lunedì 9 marzo 2026

Una vocale, due mondi: l’eterna confusione tra ‘insediare’ e ‘insidiare’

 Quando una “e” e una “i” cambiano tutto: storia, significato e scivoloni linguistici di due verbi quasi gemelli

Capita spesso che, in un discorso o in un articolo, qualcuno scriva “il nuovo direttore si è insidiato alla guida dell’azienda”. Un’immagine involontariamente comica: sembra quasi che il direttore, invece di prendere possesso delle sue funzioni, abbia iniziato a tramare contro l’azienda stessa. Il motivo è semplice: insediare e insidiare non hanno nulla in comune, se non l’aspetto grafico.

Insediare deriva dal latino insediāre, formato da in e sedes (“sede”). Significa letteralmente “mettere in sede”, “collocare in un posto”, e da qui il suo uso istituzionale e formale: si insedia un governo, un consiglio, una commissione, un sindaco. È un sintagma che sa di cerimonia, di protocollo, di inizio ufficiale. Anche in senso riflessivo mantiene questa idea di stabilirsi in un luogo o in una funzione: “la comunità si insediò nella valle”, “il nuovo presidente si è insediato ieri”.

Insidiare, invece, ha un’origine completamente diversa: viene da insidiae, “trappola”, “agguato”. È un verbo che porta con sé un’ombra di pericolo, di minaccia, di pressione ostile. Si insidia qualcuno quando lo si mette in difficoltà, lo si minaccia, lo si tormenta. Un predatore insidia la preda, un rivale insidia un primato, una malattia insidia la salute. È un verbo che vive nel territorio dell’insidia, appunto: qualcosa di nascosto, subdolo, in agguato.

La distanza semantica tra i due verbi è così ampia che, quando vengono confusi, il risultato è spesso involontariamente ironico. Qualche anno fa circolò in Rete la foto di un cartello comunale che annunciava: “Il nuovo consiglio comunale si insidierà lunedì alle ore 18”. L’ironia fu immediata: sembrava che il consiglio stesse preparando un colpo di mano, non una seduta inaugurale. È un esempio perfetto di come una sola vocale possa ribaltare completamente il senso di una frase.

La cosa interessante è che entrambi i verbi hanno un uso molto stabile e poco ambiguo: insediare appartiene al linguaggio istituzionale, amministrativo, storico; insidiare vive invece nel campo della minaccia, del rischio, della competizione. Non si sovrappongono mai, non condividono contesti, non si prestano a doppie letture. Eppure la loro somiglianza grafica continua a trarre in inganno, forse perché la nostra mente tende a riconoscere le parole per blocchi visivi più che per analisi letterale.

Vale quindi la pena ricordare una piccola regola mnemonica: insediare contiene sede, e infatti riguarda l’atto di prendere posto; insidiare contiene insidia, e infatti riguarda il pericolo. Una vocale diversa, due mondi opposti.

E, come spesso accade in italiano, la lingua ci ricorda che basta un soffio per cambiare tutto: una lettera può essere un luogo o una trappola.

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“Non si può cavar lana da una capra”

“Non si può cavar lana da una capra” è uno di quei proverbi che sembrano un reperto folcloristico, e invece fotografano con precisione un “meccanismo” umano ancora attualissimo: pretendere ciò che l’altro non può dare. Nel Cinquecento, quando l’espressione circolava nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale, l’immagine era ovvia. La pecora dà lana, la capra no. Eppure continuiamo ancora a ignorare questa semplicità elementare quando si tratta di persone.

Il messaggio è chiaro: non si può chiedere a qualcuno ciò che non rientra nelle sue possibilità, nelle sue competenze o nel suo carattere. Non è questione di impegno, ma di natura. In un’epoca che celebra la flessibilità come se fosse onnipotenza, questo vecchio proverbio contadino suona sorprendentemente moderno. È un invito a calibrare le aspettative, a riconoscere i limiti senza trasformarli in colpe.

Gli esempi contemporanei sono quotidiani. È come affidare un compito di precisione a chi vive nel caos, o aspettarsi sensibilità da chi non ha gli strumenti emotivi per offrirla. È come pretendere creatività da chi ragiona solo per procedure, o rapidità da chi ha bisogno di tempo per elaborare. In tutti questi casi, la frustrazione nasce più dall’illusione che dalla realtà: il problema non è la capra, ma l’idea ostinata che possa produrre lana.

Questo proverbio sopravvive perché smaschera un’illusione ricorrente: la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che è possibile. Ricordarlo non significa rinunciare alle ambizioni, ma evitare delusioni inutili. E forse è proprio questa la sua forza: un frammento di saggezza contadina che, secoli dopo, continua a parlare a chi vive tra scadenze, riunioni e aspettative spesso fuori misura.










(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


domenica 8 marzo 2026

La nozione di testa nella struttura frasale

 Una prospettiva teorica sulla gerarchia sintattica e sui meccanismi di dislocazione


Q
uando a scuola si studia la grammatica, l’attenzione si concentra spesso sulle etichette: nome, verbo, aggettivo, soggetto, complemento oggetto. Si parla molto meno di come queste parole stiano insieme, di chi regga davvero la struttura della frase. La linguistica moderna mette al centro un concetto fondamentale: la testa. Capire che cos’è la testa di una costruzione significa guardare la sintassi dall’interno, non più come un elenco di regole, ma come un sistema vivo di relazioni.

