sabato 2 marzo 2024

Sgroi - 169 - Papa Francesco tra spagnolo e italiano, a proposito di “violentAmente”

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

       1.  “Gli arriva un pugno”

Nel corso dell’intervista con i giornalisti nel volo Colombo-Manila del 15 gennaio 2015, Papa Francesco -- alla domanda “nel rispetto delle diverse religioni fino a che punto si può arrivare nella libertà delle diverse religioni, che anche quella è un diritto umano fondamentale?” -- ha tra l’altro così risposto:

 

“[…] Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione, Credo che questo sia la cosa principale sulla libertà di religione: si deve fare con libertà, senza offendere, ma senza imporre e uccidere. La libertà di espressione . […] Abbiamo l’obbligo di dire apertamente, avere questa libertà, ma senza offendere. Perché è vero che non si può reagire violentEmente, ma se il dott. Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, ma gli arriva un pugno. È normale! È normale. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può prendere in giro la fede. […] Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo ‘giocattolizza’ la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dott. Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma- C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana. E io non posso prenderla in giro. E questo è un limite” (Interviste e conversazioni con i giornalisti, a cura di Giuseppe Costa, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2015, pp. 272, 273-74; e in Jorge Mario Bergoglio Risponde papa Francesco, intr. di G. M. Vian, Venezia, Marsilio 2015, pp. 228, 229-30).

 

2. Evento in Internet

Quasi per caso mi è capitato di sentire in Internet parte di questa intervista che risulta normalizzata nelle edizioni a stampa, ovvero papa Francesco dice in realtà “violentAmente”(e “gli aspetta” anziché “gli arriva”).

L’avverbio violentAmente riprende perfettamente lo spagnolo violentamente (cfr. il Grande Diz. di spagn. di Arqués-Padoan 2012) e risulta formato dalla regola di derivazione, molto produttiva, “agg. a due uscite al femm. + suffisso -mente”. Etimologicamente un composto “agg. al femm. + s.f. mente” letter. con ‘mente violenta’, il costrutto è poi diventato suffissato in seguito a grammaticalizzazione di -mente ‘modo, maniera’.

La stessa regola spiega la formazione degli avverbi in -mente, in italiano, es. “saggio agg. + suff. -mente” da cui saggiamente.

 

3. Regole identiche ma risultati diversi

Come spiegare allora che allo sp. violentAmente corrisponde l’odierno it. violentEmente?.

Come ci è capitato di studiare anni fa (Morfologi, vi esorto alla storia!’ Pseudo-eccezioni nelle regole di formazione degli avverbi in -mente, in “Studi di Grammatica Italiana”, vol. XXIII, 2004 [ma: luglio 2006], pp. 87-190), l’it. violento attestato nel sec. XIII, 1300-1313, dal lat. violentum, è diventato violente, documentato av. 1313, av. 1337, in seguito alla pressione paradigmatica degli agg. in -ente, da qui violentemente (come prudentemente) attestato nel 1303.

 

3.1. Diversità di registro

Va ancora detto che il regolare violentAmente è attestato nell’it. del ’300, in Boccaccio 1343-44, av. 1388, e poi in G. Faldella 1888, oltre che in Internet.

Concludendo, l’ispanismo violentamente si oppone così all’it. letterario e arcaico violentamente.

















 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: faraso1@outlook.it)

Il verbo fare non è un... tuttofare


Due parole, due, sul verbo "fare" perché viene adoperato in tutte le salse - come usa dire - e ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo prettamente linguistico- grammaticale. Occorre dire, infatti, che l'uso del verbo fare in luogo del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile solo quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l'azione del gestire e vuole esprimere il concetto o, meglio, l'idea di un intervento repentino: m'incontra per strada, per caso, e mi fa (cioè: mi dice): "Quando sei tornato?" È bene evitare - sempre che si voglia scrivere e parlare rispettando le "leggi" della lingua - alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l'automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba; farsi i capelli; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia e tante altre. In tutte le espressioni summenzionate il verbo fare può essere sostituito, correttamente, con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo "radersi", cosí come farsi i capelli si può sostituire con "tagliarsi" i capelli. Vediamo altri esempi in cui il verbo fare può essere sostituito con un verbo più appropriato. In parentesi  il verbo "giusto". Fare (eseguire) un compito; fare (esercitare) un mestiere; fare (sostenere) un esame; fare (porgere) gli auguri; fare  (arrecare) un danno; fare (consumare) la colazione; fare (prestare) attenzione; fare (infondere) coraggio. Il verbo fare, insomma, non è un verbo...  tuttofare

