mercoledì 5 agosto 2026

La guerra silenziosa tra virgolette e corsivo

 Due segni nobili, ma incompatibili. Quando si riportano le parole bisogna scegliere: o le une o l'altro segno

Nel mondo della scrittura esiste una coppia di segni che non può convivere: virgolette e corsivo. Sono strumenti entrambi legittimi, entrambi utili, entrambi eleganti, ma incompatibili tra loro. La ragione è semplice: svolgono la stessa funzione, cioè segnalare che una parola o una frase non appartiene al flusso normale del testo. Proprio perché sono equivalenti, non devono mai essere usati insieme. L’idea di combinarli nasce spesso da un fraintendimento grafico: si pensa che il corsivo “rafforzi” le virgolette, o che le virgolette “proteggano” il corsivo. In realtà si crea solo ridondanza (oseremmo dire uno strafalcione), rumore visivo e una perdita di pulizia tipografica.

La regola è lineare: quando si riportano parole, espressioni, lemmi, citazioni o usi particolari, si sceglie un solo marcatore. O le virgolette, oppure il corsivo. Mai entrambi. Le virgolette sono un gesto netto, immediato; il corsivo è un gesto morbido, elegante. Ma entrambi dicono la stessa cosa: “questa parola è speciale”. Ripeterlo due volte è un (quasi) errore. Fatti salvi i rari casi in cui i due segni assolvono funzioni logiche distinte (come un titolo in corsivo racchiuso all'interno di una citazione tra virgolette), l'uso sovrapposto per lo stesso elemento è da considerarsi un'inutile duplicazione.

Va da sé che se un testo è interamente in corsivo - per esempio una dedica, un prologo, una nota introduttiva - il corsivo non può più funzionare come marcatore, perché è già lo stile di base. In quel caso, il tondo diventa il segnale naturale per evidenziare una parola riportata. È un principio tipografico semplice: quando tutto è inclinato, ciò che è dritto risalta. E non servono virgolette.

Esempio corretto con virgolette: Il maestro ripeté: «La parola giusta è perentorio, non perentuale».

(La citazione è resa solo dalle virgolette. Le parole riportate restano in tondo. Nessun corsivo).

Esempio corretto con corsivo: La parola perentorio viene spesso confusa con perentuale.

(Qui non c’è citazione: sono parole usate in senso metalinguistico. Il corsivo è l’unico marcatore).

Esempio scorretto (da evitare): La parola “perentorio” viene spesso confusa con “perentuale”.

(Virgolette e corsivo insieme creano un doppio segnale. È l’errore tipografico per eccellenza).

Esempio in un testo tutto in corsivo (parola riportata): Il termine corretto è perentorio.

(Testo inclinato, parola riportata in tondo. Nessuna virgoletta. Il contrasto tra corsivo e tondo è il marcatore).

Esempio in un testo tutto in corsivo (citazione breve): Il maestro ripeté: La parola giusta è perentorio.

(Testo inclinato, parola riportata in tondo. La citazione è resa dal cambio di carattere, non da un segno grafico).

Esempio di citazione con virgolette in un testo normale: Il maestro ripeté: «La parola giusta è perentorio».

(Testo in tondo, citazione con virgolette, parola riportata in tondo. Lineare, pulito, inequivocabile).

Questi esempi mostrano con chiarezza assoluta che virgolette e corsivo non possono convivere per la medesima funzione. Sono due strumenti alternativi, mai cumulativi. Se il testo è in tondo, si sceglie uno dei due; se il testo è in corsivo, il tondo diventa il marcatore. La scrittura vive di coerenza visiva, e la coerenza nasce proprio da queste scelte minime, che sembrano piccole ma determinano la qualità del testo.

***

Arraffare e arruffare: due verbi che si somigliano solo per finta

Quando l’atto dell’accaparrare e l’atto dello scompigliare si sfiorano all’orecchio ma non si incontrano mai nella realtà della lingua

Nella immensa officina della lingua italiana ci sono verbi che si somigliano solo per un gioco dell’orecchio, come due ombre che sembrano avvicinarsi e invece, appena la luce si fa più netta, rivelano la distanza. È il caso di arraffare e arruffare, due forme che la pronuncia frettolosa tende a confondere, trascinata dall’assonanza, dalla svagatezza, da quel miraggio fonetico che sovrappone l’atto dell’accaparrare con l’atto dello scompigliare, come se la mano che afferra e la mano che disordina fosse la stessa. Per restituire nitidezza a questa coppia ingannevole occorre risalire alle radici dei due sintagmi, perché è lì che la lingua mostra la sua verità più precisa.

