lunedì 12 aprile 2021

Sgroi - 102 - Grammatico e/o linguista?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

         1. L'evento editoriale: una bussola nel mare magnum delle scienze del linguaggio

Un titolo quanto mai pertinente quello apparso nella collana "Bussole" della Carocci: Che cos'è la linguistica di Gaetano Berruto (pp. 142, euro 12), autore ben noto di testi istituzionali (di sociolinguistica Laterza 2004, Carocci 2012; e con M. Cerruti, Utet 2015, e inoltre La linguistica, Utet 20111, 20172).

Un mini-manuale accuratissimo: non piatto, ma critico e problematico, non solo per la lettura sistematica (destinato a studenti, insegnanti ecc.), anche per la puntuale consultazione grazie all'indice dei tecnicismi e degli esempi, e per la bibliografia (anche ragionata) di oltre un centinaio di titoli selettivi per ulteriori approfondimenti.

2. Teoria linguistica e lingue del mondo

In quanto mini-manuale l'A. si propone di definire il complesso "oggetto" della linguistica generale ricorrendo a un apparato teorico-terminologico opportunamente definito e con pertinente esemplificazione minimale tratta per lo più dall'italiano contemporaneo e (p. 18) antico, ma anche da altre lingue: inglese (pp. 26-27, 53, 58-59, 81, 90, 95, 97, 103-104), latino (pp. 16, 50, 51, 53, 57-58, 103-4, 115), francese (pp. 43, 53, 81, 90, 95, 104), tedesco (pp. 58-59, 81, 90), dialetti italiani (pp. 18, 53, 90), romeno-spagnolo-portoghese (pp. 53, 104), greco-arabo-aramaico (p. 16), cinese mandarino, somalo (p. 103), mentre altre lingue sono menzionate pur senza esemplificazione in quanto tipologicamente diverse (pp. 84-85), rappresentative delle oltre 7mila lingue esistenti nel mondo (pp. 12, 40).

 2.1. Il "linguaggio" (verbale e non-verbale): oggetto delle scienze del linguaggio

Ma l'"oggetto" della linguistica è in realtà assai complesso. Cos'è il "linguaggio", verbo-orale (degli udenti) e verbo-gestuale (dei non-udenti), e non-verbale umano (naturale, sogni ecc., e artificiale, arti, ecc.) e non-umano (degli animali non-umani: zoosemiotica, delle piante: fitosemiotica, ecc.), cos'è una "lingua": sono domande che richiedono risposte complesse da parte di più discipline, a partire dalla (saussuriana) semiologia (cfr. pp. 9-11).

 2.1.1. L'"onnipotenza semantica": specifica delle lingue storico-naturali?

Non diversamente problematica è la cosiddetta "onnipotenza semantica" (o "onniformatività") delle lingue storico-naturali quale specificità del linguaggio verbale, in grado cioè di verbalizzare o "dar forma" a qualsiasi contenuto esperienziale, in maniera peraltro sempre perfettibile.

 2.2. La linguistica: scienza "molle"

La linguistica, come ampiamente illustrato da Berruto (pp. 7-34), è lungi dal presentarsi come teoria coerente, semplice e soprattutto "adeguata" e condivisa da tutti gli specialisti. Ci si trova infatti dinanzi a una varietà notevole di modelli teorici, nessuno dei quali pienamente adeguato a dar conto delle oltre su ricordate 7mila lingue attestate nel mondo, e rispetto ai quali nessun linguista è in grado di orientarsi facilmente (a volte neanche di capire) (pp. 30-33).

Berruto si sofferma quindi nel cap. 1 La linguistica che cos'è? a illustrare il carattere "biologico-naturale" e "sociale-culturale" del linguaggio umano (pp. 17-24) diversamente focalizzato secondo le scuole linguistiche, con attenzione all'ontogenesi, al formalismo e funzionalismo, alle funzioni, al centro e periferia del linguaggio, per concludere che "Il linguaggio/la lingua è allo stesso tempo uno strumento sociale che utilizza un oggetto biologico e un oggetto biologico che trova la sua estrinsecazione come strumento sociale" (p. 29). Alla fine mostra il carattere "molle" (p. 33) della linguistica rispetto ad altre discipline "dure" per es. matematica e fisica (p. 34), soffermandosi sulle varie specializzazioni e sotto-specializzazioni.

