venerdì 6 febbraio 2026

La vecchia grammatica e i tre verbi presuntuosi

 Come smascherare una regola che non è mai esistita

Nel Regno delle Parole vivevano tre verbi molto importanti: Potere, Volere e Dovere. Tutti li chiamavano i Servili (o modali o famulatori), perché aiutavano gli altri verbi a esprimere possibilità, desideri e necessità. Per anni avevano svolto il loro lavoro con discrezione, finché un giorno decisero che non gli bastava più aiutare: volevano comandare.

«Quando ci uniamo a un altro verbo all’infinito» proclamò Dovere, gonfiando il petto, «il participio deve sempre concordare con l’oggetto del verbo che segue! È una legge!»

«Giusto!» aggiunse Volere, che adorava sentirsi fondamentale. «Si deve dire le ho volute vedere, non le ho voluto vedere

Potere, che era il più insicuro, annuì subito: «Sì, sì, così sembriamo più importanti.»

La voce si diffuse in tutto il Regno: i Servili avevano stabilito una nuova norma. Gli studenti tremavano, gli scrittori sospiravano, e persino alcuni professori universitari iniziarono a ripetere la regola senza verificarla. Il caos linguistico era servito.

Un pomeriggio, però, arrivò la Vecchia Grammatica, una signora elegante con gli occhiali d’oro e un sorriso ironico. «Che succede qui?» chiese, osservando i Servili che si pavoneggiavano come galli nel cortile.

I tre le spiegarono con orgoglio la loro nuova legge. La Vecchia Grammatica scoppiò a ridere così forte che i punti e le virgole saltarono dalle pagine. «Sciocchini miei» disse, asciugandosi una lacrima di divertimento, «l’accordo del participio con voi tre è facoltativo, non obbligatorio. Si può dire le ho volute vedere, ma anche le ho voluto vedere. Entrambe le forme sono corrette. Dipende dallo stile, non da una legge.»

I Servili si guardarono confusi, ma la Vecchia Grammatica non aveva finito. «E ora parliamo dell’ausiliare, perché qui c’è un’altra superstizione che crea più confusione di un punto e virgola messo a caso.»

I tre si avvicinarono, trattenendo il fiato.

«Quando vi unite a un altro verbo» spiegò la Vecchia Grammatica, «non siete voi a decidere l’ausiliare. Lo sceglie il verbo all’infinito. Se l’infinito prende avere, allora prendete avere. Se prende essere, allora prendete essere

I Servili sgranarono gli occhi. «Vuol dire che…?» balbettò Potere.

«Vuol dire che dite:
Ho potuto vedere,
Ho voluto comprare,
Ho dovuto studiare,
perché vedere, comprare e studiare prendono avere

I tre annuirono lentamente.

«E quando l’infinito prende essere?» chiese Volere.

«Allora dite:
Sono potuto entrare,
Sono voluta andare,
Sono dovuti partire

Fin qui tutto sembrava logico. Ma poi la Vecchia Grammatica sorrise in modo enigmatico. «E ora arriva il colpo di scena. Quando l’infinito è essere, che di solito prende essere, con voi cambia idea. Perché voi, per natura, prendete avere quando reggete un infinito.»

I Servili rimasero a bocca aperta mentre la Vecchia Grammatica pronunciava gli esempi magici:

Ho potuto essere presente.
Ho voluto essere sincero.
Ho dovuto essere paziente.

«Ma… essere prende avere?!!» gridarono, stupiti, i tre in coro.

«Con voi sì» rispose la Vecchia Grammatica, divertita. «Perché l’ausiliare lo decide la costruzione, non il verbo all’infinito da solo. E voi, miei cari, siete più flessibili di quanto pensiate.»

Gli studenti smisero di temere i verbi servili, gli scrittori ripresero a scrivere senza ansia, e persino i professori più rigidi iniziarono a sorridere davanti a un ho potuto essere ben piazzato. I Servili, finalmente, capirono la loro vera natura: non comandavano l’accordo, non imponevano l’ausiliare, e non complicavano la vita a nessuno. Erano solo piccoli aiutanti, fedeli e duttili.

E nel Regno delle Parole, da quel giorno, si visse più leggeri.


***

Avere la mente in viaggio e i piedi in terra

Ecco un’espressione medievale che sembra nata ieri. La si incontra in testi toscani del Trecento, spesso in contesti morali o narrativi, dove si elogiava chi sapeva sognare senza perdere il contatto con la realtà. È una formula che unisce due immagini semplicissime: la mente che si muove, esplora, immagina; i piedi che restano ben piantati sul terreno. In un’epoca in cui il pensiero simbolico era la lingua quotidiana, questa frase era un modo rapido per descrivere una virtù rara: la capacità di essere visionari senza diventare sconsiderati.

Il significato è sorprendentemente moderno. “Avere la mente in viaggio” indica la libertà dell’immaginazione, la capacità di guardare oltre, di progettare, di desiderare. “Avere i piedi in terra” richiama invece la concretezza, la prudenza, la capacità di valutare ciò che è possibile. Insieme, le due immagini formano un equilibrio perfetto: sognare, sì, ma con criterio; progettare, sì, ma senza perdere l’orientamento; guardare lontano, ma senza inciampare.

Gli esempi d’uso potrebbero essere gli stessi di oggi. Un mercante medievale avrebbe potuto dire del figlio: “Ha la mente in viaggio e i piedi in terra: farà buona fortuna”. Un artigiano, parlando di un apprendista particolarmente sveglio, avrebbe potuto lodarlo così: “Sa immaginare nuove forme, ma tiene i piedi in terra: non spreca tempo né materiali”. E un narratore del Trecento avrebbe potuto descrivere un personaggio ambizioso ma non folle con questa stessa formula, che allora come oggi suona come un complimento.

Il motivo per cui questa espressione potrebbe tornare di moda è semplice: descrive una qualità che oggi consideriamo essenziale. In un mondo che premia l’innovazione ma richiede pragmatismo, che invita a pensare in grande ma pretende risultati concreti, “avere la mente in viaggio e i piedi in terra” è quasi un manifesto contemporaneo. È la sintesi perfetta di ciò che chiediamo a un creativo, a un imprenditore, a uno studente, a chiunque voglia costruire qualcosa di nuovo senza perdersi.

