sabato 7 marzo 2026

La faccia che abbiamo, il viso che mostriamo, il volto che ci racconta

 Un viaggio nelle sfumature più intime della lingua italiana


N
ella lingua italiana, la ricerca della precisione lessicale non è un vezzo da puristi, ma un modo per rendere giustizia alla complessità del pensiero. È sorprendente quanto spesso utilizziamo faccia e viso come se fossero perfettamente intercambiabili, pedine identiche sulla scacchiera del discorso. Eppure basta soffermarsi un attimo (non “attimino”, per carità!) per scoprire che queste due parole, pur indicando la stessa regione del corpo, illuminano sfumature molto diverse: la faccia sembra restare ancorata alla materia, alla biologia, talvolta persino all’urto sociale; il viso, invece, si veste di una luce più nobile, quasi contemplativa.

La loro divergenza affonda le radici nell’etimologia. Faccia discende dal latino facies, che indicava la “forma”, l’aspetto esteriore, la superficie delle cose. Non è un caso che in geometria parliamo ancora delle “facce” di un solido: superfici, piani, materia. Viso, invece, proviene da visus, participio passato di vidēre, “vedere”: significa “vista”, “ciò che si vede”. È un termine che porta con sé un’aura di percezione, di delicatezza, come se il viso fosse ciò che si offre allo sguardo. E accanto a questi due lessemi si colloca il volto, dal latino vultus, parola che in origine indicava l’espressione, il manifestarsi del carattere e della volontà. Se la faccia è materia e il viso è percezione, il volto è ciò che esprimiamo.

Queste differenze si notano con evidenza non appena si entra nei linguaggi specialistici. In medicina si parla di nervo facciale, di ossa della faccia: qui conta la struttura, la fisicità, l’oggettività. Un pittore, un fotografo o un’estetista, invece, lavorano sul viso, cercando armonie, proporzioni, luci. E nella vita quotidiana, la scelta del termine può cambiare il tono di un’intera frase: dire a qualcuno che ha una “bella faccia” rischia di suonare brusco, quasi triviale, mentre “bel viso” è un complimento che accarezza.

Il vero confine, però, è negli usi figurati. La faccia domina il territorio della morale, della vergogna, dell’audacia: si ha la faccia tosta, si perde la faccia, ci si mette la faccia, si ha una faccia di bronzo, si hanno due facce. Sono locuzioni che parlano di conflitto, di sfida, di giudizio sociale. Il viso, invece, conserva una limpidezza quasi etica: agire a viso aperto significa muoversi con sincerità, e far diventare il viso rosso - espressione più letteraria - richiama il turbamento, la timidezza. La faccia è il campo di battaglia; il viso è la superficie della trasparenza.

In questo gioco di sfumature si inserisce anche un aneddoto spesso attribuito a Victor Hugo: lo scrittore francese avrebbe osservato che ogni uomo nasce con una faccia e muore con un volto, a indicare che la vita, con le sue scelte morali, scolpisce i tratti grezzi della natura fino a trasformarli in espressione dell’anima. È un pensiero potente, benché non attestato in una fonte certa, più vicino alla tradizione aneddotica che alla filologia. Più documentata è invece la fortuna degli idiomatismi, come quello del diplomatico che, rimproverato per aver dato della “faccia di bronzo” a un superiore, tentò di cavarsela sostenendo che lo stava paragonando a un monumento eterno. Una difesa creativa, certo, ma inutile: il sintagma “faccia” porta con sé un’eredità di irriverenza che nessun gioco retorico può cancellare.

Per concludere, scegliere tra faccia e viso non è una questione di pedanteria, ma di sensibilità linguistica. La faccia si lava, il viso si accarezza. La faccia si schiaffeggia, sul viso si legge il dolore. E in questa differenza sottile, ma decisiva, si nasconde tutta la ricchezza dell’italiano. Non è il volto a cambiare la lingua: è la lingua a cambiare il volto.

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Qualche curiosità


I
l nostro idioma, cantabile per eccellenza, è ricco di parole tratte dal mondo agricolo e trasportate in quello cosí detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c'è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole "contadinesche" nobilitate dall'uso. Tra queste le piú numerose sono quelle tratte dagli alberi. Vediamo assieme le piú comuni e, ovviamente, le piú conosciute (ma adoperate inconsciamente). Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo "tronco" confrontiamo la struttura del tronco umano con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di "radice", di "ramo", di "ceppo" e, un po' scherzosamente, di "rampolli". E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla "coltura", vale a dire alla "coltivazione"? Una persona si dice colta quando "coltiva", appunto, l'animo, la mente. E cosí il "culto", che in latino valeva innanzi tutto "coltivazione" ha finito con l'acquisire l'accezione specifica di "onore reso alla divinità". 

 E a proposito di cultura, taluni usano indifferentemente questo sintagma riferito all'attività dello spirito, dell'animo, della mente e a quella, chiamiamola, "campestre": la cultura delle viti. È bene fare, invece - ed è un obbligo per chi ama la lingua - un distinguo. Nel significato di educazione morale, intellettuale, useremo "cultura" (con la "u"): avere un'ottima cultura, una cultura mediocre; nell'accezione, invece, di "coltivazione del terreno" adopereremo "coltura" (con la "o"): la coltura degli ortaggi, la floricoltura, la viticoltura ecc.

 Per concludere queste modeste noterelle sull'uso di parole che potremmo definire  nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa, che "gli ostaggi sono stati crivellati di colpi" dai terroristi? Il crivello, come si sa, è uno strumento con il quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, "fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello".

































