lunedì 6 luglio 2026

Nell’ombra del pericolo

 Insidioso e insidievole: due aggettivi simili solo in apparenza

Nel lessico italiano convivono un aggettivo comune, insidioso, e un suo quasi-gemello rarissimo, insidievole. Il primo è vivo, frequente, saldo nel registro medio-alto; il secondo è attestato nel Grande Dizionario della Lingua Italiana, dove compare come sinonimo del primo (e in alcune pubblicazioni, tra cui il Vocabolario della lingua italiana di Pietro Fanfani). Eppure, osservando con attenzione la morfologia e la dinamica semantica dei suffissi, emerge una distinzione sottile ma reale: insidioso indica ciò che “contiene” insidie, ciò che è già intriso di pericolo; insidievole suggerisce invece ciò che “potrebbe comportare” insidie, ciò che si presta a diventare rischioso pur non essendolo ancora. Una differenza di grado, di intensità e di attualità del pericolo.

L’etimologia è comune: insidioso deriva dal latino insidiosus, formato su insidiae (agguato, tranello). Insidievole è costruito invece su insidia, con il suffisso produttivo -evole. Qui la morfologia è decisiva. Il suffisso -oso indica una qualità intrinseca, abbondante, caratterizzante: pericoloso, fangoso, roccioso. Il suffisso -evole, invece, esprime una qualità potenziale, una disposizione o attitudine: lodevole, ingannevole, piacevole. Applicati al medesimo tema, i due suffissi generano un contrasto netto: insidioso è ciò che è già carico di insidie; insidievole è ciò che può rivelarsi tale.

La lingua conferma questa differenza. Insidioso è l’aggettivo dei pericoli che avanzano in sordina: un male insidioso, una logica insidiosa, un fascino insidioso. Qui l’insidia è già all’opera, serpeggia, si manifesta con lentezza ma con certezza. Insidievole, invece, si presta a contesti in cui il rischio non è ancora attivo, ma si intravede come possibilità: una calma insidievole, un silenzio insidievole, una promessa insidievole. In questi casi l’insidia non è presente, ma è suggerita, latente, pronta a emergere.

Diverso il caso di insidioso, ampiamente attestato nella storia della lingua. Già nel Cinquecento ricorre in contesti che ne definiscono il valore semantico: un pericolo insidioso, una via insidiosa, un inganno insidioso. La tradizione letteraria e saggistica ne fa un aggettivo pienamente integrato, con una continuità d’uso che attraversa i secoli. La sua presenza nei dizionari dell’uso, nei repertori storici e nei corpora conferma una vitalità stabile e una funzione semantica precisa.

La differenza tra i due lessemi, dunque, non è solo stilistica: è semantica. Insidioso appartiene alla sfera del reale, del già dato; insidievole a quella del possibile, del potenziale. Il primo descrive un pericolo che opera; il secondo un pericolo che potrebbe operare. Il GDLI registra insidievole come sinonimo di insidioso, ma la morfologia e l’uso permettono di distinguere i due aggettivi con precisione: insidioso è ciò che contiene insidie; insidievole ciò che potrebbe comportarle. Forse sarebbe il caso che i vocabolari dell’uso lemmatizzassero anche insidievole per distinguerlo da insidioso.



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domenica 5 luglio 2026

Preziose noterelle

 Riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo


Gentile dott. Raso,

Le scrivo mosso da un profondo sentimento di gratitudine e ammirazione per esprimere il mio più vivo apprezzamento nei confronti del Suo prezioso blog, “Lo SciacquaLingua”.

Mi considero ormai da tempo un assiduo e affezionato lettore delle Sue preziose noterelle, che considero un appuntamento quotidiano imperdibile. In un panorama culturale in cui la lingua italiana viene troppo spesso maltrattata (vedi stampa), distorta o impoverita, il Suo spazio rappresenta un’autentica oasi di salvezza per chiunque ami la precisione e la bellezza del nostro lessico.

Il Suo è un servizio incomparabile: con la consueta eleganza, il rigore filologico che La contraddistingue e quella sottile arguzia che rende ogni lettura un piacere, Lei riesce a fare vera e propria alta divulgazione. Che si tratti di dirimere i dubbi più insidiosi sulla corretta grammatica, di riscoprire sfumature semantiche dimenticate o di proporre neologismi colti ed efficaci, ogni Suo intervento arricchisce il bagaglio culturale di chi legge.

Grazie a Lei, la cura per il dettaglio linguistico smette di essere un esercizio sterile e diventa una passione viva, accessibile e stimolante. Grazie per il tempo, la dedizione e l'instancabile passione che infonde in questa straordinaria opera di salvaguardia linguistica.

Con la speranza di poter leggere ancora a lungo le Sue acute riflessioni, Le porgo i miei più cordiali e deferenti saluti, uniti ai sensi della mia più profonda stima.

Salvatore Frangipane

Antipatico. Storia di una passione contraria

 Sfumature, derive e metamorfosi di un aggettivo che non smette di dire più di quanto sembri

L’aggettivo antipatico è una di quelle parole che sembrano semplici, quasi ovvie, finché non ci si ferma a guardarle da vicino. Nel parlato quotidiano la usiamo con disinvoltura, spesso come giudizio rapido su qualcuno: è antipatico, che antipatico, non essere antipatico. Ma dietro questo attributo si muove una piccola storia semantica: un passaggio da un sentimento astratto a una qualità attribuita alle persone, poi ai comportamenti, infine perfino alle situazioni. È proprio questo percorso che vale la pena ripulire e mettere in chiaro.

