domenica 2 agosto 2026

Scongiurare, il verbo "tuttofare": scaccia, supplica e salva

 Dalla sacralità dei giuramenti antichi alla lotta quotidiana contro il male: viaggio dentro una parola che non smette di agire

Il sintagma verbale scongiurare è uno di quei nuclei linguistici che sembrano pulsare sotto la superficie della nostra lingua: una parola che non si limita a dire, ma che agisce, che vibra, che porta con sé un gesto, un tono, un’urgenza. La sua storia è antica e stratificata, e già l’etimologia rivela la natura profonda del termine: dal latino exconiurāre, composto da ex- (con valore rafforzativo o di allontanamento) e coniurāre (“giurare insieme”, “prendere un solenne impegno”). In origine, dunque, scongiurare non era un semplice verbo d’uso comune, ma un atto rituale, un appello alle forze più alte, un giuramento che si compiva davanti al sacro per ottenere protezione o per scacciare ciò che minacciava la comunità.

Questa radice sacra non è mai scomparsa del tutto. Anche oggi, quando diciamo ti scongiuro, il tono cambia: la voce si fa più bassa, più urgente, più carica di un pathos che non appartiene ad altri verbi di richiesta. È come se la lingua conservasse un eco remoto di quel gesto antico, un residuo di sacralità che riaffiora ogni volta che la supplica si fa estrema. Non è un caso che nei testi medievali scongiurare compaia spesso accanto a formule di esorcismo, invocazioni ai santi, gesti apotropaici (scaramantici): il verbo era parte integrante del repertorio rituale, e chi lo pronunciava si poneva simbolicamente tra il male e la comunità, come un argine.

Col trascorrere dei secoli, però, la parola ha ampliato il proprio raggio d’azione, assumendo una seconda vita semantica: quella della prevenzione. Oggi scongiurare si articola principalmente in tre grandi accezioni, ciascuna con una sfumatura espressiva ben precisa. La prima è quella più comune nel linguaggio quotidiano e giornalistico: scongiurare significa impedire che un evento nefasto o dannoso si verifichi, allontanandolo prima che sia troppo tardi. È l’uso di frasi come l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco ha scongiurato una tragedia, dove il verbo si colloca accanto a rischi, pericoli, crisi, incidenti. Qui i sinonimi più vicini sono evitare, sventare, stornare, prevenire: tutti verbi che, come scongiurare, costruiscono una barriera tra noi e l’eventuale danno.

La seconda accezione mantiene più esplicitamente il legame con la radice sacra: scongiurare come pregare o supplicare con veemenza. In questo uso, il verbo esprime un’impellente e accorata richiesta, fatta facendo leva sui sentimenti, sulla pietà o su valori supremi. È la dimensione di frasi come ti scongiuro in nome della nostra amicizia, non farlo!, dove la formula “ti scongiuro” non è una semplice richiesta, ma una sorta di appello solenne, quasi un giuramento rovesciato: invece di impegnarsi a fare qualcosa, ci si appella all’altro perché non faccia qualcosa. I sinonimi, qui, sono supplicare, implorare, pregare intensamente: verbi che condividono la stessa intensità emotiva, ma non sempre la stessa risonanza rituale.

La terza accezione è quella più letteraria o legata al folclore: scongiurare come scacciare con riti o formule magiche. È l’uso in cui il sintagma indica l’atto di esorcizzare o scacciare spiriti, demoni, malocchi o calamità naturali tramite formule, giuramenti o gesti propiziatori. Pensiamo a frasi come il sacerdote tentò di scongiurare gli spiriti maligni che infestavano il luogo: qui scongiurare torna a essere un gesto performativo, un atto che pretende di produrre un effetto sul mondo, non solo di descriverlo. I sinonimi più pertinenti sono esorcizzare, scacciare, stornare, tutti collocati in un campo semantico che oscilla tra il religioso e il magico.

Da questo nucleo verbale derivano forme che hanno avuto una loro storia autonoma. Lo scongiuro è il gesto, la formula o la pratica scaramantica utilizzata per allontanare la sfortuna o l’influsso nefasto: si “fa uno scongiuro”, si compie “un gesto di scongiuro”, si ricorre a “scongiuri” contro il malocchio. La scongiura e il sacerdote scongiuratore rimandano invece a un lessico più tecnico, storicamente legato a chi praticava l’esorcismo o rituali di protezione contro le avversità. In alcuni testi antichi, la scongiura è quasi una “cerimonia codificata”, con formule e gesti precisi.