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La lingua "biforcuta" della stampa

Israele - Hamas, le news di oggi. Biden spera in "in un cessate il fuoco a Gaza entro il Ramadan"

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Superfluo commentare...

 

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Cronaca

Incidente aereo

Precipita un ultraleggero nel viterbese, morti pilota e passeggero

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Secondo le norme che regolano il nostro idioma: Viterbese (V maiuscola), trattandosi di un'area geografica.

 

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martedì 27 febbraio 2024

L' Accademia della Crusca bacchetta l'Università di Bologna

 


Il motivo della 'bacchettata' si può leggere qui.



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La lingua "biforcuta" della stampa

LA PROTESTA

Bruxelles assediata tra i trattori, le strade invase di segatura

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Correttamente: fra i trattori (per evitare l'incontro di due "t") e invase da segatura. Si veda qui al punto 2. b.

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La crudele fine di Jayne Mansfield, l'attrice che sarebbe potuta essere un'altra Marilyn

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Correttamente: avrebbe potuto essere. Quando il verbo modale (o servile o famulatorio) è seguito dal verbo essere l'ausiliare da usare è "avere": ha voluto essere l'ultimo ad abbandonare il luogo del disastro.


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(...) E a superato Milano diventata troppo cara.(...).

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Refuso o ignoranza la mancanza dell' h (ha)? Propendiamo, decisamente, per la seconda ipotesi.


lunedì 26 febbraio 2024

La parroca e la vescova

 


Se in futuro la Chiesa cattolica ammetterà nei suoi "ruoli" il così detto gentil sesso per i linguisti e i lessicografi si porrà il problema  della femminilizzazione delle varie funzioni, finora riservate agli uomini. Sicuramente il suffisso "-essa" la farà da padrone: prete/pretessa; presbitero/presbiteressa; parroco/parrochessa; vescovo/vescovessa ecc. Per chi scrive, invece, il problema non si presenterà (non si dovrebbe presentare) se si seguiranno le norme sulla formazione del femminile. I sostantivi maschili in "-o" nella forma femminile mutano la desinenza "-o" in "-a" (sarto/sarta; cuoco/cuoca); i sostantivi maschili in "-e" (attenzione non in "-iere", tipo consigliere) nel femminile restano invariati (cambia solo l'articolo): il preside/la preside. Seguendo questa legge grammaticale, avremo, correttamente: il prete/la prete; il parroco/la parroca; il presbitero/la presbitera; il vescovo/la vescova; il prevosto/la prevosta. E sempre secondo questa regola una donna nominata cardinale sarà una... cardinale. Parroca, vescova ecc. "suonano" male? Basta farci l'orecchio. Linguisti "d'assalto" siamo pronti...

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Rendere conto – locuzione verbale che si costruisce con la preposizione di non con la congiunzione che: mi rendo conto di avere esagerato, non che ho esagerato. Quando non è possibile questa costruzione per motivi  “fonici” si ricorre/a all’espressione “rendersi conto del fatto che”: mi rendo conto del fatto che la situazione è complessa.

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Da un quotidiano in rete

Non avevano rimosso, a conclusione dell’intervento, un ritaglio di tessuto di tre centimetri che la piccola, in una crisi respiratoria, che per poco non l'ha uccisa, ha vomitato dalla bocca una settimana dopo essere finita sotto i ferri.

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Sarebbe interessante sapere -- dai "massinformisti" --  se si può vomitare anche da un'altra apertura naturale (oltre che dalla bocca).