Arraffare, secondo il Treccani, viene dal germanico raffōn, «strappare con violenza». È un verbo che porta con sé un gesto rapido, predatorio, spesso con un’ombra di destrezza furtiva. Il suo significato fondamentale è strappare, prendere con violenza o con abilità rapace, e da qui deriva l’uso più comune: rubare con destrezza. «Gli arraffò la spada dal fianco», «è capace di arraffare ogni cosa», «arraffavano la biancheria messa ad asciugare, se capitava», scrive Giovanni Verga. È sempre la stessa scena: una mano che si protende, un oggetto sottratto, un possesso immediato. Arraffare è un gesto che stringe, che porta a sé, che non contempla esitazioni.

Arruffare, invece, stando al Treccani viene dal longobardo rauffen, «agitarsi». Qui non c’è alcuna idea di possesso: c’è il disordine, il turbamento, il movimento che rompe la forma naturale delle cose. Il significato centrale è scompigliare, disordinare, trasformare ciò che è liscio in crespo, ciò che è ordinato in caotico. Il vento che arruffa i capelli, la matassa che si arruffa e perde la sua geometria, il gatto che arruffa il pelo per paura o per furia: tutto appartiene alla sfera del disordine, non dell’appropriazione. Anche in senso figurato il verbo conserva questa energia: arruffare le idee, arruffare una faccenda, arruffare le questioni, cioè confondere, complicare, togliere nitidezza. Alessandro Manzoni lo usa in un raro ampliamento semantico: «come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti», dove il verbo diventa moto atmosferico che sconvolge ciò che incontra. Il participio arruffato mantiene la stessa impronta: capelli arruffati, discorso arruffato, persona arruffata nel modo di esprimersi. È sempre la perdita dell’ordine a guidare la parola.

Confondere arraffare con arruffare significa raccontare un furto come se fosse una pettinatura mal riuscita, o descrivere un disordine come se fosse un colpo di mano. La lingua, però, custodisce le sue distanze: arraffare stringe, arruffare sparpaglia; il primo porta a sé, il secondo apre; uno è predatorio, l’altro visivo. E quando la precisione diventa un gesto di cura, le parole ritrovano la loro nitidezza. La lingua non si lascia ingannare dall’orecchio: ciò che sembra vicino, spesso, è lontanissimo.

E a proposito di arraffare e arruffare, nessun vocabolario, tra quelli consultati, attesta i relativi sostantivi: arraffamento e arruffamento, Si trovano nel GDLI: arraffamentoarruffamento.
















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 






martedì 4 agosto 2026

Sgroi – 224 - Papa Francesco italofono (e Papa Leone XIV italografo)

 

    di Salvatore Claudio Sgroi


1. Papa Francesco in Internet

Di recente ci è capitato di sentire in Internet Papa Francesco nel corso di un intervento a Ottavia 13 marzo 2017 in G 2000 speciale su “Il dialogo con i ragazzi del catechismo”. Lo stesso non potremmo dire di Papa Leone XIV, decisamente italografo e pochissimo italofono in TV, se non come lettore di testi scritti, quindi non interferiti con l’angloamericano se non a livello di intonazione. In cambio, in un video on line intitolato “3 errori che bloccano la tua vita di preghiere” appare una foto di Papa Leone in cui egli indica “tre” con la mano, all’americana, piegando cioè pollice e mignolo, e non come gli italiani piegando anulare e mignolo.


2. Fonologia

Da argentino-nativofono Papa Francesco tende in italiano a non pronunciare le doppie, così /abassano/, /se tu ti arrabi/, /dubio/, /davero/, /sarano/, /parocchia/ ripetuto due volte; l’italiano, com’è noto, oppone fonologicamente le scempie alle doppie, ess. piove/piovve, cane/canne, caro/carro, diversamente dallo spagnolo.

Per quanto riguarda gli accenti, ha pronunciato /papà e mamma litìgano/ e /tutti si comunìcano/ sdruccioli anziché /lìtigano/ e /comùnicano/ bisdruccioli. In passato, come avevamo documentato nel nostro Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa Leone XIV (libreria universitaria.it edizioni 2025, p. 375) aveva detto: /si interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ sdruccioli anziché bisdruccioli /si intèrrogano/, /mòrmorano/, /insànguinano/, /fàbbricano/. Il che si spiega, non perché in spagnolo non esistano parole bisdrucciole (cfr. cómetelo ‘mangiatelo’, señálamelo ‘segnalamelo’), ma col fatto che in spagnolo esiste una restrizione specifica riguardo all’accentazione del verbo, ovvero “l’accento non può andare prima della sillaba che precede il tema”.


3. Morfologia e morfosintassi

A livello morfologico è da rilevare l’es. “[io] da bambino andava allo stadio” anziché ‘io andavo’ perché in spagnolo la 1a e la 3a persona dell’imperfetto indicativo sono identici: (yo/él) iba, come nell’italiano antico.

