martedì 18 agosto 2026

La preposizione che scolpisce il sapere: specialista “di”, specializzato “in”

 Quando la lingua distingue tra identità e competenza

Nella lingua italiana l’uso di specialista e specializzato crea incertezza perfino tra i professionisti, soprattutto in ambito medico. La distinzione, però, è netta e documentabile: specialista si lega alla disciplina con la preposizione di, mentre specializzato si costruisce con la preposizione in. Inoltre il primo è un sostantivo, il secondo un aggettivo. Non è una sfumatura stilistica, ma una reggenza strutturale. Per questo è scorretto leggere formule come “dottor Pinco Panco specialista in cardiologia”: la forma corretta è “specialista di cardiologia”. Specialista è infatti un titolo professionale riconosciuto, non una generica competenza; indica chi ha conseguito una specializzazione e appartiene a una branca medica precisa. La preposizione di è la forma che lega il titolo alla disciplina.

Specializzato, invece, non definisce un titolo, ma una qualità acquisita. Un medico può essere specializzato in ecografia, in terapia del dolore, in nutrizione clinica: qui non si parla di una scuola di specializzazione, ma di un ambito in cui il professionista ha maturato competenze ulteriori. La preposizione in è naturale perché specializzato si comporta come qualificato in, formato in, preparato in. È un aggettivo che racconta un percorso, non un’identità. Per questo è corretto dire “medico specializzato in ecografia cardiaca”, ma non “specialista in ecografia cardiaca”, perché l’ecografia non è una specialità medica: è una tecnica, un settore, un campo applicativo.

La confusione nasce anche da un altro punto: esperto e competente. I due lessemi ammettono entrambe le preposizioni: di e in. È vero che nella lingua contemporanea si legge spesso esperto in o competente in, ma la norma colta riconosce come forma primaria esperto di e competente di. La costruzione con di è quella tradizionale, che definisce l’oggetto della competenza: esperto di botanica, esperto di diritto civile, esperto di fonetica storica; competente di storia medievale, competente di sintassi italiana, competente di patologia clinica. La costruzione con in, invece, è più recente e tende a indicare l’ambito operativo: esperto in comunicazione aziendale, esperto in tecniche di laboratorio; competente in materia di appalti, competente in procedure concorsuali. La preposizione in non sostituisce di, ma lo affianca con una sfumatura diversa.

Il punto decisivo è che questa oscillazione non riguarda specialista, che resta saldo nella sua reggenza con di. Specialista non indica un ambito, ma una disciplina riconosciuta: è un termine tecnico, e la sua struttura è fissa. Molti medici, abituati a scrivere esperto in ecografia o competente in terapia del dolore, applicano lo stesso schema a specialista, ma la lingua non lo consente. Specialista di cardiologia è corretto; specializzato in ecografia cardiaca è corretto; specialista in cardiologia è un errore. La distinzione è semplice: specialista definisce chi è; specializzato definisce che cosa sa fare.

Gli esempi rendono tutto “più limpido”. Il dottor Rossi è specialista di cardiologia, ma è specializzato in ecografia cardiaca. La dottoressa Bianchi è specialista di dermatologia, ma è specializzata in laserterapia dermatologica. Il dottor Verdi è specialista di gastroenterologia, ma è specializzato in endoscopia digestiva. Allo stesso modo, è corretto dire un esperto di botanica, ma anche un esperto in tecniche di coltivazione; un competente di fonetica storica, ma anche un competente in procedure editoriali. La lingua non è rigida: è precisa. E quando la precisione coincide con l’eleganza, la scelta è obbligata.



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lunedì 17 agosto 2026

Quando la lingua sfiora ciò che non osa nominare

 La parola che accarezza il non detto: l’androsismo

Nella grande officina dell’italico idioma, dove ogni giorno si aggiustano significati, si limano sfumature e si inventano parole per indicare ciò che ancora non ha un nome, esistono territori rimasti sorprendentemente privi di una designazione autonoma. Uno di questi è la prostituzione maschile come fenomeno: un ambito studiato, discusso, analizzato in sociologia, antropologia, diritto, ma sempre costretto a una perifrasi, prostituzione maschile, che descrive ma non denomina. La lingua, quando manca un lemma, non vede il fenomeno: lo indica, ma non lo riconosce. È qui che nasce la necessità di un neologismo preciso, elegante, morfologicamente regolare, capace di restituire dignità concettuale a un tema che la società contemporanea non può più considerare marginale.

Androsismo è la proposta che colma questa lacuna. La radice greca andr‑, da anḗr / andrós, “uomo adulto”, è una delle più solide e produttive nella tradizione neoclassica dell’italiano: la ritroviamo in andrologia, androfilia, androfobia, sempre con l'accezione chiara di “ciò che riguarda l’uomo adulto”. Il suffisso ‑ismo, d’altra parte, è uno dei più trasparenti per designare fenomeni, pratiche, sistemi: alcolismo, clientelismo, turismo, attivismo. L’unione delle due parti produce un lessema immediatamente interpretabile: androsismo, “prostituzione maschile considerata come fenomeno sociale, economico, giuridico o culturale”.