Sul piano etimologico, antipatico è un derivato diretto di antipatia. Il sostantivo italiano antipatia viene dal latino tardo antipathia, a sua volta dal greco antipátheia , composto di antí “contro” e páthos “passione, affezione, sentimento”. L’idea originaria è quella di una “passione contraria”, un sentire che si oppone, una reazione emotiva di repulsione o avversione. Da antipatia si forma l’aggettivo antipatico mediante il suffisso aggettivale -ico, che in italiano è produttivo nel trasformare sostantivi astratti o nomi di qualità in aggettivi: ironico da ironia, patetico da pathos, problematico da problema. In origine, quindi, antipatico è letteralmente “che suscita antipatia”, “che è oggetto di antipatia”.

La prima accezione, ancora oggi centrale, è quella caratteriale: persona antipatica è chi, per modi, tono, atteggiamento, suscita un sentimento di avversione o fastidio. Un collega antipatico che risponde sempre in modo brusco; un vicino antipatico che non saluta mai; un professore antipatico che umilia gli studenti. In tutti questi casi, l’antipatia nasce da una combinazione di tratti: scarsa cortesia, poca empatia, rigidità, spigolosità. Non è necessariamente cattiveria, ma è una sgradevolezza relazionale che rende la persona “difficile da trattare”.

Da questo nucleo comportamentale si sviluppa una seconda accezione, più percettiva e istintiva: antipatico come “non simpatico a pelle”. Qui non c’è un vero giudizio morale né una valutazione ragionata del comportamento: è la reazione immediata, quasi estetica, che si prova di fronte a qualcuno. Mi è antipatico fin dal primo sguardo; quell’attore mi è antipatico, non so perché; mi sta antipatico solo a sentirlo parlare. In questi usi, l’aggettivo segnala una incompatibilità di temperamento, di voce, di volto, di gestualità: qualcosa nel modo in cui l’altro appare o si muove “non torna”, non si accorda con il nostro sentire. È interessante notare come, in questo significato, antipatico possa essere usato anche in modo “autoriflessivo”: so di essere antipatico a molti, riconoscendo che la propria presenza suscita, in altri, quella “passione contraria”.

Un ulteriore passaggio semantico porta antipatico verso la sfera dell’ostilità lieve: non più solo sgradevolezza o incompatibilità, ma una vera e propria avversione, pur non esplosiva. Dire quel tipo mi è antipatico può significare “non lo sopporto”, “mi irrita anche quando non fa nulla”, “mi mette in guardia”. Quel politico mi è profondamente antipatico; ho sempre trovato antipatico quel collega, anche se non mi ha mai fatto nulla di diretto. Qui l’aggettivo si avvicina a malvisto, odioso (in senso attenuato), e la antipatia diventa quasi una tensione di fondo, una predisposizione negativa verso qualcuno.

Da persona e comportamento, antipatico scivola poi verso gesti, frasi, decisioni, situazioni: è il passaggio dall’aggettivo di qualità personale all’aggettivo situazionale. Si parla così di battuta antipatica, commento antipatico, decisione antipatica. Una battuta antipatica è una frase fuori luogo, pungente, che ferisce o mette a disagio; un commento antipatico è un’osservazione che guasta l’atmosfera; una decisione antipatica è una scelta spiacevole, che crea malumore, anche se magari è necessaria. Ha fatto una battuta antipatica sul mio lavoro; la direzione ha preso una decisione antipatica, tagliando i fondi senza spiegazioni. In questi casi, l’aggettivo non descrive più la persona in sé, ma l’effetto sociale di un atto: ciò che è antipatico è ciò che “non si fa”, ciò che rompe l’armonia del contesto.

In alcuni registri, soprattutto colloquiali, antipatico può assumere una sfumatura morale più marcata, avvicinandosi a meschino, sleale, poco corretto. Quando si dice è stato antipatico a non avvisare, si sta giudicando un comportamento non solo sgradevole, ma moralmente discutibile: mancata correttezza, mancanza di riguardo. Analogamente, mossa antipatica può indicare un gesto scorretto, non elegante, quasi un colpo basso. È stata antipatica la scelta di escluderlo senza spiegazioni; trovo antipatico approfittare della distrazione altrui. Qui l’aggettivo si carica di un valore etico: non è più solo “non simpatico”, ma “non giusto”, “non leale”.

C’è poi un uso pragmatico, ironico‑giocoso, che sfrutta antipatico come finta rimostranza affettuosa. In contesti confidenziali, si dice non essere antipatico! a chi fa una battuta pungente ma spiritosa, o che antipatico! a chi ci prende bonariamente in giro. Mi hai ‘spoilerato’ il finale, sei antipatico; non farmi vedere la torta se non posso assaggiarla, sei antipatico. In questi casi, l’aggettivo non segnala una vera avversione, ma un gioco di ruolo: si finge di rimproverare, si marca una piccola “violazione” delle aspettative, ma il tono è leggero, spesso accompagnato da sorriso.

Una curiosità interessante riguarda la percezione sociale di antipatico rispetto a cattivo o scortese. Dire di qualcuno che è antipatico è, in molti contesti, meno grave che definirlo cattivo: si resta sul piano del gusto, della compatibilità, del “non mi piace”, più che su quello della malvagità. Allo stesso tempo, però, antipatico può essere più corrosivo di scortese: la scortesia è un atto, circoscritto; l’antipatia, invece, sembra aderire alla persona, come una qualità stabile. È come se l’aggettivo dicesse: “non è solo che si comporta male, è che non mi piace proprio come è”. Questo spiega perché, in molte interazioni, si preferisca attenuare: oggi sei un po’ antipatico invece di sei antipatico, spostando il giudizio dal carattere al momento.

Sotto il profilo della chiarezza, si può riassumere il percorso semantico di antipatico così: dall’etimo greco di “passione contraria” nasce il sostantivo antipatia come sentimento di repulsione o avversione istintiva; da questo, l’aggettivo antipatico indica prima di tutto chi suscita tale sentimento per modi e atteggiamenti; poi chi “non piace a pelle”; quindi chi è oggetto di una avversione più intensa; infine, per estensione, gesti, frasi, decisioni e situazioni che risultano sgradevoli, inopportune o moralmente discutibili, fino all’uso ironico in chiave scherzosa.