(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


 

venerdì 6 marzo 2026

L’eco della colpa nelle parole

 Accusare e imputare: la storia sottile di ciò che attribuiamo agli altri

L’uso dei verbi accusare e imputare è uno di quei casi in cui la lingua italiana intreccia storia, diritto e sfumature psicologiche. A prima vista sembrano equivalenti, ma il loro percorso etimologico e i loro impieghi mostrano differenze sottili che vale la pena conoscere per usarli con precisione.

Entrambi affondano le radici nel latino, ma da strade diverse. Accusare deriva da accusare, formato da ad- e causa: letteralmente “chiamare in causa”, “portare davanti a una causa”. È un verbo che nasce nel linguaggio giuridico romano, dove indicava l’atto di muovere una contestazione formale. Imputare viene da imputare, composto da in- e putare, cioè “calcolare”, “stimare”, “ritenere”. In origine significava “attribuire a un conto”, e solo in seguito ha assunto il valore di “attribuire una responsabilità”, mantenendo sempre un’aura più tecnica e amministrativa.

Questa differenza di origine si riflette ancora oggi nelle varie accezioni. Accusare è un verbo ampio, che può indicare l’atto formale di denunciare qualcuno per un reato, ma anche un gesto quotidiano: accusare un collega di negligenza, accusare un amico di aver mentito, accusare un avversario politico di incoerenza. Ha un’estensione semantica che va dal tribunale alla conversazione informale, fino al linguaggio figurato: si può “accusare il colpo”, cioè mostrare di aver subito un danno morale o psicologico, oppure “accusare la stanchezza”, quando il corpo manifesta i segni della fatica.

Imputare, al contrario, conserva un carattere più formale. Nel diritto penale indica l’attribuzione ufficiale di un reato a una persona: si diventa “imputati” quando l’accusa assume una forma giuridica precisa. Fuori del tribunale, imputare mantiene comunque un tono tecnico: si imputano spese, si imputano responsabilità in un rapporto, si imputano errori di gestione. È raro sentirlo in una lite quotidiana o in un contesto emotivo; difficilmente qualcuno direbbe “ti imputo di avermi ferito”, mentre “ti accuso” è perfettamente naturale.

Qualche esempio chiarisce bene la distanza: “Lo accusò di avergli rubato il portafoglio” può essere una frase detta in strada, mentre “gli imputarono il reato di peculato” appartiene chiaramente al linguaggio giudiziario. Allo stesso modo, “accusò il freddo pungente” è un uso figurato comune; “imputò il ritardo al traffico intenso” è invece un modo neutro e quasi burocratico di attribuire una causa.

Curiosamente, nella Roma antica l’accusatore era una figura pubblica e spesso ambita: chi accusava un potente poteva guadagnare prestigio o favori politici. Cicerone stesso costruì parte della sua carriera sulle accusationes celebri, come quella contro Verre. L’atto di imputare, invece, era più vicino alla contabilità e alla gestione amministrativa, e solo con l’evoluzione del diritto penale ha assunto il significato che conosciamo oggi.

Per concludere queste noterelle, accusare è un verbo elastico, capace di muoversi tra diritto, morale e quotidianità, mentre imputare è più rigido, tecnico, legato all’attribuzione formale di una responsabilità. Conoscerne la differenza permette di scegliere il tono giusto e di evitare sfumature involontarie, soprattutto nei contesti in cui precisione e chiarezza sono fondamentali.

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 “Artistrada”, il nome perfetto per l’artista itinerante


G
entile direttore, in merito alla sua proposta di introdurre il termine artistrada, non posso che plaudire a una simile iniziativa di pulizia e nobilitazione linguistica.

C’è un vizio di forma nella nostra lingua, una sorta di pigrizia descrittiva che ci costringe a usare locuzioni chilometriche laddove servirebbe il colpo di fioretto di un sostantivo unico. Ci riempiamo la bocca di "artisti di strada", un’espressione che sa di verbale dei vigili urbani o di frettolosa indicazione logistica. Ma l'artista non è "della" strada come lo è un cartello stradale; l'artista "abita" la strada, la trasfigura, la accende. Non si tratta di un inutile sfoggio di modernismo, né di un termine barbaro di cui la nostra lingua, purtroppo, è infarcita.

Artistrada è una formazione squisitamente italiana, una parola aplologica che segue gli eccellenti esempi di cantautore o cartolibreria. La fusione è così naturale da eliminare la cacofonia delle preposizioni e restituire compattezza a una figura che, finora, mancava di un nome proprio che ne sancisse la dignità professionale.

Mentre il vanveriere si perde in un inutile parlottismo (due suoi magistrali neologismi) agli angoli delle piazze, l'artistrada compie un gesto di civiltà: democratizza il bello. Non è un occupante abusivo di suolo pubblico, ma un professionista del paesaggio urbano. Definirlo con un termine unico significa riconoscergli lo stesso statuto che potrebbe avere il masegnatore (altra sua squisita neoformazione) che cura le calli di Venezia.

Quando sentiamo un violino che si accende tra i portici, non assistiamo a un evento accidentale, ma all'opera di un artistrada. È un termine che brilla per trasparenza: non serve il dizionario per comprenderlo, basta l'orecchio. È una parola che "fa piazza", che crea comunità, che nobilita il grigio del selciato. D’ora in avanti, dunque, bando alle lungaggini: chiamiamoli col loro nome. Restituiamo a chi ci regala un sorriso tra un semaforo e un portone il diritto a un sostantivo che sia all'altezza del suo talento. Artistrada, insomma, è il nome perfetto per l’artista itinerante.

