martedì 8 settembre 2026

Il nome che recita: quando i sostantivi diventano predicati

 La zona d’ombra della grammatica in cui i nomi smettono di nominare e cominciano ad attribuire, trasformare...

C’è una “zona” della grammatica italiana che vive un po’ nell’ombra, come quelle stanze di casa che non si frequentano spesso ma che custodiscono oggetti preziosi. È la zona in cui i nomi smettono di essere semplici etichette e cominciano a comportarsi da predicatori, assumendo ruoli che tradizionalmente attribuiamo ai verbi. È un territorio affascinante, perché mostra quanto il nostro lessico sia più fluido di quanto crediamo: le categorie non sono recinti, ma membrane permeabili. E proprio lì, in quella penombra fertile, abitano i sostantivi predicativi.

Siamo abituati a pensare ai sostantivi come a parole che nominano entità, oggetti, luoghi o persone: sedia, cielo, Marco. Ai verbi, invece, affidiamo il compito di esprimere azioni, stati, eventi. Eppure esiste una classe di nomi che non si limita a nominare, ma predica: attribuisce qualità, ruoli, stati, perfino azioni ad altri elementi della frase. Insomma, un sostantivo è predicativo quando svolge la funzione semantica e sintattica di un predicato. A differenza dei nomi concreti, che vivono bene da soli, questi sostantivi hanno bisogno di legarsi ad altri elementi, proprio come fanno i verbi con i loro argomenti.

La grammatica tradizionale li intercetta soprattutto quando completano verbi copulativi, elettivi, estimativi, appellativi o effettivi: verbi che, da soli, non bastano. È il caso di frasi come Marco è stato eletto presidente, Marta vive da regina, Quel ragazzo è diventato un campione. Qui presidente, regina e campione non sono semplici nomi: sono predicazioni, titoli, condizioni attribuite al soggetto. Lo stesso accade quando il sostantivo si riferisce all’oggetto diretto: Tutti considerano Paolo un amico, L’assemblea ha nominato Lucia direttrice. In questi casi il nome non descrive: definisce, qualifica, predica.

Negli studi di sintassi e lessico‑grammatica, soprattutto a partire dalle ricerche di Maurice Gross, il concetto si amplia e si precisa. I sostantivi predicativi diventano quelli che derivano da verbi o che indicano azioni, processi, stati: decisione, paura, passeggiata, consiglio, esame. Quando questi nomi si uniscono a verbi leggeri come fare, dare, avere, prendere, avviene una piccola rivoluzione: il verbo si svuota, perde quasi tutto il suo significato autonomo e diventa un semplice supporto per coniugare la frase; il sostantivo, invece, si carica del peso semantico dell’azione.

Gross amava raccontare che la scoperta dei sostantivi predicativi non fu un’illuminazione teorica, ma una constatazione empirica nata dalla pazienza del lavoro quotidiano. Passava ore a spulciare corpora francesi, frasi dopo frasi, come un botanico che osserva le foglie per capire la pianta. E a un certo punto si accorse di qualcosa che lo sorprese davvero: i verbi più frequenti non erano quelli “forti”, quelli che sembrano reggere il senso della frase, ma i verbi di supporto: fare, dare, avere che di solito consideriamo quasi trasparenti. Erano dappertutto, come una rete sotterranea che teneva insieme la struttura della lingua. Da lì nacque la sua intuizione: se il verbo è così leggero, così vuoto, allora il vero predicato deve essere altrove, e quell’ “altrove” è proprio il sostantivo che porta il significato dell’azione. Non era una teoria astratta, ma il risultato di una lunga osservazione: la lingua, semplicemente, gli aveva mostrato come funzionava davvero.

Questi sostantivi presentano caratteristiche grammaticali specifiche. Richiedono argomenti, esattamente come i verbi: dalla struttura valenziale di distruggere (chi distrugge + che cosa) deriva distruzione, che mantiene gli stessi argomenti nella frase: La distruzione della città da parte dei nemici. Possono essere modificati da aggettivi con valore avverbiale: una critica aspra equivale a criticare aspramente. E non hanno concretezza fisica autonoma: indicano azioni, eventi, processi, ruoli, entità dinamiche e relazionali.

