sabato 17 agosto 2019

Il solecismo

Il termine solecismo non è - come il suffisso “-ismo” farebbe pensare - una disquisizione filosofica sul... sole; il vocabolo, da non confondere con il barbarismo, è un grossolano errore di grammatica, di pronuncia e di sintassi.
  Proviene, manco a dirlo, dal greco “soloikismòs”, derivato dalla città di Soli, in Cilicia, dove si parlava un greco assai scorretto. I Greci, dunque, chiamarono “solecismi” tutte quelle parole che nella pronuncia, nella grafia e nei vari costrutti non rispecchiavano la “purezza” della lingua.
      Il termine è poi giunto a noi con lo stesso significato: grossolano errore. Sono solecismi, vale a dire veri e propri errori, per esempio, “piú meglio”, “a gratis”, “vadi”, “venghi”, “un’uomo”, “coscenza”, “soddisfando”, “stassi”, “se mi darebbero”, “ce n’è molti”, “la meglio cosa”, “ci ho detto”, “gli uovi”, “è bello come tu”.
    Potremmo continuare ancora essendo molti i solecismi riferiti alla pronuncia: “zàffiro” in luogo di “zaffíro”; “rùbrica” invece di “rubríca”; “leccòrnia”  in luogo di “leccornía”; “guàina” in luogo di “guaína”; “mòllica” invece di “mollíca”; “pesuàdere” al posto di “persuadére”, “autodròmo”, "àmaca".
     Potremmo andare avanti, ma non vogliamo tediarvi oltre misura e offendere i vari “oratori” che dai numerosi salotti televisivi ci “propinano” i loro sfondoni immortalati anche nei libri,  "opere" che le persone accorte in fatto di lingua non compereranno mai.   

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La lingua "biforcuta" della stampa

Alla festa della Lega di Pontida le pizze "Aquarius" e "Sea Watch" che irridono la tragedia dei migranti

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Correttamente: che irridono alla tragedia dei migranti. Il verbo "irridere" - è  transitivo e intransitivo. È transitivo quando sta per deridere, schernire e si costruisce con il complemento oggetto: lo irrisero tutti; è intransitivo, invece, quando si usa con il significato di mostrare disprezzo e simili: irrisero alla sua bontà.







venerdì 16 agosto 2019

C'è odore e... odore

Si faccia attenzione all'uso del sostantivo "odore", perché c'è odore e odore; non tutti gli odori, insomma, hanno lo stesso... odore. L'odore è un termine generico perché  indica - come si può leggere nei vocabolari dell'uso - la sensazione dell'olfatto prodotta da particelle minute emanate da alcuni corpi.
   Ogni "corpo", dunque, emana un... odore che ha un nome specifico.
   Vediamo, dunque, "sbirciando" tra alcune pubblicazioni degli esempi di "odore" usato impropriamente. In parentesi il nome appropriato dell'odore.
     Quando le forze dell'ordine sfondarono la porta ed entrarono in quella stanza chiusa per anni sentirono un odore (tanfo) asfissiante; il barbone, morto, fu trovato in una stalla da cui emanava un odore (puzzo) che toglieva il respiro; visitammo quella chiesa paleocristiana dai cui sotterranei si sprigionava un odore (fetore) ammorbante; durante la scampagnata venimmo "assaliti" da un'ondata di puzzo (zaffata) portata dal forte vento; amo la primavera perché l'aria è ricca di odori (effluvi) inebrianti; fuggimmo subito da quelle paludi perché l'aria, insopportabile, era piena di odori pestiferi (miasmi); durante la cerimonia nuziale molti invitati furono costretti a uscire perché l'odore (olezzo) dei fiori d'arancio era troppo forte e dava loro alla testa; dopo la bufera si sentiva un forte odore di pioggia (petricore); eravamo in piena estate, l'autobus era affollato e si sentiva un nauseante odore di sudore ascellare (ircismo); adoro i fiori, soprattutto le rose perché il loro odore (profumo) è delicatissimo; dall'appartamento vicino si sentiva l'odore (aroma) del caffè.
      E a proposito di aroma e profumo, il primo si "sente" con l'olfatto e il palato; il secondo solo con l'odorato. Concludendo, cortesi amici, avete visto quanti odori... diversi? C'è odore e odore, quindi. Rammentatevene, quando scrivete, se volete dare ai vostri... scritti un "stile aulico".










