domenica 19 aprile 2026

Quando il diritto cambia direzione: la sottile geometria di ‘a’ e ‘di’

 Una distinzione minima solo in apparenza: le due preposizioni non si scambiano, ma orientano il pensiero. Di lega all’azione, A conduce al bene. È la grammatica che disegna la mappa dei nostri poteri


N
ella lingua italiana, la scelta tra la preposizione a e la preposizione di dopo il sostantivo diritto è uno di quei punti in cui la grammatica rivela la propria natura concettuale. Due particelle minime, spesso usate come sinonimi nel parlato, orientano invece il pensiero in direzioni diverse, distinguendo tra l’esercizio di una facoltà e il godimento di un bene, tra ciò che il soggetto compie e ciò a cui accede. Non si tratta di un dettaglio ornamentale, ma di una struttura logica che la lingua custodisce con coerenza sorprendente.

La costruzione diritto di introduce per lo più un verbo all’infinito o un sostantivo che designa un’azione. Il di stabilisce un rapporto diretto tra il titolare del diritto e l’atto che egli è autorizzato a compiere: diritto di voto, diritto di cronaca, diritto di recesso, diritto di parlare, diritto di manifestare il proprio pensiero. In tutti questi casi, il diritto coincide con l’azione stessa, che viene definita e resa legittima. È una relazione di natura quasi meccanica: il diritto è l’atto, e l’atto è il diritto.

Diversa è la logica della costruzione diritto a, dove la preposizione non introduce un’azione, ma un bene, un servizio, una condizione garantita. La preposizione a indica una direzione, un approdo, un ambito cui il soggetto ha titolo ad accedere: diritto allo studio, diritto alla salute, diritto alla vita, diritto a un equo processo. Qui il diritto non è ciò che si fa, ma ciò che si riceve o si può pretendere. La preposizione orienta il discorso verso un oggetto, non verso un gesto.

Le due strutture non sono tuttavia rigidamente separate. Esistono zone di oscillazione in cui entrambe le preposizioni risultano possibili, ma non equivalenti. Diritto di replica mette in primo piano l’atto del replicare; diritto alla replica considera invece la replica come un bene spettante. Lo stesso vale per diritto di difesa, che allude alla facoltà di difendersi, e diritto alla difesa, che rimanda all’istituto giuridico che garantisce tale possibilità. In questi casi, la scelta della preposizione orienta la lettura: l’una illumina l’azione, l’altra l’oggetto.

Questa distinzione, oggi percepita come naturale, è il risultato di un’evoluzione non priva di incertezze. La stampa italiana dell’Ottocento oscillava con disinvoltura: si trovano diritto alla parola dove oggi prevale diritto di parola, e diritto di salute dove oggi diremmo diritto alla salute. Solo nel Novecento, con la progressiva sistematizzazione del linguaggio giuridico, la ripartizione moderna si consolida. A complicare il quadro contribuì anche l’influenza francese: il francese tende a usare quasi sempre droit de, e questa abitudine filtrò a lungo nella burocrazia italiana, generando forme che oggi percepiamo come spurie.

La stessa Costituzione italiana offre un repertorio eloquente di questa dialettica: diritto di associarsi liberamente convive con diritto all’istruzione; diritto di difesa con diritto alla difesa. Nei resoconti della Commissione dei 75 compaiono interventi che invitano esplicitamente a evitare “ambiguità tra libertà esercitabili e diritti esigibili”, segno che la questione non era affatto marginale. È raro che una discussione politica tocchi il livello delle preposizioni, ma qui la grammatica coincideva con la struttura stessa delle garanzie costituzionali.

Anche la storia del pensiero giuridico europeo offre episodi illuminanti. Nel Seicento e nel Settecento si parlava di diritto di resistenza contro il tiranno: il di era essenziale, perché non si trattava del diritto a ottenere la resistenza come bene, ma della facoltà di compiere un’azione estrema. Alcuni giuristi notarono che un semplice cambio di preposizione avrebbe trasformato un potere attivo in un privilegio astratto, alterando la natura stessa del concetto.

Un caso curioso, oggi molto citato, è quello del diritto alla felicità. L’espressione, derivata culturalmente dalla formula statunitense pursuit of happiness, non potrebbe mai diventare diritto di felicità: la felicità non è un’azione, ma un bene astratto, e la lingua italiana, con la sua sobria precisione, non ammette ambiguità. È un esempio perfetto di come la preposizione a non sia una scelta stilistica, ma una necessità concettuale.

Per concludere, la distinzione tra diritto di e diritto a non è un dettaglio grammaticale, ma una lente attraverso cui osservare il modo in cui la lingua organizza il rapporto tra individuo, azione e bene. La preposizione, in apparenza minima, diventa un dispositivo di pensiero: orienta, distingue, chiarisce. E ricorda che, in italiano, la precisione non è mai un vezzo, ma una forma di responsabilità intellettuale.

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"Sabatiale"? Perché no!?










Il lessico italiano, se non cadiamo in errore, non prevede l’aggettivazione dei giorni della settimana. L’unico giorno aggettivato è domenicale, vale a dire “relativo alla domenica”, e non è un caso: la domenica, nella nostra tradizione, è un’istituzione sociale (e religiosa) prima ancora che un semplice giorno. Ma perché limitarci a questa eccezione? Perché non estendere il meccanismo e aggettivare tutti i giorni con l’aggiunta del suffisso ‑iale, perfettamente italiano, produttivo e trasparente? Ne deriverebbero forme limpide, coerenti, immediatamente comprensibili: lunediàle, martediàle, mercoledìale, giovediàle, venerdiàle, sabatiale. Una serie completa, ordinata, elegante.

La cosa interessante è che la lingua non rifiuterebbe affatto questa costruzione: anzi, la accoglierebbe senza sforzo. Il suffisso ‑iale è lo stesso che ha generato domenicale, e funziona benissimo anche con basi non latine o non perfettamente regolari. La verità è che l’italiano non ha creato questi aggettivi non perché fossero impossibili, ma perché non ne ha mai avuto bisogno: per indicare ciò che è relativo a un giorno, preferisce la perifrasi “del lunedì”, “del martedì”, “del giovedì”, e così via. Una soluzione “economica”, certo, ma non per questo obbligatoria. Se la lingua non li ha formati, non significa che non possa farlo ora.

