Il
rigoglio che si posa come un velo sulla forma
Il
lessema lussuria sembra nato già “inclinato” verso la
carne, già pronto a giudicare, già immerso nella sfera del
desiderio. E invece la sua storia comincia altrove: nei campi, nelle
piante, nella crescita vegetale che eccede, trabocca, supera il
limite naturale. Prima di diventare uno dei vizi capitali, prima di
essere associato all’impulso erotico, il
termine in oggetto è stato un’immagine agricola, un
modo per descrivere ciò che cresce troppo, ciò che devia dal corso
ordinario, ciò che si fa esuberanza incontrollata. È da questa
radice che nasce tutto: dall’idea dell’eccesso, non del peccato.
L’etimologia è limpida e sorprendente. Luxuria deriva
da luxus, la stessa radice che ha dato lusso, e dal
verbo luxare, “dislocare”, “andare fuori sede”,
“deviare”. Qui si nasconde una curiosità inattesa: luxare
è anche il verbo tecnico che i medici latini usavano per indicare la
lussazione delle ossa. La lussazione e la lussuria
sono dunque sorelle etimologiche, unite dall’idea di qualcosa che
esce dal suo alloggiamento naturale. È un dettaglio che non si nota
subito, ma che racconta molto del modo in cui il latino costruiva
significati per analogia: ciò che devia nel corpo può deviare anche
nel comportamento.
Nel latino classico, prima che il termine si avvicinasse
all’ambito morale, luxuria indicava la vegetazione che
cresce oltre misura, la pianta che si fa troppo rigogliosa, che non
rispetta la forma prevista. Gli agronomi romani lo usavano con
naturalezza, senza giudizio: era una constatazione tecnica, come dire
che una vite “spinge troppo”. È la stessa immagine che
sopravvive nel nostro lussureggiante, dove la parola non ha
nulla di peccaminoso: è pura vitalità che trabocca. Da qui il
passaggio è naturale: ciò che eccede nella natura può eccedere
anche nell’uomo. La luxuria diventa allora “esuberanza
di umori”, un moto interiore che supera la norma, una sregolatezza
che non è ancora sessuale, ma già è un lasciarsi andare oltre il
limite.
Un’altra curiosità riguarda la storia cristiana del termine.
Nei primi secoli, luxuria non indicava soltanto la sfera
sessuale: era un contenitore più ampio, che comprendeva ogni forma
di eccesso, compreso il lusso materiale. Per un breve periodo,
luxuria e luxus sono stati quasi intercambiabili
nella predicazione morale. Solo più tardi, con la sistemazione dei
vizi capitali, la parola si è specializzata nel campo del desiderio
carnale. È un restringimento semantico netto, che mostra come la
morale cristiana abbia selezionato un solo ramo dell’eccesso,
lasciando cadere gli altri.
Quando la Patristica entra in scena, il termine si restringe
definitivamente. L’eccesso non è più generico, non riguarda più
ogni forma di sfrenatezza, ma si concentra sul desiderio carnale. La
lussuria diventa così la passione disordinata, il piacere
che sovrasta la ragione, l’istinto che prende il sopravvento. È
uno dei sette vizi capitali, e come tale assume una forma più
rigida, più codificata, più distante dalla sua origine agricola. Ma
quella radice continua a pulsare sotto la superficie, e ogni tanto
riaffiora.
Riaffiora soprattutto nella letteratura e nella critica d’arte.
Nel Rinascimento, alcuni pittori e teorici usavano lussuria
per descrivere la tavolozza troppo ricca, troppo carica, troppo
“fuori misura”. Il Vasari, parlando di certi colori veneziani,
annota che “hanno una lussuria che quasi offende”: non è un
giudizio morale, ma estetico. È un fossile semantico che conserva la
memoria del campo, della pianta, della crescita sovrabbondante. La
lussuria dei colori è un modo per dire che la materia
visiva eccede, trabocca, supera la norma, proprio come facevano le
piante nei testi degli agronomi romani.
