lunedì 20 luglio 2026

“Sentenzievole”

 L’aggettivo che nomina la tendenza alla sentenza, distinta dalla pomposità del sentenzioso

Nella tradizione dell’italiano colto sentenzioso è voce pienamente attestata: designa chi parla con tono grave, compunto, spesso pomposo, come se ogni frase fosse una massima scolpita. È un aggettivo che giudica il modo di parlare, non soltanto il contenuto: la persona sentenziosa non si limita a formulare giudizi, ma li veste di un’aura di superiorità, di compunzione, di moralismo. Il suffisso ‑oso, del resto, porta con sé l’idea dell’eccesso: noioso, pomposo, affettuoso, sentenzioso. Chi è sentenzioso eccede, sovraccarica, appesantisce.

Accanto a questa voce, la morfologia italiana permette la formazione regolare di sentenzievole, derivato da sentenziare con il suffisso ‑evole, che nella lingua di Dante e di Manzoni indica disposizione, inclinazione, attitudine: amorevole, lodevole e simili. Sentenzievole significherebbe, dunque, “incline a sentenziare”, “portato a formulare giudizi netti”, senza implicare necessariamente la pomposità del sentenzioso. È un attributo che “disegna” la struttura del pensiero, non il tono: chi è sentenzievole pensa per assiomi, riduce la complessità a enunciati apodittici, chiude la discussione con un verdetto. Non c’è compunzione, non c’è affettazione: c’è rigidità assertiva.

La distinzione è preziosa. Sentenzioso riguarda il come si parla; sentenzievole il che cosa si tende a fare quando si parla. Il primo è un difetto stilistico, il secondo una modalità cognitiva. Il primo giudica con pomposità; il secondo giudica con nettezza. Il primo è un moralista; il secondo un assertore. La lingua italiana, ricca di suffissi per modulare le sfumature del carattere e del comportamento, ha tutti gli strumenti per accogliere questa coppia: recuperare sentenzievole significa restituire precisione a un’area semantica oggi compressa sotto un unico aggettivo.

Gli esempi chiariscono la differenza. Un critico sentenzioso trasforma ogni recensione in una predica, con tono grave e compunto; un critico sentenzievole riduce ogni giudizio a un verdetto secco, senza sfumature. Una prosa sentenziosa procede per massime e ammonimenti; una prosa sentenzievole procede per enunciati netti, definitivi, apodittici. Un collega sentenzioso parla come un moralista; un collega sentenzievole parla come un assertore.

La lingua, quando può essere più precisa, deve esserlo. E sentenzievole è un termine che, pur non attestato nei vocabolari dell’uso (si trova solo nel GDLI, ma come sinonimo letterario di sentenzioso), gode di piena legittimità morfologica e un valore semantico distinto, utile, necessario. Recuperarlo significa dare nome a una tendenza sempre più diffusa: trasformare ogni opinione in una sentenza. Se il sentenzioso indossa la toga per recitare la commedia del saggio, il sentenzievole impugna il martelletto per chiudere il processo alla realtà: l'uno appesantisce la parola, l'altro impoverisce il mondo.

***

Perché "sigillo" ha una sola g e "suggello" ne ha due?

Nel lessico italiano esistono coppie di parole che sembrano varianti minime, ma che portano con sé tracce di processi storici inattesi. Sigillo e suggello ne sono un esempio: due forme vicine, due grafie diverse. Perché una sola g nel primo e due nel secondo? La risposta non sta in un latino distinto, ma in una reinterpretazione popolare della parola, che ha inciso sia sulla forma sia sull’uso.

Sigillo deriva direttamente dal latino sigillum, diminutivo di signum. In italiano indica l’oggetto che imprime un segno: il timbro, il bollo, la matrice che chiude una lettera o autentica un documento. La forma italiana conserva la struttura originaria con una sola g intervocalica, mentre il nesso latino -ll- si riduce regolarmente a una l singola. Non intervengono prefissi né trasformazioni fonetiche particolari; la voce passa nel volgare con continuità formale.

Suggello, invece, non nasce da un latino autonomo. È una variante popolare e letteraria di sigillo. A un certo punto, la sillaba iniziale si- è stata scambiata per il prefisso latino sub- (sotto). La parola è stata quindi rianalizzata come se fosse composta da sub- + gello. In questa lettura analogica, la sequenza sub + g- si è assimilata in -gg-, esattamente sul modello di altre forme prefissate come suggerire (da sub-gerere). La doppia g di suggello è dunque il frutto di una falsa segmentazione della parola, reinterpretata erroneamente come se contenesse un prefisso.

