Da “domande e risposte” del sito Treccani:
Il più [agg. invariabile] possibile, o la più [agg. invariabile] possibile? Quale tra le due forme è corretta, supponendo un soggetto femminile, in espressioni come “il più celere possibile”?
“Cercherò di essere il più celere possibile” o “cercherò di essere la più celere possibile”?
La risposta degli esperti:
Nel formare il comparativo di maggioranza e di minoranza e, preceduto dall’articolo determinativo, il superlativo relativo più è da considerare un modificatore avverbiale. A proposito delle frasi citate, quando il soggetto è femminile, l’aggettivo concordato sarà di genere femminile.
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Il contenuto è corretto; la formulazione, meno.
Il punto non
è che più “sia un superlativo relativo” (non lo è):
più è un avverbio di grado, invariabile, che costruisce
il superlativo relativo.
A concordare non è l’avverbio, ma l’aggettivo che segue, insieme con l’articolo determinativo.
Se il soggetto è femminile, la forma corretta è dunque:
La più celere possibile
L’articolo concorda con il soggetto, l’aggettivo concorda con
il soggetto, più resta immobile.
La costruzione “il/la
più … possibile” è un superlativo relativo che significa:
“il/la più X tra ciò che è possibile”.
Gli esperti della Treccani, insomma, hanno ragione nella sostanza: ma lo dicono in un
modo che può far inciampare.
La grammatica, invece, cammina
dritta: più non si piega; l’aggettivo sì.
Ogni superlativo relativo è una vetta: ma a salire è l’aggettivo, non l’avverbio.
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Restare al canto del gallo
“Restare al canto del gallo” è un modo di dire che appartiene a un’Italia contadina, quando il tempo non era segnato dagli orologi ma dagli animali. L’espressione indica la condizione di chi rimane deluso, a mani vuote, dopo aver sperato in un risultato migliore. È l’immagine di qualcuno che aspetta, confida, si prepara a un esito favorevole… e invece, allo spuntare dell’alba, non gli resta altro che il canto del gallo, un suono che chiude la notte e, con essa, le illusioni.
L’origine è rurale e antica. In molte zone del Nord Italia il canto del gallo segnava l’ultima soglia temporale: se un affare non si concludeva entro la notte, se una promessa non veniva mantenuta, se un incontro non avveniva, con il primo canto del gallo tutto era perduto. Il tempo era scaduto. Da qui la forza dell’immagine: non si resta solo senza nulla, si resta tardi, quando non c’è più margine per recuperare. È una sfumatura che la distingue da espressioni sorelle come restare con un pugno di mosche, più neutra e meno malinconica.
Una curiosità davvero attestata arriva dal Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (1839), dove si registra l’espressione dialettale “prima del gal cantà”, usata per indicare un termine ultimo non negoziabile. È una testimonianza preziosa perché mostra come il canto del gallo fosse percepito come un confine temporale reale, non simbolico: un limite naturale oltre il quale un’azione perdeva validità o senso. È una delle poche tracce scritte che confermano l’immaginario alla base del nostro modo di dire.
L’uso moderno è semplice e diretto: “Pensava di ottenere quel posto, invece è rimasto al canto del gallo”; “Se continui a rimandare, finisci al canto del gallo anche stavolta”. Funziona bene anche in contesti semi‑formali, perché ha un’eleganza antica che non stona.
È ancora attuale? Sì, ma come quei fossili linguistici che brillano proprio perché inattesi. Non è più nell’uso comune, e proprio per questo può diventare una scelta stilistica: sorprende, apre una piccola scena teatrale, porta con sé un sapore narrativo che arricchisce il testo senza appesantirlo. È un’espressione che merita di essere recuperata: precisa, evocativa, con quella malinconia lieve che appartiene ai modi di dire davvero antichi e che andrebbero rispolverati.
(Non è in commercio)
