lunedì 22 aprile 2019

Pasquetta




Perché Pasquetta è un giorno festivo? Qui.

domenica 21 aprile 2019

Indurre e indulgere: sinonimi?

Molto spesso questi due verbi (indurre e indulgere) vengono confusi perché ritenuti l’uno sinonimo dell’altro. Sono, invece, due verbi a sé stanti con significati completamente diversi. Il primo – come recitano i vocabolari – significa “spingere a un determinato atteggiamento o comportamento”, quindi “incitare”, “convincere”, “persuadere” e può essere seguito tanto dalla preposizione ‘in’ quanto dalla preposizione ‘a’: indurre qualcuno ‘in’ tentazione; indurre ‘in’ errore; il suo comportamento mi ha indotto ‘a’ lasciare la comitiva. L’uso di questa o quella preposizione dipende, naturalmente, dal contesto. Il secondo sta per ‘accondiscendere’, ‘acconsentire’ e simili e si costruisce esclusivamente con la preposizione ‘a’: indulgere ‘agli’ errori; indulgere ‘alla’ tentazione; indulgere ‘ai’ desiderata di qualcuno. Alcuni vocabolari, forse per analogia con indurre, consentono l’uso della preposizione ‘in’, ma è un uso “arbitrario” che non trova riscontri nei testi letterari.

 
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C'è dato e... dato...
... e con significati distinti, perché può essere sia sostantivo sia aggettivo. Come sostantivo maschile viene adoperato nel linguaggio giuridico con l'accezione di "fatto vero", "fatto accertato". Molti lo adoperano "abusivamente" dandogli il significato di "notizie", "dimensioni", "misure", "elementi" e simili: si attendono i dati del referendum. Chi ama la lingua aborrisca da questo uso. Come aggettivo sta per "dedito", "propenso", "appassionato", "incline", "interessato", "consentito", "determinato" e simili (ovviamente secondo il contesto): è un ragazzo dato (dedito) solo allo studio; quella porta si apre solo in date occasioni.  

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Una serena Pasqua a tutte le amiche e a tutti gli amici che seguono le nostre modeste noterelle sulla lingua italiana.

sabato 20 aprile 2019

Sul verbo "andare"

Il verbo "andare", della prima coniugazione, nella sua accezione primaria vale "spostarsi", "muoversi da un luogo a un altro": vado a Roma (vale a dire mi sposto dal luogo abituale per andare in un altro). Può anche, di volta in volta, acquisire il significato di "dirigersi", "recarsi" e cosí via. È bene, quindi, che coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere non abusino di questo verbo "multivalente" ma adoperino - secondo i casi -  un verbo piú appropriato tranne, ovviamente, in alcune locuzioni particolari - proprie del nostro idioma - in cui "andare" la fa da padrone per dare una maggiore efficacia espressiva al discorso. Vediamole assieme. "Andare a fondo", esaminare attentamente una questione; "andare a zonzo", girellare qua e là, senza una precisa meta; "andare per le lunghe", indugiare troppo, procedere con molta lentezza; "andare a genio", soddisfare, piacere; "andare per la maggiore", essere fra i primi, essere "di moda"; "andare in fumo", non concludere nulla; "andare a ruba", essere venduto in pochissimo tempo; "andare a rotoli", essere rovinato; "andare a nozze", sposarsi, ma anche "piacere"; "andare con uno", frequentarlo assiduamente; "andare a Canossa", pentirsi; "andare col vento in poppa", procedere favorevolmente, non incontrare ostacoli di sorta; "andare a vuoto", riuscire vano; "andare per terra", cadere; "andare in persona" (espressione poco usata), recarsi personalmente; "andare d'amore e d'accordo", essere in perfetta armonia con qualcuno. Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Non possiamo chiudere, però, queste noterelle senza rammentarvi che il verbo in oggetto è adoperato correttamente per indicare un particolare modo di abbigliarsi, di atteggiarsi: "andare pulito", vestito bene; "andare in maniche di camicia".  