A livello morfo-sintattico pronuncia la frase “devi dirle, a Gesù” anziché ‘devi dirgli, a Gesù’, perché in sp. il pronome personale le è ambigenere, valendo sia ‘a lui/gli’ che ‘a lei/le’. In passato aveva detto “le dissi al parroco”, come indicato nel citato volume (p. 404).

Usa il possessivo suo anziché ‘proprio’: “Ognuno con la sua famiglia” anziché ‘con la propria famiglia’.

Il pronominale andarsi via per ‘andarsene via’ ricalca lo sp. irse.

Non mancano frasi con complemento oggetto preposizionale animato, per es. “ringrazio tanto a voi, catechiste e catechisti”, “ringrazio a questi postini”. In passato aveva detto “Tutti i giorni alle sette del pomeriggio chiamo alla parrocchia di Gaza” (cfr. il citato vol. p. 399).

Il verbo al sing., anziché accordato col soggetto plur., appare nella frase “A me piace direttamente le cose”.

Il costrutto Ringrazio questo ‘ringrazio per questo’ ricalca lo sp.: cfr. “para agradecerme el regalo ‘per ringraziarmi del regalo’ (R. Arqués-A. Padoan, Il grande dizionario di spagnolo, Zanichelli 2012, sub agradecer).

E non mancano ess. con oggetto preposizionale preverbale con verbi transitivi, un uso questo invero pan-italiano: “A me spaventa quando una persona è cattiva” che vale ‘quanto a me, spaventa quando…’, “A me spaventa la capacità di distruzione che hanno le chiacchiere”, già segnalato con vari altri ess. nel citato volume (pp. 400-402).

L’imperativo negativo al congiuntivo “non ti preoccupi” è ricalcato sullo sp. no te preocupes anziché con l’infinito ‘non ti preoccupare’, come il “non ti dimentichi dei poveri”, ricordato nel citato vol. (p. 407).

Papa Francesco utilizza peraltro l’indicativo informale, proprio dell’italiano medio o neo-standard anziché il cong., in una frase come “Credo che è [anziché: sia) un problema che dobbiamo risolvere”, presente anche altrove, anche se il congiuntivo tende a prevalere, come abbiamo rilevato nel citato vol. (pp. 394-96).


4. Formazione delle parole

Concludiamo con il suffissato neologico chiacchier-aggio (inesistente in “Google libri ricerca avanzata”) per ‘chiaccher-iccio’ col suffisso –aggio, che “forma produttivamente sostantivi maschili denominali che indicano attività per lo più valutate negativamente: bagarinaggio, crumiraggio, spionaggio”, o anche ricicl-aggio, boicott-aggio, malandrin-aggio, sciacall-aggio, strozzin-aggio, ecc. (De Mauro 2000, anche on line), che rende lo sp. cotorr-eo, charl-oteo.


Sommario

1. Papa Francesco in Internet

2. Fonologia

3. Morfologia e morfosintassi

4. Formazione delle parole



















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



 

 

lunedì 3 agosto 2026

Il suono che pensa

 Come la materia fonica orienta, sfuma e modula il significato nella lingua italiana









La lingua italiana vive da sempre in una tensione affascinante: da un lato il principio dell’arbitrarietà del segno, per cui tra suono e significato non c’è legame naturale; dall’altro una costellazione di fenomeni in cui il suono sembra dire qualcosa del senso che porta. È il territorio del fonosimbolismo e dell’iconismo fonico: ambiti di studio che indagano come certe configurazioni fonetiche vengano percepite come più leggere, più gravi, più dolci, più dure, e come queste percezioni si intreccino con il valore semantico delle parole. Non si tratta di regole rigide, ma di tendenze, di campi di possibilità: la lingua resta convenzionale, ma non è mai del tutto indifferente al proprio corpo sonoro.

Un primo indizio lo si trova nei diminutivi e negli accrescitivi italiani. Quando diciamo casina invece di casa, freddino invece di freddo, magrolino invece di magro, non stiamo solo indicando una dimensione diversa: stiamo modulando la temperatura emotiva del discorso. La vocale i, alta e acuta, combinata con il suffisso ‑ino, produce una sensazione di alleggerimento, di attenuazione: bruttino ferisce meno di brutto, stupidino è meno tagliente di stupido. Non perché la i significhi dolcezza, ma perché, nella pratica d’uso, si è stabilita una convenzione fonosimbolica: certi suoni si associano più facilmente a certi atteggiamenti, e la comunità dei parlanti li riconosce e li sfrutta.