In un sintagma, la testa è l’elemento che determina la categoria del gruppo, ne controlla l’accordo, seleziona i possibili compagni e porta il significato principale. Nel sintagma nominale “il vecchio libro di storia”, la testa è “libro”: senza di lui, la struttura perde senso. Nel sintagma verbale “ha mangiato troppo”, la testa è il verbo, che decide quali complementi sono possibili. Nel sintagma preposizionale “con gli amici”, la testa è la preposizione, che richiede un complemento e definisce il tipo di relazione.

Allargando lo sguardo alla frase intera, la testa globale dell’italiano è quasi sempre il verbo. È il verbo che struttura la frase, che chiama un soggetto, che può richiedere un oggetto, che “predispone” lo spazio per altri complementi. Anche quando gli elementi si spostano, il verbo rimane il centro di gravità della struttura.

È proprio qui che “scendono in campo” le cosiddette dislocazioni. Si tratta di costruzioni in cui un costituente viene spostato dalla sua posizione canonica e collocato a sinistra o a destra della frase, spesso accompagnato da un pronome clitico che lo riprende. Il fine non è creare confusione, ma organizzare l’informazione: mettere in rilievo un elemento, introdurre un tema, chiarire un riferimento, modulare il ritmo dell’enunciato.

Nella dislocazione a sinistra, l’elemento viene anticipato: “La pizza, l’ho mangiata ieri”; “A Marco, gli ho parlato stamattina”. Serve soprattutto a introdurre il tema del discorso, ciò di cui si parla. Nella dislocazione a destra, l’elemento viene posticipato: “L’ho mangiata ieri, la pizza”; “Gliel’ho detto stamattina, a Marco”. Qui la funzione è spesso chiarificatrice o aggiuntiva, come un’informazione che completa o precisa ciò che è stato detto.

Il pronome clitico non è un’aggiunta superflua: segnala che, sotto il profilo sintattico, l’argomento resta legato al verbo nella sua posizione logica, anche se in superficie è stato spostato. La testa continua a governare la struttura; l’elemento dislocato (a destra o a sinistra) agisce soprattutto sul piano pragmatico.

Le dislocazioni non modificano la “gerarchia” profonda della frase: il verbo resta la testa, gli argomenti restano dipendenti da questo, e ciò che cambia è soltanto l’ordine lineare. La frase ha uno scheletro stabile e una superficie flessibile, che può essere modellata per esigenze di enfasi, chiarezza o naturalezza. L’italiano sfrutta questa distinzione tra sintassi e pragmatica per rendere la comunicazione più espressiva e più vicina al parlato reale.

La testa, insomma, dà struttura alla frase; le dislocazioni le danno voce.

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“Essere dei primi palchi”

C’era un tempo in cui Roma non era soltanto una città, ma un palcoscenico naturale. Le sue strade erano quinte, i palazzi scenografie, e i salotti delle famiglie nere - Colonna, Orsini, Borghese, Massimo - veri teatri privati dove la conversazione era un’arte e il rango un linguaggio silenzioso. In quell’universo di velluti, carrozze e cerimonie misurate, ogni gesto aveva un significato preciso e ogni parola un eco (sic!) sociale. È in questo mondo sospeso, a metà tra mondanità e devozione, che nasce l’espressione “essere dei primi palchi”, una formula che non descrive soltanto un posto a teatro, ma un’intera "geografia del prestigio".

L’origine è semplice e, proprio per questo, rivelatrice. Nei teatri romani dell’Ottocento - il Teatro Argentina, l’Alibert, l’Apollo (questi ultimi due ora scomparsi) - i palchi non erano tutti uguali. I più vicini al proscenio, i più esposti allo sguardo del pubblico, erano riservati alle famiglie che contavano davvero. Non si compravano: si ereditavano, come un titolo o un blasone. Sedersi lì significava appartenere a un ceto sociale che non aveva bisogno di dichiararsi. Bastava essere visti, e il resto lo faceva la tradizione.

Da questa consuetudine nasce il modo di dire “essere dei primi palchi”. Dire che una persona era “dei primi palchi” equivaleva a riconoscerne il lignaggio, la solidità del casato, la sua naturale presenza nei luoghi dove si decideva - o si suggeriva - il destino sociale della città. Era un’espressione discreta, quasi un codice interno, che distingueva la nobiltà storica da chi aveva solo ricchezza recente o ambizioni troppo rumorose. Un modo di dire che non giudicava: classificava.

Eppure, nonostante il mondo che lo ha generato sia scomparso, questo idiomatismo conserva una sorprendente attualità. Perché, anche se i teatri non sono più il centro della vita mondana, esistono ancora “primi palchi” simbolici: posizioni, ambienti, cerchie in cui l’ingresso non si compra e non si chiede, ma si ottiene per riconoscimento implicito. Usarlo oggi significa richiamare, con un tocco di ironia e di grazia, l’idea di un privilegio che non si ostenta e di un prestigio che non ha bisogno di essere spiegato. In fondo, i palchi cambiano, ma la platea resta sempre la stessa.

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Gli auguri di questo portale alle gentili lettrici, nella ricorrenza della loro festa.

