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Diritto "di" o diritto "a"?

Spesso si è in dubbio sull'uso delle due preposizioni. Secondo il linguista Luciano Satta «Il sostantivo si costruisce preferibilmente cosí: “diritto a” in presenza di un sostantivo se vi è la preposizione articolata (diritto alla retribuzione) o l’articolo indeterminato (diritto a una retribuzione) o l’aggettivo indefinito (diritto a qualche retribuzione); “diritto di” ancora in presenza di un sostantivo, se non vi è articolo (diritto di sciopero) o in presenza di un verbo all’infinito (diritto di scioperare). È superfluo dire che se il verbo dipendente è di modo finito si usa la congiunzione “che”, con il verbo al congiuntivo (il diritto che si sappia la verità)».

mercoledì 17 aprile 2019

Far la pace di Marcone

Questa locuzione - forse non molto conosciuta - si adopera quando si vuole mettere in evidenza il carattere iracondo di una persona, che si cruccia per un nonnulla e subito dopo è pronta a far pace; ma è una pace di brevissima durata perché poi...  ricomincia daccapo.  Sull'origine del modo di dire si narrano molte storielle antiche di autori popolari, quindi...  sconosciuti. Ne riportiamo alcune, tra le quali la prima ci sembra piú verosimile. «Marcone fu un uomo plebeo di carattere bestiale e bizzarro; però di cuore non duro. Quando alcuna cosa gli andava a traverso, se la prendeva con la moglie; ma passato l'impeto tornava in sé. Taroccava e bastonava la moglie; e poi la pettinava. Il giorno appresso tornava a far lo stesso; e il vicinato che assisteva a queste scene lo messe in proverbio: la pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone». La seconda storiella - che riteniamo interessante - «narra di un tale Marcone, che, fieramente sdegnato contro uno che lo aveva offeso, voleva vendicarsi. Intromessisi gli amici, disse di far pace, e quegli gli credettero. Venuto il nemico per dare e ricevere il bacio, la fiera di Marcone gli staccò il naso netto netto con un morso». L'ultima che abbiamo scelto «narra di uno scimunito di un villaggio della Toscana, certo Marcone. Qui essendo alcune private inimicizie, il Pievano volle adoperarsi a mettere la pace fra le parti, e preparò la predica in forma sulla pace. Fra i molti temi volle figurasse questo: che anche le persone sciocche amano di stare in pace col prossimo; e perché l'argomento non patisse eccezioni, e facesse l'effetto suo in modo sorprendente, chiamò a sé Marcone, e segretamente gli disse che avrebbe fatto la domenica appresso una predica così così, e che a un certo punto avrebbe detto: "E tu Marcone, che vuoi? Rispondi franco la pace, la pace". Fecero le prove, e la cosa pare dovesse riuscire a meraviglia. Venuta la domenica, e andato in chiesa tutto il villaggio, il buon Pievano attaccò a predicare, e via via accalorandosi quando venne al forte argomento, il quale dovea, come si dice, tagliar la testa al toro, e con voce altisonante esclamò: "E tu Marcone, che vuoi? ". Marcone disgraziatamente sonnecchiava. Si riscuote a quel grido, e tutto insonnolito non risponde "pace pace", ma una parolaccia strana che fece sganasciar dalle risa tutto il popolo. Così la pace di Marcone andò in proverbio, per pace ridicola, che non ha fondamento sodo; ed anche per la pace di chi non si dà un pensiero al mondo; vive e lascia vivere». Allora, amici che seguite queste noterelle, in quanti Marcone/i vi siete imbattuti nel corso della vostra vita?