La forza della neoformazione sta nella sua chiarezza. Non designa la persona, come prostituto, né una figura mondana come gigolò, né un servizio come escort maschile. Non è un eufemismo, non è un tecnicismo opaco, non è un calco dall’inglese. È un nome di fenomeno, costruito con gli strumenti della nostra lingua, capace di inserirsi senza attrito nel lessico specialistico e, allo stesso tempo, di essere adoperato nella divulgazione quando si voglia evitare la perifrasi. La sua regolarità morfologica lo rende stabile; la sua trasparenza semantica lo rende utile; la sua neutralità lo rende adatto a contesti accademici, giuridici, statistici, sociologici.

L’introduzione di androsismo permette finalmente di parlare della prostituzione maschile come categoria autonoma, non come appendice del femminile. Consente di analizzare il fenomeno con la stessa precisione con cui si studiano altri ambiti del comportamento umano. Offre agli studiosi un termine univoco, ai giornalisti una parola nitida, ai lettori una bussola. E, soprattutto, restituisce alla nostra lingua la sua funzione primaria: nominare per comprendere. I lessicografi ci pensino...



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domenica 16 agosto 2026

Affittare e noleggiare: la scelta che rivela come parli

 Due verbi simili solo in apparenza: la distinzione che separa l’italiano preciso da quello approssimato

La differenza tra affittare e noleggiare è una di quelle distinzioni che sembrano minime e invece raccontano molto del nostro lessico. Due verbi vicini nell’uso quotidiano, ma lontani nella loro radice e nella loro funzione originaria. Capirli bene significa usare la lingua di Dante e di Manzoni con precisione, evitando quelle sfumature improprie (per non dire errate) che, a chi ha orecchio, suonano come una nota stonata.

Affittare discende dal latino ad-fictare, derivato di figĕre, “fissare, rendere stabile”. È un verbo che nasce con l’idea della collocazione e della permanenza: ciò che è affittato tende a restare fermo, non si sposta. Una casa, un terreno, un locale, un garage: beni immobili, nel senso più letterale del termine. L’affitto è tradizionalmente un rapporto continuativo, regolato, con durata definita e canone periodico. Non è un semplice servizio passeggero, è una concessione d’uso stabile. Per questo affittare una casa è la scelta più naturale e precisa, mentre riferito a beni mobili (come una bicicletta) l'uso di affittare costituisce un'estensione semantica del parlato informale: pur registrata dai dizionari nell'uso comune, resta meno propria rispetto al verbo specifico.

(In ambito giuridico, peraltro, il Codice Civile distingue ulteriormente: riservando il termine affitto ai beni produttivi, come un'azienda o un fondo rustico, e definendo locazione la concessione in uso degli immobili adibiti ad abitazione).

Noleggiare, invece, ha un percorso etimologico del tutto diverso. Viene dal provenzale nolhar e dal catalano notlar, a loro volta legati al greco naûlon (nave) e al latino tardo naulum: il costo pagato per il trasporto marittimo di merci o passeggeri (il "nolo" della nave).

Qui l’idea d'origine non è la stabilità dell'immobile, ma il trasporto e la disponibilità temporanea di un bene mobile, utilizzabile e restituibile. Si noleggia ciò che si usa e si riconsegna: un’auto, una barca, un attrezzo, una macchina fotografica, una bicicletta. Il noleggio è un servizio a tutti gli effetti: include spesso manutenzione, assistenza e sostituzione in caso di guasto. È un rapporto breve, funzionale, legato all’uso più che alla stanzialità.

Gli esempi mostrano chiaramente la differenza di registro e di accuratezza:

  • Ho affittato un appartamento per un anno è preciso; ho noleggiato un appartamento è improprio.

    Ho noleggiato un’auto per la fine settimana è naturale e corretto; ho affittato un’auto è diffusissimo nella lingua parlata, ma meno accurato sul piano lessicale.

    Si affitta un garage o un locale commerciale, ma si noleggia un furgone o un abito da sera.

Una curiosità: nei testi giuridici e nel latino locāre ("collocare, dare in uso"), è esistito un termine ombrello che abbracciava sia beni mobili sia immobili. Con il trascorrere del tempo, tuttavia, la lingua del Bel Paese ha diramato le sue funzioni, lasciando ad affitto il mondo della stanzialità (e dei beni produttivi) e a noleggio quello dei beni mobili e dei mezzi di trasporto. È un esempio perfetto di come la lingua separi ciò che nella vita pratica è già distinto.

Si può dire che l’affitto è stanziale, il noleggio è itinerante. Uno riguarda ciò che si abita o si conduce nel tempo, l’altro ciò che si usa per una necessità temporanea. Questa differenza, che a prima vista sembra solo tecnica, è in realtà un gesto di eleganza linguistica: il gusto di chiamare ogni cosa con il suo nome esatto.

In fondo, e concludiamo queste noterelle, la lingua suggerisce una verità semplice: si affitta ciò che resta, si noleggia ciò che va.