In conclusione, antipatico è un aggettivo che ha fatto un percorso tipico delle parole emotive: da sentimento astratto a qualità personale, da qualità personale a giudizio sociale, da giudizio sociale a etichetta situazionale e ironica. Proprio perché lo usiamo spesso, vale la pena tenerne a mente le sfumature: chiamare qualcuno antipatico non è mai neutro, ma oscilla tra il “non mi piace” e il “mi irrita”, tra il “sei fuori luogo” e il “sei stato scorretto”, tra il rimprovero serio e la presa in giro affettuosa. È in questa oscillazione che la parola vive, e che il suo significato continua a modulare, di volta in volta, la nostra piccola “passione contraria” verso persone e cose.


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sabato 4 luglio 2026

Inferire / Infierire: una vocale che decide il destino di un verbo

 Quando la lingua inciampa tra logica e crudeltà, e una sola lettera cambia tutto


I
nferire e infierire sono due verbi che si somigliano solo in apparenza: una vocale che cambia, un tratto grafico minimo, e la lingua inciampa. È una confusione antica, quasi inevitabile, perché i due sintagmi hanno profili fonici vicini e un’aura semantica che, a un orecchio distratto, può sembrare contigua. Ma quel contatto è illusorio: i due verbi appartengono a mondi diversi. Inferire è un verbo dell’intelletto; infierire è un verbo della crudeltà. Uno costruisce, l’altro colpisce. Uno deduce, l’altro insiste nel ferire. La nostra lingua, che ama le simmetrie e le parentele apparenti, qui gioca un piccolo trabocchetto.

Inferire viene dal latino inferre, composto da in- e ferre, cioè portare dentro, introdurre. Il passaggio semantico è lineare: portare dentro un ragionamento, introdurre una conclusione, trarre un risultato da premesse o indizi. È un verbo che appartiene alla sfera del pensiero, della logica, dell’argomentazione. Inferire significa, dunque, ricavare, dedurre, trarre una conclusione da dati o indizi. Non ha nulla di violento: è un gesto mentale, un movimento interno.

Infierire è verbo che si riconduce a fiero nel senso di feroce, crudele e, in ulteriore articolazione semantica, a fiera nel senso di sventura, disgrazia. L’etimologia, saldamente attestata nella lessicografia storica, consente di definire con rigore il campo concettuale del lemma: esso designa l’atto dell’incrudelire, dell’accanirsi, vale a dire l’esercizio di una violenza che non si limita all’evento lesivo originario, ma si configura come processo di intensificazione progressiva. La nozione non rinvia a un gesto isolato, sibbene a una dinamica di aggravamento deliberato della sofferenza, in cui l’azione si prolunga, si ispessisce e si fa più fiera. In tale prospettiva, infierire si colloca nella sfera della crudeltà incrementale, qualificando una condotta che accresce la portata del danno e ne estende gli effetti, secondo una logica di insistenza violenta che appartiene alla tradizione semantica del termine fin dalle sue prime attestazioni.

La differenza d’uso emerge con chiarezza negli esempi. Da questi dati possiamo inferire che il fenomeno è in crescita è un esempio di ragionamento: si parte da elementi osservabili e si arriva a una conclusione. Non infierire su chi ha già sbagliato è un esempio di comportamento: si invita a non aggiungere dolore a dolore. Inferire costruisce un ponte tra premesse e conclusioni; infierire aggiunge peso a una situazione già gravosa.

La confusione nasce spesso quando si usa inferire in contesti emotivi, come se fosse un sinonimo di insinuare o supporre con malizia. Ma inferire non ha sfumature morali: è un verbo neutro, tecnico, quasi matematico. Infierire, al contrario, è carico di pathos: implica intenzione, insistenza, una certa dose di spietatezza.

Nei manuali di retorica ottocenteschi si trovano ammonimenti contro l’uso improprio di inferire, che veniva talvolta confuso con infierire nei testi giornalistici più concitati. Sembra, in proposito, che alcuni correttori di bozze dell’epoca si siano imbattuti in frasi come il generale inferì sul nemico dove era evidente che l’autore voleva dire infierì. L’errore trasformava un massacro in un sillogismo: un esempio perfetto di come una sola vocale possa cambiare la natura di un verbo e, con questa, la natura di un’intera frase.

La scorrevolezza dei due verbi è diversa anche nel ritmo: inferire ha un andamento più morbido, quasi analitico; infierire ha una sonorità più dura, con quella f che si apre e quella r che insiste. Non è un caso che infierire compaia spesso in contesti drammatici, narrativi, emotivi, mentre inferire resta confinato nei territori del ragionamento, della logica, della scienza, della giurisprudenza.

A conclusione di queste noterelle, la distinzione è semplice ma decisiva: inferire appartiene alla mente; infierire appartiene all’azione. Inferire è un verbo che porta dentro una conclusione; infierire è un verbo che porta oltre una ferita. Confonderli significa spostare un discorso da un piano razionale a uno violento, o viceversa, con effetti comici o tragici a seconda del contesto. La lingua, che è precisa quando vuole esserlo, qui chiede solo un po’ di attenzione: una vocale, un significato, un mondo diverso.
















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venerdì 3 luglio 2026

Attingere e ispirare: la bussola segreta dei verbi che si muovono nello spazio

 Quando la lingua cammina: direzione, origine e piccole storie di verbi che sfiorano, prelevano, respirano


C
i sono verbi – nella lingua di Dante - che sembrano muoversi nello spazio: avanzano, sfiorano, prelevano, si avvicinano. La lingua li porta con sé come piccoli strumenti di orientamento, e chi li usa sente che indicano una direzione, un gesto, un moto. Tra questi, attingere e ispirare sono due verbi che non si limitano a “dire” un’azione: disegnano una traiettoria. Li si vede quasi muoversi, come se avessero una bussola interna. E quando oscillano tra le preposizioni a e da, non stanno scegliendo una preposizione: stanno scegliendo un punto di vista. Vediamo.

