martedì 3 febbraio 2026

Due participi, una storia affascinante

 Come “perso” è diventato quotidiano e “perduto” ha conservato la sua magia


I
participi passati di perdere, perso e perduto, sono una coppia affascinante per chi ama osservare le sfumature dell’italiano. Entrambi corretti, entrambi pienamente legittimi, ma non sempre equivalenti: la loro coesistenza racconta una storia di evoluzione linguistica, di preferenze d’uso e di scelte stilistiche che cambiano nel tempo. In un certo senso, perso e perduto sono come due fratelli: uno più pratico e quotidiano, l’altro più solenne e letterario. La scelta tra i due non è mai casuale, perché ogni forma porta con sé un tono, un ritmo e un calore emotivo diversi.

Nell’italiano contemporaneo perso è la forma più comune e spontanea. È breve, immediata, funzionale. È quella che usiamo senza pensarci: ho perso le chiavi, abbiamo perso il treno, si è perso nel traffico. Suona naturale, colloquiale, perfettamente in linea con una lingua che negli ultimi decenni ha privilegiato la rapidità e la concretezza. Non attira l’attenzione su di sé, e proprio per questo è diventata la scelta primaria nella maggior parte dei contesti.

Perduto, invece, ha un sapore diverso. È più lungo, più melodico, più evocativo. Compare spesso nella lingua letteraria, poetica o in frasi in cui si vuole dare un tono più intenso o drammatico. Non diremmo facilmente ho perduto le chiavi mentre usciamo di casa in ritardo, ma potremmo leggere ho perduto me stesso in un romanzo o ascoltare ho perduto la pace in una canzone. È una forma che amplifica il senso di mancanza, di smarrimento, di irreversibilità. Non a caso, molti autori l’hanno preferita quando volevano sottolineare un sentimento profondo o un distacco definitivo. Pensiamo al celebre verso attribuito a Torquato Tasso: Perduto è tutto il tempo che in amor non si spende. Qui perduto non è solo un participio: è un’atmosfera.

Un piccolo aneddoto che circola su Alessandro Manzoni (ma non documentato in fonti ufficiali) aiuta a capire quanto perduto fosse sentito come più “nobile” nell’Ottocento. Durante la revisione dei Promessi sposi, Manzoni - attentissimo alla lingua e deciso a modellare il suo italiano sul fiorentino vivo - si trovò davanti alla scelta tra perso e perduto. La forma breve gli sembrava troppo colloquiale per il registro che voleva ottenere, così preferì quasi sempre perduto, anche quando a Firenze si sentiva già perso. Si racconta che un amico fiorentino, leggendo alcune pagine, gli abbia detto con bonaria ironia: “Alessandro, qui non si parla così da un pezzo…”. Manzoni sorrise, ma non cambiò idea: per lui perduto aveva un peso ritmico e stilistico più adatto al romanzo. È un episodio che mostra bene come, all’epoca, la forma lunga fosse percepita come più elegante, mentre perso veniva considerato troppo quotidiano.

Con il Novecento, però, la lingua si è fatta più rapida e concreta, e perso ha prevalso su perduto. Oggi domina nel parlato e nello scritto informale, mentre perduto sopravvive soprattutto nei registri letterari, poetici o in espressioni cristallizzate come anime perdute, dove la forma lunga suggerisce un allontanamento radicale, quasi metafisico. In altre locuzioni, invece, è perso a imporsi: perso di vista, perso tempo, perso la testa. Qui la brevità e la frequenza d’uso hanno avuto la meglio.

Sotto il profilo vista grammaticale non esiste una regola che imponga l’uno o l’altro: entrambi sono corretti e intercambiabili nella maggior parte dei casi. La differenza è soprattutto stilistica e semantica. Perso è neutro, quotidiano, immediato. Perduto è espressivo, letterario, talvolta enfatico. La scelta dipende dal registro, dal ritmo della frase, dall’effetto che si vuole ottenere. È un po’ come scegliere tra due sinonimi che dicono la stessa cosa, ma non nello stesso modo: la lingua offre possibilità, e chi parla decide quale sfumatura privilegiare.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, scegliere tra perso e perduto significa decidere il tono della frase. Se vuoi essere diretto e naturale, perso è la strada più semplice. Se invece cerchi un effetto più profondo, evocativo o poetico, perduto può dare alla frase un respiro diverso. La bellezza dell’italiano sta proprio in queste sfumature: due parole che raccontano la stessa storia, ma con due voci diverse.

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La distribuzione del peso informativo nell’ordine degli elementi della frase

 Una tendenza strutturale dell’italiano contemporaneo raramente esplicitata nelle grammatiche 


“R
egole” è una parola che usiamo spesso quando parliamo di grammatica, ma alcune delle dinamiche più interessanti dell’italiano non sono affatto regole in senso stretto. Sono tendenze, abitudini profonde, movimenti spontanei della lingua. Una delle più sorprendenti è la preferenza di collocare alla fine della frase gli elementi più lunghi o complessi. Non compare nei manuali, eppure è un principio che guida silenziosamente la nostra comunicazione quotidiana.

Quando una frase si apre con un segmento molto esteso, il lettore avverte subito un piccolo attrito. “Il tuo amico dell’università di Bologna l’ho incontrato ieri” non fa una grinza, ma parte con un blocco pesante che rallenta il passo. Se invece diciamo: “L’ho incontrato ieri il tuo amico dell’università di Bologna”, la frase scorre con maggiore naturalezza. Il motivo è semplice: l’italiano tende a distribuire il peso informativo in modo da alleggerire l’inizio e concentrare la parte più densa in chiusura. È un equilibrio intuitivo, quasi musicale.

Lo stesso accade con aggettivi lunghi o specificazioni articolate. “Mi hanno regalato una cosa bellissima” è fluida, mentre “Una cosa bellissima mi hanno regalato” suona più rigida, come se la frase inciampasse subito dopo il via. Non c’è nulla di sbagliato nella seconda versione: è solo meno in sintonia con il ritmo naturale dell’italiano parlato.

Perché le grammatiche non ne parlano? Perché non si tratta di una norma prescrittiva, ma di una regolarità spontanea. Non dice cosa si deve fare, ma fotografa ciò che i parlanti fanno senza rendersene conto. È un fenomeno che appartiene più alla psicologia del linguaggio che alla sintassi formale, e per questo sfugge ai confini dei manuali scolastici. Eppure, una volta che lo si nota, diventa impossibile ignorarlo: è una delle forze sotterranee che modellano il ritmo dell’italiano e spiegano perché alcune frasi scorrono leggere mentre altre, pur corrette, sembrano arrancare.