È un idiomatismo antico, ma parla la lingua di oggi. E forse è proprio questo il suo fascino: ci ricorda che l’equilibrio tra immaginazione e realtà non è una "moda" recente, ma una saggezza che attraversa i secoli.







giovedì 5 febbraio 2026

“Aerodromía”: il nome giusto per il volo

 Un neologismo per superare l’antica confusione tra cielo e mare

Nel riflettere sul linguaggio che usiamo per descrivere il mondo, ci accorgiamo spesso che le parole, più che strumenti neutri, sono sedimenti di storia, metafore fossilizzate, compromessi concettuali che continuiamo a impiegare per abitudine. Il lessico del volo non fa eccezione. Anzi, è uno dei campi in cui la distanza tra l’esperienza reale e le parole che lo nominano risulta più evidente. L’uomo ha imparato a volare solo in epoca recente e, quando ha dovuto dare nome a ciò che non aveva precedenti, ha attinto al repertorio che gli era più familiare: quello del mare. Da qui una serie di improprietà che, pur essendo ormai cristallizzate, meritano di essere riconsiderate. Vediamo.

Nel vasto oceano della lingua italiana, accettiamo spesso termini che, a un’analisi più attenta, rivelano vistose incongruenze logiche. Una di queste riguarda aeronautica. Sebbene l’uso comune lo abbia cristallizzato come il lemma d’elezione per tutto ciò che concerne il volo, un’indagine etimologica rigorosa ne mette in luce l’improprietà.

Il termine aeronautica è un composto del greco aér (aria) e nautikḗ (arte della navigazione), a sua volta derivato da naus (nave). Etimologicamente, dunque, l’aeronautica sarebbe «l’arte della navigazione navale nell’aria». Un paradosso evidente: l’aereo non è una nave, e l’atmosfera non è un mare. La metafora, seppur suggestiva, non regge a un esame razionale.

Questa forzatura semantica risale ai primordi del volo, quando la lingua non aveva ancora a disposizione vocaboli atti a designare ciò che riguardava il cielo e l’uomo saccheggiò il lessico marittimo per descrivere ciò che non aveva ancora parole proprie. Da qui bordo, rotta, equipaggio e, appunto, aeronautica. Persino nei verbi persistono incertezze: sebbene sia comune dire che «l’aereo è decollato», i dizionari più autorevoli ricordano che la forma pienamente corretta è «l’aereo ha decollato», poiché decollare, nell’accezione di “involare”, "prendere il volo" è un verbo intransitivo che richiede l’ausiliare avere.

Per restituire al cielo la sua autonomia concettuale, occorre un termine che non trascini con sé l’ombra della nave. La proposta più coerente è aerodromía. Composto dal greco aér (aria) e drómos (corsa, percorso, movimento), il lessema definisce con precisione l’essenza del volo: il muoversi attraverso lo spazio aereo, senza la mediazione metaforica di uno scafo. Dove naus evoca un mezzo che galleggia, drómos richiama un’azione, un dinamismo: non la nave, ma il gesto del procedere.

La revisione del lessico del volo potrebbe spingersi oltre. Se accettiamo l’idea di sostituire termini impropri o stranieri, possiamo accogliere con favore altre intuizioni, come pilotàcolo (fusione di pilota e abitacolo), proposto per sostituire il francesismo carlinga. In questa prospettiva, l’esperto di aerodromia non sarebbe più un «navigatore», ma un professionista del movimento celeste, finalmente svincolato dalle metafore acquatiche che hanno accompagnato il volo fin dai suoi esordi.


aerodromía s. f. [dal gr. aér «aria» e drómos «corsa, percorso, movimento»]. – Neologismo atto a indicare l’insieme delle attività, delle tecniche e delle conoscenze relative al volo e al movimento attraverso lo spazio aereo, in alternativa ad aeronautica, voce etimologicamente impropria per il riferimento a naus «nave».


 ***

Le regole fantasma che infestano l’italiano


O
gni volta che qualcuno proclama “questa è grammatica!”, da qualche parte una grammatica vera si mette le mani nei capelli. L’italiano è pieno di regole fantasma: norme mai esistite nei testi seri, ma tramandate con la sicurezza di chi ha sentito dire, e quindi “dev’essere così”. Il risultato è un esercito di parlanti che teme di sbagliare dove non c’è nulla da sbagliare, e che si (auto)censura per evitare rimproveri immaginari.

Ecco alcune delle "superstizioni" linguistiche più resistenti, perfette da smascherare con un colpo di spugna… o meglio, con un colpo di sciacqua-lingua.


“Sé seguito da stesso o medesimo non si accenta”

Una delle bufale più longeve.
La versione fantasma dice che l’accento sparisce quando è seguito da stesso o medesimo. In realtà la regola è lineare: quando è pronome l’accento resta sempre.

“Pensa solo a .”

“Pensa solo a sé stesso.”

L’idea di togliere l’accento è una scorciatoia scolastica diventata leggenda.


“Non si può iniziare una frase con ma, e, perché

Un classico intramontabile.
Non esiste alcuna norma che lo vieti: è una scelta stilistica, non un peccato grammaticale

.“Ma davvero.”

E poi?”

Perché no.”

Vietarlo significa solo rinunciare a strumenti utilissimi.


“La virgola prima di e è vietata”

Una regola fantasma che piace perché sembra semplice.
Peccato che sia falsa: la virgola non dipende da e, ma dalla struttura della frase.

“Sono uscito e ho comprato il pane.”

“Sono uscito, e ho capito che avevo bisogno di una pausa.”

A volte serve, a volte no. Dire “mai” è pura mitologia.


“Non si può usare che più volte nella stessa frase”

Un’altra fissazione travestita da norma.
Il che è uno degli "attrezzi" più versatili della lingua: ripeterlo è normalissimo.

“La persona che ti dice che non sbaglia mai, mente.”