Attingere nasce dal latino attingĕre, composto da ad e tangĕre, toccare verso. È un sintagma verbale che porta con sé l’immagine di una mano che si protende, che sfiora una fonte per trarne qualcosa. E questa idea del toccare con intenzione non è un’invenzione moderna: già Annibal Caro, in una lettera del 1544, scriveva Non voglio più tanger questo punto, che troppo mi punge. È un lampo che rivela la sensibilità del tempo: il verbo non è mai neutro, è un gesto mirato, un contatto che implica direzione, intenzione, scelta. È esattamente la stessa dinamica che, nel passaggio dal latino al volgare (italiano), ha dato vita ad attingere: un tocco che si protende verso una fonte.

Ispirare, da inspirare, soffiare dentro, conserva invece la metafora del flusso: un soffio che entra, un impulso che proviene da un luogo e si dirige verso chi crea. Si racconta che alcuni copisti medievali, quando il testo sembrava mancare d’aria, annotassero a margine inspiratio, come se il manoscritto avesse bisogno di un soffio nuovo per continuare. Non era un vezzo poetico: era un modo concreto di segnalare un punto che richiedeva un’aggiunta, un chiarimento, un innesto. Anche qui, la lingua si muove, respira, si orienta.

Il significato moderno di questi verbi non ha tradito la loro origine. Quando si dice attingere a, si compie un gesto di avvicinamento: ci si orienta a una tradizione, a un repertorio, a un modello. È come guardare un paesaggio e decidere di muovere un passo verso questo. Quando invece si dice attingere da, si compie un gesto di prelievo: si ricava qualcosa da un archivio, da un’esperienza, da una memoria. È un movimento che parte da un luogo e porta con sé ciò che ha raccolto. Nei carteggi ottocenteschi degli eruditi italiani, attingere da compare spesso accanto a elenchi di documenti: la preposizione segnava quasi un gesto fisico, il prelievo di una carta dal mucchio.

Lo stesso accade con ispirarsi. Ispirarsi a è un atto di scelta: si guarda a un autore, a un principio, a un ideale, e lo si prende come modello. È un moto verso, un avvicinamento. Ispirarsi da è più concreto, più terrestre: si trae spunto da un fatto, da un ricordo, da una circostanza. È un moto da, un’origine che si lascia alle spalle mentre si procede. Nei diari dei pittori del primo Novecento, ispirarsi da ricorre spesso quando parlano di scene viste per strada: la realtà quotidiana come serbatoio da cui attingere senza elevarla a paradigma.

Gli esempi d’uso sono piccole scene. Attingere a una tradizione è come entrare in una stanza antica e lasciarsi guidare dalla sua luce. Attingere da un archivio è come aprire un cassetto e trovare un documento che aspettava proprio quel gesto. Ispirarsi a Giovanni Pascoli è un atto di devozione poetica; ispirarsi da un fatto di cronaca è un lampo improvviso che accende un’idea. Ogni preposizione cambia la postura del verbo, la sua inclinazione, il suo respiro. E non è un caso che Alessandro Manzoni, nelle sue lettere, alternasse con cura ispirarsi a e ispirarsi da: la scelta dipendeva dal tipo di stimolo, se ideale o contingente.

La chiarezza della distinzione è sorprendente: a indica direzione, da indica origine. È una geometria semplice, quasi infantile, ma la lingua la custodisce con una fedeltà assoluta. Non c’è arbitrarietà, non c’è oscillazione casuale: c’è coerenza. E questa coerenza permette di usare i verbi con sicurezza, senza esitazioni, senza scivoloni.

L’esaustività del quadro emerge quando si osserva che questa doppia reggenza non è un’eccezione, ma un fenomeno naturale nei verbi che implicano prelievo concettuale o avvicinamento ideale. La lingua italiana, fedele alla sua matrice latina, continua a distinguere tra ciò che si raggiunge e ciò che si ricava, tra ciò che si guarda e ciò che si prende. È una distinzione sottile, ma stabile, come una linea tracciata con mano ferma.

La scorrevolezza dell’uso nasce proprio da questa consapevolezza. Chi padroneggia la distinzione non inciampa, non alterna le preposizioni a caso, non si lascia trascinare dall’orecchio. Sa che attingere a e attingere da, ispirarsi a e ispirarsi da sono strumenti diversi, ciascuno con il proprio valore. E la lingua, così, scorre limpida, come un’acqua che conosce il suo letto e non lo tradisce. Anche gli scrittori che più giocano con la sintassi, da Carlo Emilio Gadda ad Anna Maria Ortese, rispettano questa geometria: la preposizione è un gesto, non un ornamento.

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 Terrazzista? E chi lo vieta!?

La terrazza è uno spazio di confine: un piano esposto che non appartiene del tutto alla casa né all’aria aperta. È una soglia abitabile, sospesa tra struttura e cielo. Per questo, nella pratica edilizia, richiede interventi diversi: massetti, impermeabilizzazioni, pavimentazioni, drenaggi. È un luogo tecnico complesso, ma non un mestiere.

Da qui nasce un vuoto lessicale: non esiste un nome specifico per chi lavora sulle terrazze. La realtà professionale distribuisce le competenze: il muratore prepara la struttura, l’impermeabilizzatore protegge la superficie, il piastrellista la riveste, il lattoniere ne governa l’acqua. La terrazza non genera un’identità artigiana: è un compito, non una specializzazione.