Con l’andare del tempo, questa evoluzione ha creato anche una sottile distinzione nell'uso. Sebbene i dizionari considerino i due lessemi sinonimi, l'italiano moderno tende a specializzarli: usiamo prevalentemente sigillo per indicare l'oggetto fisico o l'impronta materiale (il sigillo di ceralacca, il sigillo di garanzia), mentre riserviamo la variante più solenne suggello per un valore figurato e astratto, legato all'atto o al gesto conclusivo che sancisce e conferma qualcosa (come in "porre il suggello a un accordo" o "il suggello di un'amicizia").






Scaricabile gratuitamente cliccando QUI









(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


domenica 19 luglio 2026

La doppia via dell’ascesa

 Come “crescere” e “aumentare” raccontano due modi diversi di salire nel mondo delle parole

Nel paesaggio mobile della lingua italiana, dove le parole sembrano talvolta muoversi come creature vive, i verbi crescere e aumentare si presentano spesso come due compagni di viaggio confusi l’uno per l’altro. Eppure, appena si posa l’orecchio sul loro battito profondo, si scopre che non sono affatto sinonimi perfetti: ciascuno custodisce una propria storia, una propria temperatura emotiva, una propria idea di ciò che significa “salire”. Queste noterelle si prefiggono lo scopo di mettere in luce tale differenza, restituendo ai due verbi la loro fisionomia originaria e offrendo una guida limpida al loro uso corretto.

La loro divergenza nasce già nel latino, dove le radici non mentono. Crescere discende da crēscere, verbo che appartiene alla stessa famiglia di Ceres, la dea romana delle messi, dei raccolti, della fertilità della terra. È una figura che incarna la forza silenziosa della germinazione, il mistero del seme che si apre, della vita che si espande dall’interno. Non stupisce, dunque, che crescere porti con sé un’idea di sviluppo organico, di maturazione naturale, di incremento che nasce da sé. È il verbo dei bambini che crescono, delle piante che crescono, dei capelli che crescono. E quando si sposta su territori più astratti, conserva la stessa vibrazione vitale: la stima cresce, la fiducia cresce, l’inquietudine cresce. Persino nell’uso giornalistico i morti sono cresciuti, il verbo sembra designare non una somma aritmetica, ma una massa tragica che si espande come un organismo oscuro.

Aumentare, invece, proviene da augmentare, frequentativo di augēre: qui la radice indoeuropea non parla di germinazione, ma di aggiunta. È il gesto dell’accumulo, della somma, del surplus che si deposita dall’esterno. Aumentare è il verbo della contabilità, della misura, del dato che cambia livello. Così i prezzi aumentano, le tasse aumentano, la temperatura aumenta. Non c’è maturazione, non c’è processo interno: c’è una variazione numerica, un gradino che si sposta. Dire la mia stima aumenta significa quasi trasformare un sentimento in una cifra, come se fosse un punteggio su una scala ideale.

A questa differenza semantica si intreccia un vincolo grammaticale che impedisce a queste due forme verbali di sovrapporsi completamente. Aumentare gode di una duplice natura: può essere intransitivo, come in i dubbi sono aumentati, e può essere transitivo, come in il direttore ha aumentato lo stipendio. Crescere, invece, nell’italiano contemporaneo è intransitivo: il ragazzo è cresciuto, l’inflazione è cresciuta. Solo in un caso può diventare transitivo: quando significa allevare, educare, coltivare. I genitori hanno cresciuto i figli; il nonno ha cresciuto, nell’orto, dei pomodori giganti. Fuori da questa accezione biologico‑educativa, l’uso transitivo di crescere è un errore grossolano: non si può dire il governo ha cresciuto le tasse, l’operaio ha cresciuto il ritmo, hai cresciuto il volume della TV. In tutti questi casi il verbo corretto è aumentare.

La regola pratica, dunque, è semplice e quasi intuitiva: quando l’incremento è il risultato di un intervento diretto su una quantità, il verbo da usare è aumentare; quando il fenomeno si sviluppa da sé, lentamente, come una forma di vita o un sentimento che prende corpo, si può ricorrere a crescere. Così si preserva la distinzione tra ciò che si espande come un organismo e ciò che sale come un numero.

E così, tra la vita che si espande e il numero che sale, tra il seme che si apre e la cifra che si aggiunge, crescere e aumentare continuano a tracciare due vie diverse dell’ascesa. L’una organica, l’altra aritmetica; l’una interna, l’altra indotta. E forse, in fondo, la loro differenza si lascia riassumere in un solo pensiero: si cresce quando qualcosa prende forma, si aumenta quando qualcosa prende misura.
