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sabato 24 febbraio 2024

Il Treccani scancella (sic!) alcuni neologismi

 


I
l prestigioso vocabolario Treccani ha scancellato (sic!) i neologismi  che non sono stati cristallizzati dall'/nell' uso. Qui.

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La lingua "biforcuta" della stampa

IL CASO

Naufragio di Cutro, un anno dopo riconosciuta la più piccola delle vittime. Il governo diserta le commemorazioni

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Siamo rimasti scioccati nel leggere che la ridente cittadina calabrese sia naufragata. Naufragare.



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mercoledì 21 febbraio 2024

Come si va "a capo"

 


Alcuni lettori ci hanno posto il problema  dell' "a capo". Come si fa ad andare "a capo" senza tema di sbagliare? "Giriamo" il quesito a Si dice o non si dice? (Hoepli Editore).

Quante volte ci mettiamo le mani nei capelli perché dobbiamo andare a capo e non sappiamo come! Il problema è quello della divisione delle parole in sillabe, che i programmi di scrittura dei computer non sempre azzeccano. Le regole dell’a capo, cioè della divisione in sillabe, dobbiamo conoscerle bene, non fidiamoci del computer o ci troveremo a compiere strafalcioni come quelli che incontriamo ogni tanto sui giornali. Si tratta di capire e di applicare cinque regole chiare e pratiche. Eccole.

Prima regola: quando una parola comincia per vocale seguíta da consonante semplice, la vocale fa sillaba a sé: a-moree-remoi-solao-noreu-manesimo.

Seconda regola: le consonanti semplici fanno sillaba con la vocale che le segue; dunque, tornando agli esempi precedenti: a-mo-ree-re-moi-so-lao-no-reu-ma-ne-si-mo. Altri esempi: se-re-nove-lo-ci-pe-deta-vo-li-no.

Terza regola: le consonanti doppie si dividono a metà: una va nella sillaba che precede, l’altra nella sillaba che segue: mot-tet-toboz-zel-loaz-zur-roel-la.

Quarta regola, è la più complicata e riguarda i gruppi di consonanti diverse, come brtrdrsprczgm eccetera. Come si dividono? Dobbiamo distinguere due casi.

Caso a)

Sono quei gruppi di due o tre consonanti diverse che potremmo trovare sia nel corpo che all’inizio di una parola. Per esempio, il gruppo br lo troviamo sia nel corpo di parola (Abramo, imbrunire) che all’inizio (bravo, bruma). Questi gruppi di consonanti si uniscono tutti alla vocale che segue. Vediamoli in pratica. Gruppo br: bra-vobre-veA-bra-moim-bru-ni-re; gruppo tr: tra-vetro-noa-tro-ce; gruppo str: stra-nostro-febi-stro; gruppo spr: spro-nespruz-zove-spro; gruppo cr: cro-cecri-sia-cro-sti-co; gruppo ststa-tostu-fore-sta-re; gruppo sfsfe-rasfa-scia-resod-di-sfa-re; gruppo dr: dro-me-da-riodru-pala-dro.

Caso b)

Sono quei gruppi di due o tre consonanti che nella nostra lingua non vengono mai a trovarsi in principio di parola, come lmcntmptczcqgmntrtlcmttrltrntrmplbdcmgnmscrxpzmnlmdmztct. In questi casi la prima consonante va con la vocale della sillaba che precede, l’altra o le altre consonanti con la vocale della sillaba che segue: el-motec-ni-coa-rit-me-ti-ca crip-taec-ze-maac-quaseg-men-toan-ti-por-taAlc-ma-nespet-troal-tro con-tra-stoe-sem-pla-resub-do-loac-meWag-nerGram-scimar-xi-staop-zio-neam-ne-siacal-moaz-te-cooc-to-pla-sma eccetera.