Particolarmente interessante – secondo chi scrive – è il rapporto tra scongiurazione e congiura. Entrambi i lessemi condividono la medesima radice latina coniurāre, “giurare insieme”, ma hanno imboccato strade semantiche divergenti. La congiura è un patto segreto per sovvertire l’ordine o danneggiare qualcuno: un giuramento condiviso che si orienta verso il male. La scongiurazione o lo scongiuro nascono, invece, come difesa o supplica solenne per allontanare il male. È come se la stessa matrice avesse generato due figure speculari: da un lato il complotto, dall’altro la protezione. In termini di immaginario, potremmo dire che la congiura è il giuramento dei nemici, mentre lo scongiuro è il giuramento degli alleati.

Una curiosità storica: nei repertori lessicali e negli atti medievali il verbo compare talvolta come formula di garanzia, una sorta di impegno solenne con cui si dichiarava di voler evitare un danno o una frode. Non aveva ancora l'accezione "moderna", ma già si intravedeva la transizione dalla sfera sacra a quella civile: dal giuramento davanti a Dio al giuramento davanti alla legge.

Insomma, che si tratti di supplicare una persona cara (invocazione), di sventare un pericolo imminente (azione preventiva) o di allontanare la malasorte (scaramanzia), il verbo scongiurare conserva intatta la sua forza drammatica ed espressiva. È uno di quegli strumenti lessicali che portano con sé, in ogni uso, una memoria di gesti, di toni, di rituali: un verbo che non si limita a “dire” qualcosa, ma che mette in scena un rapporto con il male, con il rischio, con la sfortuna. Ogni volta che lo pronunciamo, la lingua sembra ricordarci che il male, per essere allontanato, richiede sempre un atto: che sia una preghiera, un intervento tempestivo o un gesto scaramantico, scongiurare è la parola che dà forma a quel movimento, a quella volontà di protezione che attraversa i secoli e arriva fino a noi.



 ***

La lingua “biforcuta” della stampa


Deltaplano sui cavi dell’alta tensione nel frusinate, morto uomo di 58 anni

--------------

Correttamente: Frusinate (con la F maiuscola). Lo ripeteremo fino alla nausea: le “aree geografiche” si scrivono con l’iniziale maiuscola. 











(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

sabato 1 agosto 2026

Appartamento d'affittare o da affittare?

 La chiarezza prima di tutto: la preposizione da non diventa mai d’ davanti a vocale

Appartamento da affittare: già nel titolo si gioca una piccola partita grammaticale che vale la pena chiarire. Capita spesso, nello slancio della scrittura o nella rapidità della digitazione, di esitare davanti all’incontro tra due vocali. La preposizione di si lascia elidere con naturalezza, producendo forme come d’accordo, d’epoca, d’altri tempi. Quando però la protagonista diventa da, la grammatica italiana cambia tono e diventa inflessibile: la preposizione da non si apostrofa, e la ragione non è un capriccio normativo ma una questione di chiarezza.

Se da venisse ridotta alla sola d’, diverrebbe indistinguibile dalla forma elisa di di, generando ambiguità sintattiche e semantiche. Le due preposizioni svolgono funzioni diverse: di introduce specificazioni, relazioni logiche, appartenenze; da indica provenienza, moto da luogo, agente, causa, fine. Confonderle significherebbe compromettere la comprensione della frase. È sufficiente confrontare l’uscita d’emergenza, dove d’ è chiaramente elisione di di, con uscire da un’emergenza, dove la preposizione deve restare integra per mantenere il suo valore di allontanamento. Apostrofare da nel secondo caso creerebbe una sovrapposizione fuorviante tra complementi che nulla hanno in comune.

Nonostante la regola generale sia ferrea, l’uso ha consolidato alcune eccezioni. Sono locuzioni avverbiali o congiuntive percepite come blocchi unici, in cui l’elisione non genera più incertezza: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altro canto, d’altronde. In questi casi la forma apostrofata convive con quella estesa (da ora in poi, da altra parte), ma al di fuori di tali costrutti l’elisione di da resta un errore. È importante ribadire che d’accordo non appartiene a questo gruppo: è semplicemente l’elisione di di accordo, e non ha alcun legame con la preposizione da.

Il principio non cambia quando da si combina con gli articoli determinativi formando le preposizioni articolate. L’apostrofo compare solo perché si elide l’articolo, non la preposizione: dall’altra parte (da + la), dall’Italia (da + la), dall’inizio (da + lo). In questi casi da resta intatta, mentre è l’articolo a perdere la vocale davanti a parola che comincia con un’altra vocale. L’apostrofo, dunque, non riguarda da, ma l’elemento che la segue.

