domenica 5 luglio 2020

«Salire in su' muricciuoli»

 Ancora un modo di dire - forse sconosciuto - relegato nella soffitta della lingua. Chi sale, dunque, sui 'muricciuoli'? Colui che diventa improvvisamente povero perché, apprendiamo da Ludovico Passarini (il "principe" dei modi di dire), «i poveri accattoni sogliono riposarsi e dormire su' muricciuoli».


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Ih e hi

Sono entrambe interiezioni e si adoperano a seconda delle sfumature che lo scrivente vuole mettere in evidenza, come si può rilevare dal “Treccani” in rete:

ih
i interiez. – Esprime stupore, raccapriccio, rammarico, avversione, tedio e sim.: ih, quanta roba!; ih, che indecenza!; ih, che schifo! Ripetuta, esprime ironia, disprezzo e sim.: tu stai male e io no, ih ih; riproduce anche una risata sardonica, un pianto stridulo, un ghigno e sim.: dalla bocca ... gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese ... seguìto da un ghigno: ih ih ih ih (Pirandello).

hi
hi interiez. – Può esprimere sentimenti vari: disprezzo ironico (soprattutto verso chi manifesti boria, vanità o pedanteria), ostentazione di noncuranza, meraviglia davanti a cose eccessive, a lunghe enumerazioni, e sim. È inoltre il segno grafico con cui può essere reso un particolare modo di ridere o di piangere, con suoni acuti e brevi.
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L'ingegnera Paola Pinco o l'ingegnere Paola Pinco?
Decisamente (e correttamente) l'ingegnera Paola Pinco. Stupisce, e non poco, il constatare che i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel loro pregevole libretto "Ciliegie o ciliege?", ammettano il maschile (ingegnere) riferito a una donna.



Interessante, in proposito, la "Nota d'uso" di "Sapere.it"
Il femminile regolare di ingegnere è ingegnera, e così si può chiamare una donna che eserciti il mestiere di ingegnere. Alcuni preferiscono però chiamare una donna ingegnere, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.

Stupisce anche quanto riporta il DISC (vocabolario Sabatini Coletti): 
ingegnere
[in-ge-gnè-re] s.m. (anche con riferimento a donna)



sabato 4 luglio 2020

I parafuochi? E chi lo vieta?


Siamo in piena estate,  tutti i parafuochi, vale a dire quegli "aggeggi" di lamiera (o di altro materiale) che si pongono davanti ai camini per ripararsi dall'eccessivo calore sono stati, quindi, riposti in cantina o in soffitta. A questo punto sorge spontanea  ─ come suol dirsi ─ una domanda: i parafuoco o i parafuochi? Anche in questo caso, come in tanti altri, i vocabolari non sono di aiuto: alcuni non si pronunciano (lasciando intendere, pertanto, che il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente), altri lo attestano come sostantivo invariabile, uno lo pluralizza, altri ancora sono "pilateschi" (invariato o plurale). Tra i dizionari consultati sono per l'invariabilità: il Devoto-Oli  e  il Treccani; non specificano il Palazzi e il De Mauro; sono "pilateschi" il DOP e lo Zingarelli; il Gabrielli lo dà tassativamente variabile. Il Sabatini Coletti e il dizionario Olivetti, stranamente, non lemmatizzano il termine. Come comportarsi, quindi? Semplice. Basta seguire la "legge" che regola la formazione del plurale dei nomi composti. E i nomi composti di una voce verbale (parare) e di un sostantivo maschile singolare (fuoco) nella forma plurale si comportano come se fossero nomi semplici;  prendono, quindi, la desinenza del plurale. Il normale plurale è "immortalato" in alcune pubblicazioni.
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La parola proposta da questo portale: lancella. Sostantivo femminile tratto pari pari dal tardo latino "lancella", diminutivo di "lancula", da "lanx, lancis", piatto. Indica una brocca, un piatto, un vaso, un'anfora.