Quinta regola: riguarda i gruppi di vocali, che si distinguono in dittonghi e iati. I dittonghi sono quei gruppi di vocali che vanno pronunciate con una sola emissione di fiato, dunque formano insieme una sola sillaba: per esempio la au di pau-sa, la io di pio-ve, la ie di ie-ri. Gli iati sono invece quei gruppi di vocali che suonano separatamente, quindi formano due sillabe separate: la au di pa-u-ra, la io di pi-o-lo, la ui di be-du-i-no. E così abbiamo visto anche l’ultima delle regole che presiedono alla divisione in sillabe: le vocali di un dittongo restano unite, quelle di uno iato si separano.

Un consiglio: se non abbiamo sufficiente dimestichezza con dittonghi e iati, cosa più che legittima, atteniamoci a questa regola prudenziale: non andiamo mai a capo con una vocale.

Il discorso su sillabe e a capi potrebbe anche bastare ma... c’è sempre qualcuno che ama complicarci la vita. In questo caso sono certi grammatici che hanno posto il problema dei prefissi. Dicono: “Lasciate integri i prefissi e dividete in sillabe il resto della parola”. Per esempio: ben-ar-ri-va-tomal-au-gu-rioin-a-bi-ledis-di-recis-al-pi-notras-por-totrans-a-tlan-ti-co e simili. Perché creare questa complicazione inutile, che può portare a errori disastrosi? Non tutti sanno distinguere un prefisso al volo. E poi, il prefisso non è un elemento a sé, è entrato a far parte integrante della parola e non si capisce perché non debba seguire, con il resto della stessa, le normali regole della divisone sillabica. Dunque, be-nar-ri-va-to, ma-lau-gu-rioi-na-bi-ledi-sdi-reci-sal-pi-notra-spor-totran-sa-tlan-tico.

E buon “a capo” a tutti.


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Che prandipeta!

Prandipeta! Chi è costui?, parafrasando il Manzoni. È la persona che, per professione, scrocca i pranzi e le cene. L'origine è chiara, il latino prandium (pranzo) e il verbo petere (chiedere).
Il vocabolo non è attestato nei vocabolari dell'uso, tuttavia si può "vedere" cliccando qui.


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La lingua "biforcuta" della stampa

In questo Borgo del piacentino c'è uno dei Castelli più belli D'Italia

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Questa frase contiene tre errori. Piacentino ha la "p" minuscola, castelli e la preposizione "di" (d'Italia) con la maiuscola. Rettifichiamo, gli errori sono quattro: la "b" maiuscola di borgo. Ai "massinformisti" consigliamo un'attenta lettura sul corretto uso delle maiuscole.


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GLI IMMOBILI

Berlusconi e le mega ville: da Roma al lago Maggiore, ecco come i figli se le stanno spartendo

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Correttamente: megaville. I prefissi e i prefissoidi si scrivono uniti alla parola che segue. Mega, da solo, non ha alcun significato. Anzi, lo ha, ma è l'accorciamento del termine informatico megabyte.



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lunedì 19 febbraio 2024

Compilota

 


E se tutti cominciassimo a scrivere e dire "compilota"? Proprio non capiamo il motivo per cui si deve/deva dire "copilota". Ci sembra una vera anomalia della lingua italiana che, a nostro avviso, andrebbe "raddrizzata". E i "raddrizzatori" dovrebbero essere i linguisti e i vocabolaristi. Non capiamo, insistiamo, perché 'comprimario', 'compaesano', 'compatriota', 'compensare', 'compiacere', 'comprimere', 'comparare', tutti lessemi composti con il confisso "con-" (che si tramuta in "com-" davanti a parole che cominciano con la consonante "p") sono ritenuti termini corretti e "compilota" no. Viene considerato corretto solo "copilota" che, secondo chi scrive, è invece errato perché non ottempera alla legge grammaticale del prefisso "con-". Scriviamo tutti, dunque, compilota, così facendo 'costringeremo' i linguisti, ma soprattutto i compilatori dei vocabolari a lemmatizzare il lessema "errato" compilota.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Soldatesse molestate, Giulia Schiff: “Alle vittime voglio dire di tenere duro, la giustizia vincerà