Parlare di sostantivi predicativi significa riconoscere che la nostra lingua non è rigida, ma elastica. In analisi logica, il sostantivo completa verbi copulativi o estimativi, diventando complemento predicativo o nome del predicato. In analisi sintattica e semantica, il nome d’azione o di stato, affiancato a un verbo di supporto, si fa carico del significato principale dell’intera proposizione. È un modo elegante, quasi coreografico, con cui la lingua distribuisce i ruoli: il verbo regge la scena, il sostantivo recita.

Una curiosità, per concludere: molti sostantivi predicativi, nel corso dei secoli, hanno finito col cristallizzarsi e diventare nomi autonomi, perdendo la loro natura predicativa originaria. Passeggiata, per esempio, nasce come nome d’azione, ma oggi può indicare anche un luogo o un’occasione sociale. È un piccolo promemoria di quanto la lingua sia viva, mutevole, sempre in cammino.

***

L’uso corretto di “ex”

Poliziotti fra i dirigenti del partito dell’ex generale”, quell’ex, nel titolo di un giornale, sembra voler togliere al generale il suo grado, come se fosse un’etichetta rimovibile. È un riflesso giornalistico molto diffuso, ma la lingua – e ancor più la prassi istituzionale – ci ricorda che i gradi militari non si “spengono” con il congedo. Un generale in pensione resta generale; un colonnello resta colonnello; un ammiraglio resta ammiraglio. Il grado è permanente, identitario, non dipende dall’esercizio attivo della funzione. Per questo ex generale è improprio, anzi errato: non si può essere “ex” di un grado che non decade. Lo stesso per i titoli accademici, un professore giubilato resta professore, non “ex professore”.

Il punto è che ex è una particella comoda, rapida, perfetta per i titoli di giornale. Ma la comodità non sempre coincide con la precisione, ma soprattutto con la buona lingua. Dire ex generale suggerisce l’idea che il grado sia cessato, mentre la realtà è che quel generale è semplicemente “fuori servizio”. La forma corretta è generale in congedo, generale a riposo, generale in ausiliaria: tutte espressioni che indicano lo stato amministrativo senza negare il grado. La differenza è sottile ma decisiva: ex scancella (sic!); in congedo precisa.

Diverso è il caso di ambasciatore, prefetto, questore e simili. Qui non siamo nel territorio dei gradi, ma delle funzioni. E le funzioni, a differenza dei gradi, cessano davvero. Un ambasciatore può diventare ex ambasciatore; un prefetto può diventare ex prefetto; un questore può diventare ex questore. Non perché si perda una dignità permanente, ma perché si conclude un incarico. Sono ruoli operativi, non titoli identitari. Per questo l’uso di ex è corretto, benché giornalisticamente asciutto.

La regola, dunque, è semplice: ex si usa per le funzioni che terminano; non si usa per i gradi che restano. La lingua amministrativa è chiarissima: generale in congedo, colonnello a riposo, ammiraglio in ausiliaria. Nessun documento ufficiale parlerebbe di ex generale, perché sarebbe una negazione del grado. E allo stesso modo nessun documento ufficiale parlerebbe di ex colonnello o ex ammiraglio. Il grado è un attributo permanente della persona, come un titolo accademico o un’onorificenza.

 ***

Riceviamo, pubblichiamo e come sempre ringraziamo

Sulle sponde del dubbio e dell'errore,

dove la lingua vacilla impropria e stanca,

si erge un severo e attento curatore,

che la sferza, la loda e mai si stanca.

​Egli prende la frase un po' sgraziata,

il neologismo zoppo o la stonatura,

e con linfa verbale mai viziata

le rende limpidezza e forma pura.

​Non è soltanto un filtro o un vaglio terso,

è un bagno di freschezza al vocabolo opaco,

che purga il detrito, il senso perverso,

sciacquando l'inchiostro da ogni presago.

​Così la parola ritrova il suo lustro,

libera da orpelli, pulita e faconda:

un soffio di grazia per il nostro illustro

parlare che limpido scorre sull'onda

dello SciacquaLingua.


Severino Mangiapane

***

La lingua "biforcuta" della stampa









Dal Treccani: chiàcchiera (erroneo chiàcchera) s. f. [der. di chiacchierare]

 

*

Annega 35 anni nel Lago Grande di Avigliana

--------------

Ci piacerebbe sapere, al di là della tragedia, chi è annegato.