Qualcosa di simile accade con coppie di parole che non sono imparentate etimologicamente, ma che mostrano bene come il timbro vocalico contribuisca alla percezione globale. Si pensi a torbido e torvo: la prima parola indica un liquido non limpido, la seconda uno sguardo cupo; in entrambe, la sequenza or‑/tor‑ e la presenza di o contribuiscono a una sensazione di gravità, di opacità. Oppure ferino e feroce: il primo aggettivo rimanda a una qualità animalesca, il secondo a una violenza aggressiva; la combinazione di e chiusa e o, insieme al ritmo consonantico, costruisce un paesaggio acustico che il parlante percepisce come duro, spigoloso. Ancora: cupido e cupola non hanno nulla in comune sul piano semantico, ma condividono la base cup‑ e la vocale u, che in italiano tende a essere avvertita come più grave, più raccolta, più interna. Non è la u a significare chiusura, ma la ripetizione di certi pattern fonici in parole legate a idee di profondità, oscurità, interiorità alimenta una rete di associazioni.

Queste percezioni non sono solo impressioni soggettive: l’iconismo fonico, che studia il rapporto tra fonetica e semantica, ha mostrato che in molte lingue esistono sistemi di corrispondenze non del tutto casuali tra differenze fonologiche e differenze di senso. In italiano, per esempio, la distinzione tra prima e seconda persona è spesso accompagnata da una differenza di timbro: le forme di prima persona tendono a suoni più gravi e posteriori (o, m), quelle di seconda a suoni più acuti e anteriori (i, t). Non è una legge assoluta, ma un caso di iconismo diagrammatico: un sistema di opposizioni semantiche (io/tu) raffigurato da un sistema di opposizioni fonologiche (grave/acuto). Allo stesso modo, molti autori hanno osservato come le vocali alte (i, e) vengano più facilmente associate a idee di leggerezza, acutezza, sottigliezza, mentre le vocali basse (a, o, u) si prestino a rappresentare pesantezza, profondità, rotondità. Si tratta di tendenze, non di codici obbligatori, ma la loro ricorrenza è sufficiente a farne oggetto di studio.

La poesia italiana sfrutta consapevolmente queste risorse. Nei versi, la scelta di una vocale o di una consonante non è mai neutra: una sequenza fitta di sibilanti può evocare un fruscio, una serie di occlusive può suggerire urti, colpi, interruzioni. Dante, Calvino, molti poeti contemporanei giocano con la materia sonora della lingua per creare effetti sinestetici: il lettore sente la ruvidità, la morbidezza, la densità attraverso il tessuto fonico delle parole. Qui il fonosimbolismo diventa strumento espressivo: non si limita a suggerire associazioni, ma le costruisce deliberatamente, le mette in scena.

Nella lingua d’uso quotidiana, invece, il rapporto tra suono e senso è più discreto, ma non meno presente. Quando scegliamo tra due sinonimi, spesso non scegliamo solo il significato, ma il suono che vogliamo far risuonare nella situazione concreta. Sciocco è più morbido di stupido, furbo è più rotondo di scaltro, rancore è più scavato di rimpianto. Il parlante non formula queste valutazioni in modo consapevole, ma le sente: ha un "orecchio semantico", oltre che fonetico. E la lingua, nel tempo, registra queste preferenze, le consolida, le trasmette.

Tutto questo non smentisce l’arbitrarietà del segno: la parola mela non assomiglia a una mela, e nulla impedirebbe, in astratto, di chiamarla in un altro modo. Ma l’arbitrarietà non è assoluta: è limitata, modulata da una serie di motivazioni psicosomatiche, percettive, culturali. Il corpo della lingua, fatto di suoni articolati, non è un semplice involucro del senso: è uno spazio in cui il senso si organizza, si colora, si orienta. Studiare fonosimbolismo e iconismo fonico significa proprio questo: osservare come la materia fonica contribuisca, in modo non deterministico ma non irrilevante, alla costruzione del significato. Il suono non spiega il senso, ma gli apre una strada.


***

La lingua “biforcuta” della stampa


...Intantto dalle Filippine il segretario di Stato americano …


*

"L'Iran non si fida minimamente degli Stati Uniti ed era chiaro che non avrebbe rispettato il Memorandum d'intesa di Islamabad e avrebbe compiuto una mossa avventata …”


*

Le Borse europee girano in rialzo sostenute dalla rincorsa dei titoli dell'energia. aprono in calo la seduta.


*

Tromba d'aria devasta gli stabilimenti a Chioggia, chicci come uova.


*

I nuovi volti social della sinistra, nati dopo i fatti di Genova o troppi giovani per rammentarsene …


*

il viaggio del premier ha una portata bene al dispora di quanto dichiarato pubblicamente …


*

Gli Stati Uniti hanno concluso la tredicesima notte di attacchi contro obiettivi militari iraniani attrevrso le forze …


*

In precedenza era stato attivato un allare preventivo nella zona di Yanbu …


*

e la milizia sciita filoiraniana i ribelli che hanno denunciato gli attacchi alle infrastrutture civili e promesso ritorsioni.


