martedì 3 novembre 2026

Sciupare: quando lo spreco diventa rovina

Tra i verbi della lingua italiana che sembrano umili e quotidiani, sciupare è uno dei più interessanti. Oggi lo usiamo soprattutto con il significato di sprecare («sciupare il denaro», «sciupare il tempo») o di rovinare («sciupare un vestito», «sciupare un libro»), ma la sua storia racconta molto di più.

Secondo il Vocabolario Treccani, sciupare risale probabilmente al latino volgare exsipare, voce affine a dissipare, dalla quale ha conservato l'idea della dispersione e della perdita. In origine, dunque, il concetto era quello del «far andare disperso», del consumare senza costrutto. Da qui si è sviluppato il doppio valore che il verbo ha ancora oggi: da una parte sprecare, dall'altra guastare o deteriorare. 

Le due accezioni, a ben vedere, sono strettamente legate. Se sciupo il denaro, lo consumo inutilmente; se sciupo un vestito, ne comprometto l'aspetto e l'utilità. In entrambi i casi vi è una perdita. Sciupare è dunque il verbo della sottrazione, del venir meno di qualcosa che prima possedeva valore, bellezza o efficacia.

La ricchezza del verbo emerge anche dagli usi figurati. Un contrattempo può sciupare una festa; una cattiva traduzione può sciupare un'opera letteraria; una frase infelice può sciupare un'amicizia. In questi casi non si rovina un oggetto, ma un'atmosfera, un rapporto o un'occasione.

Particolarmente interessante è l'uso riferito alle persone. Fino a non molti decenni fa era comunissimo sentir dire: «Questa malattia l'ha molto sciupato» oppure «Le preoccupazioni la stanno sciupando». Il verbo indicava il deperimento fisico, il consumo lento delle energie. Ancora oggi non è raro trovare qualcuno che, vedendo un amico affaticato, osservi: «Ti vedo un po' sciupato».

Non manca neppure una sfumatura ironica. Quando qualcuno compie uno sforzo minimo o una generosità insignificante, si può commentare scherzosamente: «Eh, ti sei proprio sciupato!». È un uso registrato anche dalla lessicografia e ancora abbastanza vivo nel parlato familiare. 

Una curiosità storica riguarda l'antica forma «scipare», oggi scomparsa. Compare già in Dante, che nell'Inferno scrive: «Che la memoria il sangue ancor mi scipa». I commentatori antichi spiegavano il verbo nel senso di «consumare», «disperdere», «far venir meno». Anche in questo caso ritroviamo l'idea fondamentale che ancora sopravvive nell'odierno «sciupare»: quella di una perdita, di qualcosa che si consuma, si deteriora o viene disperso».

Dal verbo sono nati anche i lessemi sciupo e sciupìo, sostantivi che indicano lo spreco. «Fare sciupo di energie», «che sciupìo di denaro!» erano espressioni abbastanza comuni nelle generazioni passate. Oggi tendono a essere sostituite da spreco, ma conservano un sapore genuinamente italiano che meriterebbe di essere preservato. 

Il fascino di sciupare, forse, sta proprio nella sua concretezza. Molti sinonimi descrivono soltanto una parte del fenomeno: sprecare insiste sul consumo inutile, rovinare sul deterioramento, dissipare sulla perdita. Sciupare, invece, racchiude tutto in una sola parola. Quando sciupiamo qualcosa, infatti, non ci limitiamo a consumarla: la priviamo di una parte del suo valore.

Ecco perché le nonne dicevano: «Non sciupare il pane». In quella raccomandazione non c'era soltanto un invito al risparmio. C'era il rispetto per il cibo, per il lavoro necessario a procurarlo e, in fondo, per le cose stesse. Una piccola lezione di vita custodita in una parola che, fortunatamente, non si è ancora... sciupata.

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Dal cimitero alla grammatica: la sorprendente storia del «trapassato»

Il 3 novembre, il giorno che segue la Commemorazione dei Defunti, può offrirci l'occasione per riflettere su una parola curiosa che vive contemporaneamente nel linguaggio comune (funebre) e nella grammatica: trapassato.

Quando sentiamo parlare di un trapassato, infatti, pensiamo subito a una persona morta. Eppure il termine, all'origine, non aveva nulla di lugubre. È semplicemente il participio passato del verbo trapassare, formato da tra- e passare, con il significato di «passare oltre», «andare al di là», «oltrepassare».

L'idea è antica e profondamente radicata nella cultura europea: la morte viene concepita non come una fine assoluta, ma come un passaggio. Il trapassato è, dunque, colui che è «passato oltre».

Fin qui nulla di sorprendente. La sorpresa arriva quando apriamo una grammatica. Anche lì troviamo il trapassato: trapassato prossimo e trapassato remoto. Perché proprio questo nome?

La ragione è la medesima. In espressioni come «avevo mangiato» o «ebbi mangiato», l'azione viene collocata in un passato che precede un altro passato. È quindi un tempo che è andato «oltre» il passato semplice, un passato più lontano, più arretrato. In altre parole, un passato... trapassato.

La lingua, senza che ce ne accorgiamo, utilizza la stessa immagine in due ambiti apparentemente lontanissimi: il cimitero e la grammatica. In ambi i casi c'è qualcosa che ha oltrepassato una soglia. Da una parte una persona che ha lasciato la vita terrena; dall'altra un'azione che si colloca oltre un altro momento del passato.