(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


sabato 7 marzo 2026

La faccia che abbiamo, il viso che mostriamo, il volto che ci racconta

 Un viaggio nelle sfumature più intime della lingua italiana


N
ella lingua italiana, la ricerca della precisione lessicale non è un vezzo da puristi, ma un modo per rendere giustizia alla complessità del pensiero. È sorprendente quanto spesso utilizziamo faccia e viso come se fossero perfettamente intercambiabili, pedine identiche sulla scacchiera del discorso. Eppure basta soffermarsi un attimo (non “attimino”, per carità!) per scoprire che queste due parole, pur indicando la stessa regione del corpo, illuminano sfumature molto diverse: la faccia sembra restare ancorata alla materia, alla biologia, talvolta persino all’urto sociale; il viso, invece, si veste di una luce più nobile, quasi contemplativa.

La loro divergenza affonda le radici nell’etimologia. Faccia discende dal latino facies, che indicava la “forma”, l’aspetto esteriore, la superficie delle cose. Non è un caso che in geometria parliamo ancora delle “facce” di un solido: superfici, piani, materia. Viso, invece, proviene da visus, participio passato di vidēre, “vedere”: significa “vista”, “ciò che si vede”. È un termine che porta con sé un’aura di percezione, di delicatezza, come se il viso fosse ciò che si offre allo sguardo. E accanto a questi due lessemi si colloca il volto, dal latino vultus, parola che in origine indicava l’espressione, il manifestarsi del carattere e della volontà. Se la faccia è materia e il viso è percezione, il volto è ciò che esprimiamo.

Queste differenze si notano con evidenza non appena si entra nei linguaggi specialistici. In medicina si parla di nervo facciale, di ossa della faccia: qui conta la struttura, la fisicità, l’oggettività. Un pittore, un fotografo o un’estetista, invece, lavorano sul viso, cercando armonie, proporzioni, luci. E nella vita quotidiana, la scelta del termine può cambiare il tono di un’intera frase: dire a qualcuno che ha una “bella faccia” rischia di suonare brusco, quasi triviale, mentre “bel viso” è un complimento che accarezza.

Il vero confine, però, è negli usi figurati. La faccia domina il territorio della morale, della vergogna, dell’audacia: si ha la faccia tosta, si perde la faccia, ci si mette la faccia, si ha una faccia di bronzo, si hanno due facce. Sono locuzioni che parlano di conflitto, di sfida, di giudizio sociale. Il viso, invece, conserva una limpidezza quasi etica: agire a viso aperto significa muoversi con sincerità, e far diventare il viso rosso - espressione più letteraria - richiama il turbamento, la timidezza. La faccia è il campo di battaglia; il viso è la superficie della trasparenza.

In questo gioco di sfumature si inserisce anche un aneddoto spesso attribuito a Victor Hugo: lo scrittore francese avrebbe osservato che ogni uomo nasce con una faccia e muore con un volto, a indicare che la vita, con le sue scelte morali, scolpisce i tratti grezzi della natura fino a trasformarli in espressione dell’anima. È un pensiero potente, benché non attestato in una fonte certa, più vicino alla tradizione aneddotica che alla filologia. Più documentata è invece la fortuna degli idiomatismi, come quello del diplomatico che, rimproverato per aver dato della “faccia di bronzo” a un superiore, tentò di cavarsela sostenendo che lo stava paragonando a un monumento eterno. Una difesa creativa, certo, ma inutile: il sintagma “faccia” porta con sé un’eredità di irriverenza che nessun gioco retorico può cancellare.

Per concludere, scegliere tra faccia e viso non è una questione di pedanteria, ma di sensibilità linguistica. La faccia si lava, il viso si accarezza. La faccia si schiaffeggia, sul viso si legge il dolore. E in questa differenza sottile, ma decisiva, si nasconde tutta la ricchezza dell’italiano. Non è il volto a cambiare la lingua: è la lingua a cambiare il volto.

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Qualche curiosità


I
l nostro idioma, cantabile per eccellenza, è ricco di parole tratte dal mondo agricolo e trasportate in quello cosí detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c'è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole "contadinesche" nobilitate dall'uso. Tra queste le piú numerose sono quelle tratte dagli alberi. Vediamo assieme le piú comuni e, ovviamente, le piú conosciute (ma adoperate inconsciamente). Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo "tronco" confrontiamo la struttura del tronco umano con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di "radice", di "ramo", di "ceppo" e, un po' scherzosamente, di "rampolli". E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla "coltura", vale a dire alla "coltivazione"? Una persona si dice colta quando "coltiva", appunto, l'animo, la mente. E cosí il "culto", che in latino valeva innanzi tutto "coltivazione" ha finito con l'acquisire l'accezione specifica di "onore reso alla divinità". 

 E a proposito di cultura, taluni usano indifferentemente questo sintagma riferito all'attività dello spirito, dell'animo, della mente e a quella, chiamiamola, "campestre": la cultura delle viti. È bene fare, invece - ed è un obbligo per chi ama la lingua - un distinguo. Nel significato di educazione morale, intellettuale, useremo "cultura" (con la "u"): avere un'ottima cultura, una cultura mediocre; nell'accezione, invece, di "coltivazione del terreno" adopereremo "coltura" (con la "o"): la coltura degli ortaggi, la floricoltura, la viticoltura ecc.

 Per concludere queste modeste noterelle sull'uso di parole che potremmo definire  nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa, che "gli ostaggi sono stati crivellati di colpi" dai terroristi? Il crivello, come si sa, è uno strumento con il quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, "fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello".

