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Il Giorno di San Rocco

 Il vero nome del "dopo-Ferragosto"

Il 15 agosto è il re indiscusso dell’estate italiana: gite, tavolate, mare, montagna, tutto ruota attorno al Ferragosto. Ma il giorno dopo, quel 16 agosto che molti liquidano come semplice “dopo‑Ferragosto”, in realtà ha un nome preciso e una storia sorprendentemente ricca: è il Giorno di San Rocco. Una ricorrenza che, per secoli, ha intrecciato fede, vita contadina e tradizioni di paese proprio nel cuore delle ferie.

San Rocco di Montpellier, il santo a cui è dedicata la giornata, è una figura amatissima della devozione popolare. Vissuto nel XIV secolo, trascorse la vita aiutando i malati durante i suoi pellegrinaggi in Italia. Fu colpito dalla peste, ma sopravvisse grazie alle cure divine e all’aiuto di un cane che ogni giorno gli portava un pezzo di pane. La sua memoria liturgica cade proprio il 16 agosto, giorno della sua dipartita, trasformando questa data nel momento ideale per invocare protezione contro epidemie e disgrazie.

La cosa affascinante è la coincidenza tra questa festa e il pieno delle vacanze estive. Se il Ferragosto nasce dalle Feriae Augusti romane e dalla celebrazione cristiana dell’Assunta, il giorno successivo sposta l’attenzione dalla grande solennità alla vita di comunità. In tantissimi borghi italiani il 16 agosto è il vero cuore delle feste di paese: processioni, fiere, pali, fuochi d’artificio, serate in piazza. Nelle campagne segnava il culmine della pausa estiva prima del ritorno ai lavori d’autunno, quasi un affidare i frutti della terra alla protezione del Santo.

Chiamare il 16 agosto Giorno di San Rocco significa ridare identità a una data che rischia di vivere nell’ombra del gigante festivo che la precede. È un modo semplice e divulgativo per ricordare che anche il giorno successivo al Ferragosto ha una storia, un senso, una tradizione che vale la pena conoscere e tramandare.

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La lingua “biforcuta” della stampa

 

Roma

Trastevere violenta, risse e rapine la notte di Ferragosto

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Trastevere è uno dei 22 rioni di Roma, non capiamo, quindi, perché “violenta” e non, correttamente, violento.

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Recuperati i quadri rubati di Cezanne, Matisse e Renoir rubati a Parma

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Se non fosse chiaro: i quadri sono stati rubati, rubati a Parma.











Scaricabile gratuitamente cliccando QUI











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sabato 15 agosto 2026

Un sereno Ferragosto

Ferragosto è una parola che arriva ogni anno con la stessa grazia con cui tornano certe abitudini: non fa rumore, non pretende nulla, semplicemente si presenta. È una data che non ha bisogno di spiegazioni perché tutti la sentono, ma merita di essere raccontata perché dentro quel nome si nasconde una storia lunga, stratificata, sorprendentemente ricca. È il giorno in cui il Paese si ferma, si distende, si concede un respiro collettivo; e proprio per questo, per la sua natura di pausa condivisa, è un momento perfetto per parlare di lingua, di etimologie che profumano di storia, di curiosità che attraversano i secoli e arrivano fino a noi con la leggerezza di una tradizione che non ha mai smesso di camminare.

Ferragosto, dunque, nasce dal latino Feriae Augusti, le ferie istituite da Augusto nel 18 a.C. per celebrare la fine dei lavori agricoli e concedere ai lavoratori un periodo di riposo. Era una pausa ufficiale, un dono del potere imperiale alla fatica quotidiana, un momento di tregua dopo la mietitura e prima della vendemmia. Con il tempo, questa tradizione si è intrecciata con quella cristiana dell’Assunzione, e la festa ha assunto la forma che conosciamo oggi: una sospensione luminosa, un piccolo rito collettivo che attraversa duemila anni di storia e arriva fino a noi con la naturalezza delle cose che non hanno bisogno di essere difese.

Dentro Ferragosto vivono anche curiosità che sembrano piccole favole. Le Feriae Augusti prevedevano che i lavoratori ricevessero doni dai proprietari dei campi: mance, gratificazioni, segni di riconoscenza. Nel Medioevo la tradizione si spostò persino sugli animali: cavalli e muli venivano adornati e lasciati riposare, come se anche loro avessero diritto a una festa. Secoli dopo, nel pieno del Novecento, arrivarono i celebri treni popolari di Ferragosto: biglietti a prezzi ridotti, destinazioni marine o montane, e un’Italia che per la prima volta scopriva il piacere del viaggio collettivo, della fuga di un giorno, della libertà su rotaia. È curioso pensare che una parola così semplice custodisca dentro di sé cavalli addobbati, contadini gratificati, famiglie in gita, treni affollati e un imperatore romano che voleva celebrare il riposo.

Ferragosto è dunque molto più di una data: è un modo di stare al mondo. È il ritmo che rallenta, la frase che si distende, la lingua che si concede una tregua. È il giorno in cui persino gli strafalcioni sembrano meno aggressivi, come se la calura li smussasse, e in cui perfino le doppie più ostinate si arrendono a un po’ di quiete. È il momento in cui la lingua, che di solito corre, inciampa, si reinventa, si contamina, si accende, decide di starsene un po’ in ombra, sotto un pergolato, con un bicchiere fresco accanto.