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

lunedì 7 settembre 2026

Sgroi – 227 - SUL PERCHÉ DELLA PRONUNCIA SDRUCCIOLA (ANZICHÉ BISDRUCCIOLA) DI PAPA FRANCESCO

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. L’evento fonologico

Nell’intervento 224 Papa Francesco italofono (e Papa Leone XIV italografo) martedì 4 agosto 2026, abbiamo ricordato che “Per quanto riguarda gli accenti, Papa Francesco aveva pronunciato/papà e mamma litìgano/ e /tutti si comunìcano/ sdruccioli anziché /lìtigano/ e/comùnicano/ bisdruccioli.

In passato, come avevamo documentato nel nostro Le parole di Papa Francesco e le prime parole di Papa LeoneXIV (libreria universitaria.it edizioni 2025, p. 375), aveva detto:

/si interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ sdruccioli anziché bisdruccioli /si intèrrogano/, /mòrmorano/, /insànguinano/, /fàbbricano/”.


2. Una spiegazione della pronuncia sdrucciola

Il che si spiega, -- avevamo precisato -- non perché in spagnolo non esistano parole bisdrucciole (cfr. cómetelo ‘mangiatelo’, señálamelo‘segnalamelo’), ma col fatto che in spagnolo esiste una restrizione specifica riguardo all’accentazione del verbo, ovvero nelle forme rizotoniche ‘l’accento non può andare prima della sillaba che precede il tema’ ”. Fenomeno analogo a quello esistente in friulano, in cui si dice litìgo, predìco, ecc.


3. Regola generale

Tale motivazione può rientrare in una spiegazione più generale dell’accentazione delle parole in spagnolo. In spagnolo le parole terminanti in vocale possono essere sia tronche (es. comenzó), sia piane (es. carretera), sia sdrucciole (es. el teléfono).

Analogamente le parole terminanti in consonante, in particolare in /-n/, possono essere o tronche (es. alemán, según) o piane (ess. examen, alguien), verbi pres. indic. (es. interrogan ‘interrogano’).

Le fonie sdrucciole /litìgano/, /comunìcano/, /interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ riflettono quindi le fonie spagnole piane /pele-an/, /comunic-an/, /interrog-an/, /murmur-an/, /ensangrent-an/, /fabric-an/.




















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



domenica 6 settembre 2026

Lanaia – 7 - La 'mattaggine' di Cobolli

 



di Alfio Lanaia

  1. Evento linguistico

In occasione degli US Open 2026, il torneo di tennis che si sta svolgendo a New York, il tennista italiano Flavio Cobolli, dopo la vittoria al secondo turno contro l’australiano Tristane Schoolkate, risponde alle domande dell’intervistatrice di SuperTennisTv del 4 settembre 2026.

Intervistatrice: «Senti Flavio, hai parlato di come stai cercando un po’ più di calma in campo, con un approccio diverso. Ci stai riuscendo? Se sì, in che momenti ti stai aiutando …

Cobolli: «Ehm Non credo proprio. Sono più matto di prima, però … è una mattaggine … pura! Quindi io non ce l’ho mai con l’avversario, ce l’ho sempre con me stesso, sto cercando di essere un po’ più calmo, è vero, però quando c’è la competizione per me è difficile essere … controllarmi, diciamo, … quindi piano piano ce la farò e sicuramente mi darà tanti risultati …».

  1. Che cos’è la mattaggine?

Il tennista romano, parlando del proprio carattere, con una notevole dose di autoironia, usa la parola mattaggine, una condizione emotiva che spesso gli fa perdere la calma e l’autocontrollo, lo fa imprecare contro se stesso, condizionando spesso negativamente, ma per sua fortuna non questa volta, l’esito della partita. La mattaggine è dunque ‘la condizione dell’essere matto’.

  1. Mattaggine è una neoformazione?

Compulsando alcuni dizionari cartacei (De Mauro 2000, Devoto-Oli 2010, Zingarelli 2022) e in rete (Treccani, GDLI), ci si rende conto che la nostra forma non viene registrata. Nemmeno la lessicografia ottocentesca (e.g. il Vocabolario universale italiano, compilato dalla Società tipografica Tramater, 7 voll., Napoli 1829-1840) conosce mattaggine. Data questa assenza, si potrebbe dunque dedurre che la nostra voce sia a) una neoformazione, cioè una parola composta o derivata, introdotta in una lingua in una fase recente della sua storia, oppure b) un prestito proveniente da qualche dialetto italiano, o ancora c) un occasionalismo, una parola, cioè, creata sul momento dal giocatore.

