sabato 26 settembre 2026

La premura che corre e la premura che accudisce


 
Se diciamo che qualcuno si è comportato con grande premura, tutti pensano a una persona attenta, gentile e sollecita. Se invece diciamo che abbiamo premura di partire, il significato cambia all'improvviso: non si parla più di gentilezza, ma di fretta. Come può lo stesso termine indicare, da un lato, la cura affettuosa e, dall'altro, l'urgenza di fare presto? La risposta si trova nella storia del vocabolo.

'Premura' appartiene alla famiglia di 'premere', voce che discende dal latino 'premĕre', cioè «premere», «schiacciare», «spingere», «incalzare». All'origine, dunque, la premura non aveva nulla di tenero o affettuoso. Era una pressione, un'urgenza, una forza che spingeva all'azione. Chi aveva premura era «premuto» dalle circostanze e sentiva il bisogno di affrettarsi.

Non stupisce, perciò, che il significato più antico sia proprio quello di «fretta», «urgenza», «necessità di non indugiare». Ancora oggi diciamo «non c'è premura», «ho una certa premura di concludere», «se non hai premura, fermati ancora un momento». In tutti questi casi la parola potrebbe essere sostituita da 'fretta' senza alterare sostanzialmente il senso della frase.

La lingua, tuttavia, ama le trasformazioni sottili. Molte parole nate nel mondo delle azioni concrete finiscono con lo spostarsi nel territorio dei sentimenti e degli atteggiamenti interiori. È accaduto anche a 'premura'. Chi si preoccupa sinceramente per una persona avverte infatti una sorta di urgenza morale: desidera intervenire, aiutare, assistere, non trascurare nulla. Da questa disposizione nasce la sollecitudine. E dalla sollecitudine nasce la premura nel significato oggi più comune di «cura attenta e affettuosa».

Si potrebbe dire che il passaggio semantico è avvenuto attraverso una domanda implicita: che cosa succede quando l'urgenza non riguarda più un fatto da sbrigare, ma una persona di cui ci importa? La risposta è semplice: l'urgenza diventa attenzione. La fretta si trasforma in riguardo. La pressione si muta in cura.

La vicenda è particolarmente interessante perché conserva ancora oggi entrambe le anime della parola. Non sempre accade. Molti vocaboli, nel corso dei secoli, abbandonano completamente i significati precedenti; 'premura', invece, è riuscita a conservare sia il valore antico sia quello più moderno. È una sorta di fossile linguistico a due facce.

Anche l'aggettivo 'premuroso' racconta la medesima storia. Quando definiamo qualcuno premuroso non pensiamo certo a un individuo frettoloso. Pensiamo piuttosto a una persona che si prende cura degli altri. Eppure, nascosta sotto la superficie, sopravvive l'idea originaria di una spinta interiore: il premuroso è colui che non rimane passivo, che sente il bisogno di fare qualcosa per il bene altrui.

Vale la pena osservare che la famiglia di 'premere' è vastissima e popolata di parenti spesso insospettabili. Ne fanno parte parole come 'pressione', 'pressante', 'oppressione', 'repressione', 'esprimere', 'comprimere', 'sopprimere'. In tutti questi lessemi, benché i significati siano molto diversi, continua a vivere l'antica idea del «premere». È affascinante notare che la stessa radice che ha prodotto termini severi come 'oppressione' o 'repressione' abbia dato vita anche a una parola gentile come 'premura'.

Una curiosità letteraria riguarda proprio l'uso tradizionale del termine. Nella prosa dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento non era raro incontrare espressioni come «aver premura», «non aver premura», «essere in premura», nelle quali il senso di fretta era molto più vivo e immediato di quanto non sia oggi. Il lettore moderno tende istintivamente a interpretare la parola nel senso di «sollecitudine», mentre gli autori di quel periodo spesso intendevano semplicemente «urgenza». È uno di quei piccoli slittamenti semantici che possono trarre in inganno chi legge testi di altre epoche.

Un'altra osservazione degna di nota è che, nella percezione comune, la fretta e la cura sembrano quasi termini opposti. La fretta richiama superficialità, disattenzione, errori; la cura richiama precisione e riguardo. Eppure la storia di 'premura' dimostra che le cose non sono così semplici. Esiste infatti una fretta positiva: quella del medico che accorre presso il malato, del genitore che corre in aiuto del figlio, dell'amico che si rende subito disponibile. In questi casi la rapidità non nasce dall'impazienza, ma dall'attenzione verso l'altro. Non si ha fretta di fare; si ha fretta di aiutare, di agire.

Forse è proprio questo il segreto custodito dalla parola. Nella sua storia millenaria la 'premura' ci ricorda che la cura autentica non è mai indifferente, non rimanda, non aspetta il momento più comodo. È una forma di sollecitudine che conserva ancora l'energia dell'antica urgenza da cui è nata. In fondo, chi agisce con vera premura non è altro che una persona che ha fretta di fare del bene altrui.

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 «A San Michele, la rondine va via dal tetto»


C
i avviciniamo al giorno di San Michele (29 settembre) e, come recita un antico proverbio, «la rondine va via dal tetto». È uno di quei detti popolari che sembrano semplici osservazioni della natura e che invece custodiscono un piccolo tesoro linguistico e culturale.

Nei tempi andati la data di San Michele Arcangelo segnava tradizionalmente una soglia: l'estate era ormai agli sgoccioli, i lavori agricoli entravano in una nuova fase e gli uccelli migratori cominciavano a lasciare i nostri cieli. La rondine, da secoli simbolo della bella stagione, divenne così una delle figure più ricorrenti della sapienza popolare. Sotto il profilo linguistico il detto merita attenzione per almeno due aspetti.