 3. Scelte teoriche del mini-manuale

A partire dal cap. 2 l'A. esplicita comunque le scelte da lui fatte illustrando (pp. 35-42) sulla scia di Saussure (pp. 9-13) la differenza tra linguistica interna e linguistica esterna (p. 36), tra linguistica sincronica, linguistica diacronica, linguistica storica e linguistica descrittiva e generale (p. 39), linguistica genealogica, linguistica tipologica (p. 42), ecc.

 3.1. Nativofono chi produce frasi "corrette" grazie a regole interiorizzate

Il linguista cerca di dar conto della "competenza" (nativa) (p. 45) dei parlanti di una lingua, esplicitando le Regole in parte innate in parte acquisite inconsciamente dall'interazione con gli altri, competenza che si realizza nella "esecuzione" (ibid.) degli infiniti usi della lingua.

Nativofono, ovvero "parlante nativo" (ibid.), è così chi ("colto, semicolto, incolto" p. 115), avendo "acquisito" (pp. 13, 45) (più che "appreso") nei primi anni di vita, nel processo di socializzazione primaria un idioma, è in grado di produrre frasi "corrette" grazie alla interiorizzazione di "regole", ben diverse, precisa Berruto, dalle "norme della corretta lingua formulate dai grammatici" (p. 45).

Le frasi "grammaticali" (p. 43) sono così distinte dalle frasi "agrammaticali" o "non-grammaticali" o "mal formate" (p. 44), ovvero innaturali (qui asteriscate), che nessun parlante nativo direbbe, o anche "impossibili" (p. 43), per es. *Maria partivano per Milano (p. 44). Ma anche le frasi giudicate scorrette dai grammatici fanno parte della competenza nativa di parlanti, per es. chiama a Pietro (p. 116) nell'italiano regionale meridionale (p. 115). O nell'italiano popolare (p. 115), aggiungiamo, il periodo ipotetico col doppio condizionale (es. se potrei lo farei) è "scorretto", "sgrammaticato" per i normativisti, ma "grammaticale", "ben formato" per i (socio)linguisti in quanto generato da precise regole da esplicitare.

 3.2. "Regole" sì e le "norme"?

Ma va anche detto che il grammatico-linguista deve esplicitare, oltre le regole, i criteri sociali per cui un enunciato, pur nativamente grammaticale, è giudicato -- normativamente -- errato. Un duplice criterio alla base di un uso "corretto" o "adeguato" potrebbe essere, per es., come abbiamo in questo blog e in altre sedi proposto, l'essere comprensibile e nello stesso tempo non tipico dell'italiano popolare, che come il citato periodo ipotetico col doppio condizionale non garantisce l'integrazione sociale.

 3.2.1. Non "sbagliato" ma "inappropriato"; ovvero "scorretto" = 'non-standard'

Su questo punto Berruto da un lato prende giustamente le distanze dal "grammatico-purista" (pp. 14-15) quando precisa che "L'atteggiamento del linguista è sempre descrittivo, mai prescrittivo, né tanto meno puristico" (p. 16).

Dall'altro sembra assumere una posizione di mediazione quando osserva che "il giudizio [del linguista] non sarà di 'giusto' o 'sbagliato' in assoluto, bensì di 'appropriato' o 'inappropriato' in quel determinato contesto" (p. 15), ma senz'alcun esempio, riferibile si direbbe alle varietà diafasiche (situazionali) o anche diamesiche (scritto/parlato/trasmesso) (p. 115).

Segue una ulteriore puntualizzazione -- secondo cui "il giudizio di sbagliato, scorretto, ha senso solo se riferito a una conformità con la norma standard della lingua assunta come metro di riferimento: e va inteso come 'non corrispondente allo standard'" (pp. 15-16). Al riguardo Berruto cita due ess. (reali) in Facebook di italiano popolare:

(i) veniamo portati a Torino con il trenino che ['con cui'] siamo arrivati;

(ii) ce [= c'è] qualcuno che può darmi un sito che ["da dove"] posso scaricare dragon ball z in itagliano [= italiano]. 

Ma tale puntualizzazione rischia invero di essere troppo ampia perché vi rientrano non solo gli ess. di italiano popolare ma anche gli ess. di variazione diatopica (in bocca a parlanti colti o incolti che siano). E gli italofoni, se non altro parlando, non sono per lo più "standardo-foni" e sarebbero quindi sempre "scorretti".