(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


 

venerdì 6 marzo 2026

L’eco della colpa nelle parole

 Accusare e imputare: la storia sottile di ciò che attribuiamo agli altri

L’uso dei verbi accusare e imputare è uno di quei casi in cui la lingua italiana intreccia storia, diritto e sfumature psicologiche. A prima vista sembrano equivalenti, ma il loro percorso etimologico e i loro impieghi mostrano differenze sottili che vale la pena conoscere per usarli con precisione.

Entrambi affondano le radici nel latino, ma da strade diverse. Accusare deriva da accusare, formato da ad- e causa: letteralmente “chiamare in causa”, “portare davanti a una causa”. È un verbo che nasce nel linguaggio giuridico romano, dove indicava l’atto di muovere una contestazione formale. Imputare viene da imputare, composto da in- e putare, cioè “calcolare”, “stimare”, “ritenere”. In origine significava “attribuire a un conto”, e solo in seguito ha assunto il valore di “attribuire una responsabilità”, mantenendo sempre un’aura più tecnica e amministrativa.

Questa differenza di origine si riflette ancora oggi nelle varie accezioni. Accusare è un verbo ampio, che può indicare l’atto formale di denunciare qualcuno per un reato, ma anche un gesto quotidiano: accusare un collega di negligenza, accusare un amico di aver mentito, accusare un avversario politico di incoerenza. Ha un’estensione semantica che va dal tribunale alla conversazione informale, fino al linguaggio figurato: si può “accusare il colpo”, cioè mostrare di aver subito un danno morale o psicologico, oppure “accusare la stanchezza”, quando il corpo manifesta i segni della fatica.

Imputare, al contrario, conserva un carattere più formale. Nel diritto penale indica l’attribuzione ufficiale di un reato a una persona: si diventa “imputati” quando l’accusa assume una forma giuridica precisa. Fuori del tribunale, imputare mantiene comunque un tono tecnico: si imputano spese, si imputano responsabilità in un rapporto, si imputano errori di gestione. È raro sentirlo in una lite quotidiana o in un contesto emotivo; difficilmente qualcuno direbbe “ti imputo di avermi ferito”, mentre “ti accuso” è perfettamente naturale.

Qualche esempio chiarisce bene la distanza: “Lo accusò di avergli rubato il portafoglio” può essere una frase detta in strada, mentre “gli imputarono il reato di peculato” appartiene chiaramente al linguaggio giudiziario. Allo stesso modo, “accusò il freddo pungente” è un uso figurato comune; “imputò il ritardo al traffico intenso” è invece un modo neutro e quasi burocratico di attribuire una causa.

Curiosamente, nella Roma antica l’accusatore era una figura pubblica e spesso ambita: chi accusava un potente poteva guadagnare prestigio o favori politici. Cicerone stesso costruì parte della sua carriera sulle accusationes celebri, come quella contro Verre. L’atto di imputare, invece, era più vicino alla contabilità e alla gestione amministrativa, e solo con l’evoluzione del diritto penale ha assunto il significato che conosciamo oggi.

Per concludere queste noterelle, accusare è un verbo elastico, capace di muoversi tra diritto, morale e quotidianità, mentre imputare è più rigido, tecnico, legato all’attribuzione formale di una responsabilità. Conoscerne la differenza permette di scegliere il tono giusto e di evitare sfumature involontarie, soprattutto nei contesti in cui precisione e chiarezza sono fondamentali.

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 “Artistrada”, il nome perfetto per l’artista itinerante


G
entile direttore, in merito alla sua proposta di introdurre il termine artistrada, non posso che plaudire a una simile iniziativa di pulizia e nobilitazione linguistica.

C’è un vizio di forma nella nostra lingua, una sorta di pigrizia descrittiva che ci costringe a usare locuzioni chilometriche laddove servirebbe il colpo di fioretto di un sostantivo unico. Ci riempiamo la bocca di "artisti di strada", un’espressione che sa di verbale dei vigili urbani o di frettolosa indicazione logistica. Ma l'artista non è "della" strada come lo è un cartello stradale; l'artista "abita" la strada, la trasfigura, la accende. Non si tratta di un inutile sfoggio di modernismo, né di un termine barbaro di cui la nostra lingua, purtroppo, è infarcita.

Artistrada è una formazione squisitamente italiana, una parola aplologica che segue gli eccellenti esempi di cantautore o cartolibreria. La fusione è così naturale da eliminare la cacofonia delle preposizioni e restituire compattezza a una figura che, finora, mancava di un nome proprio che ne sancisse la dignità professionale.

Mentre il vanveriere si perde in un inutile parlottismo (due suoi magistrali neologismi) agli angoli delle piazze, l'artistrada compie un gesto di civiltà: democratizza il bello. Non è un occupante abusivo di suolo pubblico, ma un professionista del paesaggio urbano. Definirlo con un termine unico significa riconoscergli lo stesso statuto che potrebbe avere il masegnatore (altra sua squisita neoformazione) che cura le calli di Venezia.