Severino Principini

(docente emerito di lingua italiana nei licei)
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)



giovedì 5 marzo 2026

La lingua e il bisturi

Come eliminare «ad opera di» e restituire nitidezza al testo

Ci sono espressioni che usiamo senza pensarci, come tic linguistici che si infilano nelle frasi e si accomodano lì, tranquille, finché qualcuno non ci fa notare che stonano. «Ad opera di» è una di queste: una locuzione che sembra innocua, quasi inevitabile, e che invece porta con sé un’ombra di verbale, un eco (sic!) da corridoio ministeriale. È il tipo di formula che si insinua nella scrittura quando la scrittura smette di essere scelta e diventa automatismo. Eppure basta un bisturi - metaforico, s’intende - per restituire alla frase un profilo più nitido: «per opera di».

La differenza non è un capriccio da puristi, ma una questione di precisione e di ritmo. La preposizione per indica con naturalezza il mezzo, l’agente, la causa efficiente. È una porta che si apre senza cigolare. «Il restauro è avvenuto per opera di un noto architetto» scorre con una linearità che «ad opera di» non riesce a imitare. La prima formula ha il passo di una frase ben calibrata; la seconda trascina con sé un tono amministrativo che appesantisce anche il pensiero.

E poi c’è il gioco delle sfumature, che è il vero terreno su cui si misura la maturità di una lingua. Non tutto ciò che viene compiuto merita la stessa preposizione. Quando il risultato è positivo, la nostra tradizione ci offre un’espressione limpida: «per merito di». Quando invece l’esito è negativo, non c’è bisogno di eufemismi: «per colpa di» o «a causa di» dicono ciò che devono dire, senza veli. E «per mano di» aggiunge un colore narrativo, quasi epico, perfetto per raccontare azioni decisive, talvolta drammatiche. Ogni scelta apre una sfumatura, e ogni sfumatura racconta un’intenzione.

Curare la lingua, insomma, non è un esercizio di pedanteria, ma un atto di attenzione verso chi legge. È come preparare una stanza prima di accogliere un ospite: non si tratta di ostentare ordine, ma di creare uno spazio in cui l’altro possa muoversi senza inciampi. Scegliere «per opera di» al posto di «ad opera di» è un dettaglio, certo, ma i dettagli sono la prima cosa che si nota quando mancano. E sono anche ciò che distingue un testo che respira da uno che annaspa.

Se c’è un piacere nella scrittura, è proprio questo: scoprire che basta poco - una preposizione, un gesto minuscolo - per far brillare una frase.

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"Artistrada"

Il nome nuovo di chi accende la città con un gesto, un suono, una presenza


C’
è un momento, nelle città, in cui il quotidiano si incrina e lascia filtrare qualcosa di inatteso: un violino che si accende tra i portici, un giocoliere che trasforma un incrocio in una pista da circo, un mimo che strappa un sorriso anche al passante più distratto. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo vissuto quella piccola sospensione del tempo. Eppure, per definire chi compie queste magie, continuiamo a usare un’espressione lunga, descrittiva, quasi burocratica: artista di strada. È curioso che una lingua ricca e precisa come quella di Dante e di Manzoni non abbia mai trovato un nome vero per questa figura, un nome che non indichi solo dove si esibisce, ma chi è, restituendole dignità, identità e riconoscimento, come accadeva un tempo con i mestieri: il falegname, il cantastorie, il burattinaio.

Chiunque abbia assistito alle improvvisazioni dei musicisti sul Ponte Vecchio a Firenze o alle acrobazie degli equilibristi nei vicoli di Napoli sa che non si tratta semplicemente di “artisti che stanno in strada”. Sono qualcosa di più: sono artistrada. Custodi di un’arte che vive solo nel contatto diretto con la città, con il suo respiro, con il suo ritmo. Proprio osservando questa mancanza di un nome proprio è nato il neologismo: dalla necessità di colmare un vuoto linguistico con una parola che sembra essere sempre esistita, ma che nessuno aveva ancora pronunciato. La fusione tra artista e strada è naturale, quasi inevitabile: non produce cacofonie, non richiede preposizioni, non appesantisce il ritmo. È una parola macedonia, come cantautore, cantattore, che conserva l’eufonia dell’italiano e restituisce compattezza a una professione che vive di immediatezza e relazione.

Sostituire una locuzione con un termine unico non è un vezzo stilistico: è un atto di riconoscimento. Dire artista di strada suggerisce una collocazione provvisoria, quasi accidentale; dire artistrada sancisce un’identità professionale. L’artistrada abita lo spazio urbano trasformandolo, rendendo la via o la piazza parte integrante della propria opera; democratizza la bellezza portandola fuori dai circuiti chiusi dei teatri e delle gallerie; sincronizza la propria arte con il transito, adattandosi al ritmo del traffico pedonale e alle atmosfere mutevoli della città. È un interprete che non si limita a esibirsi, ma dialoga con l’ambiente, con le persone, con il tempo stesso.

La forza di questo termine sta nella sua trasparenza: non richiede spiegazioni, note a piè di pagina o etimologie complesse. Chiunque lo ascolti ne coglie subito il significato. È una parola che rispetta lo spirito dell’italiano, capace di essere al tempo stesso sintetica e descrittiva. In un’epoca in cui il paesaggio urbano rischia di diventare sempre più anonimo, la figura dell’artistrada rappresenta un presidio di creatività e umanità. Accogliere questo termine nel linguaggio comune significa non solo arricchire il nostro vocabolario, ma anche tributare il giusto omaggio a chi, con il proprio talento, nobilita il grigio del selciato.