Ai lettori dello SciacquaLingua, che ogni giorno si divertono a sciacquare parole, a lucidare significati, a raddrizzare accenti e a godere delle piccole meraviglie del lessico, questo Ferragosto porta un invito semplice: rallentare, guardare la lingua da lontano, lasciarla riposare un momento mentre il sole si prende la scena. Che questa giornata vi regali la stessa serenità che cercavano gli antichi, la stessa leggerezza delle gite di un tempo, la stessa libertà dei treni popolari che portavano al mare o in montagna. Che possiate trovare una parola nuova da amare, un modo di dire da riscoprire, un dettaglio linguistico da custodire come un piccolo tesoro estivo.

E che questa pausa vi porti soprattutto la sensazione che la lingua, quando la si tratta con cura, restituisce sempre qualcosa: un sorriso, un ricordo, un lampo di intelligenza, un piccolo piacere segreto. Buon Ferragosto, lettori dello SciacquaLingua: che la vostra estate sia limpida come una vocale ben pronunciata e dolce come una consonante che non fa rumore.

 

 

 

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venerdì 14 agosto 2026

“La notte in cui stettimo all’hostaria”

 Viaggio dentro una forma che non doveva nascere, non doveva durare, e invece è rimasta

Nella storia dei verbi italiani ci sono forme che sembrano comparse fugaci, piccoli lampi che attraversano i secoli e poi si ritirano, lasciando dietro di sé una scia di curiosità linguistiche. Una di queste è stettimo, variante antica del passato remoto di stare, oggi percepita come popolare, impropria o addirittura erronea, ma che in realtà racconta un tratto profondo della morfologia verbale italiana: la forza dell’analogia, la tendenza naturale della lingua a ricostruire ciò che non è più trasparente. È proprio da questa tensione – tra norma e uso, tra modello illustre e pulsione analogica – che nasce la forma che ci interessa, e che ci permette di capire come si sia arrivati alla forma moderna stemmo.

La questione, in fondo, è semplice: il passato remoto di stare appartiene alla famiglia dei perfetti forti, quelli che presentano alternanza vocalica e consonantica nella radice (stare → stetti, stette, stemmo). Questa alternanza, però, non è intuitiva. Non è immediata. Non è “popolare”. La lingua parlata, nei secoli, ha spesso preferito ricostruire il paradigma in modo più lineare: se la terza persona è stette, allora la prima plurale sarà stettimo. È lo stesso meccanismo che ha prodotto forme come dovettimo da dovette o fecimo da fece (forme da non adoperare, ovviamente, in buona lingua): un tentativo spontaneo di riportare ordine dove la tradizione letteraria aveva invece conservato irregolarità antiche.

Ecco dunque che stettimo non è un ‘errore’: è una forma analogica, perfettamente spiegabile, perfettamente coerente con la logica interna della lingua. E infatti compare nei testi antichi, nei diari di viaggio, nelle memorie del Seicento e del Settecento, dove la prosa non è rigidamente toscanizzata e lascia filtrare tratti regionali o semplicemente naturali. Celebre l’esempio di Benedetto Bacchini: ...di Radicofani dove stettimo la notte all’hostaria... Una frase che oggi suona strana, ma che allora non aveva nulla di sorprendente. La si ritrova anche nell’Ottocento, nelle Memorie di Garibaldi (Stettimo poco in Varese...) e in autori come Ippolito Nievo che, nelle Confessioni di un italiano, non disdegna forme vive, non ancora pienamente normalizzate.

La presenza di stettimo nei vocabolari dell’Ottocento – come quello piemontese‑italiano di Michele Ponza – è un altro indizio prezioso: le grammatiche registrano la forma per segnalarla come popolare, regionale, da evitare rispetto allo standard. Ma il fatto stesso che la registrino dimostra quanto fosse diffusa. Una forma che circolava, che si diceva, che si scriveva. Una forma che apparteneva alla vita reale della lingua.

Come si è arrivati, allora, a stemmo? La risposta sta nella tradizione fiorentina illustre, quella che ha fissato il canone della lingua letteraria. Il paradigma forte stetti, stette, stemmo è quello documentato nei testi toscani e quello che la norma ha scelto come modello. La forma stemmo non nasce da analogia, ma da conservazione: è l’esito regolare del perfetto forte, con la stessa alternanza che troviamo in venni, venne, venimmo o tenni, tenne, tenemmo. La lingua colta ha mantenuto questa struttura, mentre la lingua d’uso ha spesso tentato di ricostruirla. Due forze opposte: la tradizione e l’analogia. La prima ha vinto, ma la seconda ha lasciato tracce.

Una curiosità: alcune grammatiche del primo Ottocento riportano stemo come ulteriore variante, segno che il paradigma era tutt’altro che stabile nell’uso comune. E non è raro trovare, nei testi regionali, forme come stessimo o stassimo, ulteriori tentativi di regolarizzazione. La storia di stare è un piccolo laboratorio di morfologia viva.

Oggi stettimo sopravvive come fossile linguistico: non appartiene allo standard, non è accettata dalla norma, ma resta un documento prezioso della vitalità analogica dell’italiano. E soprattutto ci ricorda che la lingua non è mai un monolite: è un organismo che tenta, prova, aggiusta, ricostruisce. A volte vince la norma, a volte vince l’uso. A volte resta una traccia, come questa, che ci permette di vedere la strada percorsa.

