venerdì 28 agosto 2026

"Scoladdetto": quando il bidello non è più un messaggero

 Dal medievale che annunciava ordini alla figura moderna che tiene in piedi la scuola: una parola nuova per un mestiere che la lingua non ha ancora saputo nominare

Nella storia delle parole ci sono mestieri che cambiano pelle, ma non cambiano nome. Bidello è uno di questi. La sua origine non ha nulla (a) che vedere con la scuola, né con la pulizia delle aule, né con i servizi interni: viene dal franco bidal, “messaggero”, figura che nel Medioevo portava ordini, convocazioni, notifiche. Da lì il latino medievale bidellus, poi l’inglese beadle, sempre con la stessa idea: un uomo che fa da tramite, che annuncia, che accompagna, che esegue comunicazioni. Il significato originario è dunque chiaro: un messaggero, non un custode.

Quando la scuola italiana ha acquisito il termine, non ha ereditato la funzione, ma solo la parola. Il bidello moderno non messaggia nulla, non porta ordini, non annuncia convocazioni. Non è un messo, non è un banditore, non è un tramite. È un lavoratore interno che tiene insieme la quotidianità scolastica: apre le aule, le chiude, le pulisce, le mantiene ordinate; aiuta gli studenti, supporta i docenti, garantisce la funzionalità minuta degli spazi. È un ruolo domestico, interno, operativo, lontanissimo dal messaggero medievale che ha generato il nome.

Eppure continuiamo a chiamarlo bidello, trascinandoci dietro un fossile semantico che non racconta più ciò che fa. La parola è rimasta, il mestiere è cambiato. E allora, se vogliamo una denominazione trasparente, che dica ciò che il bidello fa oggi e non ciò che faceva il suo antenato linguistico, serve un neologismo che non abbia ambiguità, che non evochi portinerie, vigilanza o messaggeria, ma che restituisca con chiarezza la sua funzione interna.

Scoladdetto nasce esattamente per questo. È una parola di vetro: scol- da scuola, addetto come ruolo operativo. Non custodisce l’edificio come un portiere, non sorveglia come un vigilante, non annuncia come un messo. È semplicemente l’addetto della scuola, colui che garantisce ordine, pulizia, supporto quotidiano, presenza operativa. Una figura interna, non perimetrale; funzionale, non simbolica; scolastica, non medievale.

In un tempo in cui le parole dovrebbero raccontare ciò che vediamo, scoladdetto è la proposta più limpida per sostituire un nome che ha perso il suo significato originario e che oggi non descrive più nulla. È un neologismo che non chiede interpretazioni, non richiede etimologie, non porta con sé ombre storiche: dice ciò che fa, e lo dice con la naturalezza di una parola che sembra esistere da sempre.

Voi, amici che seguite le nostre noterelle, continuerete a chiamarlo bidello o la burocrazia del 'collaboratore scolastico' ha già vinto?

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La lingua “biforcuta della stampa

Un funzionario statunitense e uno israeliano hanno rivelato oggi che oggi che dalla Casa Bianca si sta facendo pressione …

Trump: "Portaerei Lincoln in per troppo tempo? Neanche lontanamente"

Un raid con droni da parte degli Houthi preso di mira un impianto di Aramco in Arabia Saudita.

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Trump ordina di riportare le portaerei al vapore (con costi miliardari).

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Il trasporto tra Jeddah e Dammam via Riyadh è estesa per circa 1.300 km.


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quella che è ritenuto la sua prima visita in Egitto da quando è stato eletto.

impedire la violenza arbitraria e l'intimidazione dei coloni contro i palestinesi, porre fine allo loro impunità …

una dichiarazione diffusa dall'agenzia di stampa Fars e rilanciata dai media arbi …

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Elly Schlein, la segretaria più longeva che ha rilanciato il P

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riduce l’uso di prodotti chimici, favorendo un’ambiente sano.

Metodo dell’asciugamano priorita visibili …

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Un giustificazione che non ha bisogno di commenti …

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Lo dce lo stesso presidente Usa in una intervista a Fox News.

i numerosi accordi in  materia di sicurezza che le aziende israeliane stipulato attraverso  Paesi terzi.


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Sabato tre navi hanno transitato dallo Stretto di Hormuz …

Così l'ambasciatore l'ambasciatore  americano in Italia, Tilman J. Fertitta …


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i coloni hanno eretto un blocco stradale con delle petre nell'adiacente incrocio …

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Il regolamento vigente prevede che chi occupa un immobile pubblico perdi il diritto ad accedere alle graduatorie …


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Su questa presunta intenzione non sono arrivate conferme né smentite ufficiale.

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ha nuovamente provocato fibrillazioni e «mandato di nuovi in tilt» …


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Favino rischiò l'arresto al Parlamento



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coloni estremisti danno fuoco a un impianto industriale vicino Ramallah.

nonostante Trump sempre la scorsa settimana ha detto che i colloqui tra Usa e Iran sono per ora sospesi.

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Pakistan: progressivi significativi sui colloqui …

gli Stati Uniti hanno anunciato nuove sanzioni contro l’Iran …

 È quanto riferisce le Forze di difesa israealiane (Idf) … hanno colpito e smantellato cinque depotisi di armi di Hamas


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una stagione segnata dal giustizialismo e dalla gogna mediatiche.

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Sono ore in cui tra le fila della precedente Commissione Vigilanza Rai …

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Il primo ministro del Qatar è atterrto a Teheran per colloqui

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Fratoianni-Piccolotti, Sinistra Spa. Lui vuole la presidenza della Camera, la compagna pun

Ottimo casting, scenografia e regia perfette, e almeno treno mination …











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giovedì 27 agosto 2026

L’arte sottile del surrettizio

 Quando ciò che passa di nascosto diventa la parola più precisa

Surrettizio è uno di quegli aggettivi che sembrano scivolare nella frase con passo felpato, come se non volessero farsi notare. Eppure, quando lo si osserva da vicino, l’attributo in oggetto rivela una storia precisa, un carattere netto, una funzione linguistica che non dà adito ad ambiguità. È un lessema che vive di discrezione: indica ciò che entra, si insinua, si compie di nascosto, senza dichiararsi, senza chiedere permesso. Un aggettivo che non ama la luce diretta, ma che proprio per questo merita di essere portato alla ribalta, spiegato, chiarito, restituito alla sua piena dignità semantica.