Si può variare per stile, certo, ma non c’è nessun errore da correggere.


“Non si può usare gli per riferirsi a una donna”

Ipercorrettismo allo stato puro.
L’uso di gli come dativo singolare anche per il femminile è attestato da secoli, soprattutto nel parlato.

“Le ho parlato.”

“Gli ho parlato.”

Nell’uso formale si preferisce le, ma demonizzare gli è fuori bersaglio.


“Tra” e “fra” non sono intercambiabili”

Una piccola perla di fantasia normativa.
In realtà tra e fra sono sinonimi perfetti, senza differenze di significato.

“Ci vediamo tra due giorni.”

“Ci vediamo fra due giorni.”

L’unica vera guida è l’orecchio.


Perché smascherarle?

Perché le regole fantasma fanno più danni che errori veri.
Creano ansia, irrigidiscono la scrittura e distolgono l’attenzione da ciò che conta davvero: chiarezza, coerenza, consapevolezza del registro.

Smascherarle non significa “vale tutto”, ma liberarsi da zavorre inutili.












mercoledì 4 febbraio 2026

Chi ha visto veduto?

 Un viaggio leggero e curioso tra due forme che convivono da secoli


I participi passati di vedere, visto e veduto sono una di quelle coppie che fanno brillare gli occhi agli appassionati di lingua. Entrambi corretti, entrambi legittimi, ma non sempre sovrapponibili: la loro convivenza è una piccola storia di evoluzione dell’italiano, di oscillazioni d’uso e di scelte stilistiche che raccontano molto più di quanto sembri. Se li immaginassimo come due personaggi, visto sarebbe quello rapido, concreto, quotidiano; veduto quello più disteso, solenne, quasi contemplativo. Due modi di raccontare la stessa esperienza, ma con due timbri diversi.

Nell’italiano di oggi visto scorre con naturalezza assoluta. È breve, immediato, funzionale. È la forma che usiamo senza pensarci: ho visto un film, hai visto cosa è successo?, non l’ho mai visto prima. È colloquiale, spontanea, perfettamente in linea con una lingua che negli ultimi decenni ha accelerato il passo e ha privilegiato la concretezza. Non si mette in mostra, non cerca effetti: fa il suo lavoro e passa oltre. Ed è proprio questa discrezione a renderlo dominante nel parlato e nello scritto informale.

Veduto, invece, ha un altro ritmo. È più lungo, più melodico, più “aperto” nel suono. Lo incontriamo nella lingua letteraria, nella poesia, o in quei contesti in cui si vuole dare un tono più solenne o riflessivo. Non diremmo facilmente ho veduto il tuo messaggio mentre controlliamo il telefono, ma potremmo leggere ho veduto orrori indicibili in un romanzo o ascoltare mai più ho veduto quella terra in una ballata dal sapore epico. La forma lunga sembra dilatare il gesto del vedere, trasformandolo in un’esperienza più profonda, quasi meditativa: come se veduto non si limitasse a registrare un’immagine, ma la trattenesse, la osservasse, la rendesse più intensa.

A questo proposito circola un aneddoto, non documentato ma molto amato dagli appassionati di storia linguistica, che riguarda Giosuè Carducci. Si racconta che, durante una lezione all’Università di Bologna, uno studente gli chiese perché nei suoi versi comparisse spesso veduto invece di visto, che già allora era più comune. Carducci, pare, sorrise sotto i baffi e rispose: “Perché veduto è come una finestra che si apre lentamente: lascia entrare più luce”. Una frase probabilmente “apocrifa”, certo, ma che restituisce perfettamente la percezione ottocentesca della forma lunga come più nobile, più ampia, più adatta a un registro elevato.

Con il Novecento la lingua si è snellita, e visto ha finito con l’ imporsi quasi dappertutto. Oggi domina nel parlato e nello scritto informale, mentre veduto sopravvive soprattutto nei registri letterari, poetici o in espressioni cristallizzate come mai veduto prima, dove la forma lunga suggerisce un’eccezionalità, qualcosa che esce dalla norma. In altre locuzioni, invece, visto è diventato imprescindibile: visto che, visto e considerato, visto d’insieme. Qui brevità e frequenza d’uso hanno vinto senza discussioni.

Sotto il profilo grammaticale non esiste una regola che imponga l’uno o l’altro: entrambi sono corretti e intercambiabili nella maggior parte dei casi. La differenza è soprattutto stilistica e semantica. Visto è neutro, quotidiano, immediato. Veduto è espressivo, letterario, talvolta solenne. La scelta dipende dal registro, dal ritmo della frase, dall’effetto che si vuole ottenere. È un po’ come scegliere tra due pennelli diversi per dipingere la stessa scena: uno rapido e preciso, l’altro più morbido e disteso.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, scegliere tra visto e veduto significa decidere il tono dello sguardo. Se si vuole essere diretti e naturali, visto è la strada più semplice. Se invece si vuole ottenere un effetto più evocativo, più narrativo o più poetico, veduto può dare alla frase un respiro diverso. La bellezza dell’italico idioma sta proprio in queste sfumature: due termini che raccontano la stessa azione, ma con due voci diverse; e noi, come lettori e parlanti, possiamo scegliere quale far risuonare.

***

La forza discreta del “ci” attualizzante

Come un elemento quasi invisibile modella il nostro modo di parlare


T
ra le molteplici sfumature che rendono il nostro bellissimo idioma vivo e sorprendentemente duttile, il “ci attualizzante” occupa un posto privilegiato. È una particella piccola, quasi invisibile, ma capace di modificare il ritmo e la percezione di un’intera frase. Comprenderne il funzionamento significa entrare nel cuore pulsante dell’italiano parlato, dove la grammatica incontra l’immediatezza dell’esperienza.

Il “ci” attualizzante (o presentativo o espletivo), dunque, è uno degli elementi più affascinanti della nostra melodiosa lingua: una particella minuscola, ma in grado di trasformare un verbo statico in un’azione viva, concreta e immersa nel presente. Diversamente dal “ci” locativo, che indica un luogo preciso (“vado in ufficio e ci resto”), o dal “ci” con funzione pronominale, questa particella agisce come un catalizzatore che rende il sintagma verbale più dinamico e colloquiale. La sua funzione primaria è presentare un evento o una condizione come qualcosa che sta accadendo qui e ora, sotto gli occhi del parlante e dell’ascoltatore, o all’interno della situazione di cui si sta parlando.