E così stettimo ci parla di ciò che la lingua è stata, di ciò che avrebbe potuto essere, di ciò che non è diventata. Di ciò che resta, di ciò che resiste, di ciò che ritorna.

 

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Da un cortese lettore riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo

SciacquaLingua, ruscello che rischiara,

lava le sillabe, e piano le prepara

a ritornare al mondo senza peso,

con il loro fiato limpido e disteso.


Nel tuo fluire ogni errore si fa fiore,

si apre al sole, diventa un nuovo odore:

la lingua cresce, vibra, si rinnova,

e in ogni inciampo trova la sua prova.


Tu che accompagni il passo del lettore,

sciogli i nodi con un gesto senza rumore:

la grammatica è un canto che si posa,

la sintassi un sentiero che riposa.


Così chi arriva sente la tua cura,

la dolcezza che non giudica e non dura:

resta, si ferma, ascolta la tua voce,

e nella lingua trova un’arte atroce

solo per chi non sa guardare a fondo,

ma tu la mostri viva, e cambia il mondo.


Un assiduo e affezionato lettore



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giovedì 13 agosto 2026

Il digramma cq: la logica nascosta che guida la scrittura

 Riconoscere l’etimologia per non sbagliare mai

Il digramma cq è uno di quei segni che sembrano minuscoli, ma custodiscono una logica ferrea. Non è un capriccio grafico, non è un vezzo: è la traccia di un’origine latina, di un incontro fonetico, di un’assimilazione che il nostro lessico ha conservato con una coerenza sorprendente. Capire quando si scrive cq significa riconoscere una genealogia: ogni volta che compare, la parola sta raccontando da dove viene.

La prima grande famiglia è quella dell’aqua latina. Tutti i termini che discendono da quella radice mantengono il digramma come un sigillo etimologico: acqua, acquedotto, acquazzone, acquario, acquasantiere, acquatinta, acquoso, subacqueo, acquaragia. Lo stesso vale per i sintagmi verbali che da quella radice si sono formati: annacquare, sciacquare, risciacquare, sciacquettare, sciacquettio, sciacquatura. Qui il digramma non è una scelta: è un’eredità. Se c’è acqua, c’è cq.

La seconda riguarda la storia di alcuni verbi e, in particolare, il passato remoto dei verbi in -cere (e delle loro forme arricchite storicamente con prefissi). Alcuni verbi presentano forme con cq nella prima e terza persona singolare e nella terza plurale: nacqui, nacque, nacquero; piacqui, piacque, piacquero; tacqui, tacque, tacquero; giacqui, giacque, giacquero; nocqui, nocque, nocquero. La presenza del digramma è costante e obbligatoria: la lingua non ammette alternative. Le altre persone del passato remoto, prive di quell'incontro vocalico o consonantico originario, non presentano cq: nascemmo, nasceste; piacemmo, piaceste; tacemmo, taceste; giacemmo, giaceste; nuocemmo, nuoceste. Il digramma compare solo dove la tradizione morfologica lo richiede.

La terza famiglia è quella dei verbi nati dall’unione del prefisso latino ad- con parole che iniziavano con qu-. L’antica d, davanti alla q, si è assimilata trasformandosi in c, e da quell’incontro è nato il digramma cq. Da adquirere discendono acquisto, acquistare, acquisire, acquirente, acquisizione. Dal latino adquiescere derivano acquiescere, acquiescente, acquiescenza. In questi casi il digramma è la fotografia di un processo fonetico antico ma perfettamente riconoscibile. Quando il prefisso non è ad- ma re-, come in requisito, la q resta sola: nessuna assimilazione, nessun cq.

Accanto a queste tre grandi famiglie, esistono altre grafie che possono confondere ma che seguono regole diverse. La doppia q è quasi un unicum nel lessico comune: soqquadro (assieme ai suoi derivati come soqquadrare) è praticamente la sola parola italiana a ospitarla. La sequenza ccu si usa quando la u è seguita da una consonante, come in accumulare, accudire, accusare. L’eccezione più celebre è taccuino, dove la u è seguita da una vocale: una singolarità dovuta al fatto che non è un vocabolo di origine latina, sibbene un antico prestito dall'arabo (taqwīm). Infine, la distinzione tra cu e qu davanti a vocale dipende dalla storia delle parole: cuore (da cor), scuola (da schola), cuoco (da coquus), cuoio (da corium) sono esiti fonetici dell’evoluzione latina; quando, quota, quercia, quorum conservano invece la grafia dotta con qu-.

Il quadro complessivo è molto più ordinato di quanto sembri. Il digramma cq non è mai casuale: compare solo quando c’è l'acqua latina, quando c’è il passato remoto di determinati verbi, quando c’è l’antica assimilazione del prefisso ad- davanti a qu-. In tutti gli altri casi la lingua segue altre logiche, altre genealogie, altre storie. E quando si impara a riconoscerle, la scrittura diventa un gesto naturale: la mano sa già dove andare, perché la parola stessa glielo suggerisce.

