È uno di quei casi in cui l'etimologia "illumina" significati che sembravano del tutto indipendenti. E ci ricorda ancora una volta che le parole, proprio come gli uomini, hanno una storia. Alcune, addirittura, attraversano i secoli senza perdere il loro significato più profondo: quello di un passaggio verso «un oltre», qualunque esso sia.

Una piccola curiosità: il trapassato che ricordiamo nei cimiteri e il trapassato che studiamo a scuola sono, in fondo, parenti molto più stretti di quanto si potrebbe immaginare.



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



lunedì 2 novembre 2026

Arrestare: fermare, catturare, interrompere e persino... convincere


 Il verbo arrestare appartiene a quella schiera di parole che sembrano semplici ma nascondono una sorprendente ricchezza di significati. Nell'uso comune, infatti, appena sentiamo parlare di un arresto pensiamo immediatamente alle forze dell'ordine e alle manette. In realtà questo verbo ha numerose accezioni, alcune molto antiche e altre ancora vive nel linguaggio tecnico.

L'accezione più nota è certamente quella di «privare della libertà personale una persona accusata di un reato»: la polizia ha arrestato il ladro; i carabinieri hanno arrestato due truffatori. In questo caso arrestare è quasi sinonimo di catturare o fermare, anche se ha una precisa valenza giuridica.
Ma il significato originario è più ampio: arrestare vuol dire innanzitutto «fermare una corsa, un movimento, un'avanzata». Possiamo arrestare un'automobile davanti a un semaforo rosso, un ciclista può arrestare la marcia, un esercito può arrestare l'offensiva nemica. Da qui deriva anche l'espressione arrestare una caduta, cioè impedirne la prosecuzione.
Nella lingua della medicina si parla spesso di arrestare una malattia o arrestarne il decorso, vale a dire bloccarne l'evoluzione. Analogamente, si parla di arresto cardiaco per indicare la cessazione dell'attività del cuore. In entrambi i casi ritorna l'idea fondamentale del fermarsi o dell'interrompersi. Anche nel linguaggio economico si può leggere che determinati provvedimenti hanno arrestato l'inflazione o arrestato il calo delle vendite.
Non tutti sanno, forse, che arrestare può riferirsi anche allo sguardo o all'attenzione. Uno scrittore può scrivere che «l'occhio si arrestò su un particolare», cioè si fermò a osservarlo. È un uso elegante, meno frequente oggi, ma ancora perfettamente comprensibile.
Sotto il profilo etimologico, arrestare deriva dal latino medievale arrestare (ad- e restare, «fermarsi»), a sua volta collegato al concetto di «restare fermo». È dunque parente di lessemi come restare e arresto, tutti accomunati dall'idea dell'immobilità.
Una curiosità storica riguarda proprio il termine arresto. In passato non indicava necessariamente la detenzione di una persona: nei testi amministrativi e militari poteva designare qualsiasi fermata, sospensione o interruzione. Soltanto con il trascorrere del tempo il significato giuridico è diventato predominante nell'immaginario collettivo.
Ecco, dunque, che dietro il verbo che associamo istintivamente alle forze dell'ordine e alle manette, si cela una famiglia di significati assai più vasta. Un'automobile può essere arrestata, una malattia può essere arrestata, una frana può essere arrestata, uno sguardo può arrestarsi e persino una discussione può essere arrestata da un'argomentazione decisiva. Cambiano i contesti, ma l'idea di fondo resta immutata: qualcosa che corre, procede o si sviluppa viene fermato sul suo cammino.
Molto spesso, dunque, nella nostra lingua, dietro una parola apparentemente ordinaria si nasconde una storia molto più ricca di quanto immaginiamo. E forse è proprio questo che rende così affascinante l'italico idioma.

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Il 2 novembre e la sorprendente storia del «defunto»


I
l 2 novembre è il giorno della Commemorazione dei defunti. Ma vi siete mai chiesti che cosa significhi davvero defunto?

Il vocabolo proviene dal latino defunctus, participio passato di defungi, che significava «compiere fino in fondo», «portare a termine», «assolvere un incarico». Il significato originario, dunque, non era «morto», sibbene «che ha terminato il proprio compito». Solo in un secondo momento il termine passò a indicare chi aveva concluso il corso della vita terrena.

Ecco perché defunto è molto più delicato e suggestivo di altre parole come morto. Nel suo significato etimologico non richiama tanto la fine quanto il compimento. Il defunto è colui che ha «portato a termine» il proprio cammino.

Non è un caso che nei documenti e negli atti ufficiali si preferisca spesso defunto a morto: il primo conserva una sfumatura di rispetto che deriva proprio dalla sua storia linguistica.

C'è poi un'altra particolarità. Nella lingua comune diciamo spesso i defunti, ma raramente ci soffermiamo sul fatto che si tratta di un participio passato sostantivato, proprio come i presenti, gli assenti o i laureati. In altre parole, defunto non nacque come nome, bensì come aggettivo.

Così il 2 novembre, mentre commemoriamo i nostri cari, possiamo anche ricordare una piccola lezione nascosta nelle parole: per l'italico idioma un defunto non è semplicemente qualcuno che è morto, ma qualcuno che ha terminato il proprio percorso. Un modo discreto ed elegante con cui la lingua, da secoli, cerca di addolcire una delle realtà più difficili da nominare.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Sono diversi sono i comitati che contestano le scelte …

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Il giorno dopo, con la conta dei danni, la citò si lecca le ferite … La violenza dei minori in piazza Duomo Nessuna siglia. Ma chi ha scatenato l'interno a Milano? … Così, mentre le forze mentre le forze dell'ordine presidiavano l'area …

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Gli scontri in Francia, il ministro dell'Interno presenta le dimissioni ma Marcron le rifiuta

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… ha dichiarato Waltz riferendosi alla controparte iraniano.