Quando sentiamo un violino che si accende tra i portici, non assistiamo a un evento accidentale, ma all'opera di un artistrada. È un termine che brilla per trasparenza: non serve il dizionario per comprenderlo, basta l'orecchio. È una parola che "fa piazza", che crea comunità, che nobilita il grigio del selciato. D’ora in avanti, dunque, bando alle lungaggini: chiamiamoli col loro nome. Restituiamo a chi ci regala un sorriso tra un semaforo e un portone il diritto a un sostantivo che sia all'altezza del suo talento. Artistrada, insomma, è il nome perfetto per l’artista itinerante.

Severino Principini

(docente emerito di lingua italiana nei licei)
















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giovedì 5 marzo 2026

La lingua e il bisturi

Come eliminare «ad opera di» e restituire nitidezza al testo

Ci sono espressioni che usiamo senza pensarci, come tic linguistici che si infilano nelle frasi e si accomodano lì, tranquille, finché qualcuno non ci fa notare che stonano. «Ad opera di» è una di queste: una locuzione che sembra innocua, quasi inevitabile, e che invece porta con sé un’ombra di verbale, un eco (sic!) da corridoio ministeriale. È il tipo di formula che si insinua nella scrittura quando la scrittura smette di essere scelta e diventa automatismo. Eppure basta un bisturi - metaforico, s’intende - per restituire alla frase un profilo più nitido: «per opera di».

La differenza non è un capriccio da puristi, ma una questione di precisione e di ritmo. La preposizione per indica con naturalezza il mezzo, l’agente, la causa efficiente. È una porta che si apre senza cigolare. «Il restauro è avvenuto per opera di un noto architetto» scorre con una linearità che «ad opera di» non riesce a imitare. La prima formula ha il passo di una frase ben calibrata; la seconda trascina con sé un tono amministrativo che appesantisce anche il pensiero.

E poi c’è il gioco delle sfumature, che è il vero terreno su cui si misura la maturità di una lingua. Non tutto ciò che viene compiuto merita la stessa preposizione. Quando il risultato è positivo, la nostra tradizione ci offre un’espressione limpida: «per merito di». Quando invece l’esito è negativo, non c’è bisogno di eufemismi: «per colpa di» o «a causa di» dicono ciò che devono dire, senza veli. E «per mano di» aggiunge un colore narrativo, quasi epico, perfetto per raccontare azioni decisive, talvolta drammatiche. Ogni scelta apre una sfumatura, e ogni sfumatura racconta un’intenzione.

Curare la lingua, insomma, non è un esercizio di pedanteria, ma un atto di attenzione verso chi legge. È come preparare una stanza prima di accogliere un ospite: non si tratta di ostentare ordine, ma di creare uno spazio in cui l’altro possa muoversi senza inciampi. Scegliere «per opera di» al posto di «ad opera di» è un dettaglio, certo, ma i dettagli sono la prima cosa che si nota quando mancano. E sono anche ciò che distingue un testo che respira da uno che annaspa.

Se c’è un piacere nella scrittura, è proprio questo: scoprire che basta poco - una preposizione, un gesto minuscolo - per far brillare una frase.

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"Artistrada"

Il nome nuovo di chi accende la città con un gesto, un suono, una presenza


C’
è un momento, nelle città, in cui il quotidiano si incrina e lascia filtrare qualcosa di inatteso: un violino che si accende tra i portici, un giocoliere che trasforma un incrocio in una pista da circo, un mimo che strappa un sorriso anche al passante più distratto. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo vissuto quella piccola sospensione del tempo. Eppure, per definire chi compie queste magie, continuiamo a usare un’espressione lunga, descrittiva, quasi burocratica: artista di strada. È curioso che una lingua ricca e precisa come quella di Dante e di Manzoni non abbia mai trovato un nome vero per questa figura, un nome che non indichi solo dove si esibisce, ma chi è, restituendole dignità, identità e riconoscimento, come accadeva un tempo con i mestieri: il falegname, il cantastorie, il burattinaio.

Chiunque abbia assistito alle improvvisazioni dei musicisti sul Ponte Vecchio a Firenze o alle acrobazie degli equilibristi nei vicoli di Napoli sa che non si tratta semplicemente di “artisti che stanno in strada”. Sono qualcosa di più: sono artistrada. Custodi di un’arte che vive solo nel contatto diretto con la città, con il suo respiro, con il suo ritmo. Proprio osservando questa mancanza di un nome proprio è nato il neologismo: dalla necessità di colmare un vuoto linguistico con una parola che sembra essere sempre esistita, ma che nessuno aveva ancora pronunciato. La fusione tra artista e strada è naturale, quasi inevitabile: non produce cacofonie, non richiede preposizioni, non appesantisce il ritmo. È una parola macedonia, come cantautore, cantattore, che conserva l’eufonia dell’italiano e restituisce compattezza a una professione che vive di immediatezza e relazione.

Sostituire una locuzione con un termine unico non è un vezzo stilistico: è un atto di riconoscimento. Dire artista di strada suggerisce una collocazione provvisoria, quasi accidentale; dire artistrada sancisce un’identità professionale. L’artistrada abita lo spazio urbano trasformandolo, rendendo la via o la piazza parte integrante della propria opera; democratizza la bellezza portandola fuori dai circuiti chiusi dei teatri e delle gallerie; sincronizza la propria arte con il transito, adattandosi al ritmo del traffico pedonale e alle atmosfere mutevoli della città. È un interprete che non si limita a esibirsi, ma dialoga con l’ambiente, con le persone, con il tempo stesso.