  1. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

Per verificare le ipotesi formulate, abbiamo consultato la rete. La ricerca su google ci conferma la presenza della voce nei socialmedia (facebook, Instagram, Youtube), alcuni dei quali attingono alla stessa intervista, mentre altri testimoniano usi precedenti, anche se recenti, di mattaggine, come il seguente del 22 luglio 2023, tratto dal commento di un utente alla pagina fb Una parola al giorno:

« I dise a Venessia, negli intervalli tra una voga longa e una voga corta, che la pazzia o la mattaggine è parte integrante dei microcircuiti delle sinapsi di tutti quelli che hanno una testa. e quindi tutti siamo pazzi, pazzoidi o matti, perchè per perdere la testa, bisogna averne una.»

Molto più interessanti, ancorché numerose, sono le attestazioni di mattaggine su Google libri – Ricerca avanzata.

La più antica attestazione risale al XVI secolo (Diego De Estella, Tratado/Libro de la vanidad del mundo, 1575, tradotto in toscano da Pietro Bonfanto col titolo Dispregio della vanità del mondo, Firenze 1581, 2 voll.):

«Et il Savio dice, che il matto hà per gaudio la mattaggine» (vol. 1, p. 301).

Nel XVIII sec. la nostra voce appare in un trattato medico (Niccolò Graniti, Dell’antica, e moderna medicina teorica, e pratica meccanicamente illustrata, Venezia 1739, I, p. 354):

«Sintomi vicendevoli coi morbi

Languidezza e mollezza delle parti solide ne’ putti Rachitide o sia segno di scimunita mattaggine».

Ancora in ambito medico, la voce ritorna in un trattato del 1857 (Riforma medica in conciliazione colla omiopatia, trad. T. P. Rossetti, Milano, p. 11): «Non pertanto queste parole austere non sono vendicative, ma sibbene la conseguenza d’una convinzione ferma che il miglior modo di far ravvedere i pazzi sta nel far sorbir loro il calice intiero degli effetti amari della loro mattaggine».

Del 1858 è una lettera alla rivista L’uomo di pietra, giornale letterario, umoristico-critico con caricature, firmata «Ignorantino» (pp. 278-279): «Montebaldo sta sempre dove stava in illo tempore, e l’aria che ci manda è sempre la rinomata dell’allegria, dello spirito, et aliquando della mattaggine».

Nel secolo successivo, il critico d’arte Francesco Sapori così scrive (La tredicesima esposizione d’arte a Venezia, 1922, in «Emporium», vol. LV, p. 84.): «In questi sei bozzetti a olio di non grandi dimensioni, egli trascrive degli appunti e ricordi della sua residenza a Venezia, nei quali s’insinua una esotica mattaggine parigina».

Negli anni 2000, infine, Maura Del Serra, poetessa, drammaturga e traduttrice, usa la nostra forma nella traduzione del Timone d’Atene (The Life of Timons of Athens) di William Shakespeare (Shakespeare. Tutto il teatro, 2012):

«BUFFONE: E tu non sei del tutto savio. Tanta mattaggine ho io, quanta intelligenza manca a te».

  1. Formazione di mattaggine

La ricerca sugli usi passati e presenti di mattaggine dimostra dunque che la nostra voce ha una storia abbastanza lunga, che risale almeno al XVI secolo, ed è stata impiegata in vari ambiti, da quello mistico-religioso, a quello medico-scientifico, a quello letterario. Dal punto di vista morfologico si tratta di un derivato dell’agg. matto col suff. -àggine, che si aggiunge produttivamente ad aggettivi, e meno frequentemente a sostantivi, per formare sostantivi femminili indicanti qualità, condizioni considerate negative, riferite spec. a persone; a volte indica un atto manifestante queste qualità: spiritosaggine, stupidaggine (De Mauro 2000). Solo un caso dunque il vuoto lessicografico relativo a questa forma, in quanto si tratta di una parola costruita non dopo il XVI secolo, secondo le regole di formazione, come cocciutaggine (1830), testardaggine (1879), tetraggine (1781) ecc.