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Le forze armate iraniane hanno reso noto … che i loro sistemi di difesi hanno abbattuto un drone …

… si precisa che sono state attaccati anche depositi di armi …

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… già in atto in alcune grandi città internazionali.

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Le proposte riguardavano un allenamento dei requisiti di accesso alla cittadinanza …

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… il distacco che separa il centrodestra dal centrosinistra è solo dello 0,2%, con la prima al 43,2% (e un aumento percentuale dello 0,1%), e la seconda ferma al 43%.

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… prprio mentre stava votando a Herzliya, vicino Tel Aviv …

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Il presidente Usa pronto a ordinare un'operazione militare contro Teheran se il Gop perderà elle elezioni di metà mandato … Donald Trump sarà più incline e ordinare un'operazione militare contro l'Iran se i repubblicani perderanno elle elezioni di metà mandato … Il momento migliore per arrivare a un accordi è ora … la richiesta dell'Iran che venga rimosso il blocco americano e di sblocchino i fondi congelati.

L'Oman ha dichiarato di aver soccorso 25 marinai da una nave mercantile …


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I responsabili tecnici del portale Treccani, nonostante le ripetute segnalazioni, continuano a lasciare sbarrato l'accesso alle sezioni «Grammatica», «Lessico» e «Varie». Il risultato è che i lettori non possono consultare le risposte fornite dagli esperti ai quesiti linguistici. Chi clicca su «Treccani risponde» (già «Domande e risposte») e poi su uno dei settori interessati viene infatti ricondotto sempre alla stessa pagina: quella iniziale.

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Sembra che i tecnici, ora, siano intervenuti...



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

domenica 1 novembre 2026

Sgroi – 230 - DIALETT(AL)ISMI E LETTERATURA


 di Salvatore Claudio Sgroi


1. Evento editoriale

Vincenzo Vitale, già magistrato e ora avvocato, -- col titolo Nelle tenebre dimorano le aquile (Baldini e Castoldi 2026, pp. 152), tratto dall’inno Patmos di Friedrich Hölderlin, apparso nel 1808, -- pubblica cinque racconti: (i) Il segreto del mare, (ii) Volle andarci di notte, (iii) Il seme della salvezza, (iv) La pallina del diavolo, (v) Giovannino e il grisou: tutti brevi tranne il terzo di ben 90 pagine. Il titolo che vygotskijanamente riassume l'intero significato di un testo, qui indica metaforicamente la volontà di superare ogni difficoltà, di non arrendersi mai, di “spiccare il volo”.

2. “Il segreto del mare”

I racconti sono tutti ambientati in Sicilia. Nel primo,“Il segreto del mare”, siamo in un “paesino siciliano a metà strada fra Palagonia e Francofonte” (p. 15), protagonista è “Carmelino” col nonno “Carmelo” e “Bastiano”, con la presenza di alcuni sicilianismi (“chiurma” pp. 15, 19; “picciotti”, “macchie”‘piante’, “‘nzitati” ‘innestati’, “cascia/casci”, “massaro” p. 21), versi di G. Formisano 1910 (pp. 17, 22, tradotti in nota), e qualche frase in dialetto (“lassati stari…” p. 23).

Per il giornalista Salvatore Massimo Fazio che ha intervistato l’autore (La semplicità, oggi rara è ricchezza e profondità,  in “La Sicilia” 23 ottobre, p. 14), qui “sembra emergere la madeleine proustiana”. A cui fa eco la risposta di Vitale: “Chiunque ha sperimentato la madeleine proustiana: basta un sapore, un profumo, un suono per rievocare il sorriso di una persona scomparsa, una strada non più percorsa, una cosa dove a lungo abitammo”.


3. “Volle andarci di notte”

Nel secondo racconto, “Volle andarci di notte”, dove appare il sicilianismo “cascia” (p. 29), protagonista è “Nunzio” con la moglie “Cecilia”, che andava “in piena notte in campagna”, perché “voleva parlare con la luna e, attraverso la luna, addirittura con Dio stesso” (p. 31). In quanto “riservista” (p. 33) è costretto insieme con un altro riservista (“Totò” p. 34) ad affrontare con un “arrugginito” (p. 36) cannone del ’15-’18 gli anglo-americani, dinanzi ai quali dovette poi scappare. Alla fine, Nunzio conclude che “Non c’entrava la luna. Con Dio, era tutta questione di anima” (p. 38).


4. “Il seme della salvezza”, ovvero il fallimento del viceré Caracciolo

Il terzo racconto, “Il seme della salvezza”, il più lungo di tutti (pp. 41-131), ricostruisce il fallimento del viceré Domenico Caracciolo mandato in Sicilia nel 1781 da re Ferdinando per “arginare il potere dei baroni” (p. 78). Si focalizza prima la vicenda di un ordine di sequestro da parte del viceré di beni del marchese di Villabianca (p. 73), ma annullato paradossalmente dallo stesso re Ferdinando. E poi ci si sofferma sulle vicende di un processo per l’omicidio di “Assad, uno dei servitori neri del principe di Belpasso” (p. 81) da parte di “due servitori del barone di Roccalumera”, che si conclude anziché con una “condanna alla forca” (p. 117) con un’assoluzione, essendosi trattato solo di un “incidente” (p. 127). “L’iniziativa giudiziaria di Caracciolo gli si rivolt[ò] contro”, sicché egli ne uscì “non solo pubblicamente sconfitto, ma anche irriso, privato d’ogni autorevolezza” (p 128). Non mancano qui enunciati in sic. “curriti curriti i carrozzi ci pigghiànu o’ marchisi!” (p. 69)¸ “aprili fa li ciuri” (p. 131), tratti dalla tradizione popolare orale siciliana, o singoli lessemi come saie, carusi (p. 69), dammusi (p. 51), onze (p. 72).


