta, come una fiamma tascabile che non si spegne.

La forza di questo modo di dire sta proprio nella sua immagine: concreta, visiva, immediata. Non parla di genialità astratta, ma di un oggetto che si porta con sé. È un’intelligenza che non abbaglia: illumina. E lo fa con la discrezione di un lume che, dalla tasca, sa accendersi al momento giusto.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Ostia

Bomba contro il Lazio store, a Ostia continua la guerra tra clan

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Nel caso non fosse chiaro: si tratta proprio di Ostia

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L'intitolazione

Il centro paralimpico dell’Eur titolato a Alex Zandardi: la proposta che trova tutti d’accordo

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Correttamente: intitolato. Titolato è un aggettivo che si riferisce al possesso di un titolo specifico (nobiliare, accademico o sportivo). Zandardi! Chi era costui?









lunedì 4 maggio 2026

Quando il medico cambia suffisso

 Da chi cura a chi studia: la lingua italiana seziona la medicina meglio di un bisturi


L
a lingua italiana, quando nomina i medici, conserva una distinzione antica che oggi non corrisponde più alla pratica clinica, ma continua a modellare le parole: alcuni specialisti finiscono in ‑iatra, altri in ‑logo. La ragione non è un capriccio: è un fossile linguistico che riflette due modi diversi di concepire la medicina nel mondo greco, da cui ereditiamo entrambi i suffissi. ‑Iatra deriva da iatros, “medico”, e indicava originariamente chi cura la persona nella sua interezza. Non un organo, non un apparato, ma un essere umano in una fase o condizione particolare. Per questo il pediatra non è “il medico dei bambini” nel senso anatomico, ma “colui che cura i bambini”; il geriatra non è “lo specialista dell’apparato anziano”, ma “colui che cura gli anziani”; lo psichiatra non è “lo studioso del cervello”, ma “colui che cura la mente”. In tutte queste figure la lingua percepisce una relazione globale, un prendersi carico dell’individuo più che di una parte del corpo. È una medicina di tipo antropologico, non settoriale.

Il suffisso ‑logo, invece, viene da lógos, “studio, discorso, ragionamento”, e indica chi studia un ambito specifico: un organo, un apparato, un sistema fisiologico. Il cardiologo studia e cura il cuore, il dermatologo la pelle, il nefrologo i reni, il/lo pneumologo i polmoni. Qui la lingua non mette al centro la persona, ma l’oggetto di studio. È una medicina analitica, suddivisa per comparti, come la scienza moderna ha effettivamente organizzato le specializzazioni.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: se ‑iatra significa semplicemente “medico”, perché non usarlo per tutti gli specialisti? Perché non dire dermoiatra, cardioiatra, nefroiatra, pneumoiatra e semplificare il sistema una volta per tutte? La risposta è che la lingua non ragiona per coerenza, ma per inerzia storica. Le parole non si scelgono a tavolino: si ereditano. Pediatra e psichiatra sono entrati nell’italiano quando quelle discipline erano percepite come “medicina della persona”, mentre cardiologo e dermatologo sono arrivati più tardi, in un’epoca in cui la medicina si stava specializzando per apparati. 

Se oggi inventassimo cardioiatra, sembrerebbe un tecnicismo artificiale, quasi una caricatura. La lingua, semplicemente, non lo accetterebbe: non perché sia sbagliato, ma perché è fuori dalla sua storia. È questo il punto: l’italiano non è un sistema progettato, è un organismo che cresce per stratificazioni. E le stratificazioni, per definizione, non sono mai perfettamente simmetriche.

Il risultato è un paradosso elegante: il pediatra e il geriatra sono “‑iatri” perché la loro disciplina è percepita come globale, mentre il cardiologo e il dermatologo sono “‑logi” perché la loro disciplina è percepita come settoriale. Non è la medicina moderna a decidere il suffisso: è la storia della lingua. E la lingua, come sempre, non dimentica.

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Il tempo che gira in tondo: l’arte involontaria di “fare il chioccio”

Quando ci muoviamo senza avanzare e le ore si sbriciolano da sole


C’
è un modo di dire quasi scomparso, che sopravvive come un seme secco nel fondo dei dialetti dell’Italia centrale: fare il chioccio. Significa indugiare, cincischiare, perdere tempo in gesti minimi e ripetuti, come se ogni azione fosse un pretesto per non arrivare mai al punto. È la lentezza inconcludente di chi si attarda, di chi rimanda, di chi si muove ma non procede.

L’immagine nasce dal cortile contadino. La chioccia compie piccoli movimenti circolari, ripete passi brevi, si ferma, riparte, torna indietro. Un’operosità apparente che, a ben vedere, non produce nulla. Da qui la metafora: fare il chioccio è muoversi senza avanzare, agire senza concludere, consumare minuti come briciole sparse.