La forza di questo termine sta nella sua trasparenza: non richiede spiegazioni, note a piè di pagina o etimologie complesse. Chiunque lo ascolti ne coglie subito il significato. È una parola che rispetta lo spirito dell’italiano, capace di essere al tempo stesso sintetica e descrittiva. In un’epoca in cui il paesaggio urbano rischia di diventare sempre più anonimo, la figura dell’artistrada rappresenta un presidio di creatività e umanità. Accogliere questo termine nel linguaggio comune significa non solo arricchire il nostro vocabolario, ma anche tributare il giusto omaggio a chi, con il proprio talento, nobilita il grigio del selciato.

D’ora in avanti, dunque, non parleremo più solo di un’esibizione all’aperto, ma dell’opera preziosa e necessaria dell’artistrada.

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artistràda s. m. e f. [comp. di artista e strada].

  1. Artista che svolge la propria attività nello spazio urbano, trasformando vie, piazze e luoghi pubblici in scenari performativi e instaurando un rapporto diretto con i passanti.

  2. Interprete che integra l’ambiente cittadino nella propria opera, adattandosi al flusso pedonale, alle condizioni del luogo e alle atmosfere del contesto urbano.

◆ Il termine nasce come neologismo per sostituire la locuzione artista di strada, considerata descrittiva ma non identitaria, e per conferire dignità professionale a una figura centrale nella cultura urbana contemporanea.
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




mercoledì 4 marzo 2026

Il verbo migliorare e lo strafalcione del “sempre più”

 

Il verbo migliorare, appartenente alla prima coniugazione, condivide la stessa radice dell’aggettivo migliore. Questa relazione non è solo etimologica ma anche... logica: come non è corretto dire più migliore, allo stesso modo risulta scorretto dire migliora sempre più quando si vuole semplicemente indicare che qualcosa va meglio.

L’aggettivo migliore è già un comparativo di maggioranza e non tollera ulteriori intensificazioni comparative. Il sintagma verbale migliorare (da migliore) significa per tanto “diventare migliore”, quindi contiene già in sé l’idea di un progresso, di un passaggio a uno stato superiore. Aggiungere sempre più equivale a introdurre un secondo comparativo, creando un effetto ridondante e privo di logica. In pratica, migliora sempre più corrisponde concettualmente a diventa sempre più migliore, una costruzione che, se resa esplicita, mostra immediatamente la sua incoerenza oltre che l’agrammaticalità.

L’uso di sempre più accostato a migliorare è dunque uno strafalcione: un’aggiunta pleonastica che non rafforza il significato, ma lo appesantisce e lo distorce. La lingua italiana offre alternative corrette e limpide per esprimere un miglioramento progressivo senza violare la logica del comparativo. Si leggono spesso nelle cronache giornalistiche frasi tipo “ le condizioni del giovane, ricoverato in ospedale, migliorano sempre più”. Correttamente si deve dire che “le condizioni del giovane continuano a migliorare”, oppure che “le condizioni del giovane sono in continuo miglioramento”. In tutte queste forme, l’idea di crescita o continuità è espressa con precisione, senza duplicazioni concettuali.

Molte espressioni entrano nell’uso comune per imitazione, e “migliorare sempre più” è una di queste: suona enfatica, ma è solo un accumulo improprio, per non dire errato, di elementi che dicono la stessa cosa. Curare la lingua significa evitare i doppioni, rispettare la logica interna delle parole e scegliere forme coerenti e pulite.



martedì 3 marzo 2026

Quando falsare inganna e sfalsare disallinea: due verbi simili solo in apparenza

 Una distinzione sottile ma decisiva tra verità tradita e geometrie che non coincidono

Alcune parole italiane sembrano gemelle, ma basta osservarle da vicino per scoprire che percorrono strade molto diverse. Falsare e sfalsare appartengono a questa categoria: condividono una radice, si somigliano nella forma, ma raccontano due storie distinte. Capire come funzionano significa scegliere con precisione la parola appropriata.


L’analisi comparativa dei verbi falsare e sfalsare mette in luce una distinzione netta, nonostante la comune origine dall’aggettivo falso. Entrambi richiamano l’idea di una deviazione da una norma o da un allineamento, ma lo fanno su piani diversi: il primo riguarda la verità e l’integrità, il secondo la struttura e la coordinazione.

Il verbo falsare deriva dal latino falsus, participio passato di fallĕre, “ingannare”. L’etimologia è eloquente: falsare significa rendere qualcosa non più corrispondente al vero, alterarne la natura o la funzione. In senso proprio indica un’azione di contraffazione: si può falsare un documento, una firma, un testamento. In senso figurato si applica a tutto ciò che viene travisato: un pregiudizio può falsare il giudizio su una persona; un eco (sic!) eccessivo può falsare il suono di uno strumento. In ambito tecnico, falsare un meccanismo significa comprometterne il funzionamento, come un tachimetro che segna una velocità superiore a quella reale. Un esempio limpido: Le testimonianze contraddittorie hanno finito col falsare l’intera ricostruzione del processo.

Un episodio più vivido proviene dalle botteghe tipografiche del Settecento. Si racconta che un giovane apprendista, incaricato di comporre una pagina di sermoni, invertì per distrazione due caratteri quasi identici. Quando il maestro se ne accorse - a stampa avvenuta - gli mostrò come quell’unico errore avesse falsato il senso di un passaggio teologico, trasformando un monito severo in una frase dal tono involontariamente leggero. Da allora, tra i tipografi circolava un detto: “Un carattere fuori posto può falsare un’intera verità”.