  1. Etimo di -àggine

Alla base di -àggine vi è il lat. -aginem (< -ago, -aginis), suffisso nominale utilizzato soprattutto per formare sostantivi femminili della terza declinazione, con funzione di somiglianza o derivazione (imaginem, voraginem, plantaginem). Forma inoltre nomi di piante medicinali (tussilaginem), condizioni mediche o conformazioni anatomiche (cartilaginem).

Sommario

  1. Evento linguistico

  2. Che cos’è la mattaggine?

  3. Mattaggine è una neoformazione?

  4. Mattaggine nelle fonti non lessicografiche

  5. Formazione di mattaggine

  6. Etimo di -àggine



 
















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 


venerdì 4 settembre 2026

Sgroi – 226 - Reazioni dinanzi al “Se + condizionale” (bi-affermativo)

 


di Salvatore Claudio Sgroi


La lettura del precedente intervento n. 225 “Se + condizionale o congiuntivo?” del primo settembre ha suscitato varie reazioni da parte di amici e colleghi.


1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

Un tacito assenso con un “grazie” è venuto da parte di 13 linguisti. Un esplicito consenso è stato dichiarato da 10 colleghi e da un non-linguista:

(i) Impeccabile. La riformulazione finale taglia la testa al toro!”

(ii) “Totalmente d'accordo. Analisi perfetta”.

(iii) “Le pieghe della grammatica italiana, che si mostra sempre flessibile. Ben ha titolato Michele Prandi il suo bel libro: Regole e scelte”.

(iv) “Concordo. Però l'affermazione avrebbe potuto venire formulata in modo più elegante"; ricorda anche che “una frase del genere l'aveva detta Lilli Gruber”, ma senza citarla.

(v) “Uno di quei casi tipici che fanno accapigliare tante persone formate rigidamente dalla ‘grammatica sommersa’ della scuola”.

(vi) “Argomento molto interessante, ma non facile da spiegare a studenti dei primi due anni del liceo (a cui si indirizzano le grammatiche scolastiche)”.

(vii) “Molto interessante!”.

(viii) “Ero certo che saresti intervenuto/intervenivi su questa questione agostana su cui i soliti maestrini social hanno ancora una volta perso un'occasione per tacere o parlare d'altro”.

(ix) “Non avevo dubbi che saresti opportunamente intervenuto”.

(x) “Quanto al contributo di oggi, ci manca solo che ti stimolino: il blog di Raso scoppierà…”

(xi) Non-linguista: “Ottimo e abbondante!”.


2. Un oppositore

Contraria alla nostra ipotesi è stata la reazione di un letterato:

Risposta cornuta, ma non contraddittoria: l’argomentazione della difesa regge benissimo, ma testimonierò a favore dell’accusa. La moglie di Cesare deve essere superiore ecc. Sento però il dovere di aggiungere che l’errore può scappare a tutti, tanto più nel similparlato in oggetto”.


3. Un convertito?

La risposta, si direbbe, di un “convertito” è stata quella di un non-linguista:

Caro Salvatore, il mio commento è: non avrei mai usato il condizionale a inizio della frase! e me ne guardo bene dal farlo in avvenire. Resta solo che i seguaci della destra fascista sfascino anche la grammatica, argomentando sull'eccezione pur di darsi mala ragione! Saluti”.

Mia risposta: “ma tu non diresti: Se verrebbe non lo so?”

Replica: “No! Mi sentirei abitante di Librino o San Cristoforo. Direi: Non lo so se viene; se viene non lo so. La frase dubitativa è più elegante senza il condizionale”.

Seconda mia risposta: “Se ci rifletti un momento, c'è in realtà una differenza di significato tra Non lo so se viene-se verrà-se verrebbe. Come c'è una differenza di significato tra: (i) Viene (ora) presente, (ii) Verrà (dopo) futuro e (iii) Verrebbe ipotetico-potenziale”.

Seconda replica: “Concordo. Preferirei: Non lo so se verrebbe, viste le condizioni....(l'ipotetico-potenziale presume una spiegazione)”.