E allora perché non farlo noi? Perché non restituire ai giorni quella possibilità morfologica che la storia ha lasciato cadere? In fondo, i giorni della settimana nascono già come aggettivi: dies Lunae, dies Martis, dies Iovis. Sono nomi che portano dentro di sé un’origine aggettivale. Ripristinare la serie con ‑iale significa semplicemente riattivare un meccanismo naturale, quasi ovvio, che la lingua ha lasciato dormire.

E così lunediàle diventa “relativo al lunedì”, martediàle “relativo al martedì”, giovediàle “relativo al giovedì”, e via dicendo. Fra tutti, sabatiale spicca per armonia fonica: rotondo, pieno, quasi già esistente. Una serie che non solo funziona, ma che manifesta una sua bellezza interna, una sua geometria.

Se la lingua di Dante non li ha creati possiamo farlo noi, appunto. E se li proponiamo con coerenza e chiarezza diventano neoformazioni legittime, pronte a entrare nel nostro repertorio didattico e, perché no, nell’uso comune e attestate nei vocabolari.



sabato 18 aprile 2026

La licenza delle parole: dal permesso al capriccio

 Come un semplice “è lecito” ha generato permessi, eccessi, libertà poetiche e formule di cortesia


I
l lessema licenza è uno di quei termini che sembrano semplici, quasi trasparenti, e invece custodiscono una storia lunga, stratificata, piena di deviazioni semantiche che spiegano perché oggi la usiamo in contesti così diversi: dalla scuola alla burocrazia, dal diritto alla letteratura, fino alla vita quotidiana. La sua radice è latina e nasce da licet, “è lecito”, “è permesso”. Da qui licentia, che in origine significava semplicemente “permesso”, “autorizzazione”, “facoltà concessa”. Ma già nel latino tardo il vocabolo comincia a oscillare: ciò che è permesso può diventare ciò che ci si permette, e ciò che ci si permette può diventare ciò che si osa. È il primo passo verso la polisemia.

Il significato più antico e ancora oggi più riconoscibile è quello di “autorizzazione formale”: la licenza edilizia, la licenza di caccia, la licenza di porto d’armi. È la scia diretta del latino amministrativo, dove licentia era un atto concesso da un’autorità. Da qui deriva anche l’uso scolastico: la “licenza elementare” o “media”, cioè il permesso di passare oltre, di accedere a un grado successivo. In questo caso il sintagma conserva un sapore quasi rituale: non è solo un documento, è un lasciapassare simbolico.

Ma già nel Medioevo licenza si allarga e comincia a designare la “libertà di agire”, spesso con una sfumatura di eccesso. Dante parla della “licenza de’ molti”, cioè la tendenza delle masse a lasciarsi andare oltre il limite. Qui la parola non è più un permesso concesso dall’alto, ma un lasciarsi andare interiore: la libertà che diventa libertinaggio. È un passaggio semantico affascinante: dal “ti è concesso” al “ti concedi”. La licenza diventa così sinonimo di sregolatezza, di comportamento fuori norma, di indulgenza verso i propri impulsi. Ancora oggi, infatti, diciamo “prendersi qualche licenza”, spesso con un sorriso: un piccolo strappo alla regola, alla consuetudine, un gesto non grave ma non del tutto ortodosso.

Da questa sfumatura nasce un’altra accezione, più tecnica ma molto viva nella lingua letteraria: la licenza poetica. Qui il lessema indica la libertà dell’autore di infrangere le regole - grammaticali, metriche, sintattiche - per ottenere un effetto espressivo. È un caso interessante: la licenza non è più un eccesso morale, ma un eccesso stilistico, un permesso che l’autore si dà e che la tradizione gli riconosce. È come se la lingua dicesse: “Le regole ci sono, ma tu, poeta, puoi piegarle, purché il risultato sia bello”. Una delle licenze poetiche più celebri è l’elisione forzata o l’inversione sintattica che in prosa suonerebbe artificiosa. Manzoni, per esempio, si prende la licenza di usare “ei” per “egli”, forma già allora letteraria e non comune.

Un’altra derivazione curiosa è quella militare: la “licenza” come periodo di congedo temporaneo. Anche qui il senso originario è trasparente: è il permesso di allontanarsi dal servizio. Ma nel linguaggio comune la parola ha assunto un tono quasi affettivo: “andare in licenza” indica un ritorno a casa, una parentesi di normalità. È un esempio di come un termine burocratico possa caricarsi di emozione.

C’è poi un uso meno noto ma storicamente importante: la licenza tipografica. Prima di stampare un libro, soprattutto in epoca di censura ecclesiastica o statale, era necessario ottenere una licenza che autorizzasse la pubblicazione. Senza questa il testo era clandestino. È un dettaglio che spiega perché molti frontespizi antichi riportano formule come “Con licenza de’ Superiori”. In questo caso la parola è un sigillo di legittimità, un lasciapassare culturale.

Un aneddoto gustoso riguarda proprio questo ambito: nel Seicento alcuni stampatori italiani, per accelerare i tempi, usavano licenze “riciclate”, cioè autorizzazioni ottenute per un libro e poi riutilizzate per altri testi simili. Era una forma di “licenza sulla licenza”, un gioco di permessi che oggi farebbe sorridere un giurista.

Infine, c’è un uso colloquiale che tutti conosciamo: “con licenza parlando”, formula che precede un’espressione volgare o sconveniente. È un residuo di cortesia antica: si chiede simbolicamente il permesso di dire qualcosa che potrebbe urtare. È una licenza verbale, un piccolo scudo retorico.

La polisemia di licenza nasce dunque da un nucleo semplice - il permesso - che si espande in tre direzioni: il permesso formale, il permesso che ci si concede, e il permesso che si chiede per infrangere una regola. È una parola che vive sul confine tra norma e libertà, tra disciplina e trasgressione, tra burocrazia e creatività. Ed è proprio questa oscillazione che la rende così fertile nella lingua italiana.



venerdì 17 aprile 2026

Le parole che si fanno piccole per dirci di più

 Come i suffissi italiani trasformano il lessico in un gesto: tra miniatura, affetto e sguardo










La nostra lingua ha un "talento" naturale per le sfumature. Non si limita a dire piccolo o caro: preferisce modellare le parole, aggiungere code sonore che restringono, addolciscono, ironizzano, accarezzano. È il regno dei cosiddetti suffissi valutativi, e tra questi ce ne sono alcuni che svolgono una doppia funzione: diminutiva e vezzeggiativa. Non tutti, però. E non sempre allo stesso modo. La morfologia italiana è un gioco di equilibri: il suffisso dà una direzione, ma il contesto decide il significato.