E oggi? L’espressione, pur rara, descrive con precisione molti comportamenti quotidiani. È fare il chioccio quando apriamo il frigorifero più volte senza decidere cosa mangiare. È fare il chioccio quando passiamo da un’applicazione all’altra del telefono senza iniziare davvero ciò che dovremmo fare. È fare il chioccio quando riordiniamo la scrivania pur di non affrontare una lettera o un compito. È fare il chioccio quando, davanti a una scelta semplice, ci perdiamo in micro‑azioni che sembrano utili ma non portano da nessuna parte.

È un fossile linguistico prezioso. Porta con sé un’Italia fatta di osservazione minuta, di metafore nate dal cortile, di un tempo percepito più che misurato. Recuperarlo significa dare nome a un gesto universale: quell’indugio che tutti conosciamo, quando giriamo attorno a un compito senza affrontarlo davvero. E allora sì: ogni tanto, senza accorgercene, facciamo tutti un po’ il chioccio.

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Dal dattilografo al “picciterista”: evoluzione di una postura digitale


I
l dattilografo era colui che usava la macchina per scrivere, oggi soppiantata – almeno nell’immaginario – dal più moderno computiere (sic!). Sorge allora una domanda inevitabile: come si chiama la persona che lavora con il PC? L’italiano, sorprendentemente, non ha mai prodotto un erede naturale del dattilografo, forse perché il computiere è diventato uno strumento universale, non più legato a una professione specifica. Proprio in questa lacuna si inserisce un neologismo che ha tutte le carte in regola per funzionare: picciterista.

La sua formazione è limpida. La base è l’acronimo PC, pronunciato all’italiana pìcci, da cui deriva il tema picci‑. L'inserimento del gruppo "ter" di raccordo è un meccanismo fonetico tipico di numerosi sostantivi italiani, mentre il suffisso ‑ista è uno dei più produttivi e riconoscibili della nostra morfologia. Il risultato è una parola trasparente, immediatamente interpretabile e perfettamente integrabile nel sistema lessicale: il picciterista è colui che vive, lavora, opera davanti al PC.

A differenza del dattilografo, che designava una professione precisa, il picciterista definisce una condizione contemporanea. Non indica che cosa fai, ma dove la fai: davanti allo schermo. È un nome d’agente centrato sull’oggetto, come automobilista o telefonista, e non descrive una mansione specifica, bensì una pratica quotidiana che comprende scrivere, navigare, programmare, ciattare, compilare, creare, gestire. In un’epoca in cui il PC è diventato il nostro ambiente naturale, picciterista fotografa con precisione la postura digitale del presente. Ha ritmo fonico, colma una lacuna reale e si presta tanto al giornalismo quanto alla divulgazione linguistica.

picciterista s. (m./f.)
Etimologia: da PC, pronunciato pìcci, con adattamento fonetico picci‑, inserimento di raccordo "ter" e suffisso d’agente ‑ista.
Definizione: Persona che utilizza il computer (PC) come strumento principale di lavoro o di attività quotidiana; chi trascorre molte ore davanti al PC per scrivere, operare, navigare o interagire con contenuti digitali.
Datazione: XXI sec., neologismo d’autore.
Nota d’uso: Termine adatto a contesti giornalistici, divulgativi e metalinguistici; non indica una professione specifica, bensì una condizione digitale diffusa.




















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 3 maggio 2026

La pagina non perdona

 Scrivere è sorvegliare: ogni parola deve meritarsi il passaporto


M
olte persone quando incontrano l’espressione “scritto sorvegliato” si chiedono chi mai debba sorvegliarlo: un correttore di bozze (scampato all’eccidio perpetrato dagli editori)? Un direttore editoriale inflessibile? Un’autorità invisibile che controlla ogni parola? La risposta è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più interessante: uno scritto sorvegliato è sorvegliato dall’autore stesso. Non c’è alcun occhio esterno che vigila; c’è la coscienza stilistica di chi scrive, che decide di non lasciare il testo a briglia sciolta, ma di accompagnarlo passo passo, con attenzione e rigore.

Il verbo “sorvegliare” nasce dall’idea del vegliare sopra qualcosa, del tenerlo d’occhio affinché nulla sfugga. Applicato alla scrittura diventa una metafora potente: l’autore che sorveglia il proprio testo è colui che pesa le parole, controlla la sintassi, lima le frasi, elimina le sbavature, evita gli eccessi. Non si tratta di freddo perfezionismo, ma di un atteggiamento vigile, quasi artigianale, che mira a dare alla pagina una forma pulita, precisa, equilibrata. Uno scritto sorvegliato non è uno scritto rigido: è uno scritto in cui la libertà non è improvvisazione, ma scelta consapevole.