D’ora in avanti, dunque, non parleremo più solo di un’esibizione all’aperto, ma dell’opera preziosa e necessaria dell’artistrada.

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artistràda s. m. e f. [comp. di artista e strada].

  1. Artista che svolge la propria attività nello spazio urbano, trasformando vie, piazze e luoghi pubblici in scenari performativi e instaurando un rapporto diretto con i passanti.

  2. Interprete che integra l’ambiente cittadino nella propria opera, adattandosi al flusso pedonale, alle condizioni del luogo e alle atmosfere del contesto urbano.

◆ Il termine nasce come neologismo per sostituire la locuzione artista di strada, considerata descrittiva ma non identitaria, e per conferire dignità professionale a una figura centrale nella cultura urbana contemporanea.
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




mercoledì 4 marzo 2026

Il verbo migliorare e lo strafalcione del “sempre più”

 

Il verbo migliorare, appartenente alla prima coniugazione, condivide la stessa radice dell’aggettivo migliore. Questa relazione non è solo etimologica ma anche... logica: come non è corretto dire più migliore, allo stesso modo risulta scorretto dire migliora sempre più quando si vuole semplicemente indicare che qualcosa va meglio.

L’aggettivo migliore è già un comparativo di maggioranza e non tollera ulteriori intensificazioni comparative. Il sintagma verbale migliorare (da migliore) significa per tanto “diventare migliore”, quindi contiene già in sé l’idea di un progresso, di un passaggio a uno stato superiore. Aggiungere sempre più equivale a introdurre un secondo comparativo, creando un effetto ridondante e privo di logica. In pratica, migliora sempre più corrisponde concettualmente a diventa sempre più migliore, una costruzione che, se resa esplicita, mostra immediatamente la sua incoerenza oltre che l’agrammaticalità.

L’uso di sempre più accostato a migliorare è dunque uno strafalcione: un’aggiunta pleonastica che non rafforza il significato, ma lo appesantisce e lo distorce. La lingua italiana offre alternative corrette e limpide per esprimere un miglioramento progressivo senza violare la logica del comparativo. Si leggono spesso nelle cronache giornalistiche frasi tipo “ le condizioni del giovane, ricoverato in ospedale, migliorano sempre più”. Correttamente si deve dire che “le condizioni del giovane continuano a migliorare”, oppure che “le condizioni del giovane sono in continuo miglioramento”. In tutte queste forme, l’idea di crescita o continuità è espressa con precisione, senza duplicazioni concettuali.

Molte espressioni entrano nell’uso comune per imitazione, e “migliorare sempre più” è una di queste: suona enfatica, ma è solo un accumulo improprio, per non dire errato, di elementi che dicono la stessa cosa. Curare la lingua significa evitare i doppioni, rispettare la logica interna delle parole e scegliere forme coerenti e pulite.



martedì 3 marzo 2026

Quando falsare inganna e sfalsare disallinea: due verbi simili solo in apparenza

 Una distinzione sottile ma decisiva tra verità tradita e geometrie che non coincidono

Alcune parole italiane sembrano gemelle, ma basta osservarle da vicino per scoprire che percorrono strade molto diverse. Falsare e sfalsare appartengono a questa categoria: condividono una radice, si somigliano nella forma, ma raccontano due storie distinte. Capire come funzionano significa scegliere con precisione la parola appropriata.


L’analisi comparativa dei verbi falsare e sfalsare mette in luce una distinzione netta, nonostante la comune origine dall’aggettivo falso. Entrambi richiamano l’idea di una deviazione da una norma o da un allineamento, ma lo fanno su piani diversi: il primo riguarda la verità e l’integrità, il secondo la struttura e la coordinazione.

Il verbo falsare deriva dal latino falsus, participio passato di fallĕre, “ingannare”. L’etimologia è eloquente: falsare significa rendere qualcosa non più corrispondente al vero, alterarne la natura o la funzione. In senso proprio indica un’azione di contraffazione: si può falsare un documento, una firma, un testamento. In senso figurato si applica a tutto ciò che viene travisato: un pregiudizio può falsare il giudizio su una persona; un eco (sic!) eccessivo può falsare il suono di uno strumento. In ambito tecnico, falsare un meccanismo significa comprometterne il funzionamento, come un tachimetro che segna una velocità superiore a quella reale. Un esempio limpido: Le testimonianze contraddittorie hanno finito col falsare l’intera ricostruzione del processo.

Un episodio più vivido proviene dalle botteghe tipografiche del Settecento. Si racconta che un giovane apprendista, incaricato di comporre una pagina di sermoni, invertì per distrazione due caratteri quasi identici. Quando il maestro se ne accorse - a stampa avvenuta - gli mostrò come quell’unico errore avesse falsato il senso di un passaggio teologico, trasformando un monito severo in una frase dal tono involontariamente leggero. Da allora, tra i tipografi circolava un detto: “Un carattere fuori posto può falsare un’intera verità”.

Il verbo sfalsare nasce invece dall’aggiunta del prefisso s- a falso, ma qui falso non ha nulla (a) che vedere con la menzogna: indica ciò che è fuori asse, non perfettamente in piano. Lo sfalsare riguarda quindi la disposizione di elementi nello spazio o nel tempo. In edilizia si sfalsano i mattoni per evitare l’allineamento delle giunture verticali e garantire maggiore stabilità. Per estensione, il sintagma si applica alla non simultaneità: L’amministrazione ha deciso di sfalsare gli orari di apertura delle scuole e degli uffici. In senso psicologico o figurato indica una sensazione di mancata sincronia, come quando un lungo viaggio può sfalsare il ritmo naturale del sonno e della veglia.