Prima di entrare nel merito vale la pena vedere la differenza. Il diminutivo indica riduzione di dimensione, quantità o intensità: casina è una casa piccola. Il vezzeggiativo esprime affetto, tenerezza, simpatia: tesorino non è un tesoro piccolo, ma un tesoro caro. In moltissimi casi i due valori si sovrappongono: un cagnolino può essere un cane piccolo, ma anche un cane trattato con dolcezza. La lingua non separa rigidamente: lascia che sia l’uso a decidere.

Tra i suffissi più duttili spicca -ino, il più produttivo e il più “italiano”. Può restringere (librettino, casina) ma anche accarezzare (cuoricino, fanciullino). Proprio quest’ultimo è un caso celebre: Giovanni Pascoli lo scelse come titolo di un suo saggio del 1897, “sfruttando” la doppia anima del suffisso. Non voleva dire “bambino piccolo”, ma designare una creatura interiore, fragile e preziosa. È un esempio perfetto della capacità di -ino di scivolare dal diminutivo al vezzeggiativo senza soluzione di continuità. In molte parlate dell’Italia centrale, poi, -ino è così affettuoso che può addolcire perfino gli insulti: cretinino può suonare meno aggressivo di cretino.

Molto morbido è anche -etto, che riduce e addolcisce allo stesso tempo. Casetta è una casa piccola; poveretto esprime compassione; carruccetto addolcisce ulteriormente un già affettuoso caro. Nel Rinascimento questo suffisso era diffusissimo nei soprannomi: Brunetto, Cecchetto, Guicciardetto. Non sempre erano diminutivi o vezzeggiativi: spesso erano marchi di familiarità, quasi piccoli abbracci sociali.

Un sapore più letterario ha -ello, storicamente diminutivo, ma oggi viene spesso adoperato come vezzeggiativo. Paesello restringe, donzella accarezza. Dante stesso usa fratello con una frequenza che rivela quanto il suffisso fosse già allora percepito come affettuoso. In alcune zone d’Italia -ello conserva ancora questa grazia antica, un tocco di delicatezza che non si è mai del tutto spento. E se oggi stellina è più comune, forme come stelluccia o stelluzza conservano un eco (sic!) dell’antico gusto per la miniatura affettiva.

Il suffisso più emotivo resta però -uccio, dove l’affetto è quasi inevitabile. Casuccia è una casa piccola e modesta, mammuccia una madre amata, poveruccio aggiunge una carezza ulteriore rispetto a poveretto. In molte regioni del Sud -uccio è quasi un marchio identitario: figliuccio, bedduzzu, figghieddu. In Toscana, invece, può diventare ironico: basta l’intonazione giusta perché belluccio significhi l’opposto.

Naturalmente il suffisso non basta mai da solo. È l’incontro tra suffisso, base lessicale e contesto, infatti, a determinare la sfumatura. Poverino può essere compassionevole, affettuoso o ironico; casina può essere piccola o graziosa; bambinella (meridionale) è più vezzeggiativa che diminutiva. In Veneto ometto può diventare dispregiativo (“uomo di poco conto”), mentre in Sicilia -eddu è quasi sempre affettuoso. La morfologia dà la forma, ma l’uso dà la vita.

Per orientarsi esiste anche una regola empirica sorprendentemente efficace: se il suffisso può essere sostituito da piccolo senza che il contesto perda il senso, siamo davanti a un diminutivo; se può essere sostituito da caro, amato, poveretto, allora siamo nel territorio del vezzeggiativo. Gattino diventa “gatto piccolo” senza problemi, mentre tesorino non può diventare “tesoro piccolo” senza perdere la sua anima affettiva. Poveruccio non significa “povero piccolo”, ma “poveretto, povero me”, mentre casuccia accetta entrambe le letture, oscillando tra miniatura e carezza. Non è una prova infallibile, ma è un ottimo orientamento pratico.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, -ino, -etto, -ello, -uccio sono i suffissi che davvero possono svolgere entrambe le funzioni, restringendo e addolcendo allo stesso tempo. Sono gli strumenti più duttili della modulazione emotiva italiana, capaci di trasformare una parola in un gesto di tenerezza o in una miniatura semantica. È proprio questa elasticità, questa capacità di piegare il significato senza spezzarlo, che rende la morfologia italiana una delle sue zone più vive, più espressive, più umane: perché, in fondo, i suffissi non rimpiccioliscono le parole: ci dicono come le guardiamo.


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La lingua “biforcuta” della stampa

La violenza

Novara, neonato morto per maltrattamenti. Dopo un primo ricovero era stato restituito alla famiglia

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Il verbo restituire, in questo contesto, ci sembra particolarmente “stonato”. Il neonato non è un oggetto dato in prestito e restituito. Il verbo presuppone: un possesso temporaneo, un oggetto o comunque qualcosa che può essere “dato indietro”e non questo il caso. Restituire




















giovedì 16 aprile 2026

Il senso nascosto tra le righe

 Testo e cotesto: dove davvero si decide ciò che comprendiamo









Quando leggiamo ci sembra naturale pensare che il senso di ciò che abbiamo davanti sia contenuto nelle parole stesse. Ma ogni frase vive dentro un ambiente più vasto, un ecosistema linguistico che la sostiene e la orienta. Capire davvero un enunciato significa osservare non solo che cosa dice, ma dove si trova, con quali altre frasi convive, da cosa è preceduto e seguito. È in questo spazio che agiscono due concetti fondamentali della linguistica testuale: testo e cotesto.

La parola testo deriva dal latino textus, “tessuto”, da texere, “intrecciare”. L’immagine non è casuale: già Quintiliano, nelle Institutiones oratoriae, paragona la composizione e la revisione di un discorso al lavoro del tessitore che ripassa la trama per renderla più fitta e coerente. Un testo è esattamente questo: un intreccio di frasi che si sostengono a vicenda, un manufatto linguistico dotato di coerenza interna, intenzione comunicativa e progressione logica.

Il cotesto, invece, è un termine più recente, introdotto e discusso da linguisti come Sabatini e De Mauro per distinguere ciò che sta dentro il testo da ciò che sta fuori. Cotesto nasce dall’unione del prefisso co- (“insieme”) con testo: indica l’insieme degli elementi linguistici immediatamente vicini a una parola o a un’espressione. È la porzione di tessuto che circonda il filo che stiamo osservando. De Mauro lo registra nel GRADIT proprio per evitare l’ambiguità del termine contesto, che può riferirsi sia all’ambiente linguistico interno sia alla situazione extralinguistica.