*

Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno condotto numerosi incursioni  nella notte in Cisgiordania.


*

Tra le fragranze più indicate ci sono: limone, lavandai o menta.


*

La polizia di Berlino ha identificato la sospettata di aver compiuto l'attentato al Gay Pride lanciando un furgone contro la folla, in Abdul B. di 21 anni …



*

Lo ha detto Donald Trump nel coprso di un comizio …


*

ripetendo la controversa minaccia di prendere mira ponti e centrali elettriche.


*

impedire che la Repubblica islamcia abbia l'arma nucleare. … sebbene ci si aspettasse che durasse più lungo. Lo ha riferito Channel 12 … ha riferito Channel 13.


*

Vietare qualsiasi raduno di oltre 20 persone persone nel territorio occupato …



*

Nazionale, 500 euro per trasmettere in diretta le prime parole del ct Roberto Mancini in diretta


*

L’amico di Trump ritira il folle progetto follia di vendere il Mondiale ai privati.


*

"un ufficiale e' rimasto ferito … e' stato evacuato per ricevere cure mediche …


*

Le forze d'e'lite militari iraniane …


*

Con Trump è finita per l’epoca del muddle through.


*

Per il Pp la partita è trasformare l’emergenza migratoria in una nuova accusa di debolezza nei confronti di Sachez …













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 






 















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 2 agosto 2026

Scongiurare, il verbo "tuttofare": scaccia, supplica e salva

 Dalla sacralità dei giuramenti antichi alla lotta quotidiana contro il male: viaggio dentro una parola che non smette di agire

Il sintagma verbale scongiurare è uno di quei nuclei linguistici che sembrano pulsare sotto la superficie della nostra lingua: una parola che non si limita a dire, ma che agisce, che vibra, che porta con sé un gesto, un tono, un’urgenza. La sua storia è antica e stratificata, e già l’etimologia rivela la natura profonda del termine: dal latino exconiurāre, composto da ex- (con valore rafforzativo o di allontanamento) e coniurāre (“giurare insieme”, “prendere un solenne impegno”). In origine, dunque, scongiurare non era un semplice verbo d’uso comune, ma un atto rituale, un appello alle forze più alte, un giuramento che si compiva davanti al sacro per ottenere protezione o per scacciare ciò che minacciava la comunità.

Questa radice sacra non è mai scomparsa del tutto. Anche oggi, quando diciamo ti scongiuro, il tono cambia: la voce si fa più bassa, più urgente, più carica di un pathos che non appartiene ad altri verbi di richiesta. È come se la lingua conservasse un eco remoto di quel gesto antico, un residuo di sacralità che riaffiora ogni volta che la supplica si fa estrema. Non è un caso che nei testi medievali scongiurare compaia spesso accanto a formule di esorcismo, invocazioni ai santi, gesti apotropaici (scaramantici): il verbo era parte integrante del repertorio rituale, e chi lo pronunciava si poneva simbolicamente tra il male e la comunità, come un argine.

Col trascorrere dei secoli, però, la parola ha ampliato il proprio raggio d’azione, assumendo una seconda vita semantica: quella della prevenzione. Oggi scongiurare si articola principalmente in tre grandi accezioni, ciascuna con una sfumatura espressiva ben precisa. La prima è quella più comune nel linguaggio quotidiano e giornalistico: scongiurare significa impedire che un evento nefasto o dannoso si verifichi, allontanandolo prima che sia troppo tardi. È l’uso di frasi come l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco ha scongiurato una tragedia, dove il verbo si colloca accanto a rischi, pericoli, crisi, incidenti. Qui i sinonimi più vicini sono evitare, sventare, stornare, prevenire: tutti verbi che, come scongiurare, costruiscono una barriera tra noi e l’eventuale danno.

La seconda accezione mantiene più esplicitamente il legame con la radice sacra: scongiurare come pregare o supplicare con veemenza. In questo uso, il verbo esprime un’impellente e accorata richiesta, fatta facendo leva sui sentimenti, sulla pietà o su valori supremi. È la dimensione di frasi come ti scongiuro in nome della nostra amicizia, non farlo!, dove la formula “ti scongiuro” non è una semplice richiesta, ma una sorta di appello solenne, quasi un giuramento rovesciato: invece di impegnarsi a fare qualcosa, ci si appella all’altro perché non faccia qualcosa. I sinonimi, qui, sono supplicare, implorare, pregare intensamente: verbi che condividono la stessa intensità emotiva, ma non sempre la stessa risonanza rituale.