 4. Come procede la linguistica

Nel cap. 2 "Nell'universo della linguistica", a partire dal § 2.3 "Come procede la linguistica" (pp. 42-62) l'A. illustra con concrete esemplificazioni in italiano il suo modo di analizzare i testi ai vari livelli (sintassi, morfologia) in un'ottica testuale, sociolinguistica e interlinguistica, (pp. 42-54). E si sofferma altresì (pp. 55-62) su alcuni "Princìpi dell'analisi della lingua", distinguendo saussurianamente il "segno" in "significante" e "significato", morfema, fonema e foni, ecc.

 5. "La lingua 'dal di dentro'": Sintassi, Morfologia, Fonetica/Fonologia, Lessico/Semantica

Il cap. 3 è dedicato a "La lingua 'dal di dentro'" ovvero ai classici "livelli di analisi e settori della linguistica", quali la Sintassi (pp. 63-83) strutturale e generativa, con definizione di frase, tipologia delle frasi, definizione di sintagma; la definizione di soggetto; la Morfologia derivazionale e flessionale (pp. 83-91); la Fonetica e la fonologia (pp. 91-98); il Lessico e la semantica (pp. 99-109), sempre evidenziando i problemi posti dalla identificazione di tali livelli.

 6. La lingua 'dal di fuori': sociolinguistica, pragmatica, linguistica applicata

Il cap. 4 riguarda "La lingua 'dal di fuori': la società e gli usi", dove l'A. si sofferma sulla sociolinguistica (pp. 111-16), in particolare sulla nozione di "architettura della lingua" con le classiche variazioni sociale (diastratica), geografica (diatopica), situazionale (diafasica), parlato-scritto (diamesica), storica (diacronica), opportunamente esemplificate.

La pragmatica è illustrata (pp. 117-24) per quanto riguarda gli atti linguistici di J.L. Austin, di J. Searle, la mitigazione, la intensificazione, le massime di P. Grice, la logica della cortesia (G. Lakoff), le frasi marcate con dislocazione a destra e frasi scisse (pp. 122-23), le inferenze e le presupposizioni.

Nel § finale sulla linguistica applicata (pp. 124-28) Berruto accenna tra l'altro alla semplificazione del linguaggio amministrativo, e si sofferma sulla linguistica criminologica con la identificazione geografica a opera di John Trumper delle telefonate anonime nel caso del rapimento di A. Moro o della strage di Peteano, ecc.

 7. Grammatica tradizionale e grammatica moderna

Ma un testo del genere può avviare il lettore a cogliere le differenze tra la tradizionale, scolastica "analisi logica" e la moderna analisi sintattica.

 7.1. Frasi dipendenti (o subordinate): frasi argomentali (completive) vs frasi circostanziali (o avverbiali) vs frasi relative

A livello sintattico, notevole è la tipologia delle frasi dipendenti o subordinate (p. 72), ora distinte in:

(i) "argomentali/completive", essenziali, es. arrivare in ritardo [= soggettiva] non piace a nessuno;

(ii) "circostanziali (o avverbiali)" in quanto eliminabili, per es. le causali: Gianni sta in silenzio perché Maria legge un libro;

(iii) "relative restrittive", es. Maria legge il libro che le ha regalato Gianni.

Non meno rilevante è l'analisi delle "frasi marcate" (p. 122), "scisse" (p. 123), con dislocazione "a destra" (pp. 69, 123) es. le stavo spiegando a una mia amica, o, aggiungiamo, anche "a sinistra", come il bistrattato scolasticamente a me mi piace, entrambi i tipi logicisticamente giudicati dalla scuola "errati".

O la nozione di valenza e attante (o argomento) (p. 82), con i verbi zerovalenti (es. piove), mono-valente (esco), bi-valenti (comprare qualcosa), tri-valenti (scrivere una lettera a qualcuno), ampiamente messa in pratica nel Dizionario di Sabatini-Coletti (1997, 2007).