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La lingua "biforcuta" della stampa
In divisa da nazista con la foto di Hitler. Lo scandalo di un consigliere comunale in Friuli
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Correttamente: in divisa di (è un normale complemento di specificazione). Treccani: [...] (divisa) Oggi, il termine designa più comunem. l’uniforme militare o di corpi militarizzati, di forze di polizia, e sim.: indossare la d., presentarsi in d.; onorare la propria d.; d. di ufficiale di fanteria; d. di aviere; la d. dei marinai, dei bersaglieri; d. di vigile urbano, di vigile del fuoco, di guardia giurata, ecc.; più raramente, l’uniforme di altre organizzazioni, di una società, di un corpo, ecc.: d. di accademico, di collegiale, di portiere.[...].


venerdì 3 luglio 2020

A proposito dell'idioma del vicino...


Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

Per noi, italiani espatriati che ci serviamo quotidianamente di una lingua diversa dalla nostra lingua materna, è quasi inevitabile incorrere in certi errori assai particolari quando poi ritorniamo alla lingua italiana. Lingua che pur crediamo di conoscere bene, ma sulla quale certi "falsi amici", come vedremo, hanno invece facile gioco con i loro inganni.
Ho già parlato in un'altra occasione di "montante", termine usato da moltissimi italiani del Québec al posto di "ammontare", "importo", "somma". Riprendo il tutto per sommi capi.
"Montante" nella lingua italiana è termine da usare soprattutto in campo pugilistico: è un "colpo portato dal basso verso l'alto, a braccio flesso, al mento o al busto". In contabilità e finanza sta invece per "somma del capitale più l'interesse da questo prodotto". Ma non designa il semplice ammontare, ossia la "somma", l'"importo". Eppure, noi italofoni del Québec ci serviamo del termine "montante" sempre e unicamente nel senso nudo e crudo di "importo" o "somma", senz'alcun riferimento ai calcoli di ragioneria. Il nostro, insomma, è un francesismo, anche se è un francesismo di scarso peso che nulla toglie alla comprensione della frase, e che oltretutto "suona bene".
Non penso di essere mai incorso in questo errore, anche se so che quegli italiani del Québec che mi leggono assorbirebbero senza scomporsi ("sans broncher") un mio "montante", perché per loro "montante" non è altro che "ammontare". Termine questo - "ammontare" - che è sparito dal vocabolario degli italiani del Québec perché azzerato da un "montante" francesizzante che lo ha messo definitivamente K.O.
Il "montante" degli italofoni del Québec oltretutto fa bella figura se comparato ad una serie di parole da "corte dei miracoli" che udiamo quotidianamente nella conversazione degli italo-canadesi della Belle Province, come "fattoria" (per fabbrica), "sciomaggio" (per disoccupazione), "giobba" (per lavoro), "begga" (per sacchetto), "cecca" (per assegno), "pippa" (per tubo), "cotto" (per cappotto), "pusciare" (per spingere), "plombiere" (per idraulico), "marchetta" (per mercato), "benevolo" (per volontario)... Il contrario è anche vero: il nostro francese ci fa talvolta sdrucciolare, e non su una buccia di banana, quando ad esempio ci serviamo, parlando francese, di "chier" convinti di tradurre il verbo italiano "sciare".
Devo confessarvi che, mentre non ho mai usato in italiano "montante" al posto di "importo", ho commesso invece l'errore di servirmi di "primordiale" in senso inappropriato, ossia al posto di "indispensabile", "di grande importanza", "capitale", "cruciale", "fondamentale", "basilare", "essenziale".
In francese "primordial" significa 1. qui existe depuis toujours 2. indispensable, capital, essentiel. In italiano "primordiale" ha il significato di 1. "che esiste da sempre", ma non invece di 2. "indispensabile, capitale, essenziale." 
In definitiva, il termine italiano "primordiale" non è l'esatto equivalente del "primordial" francese. Ne consegue che quando troviamo "primordial", usato nel testo originale francese nell'accezione di "indispensabile, capitale, essenziale", e non nel senso di "risalente ai primordi", noi non dovremmo renderlo in italiano con "primordiale" perché in italiano tale aggettivo significa unicamente "risalente ai primordi, ossia primitivo, originario, iniziale". 
Il "primordiale" italiano, inteso come perfetto sinonimo del "primordial" francese, è un francesismo che fa molte vittime nel linguaggio parlato e scritto degli italiani che vivono in una terra francofona qual è il Québec. E tra queste vittime devo essere conteggiato, purtroppo, anch'io che commisi piú di una volta questo errore nel passato. Un passato ben lontano, quasi primordiale posso dire a mia discolpa (come passa il tempo...).
Ad esempio, scrissi erroneamente, anni addietro:
"L’associazionismo è una molla direi primordiale per le comunità d’italiani presenti nelle varie province canadesi."
"Lo scrittore Edward Said, nato in Palestina e costretto all’esilio, ha per tutta la vita fatto valere quest’idea per lui primordiale: ‘Niente esiste in sé, né lo scrittore, né la letteratura, né i popoli, né l’Islam, né l’Occidente, niente è e non ha senso e non è comprensibile, se posto al di fuori del mondo e della relazione all’altro'".
È piú che evidente che, nelle frasi qui sopra, sarei dovuto ricorrere a "fondamentale" o a un altro sinonimo al posto del mio trogloditico "primordiale", il quale nel contesto di queste due frasi altro non è che un calco dal francese.
Concludendo dirò che, soprattutto quando si scrive, poiché "scripta manent",  è primordiale - mbé ... mi scuso - è "molto importante", "essenziale", "cruciale", "capitale", cercare di evitare i francesismi, veri montanti linguistici che suonano molto bene, ma dai quali noi italiani del Québec rischiamo di uscire suonati.