La differenza sostanziale sta, dunque, nell’effetto prodotto: chi falsa introduce un errore, un inganno, un’alterazione della sostanza; chi sfalsa modifica un ordine, una posizione, una successione. Il primo appartiene al campo della qualità (vero/falso), il secondo a quello della geometria e del tempo (allineato/sfalsato). Usarli con proprietà significa restituire con esattezza l’idea di una verità tradita o, diversamente, di una simmetria interrotta.

In fondo, falsare è un tradimento, sfalsare un semplice scarto: il primo inganna, il secondo sposta. E nella lingua, come nella vita, la precisione non è un dettaglio: è un modo per non perdere l’allineamento con ciò che vogliamo davvero dire.



















lunedì 2 marzo 2026

Annasare e annusare: il profumo nascosto delle parole

 Due verbi quasi gemelli che raccontano storie lontane, tra etimologie, usi perduti e falsi amici

Annasare e annusare sono due sintagmi verbali che si somigliano al punto da sembrare quasi intercambiabili, eppure appartengono a due storie diverse della nostra affascinante lingua. La loro vicinanza grafica trae in inganno: basta una vocale per passare da un verbo pienamente vivo e comune a uno che oggi sopravvive solo in tracce regionali o letterarie. Per capire davvero perché non sono equivalenti, bisogna risalire alla loro origine e osservare come nel tempo si siano trasformati.

Ambi i verbi nascono dall’area semantica del naso, ma seguono percorsi differenti. Annusare discende dal latino nāsus (“naso”), e conserva intatto il suo significato originario: avvicinare il naso a qualcosa per percepirne l’odore. È un verbo limpido, concreto, stabile, che attraversa i secoli senza perdere la sua funzione primaria. Annasare, invece, è un derivato popolare di naso che nell’italiano antico significava proprio “annusare”, spesso con un’idea di ricerca insistita, come se il fiutare fosse un modo per orientarsi o per capire qualcosa che non si vede. Con il trascorrere del tempo, però, questo verbo è scivolato ai margini dell’uso, sopravvivendo in alcune aree del Centro-Sud e in qualche pagina letteraria. La sua somiglianza con annaspare - che significa “brancolare, agitarsi” ed è di tutt’altra origine - ha contribuito a creare un terreno fertile per gli equivoci, ma i due verbi non hanno alcun legame etimologico.

Nell’italiano odierno, annusare è il verbo pienamente attivo: indica l’atto di percepire un odore e, in senso figurato, la capacità di intuire qualcosa che sta per accadere. Si può annusare un profumo, un bicchiere di vino, un pericolo, un affare. Annasare, invece, è percepito come arcaico o regionale: può ancora significare “annusare”, ma solo in contesti specifici, spesso legati alla tradizione orale o alla scrittura letteraria. In Toscana, in Umbria o in alcune zone del Lazio, non è raro sentir dire che qualcuno “annasa l’aria” per capire se sta arrivando la pioggia; altrove, la frase suonerebbe insolita o addirittura errata.

Qualche esempio aiuta a chiarire la distanza tra i due usi. Un cane annusa la porta prima di entrare, un “sommelier” annusa un calice per coglierne gli aromi, un giornalista annusa uno scandalo prima che esploda. In un racconto ottocentesco, invece, un personaggio può “annasare il vento” per capire da dove soffia, oppure una nonna può dire di “annasare il sugo” per verificarne il profumo: sono tracce di un italiano che oggi sopravvive soprattutto nella memoria delle parole. Non mancano episodi curiosi: alla fine dell’Ottocento, un giornale toscano ricevette lettere indignate da lettori convinti che “annasare l’aria” fosse un errore, scambiandolo per annaspare. La redazione dovette spiegare che il verbo era antico e legittimo, e la polemica si spense, lasciando però un piccolo caso linguistico.

La distinzione tra i due verbi mostra quanto la lingua sia un organismo vivo, capace di conservare tracce del passato e allo stesso tempo di trasformarsi. Annusare è il verbo dell’uso quotidiano, chiaro e stabile; annasare è un frammento di storia linguistica che riaffiora qua e là, come un fossile ancora leggibile. Una sola consonante li separa, ma dietro quella consonante c’è un mondo fatto di etimologie, evoluzioni e sfumature che vale la pena conoscere.

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Si presti attenzione all’aggettivo “deleterio” che significando ‘dannoso’, ‘nocivo’ e simili è adoperato correttamente solo se riferito a cose concrete, materiali: questo luogo inquinato è “deleterio” per l’uomo. È improprio riferirlo a cose “ideali”, “intellettuali”: queste letture sono “deleterie” per i giovani. Si dirà “piú correttamente”, ‘dannose’, “diseducative” per i giovani. I vocabolari, però...


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Lettera aperta a chi c’ha la lingua stanca

Amico mio,
te scrivo perché, co’ tutto quello che ce passa davanti ogni giorno, me sa che pure a te te serve un momento per rimetterti in sesto. E allora lascia che te presenti un piccolo rito quotidiano che fa miracoli: lo Sciacqualingua.

Perché la lingua, lo sai mejo de me, è come ‘na porta: se nun la curi, s’inceppa; se nun la rinfreschi, s’encarta; e quanno s’encarta… addio chiarezza, addio figura, addio parole dette come Dio commanna.

È un gesto, è ’na abitudine, è ‘na coccola. È quell’attimo in cui te fermi, respiri, e te ricordi che pure la bocca c’ha diritto a un po’ de rispetto. È fresco, leggero, pulito: te leva la pesantezza, te porta via la stanchezza, te lascia solo la voja de parlà bene e de parlà chiaro.