          7.2. Soggetto vs Esperiente vs Tema vs Dato

La nozione di soggetto (pp. 78-83) a livello sintattico è l'elemento "con cui il verbo concorda in persona e numero" (pp. 78-79), es. del pane è ammuffito (p. 78), che cosa faceva la zia? (p. 80), a Gianni piacciono i gelati (p. 79); piace andare al cinema (in a Gianni piace andare al cinema) è invece il "soggetto frasale" (ibid.), dipendente soggettiva.

Il soggetto (sintattico) è quindi distinto a livello semantico dal Ruolo tematico (esperiente, ecc.) e a livello pragmatico dal Tema e dal Dato.

Così nella frase A Gianni piace andare al cinema (p. 78) A Gianni è semanticamente "esperiente", tradizionalmente "soggetto logico"; pragmaticamente è il "tema" o "topic" (p. 80) ovvero "in genere all'inizio della frase" (p. 8) "ciò su cui si dà informazione" (p. 80); e piace andare al cinema è "il rema" (ibid.), ovvero l'"informazione che viene data riguardo al tema". E ancora il "dato" è "l'informazione supposta come nota" (ibid.), rispetto al "nuovo" ovvero "l'informazione che viene posta come non già nota" (ibid.).

                                                                                                

8. Un augurio

In conclusione, un volumetto prezioso come quello di Berruto crediamo possa far nascere nei giovani studenti, anche pre-universitari, l'amore per la linguistica, come poteva capitare a chi si era imbattuto nell'aureo manualetto di Bruno Migliorini, Linguistica (Le Monnier 19461, 19502, 19593, 19664 pp. 116). E magari il desiderio di coltivare la linguistica come disciplina professionale in una università, oggi in profonda crisi, che in questi ultimi anni non è stata certamente oggetto di investimenti da parte dello Stato come sarebbe stato pur necessario.

 Sommario

 1. L'evento editoriale: una bussola nel mare magnum delle scienze del linguaggio

2. Teoria linguistica e lingue del mondo

2.1. Il "linguaggio"(verbale e non-verbale): oggetto delle scienze del linguaggio

2.1.1. L'"onnipotenza semantica": specifica delle lingue storico-naturali?

2.2. La linguistica: scienza "molle"

3. Scelte teoriche del mini-manuale

3.1. Nativofono chi produce frasi "corrette" grazie a regole interiorizzate

3.2. "Regole" sì e le "norme"?

3.2.1. Non "sbagliato" ma "inappropriato"; ovvero "scorretto" = 'non-standard'

4. Come procede la linguistica

5. "La lingua 'dal di dentro'": Sintassi, Morfologia, Fonetica/Fonologia, Lessico/Semantica

6. La lingua 'dal di fuori': sociolinguistica, pragmatica, linguistica applicata

7. Grammatica tradizionale e grammatica moderna

7.1. Frasi dipendenti (o subordinate): frasi argomentali (completive) vs frasi circostanziali (o avverbiali) vs frasi relative

7.2. Soggetto vs Esperiente vs Tema vs Dato

8. Un augurio





 

domenica 11 aprile 2021

L'autogru o l'autogrú (con l'accento sulla "u" o senza)?


 Da un quotidiano in rete:

Si sente male in casa ma la barella non regge il suo peso: imbragato e calato a terra con l'autogru

Autogrú, con tanto di accento sulla "u", altrimenti si legge autògru. I monosillabi* non si accentano, tranne che nei composti, ed è il caso di autogrú. Vediamo qualche vocabolario.

Treccani: autogrù s. f. [comp. di auto-2 e gru1]. – Gru montata su autoveicolo, usata spec. per operazioni di soccorso e di sgombero della sede stradale.

Gabrielli: autogrù[au-to-grù]
s.m. inv. Gru montata su un autocarro

Sabatini Coletti: autogrù[au-to-grù] s.f. inv. Autocarro attrezzato con gru

Dizionario Olivetti: autogrù - au|to|grù - pronuncia: /awtoˈgru/
sostantivo femminile

Garzanti: autogrù
[au-to-grù] n.f. invar.

Solo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, scrive, "stranamente": meno bene autogru.

Come si può ben vedere, il sostantivo monosillabico (gru) non si accenta.

Si veda anche qui.

sabato 10 aprile 2021

Un aggettivo "sconosciuto"

 



Un interessante articolo di Manuela Manfredini, pubblicato sul sito della Crusca, su un aggettivo "sconosciuto": animico.