Quando un critico parla di stile sorvegliato, sta riconoscendo proprio questo: una cura formale che si percepisce nella misura, nella sobrietà, nella coerenza interna del testo. Le frasi non traboccano, non si sfilacciano, non si gonfiano senza motivo. Ogni elemento sembra essere stato messo al suo posto dopo un lavoro di rifinitura attento. È l’opposto dello scritto “di getto”, lasciato com’è venuto, con le sue asperità e i suoi slanci incontrollati. Nel testo sorvegliato, invece, si avverte la presenza dell’autore come di un guardiano benevolo: non opprime, ma vigila; non soffoca, ma orienta.

Questa sorveglianza, però, non è sempre percepita allo stesso modo. In molti contesti può essere un complimento: un tema sorvegliato è un tema curato; un articolo sorvegliato è un articolo limpido; un romanzo sorvegliato è un romanzo costruito con attenzione. In altri casi, la stessa espressione può suggerire un eccesso di prudenza: una lettera d’amore sorvegliata sembra trattenuta; un discorso sorvegliato può sembrare timoroso. La sorveglianza, insomma, è una qualità che può brillare o irrigidirsi, a seconda del genere e dell’intenzione comunicativa. Ma nel linguaggio della critica, il suo valore è quasi sempre positivo: indica padronanza, non autocensura.

Resta allora la domanda iniziale: chi sorveglia uno scritto sorvegliato? Lo sorveglia chi lo ha scritto, se decide di non abbandonarsi alla spontaneità assoluta, ma di esercitare un controllo vigile sulla propria lingua. È una sorveglianza che non punisce, ma affina; non limita, ma chiarisce. È la forma più alta di responsabilità stilistica: quella che l’autore esercita su sé stesso, per rispetto del lettore e della propria idea di scrittura.

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Avere il bracco


A
vere il bracco è uno di quei modi di dire che sembrano nati per scherzo e invece custodiscono una piccola storia sociale, un gesto antico, un’immagine concreta che si è fatta metafora. Oggi lo usiamo (?) per indicare chi è avaro, chi ha il braccino corto, chi esita a spendere anche quando sarebbe naturale farlo. Ma per capire davvero questa espressione bisogna tornare a quando il braccio non indicava solo un arto, ma anche un’unità di misura.

Per secoli, nelle botteghe di tessuti, la stoffa non si misurava con righelli o metri, ma a braccia: il venditore stendeva il proprio braccio e quello era il modulo. Il problema era che non tutte le braccia erano uguali. Alcuni mercanti, per guadagnare qualche centimetro a ogni taglio, facevano misurare la stoffa ai giovani garzoni, che avevano braccia più corte. Il cliente pagava per un braccio che in realtà era meno di... un braccio. Da qui le proteste, le liti, e infine la necessità di fissare una misura ufficiale: nacque così il braccio fiorentino, inciso nella pietra e lungo 58,32 cm, ancora oggi visibile in via dei Cerchi, a Firenze. È uno dei rari casi in cui un modo di dire conserva la memoria di una frode commerciale, così diffusa da richiedere un intervento di una pubblica autorità.

Da questa pratica nasce l’idea del braccio corto: un braccio che non arriva, che non concede, che trattiene. Il passaggio semantico è naturale: dal braccio fisico si passa al braccio metaforico, quello che dovrebbe allungarsi verso il portafoglio ma resta ostinatamente vicino al corpo. Il diminutivo braccino aggiunge un tocco ironico, quasi affettuoso: non è l’avarizia feroce, è la tirchieria quotidiana, quella che si manifesta nel dividere il conto al centesimo o nel rifiutare un piccolo extra. Da braccino a bracco il passo è breve: una variante sincopata [bracc(in)o], popolare, che conserva la stessa immagine ma la rende più rapida, più mordace, più da parlato.

Oggi avere il bracco è un modo di dire leggero, spesso scherzoso, che fotografa un atteggiamento più che un carattere: la mano che non si apre, il gesto che non si compie, la spesa che non parte. È un’espressione che funziona perché è visiva, concreta, immediata: basta immaginare quel braccio che non arriva al portafoglio per capire tutto. E forse il suo fascino sta proprio qui, nel ricordarci che molte metafore nascono da un gesto reale, da un’abitudine quotidiana, da un piccolo trucco di bottega che, secoli dopo, continua a vivere nelle nostre parole.

In fondo, ogni lingua conserva le sue memorie più ostinate non nei libri, ma nei modi di dire: sono loro a raccontare come vivevamo, come compravamo, come ci guardavamo l’un l’altro. E avere il bracco è una di quelle memorie che, pur parlando di avarizia, ci restituisce un sorriso.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Caso Minetti, avvocatessa trovata carbonizzata era il tutore del bimbo: da lei ok all'adozione

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Ancora avvocatessa!! Sorvolando sulla concordanza.

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USA, schiaffo a Trump: il Papa nomina vescovo un immigrato illegale

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I vescovi si ordinano, i cardinali si nominano.










(Non è in commercio)











sabato 2 maggio 2026

Descrivere o valutare?