Eppure la morfologia offre una soluzione limpida per definire chi si occupa della struttura: terrazzista. Derivato regolare formato con il suffisso ‑ista, produttivo per indicare chi opera in un ambito specifico (pianista, vetrinista, cementista), è trasparente nel significato e coerente con la tradizione dei mestieri. Non è attestato nei dizionari, ma è perfettamente plausibile: una parola che colma una lacuna, dando nome a chi opera su uno spazio che la lingua ha lasciato senza custode.

In sintesi: terrazzista è un mestiere che la lingua non ha previsto, ma che la logica della formazione delle parole rende possibile. È un nome che arriva dopo la realtà, come una balaustra verbale che delimita ciò che finora era rimasto senza bordo.



















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giovedì 2 luglio 2026

Il ritorno degli aggettivi “pensanti”

 Quattro forme non attestate nei vocabolari che restituiscono alla lingua la sua antica capacità di giudicare, distinguere, vibrare

Ogni lingua, nel suo cammino, produce forme che non sempre trovano accoglienza nei vocabolari, non perché siano difettose o improprie, ma perché la tradizione lessicografica registra solo una parte delle possibilità espressive realmente disponibili. L’italiano, in particolare, ha progressivamente ridotto la produttività del suffisso ‑evole, un esito romanzo del latino ‑ibilis, preferendo nel tempo la neutralità di ‑abile e ‑ibile, suffissi più adatti a descrivere la semplice possibilità dell’azione che non la sua qualità intrinseca. Eppure, proprio in questa zona meno frequentata del lessico, si conservano potenzialità semantiche preziose: parole che, pur non attestate nei dizionari, sono perfettamente legittime, trasparenti e capaci di restituire alla prosa una densità meditativa che l’italiano contemporaneo tende a smarrire. 

Tra queste formazioni si collocano premievole, accudievole, condividevole e diffidevole, aggettivi che recuperano la forza valutativa del suffisso ‑evole e la riportano al centro della scrittura letteraria e saggistica. Vediamo, dunque.

Premievole nasce dal verbo premiare e indica colui (o ciò) che merita intrinsecamente un premio per il suo valore morale o per la sua nobiltà. Oggi si ricorre a premiabile, termine corretto ma freddo, quasi amministrativo, adatto a un bando o a una graduatoria. Premievole, invece, conferisce dignità etica: un gesto può essere premievole quando possiede una virtù che esige riconoscimento, sulla scia di meritevole o lodevole. Si potrà dire, per esempio, che la sua rinuncia silenziosa fu un atto profondamente premievole, oppure che la scelta di aiutare chi non aveva voce apparve a tutti un comportamento premievole. L’aggettivo non descrive solo la possibilità di essere premiati, ma la qualità morale che rende quel premio giusto.

Accudievole deriva da accudire e designa chi è dedito per natura alla cura, all’assistenza e alla protezione premurosa degli altri. La lingua dispone di sollecito o premuroso, ma nessuno dei due coglie l’inclinazione profonda, quasi vocazionale, di chi si fa carico del benessere altrui. Accudievole segue la stessa trafila di arrendevole o cedevole, indicando una disposizione stabile della persona. Si dirà che era un uomo accudievole, sempre pronto a sostenere chi vacillava, oppure che la sua presenza accudievole trasformava ogni difficoltà in un compito condiviso. L’aggettivo individua una qualità interiore, non un semplice comportamento occasionale.

Condividevole, formato da condividere, significa ciò che merita di essere condiviso perché unisce spiritualmente o intellettualmente le persone. Condivisibile appartiene alla sfera della logica e dell’assenso razionale; condividevole sposta l’asse sulla dimensione affettiva, indicando qualcosa che vibra all’unisono con l’animo di chi lo riceve. Una scelta può essere condividevole quando suscita comunanza, non solo accordo; un sentimento può essere condividevole quando crea risonanza emotiva. Si potrà affermare, per esempio, che la sua gratitudine era così limpida da risultare immediatamente condividevole, oppure che quella decisione, pur difficile, apparve condividevole perché nasceva da un senso profondo di giustizia. L’aggettivo restituisce alla condivisione la sua radice umana.

Diffidevole, infine, deriva da diffidare e indica chi è strutturalmente incline al sospetto, restio per natura a concedere fiducia. Diffidente è un termine comune, ma spesso descrive un atteggiamento transitorio, legato a una situazione. Diffidevole, invece, scolpisce un tratto permanente del carattere: una rigidità psicologica o etica che spinge a porsi sempre in guardia. Diremo che era un uomo diffidevole, incapace di abbandonarsi completamente all’altrui parola, oppure che la sua indole diffidevole lo spingeva a verificare ogni dettaglio prima di concedere assenso. L’aggettivo definisce una postura interiore, non un semplice stato d’animo.

Queste formazioni non nascono per colmare un vuoto, ma per restituire alla lingua una sfumatura che l’italiano moderno ha progressivamente attenuato: la capacità di esprimere giudizi di valore attraverso la morfologia stessa. Ripristinare il suffisso ‑evole significa recuperare una prosa riflessiva, meditata, capace di distinguere tra la mera possibilità dell’azione e la qualità che la rende degna, virtuosa, condivisibile o sospetta. Premievole, accudievole, condividevole e diffidevole sono, dunque, parole pienamente sorreggibili dalla struttura dell’italiano: trasparenti, coerenti, e soprattutto utili a chi desidera una scrittura più precisa, più intensa, più profondamente umana.

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La lingua “biforcuta” della stampa


Sarebbe inoltre la volta buona per approvare il presidenzialismo bloccata al palo.

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"I termini del Memorandum d'intesa di Islamabad sono cristallini e pubblici, tutti li possono vedere e pubblici per tutti da vedere"

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Perché il protocollo scoperto dal medico mantovano Giuseppe De Donno (morto suicida e irriso dai legali dello studio di Guido Alpa mentre erano al telefono a parlare di affari con Arcuri) e invece il ministero della Salute ha preferito puntare su aziende toscane legate a doppio filo al Pd e finanziate da Mise e Cdp?