giovedì 2 luglio 2020

L'idioma del vicino è sempre piú bello


L'idioma del vicino è sempre piú bello, parafrasando il detto "l'erba del vicino è sempre piú verde". L'idioma, nello specifico, è quello dei cugini d'Oltralpe. Sí, molta gente, anche quella cosiddetta di cultura, ama "abbeverarsi " alla lingua degli altri "scimmiottandola" come nel caso dei verbi andare e venire adoperati "alla francese". E ci spieghiamo. I nostri cugini francesi usano i verbi andare ("aller") e venire ("venir", seguito dalla preposizione "de") per designare un'azione prossima futura e una passata di recente; adoperano i suddetti verbi, insomma, nel significato di "essere in procinto di", "sul punto di", "stare per": je vais partir (sto per partire) e in quello di una "azione svolta che è appena terminata": je viens de rentrer (sono appena rientrato). 
   Adoperano i verbi andare (aller) e finire (finir) seguiti da un infinito per indicare, dicevamo, una azione che sta per cominciare e una che è appena finita. Un docente universitario, se non ricordiamo male, rivolto ai suoi studenti disse "ragazzi, attenzione, la mia lezione va a cominciare" volendo dire, per l'appunto, che "la lezione sta per cominciare". Un nostro conoscente, credendo  ─ secondo lui ─ di adoperare un linguaggio raffinato ci ha salutato dicendoci "vengo dal fare una bella scampagnata" (tradotto: sono appena tornato da una bella scampagnata). Il docente universitario e il conoscente si sono espressi "alla francese". 
   La lingua di Dante non ammette simili espressioni "francesizzanti". Per indicare un'azione "prossima futura" (sto per...) si adoperano altre espressioni: "sto per", "mi accingo a" e simili; per quella appena terminata (passato recente): "ho appena", "sono appena". Voi, amici, amanti del bel parlare e del bello scrivere, regolatevi secondo la vostra "coscienza linguistica".
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La parola proposta da questo portale e non lemmatizzata nei vocabolari dell'uso: caldío. Sostantivo maschile, indica un luogo riparato e tiepido anche durante l'inverno. Si trova nella lessicografia della Crusca.