La terza accezione è quella più letteraria o legata al folclore: scongiurare come scacciare con riti o formule magiche. È l’uso in cui il sintagma indica l’atto di esorcizzare o scacciare spiriti, demoni, malocchi o calamità naturali tramite formule, giuramenti o gesti propiziatori. Pensiamo a frasi come il sacerdote tentò di scongiurare gli spiriti maligni che infestavano il luogo: qui scongiurare torna a essere un gesto performativo, un atto che pretende di produrre un effetto sul mondo, non solo di descriverlo. I sinonimi più pertinenti sono esorcizzare, scacciare, stornare, tutti collocati in un campo semantico che oscilla tra il religioso e il magico.

Da questo nucleo verbale derivano forme che hanno avuto una loro storia autonoma. Lo scongiuro è il gesto, la formula o la pratica scaramantica utilizzata per allontanare la sfortuna o l’influsso nefasto: si “fa uno scongiuro”, si compie “un gesto di scongiuro”, si ricorre a “scongiuri” contro il malocchio. La scongiura e il sacerdote scongiuratore rimandano invece a un lessico più tecnico, storicamente legato a chi praticava l’esorcismo o rituali di protezione contro le avversità. In alcuni testi antichi, la scongiura è quasi una “cerimonia codificata”, con formule e gesti precisi.

Particolarmente interessante – secondo chi scrive – è il rapporto tra scongiurazione e congiura. Entrambi i lessemi condividono la medesima radice latina coniurāre, “giurare insieme”, ma hanno imboccato strade semantiche divergenti. La congiura è un patto segreto per sovvertire l’ordine o danneggiare qualcuno: un giuramento condiviso che si orienta verso il male. La scongiurazione o lo scongiuro nascono, invece, come difesa o supplica solenne per allontanare il male. È come se la stessa matrice avesse generato due figure speculari: da un lato il complotto, dall’altro la protezione. In termini di immaginario, potremmo dire che la congiura è il giuramento dei nemici, mentre lo scongiuro è il giuramento degli alleati.

Una curiosità storica: nei repertori lessicali e negli atti medievali il verbo compare talvolta come formula di garanzia, una sorta di impegno solenne con cui si dichiarava di voler evitare un danno o una frode. Non aveva ancora l'accezione "moderna", ma già si intravedeva la transizione dalla sfera sacra a quella civile: dal giuramento davanti a Dio al giuramento davanti alla legge.

Insomma, che si tratti di supplicare una persona cara (invocazione), di sventare un pericolo imminente (azione preventiva) o di allontanare la malasorte (scaramanzia), il verbo scongiurare conserva intatta la sua forza drammatica ed espressiva. È uno di quegli strumenti lessicali che portano con sé, in ogni uso, una memoria di gesti, di toni, di rituali: un verbo che non si limita a “dire” qualcosa, ma che mette in scena un rapporto con il male, con il rischio, con la sfortuna. Ogni volta che lo pronunciamo, la lingua sembra ricordarci che il male, per essere allontanato, richiede sempre un atto: che sia una preghiera, un intervento tempestivo o un gesto scaramantico, scongiurare è la parola che dà forma a quel movimento, a quella volontà di protezione che attraversa i secoli e arriva fino a noi.



 ***

La lingua “biforcuta” della stampa


Deltaplano sui cavi dell’alta tensione nel frusinate, morto uomo di 58 anni

--------------

Correttamente: Frusinate (con la F maiuscola). Lo ripeteremo fino alla nausea: le “aree geografiche” si scrivono con l’iniziale maiuscola. 











(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

sabato 1 agosto 2026

Appartamento d'affittare o da affittare?

 La chiarezza prima di tutto: la preposizione da non diventa mai d’ davanti a vocale

Appartamento da affittare: già nel titolo si gioca una piccola partita grammaticale che vale la pena chiarire. Capita spesso, nello slancio della scrittura o nella rapidità della digitazione, di esitare davanti all’incontro tra due vocali. La preposizione di si lascia elidere con naturalezza, producendo forme come d’accordo, d’epoca, d’altri tempi. Quando però la protagonista diventa da, la grammatica italiana cambia tono e diventa inflessibile: la preposizione da non si apostrofa, e la ragione non è un capriccio normativo ma una questione di chiarezza.

Se da venisse ridotta alla sola d’, diverrebbe indistinguibile dalla forma elisa di di, generando ambiguità sintattiche e semantiche. Le due preposizioni svolgono funzioni diverse: di introduce specificazioni, relazioni logiche, appartenenze; da indica provenienza, moto da luogo, agente, causa, fine. Confonderle significherebbe compromettere la comprensione della frase. È sufficiente confrontare l’uscita d’emergenza, dove d’ è chiaramente elisione di di, con uscire da un’emergenza, dove la preposizione deve restare integra per mantenere il suo valore di allontanamento. Apostrofare da nel secondo caso creerebbe una sovrapposizione fuorviante tra complementi che nulla hanno in comune.