 Il confine sottile tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo

Gli aggettivi o attributi sono spesso percepiti come semplici compagni del nome, piccoli accessori linguistici che aggiungono colore o precisione. Ma non tutti gli aggettivi funzionano allo stesso modo: alcuni descrivono ciò che vediamo, altri ciò che sentiamo; alcuni misurano, altri interpretano. Tra questi, gli aggettivi opinativi occupano un territorio particolare, perché non fotografano la realtà: la filtrano. Sono il punto in cui la lingua smette di essere un inventario del mondo e diventa un riflesso del parlante. Capire come funzionano significa capire come si costruisce - e si comunica - un giudizio.

Gli aggettivi opinativi, chiamati anche valutativi, non indicano una proprietà oggettiva del sostantivo, ma esprimono il punto di vista, il sentimento o la valutazione di chi parla. Se dico che un film è lungo, sto descrivendo un dato misurabile; se dico che è noiosissimo, sto rivelando qualcosa di me. È una distinzione sottile ma decisiva, perché sposta l’asse della frase: non più “com’è la cosa”, ma “come la percepisco”.

Questi attributi si possono raggruppare in diverse famiglie, a seconda del tipo di giudizio che veicolano. Ci sono quelli estetici e sensoriali, che riguardano il gusto personale: bello, brutto, delizioso, sgradevole, magnifico, orribile. Sono tra i più frequenti e anche tra i più variabili, perché ciò che è magnifico per qualcuno può risultare sgradevole per un altro. Ci sono poi gli aggettivi morali e comportamentali, che toccano la sfera etica: buono, cattivo, onesto, sleale, generoso, egoista, arrogante. Qui la soggettività si intreccia con la cultura, con l’educazione, con i valori condivisi o contestati.

Un’altra categoria è quella degli aggettivi di valore o importanza, che misurano il peso che attribuiamo a un concetto: importante, inutile, fondamentale, trascurabile, prezioso. Infine, gli aggettivi emotivi, che descrivono l’effetto che una situazione produce in noi: triste, noioso, divertente, entusiasmante, angosciate. In tutti questi casi, l’aggettivo non si limita a qualificare: prende posizione.

È fondamentale distinguere gli aggettivi che descrivono una proprietà oggettiva da quelli che esprimono una valutazione soggettiva. I primi informano, i secondi interpretano. Gli aggettivi descrittivi indicano un tratto verificabile del nome; gli aggettivi opinativi - o valutativi - rivelano invece il giudizio, l’emozione o la sensibilità di chi parla. Dire “Il film dura tre ore” è un’informazione; dire “Il film è noiosissimo” è un commento. Dire “La sedia è di metallo” è una descrizione; dire “La sedia è scomoda” è un giudizio. La lingua italiana permette di far convivere questi due piani, ma chiede al parlante di essere consapevole del passaggio dall’uno all’altro.

Un aspetto interessante riguarda la posizione dell’aggettivo. Gli aggettivi opinativi tendono a collocarsi prima del nome, quasi a voler anticipare la nostra reazione emotiva: un buon libro, una splendida giornata, un terribile errore. Quando invece l’aggettivo segue il nome, il tono si fa più neutro o più tecnico: un libro buono (di qualità), una giornata splendida (descrittiva), un errore terribile (più oggettivato). La lingua, insomma, non solo dice che cosa pensiamo, ma anche come la pensiamo.

Quando più aggettivi si trovano insieme, l’italiano segue un ordine naturale: prima il giudizio, poi la descrizione. Per questo diciamo un meraviglioso tavolo antico e non un antico meraviglioso tavolo.

L’emozione precede il dato: prima ciò che sentiamo, poi ciò che vediamo. È una piccola regola intuitiva, che spesso rispettiamo senza accorgercene.

Una curiosità: in molte lingue romanze - italiano compreso - gli aggettivi opinativi sono tra i primi a essere acquisiti dai bambini. Bello, brutto, buono, cattivo compaiono molto prima di quadrato, metallico o nuvoloso. È come se la lingua, fin dall’inizio, ci insegnasse che il mondo non è solo da descrivere, ma anche da interpretare.

Un’altra curiosità riguarda la traduzione: gli aggettivi opinativi sono tra i più difficili da rendere fedelmente da una lingua all’altra, perché portano con sé sfumature culturali. Un nice inglese non è sempre un carino italiano; un terrible può essere terribile, pessimo, tremendo, a seconda del contesto. Tradurre un giudizio significa tradurre una sensibilità.

Gli aggettivi opinativi, in fondo, sono la prova che la lingua non è mai neutra: ogni parola è un piccolo gesto interpretativo, un modo per dire non solo com’è il mondo, ma come lo abitiamo.

E come spesso accade nella grammatica, la regola si può dire in un lampo: descrivere è un atto, valutare è un coinvolgimento.