In fondo, e concludiamo, è proprio in queste tendenze silenziose che l’italiano rivela la sua natura più autentica: una lingua che non si limita a seguire regole, ma che si modella sul ritmo del pensiero e sulla leggerezza dell’ascolto. Notarle significa affinare lo sguardo e, quasi senza accorgersene, imparare a scrivere e parlare con maggiore consapevolezza. Perché dietro ogni frase che scorre bene c’è sempre un equilibrio nascosto che vale la pena riconoscere.







lunedì 2 febbraio 2026

Il potere nascosto delle parole più piccole

 Come gli avverbi pronominali trasformano il discorso rendendolo più fluido, preciso e intelligente

Gli avverbi pronominali (non tutte le grammatiche li menzionano) sono tra gli strumenti più raffinati della lingua italiana, perché permettono di sostituire interi complementi con una sola sillaba, rendendo il discorso più fluido e naturale. Sono parole brevi, ma dotate di una doppia natura: da un lato sono avverbi, perché indicano luoghi o direzioni; dall’altro sono pronomi perché sostituiscono un elemento della frase già noto, proprio come fa un pronome. Questa duplicità li rende particolarmente preziosi nella costruzione del testo, sia scritto sia orale. Non è raro che studenti e parlanti li usino senza rendersene conto: un noto professore di linguistica raccontava che, durante un esame, uno studente disse con sicurezza «Ci credo», e lui, sorridendo, replicò: «E a che cosa, esattamente?». Lo studente rimase interdetto: aveva usato ci correttamente, ma senza sapere cosa stesse sostituendo. Un piccolo esempio di quanto queste particelle siano intuitive e, al tempo stesso, misteriose.

I protagonisti di questa categoria sono ci, vi, ne, qui, e . Tutti discendono da antiche radici latine che in origine indicavano una posizione nello spazio, ma che nel passaggio all’italiano hanno ampliato il loro raggio d’azione. Per essere precisi, la loro storia etimologica rivela una distinzione sottile: se vi deriva effettivamente dal latino ibi (lì), la particella ci trae origine da ecce hic (ecco qui). Inizialmente, dunque, servivano a distinguere la vicinanza o la lontananza rispetto a chi parla, una sfumatura che oggi è quasi svanita nell'uso pronominale, dove queste particelle hanno assunto il compito di sostituire complementi retti da preposizioni diverse come a, in o su: ci penso, ci vado, vi credo.

Allo stesso modo, ne discende da inde, ovvero “da lì”, e si è evoluto per sostituire complementi introdotti da di o da: ne parlo, ne ho molti, ne esco. Le forme come qui (da ecce hic) e (da illac) mantengono invece una natura più spiccatamente avverbiale, agendo come indicatori spaziali che però possono anche riprendere un riferimento già noto nel contesto. Una maestra elementare raccontava che un suo scolaro, alla domanda «Quanti fratelli hai?», rispose: «Ne ho due». Quando lei chiese «Due cosa?», il bambino replicò serio: «Due ne!». Da quel giorno, in quella classe, ne venne soprannominato “la parola zaino”, perché porta sulle spalle ciò che non si vuole ripetere.

La loro funzione è evidente quando permettono di evitare pesanti ripetizioni. Dire «Penso a quello che mi hai detto» è perfettamente corretto, ma «Ci penso» è più rapido. La lingua tende sempre all’economia e gli avverbi pronominali sono uno dei mezzi più efficaci per ottenerla. Un traduttore inglese che lavorava in Italia raccontò che, quando sentì per la prima volta «Ci sto pensando», chiese confuso: «Thinking… where?». Gli spiegarono che ci non indicava un luogo, ma sostituiva a questo. Lui sospirò e disse: «In inglese avremmo detto about it. Voi italiani avete deciso di mettere it dentro ci. È magia pura». Una magia che si estende anche ai cosiddetti usi attualizzanti, dove la particella non sostituisce un termine specifico ma rafforza il senso del verbo, come accade nel verbo averci o in forme come volerci e metterci, dove il tempo e la necessità diventano protagonisti della frase.

È importante però distinguere queste particelle dai pronomi dimostrativi che possono avere un’origine simile. Ciò, per esempio, deriva da eccum hoc, ma non è un avverbio pronominale: è un pronome che riprende un concetto astratto. Questa distinzione è fondamentale per comprendere la complessità della nostra sintassi, specialmente perché alcune forme possono cambiare pelle a seconda del contesto. Gli avverbi pronominali, dunque, non sono semplici indicatori di luogo: sono elementi di coesione, strumenti di sintesi, ponti logici. La loro apparente semplicità nasconde una struttura stratificata che unisce etimologia e pragmatica. Imparare a usarli con precisione significa padroneggiare uno degli aspetti più eleganti dell’italiano. Non sorprende che in un manoscritto medievale un copista abbia annotato a margine: «Ibi è parola utile: i giovani la usano per tutto». A distanza di secoli, non possiamo che dargli ragione.

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“Avere la lingua lunga un braccio”


La nostra lingua ha alcuni modi di dire che, pur affondando le radici in secoli lontani, conservano una vitalità sorprendente. “Avere la lingua lunga un braccio” appartiene a questa categoria: basta pronunciarlo per evocare l’immagine vivida di qualcuno che parla troppo, e spesso senza misura. È un’espressione che profuma di Cinquecento, quando la lingua era più teatrale e le immagini servivano a mettere in scena i vizi umani con ironia e precisione.

La sua origine va cercata nella cultura popolare e nella letteratura comica dell’epoca, dove la “lingua lunga” era già simbolo di loquacità e insolenza. L’aggiunta “un braccio” amplifica l’iperbole, trasformando un difetto in una caricatura: non solo si parla troppo, ma lo si fa con un’estensione quasi fisica, invadente, che supera ogni limite di discrezione. Nei testi del tempo ricorre spesso per ridicolizzare personaggi pettegoli, indiscreti o inclini a giudicare gli altri con leggerezza.