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la tassa italiana è destinata a scomparire, oppure … essere interrotta il 1° novembre quanto l’Ue farà applicherà la tassa di gestione dell’Ue.












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mercoledì 1 luglio 2026

Una sola lettera: microscarti che cambiano il senso

 Quando la lingua devia per un soffio e apre significati inattesi


N
el paesaggio della lingua, una sola lettera può essere una soglia: basta che si inclini, che cambi timbro, e il significato devia come un corso d’acqua che trova un nuovo letto. Le coppie che seguono mostrano quanto l’italiano sia sensibile ai minimi spostamenti, e come la storia delle parole - la loro etimologia - custodisca ancora la traccia di quei movimenti.

Decidere e decedere sono due verbi che si somigliano nella grafia, ma divergono nella radice. Decidere viene dal latino decĭdĕre, “tagliare via”, “separare”, da cui “scegliere”: è l’atto di sciogliere un nodo, di prendere una direzione. Decedere nasce invece da decedĕre, “andare via”, “ritirarsi”, e poi “morire”: è il passo che si allontana, la presenza che si spegne. Ho deciso di partire è un gesto di volontà; è deceduto ieri è un gesto di congedo. Una vocale, e la vita cambia asse.

In supportare e sopportare la differenza è un soffio. Supportare deriva dal latino supportare, “sostenere da sotto”, “reggere”: è la mano che aiuta, la struttura che sorregge. Sopportare, da sub‑portare nel senso di “portare sopra”, è invece il peso che grava, la fatica che si tollera. Ti supporto in questo lavoro è un gesto di alleanza; non lo sopporto più è un gesto di resistenza. Una vocale, e la scena passa dalla cura alla sopportazione.

Guardare e guadare sono due verbi che sembrano fratelli, ma appartengono a genealogie diverse. Guardare deriva dal franco wardon, “stare in guardia”, “sorvegliare”: è l’occhio che vigila, che osserva. Guadare, invece, viene dal germanico wad, “passare attraverso l’acqua”, “attraversare un guado”: è il piede che entra nel fiume, il corpo che avanza. Guardo il cielo è un gesto immobile; guado il torrente è un gesto che attraversa. Una consonante, e la lingua passa dalla vista al movimento.

Onore e onere sono due sostantivi che si sfiorano come due superfici lucide. Onore viene dal latino honor, “stima”, “dignità”: è la luce che si posa sulla persona, la reputazione che si eleva. Onere, da onus, “peso”, “carico”, è ciò che grava, ciò che si deve portare. È un onore essere qui è un’apertura; è un onere che devo assolvere è un compito che pesa. Una vocale, e la parola passa dalla gloria al carico.

Testo e testa condividono la forma, ma non la storia. Testo viene da textus, “tessuto”, “intreccio”: è la trama delle parole, la stoffa del discorso. Testa, dal latino testa, “vaso di terracotta”, poi “cranio”, è la parte del corpo che pensa, che sente, che guida. Il testo è chiaro parla della pagina; la testa mi gira parla del corpo. Una vocale, e la lingua passa dalla scrittura alla carne.

Disamina e disanima sono una coppia che mostra quanto una sola lettera possa cambiare il destino di una parola. Disamina viene dal latino dis‑examen, “analisi”, “esame accurato”: è lo sguardo che seziona, che distingue, che valuta. Disanima, invece, è un sostantivo formato da dis‑ e anima, derivato dal verbo disanimare: significa scoraggiamento, perdita di animo, indebolimento della volontà d’azione. La sua disanima dopo il rifiuto era evidente è un esempio limpido; non dobbiamo cadere nella disanima è l’uso astratto, attestato nella prosa ottocentesca. Una sola lettera, e la lingua passa dall’analisi alla perdita d’animo.

Infine rilevare e rivelare, che non cambiano una sola lettera ma si confondono come due fogli sovrapposti. Rilevare viene da re‑levare, “sollevare”, “mettere in evidenza”: è il gesto di notare, misurare, registrare. Rivelare, da re‑velare, “togliere il velo”, è lo svelamento, la luce che entra. Rilevo un errore è un atto tecnico; rivelo un segreto è un atto narrativo. Qui la somiglianza è un miraggio: l’occhio vede quasi la stessa parola, ma la lingua cammina altrove.

Così la lingua, e concludiamo queste noterelle, mostra la sua precisione: un organismo che vibra al minimo tocco, che cambia direzione per una lettera, che apre mondi con un soffio. E noi, che la attraversiamo, possiamo ascoltare questo movimento sottile, questa danza microscopica che trasforma la parola in un paesaggio sempre nuovo.

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 Prosista! Chi è costui?

Colui/colei che scrive in prosa, prosatore. È lemmatizzato nel vocabolario del Battaglia e in quello del Tommaseo-Bellini.




















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martedì 30 giugno 2026

Quando le parole perdono colore

 


Lo sbiancamento semantico costituisce un fenomeno di mutamento lessicale ampiamente attestato nelle lingue naturali, sebbene raramente tematizzato in modo esplicito nei manuali di lingua italiana. La trattazione scolastica tende infatti a ricondurlo a categorie più generali, quali l’indebolimento semantico, il mutamento diacronico del significato o, più spesso, la desemantizzazione. Nella bibliografia internazionale è invece diffusa la locuzione inglese semantic bleaching, che descrive con efficacia l’idea di un progressivo scolorimento del contenuto semantico originario. In ogni caso, il nucleo concettuale è chiaro: una parola, sottoposta a usi ripetuti e sempre più vari, perde parte della propria forza semantica e si stabilizza come elemento attenuato, talvolta quasi neutro.