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Speriamo che oltre alla giustizia vinca anche l'uso corretto della lingua italiana: il femminile di soldato è soldata (ma gli operatori dell'informazione, "massinformisti", sembrano essere totalmente digiuni  della lingua materna; in compenso conoscono perfettamente la lingua di Albione, che sta devastando, inesorabilmente, la lingua di Dante e di Manzoni).
La socio-linguista Vera Gheno ad Avvenire dice: «Dal punto di vista linguistico e di attenzione all'equità di genere "soldata" sarebbe la forma preferibile, perché la regola è che il suffisso -essa non serve, deforma inutilmente la parola: così come sindaco/a, anche soldato/a. Il suffisso -essa entra nell'uso in un momento in cui c'era il bisogno di sottolineare molto l'alterità femminile e poi spesso veniva usato in maniera sarcastica. All'inizio del Novecento c'era anche "atletessa" e "deputatessa", per esempio, ma per fortuna queste espressioni non si sono consolidate.

 

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domenica 18 febbraio 2024

Nomi difettivi del plurale

 


Navigando in Rete ci siamo imbattuti in un sito che potremmo definire "tuttologo" perché tratta i temi più svariati (ernesto.it). Siamo rimasti esterrefatti, e abbiamo avuto bisogno di un cardiotonico, quando abbiamo letto, per quanto riguarda la lingua italiana, l' "elenco dei nomi difettivi del plurale", di cui facciamo il 'copincolla'.

Elenco dei nomi difettivi del plurale

I nomi difettivi del plurale sono quei nomi che non hanno una forma specifica al plurale. Di seguito sono riportati alcuni esempi:

·         Singolare: il braccio
Plurale: le braccia

·         Singolare: il dito
Plurale: le dita

·         Singolare: il sole
Plurale: i soli

Sarà bene "ricordare" ai responsabili del portale in oggetto che "difettivi del plurale" significa che mancano (difettano) del plurale; non sono, cioè, "quei nomi che non hanno una forma specifica al plurale". Gli esempi riportati, dunque, non appartengono ai sostantivi difettivi del plurale. Ce l'hanno, eccome.

Tra i nomi difettivi (che mancano) del plurale (citiamo dalla grammatica italiana del sito Treccani):

– molti nomi astratti

la pazienza, il coraggio, la superbia, l’amore

– nomi che indicano oggetti o cose uniche in natura

l’Equatore, il nord, il sud, l’Oriente

– nomi di malattia

il tifo, la malaria, il vaiolo, l’Aids, il morbillo

– nomi che indicano un prodotto alimentare

il cioccolato, il pane, il miele, il riso

– nomi collettivi di uso consolidato

la gente, la prole, la roba, il fogliame

– i nomi di elementi chimici e metalli

l’idrogeno, l’uranio, il mercurio, il ferro

– i nomi dei mesi

aprile, maggio, giugno  (qui, però, dissentiamo totalmente dal Treccani perché i mesi dell'anno si pluralizzano normalmente. In proposito rimandiamo a un nostro vecchio intervento).

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Dal sito in oggetto:

Quali sono tutti i nomi difettivi?

Ci sono molti nomi difettivi nella lingua italiana. Alcuni esempi includono "bambino" (che non ha una forma femminile), "genitore" (che non ha una forma plurale), "addio" (che non ha una forma diminutiva), "braccio" (che non ha una forma collettiva), "mattino" (che non ha una forma augmentativa), e "pomeriggio" (che non ha una forma superlativa). Tuttavia, è importante notare che l'elenco completo dei nomi difettivi potrebbe non essere noto o definitivo, in quanto la lingua italiana può evolversi e cambiare nel corso del tempo. (Senza parole!)

Si presti attenzione, dunque, a non prendere per oro colato tutto ciò che ci "propina" la Rete.


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La lingua "biforcuta" della stampa

La Penisola prospera se il Mediterraneo è libero e aperto. In questo tempo di Guerra rischia di soffocare

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Sarebbe interessante conoscere per quale motivo i titolisti (o chi per loro) hanno/abbiano ritenuto opportuno "maiuscolare" il sostantivo guerra.