Il significato resta limpido: chi ha la lingua lunga un braccio non sa trattenersi, commenta, rivela, critica, interviene anche quando non sarebbe il caso. È un’immagine che funziona ancora oggi, forse più di allora. In un mondo in cui l’eccesso di parole - tra “social”, opinioni non richieste e chiacchiere continue - questa espressione antica riesce, insomma, a descrivere con immediatezza un fenomeno modernissimo.

Usarla significa recuperare un frammento di sapore rinascimentale per raccontare un tratto umano che non è mai passato di moda: la difficoltà di tacere quando sarebbe meglio farlo. Un piccolo gioiello linguistico che merita di tornare a circolare.








domenica 1 febbraio 2026

Tirare o stirare?

  Quando un piccolo dettaglio cambia il senso di un verbo

Nella lingua italiana capita spesso di incontrare verbi che sembrano imparentati, ma che in realtà seguono percorsi semantici molto diversi. È il caso di tirare (dal latino trahĕre, “trarre, trascinare”) e stirare (da 'tirare' con il confisso s-), “tendere, distendere”), due termini che condividono l’idea di una forza applicata, ma che divergono nettamente per significato, uso e sfumature. Chi ama la precisione linguistica sa bene quanto sia utile distinguere questi verbi, soprattutto nelle loro accezioni meno immediate e nelle curiosità che la tradizione ci ha lasciato.

Tirare indica prima di tutto un movimento: trascinare qualcosa verso di sé, in opposizione a spingere. Tirare le redini di un cavallo, per esempio, significa esercitare una trazione per rallentarlo. Ma il verbo si presta a molte estensioni: può voler dire scagliare un oggetto (“tirare un sasso”), oppure descrivere un’aspirazione o un’emissione (“tirare un sospiro”, “tirare il fumo”). Le espressioni figurate sono numerose e spesso pittoresche: tirare a campare per indicare un vivere alla giornata, oppure tirare le cuoia per alludere alla morte. Un aneddoto curioso riguarda proprio quest’ultima espressione: secondo alcune interpretazioni popolari, deriverebbe dal mondo contadino, dove la pelle degli animali morti veniva tirata e lavorata; un’immagine cruda, ma efficace, che ha lasciato traccia nel linguaggio comune.

Stirare, invece, non si limita a muovere un oggetto: lo modifica, lo distende, lo rende più uniforme. È il verbo dei tessuti, perché si stirano i panni per eliminare le pieghe e restituire ordine alla superficie. Ma è anche il verbo del corpo: si possono stirare i muscoli, come nell’allungamento muscolare. Qui la distinzione diventa particolarmente interessante: se “tiri” un muscolo rischi uno strappo, se lo “stiri” lo allunghi per renderlo più elastico, anche se, ironicamente, nel linguaggio comune stiramento indica comunque un piccolo trauma. Il sintagma verbale entra anche in cucina: si “stira la pasta” con il mattarello per assottigliarla. E non manca un uso scherzoso: stirare le zampe, variante popolare e ironica di “morire”, che gioca sull’immagine di un corpo disteso, quasi appiattito, come un panno dopo il ferro da stiro.

Le differenze tra i due verbi emergono con chiarezza osservando il loro nucleo semantico: tirare riguarda il movimento e la trazione, stirare l’appiattimento e l’allungamento. Tirare una camicia significa avvicinarla a sé; stirarla significa renderla liscia e pronta da indossare. Due gesti che possono sembrare simili, ma che producono effetti completamente diversi.

Non mancano curiosità tecniche: tirare ha dato origine a termini come tiratura, usato in tipografia per indicare il numero di copie stampate. L’origine è concreta: un tempo si “tiravano” le bozze, cioè si estraevano fisicamente i fogli dalla macchina da stampa. In questo contesto, stirare non avrebbe alcun senso, a conferma di quanto i due verbi, pur partendo da un’idea comune, abbiano preso strade molto diverse.

In sintesi, ogni stiramento implica una forma di trazione, ma non ogni tiro comporta un cambiamento di forma. Confonderli può generare paradossi divertenti: se “tiri” una camicia, la porti verso di te; se la “stiri”, la rendi impeccabile. Una distinzione sottile ma fondamentale, che mostra ancora una volta quanto la lingua italiana, idioma gentil sonante e puro, per dirla con Vittorio Alfieri, sappia essere precisa, ricca e sorprendente.


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Non lasciar l’animo in balìa

Anima in balìa o timone saldo? Il monito antico che risuona oggi


C’è un fascino particolare in certe espressioni antiche: sembrano arrivare da un’altra epoca, eppure parlano a noi con una lucidità sorprendente. “Non lasciar l’animo in balìa” è una di quelle formule che, pur avendo un sapore rinascimentale, conserva una forza intatta. È un invito che attraversa i secoli e continua a toccare un punto nevralgico della nostra esperienza quotidiana: la capacità di restare padroni di sé stessi.

Questo modo di dire nasce in un contesto culturale in cui l’animo era considerato il centro della persona, il luogo in cui si intrecciavano ragione, emozioni e volontà. Essere “in balìa” significava trovarsi esposti, senza difesa, come una barca lasciata alle onde. Dunque, non lasciar l’animo in balìa equivaleva a non permettere che forze esterne - eventi, passioni, paure, giudizi altrui - prendessero il timone della propria interiorità.

La sua attualità è sorprendente. In un mondo che ci sollecita continuamente, che ci spinge a reagire più che a riflettere, questa locuzione diventa quasi un gesto di resistenza. È un richiamo alla presenza mentale, alla capacità di non farsi trascinare dal primo impulso o dall’emozione dominante del momento. Significa riconoscere ciò che accade dentro di noi senza esserne travolti, mantenendo un margine di libertà interiore.

Adoperare questo modo di dire oggi non è un vezzo letterario: è un modo elegante e incisivo per ricordare a sé stessi che la stabilità non nasce dall’assenza di tempeste, ma dalla scelta di non consegnare il proprio equilibrio alle onde. È un’espressione che invita alla responsabilità emotiva, alla cura di sé, alla lucidità. E forse proprio per questo, nonostante i secoli trascorsi, continua a sonare mirabilmente moderna.






sabato 31 gennaio 2026

Poligrafo e poligrafico: due termini simili, due significati distinti

 Una breve analisi etimologica e d’uso per evitare una confusione più comune di quanto si creda

A
bbiamo notato che molte persone – anche tra quelle più “acculturate” – ritengono i lessemi poligrafico e poligrafo sinonimi e li adoperano indifferentemente. No, non sono affatto intercambiabili, ma parole 'autonome'. In queste noterelle cercheremo di spiegare la differenza.