Ecco perché il titolo Appartamento da affittare è non solo corretto, ma esemplare: mantiene la preposizione nella sua forma piena, evita ambiguità, rispetta la norma e conserva la trasparenza sintattica. D’affittare sarebbe invece un errore, perché trasformerebbe da in di, producendo una costruzione che l’italiano non contempla. In ogni contesto analogo la scelta corretta è una sola: lasciare la preposizione da per esteso. È la soluzione più chiara, più sicura e più fedele alla struttura dell’italiano, quella che permette alla frase di mantenere la sua limpidezza senza rischiare scivoloni orto-sintattico-grammaticali.

***

Accentare è segnare, accentuare è intensificare

I verbi accentare e accentuare sembrano fratelli per via della radice comune, ma in realtà sono due strumenti diversi della stessa bottega linguistica. La loro somiglianza inganna: entrambi richiamano l’idea dell’accento, ambedue sembrano “fare qualcosa” alla parola, eppure uno interviene sulla grafia, l’altro sull’intensità. È una distinzione antica, limpida, che la lingua custodisce con cura e che vale la pena riportare alla luce ogni volta che l’uso frettoloso tende a confonderli.

Accentare nasce dal latino accentare, derivato di accentus, “intonazione, modulazione della voce”. Il suo significato è porre l’accento grafico su una parola oppure indicare la sillaba tonica. È il verbo dei dizionari, delle grammatiche, delle norme ortografiche. Si accentano già, , perché, e si accentano le parole tronche quando la grafia lo richiede. È un gesto di precisione: si accentano le vocali, si accentano le sillabe, si accentano le forme che devono essere rese chiare al lettore.

Accentuare, invece, viene dal latino accentuare, formato su accentus ma con valore causativo, cioè rendere più marcato nell’intonazione. Da qui l’evoluzione semantica: rendere più evidente, mettere in risalto, intensificare. Si accentua un difetto, si accentua un colore, si accentua un’emozione, si accentua un contrasto. Non c’è grafia: c’è intensità. È il verbo della retorica, della descrizione, dell’enfasi.

Una curiosità: nei trattati di fonetica dell’Ottocento, accentare compare spesso accanto a tonicare, verbo oggi scomparso, che indicava l’atto di marcare la sillaba tonica senza necessariamente usare un segno grafico. Accentuare, invece, entra stabilmente nei dizionari dell’uso solo più tardi, quando la lingua comincia a registrare i verbi che descrivono sfumature espressive e non più soltanto operazioni tecniche.

La differenza, dunque, è semplice e preziosa: accentare riguarda la forma; accentuare riguarda il contenuto. Il primo opera sulla parola come oggetto grafico, il secondo sulla parola come veicolo di significato. Si può accentare una e, ma si può accentuare un errore. Si può accentare più, ma si può accentuare un contrasto. E quando si confondono, la frase perde nitidezza: dire accentuare la e finale è un errore grossolano; dire accentare il problema è un altro errore.

Per chi ama la lingua italiana questa distinzione è un piccolo “dono”: basta tenerla a mente per evitare scivoloni e per restituire alle parole la loro funzione naturale. Accentare è fare ordine; accentuare è dare rilievo. Due verbi diversi, entrambi utili, entrambi necessari, ma mai intercambiabili. A volte basta un accento messo al posto giusto per ricordare che la precisione non è un dettaglio, ma una forma di rispetto.  













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

venerdì 31 luglio 2026

L'apoftegma

 La frase che non chiede: decide

L’apoftegma è uno di quei termini - poco conosciuti - che sembrano arrivati da un’altra epoca, e infatti viene da lontano: dal greco apophthégma, “detto memorabile, sentenza”. È un lessema che vive in una zona particolare della lingua, dove il pensiero si fa breve, netto, tagliente, e dove la forma non è un semplice contenitore ma parte integrante del contenuto. Un apoftegma non è un proverbio, non è una massima, non è un motto: è qualcosa di più verticale, più autoritativo, più definitivo. È una frase che non si limita a suggerire, sancisce. Per questo, nella storia della cultura occidentale, gli apoftegmi sono stati spesso attribuiti a figure dotate di prestigio: filosofi, condottieri, santi, sovrani, ma anche personaggi letterari che incarnano un certo tipo di saggezza. L’apoftegma è un gesto linguistico che non si limita a dire: stabilisce.