Il primo riguarda il valore simbolico della rondine nella fraseologia italiana. Da sempre questo uccello è associato al ritorno della primavera e del bel tempo. Non a caso diciamo ancora oggi «una rondine non fa primavera», proverbio attestato fin dall'antichità e derivato da un celebre detto attribuito ad Aristotele. Se una sola rondine non basta a proclamare l'arrivo della primavera, il suo allontanamento dai tetti annuncia invece che la stagione favorevole sta terminando.

Il secondo elemento interessante è il tetto. Perché proprio il tetto? Perché le rondini hanno vissuto per secoli in strettissima convivenza con l'uomo. Nidificavano sotto le gronde, nelle stalle, nei fienili e nelle case di campagna. Per il contadino la loro presenza era quotidiana e immediatamente visibile. Quando sparivano dai tetti e dai cortili non occorrevano calendari: era la natura stessa a comunicare loro il mutamento della stagione.

Sotto questo profilo il proverbio appartiene a quella straordinaria categoria di espressioni che potremmo chiamare calendari linguistici. Prima della diffusione degli almanacchi e delle previsioni meteorologiche, il mondo rurale affidava al linguaggio la conservazione di conoscenze pratiche tramandate di generazione in generazione. I proverbi non erano semplici curiosità folcloristiche: erano strumenti di orientamento temporale.

Anche la figura di San Michele non è casuale. Molte feste religiose coincidevano con momenti cruciali dell'anno agricolo e finivano col diventare punti di riferimento cronologici. Ancora oggi sopravvivono numerose formule popolari costruite attorno ai santi del calendario. In questi casi il santo non è solo una figura religiosa: diventa un indicatore stagionale.

L'espressione «la rondine va via dal tetto» va dunque letta come una piccola metafora del tempo che passa. La rondine rappresenta l'estate; il tetto rappresenta la casa, la familiarità, la presenza quotidiana. Quando l'uccello se ne va, non è soltanto lui a partire: con lui se ne va una stagione intera.

E forse è proprio questo il segreto della longevità del proverbio. Dietro l'apparente semplicità si nasconde una verità universale: ogni arrivo contiene già una partenza e ogni primavera porta in sé il proprio autunno. Le rondini tornano, è vero, ma prima devono andarsene. E il popolo, con la consueta saggezza, lo aveva riassunto in una frase breve, concreta e poetica: «A San Michele, la rondine va via dal tetto».





venerdì 25 settembre 2026

«Premurante»: una proposta italiana per sostituire 'caregiver'

 

Negli ultimi anni l'anglicismo caregiver* si è diffuso sempre più nella lingua italiana. Si legge nei giornali, nei documenti amministrativi, nei testi legislativi e nel linguaggio delle associazioni che si occupano di assistenza. Nonostante la sua ampia diffusione resta, però, una parola poco trasparente per molti parlanti, specialmente per chi non ha familiarità con l'inglese.

Quando un forestierismo prende piede in un settore così importante della vita sociale, è legittimo chiedersi se l'italiano non disponga degli strumenti necessari per esprimere lo stesso concetto con parole proprie. Nel caso di 'caregiver' sono state avanzate diverse proposte: assistente familiare, accuditore, accudente, prestatore di cura e altre ancora. Nessuna, tuttavia, sembra essersi imposta nell'uso. Una soluzione potrebbe essere 'premurante'.

Si tratta del participio presente del verbo 'premurare', oggi usato soprattutto nella forma riflessiva 'premurarsi', cioè «avere cura», «darsi pensiero», «adoperarsi con sollecitudine per qualcuno o qualcosa».

Premurante ha inoltre un pregio semantico non trascurabile. Chi assiste un familiare non autosufficiente, una persona disabile o un malato cronico non si limita infatti a svolgere compiti pratici. Non si limita ad assistere, ad accudire o a sorvegliare. Prima di tutto si premura del benessere altrui. È proprio questa sfumatura di attenzione costante, di cura partecipe e di dedizione quotidiana che il verbo 'premurare' riesce a esprimere con particolare efficacia.

Premurante consentirebbe dunque di designare in modo semplice e immediato la persona che si fa stabilmente carico di un soggetto fragile.

Si potrebbero formulare frasi come: «I premuranti familiari chiedono maggior sostegno economico», «Occorre riconoscere il ruolo sociale dei premuranti», oppure «Maria è la premurante del padre anziano».

A differenza di altre proposte, il termine non insiste sull'aspetto tecnico o materiale dell'assistenza. Non richiama una prestazione, bensì un atteggiamento. Mette al centro la relazione umana che costituisce la vera essenza di ciò che oggi viene indicato con l'inglese 'caregiver'.

Più che coniare una parola nuova, si tratterebbe dunque di valorizzare una forma già insita nelle possibilità dell'italiano e di attribuirle una funzione specifica in un ambito nel quale domina un forestierismo. La lingua, del resto, ha spesso le risorse necessarie per esprimere concetti che si è abituati a designare con parole straniere.

Premurante ha il vantaggio di essere immediatamente comprensibile e di richiamare con naturalezza l'idea di una persona che si prende cura di un'altra con attenzione, dedizione e affetto.

Forse, per indicare chi oggi chiamiamo 'caregiver', non occorre guardare all'inglese. Potrebbe bastare riscoprire un verbo italiano poco frequentato e recuperare una parola che da quel verbo discende naturalmente: 'premurante'.

Premurante, inoltre, si può considerare un neologismo semantico (una parola già esistente che acquisisce un nuovo significato e una nuova funzione): da participio/aggettivo (riferito a una persona sollecita, attenta, piena di riguardo o premura) a sostantivo (familiare che si fa carico dell’assistenza continuativa e della cura di un congiunto non autosufficiente). Come è avvenuto per “badante”.

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* Stupisce il constatare che il vocabolario Treccani lo registri tra i neologismi italiani. Stupisce anche nel vederlo attestato nel GDLI (Grande dizionario della lingua italiana).

