I due termini condividono una radice comune, ma hanno seguito percorsi semantici distinti. Entrambi derivano dal greco polýgraphos, composto da polý (“molto”) e gráphein (“scrivere”). L’idea originaria è dunque quella di “chi scrive molto” o “ciò che registra molto”. Da questa base, però, l’italiano ha sviluppato due parole con significati diversi e non sovrapponibili: poligrafo e poligrafico.

Poligrafo è un sostantivo che indica innanzitutto una persona. In senso tradizionale, il poligrafo è uno scrittore estremamente prolifico, capace di produrre testi su argomenti diversi o in grande quantità. La parola conserva quindi il valore umano e intellettuale dell’etimo greco: il poligrafo è colui che “scrive molto”, spesso con una certa versatilità. Nel Cinquecento e nel Seicento, per esempio, si definivano poligrafi quegli autori che spaziavano dalla storia alla poesia, dalla trattatistica morale alla letteratura d’intrattenimento. Ancora oggi il termine può essere usato per indicare un autore dalla produzione vasta e varia: “È un poligrafo instancabile, capace di passare dal saggio alla narrativa senza perdere efficacia”.

Accanto a questo significato, più recente è l’accezione tecnica di poligrafo come strumento di registrazione multipla. In ambito scientifico e medico, il poligrafo è l’apparecchio che rileva e registra simultaneamente diversi parametri fisiologici: respirazione, battito cardiaco, pressione, attività elettrica dei muscoli. È il dispositivo utilizzato, per esempio, nelle prove comunemente note come “macchina della verità”, dove registra variazioni corporee associate a stimoli o domande. In questo caso, il legame con l’etimologia è evidente: il poligrafo “scrive molto” perché traccia più registrazioni contemporaneamente.

Diverso è il caso di poligrafico, che non indica una persona né uno strumento, ma ciò che riguarda la stampa e la riproduzione tipografica. L’aggettivo deriva sempre dalla stessa radice greca, ma attraverso un’evoluzione semantica legata al mondo della tipografia. In italiano poligrafico significa “relativo alla stampa, alla tipografia, all’editoria”, e da questo derivano espressioni come “industria poligrafica”, “arti poligrafiche”, “settore poligrafico”. Qui l’idea di “scrivere molto” si è trasformata in “riprodurre molto”: non più la scrittura dell’autore, ma la moltiplicazione materiale dei testi attraverso la stampa.

Per chiarire ulteriormente la distinzione, bastano alcuni esempi. Diremo: “L’azienda poligrafica ha introdotto nuove tecnologie di stampa”, ma non “l’azienda poligrafo”. Allo stesso modo, diremo: “È un poligrafo del Settecento, autore di opere diversissime”, ma non “ un autore poligrafico”, a meno che non si voglia alludere - impropriamente - a un’attività legata alla stampa. Le due parole, insomma, appartengono a sfere semantiche diverse: una riguarda la persona o lo strumento che registra; l’altra il mondo della produzione tipografica.

La confusione nasce probabilmente dalla somiglianza formale e dalla comune radice etimologica, ma l’uso corretto richiede di mantenerle distinte. Poligrafo rimanda alla scrittura o alla registrazione; poligrafico alla stampa e alla riproduzione dei testi. Comprendere questa differenza non è solo un esercizio linguistico, ma un modo per restituire precisione a due termini che, pur imparentati, hanno identità ben definite.

Concludiamo queste noterelle con un aneddoto. All’inizio degli anni ’30, quando si diffondeva l’uso del termine industria poligrafica, alcuni giornalisti poco avvezzi al linguaggio tecnico scrivevano che “le aziende poligrafe” avevano introdotto nuovi macchinari. I tipografi, molto orgogliosi della propria terminologia, si lamentavano perché poligrafo era, per loro, un vocabolo “da laboratorio medico” o “da romanzo poliziesco americano”, non certo da officina. Le lettere indignate inviate alle redazioni testimoniavano quanto la distinzione fosse sentita dagli addetti alla tipografia.

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Meglio il fumo del vicino che il fuoco in casa”: un proverbio medievale che parla al presente

Riemerge dal lessico popolare medievale un detto che, nonostante i secoli, conserva una sorprendente “lucidità” : Meglio il fumo del vicino che il fuoco in casa. Un’espressione nata quando le abitazioni erano costruite in legno e paglia, e un incendio poteva trasformarsi in una tragedia collettiva. Il fumo proveniente dalla casa accanto era un fastidio, certo, ma nulla in confronto al rischio di vedere le proprie “mura” avvolte dalle fiamme.

Oggi il contesto è cambiato, ma il messaggio resta sorprendentemente valido. Il proverbio invita a distinguere tra ciò che disturba e ciò che mette davvero in pericolo. In un’epoca in cui ogni piccolo disagio sembra diventare motivo di conflitto - dal vicino rumoroso al collega invadente - questa antica massima ricorda che i problemi seri sono altri, e che la priorità è proteggere la propria “casa”, intesa come equilibrio personale, famiglia, lavoro.

La saggezza medievale, spesso liquidata come folclore, qui mostra una sorprendente capacità di lettura del presente: tollerare - in senso metaforico - un po’ di fumo altrui può essere il prezzo da pagare per evitare incendi ben più difficili da spegnere. Una lezione di realismo che, a distanza di secoli, non ha perso la sua forza.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 30 gennaio 2026

Parole uguali, parole diverse

 Un viaggio semplice e illuminante tra omonimi, iponimi e iperonimi

Nel linguaggio quotidiano usiamo centinaia di parole senza pensare troppo a come siano collegate tra loro. Eppure, dietro ogni vocabolo si nasconde una rete di relazioni che ci permette di capire, classificare e comunicare con precisione. Tre di queste relazioni - omonimia, iponimia e iperonimia - sono fondamentali per comprendere come funziona il significato. Conoscerle significa leggere e parlare con maggiore consapevolezza, evitando fraintendimenti e cogliendo le sfumature che rendono una lingua viva.