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Dare il sapone: quando il rimprovero sgrassa davvero


C’
è un’espressione toscana che sembra uscita da una bottega di paese e invece ha la forza di un proverbio nazionale: dare il sapone. A chi non la conosce può suonare come un gesto gentile, quasi da bucato; ma la lingua, si sa, ama i rovesciamenti. Qui il sapone non profuma: punge.

In senso figurato, dare il sapone significa impartire un rimprovero solenne, di quelli che non lasciano scampo. L’immagine è di una chiarezza domestica: il sapone serve a scrostare lo sporco, e il rimprovero serve a scrostare la condotta. È la versione più schietta della lavata di capo, ma con un dettaglio in più: l’attrito. Non c’è carezza, non c’è ovatta. C’è un detergente che pizzica gli occhi e costringe a tenerli chiusi.

La locuzione appartiene a una famiglia lessicale antica e robusta, quella che usa la pulizia per parlare di disciplina. C’è la strigliata, nata nelle scuderie; c’è la ripassata, che evoca un secondo giro di correzioni; ma il sapone resta imbattibile per immediatezza. È un oggetto quotidiano che diventa strumento morale senza perdere un grammo della sua concretezza.

E poi c’è il suo parente: insaponare che, al contrario, non striglia, anzi...  Insaponare qualcuno vuol dire blandirlo, lisciarlo, rendere più morbida una richiesta difficile. Nel rimprovero, invece, lo scivoloso sparisce: serve presa, serve frizione, serve quella ruvidità che costringe a cambiare passo.

Chi “riceve un sapone” lo capisce al volo: ha superato il limite. E la lingua – con la sua inesauribile fantasia domestica – gli ricorda che a volte una buona pulizia morale è l’unico modo per tornare a camminare dritti.




venerdì 1 maggio 2026

Mitopiesi: quando il racconto diventa mondo

 Il gesto antico e moderno di trasformare una storia in un mito vivo


N
el nostro lessico ci sono parole che sembrano antiche come il mondo, e invece sono giovani; altre che paiono tecniche, e invece toccano qualcosa di profondamente umano. Mitopiesi è una di queste. Prima ancora di essere un termine critico, è un gesto: l’atto con cui una comunità, un autore o perfino un singolo individuo trasforma un racconto in qualcosa di più grande di sé. È il momento in cui la storia smette di essere cronaca e diventa orientamento, simbolo, memoria condivisa. Ogni cultura, quando vuole spiegarsi, consolarsi o darsi un’origine, ricorre a questo meccanismo antico quanto il linguaggio: creare miti per dare forma al mondo.

Il lessema mitopiesi (o mitopoiesi) deriva dal greco mythopoiēsis, composto da mythos (“racconto, mito”) e poiein (“fare”). Significa letteralmente “fare miti”, e già in questa semplicità si nasconde la sua forza: non descrive un genere, ma un processo. La mitopiesi è ciò che accade quando un racconto, reale o immaginato, viene caricato di un valore simbolico tale da superare l’episodio e diventare struttura di senso. È così che un gesto diventa archetipo, un personaggio diventa figura, un evento diventa fondazione.

Nell’antichità questo processo era spontaneo: i miti nascevano dalla sedimentazione collettiva, dal bisogno di spiegare l’origine del mondo, la natura degli dei, il destino degli uomini. Ma nel Novecento il termine assume un significato nuovo e consapevole: la creazione deliberata di mitologie da parte di un autore. È il caso, documentatissimo, di J. R. R. Tolkien, che definiva il proprio lavoro come sub-creation, una mitopoiesi moderna fondata su lingue inventate, genealogie, cosmogonie e popoli interi. Accanto a lui, la critica riconosce come mitopoietici anche C. S. Lewis, H. P. Lovecraft, Frank Herbert, George MacDonald, G. K. Chesterton, Cesare Pavese e Stephen King: tutti autori che hanno costruito universi narrativi dotati di coerenza interna, figure archetipiche e tensioni cosmiche. Non semplici storie, ma sistemi mitici.

Un aneddoto, riportato nelle lettere di Lewis, chiarisce bene la natura di questo gesto creativo. Quando alcuni critici accusavano la fantasia di essere evasione, Lewis rispondeva citando un’osservazione di Tolkien: le persone più infastidite dall’idea di evasione sono sempre i carcerieri. Una frase che ribalta la prospettiva: il mito non è fuga dalla realtà, ma un modo per rientrarvi con occhi più acuti, più liberi, più capaci di riconoscere ciò che conta.

Oggi la mitopiesi non appartiene solo alla letteratura: opera nei media, nelle piattaforme, nelle narrazioni collettive che creano figure effimere o durature. Alcuni miti durano un giorno, altri un millennio. Ma il meccanismo è lo stesso: l’uomo continua a trasformare storie in mappe, racconti in orientamento, immaginazione in cultura.