In parole "terra terra": il testo è l’intero edificio; il cotesto è la stanza in cui ci troviamo.

Il testo è un’unità completa: un articolo, un racconto, un saggio, una lettera. Ha un inizio, uno sviluppo, una fine. Quando diciamo “questo testo parla di…”, ci riferiamo alla sua globalità. Il cotesto, invece, è locale: è ciò che sta immediatamente prima e dopo un elemento da interpretare. È ciò che permette di capire il senso preciso di una parola polisemica, di un pronome, di un riferimento implicito.

Un esempio chiarisce subito la differenza. Consideriamo la frase:
«Marco ha posato il vaso sul tavolo perché era pesante».
Che cosa era pesante? Marco o il vaso? Il cotesto - cioè la struttura sintattica e semantica immediatamente circostante - suggerisce che “pesante” si riferisca al vaso. Se invece leggiamo:
«Marco ha posato il vaso sul tavolo. Era stanco morto»,
il cotesto cambia e il pronome “era” si aggancia con naturalezza a Marco. Il testo complessivo è lo stesso, ma il cotesto modifica l’interpretazione.

Il cotesto è decisivo anche per le parole ambigue. Se leggo:
«La banca ha chiuso alle 16»,
il cotesto non lascia dubbi: si parla dell’istituto di credito. Ma se leggo:
«Ci sedemmo sulla banca a guardare il lago»,
il cotesto ci porta verso il significato di “panchina” (nel senso regionale o letterario). La parola è identica, ma il cotesto la orienta.

La centralità del cotesto nella comprensione è stata confermata anche sperimentalmente. Negli anni ’80, gli psicologi del linguaggio Garrod e Sanford hanno mostrato che la risoluzione di un pronome o di un riferimento dipende in modo cruciale dalle frasi immediatamente circostanti: basta modificare un verbo, un aggettivo o un dettaglio locale perché l’interpretazione cambi radicalmente. Il significato non è mai isolato: si costruisce nel rapporto con ciò che lo circonda.

Il testo, dal canto suo, è ciò che dà senso complessivo a un discorso. Se in un romanzo compare la frase «Era una notte buia e tempestosa», il cotesto ci dice che sta iniziando una descrizione atmosferica; il testo, invece, ci dirà perché quella notte è importante, quale funzione narrativa svolge, come si inserisce nella trama. Il cotesto spiega il dettaglio; il testo spiega il quadro.

Riconoscere testo e cotesto è un esercizio di attenzione. Il testo si riconosce perché è un’unità autonoma, con una sua intenzione comunicativa. Il cotesto si riconosce perché è ciò che circonda immediatamente un elemento e ne condiziona l’interpretazione. Quando leggiamo, ci muoviamo continuamente tra questi due livelli: dal particolare al generale, dal vicino al lontano, dal filo al tessuto.

In definitiva, il testo è la casa; il cotesto è la stanza in cui ci troviamo; e il significato è ciò che riusciamo a vedere quando apriamo tutte le porte.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

L'ultimo sovrano d'Italia, Umberto II, nonno di Emanuele Filiberto, all'indomani del referendum del 2 giugno 1946, che decretò la Repubblica d'Italia, lasciò il Paese senza mai abdicare dal suo ruolo. Il re, in esilio in Svizzera, morì a Ginevra nel 1983. 

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Correttamente, seguendo la lingua di Dante e di Manzoni: abdicare al suo ruolo. Qui.




mercoledì 15 aprile 2026

La logica del pieno e del vuoto

 Tra “quanto più possibile” e “quanto più possibili” si gioca la misura del pensiero










Ci sono errori che sembrano innocui, quasi impercettibili, perché l’orecchio li accetta senza protestare. Uno dei più diffusi, per esempio, è la forma quanti più soldi possibili. A prima vista sembra persino logica: soldi è plurale, quindi anche possibili dovrebbe esserlo. Ma questa è una trappola percettiva. La lingua, quando funziona bene, non segue la concordanza “a vista”, ma la logica interna della frase. E la logica interna di questa costruzione dice tutt’altro: possibile non si riferisce ai soldi, bensì alla quantità massima raggiungibile. Non descrive il nome, descrive il grado. Per questo resta invariabile. Dire soldi possibili significherebbe “soldi eventuali, ipotetici, potenziali”: un significato completamente diverso da quello che vogliamo esprimere. L’errore nasce dal fatto che l’occhio vede un plurale e la mano lo copia, ma la sintassi non funziona così: qui non c’è nulla da far concordare.

La forma corretta è, dunque, quanti più soldi possibile, perché possibile non qualifica i soldi, ma la misura. È come dire: “nella quantità più ampia che è possibile raggiungere”. La prova del nove è la sostituzione: quanti più soldi possibile equivale perfettamente a quanti più soldi quanto si può. Nessuno direbbe quanti più soldi quanti si possono, e questo smonta definitivamente l’idea che possibile debba concordare con soldi. La struttura è identica in tutte le espressioni di grado: la partecipazione più ampia possibile, le soluzioni più rapide possibile, il più velocemente possibile. In tutti questi casi, possibile non appartiene al nome, ma al grado. È un aggettivo che, in questa posizione, assume la funzione di avverbio: non si piega, non si flette, non segue il numero.

Gli errori giornalistici sono quotidiani e sempre uguali: raccogliere quanti più fondi possibili, garantire le condizioni più sicure possibili, ottenere le informazioni più precise possibili. Sono forme totalmente errate perché trasformano possibile in un aggettivo riferito al nome, generando un significato diverso da quello voluto. Le versioni corrette sono, pertanto, quanti più fondi possibile, le condizioni più sicure possibile, le informazioni più precise possibile. Le redazioni inciampano per tre motivi: concordanza automatica, falsa analogia con gli aggettivi qualificativi e fretta. Ma la lingua non perdona la fretta: la concordanza sbagliata cambia il senso.