E allora dimme tu: che aspetti?
Fatte sto regalo.
Prendite un minuto, sciacqua la lingua, rinfresca la voce.
Che poi, quanno parli, se sente.
E quanno se sente, se capisce.
E quanno se capisce… beh, er monno t' ascorta mejo.

Con affetto,
Uno de Roma che ama la lingua

(lettera firmata)



domenica 1 marzo 2026

Quando la musica prende forma prima delle note

 Lo spartista, la figura silenziosa che rende possibile l’armonia di un’intera orchestra



L
a chiusura del Festival della canzone italiana ci ha fatto venire alla mente una figura professionale – il cui compito è centrale per tutto l’apparato orchestrale – ma senza un nome specifico e, quindi, non a lemma nei vocabolari: lo spartista. Chi è costui? Procediamo con ordine.

All’uscita dal Festival di Sanremo, quando l’orchestra smette di suonare ma resta negli orecchi (e negli occhi) la perfezione del suo lavoro, diventa più facile accorgersi di quante figure contribuiscano alla riuscita di uno spettacolo musicale. Tra queste, una delle più preziose e meno note è lo spartista, la persona che distribuisce gli spartiti agli orchestrali e garantisce che ogni musicista abbia esattamente ciò di cui ha bisogno per suonare.

Il termine è limpido, immediato, costruito con la stessa logica di molte professioni tecniche: indica con precisione chi opera sugli spartiti, evitando definizioni generiche come “archivista musicale” o “assistente di produzione”. Ma soprattutto restituisce identità a un ruolo che, dietro le quinte, tiene insieme l’intero lavoro dell’orchestra.

Lo spartista non si limita a consegnare le partiture. Il suo compito inizia molto prima e finisce molto dopo l’esecuzione. Gestisce la libreria musicale, cataloga e conserva il materiale, controlla che ogni parte sia completa e leggibile. Prepara i leggii distribuendo le sezioni corrette - violino I, violoncello, trombe, percussioni - e verifica che non manchino pagine, segni di direzione o annotazioni utili ai musicisti. Al termine di prove e concerti raccoglie tutto, evitando dispersioni che rallenterebbero il lavoro dell’orchestra e comprometterebbero l’archivio.

È un lavoro di precisione, metodo e memoria, che richiede familiarità con la struttura orchestrale e con le esigenze di chi suona. In un contesto complesso come Sanremo, dove ogni brano ha arrangiamenti specifici e tempi serrati, la presenza dello spartista diventa un elemento di stabilità: un punto fermo che permette all’orchestra di concentrarsi solo sulla musica.

Accogliere e diffondere il termine spartista significa riconoscere questa professionalità. Significa dare un nome chiaro a un mestiere che esiste da sempre ma che spesso rimane nell’ombra, pur essendo essenziale per la qualità e la fluidità di ogni esecuzione dal vivo.

Invitiamo, per tanto, i critici musicali a prendere in considerazione la neoformazione “divulgandola” con i loro articoli al fine di renderla condivisa perché possa suscitare l’attenzione dei lessicografi che, inevitabilmente, dovranno lemmatizzarla nei vocabolari.

 Eventuale lemmatizzazione:

spartista s.m. e f. [der. di spartito con il suff. -ista]. 1. Nell’ambito orchestrale e teatrale, addetto alla gestione, preparazione e distribuzione degli spartiti musicali destinati ai singoli esecutori. Cura la catalogazione del materiale, verifica la completezza e leggibilità delle parti, predispone i leggii per sezioni e raccoglie le partiture al termine di prove ed esecuzioni. 2. Per estensione, responsabile della libreria musicale di un’orchestra o di un ente lirico.

È uno spartista scrupoloso: prima di ogni prova controlla che nessuna parte manchi o sia illeggibile.

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Ha, verbo e interiezione


Il sintagma “ha” – contrariamente a quanto si creda – non è solo la terza persona singolare del presente indicativo del verbo avere è anche un’interiezione per indicare stupore o ironia o per ripetere il suono di una risata. Si veda qui, qui e qui (e altri vocabolari).



 



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




sabato 28 febbraio 2026

Levitare o lievitare?

 Quando una vocale cambia tutto e il senso… prende il volo (o cresce in forno)

Molti restano stupiti nello scoprire quanto spesso levitare e lievitare vengano confusi. Una sola vocale sembra un dettaglio da nulla, eppure basta a separare due immagini completamente diverse: da un lato un corpo che si solleva nell’aria, dall’altro un impasto che cresce lentamente sul tavolo della cucina. La confusione è così diffusa che frasi come “la torta sta levitando” o “quel monaco riesce a lievitare” circolano con disinvoltura, generando scene involontariamente comiche. Per capire davvero perché questi due sintagmi verbali non sono intercambiabili, occorre seguirne la storia, il significato e qualche episodio curioso che li riguarda.

Il verbo levitare discende dal latino levis, “leggero”, e da levitas, “leggerezza”. Porta con sé l’idea di sottrarsi al peso, di elevarsi, di sfidare la gravità. Non stupisce che compaia spesso in racconti religiosi, in narrazioni di asceti assorti nella meditazione o in spettacoli di abili prestigiatori che fanno sembrare possibile l’impossibile. È un verbo che appartiene al meraviglioso, al simbolico, allo stupore.

Lievitare, invece, ha un’origine diversa: deriva da levare, “alzare”, ma attraverso un percorso legato alla fermentazione. È il verbo dei panettieri, dei pizzaioli, dei pasticcieri. Indica la crescita di un impasto grazie all’azione dei lieviti o di agenti naturali. È un fenomeno concreto, quotidiano, misurabile: una trasformazione lenta che dà struttura e morbidezza a pane, pizza e dolci. Dove levitare sfida la fisica, lievitare la sfrutta.