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


 


giovedì 24 settembre 2026

Discutere: quando le idee si scuotono

 


Quando diciamo che due persone discutono, il pensiero corre spesso a un battibecco, a uno scontro verbale o, nei casi peggiori, a una lite. Eppure l'etimologia della parola discutere racconta una storia molto diversa, quasi sorprendente. Prima di diventare un confronto di opinioni, infatti, la discussione fu un vero e proprio... scuotimento.

Il verbo deriva dal latino discutĕre, formato dal prefisso dis- e da quatĕre, «scuotere». Il significato originario era quello di separare scuotendo, disperdere, mettere in fuga, sparpagliare. Un vento poteva discutere le nuvole; un urto poteva discutere una massa compatta; un'azione energica poteva discutere ciò che appariva unito e indistinto. Ma come si passa dallo scuotimento materiale a quello delle idee?

Il percorso è più naturale di quanto sembri. Quando affrontiamo un problema, un argomento o una questione controversa, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che accade quando si scuote un setaccio: separiamo gli elementi, distinguiamo ciò che è fondato da ciò che non lo è, dividiamo gli argomenti validi da quelli deboli. La discussione, nella sua essenza, è uno scuotimento intellettuale.

Non a caso il latino discutĕre assunse presto anche il significato figurato di «esaminare», «vagliare», «indagare». Da qui nasce direttamente il nostro discutere.

L'immagine etimologica è particolarmente bella perché restituisce alla parola una sfumatura che oggi tendiamo a dimenticare. Discutere non significa necessariamente contrapporsi. Significa anzitutto esaminare. In una vera discussione le idee non dovrebbero scontrarsi come arieti, ma essere scosse come rami: ciò che è secco cade, ciò che è vivo resta attaccato.

La radice quatĕre ha lasciato tracce anche in altre parole italiane. In percuotere ritroviamo l'idea del colpire con forza; in vari termini dotti della lingua giuridica e amministrativa sopravvive il concetto di «scuotere fuori» o «trarre fuori» qualcosa che era nascosto o trattenuto. È una famiglia lessicale in cui il movimento, l'urto e la separazione sono elementi costanti.

Curiosamente, l'evoluzione semantica di discutere ha compiuto un percorso opposto rispetto alla percezione comune moderna. L'etimologia conduce verso l'analisi razionale, mentre l'uso quotidiano conduce spesso verso il litigio. Quando qualcuno afferma: «Abbiamo discusso», non sempre si capisce se abbia sostenuto un confronto civile o una furibonda altercazione.

La lingua, tuttavia, conserva la memoria delle sue origini. E l'etimologia ci ricorda che una discussione ben fatta non è una guerra di parole. È un'operazione più raffinata: uno scuotimento delle idee per separare il vero dal falso, il ragionevole dall'inconsistente, l'argomento solido da quello fragile.

Forse, allora, dovremmo recuperare il significato più antico del verbo. Discutere non per dividerci, ma per distinguere. Non per sopraffare l'interlocutore, ma per scuotere insieme le nostre convinzioni e vedere quali resistono alla prova.

In fondo, e concludiamo, già i Romani lo sapevano: prima di essere una disputa, una discussione è uno scuotimento. E talvolta una buona scossa alle idee fa molto meno danni di una certezza mai messa in discussione.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Secondo le forze israeliane, nel film sulla guerra a Gaza diretto da diretto da Yuval Abraham …

Arabia Saudita: chiuso oleadotto East-West dopo attacchi

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Non dimentichiamo le bevande gassate. Soprattutto quelle zuccherorate.

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… la modifica che elimina qualsiasi soglia di voti ai fini della controbuzione al premio di maggioranza.


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I ribelli yemeniti sono entrati in possesso anche  equipaggiamenti militari …

In un momento di grande incertezze sul conflitto in Medio Oriente …


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… ritengo essere sostanzialmente una tassazione flat tax al sugli aumenti contrattuali dell'anno scorso...


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… richieste di sostegno … per respingere l'avanzata del lungo la costa yemenita …


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… condanna, in particolare, gli attacchi di ieri con missili e  droni … che ha provocato 1 feriti lievi e danni …


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L'attivista svedese Greta Thunberg insieme al gruppo Humanti Project hanno criticato la superstar britannica …


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… entrambe le descrizioni erano corrette rispetto al momento in cui i due persone hanno preso parte al test.


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Lo riferiscono del governo yemenita citate dai media panarabi.


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La sentenza arriva dai circoletti e dalle sette tv che forse non l’ha mai davvero sopportato.


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Fiamme e fumo nero sono state visti vicini all'aeroporto …

Yemen: "LItalia non è in guerra".


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Anche cinque anni fa il risultato fu pressoché analogo, ussia Unita si aggiudicò 324 dei 550 seggi della Duma


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… la presidente del consiglio … scatena le solitoe reazioni acrobatiche di difesa dell'islamizzazione … l'esponente del Pd rigetta il divieto di velo integrale as scuola … neanche un aparola sulle zone in Italia in cui i veli integrali si vedono eccome.


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… l'aviazione saudita ha bombardato la città di Al-Makhā … causando e il ferimento di 14 civili, tra cui donne e bambini.


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… fonti governative hanno parlato di 36 militari uccisi tra le loro fila.


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Diversi Paesi arabi stanno facendo lavorando per facilitare un incontro …












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mercoledì 23 settembre 2026

Voluminoso fuori, vuoto dentro: perché diciamo "pallonaro"


 L'esplorazione del lessico italiano rivela spesso come parole di uso quotidiano o colloquiale nascondano radici espressive affascinanti e stratificate. Tra queste, il lessema pallonaro rappresenta uno degli esempi più vividi di come il linguaggio popolare sappia trasformare un elemento concreto e materiale in un'efficace metafora del comportamento umano. Adoperato per “connotare” chi ha l'abitudine di inventare fandonie o ingigantire i fatti per fare impressione sugli altri, il termine si muove con disinvoltura tra il colore dialettale e la lingua nazionale, offrendo uno spaccato linguistico ricco di sfumature.