Scaricabile, gratuitamente, cliccando qui.











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La lingua "biforcuta" della stampa

Sora, omelia choc del parrocco contro i migranti: "Vengono qui con telefonini e catenine d'oro"

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Nel Reggino
Pregiudicati tra i portatori di San Rocco, parrocco annulla la processione a Cosoleto

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Aveva 89 anni. Da ragazzino venne catturato e improgionato a Mauthausen


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Soldi destinati ai paradisi fiascali ma anche all'estero da parte di badanti, titolari di ristoranti etnici
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Ci ripetiamo: i redattori titolisti rileggono ciò che scrivono?






giovedì 15 agosto 2019

Buon Ferragosto


Un felice Ferragosto alle amiche e agli amici di questo portale

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Se non sapete come "passare" il tempo potete "testare" la vostra conoscenza della lingua italiana cliccando qui.

mercoledì 14 agosto 2019

Inerente: il suo uso corretto

Abbiamo notato, con "stupore", che buona parte delle cosí dette grandi firme del giornalismo fanno seguire l'aggettivo "inerente" dall'articolo e non, correttamente, dalla preposizione "a" (semplice o articolata). È un orrore che grida vendetta al cospetto del Divino. Diamo la "parola" all'insigne linguista Aldo Gabrielli.

Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come in quello giuridico e filosofico, per esempio. Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come “atti inerenti la causa”, “indagini inerenti il delitto” si riscontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto. Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non col complemento oggetto: “atti inerenti alla causa”, “indagini inerenti al delitto”.

Inerire viene dal latino inhaerère, propriamente “essere attaccato” e significa “avere stretta connessione con qualche cosa”, “direttamente riferirsi”, “essere attinente” e simili. I latini costruivano questo verbo col dativo (che corrisponde appunto al nostro complemento di termine), ma anche con l’ad e l’accusativo o con l’in e l’ablativo. L’italiano si attiene comunemente al dativo: “Ragioni inerenti alla sostanza e all’origine delle cose” (Tommaseo); “La libertà di Dio inerisce alla sua eterna ragione” (Croce); con l’in, ormai disusato, trovo un esempio del Magalotti: “Facoltà ... inerenti in un fondo dell’istessa natura”. Niente complemento oggetto, dunque, erroraccio assolutamente da evitare. Il quale complemento, certo, deriva da un’errata analogia con altri verbi, come concernere e riguardare, che si costruiscono infatti col complemento oggetto: “Atti concernenti la causa”, “Indagini riguardanti il delitto”.

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C'è l'acme e... l'acne

Si presti attenzione all’uso corretto di questi sostantivi che non sono, come molti credono, una variante l’uno dell’altro (come lo sono i vocaboli barbari comfort e confort, anche se provengono da lingue diverse). Innanzi tutto sono entrambi di genere femminile. Il primo, acme, indica, come dicono i vocabolari, il punto culminante di qualcosa (che si muove): l’acme della febbre; l’acme del successo. Acme, insomma, significa vertice, apice. L’acne, invece, è una malattia della pelle che si manifesta con pustole.


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La lingua "biforcuta" della stampa
Case-vacanze, per la Finanza due su tre sono irregolari
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Correttamente: case-vacanza (meglio senza trattino). Perché? Perché il plurale dei sostantivi accostati (o accoppiati) si ottiene modificando solo il primo elemento: asilo nido/asili nido.

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Cronaca
 Donna subisce violenza di gruppo per 10 dieci anni: cinque arresti 
A Corigliano Rossano, in Calabria. Gli indagati accusati anche di estorsione
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Se qualcuno non lo avesse capito: DIECI.


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La sentenza

 La Cassazione ferma i super-risarcimenti ai medici specializzandi utilizzati in corsia

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Le persone - in questo caso i medici - non si utilizzano, si impiegano.

 
 

martedì 13 agosto 2019

Avere una bella faccia

Questespressione, che tutti conosciamo e adoperiamo, significa sembrare in buona salute” e si usa anche riferita a una cosa attraente, invitante. Gli amanti dei cavalli dovrebbero conoscerne lorigine perché la locuzione - sembra - ha una, sia pure lontana, relazione con il mondo equestre: si chiama, infatti, bella faccia la grande macchia bianca del mantello del cavallo che si estende fino agli occhi. La locuzione, pe, è adoperata soprattutto in senso ironico e riferita a una persona impudente e sfrontata.