L’omonimia nasce dall’unione dei termini greci homós (“uguale”) e ónoma (“nome”) e indica il caso in cui due parole hanno la stessa forma ma significati completamente diversi. Non condividono origine né storia: si assomigliano solo per coincidenza. Un esempio chiarissimo è pesca: può essere il frutto oppure l’attività del pescare. La forma è identica, ma i significati non hanno alcun legame. Lo stesso vale per mora (il frutto) e mora (il ritardo nel pagamento), oppure viso (il volto) e viso (participio passato del verbo arcaico visare). L’omonimia è una fonte naturale di ambiguità: se dico “la pesca è buona”, solo il contesto ti permette di capire se sto parlando di frutta o di sport. È anche un terreno fertile per giochi di parole e ironia, proprio perché una stessa forma può aprire porte semantiche diverse.

L’iponimia, dal greco hupó (“sotto”), descrive un rapporto di inclusione: un termine più specifico si colloca “sotto” un termine più generale. In altre parole, un iponimo è un esempio particolare all’interno di una categoria più ampia. Gatto è un iponimo di animale, rosa di fiore, cacciavite di attrezzo. Ogni volta che usiamo un iponimo, stiamo indicando qualcosa di preciso all’interno di un insieme più grande. Questa relazione è essenziale per organizzare il mondo: ci permette di distinguere, classificare e comunicare con accuratezza. È anche alla base di molte strutture logiche e informatiche, come gli alberi concettuali o le tassonomie.

L’iperonimia è il fenomeno complementare: dal greco huper (“sopra”), indica il termine più generale che “sta sopra” agli iponimi. Animale è l’iperonimo di gatto, fiore è l’iperonimo di rosa, attrezzo è l’iperonimo di cacciavite. Usare un iperonimo significa parlare in modo più ampio e inclusivo. È utile quando non conosciamo il nome preciso, quando vogliamo evitare dettagli superflui o quando preferiamo un tono neutro. Dire “ho visto un animale nel giardino” è meno specifico di “ho visto un riccio”, ma può essere più adatto se non siamo certi dell’identificazione.

Omonimia, iponimia e iperonimia non sono concetti astratti: sono strumenti che usiamo continuamente, spesso senza accorgercene. L’omonimia ci ricorda che le parole non sono mai univoche e che il contesto è decisivo per interpretarle. L’iponimia e l’iperonimia, invece, ci mostrano come il lessico sia organizzato in livelli di generalità, dal più ampio al più preciso. Comprendere queste relazioni significa muoversi con maggiore sicurezza nel territorio del significato, cogliendo la struttura profonda che sostiene ogni lingua, la nostra soprattutto.


























giovedì 29 gennaio 2026

Quando seguire è armonia e inseguire è febbre

 Il valore di un prefisso nella geografia del pensiero

Quando si parla o si scrive scegliere il verbo giusto non è un esercizio di pedanteria, ma un atto di rispetto verso la precisione del pensiero. Alcune coppie verbali, come seguire e inseguire, mostrano con particolare evidenza quanto un semplice prefisso possa cambiare la prospettiva di un’intera azione, trasformando un movimento condiviso in una corsa carica di tensione. Distinguere i due sintagmi significa restituire alla lingua la sua capacità di descrivere, con finezza, intenzioni, ritmi e relazioni.

Nella ricca architettura della lingua di Dante la precisione verbale è un dovere etico oltre che stilistico. Analizzare la distanza tra seguire e inseguire permette di cogliere come un innesto morfologico possa mutare radicalmente la natura di un gesto, facendo scivolare l’immagine dalla continuità pacata del cammino al dinamismo febbrile della caccia. Come ricordano i lessicografi, la scelta della parola esatta preserva la dignità di un testo e impedisce quella sciatteria che porta a usare i due verbi come sinonimi intercambiabili.

L’etimologia offre la prima chiave interpretativa. Entrambi i verbi risalgono al latino sequi, “andare dietro”, “accompagnare con il movimento o con lo sguardo”. Ma inseguire nasce dall’aggiunta del prefisso intensivo e direzionale in-, che imprime all’azione una spinta verso un obiettivo preciso. Se seguire è un verbo di continuità – un mantenersi in scia – inseguire è un verbo di tensione, che presuppone una distanza da colmare e, quasi sempre, un obiettivo che sembra allontanarsi proprio mentre lo si raggiunge.

Approfondendo i significati, emerge che seguire possiede una natura ordinata, talvolta persino pacata. Si segue qualcuno per devozione, per dovere, per logica. Quando diciamo che “l’allievo segue il maestro”, descriviamo un rapporto di apprendimento e sintonia, non certo una corsa affannata. In ambito tecnico, il pilota segue una rotta o un fascio di segnali radio: l’azione è metodica, rituale, finalizzata a mantenere un equilibrio. Il verbo si estende anche alla sfera intellettiva: seguire un ragionamento significa non perdere il filo, procedere alla stessa velocità di chi parla.
Non è un caso che molti insegnanti, di fronte agli studenti che dicono “sto inseguendo il ragionamento”, rispondano con un sorriso: «Se devi inseguirlo, vuol dire che lo stai perdendo. Meglio seguirlo». Un piccolo aneddoto scolastico che mostra quanto la scelta del verbo possa cambiare il ritmo stesso del pensiero.

Inseguire, invece, rompe questo equilibrio. Introduce la dimensione della velocità relativa: chi insegue deve essere più rapido di chi precede, altrimenti l’azione fallisce. L’inseguimento è l’essenza del conflitto o del desiderio ardente. Un poliziotto insegue un malvivente, un predatore la preda, un innamorato un rifiuto. Non c’è collaborazione, ma sfida. Anche nelle accezioni figurate più nobili – “inseguire un sogno” – il verbo suggerisce un obiettivo sfuggente, difficile da afferrare, che richiede uno sforzo supplementare, quasi un’ossessione che consuma energie e attenzione.

Gli usi concreti rendono ancora più evidente il divario tra i due lessemi. “Seguire la moda” significa adeguarsi con naturalezza a un gusto corrente; “inseguire la moda” richiama, invece, lo sforzo affannoso di chi tenta di stare al passo con cambiamenti troppo rapidi, risultando sempre un istante in ritardo. Nel linguaggio giornalistico, la distinzione è quasi proverbiale: “seguire un caso” indica un lavoro costante di aggiornamento, mentre “inseguire una notizia esclusiva” restituisce l’immagine di un cronista che corre, spesso invano, dietro un’informazione che gli sfugge. Non a caso, molti caporedattori rimproverano i giovani praticanti che scrivono “sto inseguendo un caso”, rispondendo ironicamente: «Se lo insegui, vuol dire che ti scappa. Seguilo, che è meglio».