E forse la verità più semplice è anche la più luminosa: non siamo noi a creare i miti; sono i miti che, ogni volta, ricreano noi.


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Mettere il cappello al vento


U
n modo di dire (quasi) scomparso, mettere il cappello al vento, sopravvive in poche raccolte di proverbi veneti dell’Ottocento e in qualche quaderno domestico ingiallito. È una formula che sembra uscita da un diario di mare, eppure parla di noi, di ogni momento in cui smettiamo di governare la nostra rotta.

Il cappello, per secoli, non è stato un semplice accessorio: era il "simbolo" della persona, il suo rango, la sua compostezza. Perdere il cappello significava perdere la faccia, la direzione, la misura. Il vento, invece, è l’elemento che scompiglia, che decide al posto tuo, che ti trascina dove non volevi andare. Quando il cappello si affida al vento, l’identità si dissolve, la volontà si arrende alle correnti.

L’espressione non descrive un gesto fisico, ma un cedimento interiore: mettere il cappello al vento è consegnare la propria lucidità al caso, smarrire il controllo, lasciarsi trascinare dagli eventi. È un’immagine di resa elegante e malinconica, che racchiude la fragilità di chi, pur sapendo la direzione, non riesce più a seguirla.

Oggi questo modo di dire è quasi estinto, ma conserva una forza visiva immediata. È raro, chiaro, evocativo. Ha una microstoria antropologica che lo rende perfetto per essere riscoperto: il cappello come identità, il vento come destino. Recuperarlo significa restituire alla lingua un piccolo frammento di umanità, un gesto che racconta la perdita del controllo con la grazia di un simbolo antico.

In fondo, ogni volta che la vita ci scompiglia, un cappello invisibile vola via. E noi restiamo sulla riva, a guardarlo andare, sapendo che - per un istante - abbiamo davvero messo il cappello al vento.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Global Sumud Flotilla, Israele intercetta navi vicino Creta.

Dal M5s la deputata Stefania Ascari "stanotte è successa una cosa aberrante, dei cittadini e cittadini di una missione umanitaria sono stati attaccati dal governo terrorista israeliano.

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Flotilla: attivisti fermati da Israele sbracano a Creta.

Il ministero degli Esteri israeliano sostiene ha affermato che la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza è una "provocazione …










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Auguri alle gentili lavoratrici e ai cortesi lavoratori dal titolare di questo portale


giovedì 30 aprile 2026

Assestare

 Dal riordino alla stoccata: anatomia di un verbo preciso


I
l verbo assestare è uno di quei sintagmi che vivono una doppia vita: da un lato l’ordine, la sistemazione, la calma delle cose riportate al loro posto; dall’altro il gesto rapido, preciso, quasi violento del colpo che arriva esattamente dove deve. È un verbo che tiene insieme stabilità e impatto, come se la lingua avesse voluto affidargli due nature complementari. Per questo, quando lo incontriamo, conviene sempre ascoltare quale delle sue due “voci” sta parlando.

L’etimologia, questa volta, ci porta davvero alle radici della lingua. Assestare non ha nulla (a) che vedere con il numero sei né con un ipotetico ad sextum: quella è una suggestione ottocentesca ormai abbandonata. La ricostruzione etimologica corretta è molto più solida e molto più lineare. Il verbo deriva infatti da sesto nel senso di “assetto, stato stabile, condizione ben sistemata”, e sesto a sua volta risale al latino situs, “posto, collocato, situato”. La catena è limpida: situs > “stato, posizione” > sesto (nel senso di “assetto”) > assestare, cioè “mettere in assetto”, “portare in sesto”, “rendere stabile” (appartiene alla schiera dei verbi parasintetici, quindi). È un’etimologia che designa un gesto preciso: non un riordino generico, ma un aggiustamento mirato, come quando si sistema un oggetto perché stia esattamente dove deve stare.

Da qui nasce il significato primario del verbo: assestare significa, dunque, “sistemare, mettere in ordine, riportare equilibrio”. Si assesta una stanza, si assestano i cuscini, si assestano i conti. È un verbo che implica una mano che interviene, che dispone, che riporta stabilità. Non è mai un’azione casuale: è un gesto che cerca la posizione giusta.

Ed è proprio da questa idea di precisione che si sviluppa l’evoluzione semantica più interessante. Se assestare significa “portare qualcosa nel punto esatto”, allora assestare un colpo significa “farlo cadere esattamente dove deve”. Il passaggio è naturale: il colpo non è improvvisato, è mirato, calibrato, messo a segno. Così la lingua ha cominciato a usare il verbo per i gesti decisi: assestare un pugno, assestare una gomitata, assestare una stoccata. E da qui, come spesso accade, il figurato ha fatto il resto: assestare una risposta, assestare un colpo politico, assestare una critica che non lascia scampo.