La sua forza sta nella brevità. Un apoftegma non può essere lungo: se si dilunga, si dissolve. Deve essere una frase che si ricorda, che si ripete, che si incide. La sua struttura è quasi sempre simmetrica, ritmica, costruita per restare. Non è casuale: l’apoftegma nasce per essere tramandato. È un frammento di pensiero che vuole sopravvivere al suo autore. Per questo, nella tradizione antica, gli apoftegmi venivano raccolti in serie, come piccoli compendi di saggezza. E non erano semplici citazioni: erano modelli di comportamento, orientamenti morali, lampi di filosofia pratica. L’apoftegma non spiega: mostra. Non argomenta: afferma. È un atto di autorità linguistica.

Gli esempi d’autore sono illuminanti. Chilone di Sparta, uno dei Sette Sapienti, pronunciò il celebre «Conosci te stesso», apoftegma che non illustra un percorso: impone un dovere. Solone, altro Sapiente, fissò un principio che attraversa i secoli: «Nulla di troppo». È la forma perfetta dell’apoftegma: breve, ritmica, imperativa.

Nella Roma repubblicana, l’apoftegma diventa strumento politico. Catone il Censore chiudeva ogni suo intervento con «Cartagine deve essere distrutta». Non è un’opinione: è un orientamento. Non è un commento: è una linea di condotta. La frase, ripetuta come un martello, divenne un principio collettivo.

La tradizione cristiana ne è altrettanto ricca. I Padri del deserto hanno lasciato raccolte di apoftegmi che sono piccoli colpi di luce. Abba Poemen diceva: «L’uomo ha bisogno di umiltà e di vigilanza». Non descrive la vita spirituale: la definisce. Non spiega come si raggiunga l’umiltà: afferma che è necessaria. È un apoftegma nella sua forma più pura.

In epoca moderna, l’apoftegma sopravvive come forma letteraria. La Rochefoucauld, pur maestro dell’aforisma, scrive frasi che hanno la struttura dell’apoftegma, come: «La sincerità è una apertura di cuore». È una definizione che non si limita a descrivere: stabilisce. Nietzsche, che amava la forma breve, ha prodotto apoftegmi più che aforismi, come: «Diventa ciò che sei». È un imperativo che non lascia spazio alla replica.

L’apoftegma, e chiudiamo, è una frase che non accompagna: guida. Non suggerisce: stabilisce. Non commenta: incide. È la forma più concentrata della saggezza autoritativa, quella che non ha bisogno di argomentare perché si presenta già come conclusione. E proprio per questo, quando lo si incontra, si riconosce subito: è una frase che non si limita a essere letta, ma che resta "scolpita".

***

La piccola paura che fa grande l’italiano

Il lessema fifa, nel suo “sapore” di gergo militare settentrionale, è uno di quei piccoli gioielli che la nostra lingua conserva come un sorriso laterale: nasce come voce onomatopeica, probabilmente imitazione di un soffio breve, di un fiato trattenuto, di quel fi‑fi che accompagna il tremolio della paura. Da lì, la strada verso l’uso familiare è stata "istantanea": avere fifa, essere pieno di fifa, sentirla salire come un brivido che non si vuole confessare. È una paura piccola, quotidiana, quasi affettuosa: non il terrore, non l’angoscia, ma quella stretta che si prova prima di un esame, di un salto, di una decisione che non si è sicuri di voler prendere.

Il proverbio «la fifa fa novanta» – oggi spesso sostituito da «la paura fa novanta» – aggiunge un dettaglio curioso: il numero novanta, nella tradizione popolare, rappresenta l’eccesso, il limite, la soglia oltre la quale la paura smette di essere contenuta e diventa ingombrante. È un modo per dire che la fifa, quando arriva, non si accontenta di poco: amplifica, ingigantisce, distorce. Eppure, proprio per questo, resta un termine simpatico, quasi indulgente, che permette di parlare della paura senza appesantirla, con un tono che sdrammatizza e avvicina.

In un italiano che spesso preferisce termini più neutri o più tecnici, fifa conserva una sua grazia antica: è breve, sonora, immediata, e porta con sé un eco di caserme, di dialetti, di racconti tramandati. Una di quelle voci che non si studiano, si... respirano.




 

 

 













(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

giovedì 30 luglio 2026

Rompere e irrompere

 Dalla frattura al varco: due verbi, due gesti della lingua

Tra i molti casi in cui la morfologia prefissale italiana crea verbi nuovi a partire da una base comune, rompere e irrompere sono forse tra i più eleganti: due parole che nascono dallo stesso ceppo latino, rumpĕre, ma che nel passaggio all’italiano si separano, assumendo direzioni semantiche e sintattiche diverse. La radice è identica, il gesto originario è quello della frattura; eppure, nel verbo prefissato, la frattura diventa soglia, e la soglia diventa movimento.