L’origine è limpidissima: dal latino surrepticius, derivato da surripĕre, cioè “sottrarre, carpire, prendere di nascosto”. È un verbo composto da sub (“da sotto”) e rapĕre (“rapire”), e già questo dice molto: l’idea del gesto furtivo, dell’azione che passa sotto traccia, del movimento che sfugge allo sguardo. Da qui l’aggettivo latino, che significava “ottenuto clandestinamente, introdotto con frode, compiuto di nascosto”. Il passaggio all’italiano non ha alterato il nucleo semantico: surrettizio conserva intatto il suo profumo di segretezza.

I significati moderni si muovono tutti attorno a questa matrice. Può indicare ciò che viene introdotto senza autorizzazione, ciò che si insinua senza che nessuno se ne accorga, ciò che si compie in modo non dichiarato. Un’informazione surrettizia è una notizia che circola sottobanco; un cambiamento surrettizio è una modifica fatta senza annuncio; un comportamento surrettizio è un modo di agire che mira a ottenere qualcosa senza esporsi. In ambito giuridico, amministrativo o politico, l’aggettivo è spesso usato per segnalare un atto compiuto con modalità non trasparenti. In contesti psicologici o sociali può descrivere dinamiche che si instaurano lentamente, quasi impercettibilmente, fino a diventare strutturali. È un termine che non ha bisogno di alzare la voce: basta pronunciarlo per richiamare un mondo di movimenti laterali, di strategie silenziose, di passaggi nascosti.

Le modalità d’uso sono chiare e stabili. Si applica a fatti, atti, processi, decisioni, informazioni, comportamenti. Non si usa per oggetti materiali, né per qualità astratte prive di dinamica. È un aggettivo che richiede un soggetto agente, anche implicito: qualcosa o qualcuno che introduce, modifica, ottiene, altera. Funziona bene in contesti formali, ma non è affatto proibito nella lingua comune, dove anzi può aggiungere una sfumatura elegante, precisa, quasi chirurgica. Dire che una regola è stata cambiata “in modo surrettizio” è più incisivo che dire “di nascosto”: la prima espressione suggerisce intenzione, metodo, calcolo; la seconda è più generica. Lo stesso vale per “influenza surrettizia”, “manovra surrettizia”, “presenza surrettizia”: tutte formule che designano un’azione che non si presenta come tale, ma che, comunque, agisce.

Una curiosità: l’aggettivo, pur essendo dotto, non è mai diventato pedante. È rimasto in quella zona felice della lingua in cui la precisione non si traduce in rigidità. Non è un tecnicismo, non è un arcaismo, non è un latinismo ostentato: è semplicemente un termine che fa il suo lavoro con discrezione, come il significato che porta con sé.

E forse è proprio questa la sua forza: surrettizio è un attributo che non si impone, ma che, una volta incontrato, non si dimentica più. Perché dice esattamente ciò che deve dire, senza rumore, senza esagerazione, senza sovraccarico. Come certe verità che non arrivano gridando, ma che, quando emergono, non si possono più ignorare. Le cose più silenziose sono spesso le più decisive.
















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mercoledì 26 agosto 2026

Il giorno in cui l’italiano ha cominciato a boccheggiare

 La nostra lingua scopre di non avere una parola per chi soffre il caldo e decide di inventarsela


C’
è un piccolo vuoto nella nostra lingua, uno di quelli che fanno sorridere chi ama le sfumature: abbiamo freddoloso, gelido, rigido, infreddolito, ma non abbiamo un termine altrettanto naturale per designare chi soffre il caldo. È curioso, perché l’esperienza è comune, quotidiana, quasi universale: c’è chi patisce l’inverno e chi patisce l’estate, chi trema e chi boccheggia. Eppure l’italiano, che pure è generoso nel catalogare i temperamenti climatici, qui tace.

Il silenzio lessicale non è mai casuale. Freddoloso nasce da un bisogno concreto: descrivere una sensibilità diffusa, riconoscibile, socialmente condivisa. Il freddo, nella cultura italiana, è stato per secoli un elemento percepito come minaccia, disagio, ostacolo. Il caldo, invece, è stato a lungo associato alla vita, alla luce, alla stagione buona. Solo in tempi recenti il caldo è diventato un problema: afa, umidità, ondate estive, città che ribollono. E quando un fenomeno cambia statuto culturale, la lingua comincia a muoversi.

Da qui l’idea di colmare la lacuna con un neologismo: calidofobico. La formazione è ibrida, certo: il latino calidus (caldo) si innesta sul greco phóbos (avversione). È un incrocio che l’italiano non disdegna: basti pensare a idrofobia, claustrofobia, xenofobia, tutti composti greci che convivono con radici latine in altri derivati. La lingua, quando deve nominare un’esperienza nuova, non si preoccupa troppo della purezza etimologica: cerca l’efficacia, la trasparenza, la riconoscibilità immediata.

Calidofobico funziona proprio per questo. È chiaro, leggibile, intuitivo. Dice esattamente ciò che deve dire: una persona che ha avversione per il caldo, che lo soffre, che lo teme, che lo evita. Non è un semplice “accaldato”: è qualcuno che vive il caldo come un disagio strutturale, non come una condizione momentanea. E soprattutto colma un vuoto: offre un’etichetta dove prima c’era solo una perifrasi.

Sotto il profilo morfologico, il composto è regolare: calido- come base nominale, -fobico come suffisso produttivo. Sul versante semantico, è coerente: la fobia non è qui patologica, ma metaforica, come in lunatico, meteoropatico, claustrofobico usato in senso attenuato. Culturalmente la neoformazione intercetta un fenomeno contemporaneo: la crescente insofferenza per il caldo urbano, per l’afa, per le estati che non somigliano più alle... estati.

La lingua italiana, quando accoglie un neologismo, lo fa sempre per necessità: perché quel termine serve, perché risolve un problema di “nominazione”, perché dà forma a un’esperienza collettiva. Calidofobico, dunque, ha tutte le carte in regola per entrare nel repertorio: è elegante, è preciso, è utile. E soprattutto è un piccolo gesto di manutenzione linguistica: un modo per ricordare che le parole non sono un inventario chiuso, ma un organismo che cresce, si adatta, risponde al mondo. Ai lessicografi l'ardua sentenza.