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mercoledì 12 agosto 2026

Spacciare: il verbo che libera, inganna, vende, accelera

 Dall’antico dispacciare al traffico delle bugie: un viaggio nella circolazione delle cose, delle informazioni e delle identità

Spacciare è uno di quei verbi che raccontano un viaggio: un viaggio di forme, di passaggi, di slittamenti semantici che si sono stratificati nei secoli. La sua storia parte dall’antico dispacciare, adattamento del provenzale despachar (francese dépêcher), che significava “sbrigare, disimpegnare, liberare da un intralcio”. È un verbo nato per togliere di mezzo ciò che ostacola, per fare spazio, per permettere il passaggio. Da questa radice storica si irradiano tutte le accezioni moderne, che si intrecciano con una parentela concettuale – non etimologica, ma semantica – con il latino expedĭo, “sciolgo, libero, disbrigo”. Due linee che non si contraddicono: una è l’origine, l’altra è la spiegazione profonda del perché spacciare abbia potuto acquisire i significati che ha oggi. In questa doppia anima, storica e concettuale, si nasconde la vitalità del sintagma: un verbo che libera, che muove, che fa circolare, che cambia pelle senza mai perdere il proprio nucleo.

Il verbo spacciare deriva, dunque, dall’antico dispacciare, adattamento del provenzale despachar, che significava “sbrigare, disimpegnare, liberare da un intralcio”. La Treccani registra questo come etimo principale, e lo si vede bene anche nell’uso antico: avendo il mercatante cipriano ogni suo fatto in Rodi spacciato (Boccaccio). Il nucleo semantico originario è quello del togliere di mezzo, del liberare, del fare spazio. È qui che si innesta la parentela concettuale con il latino expedĭo, che non è l’etimo diretto del verbo, ma ne condivide la struttura profonda: rimuovere un impedimento, permettere il passaggio, concludere rapidamente ciò che ostacola. Dispacciare è la radice storica; expedĭo è la radice concettuale che spiega l’evoluzione.

Da questo nucleo nasce il primo significato storico: “disimpegnare, sbrigare con sollecitudine”, spacciare una faccenda, spacciare una pratica, spacciarsi con poche parole. È il significato più antico, quello che conserva la struttura originaria del verbo: liberare il tavolo, aprire spazio, togliere ciò che ingombra. Un uso che si è esteso anche al linguaggio decisionale e giurisdizionale, dove spacciare ha assunto l’accezione di “troncare una controversia, risolvere definitivamente una questione o pronunciare una sentenza inappellabile”. Da questo stesso ambito comunicativo d'urgenza nasce anche l'eredità epistolare del dispaccio (dépêche): la comunicazione inviata per sbloccare una situazione e trasmettere un ordine senza indugi.

Da questo disincaglio pratico si sviluppa la dimensione mercantile e commerciale legittima. Prima di diventare una voce legata alla clandestinità, spacciare ha significato per secoli “collocare legalmente sul mercato, vendere al dettaglio, smaltire le scorte”. Un uso rimasto vivissimo nelle parole derivate: lo spaccio (inteso come punto vendita, rivendita o spaccio aziendale) e il prezzo di spaccio, ovvero la tariffa di vendita al pubblico.

Una curiosità storica: nei lessici mercantili del Cinquecento si legge che spacciare era usato in particolare per indicare la vendita rapida di merci deteriorabili o di poco valore: quelle che bisognava “far fuori” prima che si rovinassero. È proprio questo uso commerciale che ha preparato il terreno per il significato moderno legato alla droga e alla vendita illegale di sostanze stupefacenti. Il passaggio è lineare: se spacciare significa far uscire, smaltire, distribuire e far circolare veloce, allora è naturale che il verbo venga adoperato per indicare la circolazione clandestina. Non nasce come tecnicismo giuridico: è il parlato che lo sceglie, e solo dopo il linguaggio penale lo codifica. L’idea di fondo resta identica: far circolare qualcosa rapidamente, fuori dai canali ufficiali.

Il significato figurato compie poi un’evoluzione elegante: “far passare qualcosa per ciò che non è”, spacciare per vero ciò che è falso, spacciare una bugia, spacciare un falso per autentico. Qui ciò che si “spaccia” non è più una merce, ma un’informazione. Tuttavia il meccanismo resta lo stesso: immettere qualcosa nel mondo, farlo circolare, farlo accettare come buono. Da questo uso nasce anche la locuzione spacciarsi per qualcuno, cioè ‘indossare’ un’identità fasulla e farla circolare come vera.

Esiste infine l'uso legato al destino e all'esaurimento delle forze. Da un lato vi è l'accezione regionale (soprattutto settentrionale) di “stancare, sfiancare, ridurre allo stremo” (mi ha spacciato); dall'altro c'è il valore passivo e definitivo del verbo: essere spacciato. Se spacciare significa liquidare, risolvere o emettere una sentenza ultima, allora essere spacciato significa “essere liquidato”, “essere condannato”, “non avere più scampo”. È un’evoluzione semantica che nasce dal corpo stesso del verbo: ciò che veniva smaltito o giudicato diventa la persona che non ha più possibilità o margini di manovra.