(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


sabato 18 luglio 2026

“Temporista”

 Sulla necessità di nominare il lavoro a tempo con una parola finalmente precisa


N
ella riflessione sul lessico del lavoro contemporaneo, dove le categorie tradizionali non bastano più a descrivere la varietà delle forme occupazionali, emerge talvolta la necessità di una voce nuova, capace di nominare con precisione senza appesantire. È in questo spazio che si colloca il neologismo che proponiamo: temporista. È un nuovo lessema ben formato, morfologicamente limpido, semanticamente mirato. Una parola che nasce per rispondere a un’esigenza concreta: definire chi presta la propria opera per un periodo limitato e predeterminato, senza ricorrere a etichette burocratiche o sociologiche che rischiano di distorcere il fenomeno.

Sul piano etimologico, la formazione di temporista si fonda su un meccanismo morfologico latino di grande rilievo: l’alternanza tra tema del nominativo e tema obliquo. Il latino tempus appartiene alla terza declinazione, e come tutti i neutri in -us presenta una distinzione strutturale tra la forma del nominativo (tempus) e il tema obliquo tempor-, che emerge nei casi flessi: temporis (genitivo), tempora (plurale), temporale, temporarius, temporalis. È il tema obliquo, non il nominativo, a costituire la base morfologica produttiva per la derivazione. Il nominativo conserva spesso esiti fonetici arcaici o irregolari, mentre il tema obliquo è la forma stabile, regolare, adatta alla combinazione con suffissi e alla formazione di aggettivi e composti.

L’italiano eredita questa struttura in modo sistematico: la forma lessicale proviene dal nominativo (tempus → tempo), ma la base derivazionale proviene dal tema obliquo (tempor-). È lo stesso fenomeno che osserviamo in coppie come corpus/corpor- (→ corpo, corporale), genus/gener- (→ genere, generico), onus/oner- (→ onere, oneroso), opus/oper- (→ opera, operare). La morfologia romanza non deriva dai nominativi, bensì dai temi obliqui: è una continuità strutturale che attraversa il passaggio dal latino alle lingue romanze. In questo quadro, tempor- è la base morfologica naturale per la derivazione italiana: da essa discendono temporale, temporaneo, contemporaneo, temporizzare, temporizzazione. L’innesto del suffisso agentivo -ista su tempor- è dunque perfettamente coerente con la tradizione morfologica: tempor- + -ista produce un derivato che rispetta i meccanismi storici della lingua.

Il significato della voce è netto: temporista designa il lavoratore impiegato per un arco temporale circoscritto, definito a priori. È sinonimo di lavoratore temporaneo, interinale, a termine, ma con una sfumatura più neutra e più elegante. Dove precario può risultare stigmatizzante e interinale eccessivamente tecnico, temporista si colloca in una zona di equilibrio: descrive senza giudicare, nomina senza interpretare. La centralità del fattore temporale è resa con immediatezza, e la parola si presta tanto al linguaggio amministrativo quanto a quello giornalistico o sindacale.

Gli esempi d’uso mostrano la duttilità del neologismo: “L’azienda ha assunto due temporisti per la fase di test del nuovo software”; “Il settore agricolo continua a dipendere dal lavoro dei temporisti durante la stagione della raccolta”; “Le tutele dei temporisti devono essere adeguate alla natura intermittente delle prestazioni”. Anche nel parlato quotidiano la voce scorre senza attriti: “Quest’anno lavoro come temporista in biblioteca”, “Mi hanno preso come temporista per sostituire un collega in ferie”. La naturalezza dell’inserimento nei contesti conferma la bontà della neoformazione.

La chiarezza del neologismo è uno dei suoi punti di forza: la struttura è trasparente, il significato immediatamente accessibile. La voce si presta inoltre a generare una piccola famiglia derivazionale: temporismo (il sistema del lavoro a tempo), temporistico (relativo ai temporisti), temporizzare (organizzare secondo tempi definiti). Quando un neologismo produce derivati coerenti, significa che ha trovato un posto nel sistema linguistico.

In un panorama lavorativo sempre più frammentato, la lingua ha bisogno di strumenti nuovi per descrivere con precisione le forme dell’impiego. Temporista risponde a questa esigenza con rigore morfologico e sobrietà semantica. È una parola che si lascia usare, che si fa capire, che colma un vuoto. Per questo merita attenzione, discussione, diffusione. È un neologismo che non cerca di stupire: cerca di servire. E lo fa con efficacia. 