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Parlare a fiocco spento

Parlare a fiocco spento” è un fossile idiomatico che sembra nato in un pomeriggio di neve “stanca”, quando i fiocchi scendono larghi, molli, senza più presa, e il paesaggio resta com’era. È un’immagine che non appartiene alla lingua comune, ma a una microtradizione dell’Italia nord‑orientale tra Ottocento e primo Novecento, dove la neve era osservata con la stessa attenzione con cui si osservano gli umori delle persone. Il fiocco “spento” non costruisce, non imbianca, non incide: cade e si dissolve. E così la voce che parla a fiocco spento cade e si dissolve, senza imprimersi, senza scaldare, senza lasciare traccia.

L’espressione nasce da un fenomeno meteorologico preciso: la neve che cade quando la temperatura è appena sopra lo zero, fiocchi acquosi che perdono la loro struttura cristallina e si disfano prima di toccare terra. I contadini la chiamavano neve “spenta” o “stanca” perché non aveva più forza, non cambiava il campo, non mutava il sentiero. Da qui il senso figurato: un parlare che non attecchisce, che non prende, che non riesce a diventare gesto comunicativo pieno. Non è timidezza: è mancanza di energia interna, come se la voce avesse perso la sua temperatura.

In alcuni diari privati dell’area veneta, l’espressione compare per descrivere conversazioni in cui la stanchezza emotiva prevale: si parla, sì, ma senza desiderio di convincere, senza volontà di incidere. In altri casi, la sfumatura è più ironica: parlare a fiocco spento è ciò che fa chi tenta di dire qualcosa ma non trova le parole giuste, e allora la frase si affloscia, si scioglie, si spegne. È un’immagine che conserva la sua delicatezza proprio perché non ha avuto circolazione: resta un reperto, un frammento di clima trasformato in linguaggio.

Una curiosità: in un quaderno scolastico del 1908, conservato nell’archivio di una scuola comunale del Bellunese, un maestro annota che uno scolaro “oggi parla a fiocco spento, come la neve che non vuole cadere”. È una delle pochissime occorrenze in cui il modo di dire viene spiegato con una similitudine esplicita, segno che già allora l’espressione non era trasparente per tutti.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Caro carburanti

Accise, nuova mini-proroga sconti sul diesel. Poi aiuti per i redditi bassi. Sugli extraprofitti: “Equità solo con Ue”

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Correttamente: miniproroga (parola unica, senza trattino). Gli operatori dell’informazione clicchino qui.

 

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Il commento

Rai Scuola, perché un servizio pubblico non si misura con i click

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Perché il barbaro “click” quando in italiano c’è CLIC? Si veda anche qui.












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martedì 25 agosto 2026

Deposto e spodestato: due cadute, una sola illusione di sinonimia

Quando il potere scende e quando viene fatto scendere: storia di due verbi che non raccontano la stessa fine

Ci sono parole che sembrano nate per camminare insieme, come due figure che procedono affiancate nella stessa direzione. Le usiamo quasi senza pensarci, convinti che dicano la stessa cosa, che raccontino lo stesso gesto, la stessa scena. Eppure, quando la lingua decide di essere precisa, queste coppie apparentemente gemelle si separano, mostrano caratteri diversi, rivelano sfumature che non avevamo notato. Deposto e spodestato appartengono a questa famiglia: due participi che parlano di potere che si perde, ma non nello stesso modo, non con la medesima luce, non con la medesima dinamica. Basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che la loro storia non coincide. Vediamo.

Deposto e spodestato sembrano camminare affiancati nella stessa zona semantica: chi perde un trono, una carica, un primato. Eppure, quando li si osserva da vicino, rivelano due caratteri diversi, due modi di raccontare la caduta dal potere. Deposto nasce dal verbo deporre, che in origine significa far scendere, posare, togliere dall’alto. È un termine che porta con sé l’idea di un gesto formale, quasi amministrativo: qualcuno viene rimosso, sollevato dall’incarico, collocato altrove rispetto alla posizione che occupava. Non a caso, deporre è un verbo dalle molte vite: si possono deporre le armi, deporre un carico, deporre una testimonianza. La deposizione è un atto, non necessariamente un conflitto. Per questo, nel linguaggio istituzionale, depósto è la scelta naturale: un sovrano deposto, un presidente deposto, un generale deposto dal governo. Qui l’accento è sulla procedura, sulla decisione, sulla formalità dell’atto. Il verbo, con la sua ampiezza di significati, mantiene una compostezza quasi notarile.

Spodestato, invece, ha un’origine più combattiva. Viene da potestà, e porta con sé l’idea di una privazione brusca, di un potere sottratto, di una supremazia che viene strappata via. Chi è spodestato non scende: viene fatto scendere. Non perde semplicemente una posizione, ma il dominio, il comando, la centralità. È un termine che vibra di competizione, di scontro, di rivalità. Non stupisce che, fuori dall’ambito politico, abbia trovato casa nel linguaggio sportivo, commerciale, persino quotidiano: il campione spodestato dal nuovo sfidante, il marchio spodestato dal concorrente emergente, il leader (si perdoni il barbarismo) spodestato da un’idea più fresca. Qui la formalità non c’entra: c’è una lotta, c’è un sorpasso, c’è un ribaltamento. E il verbo, con la sua univocità semantica, non lascia spazio ad altri usi: riguarda solo il potere, in qualunque forma questo si manifesti.

Una curiosità storica: nei resoconti medievali, la deposizione di un sovrano veniva spesso descritta come un atto rituale, quasi liturgico, mentre lo spodestamento era narrato come un gesto violento, un colpo di mano, un’improvvisa rottura dell’ordine. Due modi di raccontare la stessa fine, ma con due immaginari diversi: la sala del trono da una parte, il campo di battaglia dall’altra.

In soldoni, depósto è il verbo della scrivania, spodestato quello dell’arena. Uno registra, l’altro ribalta. E nella lingua, come nella vita, non è la caduta a fare la storia, ma il modo in cui si cade.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Con il caldo alcuni animali vanno in l’etargo

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Ogni commento è superfluo.



















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lunedì 24 agosto 2026

L’arte di tornare indietro dicendo di più

 Quando le parole si ribaltano e il senso avanza: l’antimetabole, la simmetria che incide

L’antimetabole è una figura retorica – non trattata in numerosi testi grammaticali - che vive in una zona d’ombra: la si incontra spesso, la si riconosce per istinto, talvolta la si ammira, ma quasi nessuno ne conosce il nome. Eppure è una delle strutture più eleganti della retorica classica, capace di dare alla frase un moto di ritorno, una simmetria che incide nella memoria e che trasforma un pensiero in una formula. È la figura che ribalta gli elementi, li fa tornare indietro come in uno specchio, creando un equilibrio che non è mai puramente ornamentale: serve a rafforzare un concetto, a renderlo più netto, più scolpito, più memorabile.