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La lingua "biforcuta" della stampa

Morì sotto al cancello delle Torri all'Eur: condannati il responsabile dei lavori e un operaio

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Correttamente: sotto il. La preposizione (impropria) sotto si fa seguire dall'articolo, non da un'altra preposizione (a). 

*

LA STORIA

L'amore di una vita: folgorò la tredicenne Elisabetta per difenderla dagli orecchioni

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Ritenete appropriato, in questo caso, il verbo "difendere"? La "parola" ai nostri gentili lettori.







venerdì 9 aprile 2021

Qualche errore da evitare

 


Riteniamo di fare cosa utile (e gradita) riportare — così come ci vengono alla mente, senza un nesso logico — alcuni errori di "uso comune" affinché coloro che ci onorano della loro attenzione e che amano il bel parlare e il bello scrivere ne prendano coscienza e li evitino (anche se molti errori hanno il beneplacito delle così dette grandi firme del giornalismo). Vediamo.

Fra, troncamento di frate (fra-te), si scrive senza accento e senza apostrofo: fra Giovanni; fra Cristoforo; fra Galdino. Alcuni vocabolari ammettono l’apostrofo e l'accento (sia pure di uso raso): snobbateli.

Complementarità, senza la e (non complementarietà, quindi), perché deriva da complementare; varietà, con la e, perché viene da vario. Deducete voi, amici, la regola empirica.

Il comparativo di male è peggiore; è errato, per tanto, dire "piú male". Quest’ultima forma (più male) esiste ma si adopera solo quando male è in funzione di sostantivo: ha fatto più male lui all’azienda che non cento impiegati.

Intra-, prefisso di parole composte, non vuole il raddoppio della consonante che segue (al contrario di infra-): intravedere (errato intravvedere, anche se alcuni vocabolari...).

Decina, non diecina, anche se il termine è un derivato di dieci.

Onorificenza, non onoreficenza.

Vicino, si deve far seguire dalla preposizione "a": vicino a Roma.

Tre, nei composti prende, tassativamente, l'accento acuto: ventitré, sessantatré.

Adiacente, si costruisce con la preposizione "a" (non con l'articolo): la campagna adiacente al centro abitato.

Attimo, non si usi mai il diminutivo "attimino" per indicare un piccolissimo lasso di tempo: un attimo è già questo.

E finiamo con terraqueo che non è grafia errata, come molti sostengono, anzi è da preferire a quella ritenuta più corretta, terracqueo, perché riflette la provenienza latina.


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La lingua "biforcuta" della stampa

REGNO UNITO

La Regina affitta i giardini di Buckingham Palace per fare

 pic-nic. Quasi 70mila richieste in un giorno

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Correttamente: picnic (parola unica). Treccani: picnìc s. m. [dall’ingl. picnic ‹pìknik›, che a sua volta è dal fr. pique-nique, comp. di piquer nel senso di «spilluzzicare» e prob. di un ant. nique «piccola cosa di scarso valore»]. DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia): 



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 Il diavolo vuol papa Paolo


Questo modo di dire — probabilmente sconosciuto a buona parte dei gentili lettori — dovrebbe esser noto agli amici perugini e a quelli romani, sebbene con qualche sfumatura, in quanto il detto nato in terra d’Umbria è stato "trasportato" nella città dei Cesari. Ma cosa sta a significare? Che nella vita, a volte, per vivere in santa pace è necessario stridere e tacere.

Si dice, dunque, che questa locuzione sia nata a  Perugia sotto il pontificato di Paolo III il quale, per tenere a bada gli abitanti di quella città (che tentavano di ribellarsi), fece edificare un’immensa fortezza che li dominava da tutte le parti: in questo modo ogni tentativo di sommossa era scongiurato.

Così sottomessi i Perugini dicevano a denti stretti: «Giacché così vuò il diavolo, evviva papa Pavolo». Questo detto perugino, divenuto proverbio, arrivò a Roma trasformato in «il diavolo vuol papa Paolo».










giovedì 8 aprile 2021

La "linguistica infantile"

 


I non addetti ai lavori quando sentono parlare di linguistica storcono il naso e pensano a un argomento noioso e non “degno” di essere preso in considerazione; tutt’al piú si limitano a dire che è un “qualcosa che riguarda la lingua”. Queste noterelle si prefiggono lo scopo - se possibile - di avvicinare anche i piú riottosi allo studio (o, se preferite, alla conoscenza) di questa meravigliosa “scienza” che ci permette di parlare e scrivere senza commettere errori e, per di piú, con un certo... “tocco”. 