***

Perché 'dott.' precede sempre il nome, tranne nei casi di 'dott. ing.' e 'dott. arch.'? (Quesito di un lettore)

La grammatica stabilisce che il titolo di dott. si colloca sempre prima del nome: on. prof. dott. Francesco Franceschi; cav. avv. dott. Leandro Leandri. Perché, allora, con i titoli di ing. e arch. la regola sembra disattesa, producendo forme come dott. ing. Fabio Franchi e dott. arch. Sebastiano Luciano?

In questo caso non si tratta di una norma grammaticale, bensì di una prassi protocollare fondata sulla natura del titolo dott.. Dott. è un titolo accademico: indica il conseguimento di una laurea e, nella tradizione italiana, costituisce la qualifica “di base” che precede qualsiasi titolo professionale derivato dalla laurea stessa. Ing. e arch. sono invece titoli professionali: spettano solo a chi, oltre alla laurea, ha superato l’esame di Stato ed è iscritto all’albo.

La formula dott. ing. e dott. arch. nasce dunque per rendere visibile la doppia qualifica: prima la laurea (dott.), poi l’abilitazione professionale (ing. / arch.). Gli ordini tecnici hanno consolidato questa forma sin dal primo Novecento e la considerano corretta solo per gli iscritti all’albo; il semplice laureato deve limitarsi a dott..

La particolarità sta nel fatto che gli ordini degli ingegneri e degli architetti hanno scelto di mantenere questa formula composta, mentre altre professioni non hanno adottato un modello analogo. Per questo dott. si colloca sempre prima del nome, tranne nei casi – appunto ing. e arch. – in cui la tradizione professionale ha stabilito che il titolo accademico e quello professionale vengano espressi insieme in un’unica locuzione.

***

Alfine e al fine

Si presti attenzione ai due termini perché cambiano di significato a seconda della grafia. Nella forma univerbata è un avverbio con il significato di “finalmente”, “alla fine”, “infine”: dopo molti tentavi alfine è riuscito nell’impresa. In grafia analitica (due parole) è una locuzione congiuntiva con valore finale, “allo scopo di”: al fine di seguire il filo degli eventi – chiarisce l’autore – il racconto indugia su ogni gesto che precede la svolta inattesa della scena

















(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



venerdì 17 luglio 2026

L’arte discreta dell’igiene pubblica

 Il vespasiano tra architettura, costume e lingua

L’argomento che segue può sembrare insolito, persino un po' crudo, perché tocca una sfera fisiologica spesso circondata da pudore. Tuttavia anche le parole considerate volgari fanno parte del patrimonio linguistico: raccontano la storia materiale delle città, registrano usi e costumi, e mostrano come una comunità abbia nominato – senza infingimenti – i propri bisogni più elementari. Parlare di pisciatoio, orinatoio o vespasiano significa dunque osservare la lingua mentre accompagna, con sorprendente precisione, l’evoluzione dell’urbanità.

Nelle città odierne i servizi igienici pubblici sono spesso ridotti a presenze discrete, quasi invisibili, nascosti nei sotterranei delle stazioni o celati dietro la tecnologia di cabine autopulenti. Eppure l’orinatoio pubblico – chiamato nel linguaggio popolare pisciatoio e, in forma più nobile, vespasiano – ha una storia sorprendentemente ricca, in cui si intrecciano igiene, politica, urbanistica e costume sociale.

Esplorare la parabola di questi manufatti significa compiere un viaggio nel tempo, osservando come le città abbiano risposto a un bisogno fisiologico universale trasformandolo, di volta in volta, in risorsa economica, sfida architettonica e terreno di riflessione linguistica.

La storia dell’orinatoio pubblico affonda le radici nell’antica Roma e si lega alla figura dell’imperatore Vespasiano (9‑79 d.C.), che intuì come i bisogni della popolazione potessero diventare una fonte di reddito. L’urina, ricca di ammoniaca, veniva raccolta in grandi vasi collocati lungo le strade e venduta ai fullones, i lavandai e tintori che la utilizzavano per sgrassare e sbiancare i tessuti di lana.

Vespasiano impose una tassa su questa raccolta. Quando il figlio Tito ne criticò la natura “poco decorosa”, l’imperatore rispose con la celebre massima: Pecunia non olet (il denaro non ha odore). Da allora, in diverse lingue, le strutture pubbliche dedicate alla minzione presero il nome dell’imperatore.