Il nome viene dal greco antimetabolḗ, “inversione, scambio”, composto da anti “contro, in senso inverso” e metabolḗ “mutamento, cambiamento”. È dunque, letteralmente, un “cambiamento al contrario”: ciò che è detto in un ordine viene ripreso e ribaltato nell’ordine opposto. La figura è antica, già presente nella retorica greca e latina, e attraversa i secoli con una naturalezza sorprendente: la si ritrova nei testi sacri, nella filosofia, nella politica, nella pubblicità, nella canzone, nella conversazione quotidiana.

Il significato operativo è semplice: l’antimetabole consiste nel ripetere una frase o una coppia di parole invertendone l’ordine, così da creare un contrasto che illumina il senso. Non è un gioco di prestigio: è un modo per dire che la relazione tra due elementi cambia quando cambia la loro posizione. La forza della figura sta proprio in questa torsione: ciò che sembrava ovvio diventa improvvisamente problematico; ciò che sembrava un rapporto unidirezionale si rivela bidirezionale; ciò che era un’affermazione si trasforma in un avvertimento.

Gli esempi sono celebri. L’antimetabole più nota del Novecento è quella di John F. Kennedy: Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo Paese. Qui la simmetria non è solo estetica: ribalta la prospettiva, sposta il baricentro dell’argomentazione, trasforma il cittadino da beneficiario a protagonista. Un altro esempio, attribuito a MarkTwain, è: Non è il cane nella lotta, è la lotta nel cane. Anche qui il ribaltamento chiarisce il punto: non conta la dimensione dell’animale, ma la sua determinazione. In italiano, la formula Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare è attestata nella tradizione morale cristiana e poi ripresa in vari testi divulgativi: la simmetria mette in luce la gerarchia dei valori con una nettezza che nessuna spiegazione discorsiva potrebbe ottenere.

La distinzione con il chiasmo è sottile ma decisiva. Il chiasmo è una disposizione incrociata degli elementi, una struttura AB‑BA; l’antimetabole è un chiasmo che richiede la ripetizione identica delle parole, invertite nell’ordine. Tutte le antimetaboli sono chiasmi perché hanno la forma incrociata; non tutti i chiasmi sono antimetaboli perché molti chiasmi non ripetono le stesse parole, ma solo la stessa struttura. Se dico: L’uomo non vive per il denaro, ma il denaro vive per l’uomo, ho un chiasmo: gli elementi si incrociano, ma non c’è ripetizione verbale perfetta. Se invece dico: Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare, ho un’antimetabole: le parole mangiare e vivere tornano identiche, solo invertite. Il chiasmo è una figura di disposizione; l’antimetabole è una figura di ripetizione speculare. Il primo gioca sulla sintassi, il secondo sulla memoria.

La figura funziona anche in contesti più quotidiani, dove la sua eleganza si fa quasi invisibile: Ti ricordi quando eravamo felici senza saperlo? Ora sappiamo tutto senza essere felici. Oppure: Non ti ho cercato perché ti volevo, ti ho voluto perché ti cercavo. In questi casi l’antimetabole diventa un dispositivo emotivo: il ribaltamento non è solo logico, ma sentimentale, e la simmetria produce un effetto di malinconia, di consapevolezza, di rivelazione.

Una curiosità: l’antimetabole è una delle figure più amate dalla pubblicità, perché la ripetizione invertita crea “slogan” (si perdoni il barbarismo) che si ricordano da soli. La simmetria è una calamita mnemonica: ciò che torna, resta. E allora si può dire che l’antimetabole non è solo un modo di parlare, ma un modo di pensare: le parole tornano indietro, ma il senso va avanti.

















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domenica 23 agosto 2026

Omeoarco: profilo prosodico e criteri di identificazione strutturale

 La replica controllata della stessa curva intonativa nelle unità sintattiche consecutive

Ci sono figure che non descrivono la frase: la accompagnano. L’omeoarco appartiene a questa famiglia discreta e musicale. È la curva che la voce traccia quando due enunciati consecutivi respirano allo stesso modo, salendo e scendendo con identica ampiezza, identica durata, identica cadenza. È una simmetria che non si vede: si ascolta. E quando la lingua si dispone in archi gemelli, la prosa acquista un ritmo che non è ornamento, ma struttura.

L’omeoarco nasce dall’incontro di due radici: omeo‑, dal greco homoios, “simile”, “identico”, e ‑arco, dal latino arcus, “curva”, “volta”. Il nome contiene già la sua natura: una somiglianza che non riguarda la forma esterna, ma la curva interna dell’intonazione. La retorica antica preferiva termini più geometrici, come isocolo (dal greco isos, “uguale”, e kolon, “membro del periodo”: indica enunciati di pari estensione) o parison (dal greco para‑, “accanto”, e ison, “uguale”: indica la ripetizione della stessa struttura sintattica). La critica moderna, invece, ha sentito il bisogno di una parola che indicasse la ripetizione non della misura, ma del gesto melodico.

Il funzionamento è semplice e preciso. La frase si muove in due tempi: l’arsi, la fase ascendente, in cui la voce accumula tensione sintattica; e la tesi, la fase discendente, in cui la voce si distende e trova il suo punto di riposo. Quando due proposizioni replicano la stessa sequenza di arsi e tesi, con pari ampiezza e pari durata, si genera l’omeoarco. Non è un parallelismo di struttura: è un parallelismo di respiro.

L’esempio lo mostra con chiarezza: laddove il vento si placa e la sera cala; ivi il pensiero si arresta e la mente tace. Le due coppie non sono solo parallele: sono speculari nella loro curva intonativa, come due archi che si rispondono.

Per questo l’omeoarco va distinto dalle figure affini. Isocolo si occupa della lunghezza; omeoteleuto (dal greco homoios, “simile”, e teleuté, “fine”) della terminazione fonetica; omeoptoto (dal greco ptôsis, “caduta”, “caso grammaticale”) della desinenza; parallelismo della disposizione grammaticale. L’omeoarco, invece, descrive la ripetizione di una campata melodica: la parte musicale della sintassi.