   Sí, ne conveniamo, di primo acchito l’argomento può risultare “fastidioso” ma, a mano a mano che andiamo avanti con la lettura ci imbattiamo in “scoperte” che ci invogliano a proseguire perché, come dice Ferdinand de Saussure, “ogni teoria chiara, e quanto piú è chiara, è inesprimibile in linguistica; perché (...) non esiste un solo termine di questa scienza che non abbia mai riposato su un’idea chiara”.

   E non possiamo non essere d’accordo con de Saussure - anche se può sembrare un contro senso - quando vediamo che alcuni linguisti si “accapigliano” per far prevalere le loro “teorie linguistiche”. Un esempio per tutti: alcuni sostengono, e noi con loro, che il pronome personale “sé” deve essere sempre accentato, anche quando è seguito da “stesso” e “medesimo”; altri, come è noto, sostengono l’esatto contrario. Chi ha ragione? Ma torniamo alla linguistica che è, come la definiscono i vocabolari, la “scienza del linguaggio”. E come ogni scienza moderna, in linguistica, si possono distinguere piú campi di “ricerca” che corrispondono a modi di suddividere l’analisi linguistica. Insomma, che cosa studia la linguistica? 

  A questa domanda tenteranno di dare una risposta queste modestissime noterelle, per l’appunto. Abbiamo detto che la linguistica è una scienza suddivisa in vari campi di ricerca; vediamo, quindi, questi campi cosí avremo il “quadro” completo di tutto ciò che riguarda (e studia) la linguistica. Questa scienza, dunque, si suddivide in linguistica generale (e in questo campo possiamo metterci la fonologia, la morfologia, la sintassi e la semantica) la quale analizza il linguaggio per accertare i modi generali della sua organizzazione, la sua funzione e la sua “posizione” rispetto ad altre facoltà dell’uomo. A sua volta la linguistica generale si suole suddividere in linguistica “interna” ed “esterna”; la prima si occupa del funzionamento e dell’evolversi della lingua; la seconda, invece, come dice la stessa parola, dell’influenza del mondo esterno, vale a dire l’influenza della storia e della società sulla lingua.

   Abbiamo, poi, la linguistica applicata, che prende in considerazione l’applicazione, appunto, dei vari princípi linguistici a tecniche particolari: la traduzione, l’uso dei calcolatori, l’insegnamento delle cosí dette lingue vive; la linguistica storica, il cui fine è la “ricostruzione” delle fasi antiche di una o piú lingue. Rientra in questo campo la linguistica comparata: allorché si vogliono mettere in luce i rapporti fra lingue che appartengono alla medesima famiglia (si pensi alla famiglia indeuropea e a tutte le lingue romanze). Abbiamo, infine, due “campi” che potremmo definire moderni: la sociolinguistica e la psicolinguistica. 

  La prima si occupa delle diversità e delle varietà della lingua che si manifestano in rapporto alle differenze sociali, culturali ed economiche degli uomini, quindi della società; la seconda si interessa dei rapporti che intercorrono fra la lingua e il pensiero, studiando i problemi della comprensione del linguaggio, della memoria e dell’apprendimento da parte del fanciullo. In questo caso si potrebbe azzardare il termine di “linguistica infantile”. Non va dimenticato, inoltre, ed è forse la cosa piú importante, il fatto che la linguistica ha strettissimi rapporti con lo studio sistematico dei testi letterari. Come non ricordare, quindi, la branca della linguistica che va sotto il nome di “stilistica”? La stilistica cosa è, infatti, se non lo studio dello “stile” di un autore, di un’epoca, di una scuola? Non sappiamo, francamente, se siamo riusciti nello scopo prefissoci: avvicinare alla lingua i piú restii. Ma tant’è.

   Abbiamo cercato di essere concisi al massimo per non “appesantire” il tutto sforzandoci, nel contempo, di essere chiari. Se non ci siamo riusciti confidiamo nel vostro “perdono” accomiatandoci con una massima di Ferdinand de Saussure: “Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica”. 