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Ancora sulla lingua "biforcuta" della stampa

Da un quotidiano in rete:


LA STORIA
Sul ring senza hijab: Teheran chiede l'arresto della pugile Sadaf
La boxer iraniana si trova in Francia
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Dal vocabolario Sabatini Coletti: boxer

s. ingl. (pl. boxers); in it. s.m. inv. (o pl. orig.), pr. adatt.
1 Cane da guardia e da difesa, a pelo raso fulvo o tigrato, con testa corta, muso schiacciato, labbra pendule, coda a mozzicone
2 Mutande a calzoncino che ricordano i pantaloncini dei pugili
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boxeur s.m. fr. (pl. boxeurs); in it. s.m. inv. (o pl. orig.)
·         Pugile
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Dallo stesso quotidiano
Pioggia di pietre sul marciapiedi. L'area transennata e messa in sicurezza dai vigili del fuoco
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Correttamente: sul marciapiede

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Ancora:

Dipendenti Ama sversano olii esausti in tombino. Raggi posta video su Fb
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Il plurale di olio, secondo la "legge grammaticale", è con una sola "i". Prendono due "i" le parole che hanno la "i" tonica, come addio: gli addii. Vocabolario Sabatini Coletti: olio [ò-lio] s.m. (pl. oli)
 
 

 

 

 

lunedì 15 aprile 2019

Considerazioni sull'uso "distorto" di alcune locuzioni

Ci sono alcune locuzioni nella lingua italiana che - a nostro modo di vedere -  non sono adoperate a dovere; vengono usate impropriamente, per non dire "stortamente", con il beneplacito dei vocabolari (tutti?) dell'uso. Già sentiamo il sibilo degli strali che ci lanceranno i "linguisti d'assalto" se, per caso, si imbatteranno in questo sito. Ma noi facciamo spallucce e andiamo avanti, sempre piú convinti di quanto stiamo per scrivere. Cominciamo, dunque, con l'espressione "prendere atto" (o "dare atto"). Qualche giorno fa, su un giornale "che fa opinione" abbiamo letto: «Il ministro deve prendere atto che ognuna delle sue parole ha un peso politico non indifferente, anche se concordiamo con quanto ha scritto circa la proposta di legge per la lotta alla delinquenza organizzata». Dov'è l'improprietà o la stortura? Sull'uso della congiunzione "che" invece della preposizione "di". Si prende e si dà atto "di" qualcosa. Prendo atto della tua buona fede, quindi la riconosco, l'ammetto, la confermo. Ci sono dei casi, però, in cui non si può assolutamente adoperare la preposizione "di" in quanto si andrebbe incontro a una stonatura fono-sintattico-grammaticale. Come comportarsi, allora? Semplicissimo. Si fa seguire "prendere atto" (e "dare atto") dalla locuzione "del fatto che": prendo atto del fatto che sono stato ingannato. Quanto scritto  vale anche  - sempre a nostro modo di vedere - per la locuzione "rendere conto": si rende conto "di" qualcosa. Mi rendo conto "di" avere sbagliato, non "che" ho sbagliato. Quanto a "ognuna" - sempre secondo la nostra "ottica linguistica" - non si può riferire a una cosa. Ognuna è il femminile del pronome/aggettivo ognuno che significa "ogni uomo", "ogni persona". Le parole sono persone? "Ognuna delle sue parole" ci sembra, quindi, se non proprio un errore, un uso improprio dell'aggettivo/pronome, che, alla bisogna, può essere sostituito con "ciascuna": ciascuna delle sue parole. Ciascuna, oltre tutto, al contrario di ognuna, avendo un valore distributivo distingue maggiormente ogni singola unità: ciascuna parola, vale a dire "parola per parola", esaminata singolarmente. E concludiamo con il verbo "concordare" perché nel periodo sopra riportato è stato costruito in modo errato: con la preposizione "con" e non, correttamente, con la sorella "su". Concordare, dunque, può essere tanto transitivo quanto intransitivo. Nel primo caso ha i significati di: “stabilire una cosa di comune intesa” e “riuscire a mettere d’accordo persone che sono tra loro in dissidio o in urto”, quindi  “comporre divergenze”, “superare contrasti” e simili:  Dopo lunghe trattative le varie fazioni hanno concordato un periodo di tregua; Giovanni e Mario hanno finalmente concordato un comune piano d’azione. Nel secondo caso assume il significato di coincidere: le tue idee concordano, vale a dire coincidono con le mie. In questo esempio il verbo concordare è costruito in modo corretto con la preposizione con. Quando, però, il predetto verbo sta per “convenire”, “essere d’accordo” si deve costruire con la preposizione (semplice o articolata) su: concordo con te su quanto hai detto, sono, cioè, d’accordo con te sulle tue idee. Si è d’accordo (si concorda), insomma, su una cosa, non con una cosa. Quest’ultima preposizione si adopera esclusivamente con le persone: concordo con Luigi su quanto ha esposto.   