Nonostante la regola generale sia ferrea, l’uso ha consolidato alcune eccezioni. Sono locuzioni avverbiali o congiuntive percepite come blocchi unici, in cui l’elisione non genera più incertezza: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altro canto, d’altronde. In questi casi la forma apostrofata convive con quella estesa (da ora in poi, da altra parte), ma al di fuori di tali costrutti l’elisione di da resta un errore. È importante ribadire che d’accordo non appartiene a questo gruppo: è semplicemente l’elisione di di accordo, e non ha alcun legame con la preposizione da.

Il principio non cambia quando da si combina con gli articoli determinativi formando le preposizioni articolate. L’apostrofo compare solo perché si elide l’articolo, non la preposizione: dall’altra parte (da + la), dall’Italia (da + la), dall’inizio (da + lo). In questi casi da resta intatta, mentre è l’articolo a perdere la vocale davanti a parola che comincia con un’altra vocale. L’apostrofo, dunque, non riguarda da, ma l’elemento che la segue.

Ecco perché il titolo Appartamento da affittare è non solo corretto, ma esemplare: mantiene la preposizione nella sua forma piena, evita ambiguità, rispetta la norma e conserva la trasparenza sintattica. D’affittare sarebbe invece un errore, perché trasformerebbe da in di, producendo una costruzione che l’italiano non contempla. In ogni contesto analogo la scelta corretta è una sola: lasciare la preposizione da per esteso. È la soluzione più chiara, più sicura e più fedele alla struttura dell’italiano, quella che permette alla frase di mantenere la sua limpidezza senza rischiare scivoloni orto-sintattico-grammaticali.

***

Accentare è segnare, accentuare è intensificare

I verbi accentare e accentuare sembrano fratelli per via della radice comune, ma in realtà sono due strumenti diversi della stessa bottega linguistica. La loro somiglianza inganna: entrambi richiamano l’idea dell’accento, ambedue sembrano “fare qualcosa” alla parola, eppure uno interviene sulla grafia, l’altro sull’intensità. È una distinzione antica, limpida, che la lingua custodisce con cura e che vale la pena riportare alla luce ogni volta che l’uso frettoloso tende a confonderli.

Accentare nasce dal latino accentare, derivato di accentus, “intonazione, modulazione della voce”. Il suo significato è porre l’accento grafico su una parola oppure indicare la sillaba tonica. È il verbo dei dizionari, delle grammatiche, delle norme ortografiche. Si accentano già, , perché, e si accentano le parole tronche quando la grafia lo richiede. È un gesto di precisione: si accentano le vocali, si accentano le sillabe, si accentano le forme che devono essere rese chiare al lettore.

Accentuare, invece, viene dal latino accentuare, formato su accentus ma con valore causativo, cioè rendere più marcato nell’intonazione. Da qui l’evoluzione semantica: rendere più evidente, mettere in risalto, intensificare. Si accentua un difetto, si accentua un colore, si accentua un’emozione, si accentua un contrasto. Non c’è grafia: c’è intensità. È il verbo della retorica, della descrizione, dell’enfasi.

Una curiosità: nei trattati di fonetica dell’Ottocento, accentare compare spesso accanto a tonicare, verbo oggi scomparso, che indicava l’atto di marcare la sillaba tonica senza necessariamente usare un segno grafico. Accentuare, invece, entra stabilmente nei dizionari dell’uso solo più tardi, quando la lingua comincia a registrare i verbi che descrivono sfumature espressive e non più soltanto operazioni tecniche.

La differenza, dunque, è semplice e preziosa: accentare riguarda la forma; accentuare riguarda il contenuto. Il primo opera sulla parola come oggetto grafico, il secondo sulla parola come veicolo di significato. Si può accentare una e, ma si può accentuare un errore. Si può accentare più, ma si può accentuare un contrasto. E quando si confondono, la frase perde nitidezza: dire accentuare la e finale è un errore grossolano; dire accentare il problema è un altro errore.

Per chi ama la lingua italiana questa distinzione è un piccolo “dono”: basta tenerla a mente per evitare scivoloni e per restituire alle parole la loro funzione naturale. Accentare è fare ordine; accentuare è dare rilievo. Due verbi diversi, entrambi utili, entrambi necessari, ma mai intercambiabili. A volte basta un accento messo al posto giusto per ricordare che la precisione non è un dettaglio, ma una forma di rispetto.  