Con la caduta dell’Impero Romano, le norme igieniche conobbero un lungo declino. Solo nell’Ottocento, con l’esplosione demografica delle grandi metropoli europee – Parigi, Londra, Napoli – la gestione delle acque reflue e dei bisogni corporali tornò a essere una priorità pubblica. A Parigi, sotto il prefetto Rambuteau e poi con il barone Haussmann, nacquero eleganti colonnine in ferro e ghisa, ornate con motivi floreali, lanterne e spazi per la cartellonistica.

In Italia, gli orinatoi pubblici assunsero tipologie differenti: le strutture a edicola, cilindriche e in ghisa, integrate con lampioni e chioschi dei giornali; le strutture a paravento, semplici lastre di pietra o ardesia addossate ai muri dei vicoli; e gli eufemismi amministrativi, come padiglioni di decenza o colonne idrauliche, impiegati nei documenti comunali di fine Ottocento per evitare la crudezza dei termini popolari.

Sotto il profilo linguistico, pisciatoio è un esempio limpido di derivazione verbale diretta: dal verbo pisciare (di origine onomatopeica, imitante il rumore del liquido che scorre, e attestato già nel Medioevo come voce popolare legata alla sfera fisiologica) con il suffisso ‑toio, che indica luogo o strumento. Nel parlato comune ha acquisito una sfumatura talvolta svalutativa, sostituita da forme più formali come orinatoio, servizio igienico, latrina o ritirata (ricordate i vecchi vagoni ferroviari?). Tuttavia, nella letteratura realista del Novecento conserva una forza descrittiva immediata e concreta. La ricerca del “decoro verbale” ha spinto accademici e puristi a proporre alternative più eleganti: il termine dotto orinale (per lo più domestico) o varie locuzioni eufemistiche. Questa oscillazione testimonia come la lingua rifletta le convenzioni sociali e il pudore di un’epoca.

Oggi i vespasiani in ghisa sono quasi del tutto scomparsi, sostituiti da soluzioni tecnologiche autopulenti. Gli ultimi esemplari superstiti sono conservati come testimonianze di “archeologia industriale”. Il loro fascino discreto ricorda come l’architettura urbana abbia saputo dialogare, per secoli, anche con i bisogni più intimi e prosaici dell’essere umano.

Così, tra ghisa, pietra e parole, il vespasiano attraversa i secoli come un piccolo segno di civiltà: discreto, funzionale, eppure capace di raccontare la città meglio di molti monumenti. In queste strutture, nate per un bisogno elementare, si riflette la trama minuta dell’urbanità: ciò che resta quando il superfluo svanisce e la vita quotidiana torna a mostrarsi nella sua misura più autentica.

***

Il fischio che diventa voce

Quando la melodia non si canta: si fischia

Nella terminologia musicale italiana esiste un’area sorprendentemente scoperta: quella delle esecuzioni vocali “alternative”, cioè tutte quelle forme di interpretazione che non rientrano nel canto propriamente detto ma ne occupano la funzione melodica. Tra queste, il fischio melodico è forse la più diffusa e riconoscibile, presente nella musica leggera, nel cinema, nella pubblicità, nella tradizione popolare. Eppure, nonostante la sua evidente funzione espressiva, la lingua non ha mai elaborato un termine specifico per designare l’esecutore che, accompagnato dalla musica, sostituisce la voce con il fischio. La mancanza di una denominazione stabile ha prodotto soluzioni occasionali, prestiti non integrati o perifrasi tecniche. Da qui l’opportunità di proporre un lessema nuovo, morfologicamente regolare e semanticamente chiaro: fischiettista.

La neoformazione nasce dalla base verbale fischiettare, con suffissazione in ‑ista, morfema pienamente produttivo nella formazione dei nomi d’agente in ambito musicale (pianista, clarinettista, cornettista). La struttura è trasparente, immediatamente interpretabile, coerente con i modelli derivativi dell’italiano contemporaneo. Il significato è netto: chi interpreta una melodia fischiettando, in luogo del canto o come parte autonoma dell’arrangiamento. Il termine permette di distinguere l’atto generico del fischiare dalla funzione performativa, cioè dall’esecuzione intenzionale di una linea melodica. L’uso potenziale è ampio: note di copertina, recensioni, descrizioni di “performance”, schede tecniche, testi divulgativi. La forma, pur non attestata nei repertori storici, risulta naturale e adatta alla lessicalizzazione, evitando prestiti superflui e colmando un vuoto denominativo reale.