L’etimologia di rompere è lineare: dal latino rumpĕre, «spezzare, frangere», verbo transitivo che indica l’atto di dividere ciò che era integro. L’italiano conserva questa struttura: rompere è verbo transitivo, richiede un oggetto e descrive un’azione che produce una disgregazione. La sua semantica è ampia, capace di abbracciare tanto la materia quanto le astrazioni. Si può rompere un vetro, certo, ma anche un equilibrio, un silenzio, un patto, una consuetudine. La frattura è fisica o simbolica, ma sempre netta, percepibile, misurabile: ha rotto il bicchiere cadendo; non rompere il silenzio; hanno rotto l’accordo firmato pochi mesi fa.

Irrompere, invece, nasce dall’aggiunta del prefisso in‑ a rompere, ma il risultato non è un semplice “rompere verso l’interno”. Il prefisso opera una trasformazione profonda: il verbo diventa intransitivo, perde l’oggetto e guadagna un nuovo significato, quello dell’ingresso impetuoso, della violazione di una soglia, dell’irruzione. Non si irrompe qualcosa: si irrompe in qualcosa. L’atto non è più la frattura in sé, ma il movimento che sfrutta quella frattura per penetrare uno spazio: la polizia è irrotta nell’edificio; irrompe sulla scena come un protagonista inatteso; un vento improvviso irrompe nella stanza.

Una curiosità storica: nei testi medievali italiani, irrompere compare spesso in contesti bellici o giudiziari, dove l’idea di “entrare rompendo” non è metafora ma gesto reale. L’irruzione è un atto che implica forza, sorpresa, talvolta violenza: un verbo che porta con sé un’energia narrativa superiore rispetto alla base rompere. È interessante notare come, nel corso dei secoli, irrompere abbia mantenuto questa aura di imprevedibilità: quando qualcosa “irrompe”, non arriva semplicemente; arriva rompendo un ordine precedente, scardinando una quiete, sovvertendo una scena.

La differenza tra i due verbi, pur fondata su una radice comune, è dunque netta. Rompere descrive un’azione che produce una frattura; irrompere descrive un’azione che attraversa una frattura per entrare con forza in un luogo o in una situazione. Il primo è un gesto di disgregazione; il secondo è un gesto di invasione. Il primo richiede un oggetto; il secondo richiede una direzione. Il primo interrompe; il secondo irrompe.

In questa biforcazione semantica si vede bene come la morfologia derivativa italiana non si limiti a modificare leggermente il significato di una base, ma possa generare verbi nuovi, dotati di autonomia sintattica e semantica. Rompere e irrompere sono parenti stretti, ma appartengono a due mondi diversi: quello della frattura e quello dell’irruzione. Due gesti, due immagini, due modi di raccontare la potenza di rumpĕreE, come spesso accade nella lingua, ciò che si rompe può fermare; ciò che irrompe può cominciare.

***

Perché le biblioteche necessitano del

bibliovigilante


C’
è una figura fondamentale che chiunque frequenti una biblioteca incontra sempre, ma che finora non ha mai avuto un nome unico e dignitoso.

È la persona a cui chiedi informazioni appena entri. È la stessa che ti spunta il libro al banco prestito e che, mezz'ora dopo, fa un giro silenzioso fra i tavoli per scovare chi sta evidenziando un testo del Settecento o chi masticando la gomma a bocca aperta viola il sacro patto del silenzio.

Nel burocratese d'ufficio questa figura viene frammentata in definizioni interminabili: “addetto all’accoglienza, al banco prestito e alla custodia di sala”. Nella vita reale, si finisce col chiamarlo genericamente “il bibliotecario”, creando un’inutile confusione con chi invece cura i cataloghi, acquista i volumi o gestisce i fondi antichi.

Per colmare questo vuoto semantico, è ora di introdurre nei nostri vocabolari un neologismo agile, preciso ed estremamente espressivo: il bibliovigilante.

Nato dalla fusione del prefissoide biblio- (dal greco biblíon, "libro") e dal participio vigilante (nel senso nobile ed etimologico di "colui che veglia"), il bibliovigilante è l'angelo custode trivalente della biblioteca moderna.

Incorpora in sé tre mansioni imprescindibili: L’Accoglienza: è il sorriso (o la guida) all'ingresso;

 Il Gestore del Prestito: è l'arbitro di timbri, rese e scadenze; 

Il Guardiano del Decoro: è il garante del silenzio e della salvaguardia dei volumi. 