 

 

mercoledì 7 aprile 2021

L'Assise? Per carità!, le Assise

 


Riproponiamo un nostro vecchio intervento perché i massinforma (operatori dell'informazione) continuano, imperterriti...

Pregiatissimo Direttore del portale,

approfitto della sua consueta e cortese disponibilità per chiederle di pubblicare sul suo sito — che risulta essere abbastanza seguito — una lettera aperta indirizzata ai lettori amanti della lingua. L'argomento — fritto e rifritto, come usa dire — è di capitale importanza per me in quanto causa di notti trascorse totalmente in bianco. Mi presento e mi spiego.

Il mio nome richiama alla mente, per assonanza, la città del Poverello: Assisi. Al contrario del santo, però, non perdono se prima non giudico. Sono, infatti, la corte d'Assise e, più in generale, le assise nel significato di adunanza, assemblea, consesso e simili.

Come tutte le persone che si rispettano tengo moltissimo alla mia identità (e personalità): sono un sostantivo femminile esclusivamente plurale. E le notti in bianco che cosa c'entrano? Vi starete domandando. C'entrano eccome! I così detti mezzi di comunicazione di massa — radiotelevisioni e giornali — mi adoperano in modo orrendamente errato: mi singolarizzano; ciò è lesivo della mia personalità e turba i miei sonni.

Ho deciso, quindi, di narrarvi la mia origine — e il perché del solo plurale — anche se, credo, i più la conoscano e volutamente la ignorino e anche se so di già che per alcune cosí dette grandi firme del giornalismo sarà come parlare al vento. Però... chissà. I Latini dicevano... Vediamo, dunque. Alcuni mi fanno derivare dal sostantivo femminile singolare assisa che significa seduta (attenzione: assisa ha anche l'accezione di divisa, uniforme perché è un così detto sostantivo polisemico) derivante a sua volta dal verbo assidersi.

Il mio uso, però, è giunto a voi — che mi fruite — dalla lingua francese nella forma plurale: les assises. Perché plurale? È presto detto. Il termine assises indicava le sedute di un'assemblea nel loro complesso. La corte d'Assise che cosa indica se non le sedute di un'assemblea di giudici?

Le parole, si sa, corrono di bocca in bocca, dal colto all'ignorante, e molto spesso finiscono con l'essere storpiate, come nel mio caso. Una mattina, gentili amici, rimasi di stucco sentendo un giornalista del Gr annunciare che «le corti d'Assisi di Roma e di Milano si contendono il processo». Ma non è finita.

Un altro giorno, non ricordo su quale quotidiano, lessi che «l'assise del partito è cominciata questa mattina». Confesso che il mio cuore non resse: dovetti prendere un cardiotonico. Sì, la mia personalità — o, se preferite, identità — fu completamente calpestata. Nel primo caso mi hanno pluralizzato senza alcun motivo essendo già plurale; nel secondo caso, invece, da plurale, quale orgogliosamente sono, mi hanno barbaramente singolarizzato.

Morale: in entrambi i casi la mia personalità è stata selvaggiamente violentata. Il sostantivo assise, insomma, è solo plurale. Così sono nato e così voglio restare.

Cortesi amici, io non sono come il patrono d'Italia che cristianamente perdona senza giudicare, io giudico, eccome! e le persone le giudico secondo l'uso che fanno di me. Se volete che non vi giudichi negativamente, quindi, e tenete alla mia amicizia, non continuate a usarmi violenza: lasciatemi sempre plurale. Così facendo io dormirò sonni tranquilli e voi non sarete tacciati di ignoranza linguistica.

Grazie, signor Direttore.

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La lingua "biforcuta" della stampa

CULTURA

Bandito o patriota? L'enigma  Frà Diavolo a 250 anni dalla nascita

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Correttamente: Fra Diavolo (senza accento sulla "a"). Fra è troncamento di fra(te). Le parole "troncate" non si apostrofano e non si accentano (salvo qualche rara eccezione). 





martedì 6 aprile 2021

Un complemento snobbato (da alcuni "sacri testi")