Il verbo sfalsare nasce invece dall’aggiunta del prefisso s- a falso, ma qui falso non ha nulla (a) che vedere con la menzogna: indica ciò che è fuori asse, non perfettamente in piano. Lo sfalsare riguarda quindi la disposizione di elementi nello spazio o nel tempo. In edilizia si sfalsano i mattoni per evitare l’allineamento delle giunture verticali e garantire maggiore stabilità. Per estensione, il sintagma si applica alla non simultaneità: L’amministrazione ha deciso di sfalsare gli orari di apertura delle scuole e degli uffici. In senso psicologico o figurato indica una sensazione di mancata sincronia, come quando un lungo viaggio può sfalsare il ritmo naturale del sonno e della veglia.

La differenza sostanziale sta, dunque, nell’effetto prodotto: chi falsa introduce un errore, un inganno, un’alterazione della sostanza; chi sfalsa modifica un ordine, una posizione, una successione. Il primo appartiene al campo della qualità (vero/falso), il secondo a quello della geometria e del tempo (allineato/sfalsato). Usarli con proprietà significa restituire con esattezza l’idea di una verità tradita o, diversamente, di una simmetria interrotta.

In fondo, falsare è un tradimento, sfalsare un semplice scarto: il primo inganna, il secondo sposta. E nella lingua, come nella vita, la precisione non è un dettaglio: è un modo per non perdere l’allineamento con ciò che vogliamo davvero dire.



















lunedì 2 marzo 2026

Annasare e annusare: il profumo nascosto delle parole

 Due verbi quasi gemelli che raccontano storie lontane, tra etimologie, usi perduti e falsi amici

Annasare e annusare sono due sintagmi verbali che si somigliano al punto da sembrare quasi intercambiabili, eppure appartengono a due storie diverse della nostra affascinante lingua. La loro vicinanza grafica trae in inganno: basta una vocale per passare da un verbo pienamente vivo e comune a uno che oggi sopravvive solo in tracce regionali o letterarie. Per capire davvero perché non sono equivalenti, bisogna risalire alla loro origine e osservare come nel tempo si siano trasformati.

Ambi i verbi nascono dall’area semantica del naso, ma seguono percorsi differenti. Annusare discende dal latino nāsus (“naso”), e conserva intatto il suo significato originario: avvicinare il naso a qualcosa per percepirne l’odore. È un verbo limpido, concreto, stabile, che attraversa i secoli senza perdere la sua funzione primaria. Annasare, invece, è un derivato popolare di naso che nell’italiano antico significava proprio “annusare”, spesso con un’idea di ricerca insistita, come se il fiutare fosse un modo per orientarsi o per capire qualcosa che non si vede. Con il trascorrere del tempo, però, questo verbo è scivolato ai margini dell’uso, sopravvivendo in alcune aree del Centro-Sud e in qualche pagina letteraria. La sua somiglianza con annaspare - che significa “brancolare, agitarsi” ed è di tutt’altra origine - ha contribuito a creare un terreno fertile per gli equivoci, ma i due verbi non hanno alcun legame etimologico.

Nell’italiano odierno, annusare è il verbo pienamente attivo: indica l’atto di percepire un odore e, in senso figurato, la capacità di intuire qualcosa che sta per accadere. Si può annusare un profumo, un bicchiere di vino, un pericolo, un affare. Annasare, invece, è percepito come arcaico o regionale: può ancora significare “annusare”, ma solo in contesti specifici, spesso legati alla tradizione orale o alla scrittura letteraria. In Toscana, in Umbria o in alcune zone del Lazio, non è raro sentir dire che qualcuno “annasa l’aria” per capire se sta arrivando la pioggia; altrove, la frase suonerebbe insolita o addirittura errata.

Qualche esempio aiuta a chiarire la distanza tra i due usi. Un cane annusa la porta prima di entrare, un “sommelier” annusa un calice per coglierne gli aromi, un giornalista annusa uno scandalo prima che esploda. In un racconto ottocentesco, invece, un personaggio può “annasare il vento” per capire da dove soffia, oppure una nonna può dire di “annasare il sugo” per verificarne il profumo: sono tracce di un italiano che oggi sopravvive soprattutto nella memoria delle parole. Non mancano episodi curiosi: alla fine dell’Ottocento, un giornale toscano ricevette lettere indignate da lettori convinti che “annasare l’aria” fosse un errore, scambiandolo per annaspare. La redazione dovette spiegare che il verbo era antico e legittimo, e la polemica si spense, lasciando però un piccolo caso linguistico.

La distinzione tra i due verbi mostra quanto la lingua sia un organismo vivo, capace di conservare tracce del passato e allo stesso tempo di trasformarsi. Annusare è il verbo dell’uso quotidiano, chiaro e stabile; annasare è un frammento di storia linguistica che riaffiora qua e là, come un fossile ancora leggibile. Una sola consonante li separa, ma dietro quella consonante c’è un mondo fatto di etimologie, evoluzioni e sfumature che vale la pena conoscere.

