Tra analogie ingannevoli e radici semantiche, la corretta grafia di un'espressione quotidiana
Tra le espressioni che usiamo ogni giorno ce ne sono alcune che sembrano così ovvie da non meritare attenzione, e proprio per questo finiscono spesso con l’ essere scritte in modo incerto, anzi, errato. È il caso di infondo e in fondo, due forme quasi identiche che molti considerano equivalenti, quando in realtà solo una appartiene all’italiano comune. La grafia univerbata infondo non è registrata nei dizionari, non ha un significato proprio e non ha mai acquisito cittadinanza nella lingua di Dante: è un errore nato, probabilmente, per analogia con altre parole fuse nel tempo, come insomma o intanto, per esempio, ma che non ha seguito la stessa evoluzione. La sola forma corretta è sempre in fondo, due parole distinte, e quello spazio non è un dettaglio trascurabile: riflette la struttura originaria della locuzione, formata con la preposizione in e con il sostantivo fondo, che hanno conservato nel tempo un legame semantico molto forte.
“In fondo” vive infatti in due grandi aree di significato. La prima è quella spaziale, la più immediata: indica una posizione finale, remota, collocata al termine di un percorso. Si dice la porta è in fondo al corridoio, c’è un negozio in fondo alla via, e l’immagine è chiara, concreta, quasi visiva. La seconda area è quella figurata, molto più frequente nella lingua quotidiana: in fondo diventa un modo per introdurre una riflessione, per attenuare un giudizio, per riconoscere una verità che emerge dopo averci pensato un po’. Frasi come in fondo non è così grave, in fondo gli voglio bene, in fondo lo sapevamo evidenziano bene questa sfumatura: l’espressione significa “tutto sommato”, “considerandola bene”, “in fin dei conti” e simili.
Il motivo per cui molti scrivono infondo è comprensibile: l’italiano è pieno di forme nate dalla fusione di preposizioni e nomi o avverbi, e l’orecchio può trarre in inganno. Ma nel caso di in fondo la fusione non è avvenuta perché il valore spaziale è rimasto vivo e riconoscibile, impedendo alla locuzione di trasformarsi in un’unica parola. Per questo la grafia errata risulta particolarmente stonata in certi contesti: infondo al cuore, infondo alla pagina, infondo lo sapevo sono esempi in cui l’univerbazione spezza la logica dell’espressione e crea un effetto innaturale.
La nostra lingua è fatta anche di dettagli minimi, e spesso basta un accento, un trattino o uno spazio per cambiare senso, chiarezza o sfumatura. Scrivere in fondo correttamente non è un esercizio di pedanteria, ma un modo per rispettare la struttura della lingua e rendere più limpido ciò che vogliamo comunicare. E, “in fondo”, è davvero semplice farci l’abitudine. Dimenticavamo: infondo è la prima persona singolare del presente indicativo del verbo infondere.
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"Dare il cervello a pigione"
Alcuni modi di dire sembrano nati per restare, anche quando il mondo che li ha generati è scomparso. Dare il cervello a pigione appartiene a questa piccola aristocrazia linguistica: un’espressione settecentesca che conserva una sorprendente freschezza.
L’immagine è netta. Colui/colei “dà il cervello a pigione” non pensa con la propria testa, ma affitta il proprio giudizio a qualcun altro. L’espressione nasce nei salotti e nei testi polemici dell’epoca, dove si guardava con ironia a chi seguiva idee di moda senza comprenderle davvero. Non si accusava apertamente di sciocchezza: si suggeriva, con eleganza, una rinuncia temporanea all’uso dell’intelletto.
A distanza di secoli, il modo di dire resta attuale. Viviamo circondati da opinioni rapide, ripetute, pronte all’uso. La tentazione di “appropriarsene” senza riflettere è forte, e proprio per questo dare il cervello a pigione continua a “disegnare” con precisione un atteggiamento umano che non ha età.