Gli effetti stilistici sono netti. La ripetizione della curva produce una sorta di ipnosi ritmica, una sonnolenza controllata che avvolge il lettore e conferma ciò che la prima frase ha aperto. Il secondo arco non solo completa il primo: lo chiude, lo rende necessario. La prosa assume una compostezza classicheggiante, lontana dalle fratture dell’anacoluto o dalle torsioni dell’ipallage. È una sintassi che procede come una doppia onda, senza inciampi, senza scarti, senza brusche accelerazioni.

L’omeoarco appartiene alla prosa d’arte, alla poesia, alla retorica solenne, ma anche a quella scrittura che cerca un ritmo interno, una cadenza che non sia decorativa ma strutturale. È un modo di pensare la frase come un arco che ritorna, come un gesto che si ripete, come una forma che si specchia in sé stessa. E quando la curva si ripete, la lingua acquista una calma che non è immobilità, ma equilibrio.

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Andare in caldana

Andare in caldana” è uno di quei modi di dire - poco conosciuti - che raccontano l’estate dall’interno, non come fenomeno meteorologico ma come condizione del corpo. La caldana non è il caldo: è la vampata, la fiammata che sale dal terreno arso e ti prende alla nuca, spostando la lucidità di un soffio. Quando si dice che qualcuno “va in caldana” alludiamo al caldo che gli ha tolto la prontezza, che questi procede rallentato, irritabile, come se la temperatura avesse messo una mano sulla sua fronte e avesse deciso lei il ritmo della giornata.

L’espressione nasce da caldo con suffisso intensivo, e nei testi agricoli ottocenteschi la caldana è descritta come una vampa che abbatte, una specie di colpo di sole anticipato. Non è l’afa diffusa: è un evento, una botta, un momento preciso in cui il corpo cede. Da qui il valore idiomatico: andare in caldana significa entrare in quella parentesi di stordimento in cui si perde un po’ di misura, un po’ di velocità, un po’ di pazienza.

Gli esempi d’uso sono concreti. “Lascia stare, è in caldana: non gli far prendere decisioni adesso.” “Sono andato in caldana dopo mezz’ora di cammino, non capivo più dove stavo andando.” “Siamo tutti in caldana, anche gli animali non si muovono.” In queste frasi si sente la fisicità del modo di dire: la caldana è un luogo, una "stanza" troppo calda in cui si entra senza volerlo e da cui si esce solo quando il sole decide di mollare la presa.

Una piccola curiosità: in alcune zone rurali si diceva che “la caldana cammina”, che “ti prende alle spalle”, che “fa sbagliare strada”. Non era superstizione, ma antropomorfismo spontaneo: quando il caldo diventa così forte da sembrare vivo, il linguaggio gli dà un corpo. E andare in caldana diventa allora un racconto: il caldo che ti afferra, ti porta via la lucidità, ti mette in una parentesi da cui si esce solo con l’ombra.



(Non è in commercio)





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sabato 22 agosto 2026

Camminare alla brina


 Ci sono modi di dire che sembrano nati per restare ai margini, come piccoli reperti linguistici che non hanno mai trovato una casa nei dizionari. Mettere il piede alla brina appartiene a questa famiglia di espressioni evanescenti: delicate, rare, quasi private. È un’immagine che racconta un gesto di fiducia mal riposta, un passo che si affida a ciò che non può sostenere, un contatto con qualcosa che non ha consistenza. La brina non è un piano, non è una superficie: è un velo. Per questo la preposizione a è la sola che conserva la verità metaforica dell’espressione. Mettere il piede alla brina significa avvicinare il passo a un appoggio che non è un appoggio, sfiorare una consistenza che si dissolve.

L’etimologia è limpida: dal latino prūina nel senso di gelo, un velo sottile che inganna l’occhio e cede al primo peso. L’espressione nasce probabilmente in aree rurali del Nordest tra Sette e Ottocento, dove la brina era un elemento quotidiano e insidioso. Non si cammina “sulla” brina, perché la brina non regge; si cammina alla brina, cioè verso un’apparenza che non può sostenere. È un dettaglio che dice molto: la lingua antica conosceva bene la differenza tra ciò che si può calpestare e ciò che si può solo sfiorare.

Il significato originario era concreto: posare il piede vicino a un punto che sembra solido ma non lo è. Da qui la traslazione metaforica: prendere decisioni avventate, affidarsi a un consiglio inconsistente, iniziare un progetto senza fondamenta. È un modo di dire che non rimprovera: osserva. Non denuncia l’imprudenza del camminatore, ma la fragilità del terreno. È un gesto linguistico che avverte, non accusa.

Gli esempi d’uso mostrano bene questa sfumatura: mettere il piede alla brina e credere che una promessa regga; mettere il piede alla brina è affidarsi a un appoggio che non ha struttura; mettere il piede alla brina è iniziare un cammino che sembra solido solo da lontano. In tutti i casi, il passo è incerto perché l’appoggio è illusorio. Non c’è colpa, c’è ingenuità. Non c’è errore, c’è fiducia che si scioglie.

La curiosità più preziosa è che questa espressione non ha lasciato tracce nei repertori maggiori: sopravvive in raccolte locali, in memorie familiari, in testimonianze diaristiche. È un modo di dire che non ha fatto “carriera”, ma ha conservato una delicatezza rara. È un frammento di mondo in cui il linguaggio nasceva dall’osservazione minuta della natura, dal rapporto diretto con il terreno, dal gelo che ogni mattina cambiava la consistenza delle cose.

Così, ogni volta che immaginiamo qualcuno che mette il piede alla brina, vediamo un passo che si affida a ciò che non può sostenere. È un gesto che racconta la fragilità delle scelte, la leggerezza delle illusioni, la bellezza di un’immagine che non si è mai pietrificata. Un modo di dire che continua a brillare come la brina stessa: sottile, effimero, ma capace di dire molto con pochissimo.

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Riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo

C'era una volta un gran professore,

delle parole sottile cultore,

che con pazienza, tra libri e sapienza,

lavava il linguaggio da ogni ingerenza.

Passa il pennello sopra l'errore,

pulisce i concetti con vero diletto,

cerca il termine più perfetto:

non “carlinga”, ma “pilotàcolo” dice,

e la lingua è subito felice.