Una curiosità gustosa, in proposito, arriva dai trattati di scherma del Cinquecento e del Seicento. I maestri d’armi non parlano di “dare un colpo”, ma di “assestarlo”: ciò che conta non è la forza, ma la mira. Il colpo deve cadere nel punto esatto, come un tassello che trova la sua sede. È un dettaglio tecnico che chiarisce perfettamente la natura del verbo: non l’impeto, ma la precisione.

Un’altra nota storica riguarda la lingua amministrativa e giornalistica dell’Ottocento, dove assestare era usato anche per indicare l’atto di “mettere in sesto” una situazione economica o politica. È un uso oggi meno frequente, ma sopravvive in espressioni come assestare il bilancio o assestare una trattativa, dove l’idea di fondo è sempre la stessa: riportare qualcosa nella sua posizione corretta.

In fondo, assestare è un verbo che parla di equilibrio: quello che si crea quando si mette ordine e quello che si rompe quando un colpo arriva esattamente dove deve. Due gesti diversi, una sola idea di fondo: la precisione.

E come spesso accade nella lingua, anche qui vale una piccola verità: solo ciò che è ben assestato lascia davvero il segno.


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"Mingeretista": anatomia di un neologismo di decoro

Dal latino mingere al suffisso ‑ista: come la lingua nobilita la necessità











Nel grande laboratorio della lingua, dove ogni giorno si forgiano parole nuove per colmare vuoti espressivi o per affinare la nostra capacità di nominare il mondo, esiste un territorio particolarmente affascinante: quello dei neologismi che salvano il decoro. Sono termini che non nascono per stupire, né per provocare, ma per restituire dignità a gesti quotidiani che la lingua comune ha spesso consegnato alla brutalità del gergo o alla freddezza della clinica. In questo paesaggio, la proposta di mingeretista si distingue come un esempio raro di eleganza applicata a un bisogno universale.

Il punto di partenza è il verbo latino mingere, che possiede una nobiltà etimologica oggi quasi dimenticata. A differenza dei suoi equivalenti volgari, troppo diretti per essere pronunciati senza imbarazzo, e del più recente latrinista (neologismo proposto), che rimane ancorato alla materialità del luogo, mingeretista sposta l’attenzione sull’azione, filtrandola attraverso la lingua dei padri. L’aggiunta del suffisso ‑ista, preceduto da una "t eufonica", compie il resto del lavoro: non indica una patologia, non suggerisce una debolezza, ma tratteggia una figura quasi “specializzata”, un frequentatore assiduo e metodico, senza alcuna connotazione degradante.

Fino a oggi, chi aveva la necessità di recarsi spesso ai servizi igienici si trovava intrappolato tra due registri opposti e ugualmente insoddisfacenti. Da un lato il linguaggio medico, con parole come pollachiurico o vescica iperattiva, che trasformano immediatamente la persona in un paziente, riducendo un’abitudine a un sintomo. Dall’altro il linguaggio triviale, che non lascia scampo: espressioni sguaiate, imbarazzanti, inadatte a un contesto formale o anche solo civile. Dire “È un po’ mingeretista” permette invece di comunicare la stessa informazione con un sorriso, senza scadere né nella diagnosi né nella volgarità.

La forza del termine sta proprio in questa sua versatilità. Si può usare in un salotto, in un articolo di costume, in una conversazione colta, persino in un contesto ironico ma elegante. Funziona come meretrofilo, altro neologismo che può sostituire con grazia un appellativo altrimenti irrimediabilmente triviale. Funziona come quei vocaboli di sartoria linguistica che vestono un comportamento umano con un abito su misura, evitando tanto l’eufemismo ipocrita quanto la brutalità gratuita.

Si pensi a frasi come: «È un collega brillante, ma decisamente mingeretista: in riunione scompare ogni mezz’ora.» Oppure: «Durante i viaggi lunghi preferisco sedermi lato corridoio: sono un po’ mingeretista.» In entrambi i casi, il termine alleggerisce, precisa, non offende e non medicalizza.

In un’epoca in cui la sciatteria verbale sembra aver conquistato ogni spazio, mingeretista ricorda che l’eleganza non è un lusso, ma una scelta. E che anche le azioni più umili possono essere nominate con grazia, se la lingua sa offrirci gli strumenti giusti. Un neologismo così non è solo una parola nuova: è un piccolo gesto di civiltà.



 



mercoledì 29 aprile 2026

Gli aggettivi plurali e l’apostrofo

 Un errore che la stampa continua a moltiplicare


C’
è un errore che attraversa quotidiani, blog, comunicati e perfino testi istituzionali con una naturalezza disarmante: l’apostrofo appiccicato agli aggettivi plurali. È un refuso antico, duro a morire, che si ripresenta in forme come quest’ultimi, quegl’altri, bell’amiche, grand’idee. La sua diffusione è tale che molti lettori finiscono col considerarlo (quasi) legittimo, come se la frequenza potesse trasformare uno svarione in norma. Eppure la regola è semplice, lineare, indiscutibile: gli aggettivi plurali non vogliono mai l’apostrofo. Non è una sfumatura, non è una preferenza stilistica: è una regola morfologica, e come tale non ammette eccezioni.