Per concludere queste noterelle, la differenza tra i due sintagmi verbali sta nell’intenzionalità e nel ritmo. Seguire è un atto di accompagnamento, di osservazione, di rispetto dei tempi altrui. Inseguire è un atto di conquista, che tenta di annullare lo spazio e il tempo che separano il soggetto dal suo obiettivo. Confondere i due verbi non è solo un errore sintattico-grammaticale: è una svista concettuale che appiattisce la ricchezza della lingua, privandola della capacità di distinguere un cammino condiviso da una corsa verso l’ignoto.



mercoledì 28 gennaio 2026

Quando la cortesia diventa un’arma

 Come l’eleganza linguistica può colpire più di un insulto

Nel linguaggio quotidiano esistono forme di aggressione verbale che non si manifestano attraverso l’insulto esplicito, ma tramite una raffinata manipolazione delle convenzioni di cortesia. Sono espressioni che colpiscono proprio perché mascherano l’offesa dietro un’apparente deferenza, trasformando la gentilezza in un’arma retorica. L’enunciato analizzato in questo articolo rappresenta un esempio emblematico di tale dinamica.

L’espressione «Le chiedo scusa se la mia ignoranza non è pari alla sua» costituisce un caso esemplare per la pragmatica linguistica, configurandosi come un sofisticato dispositivo di aggressione verbale mediata da forme di cortesia. La sua forza non sta nel contenuto letterale, bensì nello scarto tra la funzione allocutiva - la richiesta di scuse - e l’intento illocutorio, che mira invece a squalificare l’interlocutore.

In una normale interazione asimmetrica, il parlante riconosce una propria mancanza rispetto a un parametro di conoscenza. Qui, invece, il termine ignoranza subisce una traslazione semantica: da semplice “assenza di sapere” diventa un parametro di demerito, un indice negativo che viene attribuito all’altro. Attraverso la negazione non è pari, il locutore costruisce una gerarchia intellettuale rovesciata, collocando l’interlocutore al vertice della scala negativa.

L’enunciato sfrutta ciò che in linguistica viene definito cortesia negativa: un’apertura apologetica che attenua le difese sociali e rende l’attacco più difficile da sanzionare nell’immediato. Si tratta di un eufemismo sarcastico, in cui l’ingiuria viene privata della sua carica fonetica aggressiva - non vi sono epiteti o volgarità - per essere sublimata in una struttura logica apparentemente impeccabile.

Questa locuzione rappresenta il trionfo della sottigliezza stilistica sulla brutalità dialettica. Per essere formulata richiede una notevole competenza linguistica; per essere compresa, una certa agilità interpretativa da parte della “vittima”. In ultima analisi, si configura come un dispositivo retorico volto a riequilibrare i rapporti di forza all’interno di una disputa, ribadendo che la padronanza del linguaggio può diventare essa stessa prova di una superiorità intellettuale rivendicata.

Un aneddoto a corredo di queste noterelle. Durante una riunione di condominio particolarmente tesa, il presidente dell’assemblea stava illustrando per l’ennesima volta una norma che alcuni condomini faticavano a comprendere. A un certo punto, un signore anziano, noto per la sua calma imperturbabile, chiese la parola. 

Con voce pacata disse: «Mi scuso se non riesco a raggiungere il livello di confusione che lei padroneggia con tanta naturalezza.» La frase, formalmente impeccabile, scatenò un silenzio glaciale. Nessun insulto esplicito, nessuna parola volgare. Eppure l’offesa era chirurgica: la “scusa” non era un’ammissione di colpa, ma un modo per attribuire all’interlocutore una qualità negativa - la confusione - elevata addirittura a competenza.

L’eleganza sintattica amplificava l’effetto: la struttura deferente («mi scuso se…») mascherava un rovesciamento gerarchico, trasformando la cortesia in un colpo di fioretto.




martedì 27 gennaio 2026

Brunire o imbrunire? Questione di luce e di mano

 Viaggio tra etimologie, equivoci e piccole storie che illuminano due verbi spesso confusi

Un aspetto affascinante della nostra lingua italiana, cantabile per eccellenza, è la "presenza" di verbi che, pur condividendo una radice comune, hanno sviluppato significati e usi molto diversi. È il caso di brunire e imbrunire, due sintagmi che designano l’idea del “diventare bruno”, ma che nella pratica appartengono a sfere d’uso distinte e non sovrapponibili. Capire questa differenza permette di scegliere con precisione la parola più adatta al contesto, evitando ambiguità e arricchendo la propria espressività. Non a caso, proprio la loro somiglianza ha dato origine, nel tempo, a qualche piccolo equivoco linguistico diventato quasi proverbiale.

Brunire deriva dal latino brunus, “bruno, scuro”, e conserva un valore concreto e operativo: significa rendere bruno qualcosa, oppure lucidare una superficie fino a conferirle una tonalità più scura e brillante. È un verbo transitivo, quindi richiede un oggetto su cui agire, e trova largo impiego in ambito artigianale e tecnico. Si può brunire un metallo, una cornice, una pelle lavorata; si può dire che il sole brunisce il legno o che il tempo brunisce la carta. Proprio in una bottega di argentieri, si racconta che un giovane apprendista, fraintendendo l’ordine di “brunire i candelabri entro sera”, li lasciò sul davanzale convinto che il calare della luce li avrebbe fatti “imbrunire” da sé. Quando il maestro tornò e li trovò identici, l’apprendista si giustificò dicendo che “non era ancora abbastanza imbrunito fuori”. Da allora, in quella bottega, “non aspettare che imbrunisca” divenne un modo scherzoso per ricordare che le parole vanno capite, non prese alla lettera.

Imbrunire, invece, ha un’evoluzione semantica più atmosferica e poetica. Anch’esso riconduce all’idea del “farsi bruno”, ma con un prefisso che indica trasformazione spontanea: non si brunisce qualcosa, ma si imbrunisce da sé. È un verbo intransitivo e si usa soprattutto per descrivere il calare della luce, il momento in cui il giorno sfuma verso la sera. Dire che “il cielo imbrunisce” o che “sta imbrunendo” significa evocare il passaggio al crepuscolo, un cambiamento naturale e non provocato da un agente esterno. In senso figurato può anche suggerire un’atmosfera che si fa più cupa o malinconica.