Se c'è chi parla senza mai dire,

ecco il “parlottismo” da ripulire;

chi sparla a caso è un bel “vanveriere”,

mentre al CAF lavora il  “caffista”,

non il gestore della barista!

Se l'aereo “ha decollato” ,

non l'han decapitato,

l'eco si sente, maschio e puro.

Si scrive “a due mani” se gli autori son due,

senza confusioni tra le stalle e le bue.

Lava la lingua, lucida il verbo,

tiene il vocabolo più bello in serbo.

Il così detto ed il corsivo

non van virgolettati.

Si irride l'amico 

ma si irride 'al' suo dire.

Un colpo di spugna, una bella sciacquata,

ed ecco la frase per bene acconciata!


Un cultore dello SciacquaLingua



















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

venerdì 21 agosto 2026

Verbi “assimilanti”

 Quando la radice si rimodella nella flessione

I verbi italiani non si limitano a seguire docilmente le desinenze: alcuni, quando si coniugano, rivelano radici che si muovono, si rimodellano, si lasciano attraversare da antiche pressioni fonetiche. È proprio nel punto di contatto tra radice e desinenza che il lessico custodisce la sua memoria più profonda. Quelli che a prima vista sembrano mutamenti improvvisi sono in realtà il risultato di processi storici – palatalizzazione, assimilazione, analogia – che dal latino si sono sedimentati nell’italiano moderno, generando fenomeni di allomorfìa tematica, cioè la presenza di più forme per una stessa radice.

Un primo gruppo evidente è quello dei verbi con consonanti palatali, come i verbi in ‑gnare e ‑gliare. Nei casi come disegnare → disegno o assegnare → assegno, l’antico nesso latino ‑gn‑ si è fuso nel fonema palatale gn. Nei verbi in ‑gliare, come tagliare → taglio o svegliare → sveglio, la l latina seguita da semiconsonante si è palatalizzata in gl. Qui la trasformazione non nasce nella coniugazione: è un’eredità stabilizzata, e la radice si presenta palatale in tutta la flessione.

Diversa è la dinamica dei verbi in ‑ndere, come accendere → accendo o scendere → scendo. Non c’è alternanza tra le persone: c’è la prosecuzione diretta del nesso latino ‑nd‑, un gruppo solido che l’italiano ha conservato senza scosse.

I casi più complessi emergono nei verbi come porre → pongo o trarre → traggo. Dal latino (ponĕre, trahĕre) l’italiano ha ricavato infiniti contratti (porre, trarre), mentre nelle prime persone del presente ha esteso per analogia l’elemento velare ‑g‑, la cosiddetta g epentetica, modellata sulla scia di verbi come leggo o dico. Da qui i rafforzamenti pongo e traggo, che mostrano una vera alternanza della radice.

In generale, questi verbi testimoniano la tensione continua della lingua tra la forma etimologica e le esigenze di fluidità della pronuncia. Anche se l’etichetta verbi assimilanti non è un lemma tecnico autonomo nei repertori specialistici, l’osservazione di queste variazioni consonantiche offre una chiave descrittiva preziosa per capire come la storia dell’italiano continui a vibrare dentro la sua coniugazione quotidiana.

Una curiosità: il rafforzamento traggo, oggi percepito come naturale, è relativamente giovane. Nei testi medievali e rinascimentali compaiono forme come trago e trae, mentre traggo si consolida tra Cinquecento e Seicento, quando l’analogia con verbi come leggo e dico diventa dominante. La lingua, insomma, ha scelto di tirare la radice verso un modello più compatto e più sonoro.

E forse la lezione più limpida è questa: ogni verbo che assimila ricorda che la lingua non cambia per capriccio, ma per necessità interna, come un organismo che si modella per continuare a vivere.

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Camminare col vento storto

"Camminare col vento storto" è un modo di dire rarissimo, quasi scomparso, che affiora in alcune raccolte dialettali dell’Ottocento e poi svanisce. Nasce da un’esperienza concreta della vita contadina: quando il vento non arriva da dietro né da davanti, ma da un lato, tutto diventa più faticoso. È qui che entra in gioco storto, aggettivo che per secoli ha indicato non ciò che è sbagliato, ma ciò che è inclinato, deviato, non allineato alla direzione naturale delle cose. Una trave storta, un ramo storto, un sentiero storto: non sono difettosi, sono obliqui. Così il vento: se è storto, non ti ostacola frontalmente e non ti aiuta, ma ti sbilancia, ti spinge di traverso, ti costringe a correggere ogni passo.

La lingua trasforma questa fisicità in una metafora della sfortuna persistente. Camminare col vento storto significa procedere dentro una corrente contraria che non si vede ma si sente, una pressione laterale che accompagna ogni gesto e richiede un piccolo sforzo in più. Non è la sfortuna episodica, non è il contrattempo: è un clima. Chi cammina col vento storto vive in una condizione inclinata, come se la realtà avesse una diagonale che gli altri non percepiscono. Il vento, che dovrebbe sostenere e dare slancio, diventa una forza che frena, che sposta, che rende tutto più pesante.

In alcune microattestazioni ottocentesche, il vento storto è associato alle giornate “contrarie”, quelle in cui ogni cosa sembra chiedere una doppia energia. Riportare alla luce questa espressione significa restituire alla lingua una piccola verità umana: ci sono momenti in cui si procede comunque, anche se l’aria non ci è amica.

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Cavalcioni o “a” cavalcioni?

Ci attireremo gli strali dei linguisti, anche perché siamo smentiti dai vocabolari e da illustri Autori (primo fra tutti il Manzoni). Ma tant’è. A nostro avviso gli avverbi in -oni (-one) (cavalcioni, ginocchioni, ecc.) – come tutti gli avverbi – non debbono essere preceduti dalla preposizione “a”: Giulio camminava carponi per non farsi vedere. Diciamo, per caso, a lentamente? Perché, dunque, a carponi, a ginocchioni, a tentoni e via dicendo?  