 Abbiamo notato che molti  testi (se non tutti) di lingua, anche quelli di autorevoli esponenti della  “lingua ufficiale”, tralasciano la trattazione del complemento di circostanza. Questo complemento, invece – anche se poco conosciuto, perché  “snobbato” da molti autori, appunto – è importantissimo perché compare di frequente nel quotidiano linguaggio familiare. Va conosciuto, quindi, e adoperato in modo corretto. I complementi, dunque, chiamati anche  “espansioni” o  “determinazioni”, lo dice la stessa parola che viene dal latino  “complère” (completare), servono a "completare", a  “determinare”, a “espandere” in modo piú ricco e dettagliato lo schema-base della frase, costituito dal soggetto e dal predicato (verbo). Quando diciamo, per esempio,  “Franco legge un libro”, con la parola  “libro” completiamo o  “espandiamo” in modo dettagliato lo schema-base della frase  “Franco legge”. In questo caso abbiamo il complemento oggetto (libro). Tra i complementi, dicevamo, bisogna includere quello di  “circostanza” che indica in quali circostanze (temporali, fisiche, ambientali ecc.), appunto, si verifica l’azione espressa dal predicato. Si riconosce facilmente perché risponde alla domanda (sottintesa)  “in quali circostanze?”,  “in quali condizioni?” ed è introdotto dalla preposizione  “con”: ho letto quel libro  “col ” mal di testa. In quali condizioni (ero quando) ho letto il libro?  “Col ” mal di testa (complemento di circostanza).

A questo punto crediamo sia meglio dare la  “parola” la linguista Leo Pestelli, il quale, con somma maestria, farà chiarezza sul sopra citato e  “snobbato” complemento meglio di quanto abbia tentato di fare l’estensore di queste modeste noterelle:

  Della cospicua famiglia dei complementi, quello di circostanza è uno dei minori: ma non perciò vuol essere strapazzato come facciamo. Il complemento di circostanza, anche quando sia significato per mezzo d’una locuzione assoluta articolata, dev’essere in lingua italiana preceduto dalla preposizione  “con”: in lingua italiana, giacché chi parla e scrive una traduzione dal francese la può saltare benissimo. Non dunque:  “Miss Italia, la sciarpa intorno al collo, sorride...”, ma  “con la sciarpa” eccetera. Cosí il Pellico, che scriveva italianamente bene (almeno per i nostri tempi), è ripreso dai grammatici quando in  un luogo del suo capolavoro si fa trovare  “ritto sul finestrone, le braccia tra le sbarre, le mani incrocicchiate”, avendo lasciato sul pancaccio due necessarissimi  “con”. Lodano invece gli stessi grammatici l’insensato  “uomo nudo, ‘con’ le mani in tasca ”. Giacché il  “purus grammaticus” non bada al senso e, come osservava Benedetto Croce, niente trova da dire sulla proposizione: “questa tavola rotonda è quadrata”, la quale per lui sta benissimo.

 Dimenticavamo, per concludere, di raccomandarvi di prestare attenzione al fatto che, a volte, il complemento di circostanza si può confondere con quello di causa, essendo, il primo complemento, affine a quest’ultimo: cammina con la testa bassa (complemento di circostanza); con tutti quegli acciacchi (complemento di causa) non potrà uscire di casa. 

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 È il caso di ricordare agli amatori della lingua, a coloro, cioè, che amano il bel parlare e il bello scrivere, che il verbo alleare (allearsi) si costruisce con la preposizione con (non “a”). Molto spesso si leggono  sulla stampa frasi tipo “Giovanni si è alleato a Mario al fine di aumentare le possibilità di vittoria”. Frasi del genere sono "poco ortodosse" [anche se non mancano esempi di scrittori che fanno seguire il verbo dalla preposizione "a": La severità del fato s’è a tal fine alleata e sottomessa a quella carità dello spirito, suprema, che noi chiamiamo provvidenza divina. (Bacchelli)]. Il verbo alleare pur essendo un barbarismo perché ci è giunto dal francese, ha un’origine latina; l’etimo del vocabolo è, infatti, la preposizione “ad” e il verbo “ligare” (legare insieme). Alla lettera, quindi, alleare significa “legare insieme con...”: Giovanni si è alleato con Mario.

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La parola proposta da questo portale, presa dal Dizionario Italiano Olivetti: rupografia (o ripografia). Sostantivo femminile con il quale si indica una riproduzione pittorica di cose volgari. È composto con le voci greche "rupo(-)" (sporcizia, immondizia) e "grafía" (scrittura, descrizione).