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La lingua "biforcuta" della stampa
Da un "autorevole" giornale in rete:
I giovani credono ancora nell’Ue: ecco l’antidoto all’eurocinismo italiano
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In buona lingua italiana il sostantivo "antidoto" si fa seguire dalla preposizione/avverbio "contro", non dalla preposizione semplice o articolata "a". Viene, infatti, dal latino tardo "antidotum", che significa "(medicinale) dato contro". Correttamente, quindi: "(...) ecco l'antidoto contro l'erurocinismo italiano". 

 
Dal vocabolario Sabatini Coletti:
an-tì-do-to] s.m.
1 Sostanza che annulla gli effetti di un veleno
2 fig. Rimedio, conforto, sollievo: un bel film è un a. contro la noia

 

 


    

domenica 14 aprile 2019

Falsi errori


Qualche anno fa, l'Accademia della Crusca scese in campo - come usa dire oggi - per denunciare i troppi errori linguistico-grammaticali di cui sono infarcite le varie pubblicazioni che circolano nelle case degli italiani (quotidiani, settimanali, mensili, libri e opuscoli vari) e auspicava, per bocca del suo presidente, la nascita di un "organismo per l'omogeneità e la regolamentazione della lingua". A distanza di qualche anno le cose non sono affatto cambiate, anzi... gli strafalcioni sono in "perenne crescita". A nostro modo di vedere, per raggiungere l'omogeneità e la correttezza della lingua non è necessaria la creazione di un organismo ad hoc, è sufficiente che la scuola insegni bene la madre lingua, affidando questo gravoso compito a docenti ben preparati e che non attingano da grammatiche non degne di tale nome. E ce ne sono molte, purtroppo, compilate da insegnanti che - per il bene della lingua italiana - dovrebbero cambiare mestiere. Che cosa dire, infatti, di quei testi scolastici che ancora insistono nel considerare errata l'espressione "ma però"? Gli autori (sedicenti) sostengono la tesi secondo cui la locuzione è errata in quanto il "ma" (congiunzione avversativa) è unito a "però" (un'altra congiunzione avversativa): bisogna, quindi, scegliere nello scrivere e nel parlare tra il "ma" e il "però" (o l'uno o l'altro, insomma). Osservazione non pertinente perché la ripetizione delle due congiunzioni avversative ha soltanto una funzione rafforzativa come, per esempio, "ma pure", "ma tuttavia", "ma nondimeno", espressioni che nessun grammatico (con la G maiuscola) ritiene di dover condannare. Perché, dunque, il "ma però" dovrebbe esser messo alla gogna quando è adoperato dal principe degli scrittori? Vogliamo - presuntuosamente - condannare il Manzoni là dove scrive "... ma però c'era abbondantemente da fare una mangiatina"? Chi condanna il "ma però", insomma, dovrebbe condannare il "ma bensí"; questo sí, un orrore, sebbene sulla bocca e sulla penna di giornalisti e di scrittori. Ma tant'è. E sempre a proposito della congiunzione "ma", alcune grammatiche (e, quindi, alcuni insegnanti) ritengono uno strafalcione cominciare un periodo con la predetta congiunzione perché essendo avversativa si può adoperare solo tra due frasi o due elementi che indicano contrasto come, per esempio, "era bello 'ma' non elegante". E dove sta scritto? Quale legge grammaticale proibisce l'uso della congiunzione "ma" a inizio di un periodo? Si può benissimo - ed è formalmente corretto - cominciare una frase o un periodo con il "ma" in quanto questa congiunzione indica la conclusione o l'interruzione di un discorso per passare a un altro. Dunque, cari amici, quando avete dei dubbi sintattico-grammaticali non consultate testi di lingua scritti da illustri sconosciuti, amici di editori compiacenti: troppo spesso questi "sacri testi" sono l'esempio della contraddizione, per non dire delle "mostruosità linguistiche". In questo campo sarebbe auspicabile e utilissimo l'intervento dell'Accademia della Crusca. Tutte le pubblicazioni scolastiche inerenti alla lingua dovrebbero avere l' "imprimatur" della suddetta Istituzione: in questo modo si raggiungerebbe quell' "uniformità linguistica" auspicata - a suo tempo - dal presidente dell'Accademia e le pubblicazioni che circolano nelle nostre case sarebbero "piú leggibili" perché prive di strafalcioni e improprietà varie.  