mercoledì 1 luglio 2020

I sovranisti, gli anglicismi e la lingua italiana

Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

Le questioni centrali trattate in questo mio scritto sono due:
1. Gli anglicismi sempre più frequenti nella lingua italiana ci vengono dall’alto o dal basso? Anticipo qui la mia risposta: essi ci vengono dall’alto, godendo inoltre, come vedremo,  del prestigioso avallo del Presidente della Repubblica.
2. I “sovranisti” (sovranisti che sono fautori della sovranità nazionale ma non di quella del popolo) si dichiarano contrari agli anglicismi giudicando che questi provengono dal popolo? No, sono contrari agli anglicismi in nome della chiarezza del linguaggio, dell’eufonia, e anche della dignità nazionale. Vi sono contrari soprattutto perché gli anglicismi, talvolta un usa e getta snobistico, sono spesso usati erroneamente oppure eliminano in certi casi una ricca nomenclatura italiana già esistente. Gli anglicismi impoveriscono la lingua poiché distruggono i termini l’italiani.
Come vedremo c’è invece chi accusa i “sovranisti” di inveire dall’alto dell’Olimpo contro il popolo italiano che rumoreggia dal basso perché voglioso di “flop” invece che di “fiaschi”, e di “jackpot” invece che di “montepremi”, in campo linguistico. Ripeto: secondo me, la stragrande maggioranza degli anglicismi ci giunge dall’alto. Fatto unico nel consesso delle nazioni: i nostri governanti ci tengono ad inserire nei testi ufficiali la paroletta inglese, simbolo per loro di scientificità, modernità, pragmatismo, globalismo, apertura al Diverso. Anche TV e stampa italiana diffondono dall’alto a più non posso gli inglesismi. Il risultato è che poi il popolo se ne pasce beato.
Ma è la classe politica italiana nel suo insieme ad essere favorevole all’uso degli anglicismi? O invece è possibile fare una distinzione tra  “Destra” e “Sinistra” circa il favore accordato agli anglicismi? Vi anticipo subito la mia risposta: no, i nostri politici, su tutto divisi, sono invece “bipartisan” – è proprio il caso di dire – nel loro atteggiamento di generosa apertura nei confronti delle magiche parole americane. Basta consultare i giornali di sinistra e quelli di destra per vedere che linguisticamente le due squadre amano le ammucchiate all’insegna dello “sfruconamento” linguistico delle terga americane. 
E qual è l’atteggiamento del presidente Mattarella, istituzionalmente “super partes”? Se prestiamo fede ad un suo discorso, molto particolare,  il presidente della Repubblica è favorevole all’ibridismo della lingua italiana. Egli si dichiara favorevole a una lingua viva, aperta, innovativa,  non nostalgica del passato; una lingua che accolga con generosità gli apporti non solo dell’inglese ma delle numerose lingue parlate nella penisola dagli immigrati. Mattarella auspica l’avvento nella penisola di una nuova lingua globale, aperta alle influenze multiculturali; lingua – aggiungo io – che inevitabilmente rinnegherà i nostri classici.
Un fatto innegabile è che i dizionari della lingua italiana non agiscono da cani da guardia nei confronti della lingua viva italiana con l’intento di difendere una sua primigenia “purezza” (mai esistita). La Crusca, la Treccani, i dizionari enciclopedici, i linguisti ci spiegano che il dizionario italiano d’uso ha una finalità descrittiva, ossia non determina cosa si può dire o non si può dire, ma registra l’uso orale e scritto della lingua in un dato periodo. Può però avvenire che i guardiani dell’ortodossia della lingua, i puristi per intenderci – leggiamo sul sito Treccani – credendo che i  dizionari abbiano il compito di fungere da  “arbitri che mantengono alti gli standard linguistici”, insorgano contro l’inclusione nel dizionario di termini “non accettabili” che abbasserebbero gli standard linguistici della lingua nazionale. Ancora Treccani: “Questo atteggiamento porta alcuni parlanti a deplorare ogni accoglimento di forestierismi e neologismi informali, visti come un abbassamento degli standard qualitativi di un dizionario o, in alternativa, a considerare la loro presenza come un segno dell’imbarbarimento della lingua.” Ma giova subito precisare che, proteste o non proteste, i dizionari italiani accolgono tranquillamente i vari anglicismi d’uso corrente.