La distanza tra i due verbi si chiarisce con esempi semplici e immediati:

  • un prestigiatore può far levitare una sedia,

    una pizza deve lievitare per ore,

    un racconto medievale può narrare di un monaco che levita,

    un panettone ben riuscito è frutto di una lunga lievitazione,

    un’illusione ottica può far sembrare che una persona leviti,

    un impasto troppo freddo rischia di non lievitare affatto.

Un episodio realmente accaduto rende ancora più evidente la differenza. Alla fine dell’Ottocento, durante una dimostrazione pubblica molto seguita, un prestigiatore presentò un numero in cui faceva levitare una giovane donna sospesa nel vuoto. Il pubblico rimase a bocca aperta, come usa dire, e i giornali parlarono di “prodigio moderno”. Qualche giorno dopo, però, un panettiere scrisse indignato a un quotidiano sostenendo che il termine era stato adoperato impropriamente: secondo lui, “levitare” era un errore, perché “solo il pane può lievitare davvero”. Il giornale dovette spiegare che i due verbi non avevano nulla in comune, e la vicenda divenne un piccolo caso linguistico dell’epoca.

A rendere il quadro ancora più interessante ci sono le varianti regionali e gli errori più frequenti che circolano oggi, in Rete soprattutto. In alcune zone d’Italia, in particolare nel Centro-Sud, si usa “lievitare” in senso figurato per indicare qualcosa che aumenta rapidamente: “i prezzi stanno lievitando”, “la tensione lievita”, “la folla lievita”. È un’estensione perfettamente accettata, ma contribuisce a creare un terreno fertile per gli equivoci. Sulle piattaforme sociali, invece, si trovano spesso frasi come “il drone levita a un metro da terra”, dove sarebbe più corretto dire che “si libra” o “vola”, oppure “la focaccia ha levitato tutta la notte”, dove l’errore nasce dalla somiglianza grafica e dalla scarsa familiarità con l’etimologia. In alcuni casi, l’equivoco diventa addirittura un gioco linguistico: immagini di pani sospesi in aria con la scritta “lievitazione estrema”, o monaci che “lievitano” accanto a un forno acceso.

Una distinzione così netta, eppure così spesso ignorata, ricorda quanto il linguaggio sia vivo, sorprendente e capace di creare immagini che non ci aspetteremmo. Le parole non sono soltanto strumenti: sono piccoli mondi, e saperle usare con cura significa rispettarne la storia e la forza evocativa.

Tra levitare e lievitare passa una vocale, ma anche un mondo: uno sfida la gravità, l’altro la trasforma.

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 “Ripresista”: una parola possibile per dire chi fa le riprese

 Perché vale la pena parlarne

Capita spesso che, nel parlare di cinema e televisione, ci si affidi a termini stranieri, come cameranan, anche quando l’italiano offre alternative altrettanto chiare e più naturali. Ripresista è una di queste: una parola breve, trasparente, costruita in modo limpido da ripresa più il suffisso ‑ista, lo stesso che forma pianista o elettricista. Il significato è immediato: chi si occupa delle riprese (televisive e cinematografiche).

Oggi ripresista non compare nei vocabolari e non è la forma ufficiale nei contesti professionali, dove prevalgono abitudini consolidate e la dicitura tecnica operatore di ripresa. Nell’uso quotidiano sembra circolare in modo sporadico, soprattutto tra appassionati, ma non ha ancora una diffusione stabile. Eppure ha qualità che potrebbero favorirne la crescita: è agile, coerente con la morfologia italiana e più naturale dell’espressione tecnica.

La storia del lessico mostra che molte parole oggi comuni hanno iniziato il loro percorso proprio così, come proposte minoritarie che hanno trovato spazio grazie all’uso condiviso. Nulla impedisce che accada anche qui: ogni volta che scegliamo ripresista, lo rendiamo più familiare e più vivo, contribuendo a far sì che i lessicografi finiscano col registrarlo nei vocabolari dell’uso.
















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venerdì 27 febbraio 2026

Il cuore che apre, la mente che ammette

 Due verbi, due movimenti, un’unica storia di umanità


C’
è un punto, nella nostra esperienza quotidiana, in cui il linguaggio smette di essere un semplice strumento e diventa una lente: ci mostra come ci muoviamo verso gli altri, come li lasciamo entrare, come ci lasciamo cambiare. Accogliere e accettare appartengono a questa categoria di parole-rivelazione. Sembrano simili, quasi gemelle, e invece custodiscono due gesti diversi, due modi distinti di stare davanti al mondo. Capire questi modi significa capire un po’ anche noi stessi.

Accogliere e accettare, dunque, sono due verbi che sembrano vicini, quasi sovrapponibili, ma in realtà raccontano due modi diversi di entrare in relazione con ciò che arriva dall’esterno. Il primo è un gesto che apre; il secondo è un gesto che riconosce. Ambi i sintagmi parlano di incontro, ma non del medesimo.

L’etimologia chiarisce subito la distanza. Accogliere risale a una forma latina collegata a colligere, “raccogliere insieme”: un verbo che porta con sé l’idea di avvicinare, di far entrare qualcosa o qualcuno nel proprio spazio, fisico o interiore. È un verbo caldo, che sa di ospitalità e di disponibilità, quasi un abbraccio simbolico. Accettare, invece, deriva da acceptare, frequentativo di accipĕre, “ricevere”: qui il movimento è più mentale che corporeo. Si riceve qualcosa e lo si riconosce come valido, possibile o inevitabile. È un sì che può essere convinto, ma anche prudente, esitante, talvolta faticoso.