sabato 13 aprile 2019

Avere (o essere) il pozzo di San Patrizio

«Papà, ho bisogno di quindicimila euro per l'acquisto di una motocicletta, usata, che mi venderebbe un mio amico», disse Raimondo appena entrato in casa, di ritorno da un viaggio in lungo e in largo per l'Italia. Il padre, indignato per le pretese del figlio, sbottò «io vivo di stipendio, figliolo, non ho il pozzo di San Patrizio!». Quante volte, anche a voi, cortesi amici, sarà capitato di pronunciare frasi del genere, inconsciamente, per sottolineare che non si è in possesso di una fonte di ricchezze inesauribili, come sta a significare l'espressione "avere il pozzo di San Patrizio". Vediamo, quindi, come è nata questa locuzione, anche se il suo uso è improprio. Narra una leggenda che questo pozzo altro non era che una profondissima caverna, situata in un'isola del lago Derg, in Irlanda e rivelata da Cristo, nel VI secolo, al santo patrono di quella nazione, il vescovo Patrizio e da questo miracolosamente aperta per convincere gli irlandesi a convertirsi alla fede cristiana. Sempre secondo la leggenda dal "pozzo" si poteva intravedere una "via" che menava all'altro mondo, fino all'inferno. Coloro che vi si trattenevano in preghiera - ininterrottamente - per un giorno e una notte ottenevano la remissione dei peccati. L'espressione suddetta, dicevamo, è adoperata impropriamente per indicare una fonte di denaro, ritenuta inesauribile da colui che vi attinge. Si potrebbe azzardare l'ipotesi, quindi, che la "via" del pozzo era molto lunga, "inesauribile" e da qui, per l'appunto, il detto popolare "essere o avere il pozzo di San Patrizio".

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Due parole sull'uso corretto della congiunzione "nonché", in grafia analitica anche "non che", perché alcuni vocabolari  l' attestano con il significato di "e", "e anche", "e inoltre", "come pure". La congiunzione suddetta significa, invece, "tanto piú", "tanto meno", "per di piú" ecc. e ha valore rafforzativo o intensivo. Il vocabolario Palazzi riporta, infatti, M.E. è errato l'uso nel senso di e anche: c'era lui nonché sua moglie; dirai meglio: c'era lui e anche sua moglie. Si leggono spesso sui giornali frasi del tipo: "sono intervenuti il ministro nonché alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale". Quel "nonché" in buona lingua va sostituito con "e anche". La congiunzione "nonché" è bene adoperata, invece, in frasi del tipo: "è un giovane intelligente nonché (per di piú) studioso".