Vi è però il caso, come vedremo in seguito, di chi esprime invece il sospetto che le autorità linguistiche tipo Crusca e Treccani insieme con gli autori di altri dizionari trascurino gli anglicismi perché questi provengono dal basso, ossia dal popolo, giudicando che questi termini attentino alla “sovranità” della Nazione italiana. A tal proposito, rivolgo l’invito a chi intenda addentrarsi in questo mio scritto di leggere l’interessante post di Luca Passani, sostenitore di questa tesi, apparso in questo blog sotto il titolo I vocabolari che lavoro fanno?Non vorrei, infatti, aver travisato le sue idee, espresse comunque  più diffusamente in un altro articolo cui anche accennerò.
Il tutto – per me –   è cominciato, appunto, con il post del dr Luca Passani. Questi, avendo constatato che il dizionario online Treccani, alla voce “avido”,  non registrava l’accezione di “appassionato” limitandosi a darcene il significato di “smodato desiderio d’una cosa (in genere, di beni e piaceri materiali), ingordo”,  si è domandato: “È possibile che tale accezione di avido venga avvertita come inglesismo e che, quindi (in osservanza del vento sovranista che tira in Italia negli ultimi tempi nei confronti di tutto ciò che è di origine inglese) la Treccani cincischi ad inserirlo sul suo vocabolario?”
Non entrando nel merito del presunto vento sovranista contrario agli anglicismi,  il linguista Salvatore Claudio Sgroi ha chiarito da par suo, in due post successivi, i tanti dubbi espressi da Luca Passani, e ha dimostrato, attraverso una documentata ricerca, la correttezza formativa del sintagma “avido lettore” e “lettore avido”; espressioni che non sono di certo anglicismi. Il professor Sgroi ha inoltre brevemente trattato l’approccio descrittivista (from below) e l’approccio prescrittivista (from above) relativamente ai cambiamenti che avvengono nella lingua.
Ma allora perché questo mio intervento, visto che l’approfondita ricerca del professor  Sgroi ha in fondo esaurito il tema proposto da Luca Passani? A causa di quel “vento sovranista”, espressione usata da quest’ultimo e che mi ha permesso di risalire a un precedente articolo,  sempre di Passani, sul tema delle innovazioni linguistiche provenienti dal popolo - gli anglicismi - e della presunta opposizione politico-linguistica messa in atto dai sovranisti.
A mio giudizio ciò che rende  il fenomeno dell'invasione dell'inglese tristemente unico in Italia rispetto agli altri paesi, è il fatto che sia lo stesso governo, nella penisola, a sguazzare negli anglicismi. Vedi "Ministro del welfare", "Social card", "Social act", "Jobs act", "Migration compact",  "Spending review", “Election day, "Question time", "Stalking", "Family Act", "Stepchild adoption" e via continuando.
"What a fiasco!" direbbero gli inglesi, e "Quel fiasco" commenterebbero i francesi. Ma rischierebbero di non essere capiti dagli italiani, politici e giornalisti in testa, che hanno ormai sostituito il "fiasco", per loro troppo provinciale, con il "flop" senz'altro molto più degno di loro.
Io, con molta modestia – a rischio di ripetere ciò che è stato detto in maniera ammirevolmente dotta (e non lo dico di certo con ironia) dal professor Sgroi – mi sento subito di dire al dr Luca Passani che il vento sovranista c’entra assai poco con il fatto che il vocabolario Treccani abbia omesso di fornirci la connotazione, diciamo così, “positiva” di “avido”; termine che non è certamente un calco dell’inglese (anche quando “avido” sembra essere la traduzione di “avid”). L’assenza di “avido”, nel senso di appassionato, nel dizionario Treccani era una riprovevole trascuratezza, una lacuna, un’omissione (cui subito la Treccani ha rimediato).
Quelli della Treccani, nella risposta da loro data a Luca Passani, invece di ammettere questa loro omissione, hanno cincischiato, ciurlato nel manico, dimostrandosi invero assai poco “avidi di verità”. Hanno avallato così  il forte sospetto  dei sostenitori delle parole dal basso (anzi “bottom-up”), che l’omissione fosse dovuta alla pericolosa somiglianza che “avido” ha con l’“avid” inglese, anzi con la connotazione inglese del termine “avido” italiano; connotazione che, secondo Passani, proviene nobilmente dal basso insieme con tutti gli altri anglicismi.