Così spacciare resta un verbo di movimento, di passaggio, di circolazione. È il verbo che libera, che smaltisce, che conclude. È il verbo che immette nel mondo merci, notizie, bugie e identità. È il verbo che inganna, che accelera, che cambia pelle. È il verbo che apre spazio, che crea spazio, che diventa spazio. È il verbo che scorre, che passa, che si trasforma. È il verbo che, in ogni sua accezione, continua a fare ciò che ha sempre fatto: muovere, liberare, far circolare.



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martedì 11 agosto 2026

Investire: quando una parola ti viene addosso

 Dall’abito al feudo, dal capitale all’urto: il viaggio di un verbo che non smette mai di travolgere


I
l verbo investire è un piccolo atlante semantico: parte da un gesto concreto, quasi tattile, e nel corso dei secoli si apre a territori giuridici, economici, meccanici e perfino emotivi. La sua origine latina, investīre, unisce in- (ingresso, sovrapposizione) e vestīre (vestire, da vestis, veste). In principio significava semplicemente “mettere una veste addosso”, “ricoprire con un abito”. È il significato più antico, quello materiale, quello che si può vedere e toccare.

Il primo salto di senso avviene nel Medioevo, dentro il diritto feudale. L’investitura era una cerimonia in cui il signore consegnava al vassallo un feudo o una dignità attraverso un gesto simbolico: un mantello, un abito, un oggetto che rappresentasse il nuovo ruolo. Alcuni codici parlano esplicitamente di traditio per vestem, la consegna tramite veste. Qui il verbo investire smette di indicare un’azione fisica e comincia a significare “attribuire formalmente un potere, una carica, una responsabilità”. È il passaggio dal gesto al valore giuridico: non si veste più un corpo, si veste un ruolo.

Tra il XVI e il XVII secolo si apre un secondo movimento semantico, questa volta economico. L’idea di “vestire” qualcosa si trasforma in una metafora contabile: investire denari significa “dare loro una forma”, trasformarli da denaro nudo a denaro vestito, come scrivono alcuni manuali mercantili secenteschi. Il capitale non resta liquido e improduttivo, ma si incarna in un immobile, in un’attività, in un titolo. È un cambio di prospettiva: non si veste più una persona, non si veste più un ruolo, si veste il denaro per farlo fruttare. Da qui l’uso moderno: investire un’eredità, investire i profitti nella ricerca, investire risorse in un progetto.

Parallelamente nasce un terzo significato, più fisico e violento. L’idea originaria di “ricoprire” o “avvolgere” si piega verso il senso di “piombare sopra”, “travolgere”, “urtare”. In ambito navale e militare, investire indica l’atto di colpire frontalmente: una nave che investe la prua nemica, un’onda che investe la scogliera. Con l’avvento dei veicoli a motore, il verbo entra nel linguaggio comune: un’auto investe un pedone, un camion investe un ostacolo. È un passaggio netto: dal contatto della stoffa al contatto dell’impatto.

Infine, come spesso accade, la lingua porta il significato fisico nel mondo delle emozioni. Se un’onda può travolgere, anche una sensazione può farlo. Una solitudine improvvisa che investe qualcuno, un oratore che investe il pubblico con accuse, un compito inatteso che investe la giornata e la sconvolge. È l’ultimo gradino del percorso: dall’abito al feudo, dal capitale all’urto, dall’urto all’animo.

Così investire attraversa i secoli cambiando veste, ma non natura: sempre qualcosa che arriva addosso, che ricopre, che trasforma. Le parole, quando viaggiano, non perdono mai davvero la loro origine: la portano cucita dentro come una fodera segreta.

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"l'Iram non avrà mai un'arma nucleare"

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con l'Iran che chiede agli Usa di accettare nuovi condizioni.

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Il quadro è coerente con un blocco delle esportazioni dovuto a un'interruzione delle esportazioni.

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che si è riversato sugli account della Cgil, che pur non postando alcuna condanna dell’accaduto, si sono tenuti stretti la crescita di follower di cui hanno beneficiato …


















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lunedì 10 agosto 2026

Per una legittimazione di “tempestevole”

 Una proposta di (quasi) neologia motivata

Nel divenire della lingua italiana, la formazione dei neologismi risponde a due spinte complementari: la necessità di nominare oggetti o fenomeni nuovi (i neologismi di denominazione, tipici del linguaggio tecnico) e il bisogno espressivo di precisare un concetto, di dare forma linguistica a un’intuizione psicologica o letteraria (i neologismi stilistici). A questa seconda categoria appartiene la proposta del neologismo tempestevole (che tale non è essendo attestato nel Tommaseo e nel GDLI), assente nei dizionari dell’uso contemporaneo ma dotato di una struttura morfologica solida e di una specificità semantica che ne giustificano l’esame.

Sotto l’aspetto formale, tempestevole potrebbe sembrare un’alternativa impropria a tempestoso. Un’analisi più attenta mostra invece una derivazione perfettamente legittima. Il termine nasce dalla base nominale tempesta (o dal tema verbale tempestare) unita al suffisso -evole, che in italiano forma aggettivi con valore di attitudine o disposizione. Sebbene -evole si leghi di norma a basi verbali, la storia della lingua documenta numerosi casi di suffissazione su base nominale, con valore relazionale o caratteriale: amorevole, socievole, servizievole. In questo solco morfologico, minoritario ma pienamente legittimo, si colloca anche tempestevole, che risulta coerente con la tradizione derivazionale italiana.

