Illocuzione e perlocuzione: quando dire è fare, e quando fare è far accadere
L’idea che il linguaggio non serva solo a descrivere il mondo, ma anche a modificarlo, è uno dei colpi di genio del filosofo inglese JohnL. Austin. Nelle sue William James Lectures (poi pubblicate come How to Do Things with Words, 1962), Austin introduce due termini oggi fondamentali nella filosofia del linguaggio: illocuzione e perlocuzione. Sono parole moderne, coniate da lui, costruite su base latina (in‑/per‑ + locutio), e descrivono due “gesti” diversi della stessa frase: ciò che facciamo nel dire qualcosa e ciò che produciamo attraverso ciò che diciamo. Vediamo, dunque.
L’illocuzione è l’atto compiuto dicendo qualcosa. Non descrivo una promessa: la faccio. Non parlo di un ordine: lo impartisco. Quando dico Ti prometto che verrò, l’atto illocutorio è la promessa stessa. Quando dico Ti ordino di uscire, l’atto illocutorio è l’ordine. Austin insiste che questi atti sono convenzionali: funzionano perché la lingua e la società li riconoscono come tali. Sono atti “felici” o “infelici” a seconda che rispettino le condizioni necessarie (autorità, contesto, intenzione).
La perlocuzione, invece, riguarda ciò che il mio dire provoca nell’altro: convincerlo, rassicurarlo, intimorirlo, irritarlo, commuoverlo. Se dico Attento, scivoli, l’illocuzione è l’avvertimento; la perlocuzione può essere che tu ti fermi, ti spaventi o cambi direzione. Se dico Mi dispiace, l’illocuzione è l’atto di scusa; la perlocuzione può essere che tu ti calmi oppure no. La perlocuzione non è codificata, non è garantita, non è “felice” o “infelice”: è semplicemente ciò che accade.
La differenza è netta. L’illocuzione è intenzionale, interna all’enunciato, riconoscibile dalla forma linguistica. La perlocuzione è esterna, contestuale, dipendente dall’interlocutore. L’illocuzione è un gesto normato; la perlocuzione è un effetto aperto. Esempi: Ti prometto che verrò (illocuzione: promessa; perlocuzione: rassicurarti). Smettila subito (illocuzione: ordine; perlocuzione: farti smettere, irritarti, spaventarti). Ti avverto che è pericoloso (illocuzione: avvertimento; perlocuzione: farti indietreggiare).
Per capire quanto questa distinzione sia viva nella letteratura, basta osservare come gli autori usano la parola per agire sul lettore. Quando Dante, nel V canto dell’Inferno, scrive “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, l’illocuzione è una constatazione tragica; la perlocuzione, potentissima, è farci provare un brivido di compassione e di vertigine emotiva. Quando Manzoni fa dire a Fra Cristoforo “Verrà un giorno…”, l’illocuzione è una promessa morale; la perlocuzione è infondere speranza, quasi un moto di riscatto. Quando Leopardi apre l’Infinito con “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, l’illocuzione è un’affermazione; la perlocuzione è trascinarci immediatamente dentro un paesaggio mentale, farci respirare la sua stessa sospensione.
Una curiosità: Austin amava paragonare gli atti linguistici ai matrimoni. Una promessa può essere valida o invalida, un ordine può riuscire o fallire. La perlocuzione, invece, non “fallisce”: semplicemente produce o non produce un effetto. È la parte indomabile della parola, quella che sfugge al controllo del parlante e si deposita nell’altro.
Capire la distinzione tra illocuzione e perlocuzione significa leggere con più precisione ciò che accade ogni volta che apriamo bocca. Ogni frase è un atto e un effetto, un gesto e una conseguenza. La lingua non è solo un mezzo per dire il mondo: è un modo per agire nel mondo.