La prossima volta che restituite un libro in ritardo o che il vostro vicino di tavolo risponde al telefono in sala studio, non guardatevi attorno smarriti: cercate con gli occhi il vostro bibliovigilante di fiducia.

bibliovigilante s. m. e f. — Chi, all'interno di una biblioteca, coordina le funzioni di accoglienza degli utenti, gestisce le operazioni di prestito e restituzione, e vigila sul rispetto delle norme di comportamento e sulla conservazione dei testi.
















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


mercoledì 29 luglio 2026

Il ministero che nasce servo e finisce sovrano

 La parola che ha scalato il potere senza cambiare una sola lettera

C
i sono parole che sembrano nate per stare in basso e invece, con una lenta caparbietà semantica, risalgono la scala sociale fino a diventare solenni. Ministero è una di queste. Nel latino classico era il servizio reso da chi stava sotto: un incarico umile, una mansione subordinata, il contrario del magisterium, che indicava l’autorità. Il minister era il servitore, il magister il capo. La coppia era così chiara che Cicerone, nelle sue orazioni, usa ministerium per indicare il lavoro materiale, quello che non richiede prestigio ma applicazione. Una parola di bottega, non di palazzo.
Il “ribaltamento semantico” comincia nel Medioevo, quando la Chiesa attribuisce ai ministeria un valore sacro: non più servizi servili, ma funzioni liturgiche che partecipano alla dignità del rito. È un passaggio decisivo, perché la sacralità ha sempre avuto il potere di nobilitare ciò che tocca. Da lì in avanti la parola si muove verso l’alto, lentamente ma con costanza. Nel Trecento compaiono attestazioni in cui ministero indica già un ufficio, una funzione ufficiale; nel Cinquecento, con la nascita delle burocrazie moderne, la parola entra stabilmente nel vocabolario del potere. Quando nel Settecento gli Stati europei iniziano a organizzare i propri organi esecutivi, il ministero diventa un’istituzione. La parola che indicava chi serve finisce con l’indicare chi governa.
Una curiosità gustosa riguarda il nostro Paese postunitario: nei primi decenni, i giornali usavano spesso ministero con un tono quasi reverenziale, come se il termine avesse ancora un’aura sacrale. In certe cronache ottocentesche si legge che “il Ministero ha parlato”, con la M maiuscola, come fosse una voce collettiva dotata di autorità morale. È un riflesso del suo passato ecclesiastico, un eco che sopravvive nella lingua anche quando il contesto è ormai laico. Un’altra curiosità: in alcune lingue romanze il termine non ha compiuto la stessa scalata. In francese ministère è sì un dicastero, ma conserva un uso più ampio e meno solenne; in spagnolo ministerio ha seguito la nostra traiettoria, ma mantiene ancora un legame forte con il senso originario di “servizio”. È come se ogni lingua avesse modulato la risalita secondo la propria storia istituzionale.
Eppure, ascoltando bene la parola, qualcosa del suo passato rimane. Nel ministero sopravvive l’idea del servizio, ma rovesciata: non più il servizio del subordinato al superiore, sibbene quello dello Stato verso la collettività. Il prestigio non cancella l’umiltà, la ricolloca. È un piccolo paradosso semantico: la parola che nasce per indicare chi serve diventa il nome di chi governa, ma continua a contenere, come un nocciolo antico, l’idea del servire.
E allora il ministero è ascesa, perché sale dal basso fino ai vertici dello Stato; è memoria, perché conserva la traccia del suo passato servile; è promessa, perché ricorda che governare dovrebbe essere, in fondo, un modo più alto di servire.

*** 

Sventare e sventrare

Due verbi quasi gemelli… che non si somigliano affatto

Sventare e sventrare sono due sintagmi verbali che la fretta quotidiana, l’eco fonico e una certa somiglianza grafica portano talvolta a confondere, come se fossero quasi intercambiabili. In realtà appartengono a due famiglie semantiche lontanissime, e proprio questa distanza merita di essere chiarita con precisione orto-sintattico-grammaticale, così da evitare equivoci e da restituire a ciascun verbo il suo peso espressivo.

Sventare nasce dal latino ex‑ventare, derivato da ventus, vento. L’idea originaria è quella di disperdere come fa il vento, mandare all’aria, far fallire un piano prima che si compia. L’accezione moderna conserva perfettamente questa immagine: sventare significa impedire, neutralizzare, far fallire qualcosa che stava per accadere. È un verbo di prevenzione, di salvataggio, di intervento tempestivo. Si sventano complotti, si sventano furti, si sventano truffe, si sventano disastri. Un esempio chiaro: la prontezza dell’addetto ha sventato l’incendio.