La proposta di fischiettista risponde, dunque, a criteri di economia, chiarezza e coerenza morfologica, offrendo alla lingua un termne nuovo ma perfettamente integrabile, capace di descrivere una pratica diffusa e riconoscibile, benché priva di tradizione codificata. La sua adozione consentirebbe di stabilizzare una categoria espressiva finora priva di nome, restituendo precisione terminologica a un ambito che la richiede.

fischiettista, s. m. e f.Chi interpreta una melodia fischiettando, spec. in luogo del canto; esecutore a fischio; talora, chi impiega il fischio come tecnica melodica autonoma in contesti musicali accompagnati o solistici; anche, chi integra il fischio come elemento caratterizzante della propria espressività musicale.



















(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

giovedì 16 luglio 2026

Tardivo / Tardevole: la coppia che l’italiano dovrebbe recuperare

 Due aggettivi simili solo in apparenza: uno dice “ritardo”, l’altro dice “rinvio”

Tardivo e tardevole sono due aggettivi che, pur condividendo una base semantica comune, presentano una distinzione funzionale che meriterebbe di essere riconosciuta anche nei vocabolari dell’uso. Tardevole è infatti attestato soltanto nel GDLI, con il valore di “procrastinabile, rinviabile senza danno immediato”; i dizionari correnti registrano invece solo tardivo, nel senso generico di “che avviene tardi, oltre il tempo opportuno”. Proprio per evitare che tardivo debba coprire anche l’area semantica della procrastinazione, sarebbe opportuno che tardevole trovasse posto nei repertori dell’uso, come voce distinta e utile.

L’aggettivo tardivo continua il latino tardīvus, derivato da tardus “lento, ritardato, che tarda”. La formazione in ‑īvus indica relazione o attitudine, e in italiano il valore si conserva nella definizione di “che giunge tardi rispetto al tempo atteso o opportuno”: «Una risposta tardiva può compromettere l’esito della domanda»; «La fioritura tardiva del ciliegio è dovuta al clima freddo»; «Un riconoscimento tardivo, ma comunque gradito». Il tratto dominante è la collocazione temporale posticipata, spesso con una sfumatura valutativa: ciò che è tardivo arriva troppo tardi o comunque oltre il momento più opportuno.

L’attributo tardevole è invece una formazione interna all’italiano, costruita sul tema di tardo con il suffisso ‑evole, che esprime possibilità o suscettibilità (amorevole, notevole, dannevole). Il GDLI ne registra il significato di “procrastinabile, rinviabile”, “che può essere fatto tardi senza conseguenze rilevanti”.

La distinzione funzionale tra i due lessemi è netta: tardivo indica un ritardo già realizzato; tardevole una ritardabilità potenziale. L’assenza di tardevole dai vocabolari dell’uso priva il sistema lessicale di una sfumatura utile, costringendo talvolta a impiegare tardivo in contesti dove il valore modale sarebbe più appropriato. L’inclusione di tardevole nei dizionari correnti restituirebbe precisione e articolazione alla coppia, già riconosciuta dalla grande lessicografia storica.

Recuperare tardevole, insomma, non sarebbe un'operazione di sterile “archeologia linguistica” o di snobismo intellettuale, ma un atto di precisione. Eviterebbe il sovraccarico semantico di tardivo (che oltre tutto ha un’accezione diversa da tardevole) e offrirebbe un'alternativa agile a parole più rigide come procrastinabile (e simili).

------

Alcuni autori del passato che adoperano l’aggettivo in oggetto:


Bono Giamboni (XIII Secolo)

Scrittore e volgarizzatore fiorentino, Giamboni usa questo aggettivo nel suo volgarizzamento del celebre trattato di Innocenzo III, De miseria humanae conditionis, per descrivere la longanimità divina:

Iddio è tardevole all'ira, e largo alla misericordia...”

Domenico Cavalca (XIV Secolo)

Frate domenicano e scrittore, celebre per la sua prosa limpida e popolareggiante, fa uso di "tardevole" nelle sue opere di edificazione spirituale (come il Pungilingua o i Frutti della lingua) sempre in riferimento alla pazienza o alla lentezza:

...perché Idio è tardevole a sdegnarsi e pronto a perdonare...”

Volgarizzamenti di Albertano da Brescia (XIII - XIV Secolo)

Nei volgarizzamenti dei trattati morali del giudice lombardo Albertano l'attributo compare in una massima molto nota sull'opportunità di dare risposte tempestive:

La tardevole risposta par che neghi.”
(Vale a dire: una risposta che si fa attendere troppo equivale quasi a un diniego).