5. “La pallina del diavolo”

Il quarto racconto, “La pallina del diavolo” (pp. 133-45), ambientato a Naxos, illustra il caso di Alfredo, che nel torneo di tennis aveva vinto, ingannando l’avversario. Un imbroglio che lo tormentava a distanza di oltre un decennio dall’evento (p. 139). E ora discutendone col “vecchio Iano” “zu Ianu” (p. 141), vorrebbe confessare l’imbroglio al suo avversario per lavarsi “la coscienza”. La risposta di Iano è che invece, se vuole riavere la sua coscienza, egli deve tacere e “portare la croce – tacendo per tutto il tempo che sarà necessario”. “Nenti ti dici […] Ti ‘mpuni la cruci E mutu t’a stari” (p. 144). Non manca qualche riferimento omerico e sciasciano: “Raggiunse il litoriale di Naxos” (p. 140) “un mare ansioso di acquietarsi nel riposo notturno, un mare ch’era già colore del vino” (p. 141), e qualche frase in dialetto “Chiddu ca veni, veni” (p. 141).


6. “Giovannino e il grisou”

Il quinto, “Giovannino e il grisou” (pp. 147-53) che richiama l’Antimonio sciasciano, è il racconto con sicilianismi (salma, macchie, saie, p. 148) e noti versi popolari (Vitti na crozza supra nu cannuni, p. 149), di Giovannino, quarantenne, che non esita a sacrificarsi per salvare la vita al giovane amico Tonio, entrambi innamorati di una ventenne (Elisa), mentre in miniera cercavano lo zolfo e all’improvviso scoppia il grisou. Bellissima la chiusura “La morte lo trovò vivo” (p. 152), che ricorda l’aforisma “importante è che la morte ci trovi vivi” di Marcello Marchesi, in Il malloppo (1992), con l’invito a vivere la propria esistenza con intensità, pienezza e consapevolezza in ogni singolo istante, senza ridursi a morti viventi, prima del tempo.


7. Stile

Stilisticamente, la prosa di questi racconti, a tratti anche poetica, caratterizza il nostro autore, per riprendere Tomasi di Lampedusa (1955), come uno scrittore “grasso o carnoso” contrapposto a quelli “secchi, o asciutti, o magri” con testi «emozionali, estroversi», ricchi di ornamenti. Con G. Bufalino (1992) si può insomma definire V. Vitale un autore «espansivo», «lascivo», «garrulo», «incontinente», «scialacquatore». Cfr. per es. le scelte lessicali “litee (figurazioni)” (p. 57) assente anche in Google, che si sospetta invenzione dell’A.; “dilucolo” ‘alba’ (p. 87), “bruiva”, “impinse” (p. 95); “necroscopo” (p. 127), “sgonnellano” (p. 84), “beante” (p. 89), “rima” ‘fenditura’ (p. 41), “(Corte) capitaniale” (pp. 115, 120), congiuntivi a iosa (p.e. “usasse” p. 71). E sintatticamente, i periodi spesso lunghi parecchie righe e con incisi pur con a volte dei punti e virgola (p. es. pp. 75-78: 18 righe; pp. 69-70, pp. 70-71 e p. 71: 17 righe; pp. 79-80: 16 righe; pp. 61-62, p. 112 e p. 134: 15 righe).

Un solo es. di stile nominale:

“Terra grassa. Piante massaie, frutti succosi. E lui alla vanga ogni giorno e ogni notte d’estate per le saie, a ruscellar d’acqua una conca dopo l’altra, dietro il lesto e sapiente rivangar del terreno, quanto bastasse a dissetare le radici riarse dalla canicola estiva” (p. 149).

Il giornalista Di Fazio nella sua intervista chiede all’autore: “Perché ha evoluto un libro di racconti che richiama un linguaggio molto colto e ci azzardiamo a dire anche aristocratico, quasi come gli ambienti e i protagonisti che ha narrato?”.

Risposta di Vitale: “Non credo che il linguaggio di questi racconti sia colto. Purtroppo la narrativa italiana degli ultimi anni ha abituato a forme linguistiche semplicistiche, a volte sciatte. Questi racconti sono invece tessuti, spero, con una lingua semplice e profonda. La semplicità, oggi rara è ricchezza e profondità, mentre la semplificazione, oggi di moda, è povertà e superficialità”.


8. Riflessioni metalinguistiche

Il lettore apprezzerà anche una riflessione metalinguistica di Vitale, filosofo del linguaggio: “Le parole, le parole sono tutto. Il mondo è fatto di parole. Senza le parole che lo nominano, lo definiscono, lo fanno nostro, il mondo neppure potrebbe esistere. Ma non capite? Noi tutti viviamo nelle parole e con le parole, come con l’aria che respiriamo” (p. 100).

Nell’intervista di Fazio meno condivisibile è invece il giudizio di Voltaire riportato da Vitale: “i francesi con la loro lingua dicono ciò che possono, gli italiani possono dire con la loro ciò che vogliono”, dimenticando l’onnipotenza semantica di ogni lingua. Le parole di Voltaire erano quelle della lettera del 10 gennaio 1766 all’abate Cesarotti: “Je vois, en vous lisant, la supériorité que la langue italienne a sur la nôtre. Elle dit tout ce qu’elle veut, et la langue française ne dit que ce qu’elle peut”.