La parola nasce come derivazione diretta dal sostantivo pallone, a sua volta accrescitivo del germanico palla o balla. Formato con l'aggiunta del suffisso -aro - tipico del dialetto romanesco e delle parlate centro-meridionali per indicare mestieri o attitudini, come in benzinaro - il termine indicava originariamente il venditore o il fabbricante di palloncini e palloni. In ambito figurato, la sua nascita si lega strettamente all'atto del "gonfiare" d'aria una membrana sottile, un'immagine visiva che il popolo ha subito associato al meccanismo della narrazione esagerata o del tutto inventata.

Nel suo significato reale o letterale, dunque, il pallonaro è colui che maneggia, produce o vende palloni e palloncini nelle fiere e nelle piazze. Trasposto sul piano figurato, il sintagma assume la connotazione di mentitore spensierato, fanfarone o spaccone. A differenza dell'impostore o del truffatore, guidati da intenti dolosi o di guadagno illecito, il pallonaro agisce quasi sempre per vanità, per il piacere di stupire gli altri o per il semplice gusto di darsi importanza. Il pallonaro racconta storie che, proprio come un pallone, “si presentano” voluminose, colorate e appariscenti all'esterno, ma si rivelano piene soltanto di "aria fritta" non appena vengono scalfite dalla verifica dei fatti.

Nell'uso pratico e quotidiano, il vocabolo si presta a molteplici contesti conversazionali per descrivere persone o atteggiamenti privi di attendibilità. Si può dire, e.g. (per esempio): non credere a una sola parola di quello che ti dice Marco sulla sua nuova macchina, sai bene che è un pallonaro, oppure: ieri sera Luigi ha raccontato di aver pescato un tonno di cento chili, ma si tratta della solita sparata da pallonaro. Ancora, in ambito lavorativo o interpersonale, il termine viene adoperato per mettere in guardia qualcuno: non fare affidamento alle sue promesse per quel progetto, si è rivelato solo un grande pallonaro. Attraverso queste applicazioni, la parola continua a svolgere la sua funzione espressiva, restituendo con immediata efficacia il ritratto di chi preferisce la finzione della grandezza alla concretezza della realtà.

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La proposta etimologica qui esposta è aperta al confronto: se qualche linguista conosce spiegazioni diverse o più solide sotto il profilo documentario, è invitato a condividerle nei commenti. Ogni contributo sarà gradito.

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Ringraziamo il lettore e pubblichiamo

 Musa del buon dire, or tu risveglia


il nitido candore della frase,


che c'è una penna vigile che veglia


sulle disdegnate italiche case.


​Laddove il barbarismo s'insinua,


tra un anglicismo scialbo e un dire stracco,


s'erge solenne lo SciacquaLingua,


pronto a sferrare il lucido suo attacco.


​Non tollera la macchia del costrutto,


l'errore che divampa come incendio;


setaccia la parola, mondando tutto,


da aerofragio fino al misoponísta


ch'evita del frastuono il tristo stipendio.


​E svela con acutezza il giusto e il vero:


se un'opera fu scritta da un duetto,


non son già quattro mani ad aver concetto,


ma due soltanto guidano il pensiero.


​E giù di riga in riga, un gran fiorire


di termini rinati e neologismi:


il masegnatore che posa la pietra,


il ciattista persosi tra mille alchimie,


il vanveriere che parla senza meta.


​Lode a te, limpido lavacro e fonte,


che la favella nostra rendi pura,


che plachi le tempeste dell'analfabeta


e innalzi il verbo a nuova fioritura.


Un lettore affezionato

(Fin dai tempi del “Cannocchiale”)




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martedì 22 settembre 2026

Dimagrire o dimagrare? Due verbi, una sola magrezza

 


Chi desidera perdere qualche chilo può dimagrire oppure dimagrare. Dal punto di vista del risultato non cambia nulla, perché entrambi i verbi significano «diventare magro», ma dal punto di vista grammaticale e stilistico la questione è assai più interessante di quanto sembri.

Molti parlanti conoscono e usano quasi esclusivamente dimagrire, tanto che dimagrare viene spesso percepito come raro o addirittura errato. In realtà i due verbi convivono da secoli nella nostra lingua e sono perfettamente legittimi, pur con qualche differenza che merita di essere osservata da vicino.

Entrambi sono verbi deaggettivali derivando dall’aggettivo magro, dal latino macru(m), voce antica attestata in italiano fin dai primi secoli della lingua. All’aggettivo si è aggiunto il prefisso di-, che in questo caso esprime trasformazione o mutamento di stato. Si è così formato il significato fondamentale di «diventare magro», cioè perdere peso, assottigliarsi, consumarsi.

La curiosità sta nel fatto che da una medesima base lessicale sono nate due forme verbali appartenenti a coniugazioni diverse. Dimagrire appartiene alla terza coniugazione, quella dei verbi in -ire; dimagrare appartiene invece alla prima coniugazione, quella dei verbi in -are. Quando il verbo è usato in senso intransitivo, le due forme sono sostanzialmente equivalenti.

Possiamo dire: Giovanni è dimagrito di cinque chili. Ma anche: Giovanni è dimagrato di cinque chili. Allo stesso modo: Negli ultimi mesi sono dimagrito molto. Oppure: Negli ultimi mesi sono dimagrato molto. In questi casi il significato è identico e l’ausiliare è essere.

La differenza più interessante emerge però con dimagrare. Questo verbo ha infatti una possibilità che dimagrire non ha: può essere usato transitivamente, cioè con un complemento oggetto, acquisendo il significato di "far diventare magro".