Ogni lessema nasce con un significato pieno, spesso legato a un’immagine concreta o a un valore emotivo. L’uso reiterato in contesti non più coerenti con tale immagine può eroderne gradualmente il contenuto. È quanto accade agli intensificatori, che rappresentano uno dei campi più evidenti del fenomeno. Aggettivi come terribile, orribile, spaventoso e i corrispondenti avverbi non evocano più, nell’uso contemporaneo, emozioni di timore o repulsione: una fame terribile non suscita paura, un caldo spaventoso non implica alcun turbamento, una giornata orribile non rimanda a nulla di mostruoso. Il valore emotivo originario si è attenuato, lasciando spazio a una funzione puramente intensificatoria.

Lo sbiancamento semantico interessa anche parole di larghissima circolazione che, nel tempo, si trasformano in contenitori generici. Cosa, proveniente da causa, è divenuta il sostantivo più neutro del lessico italiano, impiegato per riferirsi a oggetti, eventi, situazioni, senza alcuna specificazione. In questi casi, l’allargamento del campo d’uso coincide con una perdita di precisione: la parola non delimita più un referente, ma funge da segnaposto discorsivo.

Un ulteriore ambito in cui il fenomeno si manifesta con particolare chiarezza è quello dei marcatori discorsivi e delle particelle pragmatiche. Termini come davvero, veramente, magari, tipo, insomma nascono con un significato pieno - rispettivamente affermazione, veridicità, desiderio, modello, somma - ma nell’uso corrente svolgono spesso funzioni di modulazione enunciativa. Magari, che in origine esprimeva un desiderio intenso, può oggi indicare una possibilità vaga; tipo segnala approssimazione o esitazione; insomma regola il ritmo e la struttura dell’interazione. In tali casi, lo sbiancamento non produce intensificazione, bensì una riduzione del contenuto lessicale a favore di un ruolo pragmatico.

Il fenomeno è strettamente connesso alla grammaticalizzazione, pur non identificandosi con questa. Numerose preposizioni e connettivi dell’italiano derivano da forme piene che, nel corso del tempo, hanno perso il loro significato originario: durante, mediante, nonostante erano participi presenti; oggi sono preposizioni pienamente grammaticalizzate. Il passaggio dal lessico alla grammatica comporta inevitabilmente un indebolimento semantico: la parola non descrive più un contenuto, ma contribuisce alla struttura sintattica dell’enunciato.

Lo sbiancamento semantico non è tuttavia un fenomeno confinato alla storia della lingua: è un processo vivo, osservabile nell’uso quotidiano. Ogni volta che un termine emotivo viene impiegato per esprimere semplice enfasi, il suo significato originario si attenua. Fantastico, applicato a qualsiasi esperienza piacevole, perde la sua connotazione di eccezionalità; amore, usato per esprimere un generico gradimento, si allontana dal suo valore affettivo forte. Si tratta di un consumo semantico lento ma costante, che accompagna l’evoluzione spontanea dell’uso.

In conclusione, benché i manuali di lingua non dedichino quasi mai una voce autonoma allo sbiancamento semantico, il fenomeno è ampiamente riconosciuto nella linguistica contemporanea e costituisce uno degli indicatori più significativi della trasformazione del lessico. L’immagine dello “sbiancamento” rende bene l’idea di un processo graduale: come un tessuto esposto alla luce, la parola conserva la sua forma, ma perde parte del suo pigmento originario. Osservare questo scolorimento significa cogliere la lingua nel suo mutamento più sottile, quello che si realizza non attraverso rivoluzioni improvvise, ma attraverso le abitudini minime dell’uso quotidiano.

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 Sospettevole? Perché no!?

 

Variante letteraria di sospettabile. Il comportamento di Giovanna è veramente sospettevole.

Oltre che nel dizionario del Battaglia si trova in quello del Tommaseo-Bellini e in alcune pubblicazioni.




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lunedì 29 giugno 2026

Il dativo invisibile

 La regola più elegante dell’italiano, che tutti credono sia un errore


Esiste una norma sintattica che appartiene alla parte più alta e più sorvegliata del nostro idioma: una regola antica, solida, riconosciuta dalla tradizione letteraria e ribadita dalle grammatiche storiche più severe. Una regola che, paradossalmente, quasi nessuno insegna più. Non la si trova nei manuali scolastici, non la si sente nelle aule universitarie, e la maggior parte dei docenti la considera un errore. Eppure è una delle strutture più eleganti e coerenti della nostra sintassi: la reggenza dei verbi di percezione quando sono seguiti da un infinito transitivo con il suo complemento oggetto espresso. Vediamo.

Nel parlato comune, e purtroppo anche nello scritto accademico, si producono senza esitazione frasi come: L’ho vista mangiare la mela; L’ho sentita spiegare la lezione. A prima vista sembrano naturali, quasi inevitabili. Ma la loro naturalezza è ingannevole. In queste costruzioni, il pronome la è complemento oggetto del verbo principale, mentre l’infinito che segue ha già un proprio oggetto diretto. Il risultato è un doppio accusativo, cioè due oggetti diretti che insistono sulla stessa catena verbale: una struttura che la nostra lingua, nella sua architettura profonda, non contempla.

La norma storica, quella che discende dalla tradizione letteraria, è invece limpida: quando l’infinito è transitivo e ha il suo oggetto espresso, il soggetto dell’infinito non può essere in accusativo, ma deve essere collocato in dativo. È il celebre passaggio al dativo, oggi quasi invisibile nell’uso, ma perfettamente documentato e strutturalmente impeccabile. Le forme corrette sono dunque: Le ho visto mangiare la mela; Le ho sentito spiegare la lezione. In altre parole: ho visto mangiare la mela a lei; ho sentito spiegare la lezione a lei. La costruzione è cristallina: l’oggetto diretto appartiene all’infinito, mentre la persona che compie l’azione percepita è un complemento di termine.