Una curiosità interessante: nei manuali di polizia dell’Ottocento, soprattutto quelli dedicati alla prevenzione dei reati nelle grandi città, il verbo sventare compare spesso accanto a frustrare e impedire, come parte di una triade tecnica. Non è un sinonimo di frustrare – sia chiaro - ma veniva usato per indicare l’intervento tempestivo che disperde il piano criminale prima che si concretizzi. Una traccia storica che conferma la natura preventiva del verbo.

Sventrare, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro peso semantico. Deriva da ventre, con prefisso s‑ privativo o intensivo: sventrare significa aprire il ventre, squarciare, dilaniare. È un verbo crudo, fisico, violento, che indica un’azione materiale di apertura forzata. Da qui gli usi figurati: si sventra una casa quando la si demolisce lasciandone solo la facciata; si sventra una città quando si abbattono interi isolati per rifare la viabilità; si sventra un edificio per ristrutturarlo dalle fondamenta. Un esempio esplicativo: I lavori hanno sventrato il vecchio palazzo, lasciando solo i muri perimetrali.

Una curiosità storica: il verbo sventrare è molto presente nei resoconti urbanistici tra fine Ottocento e primo Novecento, quando le grandi città europee venivano “aperte” per dare spazio ai nuovi viali. Gli urbanisti dell’epoca usavano proprio sventrare per indicare la demolizione interna degli isolati, lasciando talvolta solo le facciate. È un uso tecnico, non metaforico, che ha contribuito alla fortuna del verbo nel gergo dell’architettura.

La confusione nasce dalla somiglianza grafica e dalla presenza della sequenza svent‑, ma i due verbi non condividono né etimologia né campo semantico. Sventare è un verbo di salvataggio; sventrare è un verbo di distruzione. Il primo evita un danno; il secondo lo produce. Il primo è astratto, il secondo è concreto. Il primo è preventivo, il secondo è invasivo. Non c’è alcuna sovrapposizione reale, e la lingua italiana mantiene questa distinzione con coerenza. Chi sventa salva il futuro; chi sventra ne mostra le viscere.

***

La “topotèsia”

Forse quasi nessuno dei nostri 25 lettori (rubiamo le parole al principe degli scrittori, Alessandro Manzoni) ha mai sentito parlare della topotèsia perché i vocabolari, tra quelli consultati, non attestano questo termine (si trova nel GDLI). Che cosa è, dunque? È un sostantivo femminile di origine greco-latina e vale "descrizione di un luogo non reale, immaginario". È composto con le voci greche "topos" (luogo) e "tithemi" (io colloco, metto, pongo).

 

***

La lingua “biforcuta” della stampa

L'aggressione

Anziano colpito al volto durante una rissa nel napoletano: 18enne arrestato per tentato omicidio

---------------

Correttamente: Napoletano (N maiuscola), trattandosi di un’area geografica. Dal Treccani in Rete: con iniziale maiuscola, il Napoletano, il territorio, il circondario di Napoli.

 



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

lunedì 27 luglio 2026

Sgroi – 223 - “Voletevi bene!”: imperativo, indicativo o congiuntivo?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Evento televisivo

Un caro amico, non-linguista ma particolarmente attento agli usi della lingua, mi ha così mailato:

Approfitto per rinnovarti il quesito: ‘voletevi bene’ o ‘vogliatevi bene’? Questa mattina ho sentito questo comunissimo strafalcione (a mio parere!) da una giornalista della Rai”.


2. “Voletevi” e “Vogliatevi

Diciamo subito che le due forme verbali pronominali non sono, come si legge in internet, “VOLETEVI imperativo, e quindi è un comando, un'esortazione che è quasi un ordine”, mentre “VOGLIATEVI è congiuntivo, e quindi è un invito, un'esortazione più simile a una preghiera o a un consiglio, ovvero è una richiesta più attenuata”.

Come riportano i “quadri flessionali” di volere nel De Mauro (2000), VOLETE è invece pres. indic., mentre VOGLIATE è sia cong. pres. che imperativo.


3. “Voletevi”: italiano medio o neostandard

Detto ciò, VOLETEVI è un indicativo presente pro congiuntivo ‘vogliatevi’. Nell’italiano medio o neostandard l'indic. informale prende, come qui, il sopravvento anche nelle principali, non solo nelle secondare (credo che Dio esistE, ritengo che tu HAI ragione) rispetto al cong. formale (credo che Dio esistA, ritengo che tu ABBIA ragione).