Un articolo su questo stesso tema, sempre di Luca Passani, era stato pubblicato in precedenza sulla Voce di New York (27-06-2019): La nostra lingua, la Crusca e lo Zeitgeist sovranista/  Parliamo di lingua italiana, linguisti e di come anche l’Accademia della Crusca sembri allinearsi con lo spirito sovranista dei nostri tempi.” In questo testo vi è un attacco in regola contro gli ipernazionalisti reazionari che difenderebbero la purezza della propria lingua rifiutandosi di arricchirla con termini provenienti dall’estero. In realtà, preciso io, si può essere contro i prestiti di lusso che causano un impoverimento della propria lingua, ma non contro i prestiti di necessità che colmano certi nostri vuoti linguistici, vedi il termine medico stent. A questo proposito, io sarei addirittura disposto a proporre l’introduzione nel vocabolario italiano di grandchild, visto che il nostro nipote non distingue tra nipote di zio e nipote di nonno (nipote abiatico). Si potrebbe però tentare di trovare, prima, un neologismo latino. Inoltre ci sono altri termini inglesi che, opportunamente italianizzati, arricchirebbero l’espressività della nostra lingua, non poi così ricca come noi amiamo credere. Ma nella maniera in cui lo scimmiottamento della lingua inglese oggi avviene, il risultato per la nostra lingua è un triste impoverimento.
Ma pochi sono pronti a riconoscere il grave problema di questa perdita di pezzi del nostro veicolo - la lingua nazionale - sorta di “ex Ferrari”  alla quale lungo la pista, ai “punti di rifornimento e di assistenza” (purtroppo: ai “pit stop”), gli addetti sgonfiano le gomme e immettono acqua nel motore. E se non si riconosce prima il problema non si potrà certamente sperare che si propongano delle soluzioni per cercare se non altro di contenerlo.  Proviamo a leggere uno scritto di Giovanni Papini, e ci renderemo subito conto dei tanti termini italiani che il nostro vocabolario abituale ha irrimediabilmente perduto.
Sono d'accordo: la lingua è un organismo vivo che tende a perdere le parole troppo vecchie e ne aggiunge di nuove. E queste possono anche provenire da una lingua straniera. In realtà l’italiano, almeno sulla carta ossia nel dizionario, non perde nulla perché tutto rimane. Semplicemente il nuovo si aggiunge al vecchio. Basta aprire a caso un dizionario d’italiano per rendersi conto che forse la metà delle parole iscritte ci sono ormai sconosciute, perché nessuno più le usa. Ma esse continuano ad esistere. E così killer non ha inferto un colpo mortale ad “assassino”, “omicida”, “sicario”, “uccisore”, ma si è unito a questa banda di criminali assumendo le funzioni di “boss” indisputato.
L’opporsi a questa nuova lingua globale di tipo orwelliano è una questione, secondo me,  anche di dignità nazionale. Ma devo stare attento a toccare questo tasto per non rischiare oltre all’accusa di sovranismo, anche quella di apologia di…
Una vita all’estero fa vedere a taluni di noi, ma non a tutti,  le cose in maniera speciale, in particolare quando s’insegna l’italiano a stranieri, innamorati sia del senso del bello ancora così presente nella cultura italiana, sia della musicalità della nostra lingua che lo spettacolo lirico continua ad esaltare attraverso il mondo. La lingua capta ed esprime l’anima del paese e dei suoi abitanti. La presenza di una caterva di parole come “killer”, “badge”, “jackpot”, “tilt”, “pressing” negli scritti italiani odierni, inclusi gli articoli di firme prestigiose nei migliori quotidiani nazionali, pone l’insegnante d’italiano di fronte ad una situazione imbarazzante: a questi suoi allievi che vogliono imparare l’italiano anche perché attratti dall’idea, forse un po’ mitica ma così lusinghiera per noi,  di una  “estetica” italiana ricca di forme e di suoni armoniosi, dovrà spiegare il perché di questo stridente, cacofonico e ridicolo fenomeno di scimmiottamento nei confronti della lingua degli americani.
Ma Luca Passani vede nella difesa dell’italiano l’agire di sovranisti posseduti da bassi istinti  politici: Negli ultimi anni si è andato affermando uno zeitgeist sovranista, che antepone le identità nazionali e gli interessi dei popoli (veri o presunti che siano) ad ogni tipo di globalismo e di influsso straniero, ricco o povero che sia. Il trumpiano “America first” e il salviniano “Prima gli italiani” sono figli dello zeitgeist. Se lo spirito del nostro tempo è questo, risulta facile vedere nelle scelte attuali l’applicazione sul piano linguistico di quello che il governo populista attua sul piano politico: rifiuto delle novità provenienti dall’esterno e, per sicurezza, rifiuto delle novità tout court, sostenuto, se serve, da un certo stile autoritario.” (La Voce di New York, 27-06-2019)
