Un
chiarimento necessario su due discipline spesso confuse, ma
profondamente diverse
Capita
spesso che, parlando di lingua, qualcuno usi lessicologia e
lessicografia come se fossero la stessa cosa. Lo notiamo di
continuo, e ogni volta ci sorprendiamo un po’, perché in realtà
quei due lessemi, pur somigliandosi, raccontano due mondi diversi.
Forse è proprio la loro vicinanza a trarre in inganno: ambi i
termini ruotano attorno alle parole, ma lo fanno con spiriti e
obiettivi molto differenti. E allora soffermiamoci un momento per
“vedere” perché non sono sinonimi, partendo da ciò che più
affascina: la loro storia.
Lessicologia viene dal greco léxis, “parola”,
e lógos, “studio”. È, in fondo, il desiderio di capire
come funziona il lessico, di osservare le parole da vicino, di
seguirne i percorsi, le metamorfosi, le relazioni. È una disciplina
che ragiona, che analizza, che si interroga. Quando ci si avvicina
alla lessicologia si ha sempre la sensazione di entrare in una stanza
piena di mappe: ogni parola è un punto, e il compito del lessicologo
è tracciare i sentieri che le collegano.
Oggi questa stanza si è ampliata: la lessicologia dialoga con la
linguistica computazionale, con la semantica cognitiva, con lo studio
dei corpora digitali. Le mappe non sono più solo metaforiche: sono
database, reti semantiche, modelli che permettono di osservare l’uso
reale della lingua su scale prima impensabili.
La lessicografia, invece, ha un sapore più
“artigianale”. Anche qui c’è léxis, ma accanto
troviamo graphía, “scrittura”. È la pratica di mettere
le parole nero su bianco, come suol dirsi, di organizzarle,
definirle, renderle consultabili. È il lavoro paziente e meticoloso
di chi costruisce dizionari. Quando pensiamo al lessicografo, lo
immaginiamo come qualcuno che, con cura quasi da orafo e pazienza da
certosino, sceglie quale lemma includere, come descriverlo, quali
esempi offrire. È un mestiere che richiede rigore, certo, ma anche
sensibilità: un dizionario non è solo un elenco di parole, è un
ritratto della lingua.
In proposito riportiamo
uno degli aneddoti più gustosi dell’Ottocento linguistico.
In un’epoca in cui molti dizionari italiani erano animati da un
forte spirito purista - il Vocabolario della Crusca come
modello, e alcuni autori persino più rigidi - un lessicografo
toscano, famoso per il suo rigore quasi ascetico, annotava a margine
dei suoi manoscritti:
“Voce
brutta, forestiera, inutile. Ma poiché la plebe la usa, bisogna
registrarla”.
È un episodio che circola tra
gli studiosi e che racconta benissimo il conflitto eterno tra norma e
uso: il purista che, pur detestando un francesismo, lo inserisce
perché la lingua, semplicemente, non chiede permesso.
E anche questo mestiere sta cambiando: la lessicografia vive una
trasformazione continua, con dizionari digitali aggiornati in tempo
reale, definizioni che tengono conto dell’uso effettivo e non solo
della norma, strumenti informatici che permettono di registrare la
vitalità della lingua mentre accade.
La confusione nasce proprio perché le due discipline dialogano
continuamente. Il lessicografo ha bisogno delle intuizioni del
lessicologo; il lessicologo, a sua volta, trova nei dizionari una
miniera di dati. Ma non fanno la stessa cosa. La lessicologia pensa;
la lessicografia costruisce. La prima indaga il lessico; la seconda
lo mette a disposizione. È un po’ come distinguere tra chi studia
la botanica e chi cura un giardino: senza l’uno, l’altro avrebbe
meno strumenti; senza l’altro, la teoria resterebbe sospesa
nell’aria.
Per questo, ogni volta che sentiamo usare i due termini come
sinonimi ci viene voglia di chiarire la differenza. Non per
pedanteria, ma perché riconoscere il ruolo di entrambi i lessemi
significa anche riconoscere la ricchezza del lavoro che c’è dietro
ogni parola che usiamo. La lingua non è solo un mezzo: è un
universo, e chi la studia o la organizza contribuisce, ciascuno a
modo suo, a renderla più comprensibile.
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"Avere il capo tribolato"
Storia,
significato e fascino di un modo di dire ottocentesco
Avere
il capo tribolato è un modo di dire ottocentesco che oggi non
usiamo più, ma che descrive con sorprendente precisione una
sensazione fin troppo moderna: la testa piena di pensieri che non
danno tregua. L'espressione rimanda al tribulum, dal verbo latino tribulare, “tormentare”. Il tribulum è lo strumento agricolo usato per
trebbiare il grano. L’immagine è potente, dunque: la mente schiacciata,
pressata, come il grano sotto il peso del tribulum. Nell’Ottocento questa espressione era comune, soprattutto
nell’Italia centrale, e si poteva trovare in lettere, romanzi,
dialoghi quotidiani. Aveva un tono familiare, domestico, e raccontava
con immediatezza uno stato d’animo complesso.
Oggi preferiamo
formule più neutre - “avere la testa piena”, “essere in
ansia”, “avere mille pensieri” - ma nessuna di queste ha la
stessa forza visiva. Avere il capo tribolato non si limita a
descrivere un’emozione: la fa “vedere”. E forse proprio per
questo meriterebbe di tornare in circolazione. Perché, in fondo, chi
non ha mai avuto il capo tribolato?
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Niente permessi
premio ai femminicidi: la proposta di legge della mamma di Noemi
Durini, uccisa a 16 anni
Questo
titolo di un giornale in Rete ci ha fatto venire alla mente un
neologismo: donnicida. Lo
proponiamo ai lessicografi, senza tema di bestemmiare.
Nel dibattito sulla violenza contro le donne, la precisione
linguistica non è un dettaglio: influisce sul modo in cui
comprendiamo i fatti e chi ne è responsabile. Lo si vede bene
quando, parlando di femminicidio, molti titoli usano espressioni come
“niente permessi premio ai femminicidi”. Questa formulazione,
però, è impropria: femminicidi è semplicemente il plurale
del delitto, non dell’autore.
Il problema nasce da una lacuna del lessico italiano. Per
“femminicidio” non esiste un termine sintetico e codificato che
indichi chi lo commette. Nei testi ufficiali si ricorre quindi a
perifrasi come “autori di femminicidio” o “responsabili di
femminicidio”, corrette ma lunghe e poco adatte alla comunicazione
giornalistica. Da qui l’uso improprio di “femminicidi” per
riferirsi ai colpevoli, con il risultato di confondere reato e reo.
Per colmare questa mancanza, la proposta di introdurre il termine
“donnicida” - e al plurale “donnicidi” - è morfologicamente
coerente e immediatamente comprensibile. La formazione segue un
modello già presente nella lingua italiana e permetterebbe di
distinguere con chiarezza tra il delitto (“femminicidio”) e chi
lo commette (“donnicida”). Sarebbe un neologismo utile,
trasparente e funzionale, capace di restituire precisione al discorso
pubblico.
La cura del linguaggio non è un esercizio di pignoleria: è uno
strumento di consapevolezza. Usare parole corrette significa
descrivere meglio la realtà e affrontarla con maggiore lucidità. In
questo senso, distinguere tra femminicidi come delitti e
donnicidi come autori sarebbe un passo avanti verso un lessico
più rigoroso e rispettoso della gravità dei fatti.
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Abbiamo scoperto di non aver "inventato" alcun termine, Il sostantivo "donnicida" è attestato nel vocabolario del Tommaseo-Bellini e in quello del Battaglia.

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