Sommario

1. Evento editoriale

2. “Il segreto del mare”

3. “Volle andarci di notte”

4. “Il seme della salvezza”, ovvero il fallimento del viceré Caracciolo

5. “La pallina del diavolo”

6. “Giovannino e il grisou”

7. Stile

8. Riflessioni metalinguistiche





sabato 31 ottobre 2026

Halloween: sotto la maschera ci sono i santi

Chi associa Halloween soltanto a zucche illuminate, fantasmi e streghe potrebbe restare sorpreso nel sapere che questa parola ha origini tutt'altro che spaventose. Anzi, la sua storia linguistica conduce direttamente ai santi.

Halloween deriva infatti dall'antica espressione inglese All Hallows' Even, cioè «vigilia di Ognissanti». Il termine hallow significava «santo», mentre even era una forma abbreviata di evening («sera»). Con il passare dei secoli, l'espressione si è progressivamente contratta, trasformandosi prima in Hallowe'en e poi nell'attuale Halloween.

La maggior parte delle persone ignora dunque che il nome della festa, oggi associata al mondo del mistero e dell'occulto, conserva nel suo stesso significato il ricordo della vigilia della festa di Tutti i Santi. Dietro maschere terrificanti, scheletri e racconti di fantasmi si nasconde, linguisticamente parlando, una ricorrenza del calendario cristiano.

C'è poi una curiosità storica che si intreccia con quella etimologica. La celebre zucca illuminata che tutti identifichiamo con Halloween non apparteneva alla tradizione originaria irlandese. In Irlanda si scavavano soprattutto rape, svuotate e illuminate dall'interno per rappresentare il leggendario Jack-o'-lantern, il personaggio condannato a vagare nell'oscurità con una brace per unica compagnia. Quando gli emigrati irlandesi giunsero in America nell'Ottocento, scoprirono che le zucche erano più grandi, più abbondanti e molto più facili da intagliare delle rape. Fu così che la zucca sostituì gradualmente la rapa e divenne il simbolo universale della ricorrenza.

Un piccolo paradosso, insomma: la parola Halloween continua a custodire nel proprio nome la memoria dei santi, mentre il suo simbolo più famoso nasce da una leggenda popolare irlandese. A volte l'etimologia è proprio come una maschera: basta sollevarla per scoprire una realtà completamente diversa da quella che immaginavamo.

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 Treccani cambia veste, ma non il problema

Come si suol dire, repetita iuvant. A oggi, tuttavia, il problema segnalato non sembra essere stato risolto: le diverse sezioni di «Treccani risponde» continuano a rimandare alla medesima pagina. Ripubblichiamo quindi la nota, confidando che possa rivelarsi utile.

Il nuovo vestito del sito Treccani

Il portale del prestigioso Istituto della Enciclopedia Italiana ha cambiato “vestito”, ma presenta dei problemi tecnici che portiamo all’attenzione dei responsabili, sperando possano risolverli il prima possibile. Cliccando su “Treccani risponde” (già “Domande e risposte”) e poi su GRAMMATICA; LESSICO; VARIE, si viene indirizzati sempre alla medesima pagina, impedendo di accedere ai contenuti specifici delle singole categorie.


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Nota linguistica
Il lessema portale non è nato nell'informatica. Per secoli ha indicato semplicemente un grande ingresso monumentale. Solo in tempi recenti, per calco dell'inglese portal, è passato a designare un sito che funge da «porta d'accesso» a contenuti e servizi. In fondo, anche il portale Treccani continua a essere una porta d'accesso: il problema è che, in questo caso, ingressi diversi conducono tutti alla medesima stanza.



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


venerdì 30 ottobre 2026

Si scrive tè, the o thè?



Fra le parole più comuni della nostra lingua ce n'è una che continua a generare dubbi ortografici: tè. Non è raro imbattersi nelle grafie the o thè, ma l'italiano moderno non ha esitazioni: la forma corretta è tè, con l'accento grave.