Sotto il profilo “storico” la questione è ancora più chiara. Possibile deriva dal latino possibilis, da posse, “potere”. Il suo significato originario è modale: indica ciò che può essere, ciò che rientra nelle possibilità. Non nasce per qualificare un nome, ma per esprimere un limite di possibilità. Nei testi medievali e rinascimentali la struttura è già pienamente attestata o, se si preferisce, cristallizzata: fare il meglio possibile, ottenere quanto più aiuto possibile, procedere il più speditamente possibile. La forma invariabile è antica, stabile e coerente con la natura semantica del sintagma. Dall’Ottocento in poi, i grammatici ribadiscono che quando possibile segue una costruzione di grado resta invariabile perché non qualifica il nome, ma la misura.

La regola, in fondo, è semplice: quando possibile segue più, meno, quanto, quanto più, non si piega, non si flette. Non descrive il sostantivo, ma il massimo raggiungibile. Per questo si dice quanti più soldi possibile, le soluzioni più efficaci possibile, la partecipazione più ampia possibile, il più rapidamente possibile, quante più prove possibile. L’invariabilità non è un “vezzo linguistico”, ma la conseguenza naturale del fatto che possibile non appartiene al nome, bensì al grado. È una questione logico-grammaticale, non di estetica: la lingua, quando funziona bene, non segue ciò che “suona”, ma ciò che significa.









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La lingua “biforcuta” della stampa

"Sono certo che i nostri contatti con il Pakistan, così come con i nostri altri amici nella regine, continueranno".

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Le due navi in questione, una battente bandiera maltese e una battente bandiera pakistana, hanno invertito la loro roccia una volta avvicinatisi a un "checkpoint" …

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I colloqui sono iniziati con l'arrivo della delegazione iraniana a Islamabad venerdì sera, la notte prima dei colloqui tenutisi sabato, ed è durata oltre 29 ore.

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Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un punto stampa al Vinitaly di Verona, a rispondendo a chi le domandava …


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Iran, Urso: "Servono misure emergenziale da Europa … Quello che temo innanzitutto sono le conseguenze sui flussi mercantili, sul rifornimento energetici e di materie prime che provengono da quell'aria...





martedì 14 aprile 2026

Oltre la decenza: scurrilità, turpiloquio e volgarità

 Un viaggio tra Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio per imparare l’arte del parlar bene










Nel borgo di Lingualunga vivevano tre vicini che tutti conoscevano, ma che pochi sapevano distinguere davvero: Scurrìlia, Turpìlo e Vulgàrio. Le loro case erano attaccate, eppure i loro modi di stare al mondo non potevano essere più diversi.

Scurrìlia era una donna dal riso largo e dal gesto teatrale. Le piaceva intrattenere la piazza con storielle piccanti, allusioni sconce e lazzi da osteria. Non lo faceva per offendere: era cresciuta nell’arte del buffone di strada, e il suo stesso nome lo ricordava. Veniva infatti dal latino scurrĭlis, “da buffone”, legato a scurra, il giullare che divertiva con scherzi triviali. Quando Scurrìlia parlava, qualcuno rideva e qualcuno arrossiva; la sua era una trivialità scenica, una sfrontatezza giocosa, più indecente che cattiva.

Turpìlo, invece, era un uomo di poche storie e molte esplosioni. Non raccontava barzellette: sbottava. Bastava un niente perché dalla sua bocca uscisse una raffica di parolacce e imprecazioni. Il suo nome veniva da turpis, “brutto, vergognoso”, e da lì turpiloquium, “parlare vergognoso”. Turpìlo non divertiva: scuoteva l’aria. Le sue parole erano sporche e ferenti. Dove Scurrìlia faceva arrossire, lui faceva trasalire. La sua era una parola indegna.

Infine c’era Vulgàrio, che non era né buffone né iracondo. Vulgàrio era semplicemente... ordinario, ma in modo eccessivo. Il suo nome veniva da vulgus, “il popolo”, inteso nella sua accezione più bassa e incolta. Vulgàrio ignorava le buone maniere: mangiava con rumore, vestiva senza cura del decoro e usava termini dozzinali non per scelta, ma per mancanza di alternative migliori. La sua non era un’offesa né un’oscenità, ma una costante mancanza di nobiltà. Se i primi due peccavano di eccesso, lui peccava di pochezza.

Un giorno, i tre litigarono in piazza. Scurrìlia accusò Turpìlo di rovinare l’aria con le sue bestemmie; Turpìlo urlò che le storie di lei erano letame per le orecchie; e Vulgàrio, intervenendo con un gesto sguaiato e un termine gergale grossolano, disse che entrambi facevano troppo rumore per nulla.

La discussione attirò una folla confusa: chi aveva ragione? Chi era “più volgare”? Fu allora che intervenne il vecchio maestro Etimòn. Si avvicinò ai tre e disse:

Siete vicini, ma non siete la stessa cosa. Scurrìlia, tu porti la scurrilità: l’oscenità che cerca la risata. Turpìlo, tu porti il turpiloquio: lo sbocco che ferisce il decoro. E tu, Vulgàrio, porti la volgarità: la bassezza di chi non conosce elevazione. Scurrìlia è l'indecenza del contenuto; Turpìlo è l'indegnità del modo; Vulgàrio è la rozzezza dello spirito. Tutti abbassate il tono del borgo, ma ciascuno a modo suo.

La piazza tacque. I tre si guardarono, comprendendo finalmente che la volgarità ha molte facce. Da quel giorno, a Lingualunga, si imparò che alcune parole fanno arrossire, altre fanno sussultare e altre ancora, semplicemente, fanno rimpiangere la gentilezza. E riconoscere la differenza, a volte, è già un modo per parlare meglio.










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Quando l’accento vibra, il significato cambia

Le omografe eterofone: parole identiche che, spostando la voce, cambiano senso, ritmo e destino

In italiano esiste una categoria affascinante di parole che si scrivono allo stesso modo ma cambiano significato quando muta la sillaba tonica. Sono le cosiddette omografe eterofone, un termine che nasce dall’unione di radici greche: homós (“uguale”) e graphō (“scrivere”) per omografo, e héteros (“diverso”) più phōnḗ (“voce, suono”) per eterofono. L’accento, spostandosi, modifica ritmo, timbro e senso della parola: non è un dettaglio grafico, ma un vero marcatore semantico.