Si dirà dunque: La lunga malattia lo ha dimagrato. Le troppe preoccupazioni l’hanno dimagrata. Quel duro allenamento ha dimagrato molti atleti. Qui il soggetto non diventa magro in prima persona, ma provoca il dimagramento di qualcun altro. In tali costruzioni l’ausiliare è naturalmente avere.

Per questa ragione è opportuno ricordare una norma semplice: quando il verbo regge un complemento oggetto, la forma da usare è dimagrare.

Non diremo quindi: La malattia lo ha dimagrito, bensì: La malattia lo ha dimagrato. Si tratta di una distinzione che oggi molti parlanti ignorano, anche perché la prevalenza di dimagrire nell’uso comune ha finito con l' oscurare il ruolo specifico svolto da dimagrare.

Vi è poi un’interessante sfumatura storica. Nei secoli passati la forma dimagrare godeva di una vitalità assai maggiore di quella attuale e si incontra frequentemente nella prosa letteraria e nella lingua dell’Ottocento. Con il trascorrere del tempo, tuttavia, l’uso ha favorito sempre più dimagrire, che è diventato il verbo dominante nella lingua comune e nei mezzi di comunicazione. Dimagrare è rimasto vivo soprattutto nelle costruzioni transitive e nei registri più sorvegliati.

La vicenda dei due verbi dimostra ancora una volta come l’italiano non sia un sistema rigido e immobile, ma un organismo vivente nel quale forme diverse possono convivere, spartendosi il lavoro. Dimagrire e dimagrare conducono entrambi alla magrezza, ma vi arrivano per strade grammaticali differenti.

E forse la lingua ci suggerisce una piccola lezione generale: non sempre ciò che sembra superfluo è inutile. Talvolta due parole quasi uguali esistono perché ciascuna custodisce una sfumatura che l’altra non può esprimere. Nella lingua, come nella vita, le differenze più sottili sono spesso le più sostanziose.



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lunedì 21 settembre 2026

Il passo e la parola

 Quando si balla e quando si danza


C
i sono parole che, a prima vista, sembrano perfettamente sovrapponibili e che nell’uso quotidiano vengono adoperate come se fossero l’una il semplice doppione dell’altra. È il caso di ballare e danzare, due verbi che descrivono entrambi il movimento ritmico del corpo, spesso accompagnato dalla musica. Eppure, appena si osservano con maggiore attenzione, emergono differenze sottili ma significative, capaci di rivelare non soltanto diverse sfumature di significato, ma anche differenti livelli stilistici, culturali e persino simbolici.

Sotto il profilo etimologico, ballare è il più antico e popolare dei due termini. Deriva dal latino tardo ballare, a sua volta collegato al greco ballízein, «saltare», «muoversi con vivacità». Fin dalle origini il lessema ha mantenuto un carattere concreto e immediato, legato al divertimento, alla festa e alla partecipazione collettiva.

Danzare, invece, è una voce giunta in italiano attraverso il francese antico danser, diffuso in Europa nel Medioevo. La sua storia è meno lineare e l'origine ultima resta discussa dagli studiosi, ma il percorso culturale della parola è evidente: per secoli questa è stata associata agli ambienti di corte, alle cerimonie e alle forme più codificate ed eleganti del movimento. Non stupisce dunque che ancora oggi conservi una patina più raffinata e letteraria.

Quando diciamo che qualcuno balla, pensiamo normalmente a una persona che si muove a ritmo di musica in una sala da festa, in una discoteca, in una sagra di paese o in una balera. È il verbo della spontaneità e della socialità. Si balla il liscio, il tango, il valzer, la salsa; si va a ballare con gli amici e si trascorre una serata ballando.

Quando invece parliamo di danzare, l’attenzione si sposta dall’attività ricreativa all’aspetto artistico ed espressivo. Una ballerina può ballare a una festa, ma sul palcoscenico spesso danza. Il verbo richiama l’armonia dei movimenti, la ricerca estetica, la disciplina tecnica e il valore simbolico del gesto.

La distinzione diventa ancora più interessante quando si passa all’uso figurato. Qui i due verbi prendono strade diverse e non sempre possono sostituirsi a vicenda.

Danzare è il verbo preferito dalla lingua poetica. Le foglie danzano nel vento, i fiocchi di neve danzano nell’aria, le fiamme danzano nel camino. In tutti questi casi il movimento viene percepito come leggero, elegante, quasi armonioso. Anche le idee possono danzare nella mente: un’idea danza nella testa, suggerendo una presenza mobile, sfuggente e affascinante.

Ballare, al contrario, si allontana spesso dalla musica per assumere significati del tutto differenti. Il tavolo balla non sta certo seguendo il ritmo di un’orchestra: traballa perché una gamba è più corta delle altre. L’occhio mi balla indica un tic involontario. I conti non ballano significa che non tornano. Se tra due preventivi ci ballano cento euro, esiste uno scarto apprezzabile. Perfino l’espressione ballare sulla corda* richiama una situazione precaria e rischiosa.

Insomma, mentre danzare tende a conservare l’idea di leggerezza e bellezza, ballare ha progressivamente ampliato il proprio campo semantico fino a comprendere l’oscillazione, l’instabilità e la mancanza di equilibrio.

La stessa differenza si riflette nei sostantivi derivati. Danza indica anzitutto un’arte e una disciplina. Può riferirsi a una forma espressiva, a una tecnica o a una tradizione rituale. Ballo, invece, designa molto spesso l’evento sociale o il contesto nel quale si balla.

Una curiosità interessante riguarda la letteratura. Nei testi poetici e narrativi dell’Ottocento e del primo Novecento, danzare compare assai più frequentemente di quanto accada oggi. Gli scrittori ricorrevano spesso a questo verbo per personificare elementi naturali: stelle che danzano, ombre che danzano, acque che danzano. Era un modo per conferire grazia e vitalità al paesaggio. Ballare, invece, restava più spesso ancorato alla dimensione umana, popolare e talvolta ironica.