La regola si declina con coerenza a seconda della natura dell’infinito. Se l’infinito è intransitivo, l’accusativo è legittimo: L’ho vista uscire. Se è transitivo ma senza oggetto espresso, l’accusativo resta possibile: L’ho vista mangiare. Ma se l’infinito è transitivo e il suo oggetto è presente, la sintassi richiede il dativo: Le ho visto mangiare un dolce. Con i pronomi maschili o plurali, la differenza diventa ancora più evidente: Gli ho visto leggere il libro è la forma aulica e corretta; L’ho visto leggere il libro è la forma comune, ormai dominante, ma tecnicamente quasi agrammaticale.

Perché questa norma, così elegante e coerente, è stata abbandonata? La risposta è un piccolo caso di evoluzione percettiva. Nel corso del Novecento, l’italiano d’uso medio ha esteso per analogia la costruzione con l’accusativo, modellandola su quella dei verbi intransitivi: L’ho vista partire ha trascinato con sé L’ho vista leggere il libro. Il risultato è che la forma storicamente corretta, quella con il dativo, è diventata talmente rara da suonare arcaica, quasi sospetta. Così sospetta che un docente, trovandola in un compito, la correggerebbe senza esitazione, convinto di difendere la norma, mentre in realtà sta scancellando (sic!) l’unica struttura pienamente conforme alla tradizione grammaticale.

È un caso affascinante di come la percezione linguistica possa ribaltare la grammatica, trasformando l’eccezione popolare in regola d’uso e relegando la norma storica nella categoria degli errori immaginari. Eppure, per chi ama la lingua nelle sue profondità, questa piccola regola dimenticata è un frammento prezioso: un punto in cui l’italiano mostra la sua logica interna, la sua precisione, la sua capacità di distinguere i ruoli con una sola sillaba. La lingua non sbaglia mai: è chi la parla che, a volte, dimentica di ascoltarla.


















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domenica 28 giugno 2026

Ripugnevole, la parola che c’era e non c’è più

 Storia discreta di un aggettivo rimasto ai margini dell’uso


C
i sono parole che sembrano nate con tutte le carte in regola: forma impeccabile, trasparenza semantica, perfetta collocazione nella morfologia italiana. Eppure, per ragioni che la lingua non spiega mai del tutto, restano ai margini, come figure intraviste e subito svanite. Ripugnevole appartiene a questa zona d’ombra: un aggettivo costruito con esattezza, dal significato limpido - che provoca ripugnanza, che suscita ribrezzo - e tuttavia assente dai vocabolari dell’uso. La sua unica casa è il Grande dizionario della lingua italiana, il Battaglia, che lo registra con la sua consueta attenzione alle forme rare, effimere, laterali.

La struttura in ‑evole gli conferisce un’intonazione particolare, quasi morale. È la stessa cadenza che ritroviamo in spregevole, biasimevole: parole che non si limitano a descrivere un moto fisico, ma suggeriscono un giudizio, una valutazione che riguarda la condotta, il comportamento, la dignità. In questo senso, ripugnevole avrebbe potuto trovare spazio nella prosa riflessiva, nei romanzi che cercano una sfumatura più meditata del disgusto, nei saggi che vogliono distinguere tra ciò che offende il corpo e ciò che offende la coscienza. Avrebbe potuto dire una condotta ripugnevole, un gesto ripugnevole, con quella gravità composta che appartiene alle forme un po’ appartate.

La lingua, però, ha seguito un’altra via. Ha preferito parole più rapide, più istintive, più corporee: ripugnante, ributtante, rivoltante. Termini che arrivano subito al punto, che non chiedono tempo né mediazione. Ripugnevole, con la sua lentezza quasi etica, è rimasto indietro. Non ha trovato circolazione, non ha messo radici nell’uso quotidiano, non è diventato familiare. È rimasto una possibilità, un ramo laterale che la lingua ha lasciato intatto ma non ha percorso.

E proprio questa condizione sospesa gli dà un fascino particolare. È una parola che porta con sé la memoria di ciò che la lingua avrebbe potuto essere: un lessico più ampio, più sfumato, più disposto a distinguere tra il disgusto immediato e quello meditato. Ripugnevole è un reperto vivo, non perché appartenga al passato, ma perché appartiene a un passato possibile. È una forma che la lingua ha sfiorato e poi abbandonato, lasciandola come un segno di ciò che resta ai margini, di ciò che non diventa uso ma continua a esistere come traccia.

Usarla oggi significa richiamare quella regione discreta dove le parole non sono morte, ma non sono nemmeno vive: sono forme che attendono (potremmo dire nel “limbo del lessico”), che conservano un eco (sic!), che illuminano per contrasto la vitalità delle altre. Ripugnevole ci ricorda che il lessico non è un inventario chiuso, ma un territorio pieno di deviazioni, di tentativi, di possibilità rimaste tali. E che proprio lì, in quella zona di quiete, si nasconde spesso la parte più suggestiva della nostra meravigliosa lingua.

Scheda lessicale

Lemma: ripugnevole

Categoria grammaticale: aggettivo

Significato: che provoca ripugnanza, che suscita ribrezzo

Etimologia: derivato regolare da ripugnare, sul modello di aggettivi in ‑evole (spregevole, biasimevole).

Attestazione: documentato esclusivamente nel Grande dizionario della lingua italiana (Battaglia).

Registro: letterario, raro, non presente nei vocabolari dell’uso corrente.

Area semantica: disgusto, riprovazione morale.

Esempio d’uso: una condotta ripugnevole, un gesto ripugnevole.

Note: forma morfologicamente legittima ma non entrata nell’uso vivo; conserva una sfumatura etica e riflessiva rispetto a ripugnante.

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Qui la prova che l'aggettivo, esistente, è stato relegato nella "soffitta della lingua".