Questa differenza si riflette negli usi quotidiani. Si accoglie un ospite sulla soglia, un amico che torna dopo anni, un’idea nuova che chiede spazio. Accogliere implica partecipazione emotiva: chi accoglie offre qualcosa di proprio, si apre, si espone. Non è un caso che, in molte culture mediterranee, l’accoglienza sia quasi un rito: un gesto che cambia tanto chi arriva quanto chi apre la porta. La lingua di Dante conserva questa sfumatura, e non sorprende che, nell’Ottocento, alcuni viaggiatori stranieri descrivessero gli italiani come “popolo dell’accoglienza”, un’immagine che ha contribuito a “colorare” il significato del verbo.

Accettare, invece, è il verbo del consenso e della consapevolezza. Si accetta un invito, un’eredità, una regola; si accetta un limite, una verità scomoda, un destino. Nei documenti medievali ricorreva spesso la formula acceptare et recognoscere, “accettare e riconoscere”, che sottolineava il valore formale e impegnativo dell’atto. Questa traccia storica ha lasciato nel verbo una sfumatura di responsabilità: accettare non è solo dire sì, ma assumere, anche e soprattutto, ciò che quel sì comporta.

In sintesi, accogliere è un gesto che apre e include; accettare è un gesto che riconosce e ammette. Il primo coinvolge il cuore, il secondo la mente. Eppure, nella vita reale, i due sintagmi spesso si intrecciano: si accoglie ciò che si è imparato ad accettare, e si accetta ciò che un giorno si riuscirà ad accogliere davvero. Ed è proprio questo scarto - tra ciò che lasciamo entrare e ciò che scegliamo di non respingere - che mette in luce chi siamo davvero: non nelle parole che pronunciamo, ma nel modo in cui decidiamo di aprire la porta o di non sbatterla.

Insomma, per concludere queste noterelle, forse tutto si riduce a questo: a come scegliamo di stare davanti all’altro e a quanto coraggio abbiamo nel lasciare che qualcosa - o qualcuno - ci cambi davvero.

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 "Cassafortiere" e "cassafortista"

 Due nuovi mestieri per una lingua che evolve  

La lingua italiana ha sempre saputo nominare con precisione chi ripara ciò che usiamo ogni giorno: il calzolaio aggiusta le scarpe, il fabbro lavora il ferro, il falegname si occupa dei mobili. Eppure, in un mondo in cui le casseforti sono sempre più diffuse - nelle case, negli uffici, nelle attività commerciali - manca ancora un termine agile e immediato per indicare chi le apre, le ripara e le mantiene in efficienza. Da questo vuoto lessicale nasce la proposta di due neologismi trasparenti, ben formati e perfettamente integrabili nel sistema della lingua: cassafortiere e cassafortista.

Ambi i lessemi derivano, naturalmente, da cassaforte, ma seguono due strade morfologiche diverse. Cassafortiere si forma con il suffisso ‑iere, lo stesso che troviamo in cameriere, portiere, ecc,: un modello tipico per indicare chi svolge un mestiere legato a un oggetto o a una funzione pratica. Cassafortista, invece, utilizza il suffisso ‑ista, molto produttivo per professioni tecniche o specialistiche come elettricista, motorista, pianista. Il primo ha un sapore più artigianale, il secondo un tono più tecnico e moderno. Entrambi, però, sono lessemi immediatamente comprensibili e coerenti con i meccanismi dell’italiano.

Oggi chi ripara le casseforti viene chiamato in modi diversi: fabbro specializzato in casseforti, tecnico di casseforti, manutentore di casserforti. Tutte definizioni corrette, ma nessuna che identifichi il mestiere con una parola unica, breve e riconoscibile. È proprio questo vuoto che le due neoformazioni cercano di colmare, offrendo una soluzione linguistica semplice e naturale.

Nell’uso quotidiano, le due parole funzionano senza sforzo. Si può dire: «Abbiamo chiamato un cassafortiere per aprire la cassaforte bloccata senza danneggiarla», oppure: «La banca si affida a un cassafortista con competenze avanzate sui sistemi digitali». Un’azienda potrebbe annunciare: «Assumiamo un cassafortista per interventi su mezzi forti di nuova generazione», mentre un privato potrebbe osservare: «Mio zio fa il cassafortiere: ripara serrature meccaniche ed elettroniche». Sono frasi naturali, credibili, che mostrano come i due termini possano convivere ed entrare nell’uso senza attrito.

La scelta tra le due forme dipende dal contesto: cassafortiere richiama la tradizione dei mestieri manuali, mentre cassafortista si adatta bene ai professionisti che lavorano su sistemi elettronici e digitali. Come spesso accade nella lingua, le due varianti possono convivere, proprio come succede per coppie già consolidate, per esempio: fioraio e floricoltore.

Le casseforti esistono da secoli, ma la lingua non aveva ancora un nome semplice per chi se ne prende cura. Cassafortiere e cassafortista sono due proposte naturali, trasparenti e utili, capaci di dare dignità linguistica a una professione altamente specializzata e di colmare un vuoto che, fino a oggi, nessun termine aveva davvero occupato.

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 La lingua “biforcuta” della stampa

Giallo nel ferrarese, gli inquirenti: "La donna si è accoltellata al petto, da tempo aveva problemi psichici"

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Al di là della tragedia, correttamente: Ferrarese (F maiuscola) trattandosi di un’area geografica.





















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