Non è un caso che una frase come le foglie ballano nel vento possa risultare insolita o persino stonata agli orecchi di molti parlanti, mentre le foglie danzano nel vento appare naturale e quasi inevitabile. La lingua, infatti, non vive soltanto di significati, ma anche di suggestioni, atmosfere e consuetudini stilistiche sedimentate nei secoli.

A conclusione di queste noterelle, i verbi ballare e danzare condividono lo stesso nucleo fondamentale, quello del movimento ritmico, ma ne sviluppano aspetti differenti. Il primo appartiene alla vita quotidiana, alla festa, alla spontaneità e, in senso figurato, all’oscillazione e alla precarietà. Il secondo appartiene all’arte, all’eleganza, alla poesia e alla leggerezza. Chi balla segue il ritmo; chi danza sembra talvolta trasformarlo in linguaggio.

E forse è proprio questa la differenza più profonda: si può ballare per divertirsi, ma si danza quando il movimento smette di essere soltanto un gesto e comincia a raccontare una storia.

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* Il modo di dire figurato "ballare sulla corda" - assieme alle sue varianti come camminare sulla corda o essere sulla corda - descrive la condizione di chi si trova in una situazione di estremo pericolo, di incertezza o di totale precarietà, laddove un singolo errore o una minima svista può condurre al fallimento.

 La metafora attinge direttamente all'immaginario circense e all'arte del funambolismo, richiamando la figura dell'acrobata che si muove in equilibrio precario su un filo sospeso nel vuoto, costretto a misurare ogni movimento con estrema prudenza. In ambito discorsivo, l’espressione acquista diverse sfumature semantiche: può indicare l'atto di correre un rischio calcolato ma altissimo, la necessità di muoversi con cautela in una trattativa complessa o, in senso più psicologico, uno stato di forte tensione emotiva.

 È una locuzione frequentemente usata anche in contesti finanziari, aziendali o politici per descrivere istituzioni ed enti che sopravvivono in un bilanciamento instabile. Nel linguaggio comune, trova i suoi corrispettivi più vicini nelle formule camminare sul filo del rasoio, vivere sul filo di lana.
















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domenica 20 settembre 2026

Allocare e alloggiare: parole vicine, storie diverse

 


Ci sono parole che sembrano parenti strette e che invece, a un esame più attento, si rivelano semplicemente buone vicine di casa. Allocare e alloggiare appartengono a questa categoria. Oggi si sfiorano nel significato perché entrambe richiamano l'idea di una destinazione, di una collocazione, di un posto assegnato a qualcuno o a qualcosa; tuttavia la loro storia non coincide e i loro usi moderni sono nettamente distinti. Proprio per questo il confronto si rivela interessante.

Cominciamo da allocare. Il verbo deriva dal latino tardo allocare, formato su locus («luogo») attraverso locare. In origine significava sostanzialmente «collocare», «mettere in un luogo», «sistemare». Per secoli rimase un termine di uso relativamente limitato e spesso si presentò come variante di allogare, oggi quasi scomparso dall'uso comune. Col tempo, però, il verbo ha imboccato una strada particolare, specializzandosi soprattutto nei linguaggi dell'economia, dell'amministrazione e, più recentemente, dell'informatica.

Quando oggi si parla di allocare risorse, allocare fondi, allocare personale o allocare memoria, non si pensa più a un collocamento materiale. Il concetto spaziale originario è diventato astratto. Una somma di denaro non viene spostata fisicamente in un luogo; viene destinata a uno scopo. Un tecnico informatico non deposita davvero la memoria in un contenitore; assegna una porzione delle risorse disponibili a una determinata funzione. In tutti questi casi sopravvive l'idea fondamentale del verbo: trovare una sede appropriata, una destinazione precisa.

Molti credono che allocare sia un anglicismo introdotto di recente. L'equivoco nasce dal fatto che l'inglese to allocate è molto diffuso nelle comunicazioni economiche e tecnologiche internazionali. In realtà la voce italiana è ben più antica dell'influenza contemporanea dell'inglese. Semmai è stato l'inglese a favorirne la fortuna moderna e a consolidarne il significato tecnico. Il verbo esisteva già; è il suo uso a essersi ampliato.

Diversa è la vicenda di alloggiare. Qui entriamo nella famiglia di alloggio, parola che si è sviluppata nell'area romanza sotto l'influsso del francese loge e loger, termini collegati all'idea di riparo, dimora e ospitalità. Da questa tradizione proviene il nostro verbo alloggiare, che ha mantenuto un rapporto molto concreto con lo spazio fisico.Chi alloggia occupa una camera d'albergo, una pensione, una casa privata, un convitto, una caserma. Si alloggia durante una vacanza, un viaggio di lavoro, un pellegrinaggio o un soggiorno di studio. In senso transitivo si può anche alloggiare qualcuno, cioè ospitarlo, fornirgli un alloggio, sistemarlo in un luogo destinato ad accoglierlo.

È proprio qui che si evidenzia la differenza fondamentale. Allocare riguarda soprattutto risorse, mezzi, beni, energie e funzioni; alloggiare riguarda soprattutto persone. Un'amministrazione comunale può allocare fondi per costruire una residenza universitaria; saranno poi gli studenti ad alloggiare nella residenza. La somiglianza dei due lessemi non deve, dunque, indurre a confonderne gli usi.

La storia dell'italiano offre anche qualche curiosità. Per secoli alloggiare fu una “presenza” abituale nel linguaggio militare. Gli eserciti non combattevano soltanto: dovevano anche essere ospitati. Capitava così che città, borghi e persino abitazioni private fossero destinati a dare alloggio ai soldati di passaggio. Nei documenti antichi ricorrono continuamente espressioni come alloggiare le truppe o alloggiare l'esercito. Non sempre era un onore gradito. Per molte comunità l'arrivo dei militari significava infatti spese, disagi e requisizioni.