Un esempio evidente è la “trasformazione” del verbo essere. Dire “Dio è” esprime un concetto astratto e universale; dire “c’è un problema” significa invece portare quell’affermazione nel nostro spazio immediato, rendendo percepibile la presenza di un ostacolo. Lo stesso meccanismo si ritrova in molti altri verbi, dove il “ci” perde il suo valore originario di complemento di luogo per diventare un rafforzativo semantico. Pensiamo ad avere: nel parlato è ormai raro dire “hai le chiavi?”, mentre “ce le hai?” suona molto più naturale. In questo caso, il “ci” attualizzante sottolinea il possesso concreto e immediato dell’oggetto.

Il fenomeno è particolarmente evidente con i verbi di percezione. “Non vedo niente” è corretto, ma “non ci vedo” comunica con maggiore efficacia la difficoltà sensoriale vissuta in quel preciso momento. È un modo per legare l’azione al soggetto, come a dire: “io, adesso, non ho la capacità di vedere”. Anche l’espressione “ci scappa il morto” segue questa logica: il “ci” non indica un luogo, ma la possibilità concreta che, in un determinato contesto teso, possa verificarsi un evento tragico.

Un terreno particolarmente fertile per il “ci” attualizzante è quello dei verbi pronominali, dove la particella è talmente integrata da modificare il significato del verbo stesso. Entrare indica un movimento verso l’interno, ma entrarci significa essere pertinente a un discorso (“questo non c’entra nulla”). Volere esprime un desiderio, mentre volerci indica il tempo o lo sforzo necessari per compiere un’azione (“ci vuole pazienza”). In tutti questi casi, il “ci” sposta il discorso dal piano generale a quello concreto, dall’astratto al contingente.

Per chi ama la precisione linguistica comprendere il “ci” attualizzante significa muoversi lungo quella sottile linea che separa la norma grammaticale dalla vitalità della lingua parlata. In un testo formale è spesso opportuno non abusarne, per evitare un tono eccessivamente colloquiale; eppure, la sua presenza è fondamentale per dare calore e immediatezza alla comunicazione. È ciò che distingue una descrizione neutra da una narrazione partecipata: senza quel piccolo “ci”, l’italiano perderebbe una parte importante della sua capacità di mettere in scena la realtà.











(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)





martedì 3 febbraio 2026

Due participi, una storia affascinante

 Come “perso” è diventato quotidiano e “perduto” ha conservato la sua magia


I
participi passati di perdere, perso e perduto, sono una coppia affascinante per chi ama osservare le sfumature dell’italiano. Entrambi corretti, entrambi pienamente legittimi, ma non sempre equivalenti: la loro coesistenza racconta una storia di evoluzione linguistica, di preferenze d’uso e di scelte stilistiche che cambiano nel tempo. In un certo senso, perso e perduto sono come due fratelli: uno più pratico e quotidiano, l’altro più solenne e letterario. La scelta tra i due non è mai casuale, perché ogni forma porta con sé un tono, un ritmo e un calore emotivo diversi.

Nell’italiano contemporaneo perso è la forma più comune e spontanea. È breve, immediata, funzionale. È quella che usiamo senza pensarci: ho perso le chiavi, abbiamo perso il treno, si è perso nel traffico. Suona naturale, colloquiale, perfettamente in linea con una lingua che negli ultimi decenni ha privilegiato la rapidità e la concretezza. Non attira l’attenzione su di sé, e proprio per questo è diventata la scelta primaria nella maggior parte dei contesti.

Perduto, invece, ha un sapore diverso. È più lungo, più melodico, più evocativo. Compare spesso nella lingua letteraria, poetica o in frasi in cui si vuole dare un tono più intenso o drammatico. Non diremmo facilmente ho perduto le chiavi mentre usciamo di casa in ritardo, ma potremmo leggere ho perduto me stesso in un romanzo o ascoltare ho perduto la pace in una canzone. È una forma che amplifica il senso di mancanza, di smarrimento, di irreversibilità. Non a caso, molti autori l’hanno preferita quando volevano sottolineare un sentimento profondo o un distacco definitivo. Pensiamo al celebre verso attribuito a Torquato Tasso: Perduto è tutto il tempo che in amor non si spende. Qui perduto non è solo un participio: è un’atmosfera.

Un piccolo aneddoto che circola su Alessandro Manzoni (ma non documentato in fonti ufficiali) aiuta a capire quanto perduto fosse sentito come più “nobile” nell’Ottocento. Durante la revisione dei Promessi sposi, Manzoni - attentissimo alla lingua e deciso a modellare il suo italiano sul fiorentino vivo - si trovò davanti alla scelta tra perso e perduto. La forma breve gli sembrava troppo colloquiale per il registro che voleva ottenere, così preferì quasi sempre perduto, anche quando a Firenze si sentiva già perso. Si racconta che un amico fiorentino, leggendo alcune pagine, gli abbia detto con bonaria ironia: “Alessandro, qui non si parla così da un pezzo…”. Manzoni sorrise, ma non cambiò idea: per lui perduto aveva un peso ritmico e stilistico più adatto al romanzo. È un episodio che mostra bene come, all’epoca, la forma lunga fosse percepita come più elegante, mentre perso veniva considerato troppo quotidiano.

Con il Novecento, però, la lingua si è fatta più rapida e concreta, e perso ha prevalso su perduto. Oggi domina nel parlato e nello scritto informale, mentre perduto sopravvive soprattutto nei registri letterari, poetici o in espressioni cristallizzate come anime perdute, dove la forma lunga suggerisce un allontanamento radicale, quasi metafisico. In altre locuzioni, invece, è perso a imporsi: perso di vista, perso tempo, perso la testa. Qui la brevità e la frequenza d’uso hanno avuto la meglio.