Per comprendere meglio il fenomeno è utile ricordare anche l’etimologia di omofono, spesso richiamato per contrasto: deriva da homós (“uguale”) e phōnḗ (“voce, suono”), e indica parole che si pronunciano allo stesso modo pur avendo grafia e significato diversi, come lago e l’ago, l’etto e letto, anno e hanno. Le nostre protagoniste, invece, sono parole che conservano la medesima grafia ma cambiano pronuncia e significato: pésca e pèsca, prìncipi e princìpi, àncora e ancóra. In pésca (il frutto) sopravvive il latino persica, “frutto persiano”, mentre pèsca (l’azione del pescare) discende da piscare. In prìncipi ritroviamo princeps, “primo, capo”, mentre princìpi deriva da principium, “inizio, fondamento”. Àncora, lo strumento nautico, viene dal latino ancora e dal greco ankyra (“uncino”), mentre ancóra, avverbio, nasce da un’evoluzione semantica di adhuc.

Alcune coppie, inoltre, sono particolarmente insidiose perché l’accento distingue non solo il significato, ma anche la categoria grammaticale: sùbito (avverbio: “immediatamente”) e subìto (participio passato di subire), àmbito (aggettivo: “desiderato”) e ambìto (participio di ambire). In altri casi l’accento cambia anche la qualità della vocale, come in bótte (recipiente) e bòtte (colpi), dove la distinzione tra o chiusa e o aperta è decisiva. Esistono poi parole in cui l’accento è spesso omesso nella scrittura quotidiana, come ancora, lasciando al contesto il compito di disambiguare; ma in un contesto didattico ed editoriale la chiarezza grafica è preferibile e l’accento va indicato quando cambia il significato. In alcune coppie la distinzione si conserva anche nel plurale, come bótte/bótti e bòtte/bòtti, sebbene la percezione fonetica tenda ad attenuarsi.

Queste coppie accentuali mostrano quanto l’italiano sia una lingua sensibile alla posizione dell’accento: una vocale tonica può cambiare tutto, dalla categoria grammaticale alla percezione etimologica. Sono un terreno didattico prezioso per educare all’uso dell’accento grafico, per mostrare la relazione tra fonetica e semantica e per allenare l’orecchio alle opposizioni toniche. Ricordano che l’accento, quando serve, non è facoltativo, ma un segno distintivo di significato. In italiano, insomma, basta un accento per cambiare voce alle parole e destino alle idee.







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lunedì 13 aprile 2026

Controllafila: il nome che mancava nella vita quotidiana degli uffici italiani

 Quando la lingua trova finalmente la parola giusta per una figura che tutti vediamo ma nessuno sa come chiamare











Contrallafila è un neologismo che nasce per colmare un vuoto lessicale evidente nella lingua italiana: la mancanza di un nome per indicare la persona incaricata di gestire la fila negli uffici pubblici, nei centri prenotazioni, negli ambulatori e in tutti quei luoghi in cui l’ordine di accesso è fondamentale. È una figura quotidiana, riconoscibile, necessaria, ma priva di un’etichetta linguistica. Da qui la necessità di un termine nuovo, italiano, trasparente e immediatamente comprensibile.

La formazione di controllafila segue un modello morfologico pienamente italiano: il composto verbo + nome, univerbato, che caratterizza molti nomi d’agente dell’italiano contemporaneo. Appartiene alla stessa famiglia di rompiscatole, passacarte, portaborse, apripista, salvagente. La struttura è limpida: controlla (terza persona singolare del verbo “controllare”, usata come base verbale nei composti) + fila. Il risultato è un composto solido, naturale, che si legge senza inciampi e che conserva una perfetta trasparenza semantica. Chi è il controllafila? Colui che controlla la fila. Nessuna ambiguità, nessuna opacità, nessuna interpretazione alternativa.

Il significato, dunque, è immediato: il controllafila è la persona che regola l’accesso allo sportello, smista gli utenti, verifica i numeri di prenotazione, mantiene l’ordine, fornisce indicazioni rapide e impedisce che la fila si disgreghi o si sovrapponga. È un ruolo operativo, non burocratico; concreto, non astratto; riconoscibile da chiunque frequenti uffici pubblici o servizi al cittadino. Proprio questa riconoscibilità rende la neoformazione particolarmente scorrevole: la parola sembra già esistere, perché la funzione è così chiara da richiedere solo un’etichetta che la renda dicibile.

La scorrevolezza è uno dei punti di forza del termine. Controllafila si pronuncia senza sforzo, ha un ritmo binario equilibrato, non presenta collisioni fonetiche né accavallamenti consonantici. È una parola che “scivola”, come accade ai composti italiani ben formati. Inoltre, la sua univerbazione lo rende più forte e più stabile rispetto a forme separate come “controlla fila”, che resterebbero descrittive e non lessicalizzate.

Gli esempi d’uso mostrano quanto il termine sia già pronto per entrare nel linguaggio amministrativo e giornalistico:
“Il Comune ha assunto due controllafila per il nuovo sportello anagrafe.”
“All’ingresso dell’ambulatorio un controllafila smista i pazienti in base alla prenotazione.”
“Il controllafila ha verificato che la coda scorresse senza sovrapposizioni.”

La lessicalizzazione di controllafila (invariabile nel plurale, come tutti i sostantivi composti di una voce verbale e di un nome femminile singolare) è favorita da tre fattori: la necessità sociale del termine, la sua trasparenza morfologica e la sua perfetta aderenza alla funzione. È un neologismo che non forza la lingua, ma la completa. Non introduce un concetto nuovo: dà finalmente un nome a qualcosa che esiste da sempre. È proprio questo il segno dei neologismi destinati a durare.

controllafila s.m. e f. (inv.) [comp. di controlla(re) e fila]. –

1. Persona incaricata di regolare l’ordine di accesso in una fila presso uffici pubblici, sportelli, ambulatori, centri prenotazione e, più in generale, in contesti in cui è necessario smistare gli utenti, verificare turni o prenotazioni e mantenere la coda ordinata.

2. Per estens., addetto che fornisce indicazioni rapide agli utenti in attesa, prevenendo sovrapposizioni o disordini nella gestione del flusso.


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Ovvero e oppure: due parole, due funzioni

Tra gli equivoci più tenaci dell’italiano contemporaneo c’è la presunta sinonimia tra ovvero e oppure. Molti li usano come se fossero intercambiabili, convinti che entrambi significhino semplicemente “o”. Non è così: le due congiunzioni hanno origini diverse e producono effetti diversi sul significato di una frase. E scegliere quella sbagliata non è un dettaglio: è un errore di senso.

Oppure deriva da o + pure, cioè “o anche”, “o in alternativa”. È una congiunzione disgiuntiva: apre una scelta, mette in campo due possibilità distinte. È il nostro “o… o…”, nella sua forma più naturale.