Anton Maria Salvini (XVII - XVIII Secolo)

Anton Maria Salvini, celebre filologo, grecista e accademico della Crusca, noto per il suo stile volutamente arcaizzante e per la ricerca di vocaboli trecenteschi, adopera l’aggettivo per arricchire le sue traduzioni e le sue lezioni:

Non sia la vostra mossa tardevole o pigra...”


 ***

La lingua “biforcuta” della stampa


Ma come nelle serie di Netflix la storia è attraversata da continui di colpi di scena.

*

Tomba egizia di 3.000 anni con vividi affreschi sull'aldilà scoperta vicino Luxor

*

Prevista anche l'indicazione, al deposito del contrassegno, del nome di chi coalizione proporrà al presidente della Repubblica come premier.

*

Il Centcom ha annunciato una nuova di attacchi contro l'Iran alle 15 ora americana.

*

Chiedo per un amico a chi dice, con 1 certa sicumera, chee Putin non potrebbe aprire una guerra in Europa












(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 







mercoledì 15 luglio 2026

Tre condizionali per un verbo solo: ‘soddisferei’, ‘soddisfacerei’, ‘soddisfarei’

 Il caso morfologico di «soddisfare»



 Il condizionale presente del verbo soddisfare è uno dei punti più interessanti della morfologia verbale italiana, perché presenta tre diverse formazioni, tutte motivate da processi linguistici riconoscibili: io soddisferei, io soddisfacerei, io soddisfarei. La coesistenza di queste tre forme non è un’anomalia, ma il risultato della complessità strutturale del verbo, che eredita le oscillazioni storiche dal verbo fare, l'alternanza delle radici e l'azione dell'analogia nel sistema della lingua.

La forma soddisferei è oggi la più comune e la più diffusa nell'uso “standard” contemporaneo. Essa nasce da un processo di regolarizzazione analogica: i parlanti tendono a trattare soddisfare come se fosse un normale verbo regolare della prima coniugazione (come parlareparlerei, lavorarelavorerei), mutando la vocale tematica -ar- in -er-. Non rappresenta, quindi, la prosecuzione diretta del modello irregolare di fare (che al condizionale mantiene la a in farei), ma un'estensione analogica che la rende la forma oggi percepita come più neutra e comune.

La forma soddisfacerei, invece, nasce dalla radice alternante soddisface-, quella dell’imperfetto indicativo (soddisfacevo) e del congiuntivo imperfetto (soddisfacessi). L’italiano conserva in molti verbi la possibilità di formare il condizionale a partire dalla radice dell’imperfetto (si pensi a piacevopiacerei, giacevogiacerei). Per analogia, soddisfacevosoddisfacerei è una formazione perfettamente spiegabile. Non è la più frequente, ma è pienamente legittima. E soprattutto è documentata in testi letterari [Gabriele D’Annunzio, Forse che sì forse che no (1910); Antonio Fogazzaro, Il santo (1905); Giovanni Papini, Gog (1931)].

La forma soddisfarei, infine, è la più interessante sotto il profilo filologico. Contrariamente a quanto talvolta si crede, le grammatiche e i dizionari storici e contemporanei la registrano e la considerano pienamente legittima, spesso indicandola come variante paritaria o preferibile sul piano letterario. È infatti la forma che rispetta più fedelmente l'irregolarità del verbo base fare: poiché il condizionale di fare mantiene la a (farei e non *ferei), la derivazione etimologica regolare per i suoi composti è proprio soddisfarei (esattamente come rifarei o disfarei). La lingua non sempre si piega alla semplificazione analogica, e questa variante ne è una limpida testimonianza conservativa.

La presenza di tre distinte forme - e concludiamo queste noterelle - non è un difetto del sistema, ma un segno della straordinaria vitalità della morfologia italiana. I verbi derivati da fare oscillano da sempre fra radici diverse (farefacciofecifarò), e soddisfare eredita questa oscillazione. La lingua accetta tutte e tre le soluzioni, anche se l’uso contemporaneo privilegia soddisferei. La forma soddisfarei, lungi dall'essere un errore o una forma non registrata, è la più coerente con la coniugazione storica di fare e merita di essere pienamente riconosciuta. La forma soddisfacerei è meno frequente (quasi assente), ma altrettanto spiegabile e documentata. In conclusione, il condizionale di soddisfare non è un terreno di incertezza, ma un esempio luminoso di come la morfologia italiana sappia offrire più soluzioni, tutte legittime, tutte motivabili, tutte vive (o quasi) nell’uso.


