Sotto il profilo vista grammaticale non esiste una regola che imponga l’uno o l’altro: entrambi sono corretti e intercambiabili nella maggior parte dei casi. La differenza è soprattutto stilistica e semantica. Perso è neutro, quotidiano, immediato. Perduto è espressivo, letterario, talvolta enfatico. La scelta dipende dal registro, dal ritmo della frase, dall’effetto che si vuole ottenere. È un po’ come scegliere tra due sinonimi che dicono la stessa cosa, ma non nello stesso modo: la lingua offre possibilità, e chi parla decide quale sfumatura privilegiare.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, scegliere tra perso e perduto significa decidere il tono della frase. Se vuoi essere diretto e naturale, perso è la strada più semplice. Se invece cerchi un effetto più profondo, evocativo o poetico, perduto può dare alla frase un respiro diverso. La bellezza dell’italiano sta proprio in queste sfumature: due parole che raccontano la stessa storia, ma con due voci diverse.

***

La distribuzione del peso informativo nell’ordine degli elementi della frase

 Una tendenza strutturale dell’italiano contemporaneo raramente esplicitata nelle grammatiche 


“R
egole” è una parola che usiamo spesso quando parliamo di grammatica, ma alcune delle dinamiche più interessanti dell’italiano non sono affatto regole in senso stretto. Sono tendenze, abitudini profonde, movimenti spontanei della lingua. Una delle più sorprendenti è la preferenza di collocare alla fine della frase gli elementi più lunghi o complessi. Non compare nei manuali, eppure è un principio che guida silenziosamente la nostra comunicazione quotidiana.

Quando una frase si apre con un segmento molto esteso, il lettore avverte subito un piccolo attrito. “Il tuo amico dell’università di Bologna l’ho incontrato ieri” non fa una grinza, ma parte con un blocco pesante che rallenta il passo. Se invece diciamo: “L’ho incontrato ieri il tuo amico dell’università di Bologna”, la frase scorre con maggiore naturalezza. Il motivo è semplice: l’italiano tende a distribuire il peso informativo in modo da alleggerire l’inizio e concentrare la parte più densa in chiusura. È un equilibrio intuitivo, quasi musicale.

Lo stesso accade con aggettivi lunghi o specificazioni articolate. “Mi hanno regalato una cosa bellissima” è fluida, mentre “Una cosa bellissima mi hanno regalato” suona più rigida, come se la frase inciampasse subito dopo il via. Non c’è nulla di sbagliato nella seconda versione: è solo meno in sintonia con il ritmo naturale dell’italiano parlato.

Perché le grammatiche non ne parlano? Perché non si tratta di una norma prescrittiva, ma di una regolarità spontanea. Non dice cosa si deve fare, ma fotografa ciò che i parlanti fanno senza rendersene conto. È un fenomeno che appartiene più alla psicologia del linguaggio che alla sintassi formale, e per questo sfugge ai confini dei manuali scolastici. Eppure, una volta che lo si nota, diventa impossibile ignorarlo: è una delle forze sotterranee che modellano il ritmo dell’italiano e spiegano perché alcune frasi scorrono leggere mentre altre, pur corrette, sembrano arrancare.

In fondo, e concludiamo, è proprio in queste tendenze silenziose che l’italiano rivela la sua natura più autentica: una lingua che non si limita a seguire regole, ma che si modella sul ritmo del pensiero e sulla leggerezza dell’ascolto. Notarle significa affinare lo sguardo e, quasi senza accorgersene, imparare a scrivere e parlare con maggiore consapevolezza. Perché dietro ogni frase che scorre bene c’è sempre un equilibrio nascosto che vale la pena riconoscere.







lunedì 2 febbraio 2026

Il potere nascosto delle parole più piccole

 Come gli avverbi pronominali trasformano il discorso rendendolo più fluido, preciso e intelligente

Gli avverbi pronominali (non tutte le grammatiche li menzionano) sono tra gli strumenti più raffinati della lingua italiana, perché permettono di sostituire interi complementi con una sola sillaba, rendendo il discorso più fluido e naturale. Sono parole brevi, ma dotate di una doppia natura: da un lato sono avverbi, perché indicano luoghi o direzioni; dall’altro sono pronomi perché sostituiscono un elemento della frase già noto, proprio come fa un pronome. Questa duplicità li rende particolarmente preziosi nella costruzione del testo, sia scritto sia orale. Non è raro che studenti e parlanti li usino senza rendersene conto: un noto professore di linguistica raccontava che, durante un esame, uno studente disse con sicurezza «Ci credo», e lui, sorridendo, replicò: «E a che cosa, esattamente?». Lo studente rimase interdetto: aveva usato ci correttamente, ma senza sapere cosa stesse sostituendo. Un piccolo esempio di quanto queste particelle siano intuitive e, al tempo stesso, misteriose.

I protagonisti di questa categoria sono ci, vi, ne, qui, e . Tutti discendono da antiche radici latine che in origine indicavano una posizione nello spazio, ma che nel passaggio all’italiano hanno ampliato il loro raggio d’azione. Per essere precisi, la loro storia etimologica rivela una distinzione sottile: se vi deriva effettivamente dal latino ibi (lì), la particella ci trae origine da ecce hic (ecco qui). Inizialmente, dunque, servivano a distinguere la vicinanza o la lontananza rispetto a chi parla, una sfumatura che oggi è quasi svanita nell'uso pronominale, dove queste particelle hanno assunto il compito di sostituire complementi retti da preposizioni diverse come a, in o su: ci penso, ci vado, vi credo.

Allo stesso modo, ne discende da inde, ovvero “da lì”, e si è evoluto per sostituire complementi introdotti da di o da: ne parlo, ne ho molti, ne esco. Le forme come qui (da ecce hic) e (da illac) mantengono invece una natura più spiccatamente avverbiale, agendo come indicatori spaziali che però possono anche riprendere un riferimento già noto nel contesto. Una maestra elementare raccontava che un suo scolaro, alla domanda «Quanti fratelli hai?», rispose: «Ne ho due». Quando lei chiese «Due cosa?», il bambino replicò serio: «Due ne!». Da quel giorno, in quella classe, ne venne soprannominato “la parola zaino”, perché porta sulle spalle ciò che non si vuole ripetere.