4. Un linguista scettico

Scettica la risposta di un collega:

caro Salvatore, sarà un costrutto bi-affermativo ma la Tortora non lo sapeva e le è sfuggito al posto del congiuntivo. Personalmente penso volesse scrivere o ‘Se Ranucci andasse a cena con Riina allora la Colosimo potrebbe fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta’, oppure ‘Se Ranucci va a cena con Riina allora la Colosimo può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. La costruzione se + il condizionale non la riesco a digerire, sarà perché sono del Nord”.

Mio primo commento:

Certamente, la Tortora non sapeva che è un ‘costrutto bi-affermativo’,

ma lei non è linguista (grammatica esplicita).

Quando tu introduci il cong. trasformi il costrutto bi-affermativo, in un

periodo ipotetico (dell’impossibilità, visto che Riina è morto). Ma non

si tratta di un periodo ipotetico perché non c’è un rapporto di premessa

e conseguenza, in quanto i due eventi sono semplicemente accostati”.


Prima replica del collega:


Chi dice che sono solo accostati? Io non ne sono convinto. Ci vedo il periodo ipotetico dell’impossibilità. È un modo per giustificare a tutti costi il condizionale dopo se”.

Mio secondo commento:

Con la mia ipotesi sottintendendo ‘è vero che la frase è accettabile:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’,

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’,

Non c’è un rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi e quindi si tratta di costrutto bi-affermativo.

La tua spiegazione con l’hp del periodo ipotetico lascia perplessi perché non si capisce quale sia il rapporto ‘a) condizione – b) conseguenza’ tra i due eventi:

(iii) Periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ??? (a) ‘Se Ranucci andasse a cena con Totò Riina [ma è impossibile perché Riina è morto], + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) Periodo ipotetico di 3° tipo col doppio condiz. popolareggiante:??? (a) ‘Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina, (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Con la tua ipotesi è impossibile sottintendere ‘è vero che’:

(iii) periodo ipotetico di 3° tipo, misto: ***’Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 3° tipo: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con Totò Riina,  la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

Seconda replica del collega:

Sono commosso dalle tue cure nello spiegare. Ovviamente con ‘è vero che’ il se non regge un condizionale ma un indicativo e funziona; non funziona con la condizione ‘che sia vero’: siccome RIINA È MORTO non può esser vero. Perciò tu dici che non è un periodo ipotetico e non c'è rapporto di condizione e conseguenza.

Ma se andasse a cena con qualche mafioso vivo la possibilità ci sarebbe e quindi potrebbe essere un periodo ipotetico con ‘se+condizionale’ che a te va comunque bene? O anche in quel caso vedi solo l'accostamento bi-affermativo?”

Mio terzo commento:

Se il mafioso è vivente il periodo ipotetico è quello della possibilità, per il resto non cambia niente:

(i) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(ii) (a) ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’, costrutto bi-affermativo.

(iii) periodo ipotetico di 2° tipo, della possibilità, misto: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini’.

(iv) periodo ipotetico di 2° tipo della possibilità: *** ‘Se [È VERO CHE] Ranucci andasse a cena con un mafioso, la Colosimo allora potrebbe fare una foto con Ciavardini’.

(v) (a) ***‘Se [SIA VERO CHE] Ranucci andrebbe a cena con un mafioso + (b) la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini.

Per te resta difficile riconoscere che tra (a) e (b) c'è solo un parallelismo e non un rapporto di causa-effetto. – ‘Se io sono siciliano (e lo sono), tu sei settentrionale (e lo sei)’; Se (è vero che) io sarei siciliano, tu sei/saresti settentrionale''. CIAO.

Sommario

1. Tra tacito assenso ed esplicito consenso

2. Un oppositore

3. Un convertito?

4. Un linguista scettico




giovedì 3 settembre 2026

Addirittura: storia di una parola che ha cambiato intenzione

 

Addirittura” è una di quelle parole che sembrano nate per l’enfasi, per il gesto largo, per la sorpresa un po’ teatrale. E invece, sotto la superficie, custodisce una storia che non ha nulla di esagerato: è la storia di una schiettezza. La forma originaria era infatti a dirittura, dove dirittura non è altro che un sostantivo antico, parente stretto di diritto, che significava “franchezza”, “linearità”, “assenza di deviazioni”. Dire qualcosa a dirittura voleva dire parlar chiaro, senza infingimenti, senza curve, senza quel velo di prudenza che spesso ammorbidisce il discorso. Era un avverbio di sincerità, non di stupore.