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Spaventosi latitanti scomparsi e mai più visti

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Spaventosi? Forse i  "massinformisti" avrebbero voluto scrivere 'pericolosi', ma si sono spaventati al solo pensiero di trovarseli davanti all'improvviso... Di qui il probabile lapsus.


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sabato 17 febbraio 2024

"Sprimaverare"


 Ci piacerebbe che i lessicografi o vocabolaristi prendessero in considerazione il neologismo sprimaverare e lo mettessero a lemma nei dizionari. Come da inverno si ha "svernare" (trascorrere l'inverno in un'altra località), cosí da primavera possiamo avere "sprimaverare". Pierluigi, da quando è giubilato (in pensione), ama sprimaverare in una cittadina montana.

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Aggettivi "abusati"

Molto spesso si fa un abuso degli aggettivi "buono"," forte" e " grande" perché innumerevoli sono le persone o le cose per le quali viene spontaneo adoperarli: ma il concetto che tali aggettivi esprimono è troppo vago e generico. Consigliamo agli amatori della lingua, per tanto, di sostituirli, ogni qual volta che sia possibile, con un termine piú appropriato. Vediamo qualche esempio di “abusi”, piluccando qua e là: in corsivo l’aggettivo “abusato” e in parentesi  quello piú appropriato. La grande (vasta) piazza era piena di dimostranti; una volta tanto sii buono (ubbidiente) e fa quello che ti chiede tuo padre; sapendo che siete tanto buoni (generosi, cortesi) ne approfitto per chiedervi un favore; in quel momento soffiava un vento forte (impetuoso), che faceva tremare le case; quel giovanotto, invece di scusarsi, ha peggiorato la situazione commettendo un grande (grave) errore; quella torta, a fine pranzo, era veramente buona (squisita); l’oratore ha arringato la folla con voce forte (tonante), tra applausi scroscianti; il fumo che usciva dall’appartamento in fiamme era forte (acre) e disgustoso; bisogna essere grati a questi  forti (valorosi) soldati che vanno in giro per il mondo a portare la pace; se ti comporti bene, Dio, che è sommamente buono (misericordioso), ti perdonerà; il barbone, per una notte, ha trovato accoglienza, in paese, presso una famiglia che è tanto buona (caritatevole); le ricerche sono state rinviate perché scrosciava una forte (violenta, impetuosa, dirotta) pioggia.



 

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giovedì 15 febbraio 2024

"Figlio di mignotta"

 
Le gentili lettrici (e i lettori) ci perdoneranno se trattiamo un termine dal "sapore" volgare, ma anche i vocaboli  volgari fanno parte del patrimonio linguistico. Tutti i dizionari consultati al lemma "mignotta" attestano, all'unisono: "prostituta, puttana, sgualdrina, dall'antico francese 'mignotte' (amante, favorita)". Il "Dizionario dei modi di dire" (Hoepli Editore) dà un etimo totalmente diverso e... italiano. Vediamolo assieme.

Figlio di mignotta

Persona disonesta, sleale, infida, oppure scaltra e senza scrupoli, che si suppone educata da una prostituta. Vale di solito come insulto.

Un tempo molte madri naturali non intendevano riconoscere legalmente i propri figli, e non davano il loro nome all'anagrafe; questi bambini erano pertanto registrati come “figli di madre ignota”, che abbreviato in “M. Ignota” ha dato luogo al termine “mignotta” con valore d'insulto (ma si può adoperare anche in senso scherzoso, ndr). In senso scherzoso e "affettuoso" possiamo dire, però: "Ieri ho trascorso l'intera giornata con quel figlio di mignotta di Peppino; non finivo mai di ridere per le sue battute".

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La lingua "biforcuta" (di quasi tutte le persone)

Il deserto del Sahara non è quello che pensiamo. C’è un grande segreto

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Dire il deserto del Sahara è come dire "il deserto del deserto". Sahara (che all'interno di una frase non richiede la lettera maiuscola) viene dall'arabo الصحراء, sahrāʾ, che significa "deserto". Ma tant’è.



 

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