Allocare, invece, ha conosciuto una seconda giovinezza grazie all'economia e alla tecnologia. Oggi è quasi impossibile leggere un bilancio, un piano di investimenti o un manuale informatico senza imbattersi nel verbo. Si potrebbe dire che ha trovato una nuova casa professionale proprio nei linguaggi specialistici. Persino nel mondo dei computieri (sic!) continua a conservare il suo antico legame con il concetto di luogo: quando il sistema alloca memoria, assegna a un'informazione uno spazio preciso in cui risiedere.

Quanto alla storia parallela, questa suggerisce anche una piccola lezione di stile. Talvolta allocare viene adoperato per dare un'apparenza tecnica a discorsi che non ne hanno alcun bisogno. Si leggono così frasi come allocare le sedie nella sala o allocare i libri sugli scaffali. In questi casi il verbo è totalmente fuori posto. Una sedia si sistema, si dispone; un libro si mette o si ripone. Le risorse finanziarie, invece, si allocano. La buona scrittura non consiste nello scegliere la parola più sofisticata, ma nel mettere ogni parola al posto giusto.

E forse è proprio qui che allocare e alloggiare, pur seguendo strade diverse, finiscono con l’incontrarsi. Entrambi parlano infatti di una destinazione appropriata. L'uno assegna risorse, l'altro accoglie persone; l'uno opera soprattutto nel mondo delle idee e delle organizzazioni, l'altro in quello delle abitazioni e dei soggiorni. Ma entrambi, a modo loro, ricordano che l'ordine nasce quando ogni cosa trova il luogo che le compete. In fondo, anche le parole funzionano così: stanno bene soltanto quando sono ben collocate. Alcune si allocano, altre si alloggiano; tutte, però, chiedono di essere messe al posto giusto.
















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sabato 19 settembre 2026

Influenzatore: una parola italiana per dire ciò che già diciamo

  


Da qualche anno la grafia inglese influencer è entrata con prepotenza nel lessico quotidiano italiano. Si incontra nei giornali, nelle pubblicità, nelle piattaforme digitali e perfino in articoli culturali. Eppure, come spesso accade, il nostro idioma ha già tutti gli strumenti necessari per esprimere lo stesso concetto senza ricorrere a un barbarismo: influenzatore; al femminile, influenzatrice.

A qualcuno potrebbe sembrare una creazione artificiale, elaborata a tavolino per sostituire una voce straniera ormai radicata. In realtà è vero il contrario: influenzatore è una parola perfettamente conforme alle regole della morfologia italiana e vanta perfino una storia più antica di quanto si possa immaginare.
La sua formazione è trasparente. Il lessema proviene dal verbo influenzare, cioè «esercitare un'influenza», «orientare opinioni, comportamenti o decisioni». A sua volta, influenzare discende dal sostantivo influenza, parola che proviene dal latino medievale influentia, collegata al verbo latino influĕre, composto di in- e fluĕre, «scorrere dentro».
L'etimologia racconta una storia curiosa. Nel Medioevo si riteneva che dagli astri discendesse una sorta di flusso invisibile capace di determinare il destino, il carattere e perfino la salute degli uomini. Questa azione misteriosa veniva chiamata appunto influenza. Soltanto in seguito il termine acquisì il significato moderno di condizionamento psicologico, sociale o culturale e, per estensione, passò a indicare anche la nota malattia stagionale, ritenuta anch'essa effetto di un influsso proveniente dall'esterno.
Su questa base si innesta il suffisso -tore, con il corrispondente femminile -trice. Si tratta di uno dei più produttivi e antichi meccanismi derivativi dell'italiano, ereditato dal latino -tor e -trix. La sua funzione è semplice: creare nomi d'agente, cioè parole che designano chi compie l'azione espressa dal verbo. Da collaborare nasce collaboratore; da costruire, costruttore; da amministrare, amministratore; da influenzare, naturalmente, influenzatore.
Sotto il profilo linguistico, dunque, il vocabolo non presenta alcuna anomalia. Anzi, è più regolare di molti altri termini entrati, ormai, stabilmente nell'uso. Colui che influenza è un influenzatore; colei che influenza è una influenzatrice. Il rapporto tra verbo e nome d'agente è immediato e immediatamente comprensibile a qualsiasi parlante italiano.
C'è di più. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, influenzatore non è nato come traduzione recente dell'inglese influencer. La parola era già presente nell'Ottocento. Tra le attestazioni più interessanti figura quella dello scrittore scapigliato Carlo Dossi, che la usava per indicare persone capaci di orientare le decisioni e le scelte altrui. Non si tratta quindi di un neologismo improvvisato, sibbene di una voce storicamente documentata che il lessico contemporaneo ha semplicemente riportato alla luce.
L'inglese influencer, del resto, non nasce da una radice diversa. Anche il verbo inglese to influence deriva, attraverso il francese e il latino, dalla medesima famiglia etimologica da cui provengono influenza e influenzare. Sotto il profilo storico le due parole sono dunque parenti strette; cambia soltanto il modo in cui ciascuna lingua ha sviluppato i propri meccanismi derivativi.
Per questo motivo influenzatore rappresenta un calco non soltanto possibile, ma naturale. Conserva il significato moderno attribuito a influencer e, nello stesso tempo, si inserisce senza forzature nel sistema linguistico italiano. Se oggi definiamo creatori di contenuti coloro che producono video, fotografie o testi destinati alle piattaforme digitali, possiamo analogamente chiamare influenzatori coloro che, attraverso quei contenuti, riescono a orientare gusti, consumi e opinioni.
La vicenda di influenzatore dimostra ancora una volta che l'italiano non è una lingua povera né incapace di nominare la modernità. Spesso le parole esistono già: basta riscoprirle. E talvolta, dietro un forestierismo presentato come inevitabile, si nasconde un vocabolo italiano antico, ben formato e perfettamente funzionante che aspetta soltanto di “rivedere la luce”.
Se chi persuade è un persuasore e chi comunica è un comunicatore, non si capisce perché chi influenza non possa essere, semplicemente, un influenzatore. Prima di cercare una parola oltre confine, vale la pena controllare se non si sia già accomodata nel nostro vocabolario.