Proprio questa sfumatura poetica ha generato, in ambito letterario, un altro piccolo fraintendimento. Alcuni commentatori ottocenteschi, leggendo versi in cui “l’aria bruniva”, interpretarono l’espressione come un’azione esterna, quasi artigianale, come se qualcuno stesse “brunendo” l’aria. L’autore intendeva invece il naturale imbrunire del cielo, il passaggio morbido dal giorno alla sera. L’episodio è diventato un esempio ricorrente nei corsi di linguistica per mostrare come un prefisso possa cambiare radicalmente la prospettiva di un verbo e, di conseguenza, la lettura di un testo.

La distinzione, dunque, è netta: brunire è un’azione volontaria e diretta su un oggetto; imbrunire è un processo autonomo, legato soprattutto al ciclo della luce. Per questo non sono intercambiabili. Non diremmo mai “imbrunire il metallo”, così come “sta brunendo” non può sostituire “sta imbrunendo” per indicare l’arrivo della sera. La lingua, con la sua finezza, ci invita a cogliere queste sfumature e a usarle per esprimere con maggiore precisione ciò che osserviamo o vogliamo raccontare.

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“Restare come il topo nel granaio del prete”


N
el vasto repertorio dei modi di dire medievali, ce ne sono alcuni che sembrano piccole finestre aperte su un mondo lontano, fatto di granai, campanili e vita comunitaria. Espressioni nate in un contesto rurale e religioso, ma capaci di attraversare i secoli perché raccontano dinamiche umane che non cambiano mai. Tra queste, “Restare come il topo nel granaio del prete” è una gemma quasi dimenticata, un’immagine vivida che conserva una sorprendente forza evocativa.

Il granaio del prete, nel Medioevo, era un luogo sacro e sorvegliato: custodiva le decime, il raccolto destinato alla comunità e alla Chiesa. Per un topo, entrarci significava trovarsi circondato da abbondanza, ma anche da un pericolo costante. Ogni movimento poteva tradirlo, ogni briciola poteva costargli la vita. Da qui il senso del modo di dire: trovarsi in una situazione piena di tentazioni o opportunità, ma in cui ogni scelta è rischiosa, ogni passo va calibrato, ogni desiderio trattenuto.

Ed è proprio questo che lo rende ancora attuale. Oggi non abbiamo granai né decime, ma viviamo spesso in condizioni simili: ambienti professionali dove tutto sembra a portata di mano ma ogni mossa può essere fraintesa; relazioni in cui la possibilità di ottenere qualcosa convive con la paura di compromettere equilibri delicati; contesti sociali in cui l’abbondanza di stimoli è accompagnata da un’altrettanta grande esposizione. Il topo nel granaio del prete è chi si muove in un territorio ricco ma sorvegliato, chi deve gestire desideri e prudenza, chi sente il peso delle conseguenze dietro ogni gesto.

In un’epoca in cui siamo circondati da opportunità che richiedono attenzione, autocontrollo e consapevolezza, questo antico modo di dire medievale suona sorprendentemente moderno. È la prova che certe immagini, anche se nate secoli fa, continuano a descrivere con precisione chirurgica la nostra vita di oggi.







Scaricabile gratuitamente cliccando qui.




lunedì 26 gennaio 2026

Fin'ora? Per carità, finora

 Un piccolo segno che crea un grande errore


Nella scrittura italiana gli errori più insidiosi non sono sempre quelli clamorosi: spesso si nascondono nelle abitudini, nelle forme che “sembrano giuste” e che per questo sfuggono anche a chi ha una buona padronanza della lingua. Tra questi inciampi discreti rientra l’uso dell’apostrofo in parole come talora e finora, un errore sorprendentemente diffuso che merita di essere chiarito alla radice.

L’apostrofo, in italiano, serve a segnalare un’elisione, cioè la caduta di una vocale finale davanti a un’altra vocale iniziale. Ma talora e finora non contengono alcuna elisione: sono forme univerbate, nate come composti ormai stabilizzati e diventate veri e propri avverbi. La loro struttura non prevede alcuna vocale caduta, e dunque non richiede alcun segno grafico.

L’etimologia lo conferma. Talora discende dal latino talis hora, “in tale ora”, poi fuso in un avverbio che significa “a volte”. Finora nasce dall’unione stabile di fino e ora, già attestata come parola unica nella lingua antica. Entrambi i lessemi appartengono alla famiglia degli avverbi in ‑ora - come allora, ancora, talora, finora - che non prevedono l’apostrofo perché non derivano da un’elisione ma da una composizione ormai cristallizzata. Nessuno scriverebbe all’ora per allora o anc’ora per ancora: lo stesso vale per talora e finora.

Scrivere tal’ora o fin’ora significa dunque introdurre artificialmente una frattura dove la lingua ha costruito un’unità. Gli esempi d’uso mostrano la naturalezza della grafia corretta: “Talora capita di distrarsi”, “Finora tutto è andato bene”. L’apostrofo, in questi casi, non chiarisce nulla: disturba, appesantisce e tradisce la storia della parola.

Curare questi dettagli non è pedanteria, ma rispetto per la logica interna della lingua. Ogni forma ha una sua genealogia, e scriverla correttamente significa riconoscerne la fisionomia autentica.

In proposito riportiamo un aneddoto. Un celebre professore universitario, durante una conferenza, proiettò una diapositiva con scritto: Fin’ora i risultati sono incoraggianti. Alla fine dell’intervento, uno studente gli fece notare l’errore. Il docente sorrise e rispose: «Vedi? La lingua ci ricorda che nessuno è immune dalle abitudini».  

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La lingua “biforcuta” della stampa

Un fulmine si abbatte sul corteo pro-Bolsonaro a Brasilia: 72 manifestanti feriti, 8 gravi

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Correttamente: pro Bolsonaro (senza trattino).  



domenica 25 gennaio 2026

Parole che feriscono: analisi di insulto e ingiuria

 Una spiegazione etimologica e semantica attraverso una breve favola

Nel vasto Regno dei Nomi vivevano due giovani nati dalla stessa antica radice latina, ma cresciuti con temperamenti così diversi da sembrare quasi opposti. Si chiamavano Insulto e Ingiuria, e benché condividessero un’origine remota, ognuno portava con sé un carattere e un destino del tutto particolari.