Poi la lingua, come sempre, ha cominciato a piegare la parola verso un nuovo uso. La franchezza, quando è molto marcata, può essere percepita come intensità; e l’intensità, quando supera la soglia dell’abitudine, può diventare sorpresa. Così a dirittura ha iniziato a colorarsi di un valore che non era più soltanto “parlo apertamente”, ma “lo dico con forza”, “lo dico in modo notevole”. Da qui il passaggio semantico è stato naturale: ciò che è detto con forza può essere interpretato come qualcosa di sorprendente. E la lingua, che ama trasformare i significati come fossero metalli duttili, ha fatto il resto.

Il risultato è la forma moderna: addirittura come avverbio di incredulità, di amplificazione, di meraviglia. È un avverbio che non descrive il fatto, ma la reazione al fatto. Quando diciamo è arrivato addirittura alle tre, non stiamo informando sull’orario: stiamo segnalando che quell’orario è fuori scala rispetto alle aspettative. È un avverbio che illumina la frase, che la colora, che la rende emotivamente orientata. È un piccolo riflettore linguistico puntato sul punto esatto in cui vogliamo che il lettore o l’ascoltatore si soffermi.

La bellezza di addirittura, però, sta nella sua doppia anima: quella dell’enfasi e quella dell’ironia. Quando lo pronunciamo da solo, con quel tono un po’ sornione – addirittura! – stiamo richiamando la sua antica schiettezza, ma rovesciata: non “parlo apertamente”, bensì “ma davvero?” È un fossile semantico che continua a brillare sotto la superficie del parlato, una piccola scintilla di storia che sopravvive nella pragmatica quotidiana.

C’è poi un dettaglio stilistico che rende addirittura una parola preziosa: la sua capacità di modulare la temperatura della frase. Può rendere un enunciato più leggero, più giocoso, più affettuoso; oppure può renderlo più pungente, più sorpreso, più critico. È una parola‑clima: la frase resta la stessa, ma l’atmosfera cambia. È una magia minuscola, una di quelle che fanno dell’italiano una lingua capace di sfumature che altre lingue non riescono a replicare con la stessa grazia.

E infine, c’è la sua eleganza nascosta. In un testo scritto, addirittura può essere un segnale di stile, un modo per dare alla frase un passo più consapevole, più pensato. Non è una parola rumorosa: è una parola che lavora in silenzio, che sposta l’intonazione senza farsi notare, che aggiunge un filo di espressività senza mai diventare invadente. È una di quelle voci che la lingua ha plasmato lentamente, trasformando una schiettezza medievale in un avverbio di sorpresa moderna.

***

Ancora una volta riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo

Un’oasi di luce nella selva delle parole

Non passa giorno senza che io mi imbatta, leggendo i giornali o navigando in rete, in qualche sconsiderato maltrattamento della nostra lingua madre. Tra calchi sciattoncelli dall’inglese, concordanze ballerine e un uso sempre più approssimativo del vocabolario, l’italiano sembra spesso sul punto di smarrire la propria eleganza e precisione. Poi, per fortuna, c’è Lo SciacquaLingua.

Seguire il blog e le riflessioni di Fausto Raso è un vero e proprio toccasana per la mente. Non si tratta di una sterile o polverosa pedanteria accademica, bensì di un’autentica e appassionata difesa del bello scrivere e del bene parlare. Con l’acume di chi conosce a fondo l’etimologia e la storia del nostro lessico, Raso ci guida attraverso le pieghe della grammatica con lucidità, ironia e un rigore mai fine a se stesso.

Ciò che più affascina del suo lavoro è la capacità di abbinare una severa vigilanza contro gli sfondoni della stampa e del linguaggio pubblico a una fervida creatività linguistica. La sua ricerca costante, unita all'audacia con cui propone o analizza neologismi calzanti ed espressivi, dimostra che la lingua non è un corpo morto da imbalsamare, ma un organismo vivo che si può arricchire senza mai perderne la dignità.

In un’epoca in cui prevalgono l'accidia verbale e il parlato d’accatto, Lo SciacquaLingua resta un faro di resistenza culturale, una vera e propria oasi dove rifarsi il palato e ritrovare il gusto per la parola esatta. Un grazie di cuore a Fausto Raso per questa sua preziosa, quotidiana opera di pulizia e bellezza.

Un lettore affezionato

















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)