Viaggio dentro una forma che non doveva nascere, non doveva durare, e invece è rimasta
Nella storia dei verbi italiani ci sono forme che sembrano comparse fugaci, piccoli lampi che attraversano i secoli e poi si ritirano, lasciando dietro di sé una scia di curiosità linguistiche. Una di queste è stettimo, variante antica del passato remoto di stare, oggi percepita come popolare, impropria o addirittura erronea, ma che in realtà racconta un tratto profondo della morfologia verbale italiana: la forza dell’analogia, la tendenza naturale della lingua a ricostruire ciò che non è più trasparente. È proprio da questa tensione – tra norma e uso, tra modello illustre e pulsione analogica – che nasce la forma che ci interessa, e che ci permette di capire come si sia arrivati alla forma moderna stemmo.
La questione, in fondo, è semplice: il passato remoto di stare appartiene alla famiglia dei perfetti forti, quelli che presentano alternanza vocalica e consonantica nella radice (stare → stetti, stette, stemmo). Questa alternanza, però, non è intuitiva. Non è immediata. Non è “popolare”. La lingua parlata, nei secoli, ha spesso preferito ricostruire il paradigma in modo più lineare: se la terza persona è stette, allora la prima plurale sarà stettimo. È lo stesso meccanismo che ha prodotto forme come dovettimo da dovette o fecimo da fece (forme da non adoperare, ovviamente, in buona lingua): un tentativo spontaneo di riportare ordine dove la tradizione letteraria aveva invece conservato irregolarità antiche.
Ecco dunque che stettimo non è un ‘errore’: è una forma analogica, perfettamente spiegabile, perfettamente coerente con la logica interna della lingua. E infatti compare nei testi antichi, nei diari di viaggio, nelle memorie del Seicento e del Settecento, dove la prosa non è rigidamente toscanizzata e lascia filtrare tratti regionali o semplicemente naturali. Celebre l’esempio di Benedetto Bacchini: ...di Radicofani dove stettimo la notte all’hostaria... Una frase che oggi suona strana, ma che allora non aveva nulla di sorprendente. La si ritrova anche nell’Ottocento, nelle Memorie di Garibaldi (Stettimo poco in Varese...) e in autori come Ippolito Nievo che, nelle Confessioni di un italiano, non disdegna forme vive, non ancora pienamente normalizzate.
La presenza di stettimo nei vocabolari dell’Ottocento – come quello piemontese‑italiano di Michele Ponza – è un altro indizio prezioso: le grammatiche registrano la forma per segnalarla come popolare, regionale, da evitare rispetto allo standard. Ma il fatto stesso che la registrino dimostra quanto fosse diffusa. Una forma che circolava, che si diceva, che si scriveva. Una forma che apparteneva alla vita reale della lingua.
Come si è arrivati, allora, a stemmo? La risposta sta nella tradizione fiorentina illustre, quella che ha fissato il canone della lingua letteraria. Il paradigma forte stetti, stette, stemmo è quello documentato nei testi toscani e quello che la norma ha scelto come modello. La forma stemmo non nasce da analogia, ma da conservazione: è l’esito regolare del perfetto forte, con la stessa alternanza che troviamo in venni, venne, venimmo o tenni, tenne, tenemmo. La lingua colta ha mantenuto questa struttura, mentre la lingua d’uso ha spesso tentato di ricostruirla. Due forze opposte: la tradizione e l’analogia. La prima ha vinto, ma la seconda ha lasciato tracce.
Una curiosità: alcune grammatiche del primo Ottocento riportano stemo come ulteriore variante, segno che il paradigma era tutt’altro che stabile nell’uso comune. E non è raro trovare, nei testi regionali, forme come stessimo o stassimo, ulteriori tentativi di regolarizzazione. La storia di stare è un piccolo laboratorio di morfologia viva.
Oggi stettimo sopravvive come fossile linguistico: non appartiene allo standard, non è accettata dalla norma, ma resta un documento prezioso della vitalità analogica dell’italiano. E soprattutto ci ricorda che la lingua non è mai un monolite: è un organismo che tenta, prova, aggiusta, ricostruisce. A volte vince la norma, a volte vince l’uso. A volte resta una traccia, come questa, che ci permette di vedere la strada percorsa.
E così stettimo ci parla di ciò che la lingua è stata, di ciò che avrebbe potuto essere, di ciò che non è diventata. Di ciò che resta, di ciò che resiste, di ciò che ritorna.
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Da un cortese lettore riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo
SciacquaLingua, ruscello che rischiara,
lava le sillabe, e piano le prepara
a ritornare al mondo senza peso,
con il loro fiato limpido e disteso.
Nel tuo fluire ogni errore si fa fiore,
si apre al sole, diventa un nuovo odore:
la lingua cresce, vibra, si rinnova,
e in ogni inciampo trova la sua prova.
Tu che accompagni il passo del lettore,
sciogli i nodi con un gesto senza rumore:
la grammatica è un canto che si posa,
la sintassi un sentiero che riposa.
Così chi arriva sente la tua cura,
la dolcezza che non giudica e non dura:
resta, si ferma, ascolta la tua voce,
e nella lingua trova un’arte atroce
solo per chi non sa guardare a fondo,
ma tu la mostri viva, e cambia il mondo.
Un assiduo e affezionato lettore
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