La loro funzione è evidente quando permettono di evitare pesanti ripetizioni. Dire «Penso a quello che mi hai detto» è perfettamente corretto, ma «Ci penso» è più rapido. La lingua tende sempre all’economia e gli avverbi pronominali sono uno dei mezzi più efficaci per ottenerla. Un traduttore inglese che lavorava in Italia raccontò che, quando sentì per la prima volta «Ci sto pensando», chiese confuso: «Thinking… where?». Gli spiegarono che ci non indicava un luogo, ma sostituiva a questo. Lui sospirò e disse: «In inglese avremmo detto about it. Voi italiani avete deciso di mettere it dentro ci. È magia pura». Una magia che si estende anche ai cosiddetti usi attualizzanti, dove la particella non sostituisce un termine specifico ma rafforza il senso del verbo, come accade nel verbo averci o in forme come volerci e metterci, dove il tempo e la necessità diventano protagonisti della frase.

È importante però distinguere queste particelle dai pronomi dimostrativi che possono avere un’origine simile. Ciò, per esempio, deriva da eccum hoc, ma non è un avverbio pronominale: è un pronome che riprende un concetto astratto. Questa distinzione è fondamentale per comprendere la complessità della nostra sintassi, specialmente perché alcune forme possono cambiare pelle a seconda del contesto. Gli avverbi pronominali, dunque, non sono semplici indicatori di luogo: sono elementi di coesione, strumenti di sintesi, ponti logici. La loro apparente semplicità nasconde una struttura stratificata che unisce etimologia e pragmatica. Imparare a usarli con precisione significa padroneggiare uno degli aspetti più eleganti dell’italiano. Non sorprende che in un manoscritto medievale un copista abbia annotato a margine: «Ibi è parola utile: i giovani la usano per tutto». A distanza di secoli, non possiamo che dargli ragione.

***

“Avere la lingua lunga un braccio”


La nostra lingua ha alcuni modi di dire che, pur affondando le radici in secoli lontani, conservano una vitalità sorprendente. “Avere la lingua lunga un braccio” appartiene a questa categoria: basta pronunciarlo per evocare l’immagine vivida di qualcuno che parla troppo, e spesso senza misura. È un’espressione che profuma di Cinquecento, quando la lingua era più teatrale e le immagini servivano a mettere in scena i vizi umani con ironia e precisione.

La sua origine va cercata nella cultura popolare e nella letteratura comica dell’epoca, dove la “lingua lunga” era già simbolo di loquacità e insolenza. L’aggiunta “un braccio” amplifica l’iperbole, trasformando un difetto in una caricatura: non solo si parla troppo, ma lo si fa con un’estensione quasi fisica, invadente, che supera ogni limite di discrezione. Nei testi del tempo ricorre spesso per ridicolizzare personaggi pettegoli, indiscreti o inclini a giudicare gli altri con leggerezza.

Il significato resta limpido: chi ha la lingua lunga un braccio non sa trattenersi, commenta, rivela, critica, interviene anche quando non sarebbe il caso. È un’immagine che funziona ancora oggi, forse più di allora. In un mondo in cui l’eccesso di parole - tra “social”, opinioni non richieste e chiacchiere continue - questa espressione antica riesce, insomma, a descrivere con immediatezza un fenomeno modernissimo.

Usarla significa recuperare un frammento di sapore rinascimentale per raccontare un tratto umano che non è mai passato di moda: la difficoltà di tacere quando sarebbe meglio farlo. Un piccolo gioiello linguistico che merita di tornare a circolare.








domenica 1 febbraio 2026

Tirare o stirare?

  Quando un piccolo dettaglio cambia il senso di un verbo

Nella lingua italiana capita spesso di incontrare verbi che sembrano imparentati, ma che in realtà seguono percorsi semantici molto diversi. È il caso di tirare (dal latino trahĕre, “trarre, trascinare”) e stirare (da 'tirare' con il confisso s-), “tendere, distendere”), due termini che condividono l’idea di una forza applicata, ma che divergono nettamente per significato, uso e sfumature. Chi ama la precisione linguistica sa bene quanto sia utile distinguere questi verbi, soprattutto nelle loro accezioni meno immediate e nelle curiosità che la tradizione ci ha lasciato.

Tirare indica prima di tutto un movimento: trascinare qualcosa verso di sé, in opposizione a spingere. Tirare le redini di un cavallo, per esempio, significa esercitare una trazione per rallentarlo. Ma il verbo si presta a molte estensioni: può voler dire scagliare un oggetto (“tirare un sasso”), oppure descrivere un’aspirazione o un’emissione (“tirare un sospiro”, “tirare il fumo”). Le espressioni figurate sono numerose e spesso pittoresche: tirare a campare per indicare un vivere alla giornata, oppure tirare le cuoia per alludere alla morte. Un aneddoto curioso riguarda proprio quest’ultima espressione: secondo alcune interpretazioni popolari, deriverebbe dal mondo contadino, dove la pelle degli animali morti veniva tirata e lavorata; un’immagine cruda, ma efficace, che ha lasciato traccia nel linguaggio comune.

Stirare, invece, non si limita a muovere un oggetto: lo modifica, lo distende, lo rende più uniforme. È il verbo dei tessuti, perché si stirano i panni per eliminare le pieghe e restituire ordine alla superficie. Ma è anche il verbo del corpo: si possono stirare i muscoli, come nell’allungamento muscolare. Qui la distinzione diventa particolarmente interessante: se “tiri” un muscolo rischi uno strappo, se lo “stiri” lo allunghi per renderlo più elastico, anche se, ironicamente, nel linguaggio comune stiramento indica comunque un piccolo trauma. Il sintagma verbale entra anche in cucina: si “stira la pasta” con il mattarello per assottigliarla. E non manca un uso scherzoso: stirare le zampe, variante popolare e ironica di “morire”, che gioca sull’immagine di un corpo disteso, quasi appiattito, come un panno dopo il ferro da stiro.