Per capire perché, basta ricordare che l’apostrofo in italiano indica un’elisione, cioè la caduta dell’ultima vocale di una parola davanti a un’altra che inizia per vocale. È il caso di l’amico, un’amica, dell’idea. Ma al plurale questa dinamica non si verifica: gli articoli plurali non terminano in vocale soggetta a elisione (i, gli, le) e gli aggettivi plurali non subiscono troncamenti obbligatori. Non c’è nulla da elidere, dunque non c’è motivo di apostrofare. Forme come bell’amici o nuov’arrivi sono sempre scorrette, senza eccezioni, senza zone grigie, senza “ma”.

Il caso più insidioso è quello degli aggettivi che ammettono il troncamento nella forma singolare: buon, bel, gran, san. Al singolare femminile possono elidere: buon’amica, bell’amica. È un meccanismo antico, radicato, perfettamente legittimo. Ma il meccanismo non si estende al plurale: buone amiche, belle amiche, grandi amiche. Per quanto attiene a “grande” – unica eccezione – si può troncare anche nel plurale: i gran premi. È una forma arcaica, ma cristallizzata dall’uso da secoli. L’errore nasce spesso da un automatismo grafico: si vede una vocale iniziale e si pensa che l’apostrofo sia la soluzione universale. Non lo è. L’apostrofo non è un cerotto da applicare ogni volta che due vocali si incontrano: è un segno preciso, con una funzione altrettanto precisa.

La stampa, purtroppo, alimenta questo fraintendimento. È frequente imbattersi in titoli che recitano quest’ultimi dati, quest’altre categorie, quegl’altri operatori. L’errore più diffuso è proprio quest’ultimi, un ibrido che non ha alcun fondamento grammaticale: questi ultimi è la forma corretta, limpida, sufficiente. L’apostrofo, in questi casi, non solo è sbagliato, ma introduce anche un inciampo visivo che spezza la fluidità della lettura. E quando l’errore compare in un titolo, cioè nel punto più esposto e più letto di un testo, la sua capacità di propagarsi aumenta in modo esponenziale.

A complicare il quadro c’è un altro fattore: la tendenza, sempre più diffusa, a usare l’apostrofo come segno di “snellimento grafico”, quasi fosse un modo per rendere il testo più agile, più veloce, più moderno. Ma la lingua non si modernizza con un apostrofo fuori posto. La lingua si modernizza con la precisione, con la cura, con la consapevolezza delle sue strutture. E la struttura dell’italiano è chiara: il plurale non elide.

Gli esempi corretti sono semplici e inequivocabili:

  • questi ultimi provvedimenti (non quest’ultimi provvedimenti);

    quegli altri casi (non quegl’altri casi);

    belle idee (non bell’idee);

    nuovi arrivi (non nuov’arrivi);

    grandi opportunità (non grand’opportunità);

    queste altre proposte (non quest’altre proposte);

    quegli altri esempi (non quegl’altri esempi);

    tutte queste iniziative (non tutte quest’ iniziative).

La regola d’oro è immediata: se la parola cui si riferisce l’aggettivo è plurale, l’apostrofo non si mette. Mai. Non ci sono eccezioni, varianti, licenze stilistiche o casi particolari. È una regola morfologica, non una preferenza. E come tutte le regole morfologiche, non si presta a interpretazioni elastiche.

Una curiosità storica merita di essere ricordata. Nell’Ottocento alcuni autori usavano l’apostrofo in modo più esteso, anche con aggettivi plurali, ma si trattava di scelte grafiche personali, non di norme. La grammatica italiana contemporanea ha eliminato ogni ambiguità: l’elisione riguarda solo il singolare. La persistenza dell’errore nella stampa moderna è dunque un residuo di abitudini tipografiche, non una traccia di tradizione. È un fossile grafico che continua a riaffiorare, nonostante la lingua abbia da tempo fatto pulizia. E come tutti i fossili grafici, sopravvive non perché abbia un valore, ma perché nessuno si prende la briga di estinguerlo.

A conclusione di queste noterelle: l’apostrofo è uno strumento preciso, non un ornamento. Usarlo dove non serve significa indebolire la chiarezza del testo. E la chiarezza, nel linguaggio, è sempre una forma di rispetto: verso chi legge, verso chi scrive e verso la lingua stessa. L’errore degli aggettivi plurali apostrofati non è solo una “svista”: è un piccolo cedimento di attenzione, un inciampo che si può evitare con un gesto minimo, quasi invisibile, ma decisivo. E la lingua, quando la si rispetta, restituisce sempre più di quanto le si dà.