(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 




martedì 14 luglio 2026

“Eremitare”, il nuovo verbo della solitudine per scelta

 Una parola che dà forma linguistica a un comportamento antico e riconoscibile

Il sostantivo eremita ben saldo nella tradizione religiosa è stato poi esteso a indicare chi vive appartato per temperamento. Manca tuttavia un verbo semplice che esprima l’atto o la condizione del “fare l’eremita”: si ricorre a perifrasi (vivere da eremita, ritirarsi in solitudine), oppure a verbi generici che non restituiscono la specificità del comportamento. La formazione di eremitare risponde dunque a un’esigenza semantica reale e si colloca nel solco produttivo dei verbi denominali in –are, capaci di trasformare un nome di persona in condotta, abito, inclinazione.

Sotto il profilo etimologico, eremitare nasce dal tema eremit- (da eremita, lat. eremīta, “solitario, del deserto”) con l’aggiunta del suffisso verbale –are, il più neutro e regolare nella derivazione denominale. La trasparenza morfologica è piena: come vagabondo → vagabondare, mendico → mendicare, monaco → monacare (arcaico), così eremita → eremitare. Il sintagma verbale risulta immediatamente interpretabile, privo di effetti comici o artificiosi, e si integra con naturalezza nel paradigma dell’italiano comune.

Il valore semantico si articola in tre aree principali, che si fondono armonicamente nel profilo del verbo. Eremitare significa anzitutto condurre vita appartata: vivere in solitudine, lontano dalla società, per scelta o inclinazione. Indica inoltre il “gesto” del ritirarsi volontariamente, sottraendosi alla vita sociale per dedicarsi a meditazione, studio, lavoro. Infine, può descrivere l’atto di assumere atteggiamenti eremitici, evitando relazioni, mondanità, contatti, anche in senso figurale o temporaneo. Le tre aree semantiche non sono compartimenti stagni: concorrono a delineare un comportamento unitario, riconoscibile e coerente.

Gli esempi d’uso mostrano la naturalezza del verbo nel discorso: Negli ultimi anni Pasquale eremita in una casa di montagna, senza desiderio di tornare in città.Durante la stesura del romanzo l’autore ha preferito eremitare per mesi, limitando ogni comunicazione.Quando è sotto pressione tende a eremitare e a ridurre drasticamente la sua presenza sociale. La sintassi è lineare, la coniugazione regolare, l’effetto stilistico sobrio: eremitare si presta tanto all’uso descrittivo quanto a quello figurato.

------------

eremitare v. intr. [der. di eremita] – Vivere in modo solitario e appartato; condurre vita da eremita per scelta, temperamento o necessità.Part. pres. eremitante; part. pass. eremitato. ◆ Uso raro o d’autore; conio moderno di formazione regolare.


***

Vi siete mai chiesti o vi siete mai chiesto?

Spesso siamo assaliti dal dubbio amletico tra "vi siete mai chiesti" e "vi siete mai chiesto" (e simili). In questo caso la lingua italiana si dimostra, come spesso accade, elastica ma con una netta preferenza. Entrambe le forme sono grammaticalmente legittime, ma rispondono a due logiche sintattiche differenti che ne determinano la naturalezza e la frequenza d'uso.

 La forma di gran lunga più comune, spontanea e consigliabile è "vi siete mai chiesti". In questo caso, il participio passato si accorda in genere e numero con il soggetto (voi). Anche se chiedersi è un verbo riflessivo indiretto - in cui l'azione si riflette sul soggetto sotto forma di complemento di termine (chiedere a voi stessi) - l'accordo al plurale con il soggetto è la scelta che l'orecchio e la tradizione grammaticale italiana preferiscono. Suona fluida, immediata e perfettamente corretta in qualsiasi contesto, formale o informale.

Dall'altra parte, l'opzione "vi siete mai chiesto" non è un errore, ma si poggia su un meccanismo più astratto. Qui il participio rimane invariato al maschile singolare perché non si accorda con le persone, ma con l'intera frase secondaria che segue (l'interrogativa indiretta). Poiché un'intera proposizione viene percepita sintatticamente come un concetto singolare e "neutro", il verbo si blocca al singolare. Questa formula, pur avendo una sua coerenza teorica, viene spesso avvertita come più rigida, talvolta quasi burocratica o leggermente forzata.

Insomma, per scrivere e parlare con naturalezza senza rischiare di far storcere il naso a nessuno, la strada maestra è senz'altro quella dell'accordo con il soggetto: "vi siete mai chiesti" (e simili).




(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)