Nel linguaggio comune, la parola indica l’abbandono ai piaceri
della carne, la ricerca del soddisfacimento sessuale come fine
autonomo, separato dall’affettività. Nella dottrina cattolica, è
la passione che disordina, che confonde, che subordina lo spirito al
corpo. Nel linguaggio figurato, invece, può tornare a essere ciò
che era: un rigoglio, un eccesso, una sovrabbondanza che non riguarda
più la morale ma la forma, il colore, la materia. È un termine che
ha attraversato mondi diversi e che porta ancora con sé le tracce di
tutti: la terra, il corpo, la norma, l’arte.
Forse è proprio questa stratificazione che rende lussuria
una parola così viva: nasce come crescita, diventa deviazione, si fa
peccato, e infine torna immagine. E in ogni suo uso, antico o
moderno, conserva la stessa verità: ciò che eccede racconta sempre
qualcosa di noi.
***
A tutto spiano
“A tutto spiano”
è una di quelle espressioni che sembrano nate già col fiato
corto, con l’energia che preme per uscire. Oggi la adoperiamo per
indicare che qualcosa procede senza freni, con slancio pieno, con
quella generosità d’azione che non conosce risparmio. Ma sotto
questa vitalità quotidiana si nasconde un gesto antico, preciso,
artigianale, che merita di essere riportato alla luce.Lo spiano era innanzitutto lo strumento del carpentiere:
la pialla o la livella che scorreva lungo tutta la superficie del
legno, senza interruzioni, con un movimento ampio e continuo.
Lavorare a tutto spiano significava sfruttare l’intera
corsa dello strumento, farlo correre da un’estremità all’altra
con la massima forza, come se ogni passata dovesse restituire una
perfezione immediata. È un’immagine che conserva ancora oggi la
sua potenza: l’idea di un gesto pieno, totale, senza esitazioni.
Un’altra pista etimologica, altrettanto affascinante, porta
invece ai mulini e ai forni. Lo spiano sarebbe stato la
quantità di farina (o di pane) che si poteva spianare, distribuire,
erogare senza limiti. Agire a tutto spiano voleva dire,
dunque, usare tutta la capienza dell’impianto, senza parsimonia,
come se la produzione dovesse fluire senza ostacoli. È curioso
notare come ambe le ipotesi - quella del legno e quella della farina
- condividano la stessa idea di ampiezza, di gesto pieno, di risorsa
portata al massimo.
La locuzione, forte di questa doppia radice, si è poi adattata ai
contesti più diversi. I cantieri che procedono a tutto spiano
richiamano le maestranze che lavorano a pieno regime, senza pause,
con la scadenza che incombe. I ragazzi che ballano a tutto spiano
restituiscono la gioia senza freni, la spensieratezza che non conosce
economia. Un impianto di climatizzazione che funziona a tutto
spiano racconta invece un consumo elevato, una macchina che dà
tutto ciò che può per contrastare la calura. E quando un’azienda
investe a tutto spiano, la metafora si fa economica: risorse
che scorrono, decisioni che accelerano, strategie che si espandono.
Una piccola curiosità storica: nei manuali di falegnameria
dell’Ottocento, la pialla veniva descritta come uno strumento che
“richiede ampiezza di gesto e continuità di braccio”. È quasi
una definizione anticipata della locuzione moderna, come se il
linguaggio avesse conservato, senza accorgersene, la memoria di quel
movimento.
In fondo, a tutto spiano è l’elogio dell’impegno
pieno, della generosità d’azione, del fare senza trattenersi. È
la lingua che ricorda che, talvolta, per ottenere un buon risultato,
bisogna lasciar correre la mano, il pensiero, la volontà.
E come spesso accade con i modi di dire più longevi, la sua
verità si può riassumere in un soffio: la misura, quando serve,
è proprio l’assenza di misura.
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