Le differenze tra i due verbi emergono con chiarezza osservando il loro nucleo semantico: tirare riguarda il movimento e la trazione, stirare l’appiattimento e l’allungamento. Tirare una camicia significa avvicinarla a sé; stirarla significa renderla liscia e pronta da indossare. Due gesti che possono sembrare simili, ma che producono effetti completamente diversi.

Non mancano curiosità tecniche: tirare ha dato origine a termini come tiratura, usato in tipografia per indicare il numero di copie stampate. L’origine è concreta: un tempo si “tiravano” le bozze, cioè si estraevano fisicamente i fogli dalla macchina da stampa. In questo contesto, stirare non avrebbe alcun senso, a conferma di quanto i due verbi, pur partendo da un’idea comune, abbiano preso strade molto diverse.

In sintesi, ogni stiramento implica una forma di trazione, ma non ogni tiro comporta un cambiamento di forma. Confonderli può generare paradossi divertenti: se “tiri” una camicia, la porti verso di te; se la “stiri”, la rendi impeccabile. Una distinzione sottile ma fondamentale, che mostra ancora una volta quanto la lingua italiana, idioma gentil sonante e puro, per dirla con Vittorio Alfieri, sappia essere precisa, ricca e sorprendente.


***

Non lasciar l’animo in balìa

Anima in balìa o timone saldo? Il monito antico che risuona oggi


C’è un fascino particolare in certe espressioni antiche: sembrano arrivare da un’altra epoca, eppure parlano a noi con una lucidità sorprendente. “Non lasciar l’animo in balìa” è una di quelle formule che, pur avendo un sapore rinascimentale, conserva una forza intatta. È un invito che attraversa i secoli e continua a toccare un punto nevralgico della nostra esperienza quotidiana: la capacità di restare padroni di sé stessi.

Questo modo di dire nasce in un contesto culturale in cui l’animo era considerato il centro della persona, il luogo in cui si intrecciavano ragione, emozioni e volontà. Essere “in balìa” significava trovarsi esposti, senza difesa, come una barca lasciata alle onde. Dunque, non lasciar l’animo in balìa equivaleva a non permettere che forze esterne - eventi, passioni, paure, giudizi altrui - prendessero il timone della propria interiorità.

La sua attualità è sorprendente. In un mondo che ci sollecita continuamente, che ci spinge a reagire più che a riflettere, questa locuzione diventa quasi un gesto di resistenza. È un richiamo alla presenza mentale, alla capacità di non farsi trascinare dal primo impulso o dall’emozione dominante del momento. Significa riconoscere ciò che accade dentro di noi senza esserne travolti, mantenendo un margine di libertà interiore.

Adoperare questo modo di dire oggi non è un vezzo letterario: è un modo elegante e incisivo per ricordare a sé stessi che la stabilità non nasce dall’assenza di tempeste, ma dalla scelta di non consegnare il proprio equilibrio alle onde. È un’espressione che invita alla responsabilità emotiva, alla cura di sé, alla lucidità. E forse proprio per questo, nonostante i secoli trascorsi, continua a sonare mirabilmente moderna.






sabato 31 gennaio 2026

Poligrafo e poligrafico: due termini simili, due significati distinti

 Una breve analisi etimologica e d’uso per evitare una confusione più comune di quanto si creda

A
bbiamo notato che molte persone – anche tra quelle più “acculturate” – ritengono i lessemi poligrafico e poligrafo sinonimi e li adoperano indifferentemente. No, non sono affatto intercambiabili, ma parole 'autonome'. In queste noterelle cercheremo di spiegare la differenza.

I due termini condividono una radice comune, ma hanno seguito percorsi semantici distinti. Entrambi derivano dal greco polýgraphos, composto da polý (“molto”) e gráphein (“scrivere”). L’idea originaria è dunque quella di “chi scrive molto” o “ciò che registra molto”. Da questa base, però, l’italiano ha sviluppato due parole con significati diversi e non sovrapponibili: poligrafo e poligrafico.

Poligrafo è un sostantivo che indica innanzitutto una persona. In senso tradizionale, il poligrafo è uno scrittore estremamente prolifico, capace di produrre testi su argomenti diversi o in grande quantità. La parola conserva quindi il valore umano e intellettuale dell’etimo greco: il poligrafo è colui che “scrive molto”, spesso con una certa versatilità. Nel Cinquecento e nel Seicento, per esempio, si definivano poligrafi quegli autori che spaziavano dalla storia alla poesia, dalla trattatistica morale alla letteratura d’intrattenimento. Ancora oggi il termine può essere usato per indicare un autore dalla produzione vasta e varia: “È un poligrafo instancabile, capace di passare dal saggio alla narrativa senza perdere efficacia”.

Accanto a questo significato, più recente è l’accezione tecnica di poligrafo come strumento di registrazione multipla. In ambito scientifico e medico, il poligrafo è l’apparecchio che rileva e registra simultaneamente diversi parametri fisiologici: respirazione, battito cardiaco, pressione, attività elettrica dei muscoli. È il dispositivo utilizzato, per esempio, nelle prove comunemente note come “macchina della verità”, dove registra variazioni corporee associate a stimoli o domande. In questo caso, il legame con l’etimologia è evidente: il poligrafo “scrive molto” perché traccia più registrazioni contemporaneamente.

Diverso è il caso di poligrafico, che non indica una persona né uno strumento, ma ciò che riguarda la stampa e la riproduzione tipografica. L’aggettivo deriva sempre dalla stessa radice greca, ma attraverso un’evoluzione semantica legata al mondo della tipografia. In italiano poligrafico significa “relativo alla stampa, alla tipografia, all’editoria”, e da questo derivano espressioni come “industria poligrafica”, “arti poligrafiche”, “settore poligrafico”. Qui l’idea di “scrivere molto” si è trasformata in “riprodurre molto”: non più la scrittura dell’autore, ma la moltiplicazione materiale dei testi attraverso la stampa.