Ovvero, invece, non ha nulla (a) che fare con hoc vero, etimologia fantasiosa e priva di basi. Viene da o + vero, antica forma rafforzata (o vero, ovvero). Non introduce un’alternativa: introduce una spiegazione. È una congiunzione esplicativa: significa “cioè”, “vale a dire”, “in altre parole”.

La differenza è netta.

  • “Porta una maglietta oppure una felpa”: due opzioni.

    “Porta una maglietta, ovvero un indumento leggero”: una precisazione.

Basta invertire le due congiunzioni per cambiare il senso della frase. Eppure, nell’uso quotidiano, ovvero viene spesso impiegato al posto di oppure, forse perché suona più formale. Ma la forma non può sacrificare la chiarezza: in testi tecnici, giuridici o amministrativi, confondere “spiegazione” e “alternativa” può generare ambiguità pesanti.

La lingua evolve, certo. Ma non tutto ciò che si diffonde è utile. Conservare la distinzione tra ovvero e oppure significa comunicare meglio, con più precisione e meno fraintendimenti. È un gesto di cura verso la lingua e verso chi legge. Perché le parole non sono mai neutre: scegliere quella giusta è un atto di responsabilità e, perché no, di civiltà.






domenica 12 aprile 2026

"Piantare una grana"

 Dal granello al conflitto


P
iantare una grana è una delle espressioni più vive e colorite dell’italiano colloquiale. Si incontra nei dialoghi quotidiani, nei racconti familiari, nelle discussioni di lavoro: ogni volta che qualcuno decide di porre un problema, di suscitare una lite o di dare origine a una complicazione fastidiosa, ecco che “pianta una grana”. È una formula che condensa in poche parole l’idea di un conflitto improvviso, spesso sproporzionato, capace di turbare una situazione fino a un attimo prima tranquilla.

Sotto il profilo etimologico e semantico, grana è un termine che ha attraversato diverse accezioni nel corso dei secoli. In origine indicava una particella minuta, un granello, e da qui si è sviluppata l’idea metaforica di minuzia fastidiosa, dettaglio che inceppa, questione che si insinua e disturba. Non è un caso che, accanto a questo valore materiale, la parola abbia avuto anche un ruolo nella tintoria: “grana” era il nome dato a certe cocciniglie essiccate, simili a piccoli grani rossi, usate per tingere i tessuti. Da quell’ambito deriva anche l’idea di impurità o rugosità, di qualcosa che interrompe la liscezza di una superficie: un fastidio minuscolo ma percepibile, che prepara naturalmente il terreno al significato figurato di seccatura.

È proprio questa evoluzione semantica - dal piccolo elemento materiale al piccolo problema che si ingigantisce - ad aver favorito l’uso della parola nel linguaggio burocratico e militare tra Ottocento e Novecento, dove la “grana” era un intoppo amministrativo, una pratica complicata, una seccatura che rallentava tutto. Da quel contesto tecnico la parola è poi migrata nel parlato comune, mantenendo la sua natura di fastidio che cresce.

Il verbo piantare, accostato a questo sostantivo, rafforza l’immagine. Piantare significa mettere a dimora un seme, dare origine a qualcosa destinato a svilupparsi, a mettere radici, a diventare più grande di quanto fosse all’inizio. Chi “pianta una grana” compie metaforicamente questo: getta il seme di un conflitto che rischia di espandersi, di trascinarsi, di diventare difficile da estirpare. Non sorprende, dunque, che l’espressione abbia quasi sempre una connotazione negativa: chi pianta una grana è percepito come qualcuno che suscita problemi, che ingigantisce dettagli, che innesca tensioni.

Nell’uso quotidiano, la locuzione è estremamente duttile. Non vorrai mica piantare una grana proprio adesso che abbiamo finito il lavoro?!, è l’avvertimento di chi teme che un’osservazione superflua possa trasformarsi in un litigio. Il cliente ha piantato una grana incredibile per un ritardo di soli cinque minuti racconta invece la sproporzione tra il fatto reale e la reazione di chi lo amplifica.

Una curiosità interessante riguarda l’estensione semantica del vocabolo: in molte regioni italiane, soprattutto nel Centro-Sud, “grana” è diventato un sinonimo generico di problema, anche al di fuori della locuzione. Dire ho una grana da risolvere significa avere un impiccio, un nodo, una questione che richiede attenzione. È la conferma di quanto la parola si sia radicata nell’immaginario linguistico, mantenendo intatta la sua capacità di richiamare un fastidio che nasce piccolo ma rischia di crescere.

Oggi “piantare una grana” resta una delle espressioni più efficaci per designare l’intenzione di creare un problema dove non c’era, o di trasformare un dettaglio in una questione spinosa. Un’immagine semplice e potentissima: un seme, un gesto, e subito un conflitto che germoglia.

Chi pianta una grana non apre discussioni: apre cantieri di cui perde subito le chiavi.

 

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I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel loro libretto “L’italiano in gioco”, scrivono che il sostantivo eco è femminile. Perfetto. Avrebbero fatto un lavoro "molto più eccellente" se avessero specificato che il suddetto lessema nella forma singolare è ambigenere: un eco/un’eco. È tassativamente maschile nel plurale: gli echi (mai *le eco). Tutti i vocabolari dell’uso concordano su questa distinzione.



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La lingua “biforcuta” della stampa

Tensioni nel veronese per la presentazione del partito di Vannacci

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Correttamente: Veronese (con la “v” maiuscola). La grammatica prescrive l’iniziale maiuscola per i nomi che designano un’area geografica (il territorio della provincia di Verona).

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

sabato 11 aprile 2026

Ontogenesi e filogenesi del linguaggio: due assi per capire come parliamo

 Dallo sviluppo del bambino all’evoluzione della specie: perché questi due concetti guidano la linguistica moderna












L’analisi scientifica del linguaggio si muove su due assi concettuali che la linguistica ha mutuato con precisione dalla biologia dello sviluppo: ontogenesi e filogenesi. La trasposizione non è ornamentale: permette di distinguere con nettezza ciò che riguarda la costruzione del linguaggio nel singolo individuo da ciò che riguarda la sua comparsa nella specie umana. I due lessemi, entrambi di origine greca, hanno una struttura etimologica trasparente: ón, ontós (“ente, essere”) + génesis (“nascita”) per ontogenesi; phylon (“stirpe, specie”) + génesis per filogenesi. Questa chiarezza morfologica si riflette perfettamente in quella concettuale.