L'accento non è un semplice ornamento grafico. Serve anzitutto a distinguere il sostantivo tè dal pronome te («ho visto te») e indica inoltre la corretta pronuncia della vocale finale. I principali dizionari italiani registrano infatti come forma normale e raccomandata proprio tè.
Anche il plurale è semplice: la parola resta invariata. Diremo dunque un tè, due tè, i tè più pregiati al mondo. Come accade per molti prestiti entrati stabilmente nell'uso, la forma non cambia passando dal singolare al plurale.
Più interessante è il discorso sulle varianti concorrenti. La grafia thè, oggi ancora visibile qua e là su vecchie insegne, confezioni o menù, appartiene a una tradizione ortografica ormai superata. Conservava l'acca presente in alcune lingue europee, ma da tempo i dizionari la considerano antiquata. Quanto a the, va evitata per una ragione ancora più semplice: in inglese non significa affatto «tè», bensì è l'articolo determinativo. Il termine inglese corrispondente a tè è tea.
L'origine del lessema ci porta molto lontano, fino alla Cina. Qui si nasconde una curiosità linguistica tra le più affascinanti della storia delle parole. Quasi tutte le lingue del mondo utilizzano per questa bevanda vocaboli riconducibili essenzialmente a due famiglie: quella di tè e quella di cha. La distribuzione geografica di queste forme segue le antiche vie del commercio.
La famiglia di tè si diffuse soprattutto lungo le rotte marittime. I mercanti europei entrarono infatti in contatto con una pronuncia utilizzata nelle regioni costiere della Cina meridionale, simile a te. Da qui derivano l'italiano tè, l'inglese tea, il tedesco Tee e l'olandese thee.
La famiglia di cha, invece, viaggiò per via terrestre attraverso le carovane dell'Asia centrale. Ne discendono il russo čaj, il portoghese chá e numerose parole analoghe diffuse dal Medio Oriente fino all'India. È uno dei pochi casi in cui la geografia linguistica permette ancora oggi di ricostruire le principali rotte commerciali del passato semplicemente osservando come una stessa bevanda viene chiamata nei diversi Paesi.
La storia del tè riserva anche qualche sorpresa. Quando la bevanda cominciò a diffondersi in Europa, nel Seicento, era considerata un prodotto raro e costoso, al pari delle spezie più pregiate. In alcuni Paesi veniva venduta persino in farmacia, poiché le si attribuivano proprietà quasi medicinali.
Sul piano linguistico, invece, il tè ha lasciato poche tracce nella fraseologia italiana, mentre abbondano quelle inglesi. Anche da noi, però, è divenuta familiare l'espressione ora del tè, traduzione dell'inglese afternoon tea. La tradizione nacque nell'Inghilterra ottocentesca come piccolo rinfresco pomeridiano destinato a colmare il lungo intervallo tra il pranzo e la cena; col tempo divenne uno dei simboli più riconoscibili dello stile britannico.
Non tutti sanno, forse, che l'usanza italiana di accompagnare il tè con biscotti secchi o pasticcini deriva proprio dall'influenza delle abitudini inglesi (e francesi) dell'Ottocento. La bevanda, arrivata da lontano, ha dunque importato con sé non soltanto una parola, ma anche consuetudini sociali e rituali quotidiani.
Quanto alle varietà, il lessico distingue comunemente tè verde, tè nero, tè bianco e tè oolong. Nonostante i colori e i sapori diversi, la parola resta sempre la medesima  conservando immutata la sua grafia.
Insomma, e concludiamo queste noterelle, quando ci troviamo davanti a una tazza fumante, il dubbio si scioglie facilmente: in buon italiano si scrive tè. L'acca appartiene ormai alla storia dell'ortografia, mentre the può tranquillamente tornare al suo mestiere di articolo inglese. E forse è proprio questa la curiosità più divertente: una delle bevande più diffuse al mondo continua a essere anche una delle parole più spesso scritte nel modo sbagliato.

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 Addio «snack bar»: perché non chiamarlo semplicemente ‘spuntineria’?  

Q
uante volte ci siamo imbattuti nell'onnipresente
snack bar? Il problema è che l'espressione inglese non aggiunge alcuna sfumatura particolare rispetto a ciò che già possiamo dire benissimo in italiano. Si tratta, in fondo, di un locale dove si mangiano rapidamente panini e tramezzini (con relative bevande).

Per questo motivo si potrebbe coniare spuntineria, parola costruita in modo del tutto regolare da spuntino mediante il suffisso -eria, lo stesso che troviamo in gelateria, panineria, friggitoria, caffetteria e pasticceria. Anche senza averla mai sentita prima, chiunque ne comprende immediatamente il significato: una spuntineria è il luogo degli spuntini.

 Il termine proposto, al contrario del barbarismo inglese, ha un pregio non trascurabile: è italiano, trasparente e perfettamente formato. Del resto, una lingua vive anche grazie alla capacità di sfruttare le proprie risorse interne anziché ricorrere automaticamente a parole straniere.

Se dunque un'insegna annuncia un nuovo snack bar, possiamo chiederci: perché non chiamarlo semplicemente spuntineria? Il cliente capirebbe ugualmente, e l'italiano ci guadagnerebbe qualcosa. Come spesso accade, la soluzione più semplice è già nella nostra lingua.

P.S.:  Ci siamo accorti, ora, che siamo stati preceduti. La neoformazione proposta si trova in alcune pubblicazioni.

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Treccani cambia veste, ma non il problema

Come si suol dire, repetita iuvant. A oggi, tuttavia, il problema segnalato non sembra essere stato risolto: le diverse sezioni di «Treccani risponde» continuano a rimandare alla medesima pagina. Ripubblichiamo quindi la nota, confidando che possa rivelarsi utile.

Il nuovo vestito del sito Treccani

Il portale del prestigioso Istituto della Enciclopedia Italiana ha cambiato “vestito”, ma presenta dei problemi tecnici che portiamo all’attenzione dei responsabili, sperando possano risolverli il prima possibile. Cliccando su “Treccani risponde” (già “Domande e risposte”) e poi su GRAMMATICA; LESSICO; VARIE, si viene indirizzati sempre alla medesima pagina, impedendo di accedere ai contenuti specifici delle singole categorie

Sperando che la reiterazione (repetita iuvant) sortisca finalmente l'effetto sperato, c'è da augurarsi che la redazione tecnica raccolga l'invito a riaprire le porte (questa volta quelle giuste) di Grammatica, Lessico e Varie. 



(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


giovedì 29 ottobre 2026

Treccani cambia veste, ma non il problema

Come si suol dire, repetita iuvant. A oggi, tuttavia, il problema segnalato non sembra essere stato risolto: le diverse sezioni di «Treccani risponde» continuano a rimandare alla medesima pagina. Ripubblichiamo quindi la nota, confidando che possa rivelarsi utile.