Per chiarire ulteriormente la distinzione, bastano alcuni esempi. Diremo: “L’azienda poligrafica ha introdotto nuove tecnologie di stampa”, ma non “l’azienda poligrafo”. Allo stesso modo, diremo: “È un poligrafo del Settecento, autore di opere diversissime”, ma non “ un autore poligrafico”, a meno che non si voglia alludere - impropriamente - a un’attività legata alla stampa. Le due parole, insomma, appartengono a sfere semantiche diverse: una riguarda la persona o lo strumento che registra; l’altra il mondo della produzione tipografica.

La confusione nasce probabilmente dalla somiglianza formale e dalla comune radice etimologica, ma l’uso corretto richiede di mantenerle distinte. Poligrafo rimanda alla scrittura o alla registrazione; poligrafico alla stampa e alla riproduzione dei testi. Comprendere questa differenza non è solo un esercizio linguistico, ma un modo per restituire precisione a due termini che, pur imparentati, hanno identità ben definite.

Concludiamo queste noterelle con un aneddoto. All’inizio degli anni ’30, quando si diffondeva l’uso del termine industria poligrafica, alcuni giornalisti poco avvezzi al linguaggio tecnico scrivevano che “le aziende poligrafe” avevano introdotto nuovi macchinari. I tipografi, molto orgogliosi della propria terminologia, si lamentavano perché poligrafo era, per loro, un vocabolo “da laboratorio medico” o “da romanzo poliziesco americano”, non certo da officina. Le lettere indignate inviate alle redazioni testimoniavano quanto la distinzione fosse sentita dagli addetti alla tipografia.

***


Meglio il fumo del vicino che il fuoco in casa”: un proverbio medievale che parla al presente

Riemerge dal lessico popolare medievale un detto che, nonostante i secoli, conserva una sorprendente “lucidità” : Meglio il fumo del vicino che il fuoco in casa. Un’espressione nata quando le abitazioni erano costruite in legno e paglia, e un incendio poteva trasformarsi in una tragedia collettiva. Il fumo proveniente dalla casa accanto era un fastidio, certo, ma nulla in confronto al rischio di vedere le proprie “mura” avvolte dalle fiamme.

Oggi il contesto è cambiato, ma il messaggio resta sorprendentemente valido. Il proverbio invita a distinguere tra ciò che disturba e ciò che mette davvero in pericolo. In un’epoca in cui ogni piccolo disagio sembra diventare motivo di conflitto - dal vicino rumoroso al collega invadente - questa antica massima ricorda che i problemi seri sono altri, e che la priorità è proteggere la propria “casa”, intesa come equilibrio personale, famiglia, lavoro.

La saggezza medievale, spesso liquidata come folclore, qui mostra una sorprendente capacità di lettura del presente: tollerare - in senso metaforico - un po’ di fumo altrui può essere il prezzo da pagare per evitare incendi ben più difficili da spegnere. Una lezione di realismo che, a distanza di secoli, non ha perso la sua forza.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 30 gennaio 2026

Parole uguali, parole diverse

 Un viaggio semplice e illuminante tra omonimi, iponimi e iperonimi

Nel linguaggio quotidiano usiamo centinaia di parole senza pensare troppo a come siano collegate tra loro. Eppure, dietro ogni vocabolo si nasconde una rete di relazioni che ci permette di capire, classificare e comunicare con precisione. Tre di queste relazioni - omonimia, iponimia e iperonimia - sono fondamentali per comprendere come funziona il significato. Conoscerle significa leggere e parlare con maggiore consapevolezza, evitando fraintendimenti e cogliendo le sfumature che rendono una lingua viva.

L’omonimia nasce dall’unione dei termini greci homós (“uguale”) e ónoma (“nome”) e indica il caso in cui due parole hanno la stessa forma ma significati completamente diversi. Non condividono origine né storia: si assomigliano solo per coincidenza. Un esempio chiarissimo è pesca: può essere il frutto oppure l’attività del pescare. La forma è identica, ma i significati non hanno alcun legame. Lo stesso vale per mora (il frutto) e mora (il ritardo nel pagamento), oppure viso (il volto) e viso (participio passato del verbo arcaico visare). L’omonimia è una fonte naturale di ambiguità: se dico “la pesca è buona”, solo il contesto ti permette di capire se sto parlando di frutta o di sport. È anche un terreno fertile per giochi di parole e ironia, proprio perché una stessa forma può aprire porte semantiche diverse.

L’iponimia, dal greco hupó (“sotto”), descrive un rapporto di inclusione: un termine più specifico si colloca “sotto” un termine più generale. In altre parole, un iponimo è un esempio particolare all’interno di una categoria più ampia. Gatto è un iponimo di animale, rosa di fiore, cacciavite di attrezzo. Ogni volta che usiamo un iponimo, stiamo indicando qualcosa di preciso all’interno di un insieme più grande. Questa relazione è essenziale per organizzare il mondo: ci permette di distinguere, classificare e comunicare con accuratezza. È anche alla base di molte strutture logiche e informatiche, come gli alberi concettuali o le tassonomie.

L’iperonimia è il fenomeno complementare: dal greco huper (“sopra”), indica il termine più generale che “sta sopra” agli iponimi. Animale è l’iperonimo di gatto, fiore è l’iperonimo di rosa, attrezzo è l’iperonimo di cacciavite. Usare un iperonimo significa parlare in modo più ampio e inclusivo. È utile quando non conosciamo il nome preciso, quando vogliamo evitare dettagli superflui o quando preferiamo un tono neutro. Dire “ho visto un animale nel giardino” è meno specifico di “ho visto un riccio”, ma può essere più adatto se non siamo certi dell’identificazione.

Omonimia, iponimia e iperonimia non sono concetti astratti: sono strumenti che usiamo continuamente, spesso senza accorgercene. L’omonimia ci ricorda che le parole non sono mai univoche e che il contesto è decisivo per interpretarle. L’iponimia e l’iperonimia, invece, ci mostrano come il lessico sia organizzato in livelli di generalità, dal più ampio al più preciso. Comprendere queste relazioni significa muoversi con maggiore sicurezza nel territorio del significato, cogliendo la struttura profonda che sostiene ogni lingua, la nostra soprattutto.