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La lingua "biforcuta" della stampa

La capigruppo del Senato si divide: sul calendario decide oggi l'Aula
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La "capigruppo"? Ci vengono le vertigini…

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Tina Cipollari, la sorella Annarita è la sua sosia, due gocce d'acqua
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Sosia è un sostantivo maschile invariabile e deve restare tale anche riferito a una donna. Correttamente: Annarita è il suo sosia. Vediamo, in proposito, ciò che scrive il linguista Aldo Gabrielli:

“Quante volte ho sentito frasi come queste: ‘Anna è la sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo la sosia della Garbo’, parlando di due persone che si somigliano come due gocce d’acqua o non si somigliano affatto. E tutte le volte mi vien da dire: che erroraccio! Erroraccio perché? Ma perché sosia è un nome maschile, e maschio ha da restare, anche se da nome proprio una trasformazione l’ha già fatta diventando nome comune. Infatti questo Sosia, per chi non lo ricordasse, è il nome del servo di Anfitrione, nella famosa commedia di Plauto (…). Nella commedia plautina accade che un giorno Mercurio, mandato sulla terra da Giove, assumesse l’identico aspetto di Sosia, allo scopo di giocare alcune beffe diciamo piccanti all’infelice Anfitrione. Questo soggetto fu poi ripreso dal Molière nella commedia intitolata appunto ‘Amphitryon’, e il nome del servo, divenuto subito popolarissimo in Francia, da proprio si trasformò in comune, venendo a indicare persona somigliantissima a un’altra al punto da essere scambiata con questa. Noi riprendemmo il termine dal francese in questa accezione figurata verso la metà dell’Ottocento. Ma sempre come maschile, si capisce. Perciò dobbiamo dire ‘il sosia’, nel plurale ‘i sosia’, sia con riferimento a uomo sia con riferimento a donna. Non possiamo dare a Sosia una sorella dello stesso nome! Diremo quindi correttamente ‘Anna è il sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo il sosia della Garbo’. Stona quel maschile accostato a un femminile? Ma stona forse dire ‘Anna è il ritratto, il doppione, il modello, lo stampo di sua madre?

Ci sembra "strano", quindi, quanto riporta il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:

 
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La "lingua" di Virgilio-Sapere.it

sosia m e f inv
  individo eccezionalmente somigliante a un'altro, a tal punto da rendere possibile uno scambio d'identità

lunedì 12 agosto 2019

Un "test" sulla conoscenza della grammatica italiana




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giovedì 8 agosto 2019

Il capo e la testa

Non ricordiamo se l'argomento che tratteremo è stato già... trattato, nel caso ci scusiamo per l'eventuale ripetizione.
   Il capo e la testa - nell’uso corrente - sono l’uno sinonimo dell’altro; tuttavia c’è - a voler sottilizzare - una piccola differenza. Con il termine “capo” ci si riferisce piú spesso all’anatomia umana, mentre con quello di “testa” ci si può riferire tanto all’anatomia dell’uomo quanto a quella degli animali.
   Inoltre nelle espressioni di uso comune e in quelle adoperate in senso figurato i due termini (testa e capo) hanno, talvolta, usi completamente distinti e non sempre sono interscambiabili nella medesima proposizione.
   Qualche esempio. Ricevere un colpo tra capo e collo (e non “tra testa e collo”); andare a testa alta (non “a capo alto”); fare a testa e croce (non “a capo e croce”); testa di rapa (non “capo di rapa”); essere in capo al mondo (non “in testa al mondo”); venirne a capo (non “a testa”); andare a capo; capo d’aglio ecc. Testa e capo, insomma, non sono sinonimi assoluti: occorre tenerlo presente, quando si scrive, per non cadere in una "sciatteria linguistica".

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La lingua "biforcuta" della stampa
Bisolfito di sodio per far sembrare fresca la carne, sequestrata 500 Kg di prodotto. Accertate irregolarità in un negozio su quattro
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SequestratA?

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Il governo salva gli scuolabus: nei piccoli Comuni le famiglie non dovranno pagarlo
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PagarlO?