In linguistica, l’ontogenesi indica l’intero processo di acquisizione del linguaggio da parte dell’individuo. È un percorso che comprende la maturazione percettiva, la comparsa dei primi schemi fonetici, la costruzione del lessico iniziale, l’emergere della morfologia e della sintassi, fino alla piena competenza pragmatica. Dire, per esempio, che “la subordinazione ha un’ontogenesi tardiva” significa chiarire che il bambino impara a gestire strutture gerarchiche complesse solo dopo aver consolidato le frasi semplici. Oppure: “la deissi spaziale mostra un’ontogenesi graduale”, per indicare che termini come qui, , sopra, dietro ecc. richiedono una progressiva integrazione tra linguaggio e rappresentazione corporea dello spazio.

La filogenesi, invece, riguarda la storia evolutiva della facoltà linguistica nella specie umana. È il dominio in cui si studiano le pressioni selettive che hanno favorito l’emergere del linguaggio articolato, il ruolo delle capacità cognitive preesistenti (memoria di lavoro, categorizzazione, imitazione), la possibile transizione da sistemi comunicativi gestuali a sistemi vocali, la comparsa della sintassi come meccanismo combinatorio ricorsivo. Dire che “la sintassi ha una filogenesi stratificata” significa riconoscere che la capacità di combinare elementi in strutture gerarchiche non è un tratto improvviso, ma il risultato di una lunga coevoluzione tra cervello, socialità e comunicazione.

L’uso parallelo dei due concetti permette di evitare un errore storico: l’idea ottocentesca che l’ontogenesi “ricapitoli” la filogenesi. Oggi sappiamo che lo sviluppo del bambino non ripercorre le tappe evolutive della specie. Tuttavia, i due piani dialogano: alcune costanti dell’ontogenesi (come l’ordine di acquisizione di certe categorie grammaticali) possono suggerire quali strutture cognitive siano state necessarie perché il linguaggio emergesse nella nostra storia evolutiva; e, viceversa, la filogenesi aiuta a interpretare perché certe tappe dello sviluppo infantile siano universali e altre modellate dalla cultura.

Una curiosità: i due termini sono presenti già nella linguistica del primo Novecento, ma è solo dagli anni Settanta - con la linguistica acquisizionale, la psicolinguistica sperimentale e le scienze cognitive - che diventano categorie operative. Oggi sono centrali anche nella semiotica evoluzionistica e nella neurolinguistica dello sviluppo, dove permettono di distinguere con rigore ciò che è “sviluppo dell’individuo” da ciò che è “storia della specie”.

Usati correttamente, ontogenesi e filogenesi offrono dunque una doppia lente: una per osservare come nasce il linguaggio in ciascuno di noi, l’altra per comprendere come la nostra specie sia diventata capace di linguaggio. È proprio questa duplice prospettiva a rendere i due sintagmi preziosi nella formazione linguistica avanzata.






venerdì 10 aprile 2026

"Mettere in burletta"

 


Mettere in burletta è uno di quei modi di dire che l’italiano ha lasciato scivolare ai margini del lessico senza un vero motivo. È limpido, elegante, immediatamente comprensibile, ma quasi nessuno lo usa più. Eppure descrive con precisione chirurgica un atteggiamento diffusissimo: il prendere qualcosa o qualcuno con leggerezza, con ironia, con un filo di superiorità, senza arrivare alla cattiveria aperta. È la presa in giro “a bassa intensità”, quella che non ferisce ma sminuisce.

L’espressione nasce tra Sette e Ottocento, quando la burletta era un genere teatrale leggero, parodico, fatto di caricature e situazioni buffe. Non era la burla crudele, ma la piccola scena comica che ridimensiona, che smonta la serietà. Da qui il passaggio naturale al linguaggio comune: mettere in burletta significava trattare un argomento serio come se fosse una scenetta, ridurlo a farsa, alleggerirlo fino a svuotarlo. Nei giornali ottocenteschi ricorre spesso per indicare chi minimizza un problema politico, chi ridicolizza un avversario, chi trasforma un fatto grave in occasione di lazzo. È un’espressione di registro medio, mai popolare, ma molto viva nella prosa dell’epoca.

Il significato resta oggi sorprendentemente attuale. Mettere in burletta è ciò che accade quando qualcuno liquida un’osservazione importante con una battuta, quando un tema serio viene trattato come un gioco, quando un interlocutore evita il confronto rifugiandosi nell’ironia. È il comportamento di chi, per non affrontare la sostanza, preferisce trasformare tutto in scherzo. È anche la dinamica tipica di certi scambi in Rete, dove la leggerezza diventa arma per non prendersi responsabilità.

Gli esempi sono immediati. Un collega che, di fronte a una critica fondata, risponde con un sorriso e un “ma figurati, non è niente”: sta mettendo in burletta. Un politico che minimizza un problema dicendo che “sono solo chiacchiere”: sta mettendo in burletta. Un amico che, invece di ascoltare un disagio, lo trasforma in battuta: mette in burletta. Non è sarcasmo, non è derisione, non è scherno: è un ridimensionamento ironico, un modo di togliere peso alle cose senza assumersi il rischio della serietà.

Proprio per questo l’espressione meriterebbe di tornare in circolazione. È precisa, pulita, priva di aggressività, e permette di nominare un comportamento che oggi vediamo dappertutto (in particolare nelle trasmissioni televisive) ma che non sappiamo come chiamare. In un’epoca in cui tutto rischia di essere banalizzato, mettere in burletta è la formula perfetta per denunciare quella leggerezza che non fa ridere, ma svuota. 

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 Noi sognAmo o noi sognIamo?

 Siamo rimasti basiti – come usa dire – nel constatare che i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono, nel loro volumetto “Ciliegie o ciliege?”, che i verbi in “-gnare” (sognare, impegnare ecc.) possono perdere la “i” della desinenza “-iamo” della prima persona plurale del presente indicativo (noi sogniamo/sognamo) ma la conservano nella medesima persona del presente congiuntivo (che noi sogniamo). La cosa ci sembra fuorviante, la desinenza “-iamo” è la medesima sia per il presente indicativo sia per il presente congiuntivo. Non capiamo, quindi, il motivo per cui il presente del modo indicativo “goda” – secondo gli autori – di questa alternativa. Scriviamo sempre, correttamente, “noi sogniamo”, “che noi sogniamo” (sempre con la “i”, essendo parte della desinenza) Qui.



























(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)