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«Uno di quelli che...»: l'accordo al plurale che quasi tutti dimenticano

Nella locuzione partitiva «uno di quelli che...» (o una delle cose che...) e simili, la grammatica normativa impone di coniugare il verbo della frase relativa al plurale, non al singolare.

Il motivo è squisitamente sintattico: il pronome relativo che non ha genere né numero propri e si accorda sempre con la parola immediatamente precedente, ossia il pronome o sostantivo plurale (quelli, cose, persone), e non con l'elemento singolare iniziale (uno).

Di conseguenza la forma corretta, per esempio, è «È uno dei libri che mi hanno colpito» (ovvero: tra i libri che hanno colpito me, questo è uno), mentre l'uso del singolare (uno dei libri che mi ha colpito) costituisce un grave errore di concordanza causato dall'attrazione psicologica esercitata da uno.

















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venerdì 18 settembre 2026

Acquartierare: un mistero (eleusino) ortografico

 


Non capiamo per quale motivo il sintagma verbale “acquartierare” si deva (sic!) scrivere con il gruppo consonantico “cq” quando non ha nulla (a) che fare con l’acqua. Il verbo in oggetto, un denominale derivato da “quartiere”, andrebbe scritto, quindi, aquartierare o meglio aqquartierare, in quanto il prefisso “a-”, essendo geminante, provoca il raddoppiamento sintattico. Aqquartierare si trova, infatti, nel Vocabolario Nautico Italiano di Francesco Corazzini. È veramente un mistero eleusino.

L'anomalia grafematica è una vistosa eccezione della lingua italiana, dove il rafforzamento della velare sorda davanti a semiconsonante /w/ viene reso storicamente con "cq" (su modello dell'etimo latino aqua) anziché con il più coerente ed etimologico "qq" (o "cq") fuori contesto semantico.

Sotto il profilo prettamente semantico e storico, la radice ci riconduce al latino quartus e all'alloggiamento delle truppe nelle quattro zone (i quartieri) in cui venivano divisi gli accampamenti o i centri urbani. A questa stessa sfera lessicale e bellica appartiene un'altra celebre locuzione: "lotta senza quartiere" (o "fare una guerra senza quartiere"). In ambito militare, il "quartiere" era la zona di ricovero o di rifugio provvisorio stabilita per i prigionieri di guerra o per le truppe che si arrendevano. Concedere il quartiere significava quindi risparmiare la vita al nemico sconfitto, assicurandogli un alloggio e la salvezza. Combattere una "guerra senza quartiere" equivaleva a un conflitto spietato e all'ultimo sangue, in cui non si concedeva alcuna tregua né si facevano prigionieri.

Confidiamo in una spiegazione di qualche linguista o lessicografo che segue le nostre noterelle per svelare se dietro quel nesso "cq" in acquartierare vi sia soltanto un'attrazione analogica ipercorrettiva nei confronti della famiglia di "acqua" o una bizzarria consolidatasi nella tradizione tipografica e grammaticale italiana.

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Oltre l'angolo della via: la saggezza dimenticata del quartiere

Visto che siamo in tema di quartiere, riportiamo un proverbio, forse, poco conosciuto: «Chi cambia quartiere, cambia fortuna». Questa antica massima di tradizione popolare racchiude in sé una saggezza profonda: ci ricorda che anche il più piccolo spostamento nello spazio geografico e sociale può determinare un ribaltamento radicale del proprio destino.

Nella tradizione urbana e contadina di un tempo, la vita quotidiana era fortemente radicata nel microcosmo del rione o della contrada; le strade che si frequentavano, i volti che si incrociavano tutte le mattine e le dinamiche di vicinato costituivano una vera e propria “gabbia” o, al contrario, un terreno fertile per la prosperità individuale. Spostarsi anche solo di pochi isolati, cambiando aria e punto di vista, significava spezzare simbolicamente la catena della sfortuna, lasciarsi alle spalle rancori, pettegolezzi, cattive reputazioni, e avere nuove opportunità d'affari o di relazione.
 Il concetto di "fortuna" espresso dal proverbio non deve essere inteso solo come cieca sorte o fatalismo, ma anche come l'insieme delle energie e di tutto ciò che ci circonda: rinnovare il proprio ambiente vitale permette infatti di modificare la percezione che gli altri hanno di noi e, al contempo, la nostra stessa disposizione mentale nei confronti del mondo.
In un'epoca contemporanea dominata da grandi spostamenti e migrazioni globali, questo proverbio conserva intatta la sua straordinaria freschezza, ricordandoci che talvolta non occorre attraversare gli oceani per dare una svolta alla propria esistenza, ma può bastare un semplice cambio di prospettiva, varcando il confine sottile che separa un quartiere dall'altro per ritrovare lo slancio perduto e ricominciare da capo.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Guerra in Iran, news. Trump: “Verso un momento cruciale in Iran, sto decidendo se annientarli o meno”

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Correttamente: se annientarli o no. Nelle alternative disgiuntive introdotte da un'ipotetica, la grammatica tradizionale richiede l'uso della particella negativa "no" e non l’avverbio di quantità "meno". Pertanto, nel contesto del titolo, la formulazione grammaticalmente corretta e propria della lingua italiana è esclusivamente "se annientarli o no". Il ricorso a "o meno" è considerato un registro colloquiale o burocratico da evitare in buona lingua (e la stampa dovrebbe...).



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