3.1. Voletevi bene pro vogliatevi bene in “Google libri ricerca avanzata”

La variante Voletevi bene pro vogliatevi bene appare in “Google libri ricerca avanzata” già in due attestazioni, di cui una letteraria, dell’’800:


1871: “voletevi bene un l'altro, e persino ai vostri nemici sull'esempio dell' eterno Padre, che fa spuntare il sole, tanto sul campo del buono come del malvagio” (Il manuale del parroco ossia spiegazioni del Vangelo, p. 90).

Emilio De Marchi 1897: “Voletevi bene e addio! disse la mamma” (Giacomo l'idealista, Hoepli, II ediz., p. 285).


4. “Vogliatevi bene” in “Google libri ricerca avanzata”

Il cong. vogliatevi bene (vs indic. voletevi bene) è attestato in “Google libri ricerca avanzata” almeno a partire dal ’700:


Fra Gaetano Maria da Bergamo 1727: “vogliatevi Bene; vi raccomando questo sopra tutto; vogliatevi Bene, perchè questo è il Precetto, che preme più al vostro Signore” (L'Uomo apostolico istruito nella sua vocazione al confessionario, Venezia, p. 364).


5. “Vogliamoci bene”: indic. e cong. in “Google libri ricerca avanzata”

Quanto a vogliamoci bene, si noterà che il vogliamo è a un tempo indic. e cong. e stando a “Google libri ricerca avanzata” è attestato fin dal ’500:


Luigi Bigi Pittorio 1541: “vogliamoci bene insieme” (Homiliario Quadragesimale, p. 142)

Lodouico Pittorio 1550: “vogliamoci bene insieme” (Dominicale et Santvario di Lodouico Pittorio da Ferrara, Vinegia, p. 98).

Lodovico Pittorio 1574: “vogliamoci bene insieme” (Delle Homelie di M. Lodovico Pittorio da Ferrara, nuov. rid. in miglior lingua, Venetia, Ziletti, p. 231).


6. “Volemose bene” romanesco

Il Voletevi bene richiama l’espressione romanesca Volemose bene letter. ‘volemoci bene’ ovvero ‘vogliamoci bene’, riportata nel Vocabolario del romanesco contemporaneo di Paolo D'Achille – Claudio Giovanardi (N. Compton 2023), ed è giustificata dal fatto che nel romanesco il congiuntivo presente non esiste, sub volé(re):

II rifl. (volésse) Nella loc. volemose bene, come invito a mettere da parte la discordia e a far prevalere l’armonia, anche in senso non propriam. positivo: finisce sempre alla volemose bene”.


6.1. Volemose bene ‘vogliamoci bene’ in “Google libri ricerca avanzata”

L’espressione romanesca appare in “Google libri ricerca avanzata” a partire dagli anni ’40 del Novecento:


1944: “‘Volemose bene!’. Applausi lunghi e scroscianti salutavano l'alto e toccante discorso del Principe Doria nel mentre una musica militare Alleata eseguiva gli inni delle Nazioni Alleate e nostre”(“Capitolium. Rassegna mensile del Governatorato”, pp. 98, 218).

F. Doria Pamphili 1944: “14 giugno – ‘Volemose bene’” (“Mercurio. Mensile di politica, arte, scienze”, p. 264).

1945:Volemose bene” (“L'Italia illustrata. Settimanale illustrato della società”, p. 4).

1945: “Volemose bene” (“Metron” - Edizioni 1-12, p. iv).

1945: “‘Volemose bene’, due atti” (“Strenna dei romanisti”, p. 179).

1946: “Volèmose bene. Le strade di Roma sono dei veri letamai. Che dobbiamo fare ? A ... A ...

Volèmose bene” (“Il travaso”, p. 2).

1946: “Volemose Bene di Fabrizi e Mattoli” (“Filodrammatica. Rivista di teatro”, p. 21).

Emilio Sereni 1949: “volemose bene» , quasi che si trattasse di un semplice , amichevole convegno o di una tea – party” (Scienza, marxismo, cultura, Edizioni Sociali, p. 221).


La traduzione letterale “volemoci bene” non risulta invece attestata in “Google libri ricerca avanzata”.


Sommario

1. Evento televisivo

2. “Voletevi” e “Vogliatevi

3. “Voletevi”: italiano medio o neostandard

3.1. Voletevi bene pro vogliatevi bene in “Google libri ricerca avanzata”

4. “Vogliatevi bene” in “Google libri ricerca avanzata”

5. “Vogliamoci bene”: indic. e cong. in “Google libri ricerca avanzata”

6. “Volemose bene” romanesco

6.1. Volemose bene ‘vogliamoci bene’ in"Google libri ricerca avanzata"



















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)