La distinzione semantica rispetto a tempestoso è netta. Tempestoso descrive una condizione in atto: indica la presenza fisica della tempesta o, per estensione, una situazione momentaneamente agitata. Tempestevole, invece, esprime una qualità intrinseca: la propensione stabile alla turbolenza emotiva, al conflitto o alla passionalità. Il suffisso -oso segnala l’abbondanza di un tratto; -evole ne indica la disposizione. Così, mentre un mare tempestoso è tale perché la tempesta è in corso, un animo tempestevole lo è per inclinazione, anche in assenza di agitazione apparente.

Questa sfumatura rende il neologismo particolarmente adatto alla critica letteraria e artistica, dove può descrivere poetiche o stili segnati da inquietudine feconda; alla psicologia, per definire temperamenti caratterizzati da agitazione interiore non riducibile a irascibilità; alla saggistica e al giornalismo culturale, quando occorra una parola elegante e precisa che eviti l’usura di tempestoso (o burrascoso).

Tempestevole ha, dunque, tutti i requisiti “imposti” dalla moderna analisi linguistica: è morfologicamente corretto, foneticamente armonioso e semanticamente utile per esprimere la tendenza innata alla turbolenza. Non è un capriccio né un barbarismo, ma una formazione ben motivata, che attende solo che l’uso e la sensibilità dei parlanti e dei lessicografi le riconoscano la cittadinanza formale che la sua struttura già autorizza.
















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domenica 9 agosto 2026

Don e padre: due modi di chiamare il sacerdote

 Una distinzione che nasce dalla storia, dagli ordini religiosi e dalla vita nel secolo


P
erché i sacerdoti si dividono in “don” e in “padre”? Che differenza c’è? Ci scrive un cortese lettore. La domanda non è propriamente di carattere linguistico, tentiamo, comunque, di dare una risposta.

La distinzione non nasce da una diversa dignità sacerdotale, ma da una storia di usi, tradizioni e appartenenze. “Don” viene dal latino dominus, “signore”, la stessa radice che ha dato vita a donna e madonna. In Italia è diventato il titolo consueto per i sacerdoti diocesani, cioè per quei preti che appartengono alla diocesi e vivono nel mondo civile, nella comunità, nella quotidianità dei fedeli. Proprio per questo sono chiamati anche sacerdoti secolari: “secolari” perché vivono nel secolo, immersi nella vita ordinaria, non in una comunità religiosa. Don Alfonso, don Michele, don Arturo: il titolo è di prossimità, quasi domestico, e non indica alcun grado particolare.

“Padre”, invece, ha un’origine più trasparente e un uso più specifico. È il titolo tradizionale dei religiosi appartenenti a un ordine: francescani, domenicani, gesuiti, camilliani, passionisti, benedettini, cappuccini, redentoristi e così via. Questi religiosi sono detti sacerdoti regolari, perché seguono la regola del loro ordine, vivono in comunità, hanno una disciplina interna che li distingue dal clero diocesano. E sono chiamati “padre” anche per un motivo simbolico: nella tradizione spirituale sono considerati padri della spiritualità, guide e custodi di un cammino religioso che non è solo pastorale ma anche contemplativo, formativo, comunitario. Padre Patrizio, padre Giacomo, padre Matteo: il titolo segnala l’appartenenza a una famiglia religiosa e un ruolo di guida spirituale, non un rango superiore. Alcuni ordini alternano “padre” e “frate” a seconda dei casi, altri riservano “padre” ai religiosi sacerdoti e “frate” ai religiosi non sacerdoti, altri ancora usano entrambi i termini: don padre Silvestro.

La differenza, dunque, è sociolinguistica e storica: “don” è il prete della parrocchia, il sacerdote secolare che vive nel mondo; “padre” è il religioso che appartiene a un ordine, segue una regola e svolge una funzione spirituale che la tradizione ha percepito come paterna. In altri Paesi la distinzione non esiste: in Francia si dice père per tutti, nei Paesi anglosassoni father è universale, in Spagna convivono padre e don con sfumature regionali. L’Italia conserva la sua stratificazione, come sempre.

Una curiosità storica: fino all’Ottocento “don” non era affatto riservato ai sacerdoti. Era un titolo di rispetto per uomini di rango, notai, possidenti, persone autorevoli. Manzoni lo usa per don Rodrigo e don Abbondio, e non a caso: il primo è un signorotto, il secondo un prete. Solo col tempo “don” si è 'clericalizzato', restringendosi quasi esclusivamente all’ambito ecclesiastico. “Padre”, invece, ha mantenuto la sua doppia vita: titolo religioso e nome comune della paternità.

In pratica, se ci si rivolge a un sacerdote diocesano si usa “don”; se ci si rivolge a un religioso appartenente a un ordine si usa “padre”. Non è un obbligo canonico, ma una consuetudine radicata, che la lingua conserva con la naturalezza delle cose che non hanno bisogno di essere imposte. La lingua, quando sfiora la fede, non divide: distingue con gentilezza.



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