Il nuovo vestito del sito Treccani

Il portale del prestigioso Istituto della Enciclopedia Italiana ha cambiato “vestito”, ma presenta dei problemi tecnici che portiamo all’attenzione dei responsabili, sperando possano risolverli il prima possibile. Cliccando su “Treccani risponde” (già “Domande e risposte”) e poi su GRAMMATICA; LESSICO; VARIE, si viene indirizzati sempre alla medesima pagina, impedendo di accedere ai contenuti specifici delle singole categorie.


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Nota linguistica
Il lessema portale non è nato nell'informatica. Per secoli ha indicato semplicemente un grande ingresso monumentale. Solo in tempi recenti, per calco dell'inglese portal, è passato a designare un sito che funge da «porta d'accesso» a contenuti e servizi. In fondo, anche il portale Treccani continua a essere una porta d'accesso: il problema è che, in questo caso, ingressi diversi conducono tutti alla medesima stanza.

mercoledì 28 ottobre 2026

Vendicare e rivendicare: parenti sì, ma molto lontani

A prima vista potrebbe sembrare che rivendicare sia semplicemente una forma rafforzata di vendicare: in fondo i due verbi si assomigliano moltissimo e differiscono soltanto per quel prefisso ri- posto all'inizio. Eppure si tratta di una delle illusioni linguistiche più insidiose del nostro idioma. Chi immagina che rivendicare significhi «vendicare con maggiore forza» cade infatti in un autentico abbaglio etimologico e semantico.

Per comprendere la differenza occorre risalire al latino vindicare, verbo dalla storia lunga e complessa. Nella Roma antica non indicava soltanto la punizione di un'offesa, ma anche l'atto di reclamare un bene, proteggere un diritto, liberare qualcuno da una condizione di soggezione o pretendere una proprietà contestata. Si trattava dunque di un verbo dal significato molto ampio, legato in generale all'idea di tutela e riaffermazione di una pretesa legittima. Nel passaggio dal latino all'italiano, però, quella ricchezza semantica si è distribuita lungo percorsi differenti. Da una parte è nato vendicare, dall'altra rivendicare.

Oggi vendicare appartiene soprattutto alla sfera del torto subito e della sua riparazione, reale o simbolica. Chi vendica qualcuno o qualcosa reagisce a un'offesa, a un'ingiustizia, a un danno. Ancora più frequente è la forma pronominale vendicarsi, che richiama immediatamente l'idea della ritorsione, della rivalsa personale, del desiderio di 'pareggiare i conti'. Il verbo conserva dunque una forte componente emotiva e passionale.

Ben diverso è il caso di rivendicare. Qui non c'entra la vendetta, né il desiderio di punire qualcuno. Rivendicare significa piuttosto reclamare, affermare, esigere il riconoscimento di un diritto, di una facoltà, di una dignità o di una proprietà ritenuta legittimamente propria. Si possono rivendicare migliori condizioni di lavoro, la paternità di un'opera, l'appartenenza a una tradizione culturale o il possesso di un bene.

Non a caso il verbo è frequentissimo nel linguaggio politico, sindacale e sociale, dove indica la richiesta energica di qualcosa considerato dovuto. In tempi più recenti il lessema ha assunto anche un uso particolare nel linguaggio giornalistico e giudiziario: un'organizzazione può infatti rivendicare un'azione, cioè dichiararsene pubblicamente responsabile.

È interessante notare come il prefisso ri- possa trarre in inganno. In molti verbi italiani il confisso esprime ripetizione o intensificazione, ma nel caso di rivendicare la storia è più complicata. Il verbo non nasce come intensivo di vendicare: le due forme verbali si sono sviluppate parallelamente a partire dalla medesima radice latina, specializzandosi poi in significati diversi. La somiglianza formale è rimasta, ma quella semantica si è progressivamente assottigliata.

La conclusione è molto semplice: vendicare e rivendicare non sono due gradini della stessa scala. Il primo riguarda l'offesa e la sua riparazione, il secondo il riconoscimento di un diritto o di una pretesa ritenuta legittima. Confonderli significa sovrapporre due concetti che la storia della lingua ha accuratamente separato.

Una piccola curiosità finale. Dal latino vindicare deriva anche il sostantivo vendetta, mentre il termine giuridico rivendicazione conserva ancora oggi, quasi intatto, l'antico significato romano di recupero o riaffermazione di un diritto. È uno di quei casi in cui la lingua moderna custodisce, sotto forme diverse, due eredità sopravvissute dello stesso antenato latino.

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Retrocorrezione: una parola necessaria?

Ogni epoca crea parole per nominare realtà nuove, ma talvolta accade il contrario: una realtà esiste da tempo, è frequente e ben riconoscibile, eppure continua a non avere un nome preciso. È il caso di ciò che potremmo chiamare retrocorrezione.

Succede continuamente. Un giornale pubblica un articolo e, qualche ora dopo, corregge un refuso. Un'enciclopedia in rete modifica una data inesatta. Il curatore di un diario telematico aggiorna un testo già pubblicato eliminando un errore sfuggito alla revisione. In tutti questi casi la correzione interviene dopo la diffusione del testo, ma l'italiano non dispone di un termine semplice e univoco per indicare questa operazione.

Si ricorre così a perifrasi come «correzione successiva alla pubblicazione», «correzione effettuata a posteriori», «rettifica posteriore» e altre formulazioni analoghe. Da qui l'utilità del neologismo retrocorrezione, formato da retro- («all'indietro», «a posteriori») e correzione.