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

venerdì 31 luglio 2026

L'apoftegma

 La frase che non chiede: decide

L’apoftegma è uno di quei termini - poco conosciuti - che sembrano arrivati da un’altra epoca, e infatti viene da lontano: dal greco apophthégma, “detto memorabile, sentenza”. È un lessema che vive in una zona particolare della lingua, dove il pensiero si fa breve, netto, tagliente, e dove la forma non è un semplice contenitore ma parte integrante del contenuto. Un apoftegma non è un proverbio, non è una massima, non è un motto: è qualcosa di più verticale, più autoritativo, più definitivo. È una frase che non si limita a suggerire, sancisce. Per questo, nella storia della cultura occidentale, gli apoftegmi sono stati spesso attribuiti a figure dotate di prestigio: filosofi, condottieri, santi, sovrani, ma anche personaggi letterari che incarnano un certo tipo di saggezza. L’apoftegma è un gesto linguistico che non si limita a dire: stabilisce.

La sua forza sta nella brevità. Un apoftegma non può essere lungo: se si dilunga, si dissolve. Deve essere una frase che si ricorda, che si ripete, che si incide. La sua struttura è quasi sempre simmetrica, ritmica, costruita per restare. Non è casuale: l’apoftegma nasce per essere tramandato. È un frammento di pensiero che vuole sopravvivere al suo autore. Per questo, nella tradizione antica, gli apoftegmi venivano raccolti in serie, come piccoli compendi di saggezza. E non erano semplici citazioni: erano modelli di comportamento, orientamenti morali, lampi di filosofia pratica. L’apoftegma non spiega: mostra. Non argomenta: afferma. È un atto di autorità linguistica.

Gli esempi d’autore sono illuminanti. Chilone di Sparta, uno dei Sette Sapienti, pronunciò il celebre «Conosci te stesso», apoftegma che non illustra un percorso: impone un dovere. Solone, altro Sapiente, fissò un principio che attraversa i secoli: «Nulla di troppo». È la forma perfetta dell’apoftegma: breve, ritmica, imperativa.

Nella Roma repubblicana, l’apoftegma diventa strumento politico. Catone il Censore chiudeva ogni suo intervento con «Cartagine deve essere distrutta». Non è un’opinione: è un orientamento. Non è un commento: è una linea di condotta. La frase, ripetuta come un martello, divenne un principio collettivo.

La tradizione cristiana ne è altrettanto ricca. I Padri del deserto hanno lasciato raccolte di apoftegmi che sono piccoli colpi di luce. Abba Poemen diceva: «L’uomo ha bisogno di umiltà e di vigilanza». Non descrive la vita spirituale: la definisce. Non spiega come si raggiunga l’umiltà: afferma che è necessaria. È un apoftegma nella sua forma più pura.

In epoca moderna, l’apoftegma sopravvive come forma letteraria. La Rochefoucauld, pur maestro dell’aforisma, scrive frasi che hanno la struttura dell’apoftegma, come: «La sincerità è una apertura di cuore». È una definizione che non si limita a descrivere: stabilisce. Nietzsche, che amava la forma breve, ha prodotto apoftegmi più che aforismi, come: «Diventa ciò che sei». È un imperativo che non lascia spazio alla replica.

L’apoftegma, e chiudiamo, è una frase che non accompagna: guida. Non suggerisce: stabilisce. Non commenta: incide. È la forma più concentrata della saggezza autoritativa, quella che non ha bisogno di argomentare perché si presenta già come conclusione. E proprio per questo, quando lo si incontra, si riconosce subito: è una frase che non si limita a essere letta, ma che resta "scolpita".

***

La piccola paura che fa grande l’italiano

Il lessema fifa, nel suo “sapore” di gergo militare settentrionale, è uno di quei piccoli gioielli che la nostra lingua conserva come un sorriso laterale: nasce come voce onomatopeica, probabilmente imitazione di un soffio breve, di un fiato trattenuto, di quel fi‑fi che accompagna il tremolio della paura. Da lì, la strada verso l’uso familiare è stata "istantanea": avere fifa, essere pieno di fifa, sentirla salire come un brivido che non si vuole confessare. È una paura piccola, quotidiana, quasi affettuosa: non il terrore, non l’angoscia, ma quella stretta che si prova prima di un esame, di un salto, di una decisione che non si è sicuri di voler prendere.

Il proverbio «la fifa fa novanta» – oggi spesso sostituito da «la paura fa novanta» – aggiunge un dettaglio curioso: il numero novanta, nella tradizione popolare, rappresenta l’eccesso, il limite, la soglia oltre la quale la paura smette di essere contenuta e diventa ingombrante. È un modo per dire che la fifa, quando arriva, non si accontenta di poco: amplifica, ingigantisce, distorce. Eppure, proprio per questo, resta un termine simpatico, quasi indulgente, che permette di parlare della paura senza appesantirla, con un tono che sdrammatizza e avvicina.

In un italiano che spesso preferisce termini più neutri o più tecnici, fifa conserva una sua grazia antica: è breve, sonora, immediata, e porta con sé un eco di caserme, di dialetti, di racconti tramandati. Una di quelle voci che non si studiano, si... respirano.




 

 

 













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)