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giovedì 20 agosto 2026

L’arte di “ascoltare” i manoscritti

 Il lavoro paziente che ricuce le ferite del tempo per restituire a un testo il suo respiro più vero

L’ecdotica è una parola poco conosciuta, quasi assente dal lessico comune, ma indica una delle operazioni più delicate e decisive della filologia: riportare un testo alla forma più vicina possibile a quella pensata dall’autore. Non interpreta, non commenta, non abbellisce: ascolta. Parte da un presupposto semplice e vertiginoso insieme, cioè che ogni opera giunta fino a noi è stata toccata da molte mani, e ogni mano ha lasciato un segno, un errore, una svista, una correzione arbitraria. Per questo l’ecdotica - dal greco ekdosis, “pubblicazione” - si dedica a depurare il testo da tutto ciò che non gli appartiene, restituendogli la sua voce originaria. È una disciplina formalizzata nel Novecento da Henri Quentin, ma affonda le radici nel lavoro dei filologi antichi: un’arte rigorosa che non riguarda la storia o lo stile, sibbene la materia stessa del testo, la sua “carne verbale”.

L’ecdotica, dunque, detta anche filologia testuale, è l’insieme dei principi scientifici, delle metodologie e delle tecniche con cui si ricostruisce un testo antico o moderno nella forma più vicina possibile a quella voluta dall’autore. È un lavoro necessario perché, prima dell’invenzione della stampa, i testi venivano copiati a mano dagli amanuensi, e ogni copista - anche il più scrupoloso - commetteva errori: un salto di parola o di riga, la sostituzione di un termine raro con uno più comune, una correzione arbitraria di ciò che sembrava incomprensibile. Quando l’autografo è perduto, ciò che resta è una tradizione di copie piene di varianti contrastanti. L’ecdotica analizza tutti questi testimoni per risalire all’archetipo, cioè al modello più vicino a quello originale.

Il procedimento classico è il metodo stemmatico, noto come Metodo di Lachmann. Si parte dalla recensio, il censimento e la collazione dei manoscritti: si raccolgono tutte le copie superstiti e si confrontano parola per parola, registrando ogni divergenza. Da qui nasce lo stemma codicum, l’albero genealogico della tradizione, costruito grazie agli errori comuni che rivelano rapporti di parentela tra i codici. Una volta stabilite queste relazioni, il filologo procede alla selectio e all’emendatio: sceglie la variante più vicina all’originale e corregge le lezioni sbagliate. Qui entrano in gioco criteri oggettivi, come la lectio difficilior, che privilegia la forma più difficile perché è più probabile che un copista l’abbia semplificata, non complicata. Quando nessun manoscritto conserva la lezione corretta, il filologo interviene con una congettura, una correzione ragionata basata sulla grammatica, sullo stile dell’autore e sulla logica del testo.

Il risultato è l’edizione critica: il testo ricostruito accompagnato dall’apparato critico, una nota in calce che registra tutte le varianti scartate e spiega ogni scelta. L’apparato è la garanzia scientifica dell’edizione, perché permette al lettore di verificare ogni passaggio.

Gli esempi chiariscono. Il saut du même au même è un errore tipico: il copista vede due parole uguali a breve distanza e salta tutto ciò che sta in mezzo. La lectio difficilior si applica quando una forma arcaica come scotano convive con una forma banalizzata come scuotono: la prima è quasi certamente quella autentica. Ma l’ecdotica non riguarda solo testi antichi: anche autori moderni come Leopardi o Manzoni hanno lasciato abbozzi, varianti, ripensamenti. Studiare queste stratificazioni permette di ricostruire la genetica del testo, come nel passaggio da Fermo e Lucia ai Promessi Sposi.



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mercoledì 19 agosto 2026

Quando il riflessivo inganna: capire l’accordo per non sbagliare più

 Quel dubbio ricorrente tra “vi siete mai chiesti” e “vi siete mai chiesto” che tradisce molto più di quanto sembri

Spesso, nello scrivere (ma anche nel parlare), viene il dubbio se si debba dire vi siete mai chiesti o vi siete mai chiesto e locuzioni simili. È un’esitazione comune, perché quelle particelle pronominali – mi, ti, si, ci, vi – sembrano tutte uguali, mentre dietro nascondono tre meccanismi diversi: riflessivo vero, riflessivo apparente e riflessivo reciproco. Capire come funzionano permette di dissipare il dubbio senza incertezze e, soprattutto, di padroneggiare l’accordo del participio passato, che è il punto dove la lingua inciampa più facilmente.

Quando parliamo di verbo riflessivo vero (o proprio, o diretto), intendiamo una costruzione in cui il soggetto compie un’azione che ricade su sé stesso, e la particella pronominale ha valore di complemento oggetto. La frase classica è: mi lavo, cioè lavo me stesso; ti pettini = pettini te stesso; si veste = veste sé stesso. In questi casi soggetto e oggetto coincidono: il pronome non è un semplice orpello, sostituisce un vero oggetto diretto. Nella forma esplicita, infatti, la frase si può parafrasare con lava sé stesso, pettina sé stesso, veste sé stesso. Questo è il riflessivo pieno, quello che di solito si ha in mente quando si parla di riflessivi. Nei tempi composti, i riflessivi usano sempre l’ausiliare essere: mi sono lavato, ti sei pettinata, si è vestito. L’accordo del participio passato segue la regola generale dei verbi con essere: il participio si accorda con il soggetto in genere e numero. Perciò: Maria si è lavata, i ragazzi si sono pettinati, le bambine si sono vestite. Il pronome riflessivo non influisce sull’accordo: è il soggetto che “comanda”. In analisi logica la particella si analizza come complemento oggetto, perché è su questa che si riflette l’azione. È questo che distingue il riflessivo vero dalle altre forme.

Il riflessivo apparente (o improprio, o indiretto) ha la stessa faccia del riflessivo vero – sempre quelle particelle mi, ti, si, ci, vi, si – ma la struttura è diversa: l’azione non ricade direttamente sul soggetto, sibbene su un altro oggetto, e la particella pronominale ha la funzione di complemento di termine. Un esempio tipico: mi lavo le mani. Qui l’oggetto diretto dell’azione è le mani; il pronome mi significa a me, cioè lavo le mani a me stesso. Allo stesso modo: Francesca si lava i capelli = lava i capelli a sé; vi comprate un libro = comprate un libro a voi stessi; ci stiriamo le camicie = stiriamo le camicie a noi stessi. La particella non sostituisce un oggetto diretto, ma indica il destinatario dell’azione: è un complemento di termine. Per questo si parla di riflessivo apparente: la forma è riflessiva, ma la funzione non è quella del riflessivo vero.