Insulto era il più giovane, vivace e impulsivo. Il suo nome discendeva dal verbo latino insultare, che significava “saltare addosso”, “assalire con impeto”. Quel verbo proveniva da saltare, “saltare”, con il prefisso in- che ne intensificava il senso. Insulto sembrava davvero figlio di quel movimento improvviso: compariva ovunque ci fosse un momento di irritazione, un litigio passeggero, una parola sfuggita senza riflessione. Le sue offese erano come piccoli balzi verbali, rapide e spesso superficiali, più rumorose che profonde.

Ingiuria, invece, era la sorella maggiore, e portava sulle spalle un nome più pesante. Proveniva dal latino iniuria, formato da in- con valore privativo (“non”, “senza”) e iūris, genitivo di ius, “diritto”, “giustizia”. Iniuria significava dunque “ciò che è contro il diritto”, “un torto”, “una violazione della dignità”. Non era un semplice scatto d’ira: era un’offesa grave, meditata o comunque capace di colpire l’onore di una persona. Per questo, nel Regno dei Nomi (e delle Leggi), il suo nome era temuto e rispettato.

Si racconta che un vecchio Maestro di Retorica, osservando i due fratelli e le loro differenze, chiamò un giorno gli abitanti di Linguarola, un ridente borgo del regno, e mostrò loro due oggetti: una piuma e un sasso.
“L’insulto,” disse sollevando la piuma, “cade leggero. Può irritare, può solleticare, può infastidire, ma il vento lo porta via.”
Poi sollevò il sasso. “L’ingiuria, invece, pesa. Se la lanci, può rompere qualcosa che non si aggiusta più.”
Da allora, quando qualcuno stava per parlare con troppa foga, gli amici gli chiedevano con un sorriso serio: “Stai per lanciare una piuma o un sasso?”

Un giorno, a Linguarola, un giovane, Arturo, inciampò e rovesciò un cesto di mele davanti a tutti. Insulto, fedele alla sua natura, sbucò come una scintilla e gridò: “Sciocco!”. Arturo arrossì, ma sapeva che quella parola, sia pure spiacevole, era come una puntura: bruciava un attimo e poi svaniva.

Poco dopo arrivò Ingiuria. Si avvicinò con passo lento, lo guardò con severità e pronunciò parole che nessuno avrebbe voluto udire: “Tu non vali nulla. Sei un incapace e dovresti vergognarti di esistere.” Quelle frasi caddero come macigni. Non erano un semplice sfogo: erano un torto, un’ingiustizia, un colpo diretto alla dignità del ragazzo. Arturo ne rimase scosso nel profondo, come se qualcuno avesse tentato di strappargli un pezzo dell’anima.

Gli abitanti del villaggio, che conoscevano la storia dei due fratelli, si indignarono. “Questo non è un insulto”, dissero. “Questa è un’ingiuria.” E portarono la sorella maggiore davanti al Consiglio delle Parole, dove fu ammonita per aver violato l’onore di un giovane innocente.

Da quel giorno, gli abitanti di Linguarola impararono a distinguere con attenzione ciò che nasce dall’impulso da ciò che nasce dall’ingiustizia. Capirono che un insulto può essere un colpo di lingua maldestro, mentre un’ingiuria è un vero torto, un’offesa che pesa come una colpa.

E così, nel Regno dei Nomi, si diffuse una nuova consapevolezza: le parole non hanno tutte lo stesso peso. Alcune sono leggere come foglie mosse dal vento, altre sono pietre che possono ferire profondamente. Scegliere quali usare significa scegliere che tipo di persone vogliamo essere.

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Esso: soggetto o complemento?


L’
uso dei pronomi esso ed essa è un tema che mette spesso in difficoltà chi scrive, perché si colloca in quella zona grigia in cui la norma grammaticale e l’uso reale della lingua non coincidono del tutto. Per decenni la scuola ha presentato esso come un pronome “elegante” o “corretto”, mentre l’italiano contemporaneo lo percepisce come artificiale, distante, quasi burocratico. Chiarire quando è possibile usarlo e, soprattutto, quando è meglio evitarlo aiuta a scrivere in modo più naturale e consapevole.

Sotto il profilo strettamente grammaticale, esso e essa possono svolgere qualunque funzione sintattica, compresa quella di complemento. Nulla vieta, in teoria, frasi come “parlerò di esso” o “mi occuperò di essa”. Tuttavia, la lingua non vive solo di possibilità astratte: vive di consuetudini, registri, sfumature. E nell’italiano d’oggi l’uso di esso come complemento (sia diretto sia indiretto) è quasi sempre evitato, perché suona rigido, libresco, talvolta persino innaturale. Per questo molte grammatiche prescrittive e la pratica scolastica lo sconsigliano, salvo in contesti molto specifici.

Esistono inoltre casi in cui esso non si può adoperare come complemento senza risultare scorretto o perlomeno inaccettabile sotto il profilo grammaticale e stilistico. Non si usa mai per riferirsi a persone: dire “Ho parlato con Marco e poi ho discusso con esso” è percepito come un errore vero e proprio. Non si usa quando il referente è animato e individualizzato, come un animale domestico: “Ho portato il cane dal veterinario e mi sono preoccupato per esso” suona innaturale e distante. Non si usa quando crea ambiguità tra più possibili antecedenti, perché la lingua contemporanea preferisce soluzioni più chiare come di lui, di lei, di questo, di quello. Non si usa, infine, nei registri colloquiali o narrativi, dove risulterebbe stonato rispetto al tono generale del testo.

L’uso di esso come complemento sopravvive quasi esclusivamente in testi giuridici, amministrativi, scientifici o tecnici, dove la neutralità e l’assenza di ambiguità sono prioritarie. Nella comunicazione ordinaria si preferiscono alternative più naturali: di lui, di lei, di loro, oppure i dimostrativi di questo, di quello, o ancora il semplice ne, quando il contesto lo permette. Queste soluzioni risultano più scorrevoli e più aderenti all’italiano vivo.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, esso non è “sbagliato” in senso grammaticale, ma è fuori registro nella maggior parte dei contesti e in alcuni casi non è proprio utilizzabile. La scelta migliore dipende dal tono che si vuole dare al testo: formale e distaccato, oppure naturale e idiomatico. Essere consapevoli di questa differenza permette di evitare rigidità inutili e di scegliere la forma più adatta alla situazione comunicativa. Chi scrive, comunque, aborrisce dall’uso di esso, in funzione di complemento, in qualsivoglia contesto.