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Si presti attenzione all’aggettivo “deleterio” che significando ‘dannoso’, ‘nocivo’ e simili è adoperato correttamente solo se riferito a cose concrete, materiali: questo luogo inquinato è “deleterio” per l’uomo. È improprio riferirlo a cose “ideali”, “intellettuali”: queste letture sono “deleterie” per i giovani. Si dirà “piú correttamente”, ‘dannose’, “diseducative” per i giovani. I vocabolari, però...


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Lettera aperta a chi c’ha la lingua stanca

Amico mio,
te scrivo perché, co’ tutto quello che ce passa davanti ogni giorno, me sa che pure a te te serve un momento per rimetterti in sesto. E allora lascia che te presenti un piccolo rito quotidiano che fa miracoli: lo Sciacqualingua.

Perché la lingua, lo sai mejo de me, è come ‘na porta: se nun la curi, s’inceppa; se nun la rinfreschi, s’encarta; e quanno s’encarta… addio chiarezza, addio figura, addio parole dette come Dio commanna.

È un gesto, è ’na abitudine, è ‘na coccola. È quell’attimo in cui te fermi, respiri, e te ricordi che pure la bocca c’ha diritto a un po’ de rispetto. È fresco, leggero, pulito: te leva la pesantezza, te porta via la stanchezza, te lascia solo la voja de parlà bene e de parlà chiaro.

E allora dimme tu: che aspetti?
Fatte sto regalo.
Prendite un minuto, sciacqua la lingua, rinfresca la voce.
Che poi, quanno parli, se sente.
E quanno se sente, se capisce.
E quanno se capisce… beh, er monno t' ascorta mejo.

Con affetto,
Uno de Roma che ama la lingua

(lettera firmata)



domenica 1 marzo 2026

Quando la musica prende forma prima delle note

 Lo spartista, la figura silenziosa che rende possibile l’armonia di un’intera orchestra



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a chiusura del Festival della canzone italiana ci ha fatto venire alla mente una figura professionale – il cui compito è centrale per tutto l’apparato orchestrale – ma senza un nome specifico e, quindi, non a lemma nei vocabolari: lo spartista. Chi è costui? Procediamo con ordine.

All’uscita dal Festival di Sanremo, quando l’orchestra smette di suonare ma resta negli orecchi (e negli occhi) la perfezione del suo lavoro, diventa più facile accorgersi di quante figure contribuiscano alla riuscita di uno spettacolo musicale. Tra queste, una delle più preziose e meno note è lo spartista, la persona che distribuisce gli spartiti agli orchestrali e garantisce che ogni musicista abbia esattamente ciò di cui ha bisogno per suonare.

Il termine è limpido, immediato, costruito con la stessa logica di molte professioni tecniche: indica con precisione chi opera sugli spartiti, evitando definizioni generiche come “archivista musicale” o “assistente di produzione”. Ma soprattutto restituisce identità a un ruolo che, dietro le quinte, tiene insieme l’intero lavoro dell’orchestra.

Lo spartista non si limita a consegnare le partiture. Il suo compito inizia molto prima e finisce molto dopo l’esecuzione. Gestisce la libreria musicale, cataloga e conserva il materiale, controlla che ogni parte sia completa e leggibile. Prepara i leggii distribuendo le sezioni corrette - violino I, violoncello, trombe, percussioni - e verifica che non manchino pagine, segni di direzione o annotazioni utili ai musicisti. Al termine di prove e concerti raccoglie tutto, evitando dispersioni che rallenterebbero il lavoro dell’orchestra e comprometterebbero l’archivio.

È un lavoro di precisione, metodo e memoria, che richiede familiarità con la struttura orchestrale e con le esigenze di chi suona. In un contesto complesso come Sanremo, dove ogni brano ha arrangiamenti specifici e tempi serrati, la presenza dello spartista diventa un elemento di stabilità: un punto fermo che permette all’orchestra di concentrarsi solo sulla musica.

Accogliere e diffondere il termine spartista significa riconoscere questa professionalità. Significa dare un nome chiaro a un mestiere che esiste da sempre ma che spesso rimane nell’ombra, pur essendo essenziale per la qualità e la fluidità di ogni esecuzione dal vivo.

Invitiamo, per tanto, i critici musicali a prendere in considerazione la neoformazione “divulgandola” con i loro articoli al fine di renderla condivisa perché possa suscitare l’attenzione dei lessicografi che, inevitabilmente, dovranno lemmatizzarla nei vocabolari.

 Eventuale lemmatizzazione:

spartista s.m. e f. [der. di spartito con il suff. -ista]. 1. Nell’ambito orchestrale e teatrale, addetto alla gestione, preparazione e distribuzione degli spartiti musicali destinati ai singoli esecutori. Cura la catalogazione del materiale, verifica la completezza e leggibilità delle parti, predispone i leggii per sezioni e raccoglie le partiture al termine di prove ed esecuzioni. 2. Per estensione, responsabile della libreria musicale di un’orchestra o di un ente lirico.

È uno spartista scrupoloso: prima di ogni prova controlla che nessuna parte manchi o sia illeggibile.

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Ha, verbo e interiezione


Il sintagma “ha” – contrariamente a quanto si creda – non è solo la terza persona singolare del presente indicativo del verbo avere è anche un’interiezione per indicare stupore o ironia o per ripetere il suono di una risata. Si veda qui, qui e qui (e altri vocabolari).



 



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)