Per quanto riguarda l’accordo, però, la morfologia resta quella dei riflessivi veri: ausiliare essere nei tempi composti e participio passato che si accorda con il soggetto. Dunque: mi sono lavato le mani, ti sei stirata la camicetta, si è pettinato i capelli, ci siamo comprati un libro, vi siete fatti una passeggiata, si sono mangiati una pizza. Il participio (lavato, stirata, pettinato, comprati, fatti, mangiati) si accorda con il soggetto (io, tu, lui/lei, noi, voi, loro), non con il complemento oggetto. È per questo che diciamo vi siete mai chiesti e non vi siete mai chiesto: il soggetto è plurale (voi), e il participio si adegua al plurale, anche se il verbo chiedersi è riflessivo apparente e la particella vi ha valore di complemento di termine. La regola dell’accordo non cambia: conta il soggetto, non la pienezza del riflessivo.

Esiste, è vero, una possibilità letteraria: Giulio si è lavate le mani, con accordo del participio sull’oggetto diretto. È attestata, ma oggi è percepita come scelta marcata, quasi arcaizzante. La forma neutra, “standard”, resta l’accordo col soggetto: Giulio si è lavato le mani.

Il riflessivo reciproco è un altro caso di riflessivo improprio: la particella pronominale non indica un’azione che il soggetto compie su sé stesso, ma un’azione scambiata tra due o più soggetti, nel senso di l’un l’altro. La forma è sempre plurale: ci, vi, si. Se dico noi ci salutiamo, non intendo ognuno saluta sé stesso, ma ognuno saluta l’altro: l’azione è reciproca. Altri esempi: Marco e Giorgia si telefonano spesso (ognuno telefona all’altro), voi non vi parlate più (ognuno non parla più all’altro), quei due si guardano in cagnesco (ognuno guarda l’altro in cagnesco), ci siamo conosciuti a scuola (ognuno ha conosciuto l’altro). Anche qui, nei tempi composti l’ausiliare è essere: ci siamo salutati, vi siete abbracciati, si sono picchiati, ci siamo scritti per anni. L’accordo del participio passato segue ancora una volta il soggetto: noi ci siamo salutati (maschile plurale), noi ci siamo salutate (femminile plurale), voi vi siete abbracciati, voi vi siete abbracciate, Marco e Giorgia si sono telefonati, le ragazze si sono scritte per anni. La particella pronominale, in analisi logica, non è complemento oggetto, ma esprime la reciprocità dell’azione; tuttavia, sotto il profilo morfologico, la costruzione resta riflessiva e si comporta come tale: ausiliare essere e accordo con il soggetto. È importante non confondere il riflessivo reciproco con il riflessivo vero: noi ci laviamo (ognuno lava sé stesso) è riflessivo vero; noi ci salutiamo (ognuno saluta l’altro) è riflessivo reciproco. La forma esterna è identica, ma il significato cambia.

Fin qui abbiamo visto tre famiglie che condividono la stessa struttura formale (pronome riflessivo + verbo) e la stessa morfologia nei tempi composti (ausiliare essere, accordo del participio con il soggetto), ma differiscono per il ruolo della particella: complemento oggetto nel riflessivo vero, complemento di termine nel riflessivo apparente, marcatore di reciprocità nel riflessivo reciproco. In tutti e tre i casi, però, la regola dell’accordo è stabile: il participio passato si accorda con il soggetto, non con il pronome, non con l’eventuale oggetto diretto. È questo che permette di sciogliere dubbi come vi siete mai chiesti / vi siete mai chiesto: il soggetto è voi, quindi il participio deve essere plurale, indipendentemente dal fatto che chiedersi sia riflessivo apparente e che vi non sia complemento oggetto.

Per completezza, vale la pena accennare ai verbi pronominali, che spesso vengono affiancati ai riflessivi impropri. Sono verbi che esistono solo con la particella pronominale (o che con la particella cambiano significato), ma quest’ultima non ha un ruolo sintattico vero e proprio: non è né complemento oggetto né complemento di termine. Esempi: accorgersi, pentirsi, vergognarsi, arrabbiarsi, ribellarsi, imbattersi. Si dice: mi sono accorto dell’errore, si è pentito, ci siamo lamentati, si è vergognata, ci siamo arrabbiati. Anche qui l’ausiliare è essere e il participio si accorda con il soggetto: mi sono accorta, si sono pentiti, ci siamo lamentate. Per quanto attiene all’accordo, dunque, i verbi pronominali si comportano come i riflessivi: la particella non cambia la regola, che resta sempre la medesima.

Se proviamo a riassumere in modo operativo, per l’uso concreto, possiamo tenere a mente poche linee guida semplici. Prima: quando vedi un verbo con mi, ti, si, ci, vi, si, chiediti che cosa fa quella particella. Se sostituisce un oggetto diretto (mi lavo = lavo me stesso), sei davanti a un riflessivo vero. Se c’è un altro oggetto diretto e la particella significa a me, a te, a sé (mi lavo le mani), sei davanti a un riflessivo apparente. Se l’azione è scambiata tra più soggetti (ci salutiamo, si telefonano), sei davanti a un riflessivo reciproco. Seconda: nei tempi composti, tutti questi verbi usano essere come ausiliare. Terza: il participio passato si accorda sempre con il soggetto, in genere e numero, indipendentemente dal tipo di riflessivo. Quarta: la particella pronominale non comanda l’accordo; è il soggetto che decide se dire lavato/lavata, chiesto/chiesta, salutati/salutate.

L’impressione, a prima vista, è quella di un sistema complicato; in realtà, una volta separati i piani – che cosa fa la particella, dove va l’azione, chi è il soggetto – la regola dell’accordo è sorprendentemente uniforme. Il riflessivo vero, il riflessivo apparente e il riflessivo reciproco si comportano, morfologicamente, come un’unica famiglia: ausiliare essere e participio che guarda sempre al soggetto. Il resto è finezza di analisi, utile per capire meglio la struttura della frase, ma non cambia il modo in cui si coniuga. Ed è proprio questa coerenza che permette di sciogliere dubbi pratici senza esitazioni: vi siete mai chiesti è la forma corretta, perché voi è plurale, e il participio non può che seguirlo.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Uccide la compagna a coltellate davanti ai figli vicino Roma: “Sono stato io”

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Correttamente: vicino a Roma. Treccani: vicino a casa

L’uso di vicino senza preposizione è dunque scorretto, anche se risulta abbastanza comune e diffuso da tempo

in un appartamento di Riano, vicino Roma («La Repubblica»).  Si veda anche qui.












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