Il termine presenta diversi vantaggi: è trasparente, immediatamente comprensibile e costruito secondo meccanismi perfettamente compatibili con l'italiano. Chi legge retrocorrezione comprende senza difficoltà che si tratta di una correzione apportata quando il testo è già stato reso pubblico.

Si potrebbe dunque scrivere: «Il quotidiano ha eseguito una retrocorrezione dell'articolo», oppure: «L'opera è stata sottoposta a una retrocorrezione per eliminare alcune inesattezze».

Non tutte le neoformazioni, però, sono necessarie. Alcune risultano superflue, altre oscure, altre ancora destinate a una rapida scomparsa. Hanno maggiori possibilità di affermarsi i termini che colmano una lacuna lessicale reale. Retrocorrezione sembra appartenere proprio a questa categoria: una parola breve, chiara e precisa per designare una pratica sempre più comune.

E chissà che un giorno non entri davvero nel lessico. Del resto molte parole oggi normalissime non sono nate diversamente: qualcuno, a un certo punto, si accorse che mancava un nome e provò a fornirlo. Come sempre, il giudice supremo sarà l'uso.



lunedì 26 ottobre 2026

Perché una "segreta" non è semplicemente una cella? Storia e segreti di due parole vicine

 

Nei romanzi storici, nei racconti di castelli medievali e persino nei fumetti d'avventura capita spesso di leggere che un malcapitato viene gettato nelle segrete. Ma una segreta è davvero soltanto una cella? Non proprio.

I due lessemi appartengono allo stesso ambito semantico della detenzione e della reclusione, ma non sono perfetti sinonimi. Anzi, la loro differenza rivela una sfumatura storica e linguistica piuttosto interessante.

La cella è il termine più generale. Indica un piccolo ambiente chiuso destinato a ospitare una persona o un gruppo ristretto di persone. Oggi pensiamo soprattutto alla cella carceraria, ma la parola ha una storia molto più ampia. Esistono la cella di un convento, la cella frigorifera, la cella elettrica e perfino la cellula biologica, il cui nome deriva proprio dal latino cella, cioè «piccola stanza» o «ripostiglio».

La segreta, invece, è un caso particolare. Nella lingua storica designa una prigione appartata, nascosta, destinata a tenere il detenuto lontano dagli sguardi e dai contatti con l'esterno. Il termine nasce per sostantivazione dell'aggettivo segreta, come avvenne probabilmente in locuzioni quali camera segreta o prigione segreta, poi abbreviate semplicemente in la segreta.

L'origine del termine aiuta a comprenderne il significato. Segreto deriva dal latino secretus, participio passato di secernĕre, cioè «separare», «mettere da parte», «isolare». La segreta era dunque, prima ancora che una particolare struttura architettonica, un luogo di separazione dal mondo.

Per questo motivo la parola ha una forte carica evocativa. Se diciamo cella, immaginiamo genericamente un ambiente di reclusione; se diciamo segreta, affiorano alla mente oscuri sotterranei, corridoi umidi, porte ferrate e prigionieri dimenticati. È l'effetto della tradizione letteraria e storica, che nel corso dei secoli ha caricato il termine di suggestioni cupe e misteriose.

Curiosamente, la differenza sopravvive ancora oggi nell'uso figurato. Possiamo dire che un monaco vive nella sua cella, ma nessuno parlerebbe della sua segreta. La prima parola è neutra; la seconda conserva un'aura di isolamento forzato, segretezza e punizione.

Ecco perché tutte le segrete possono essere considerate celle, ma non tutte le celle sono segrete. È il classico caso in cui due parole sembrano coincidere, ma una porta con sé secoli di storia e di immaginario collettivo che l'altra non ha.

Una curiosità finale riguarda proprio l'aggettivo segreto. Oggi lo associamo soprattutto a ciò che è nascosto o riservato, ma il suo significato originario era anzitutto quello di «separato». In fondo, una segreta era questo: un luogo dove qualcuno veniva separato dal resto del mondo. Il mistero è arrivato dopo.

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Poiché e giacché: che differenza v'è?

A prima vista poiché e giacché sembrano perfetti sinonimi. Ambe le congiunzioni (poi che, in grafia analitica) introducono infatti una proposizione causale e possono spesso sostituirsi l'una all'altra senza modificare il significato della frase: poiché piove, restiamo in casa e giacché piove, restiamo in casa sono entrambe costruzioni corrette.

La differenza riguarda soprattutto le sfumature. Poiché tende a presentare la causa in modo neutro e quasi oggettivo, come una premessa logica: poiché il museo è chiuso, torneremo domani. Ha perciò una frequenza maggiore nei testi argomentativi, amministrativi e saggistici.

Giacché, invece, conserva talvolta una leggera sfumatura di dal momento che, visto che, dato che ormai. La causa appare meno astratta e più legata alla situazione concreta in cui ci si trova: giacché sei già in centro, potresti passare in libreria?

La differenza emerge soprattutto in espressioni come giacché ci siamo o giacché ti trovi lì, nelle quali l'idea dell'occasione favorevole è ancora ben percepibile. In questi casi poiché risulterebbe poco naturale: diciamo infatti giacché ci siamo, sistemiamo anche questo, non poiché ci siamo, sistemiamo anche questo.

Per concludere queste noterelle, poiché mette leggermente in evidenza il rapporto logico di causa, mentre giacché può talvolta richiamare una circostanza già in atto. Nella maggior parte degli usi, però, le due congiunzioni sono perfettamente intercambiabili.




(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)