Fatto rimarchevole che indica l’utilità di certi interventi: il dizionario Treccani online, proprio dopo l’intervento di Passani, ha colmato la lacuna da questo denunciata, arricchendo, e di molto, la voce “Avido”, che oggi si legge così : àvido agg. [dal lat. avĭdus, der. di avere ‘bramare’]. – Che ha smodato desiderio d’una cosa (in genere, di beni e piaceri materiali), ingordo: a. di cibo, di guadagno, di ricchezze, di piaceri; a. di preda, di rapina, di conquista, di sangue, di vendetta; anche in senso positivo: a. di gloria, di sapere, di conoscere. Per estens., che dimostra o è mosso da avidità: ascoltare con a. curiosità; guardare con occhi a.; Vèr lo balcone al buio protendea L’orecchio a. (Leopardi); a. lettore, appassionato, insaziabile.  Avv. avidaménte, con avidità, con desiderio impaziente: mangiare, bere, succhiare avidamente; guardare, scrutare, ascoltare avidamente.”
Ma torniamo alla teoria populista-antisovranista. Scrive Luca Passani nel post già citato, apparso in questo blog: “I temi linguistici mi hanno sempre appassionato, in particolare da quando mi sono reso conto di come esistano due modi antitetici di intendere lo studio di una lingua: bottom-up e top-down.” Ho fatto delle ricerche e ho trovato, sì , in campo linguistico questa formula inglese (espressa però così: “from above/from below”), in riferimento tuttavia non all’inclusione o all’esclusione dei nuovi termini nei dizionari, ma ai cambiamenti consapevoli (i quali provengono dall’alto, ossia from below). Un esempio di questi anglicismi, che Luca  Passani attribuisce al popolo e che in realtà provengono dall’alto, è anche il recente “Family act ”, anglicismo imposto al popolo italiano dai parlamentari italiani attraverso la Gazzetta Ufficiale. Il quale “Family Act” si installa comodamente in parlamento accanto a lockdown, election day, stalking, stepchild adoption, migration compact, social card, spending review, question time, welfare, smart working, jobs act,  cluster e via enumerando in inglese; termini tutti che rivelerebbero la grande modernità della nostra classe politica così aperta al diverso e al vocabolario di quest’ultimo.
I linguisti ci spiegano che dal basso, “from below ”, ci vengono invece i termini “inconsapevoli”, quasi spontanei, che io mi azzarderei a chiamare “populisti” perché collegati al glocalismo e al popolo. Tra questi ultimi vi sono certi termini dialettali, che i dizionari registrano perché ormai assai diffusi anche al di fuori del territorio originario iniziale.
Ecco cosa ci dice Wikipedia: “In linguistics, change from above refers to conscious change to a language. Change from above usually enters the speech of educated people, not the vernacular dialects. This change usually begins with speakers in higher social classes and diffuses down into the lower classes. Upper classes use these new linguistic forms to differentiate themselves from the lower classes, while lower classes use these forms to sound more educated and similar to the upper class. However, the concepts of change from above and below refer to consciousness and not social class.”
A mo’ di conclusione, dirò che i “sovranisti” hanno un gran rispetto del popolo e della sua maniera di parlare “come mamma l’ha fatto”; ma la propria mamma, non la mamma a stelle e strisce… Forse giova riportare a questo punto un giudizio di De Mauro (certamente non un “sovranista ”, anzi un rispettato “progressista ”, “laico di ispirazione marxista'' come lui stesso si definì) sugli anglicismi:
L’intervistatore: Se negli anni Cinquanta la televisione ha insegnato l'italiano agli italiani, oggi sembra voler insegnare loro l'inglese. Quali effetti provoca nella lingua comune l'atteggiamento anglofilo dei grandi mezzi di comunicazione?”
De Mauro: Magari insegnasse l'inglese davvero. Insegna, in titoli di trasmissioni e di sue articolazioni, l'esibizione sciocca e inutile di qualche anglismo, come educational per educativo. Del resto, anche come ministro, ho protestato in Parlamento contro queste ridicolaggini, il question time, per le interrogazioni urgenti, o il Welfare del ministro Maroni. Ha da passà a nuttata.”
Pienamente d’accordo. Gli anglicismi  costituiscono un nuovo latinorum, malamente masticato, che governo, mass media e caste varie diffondono tra il popolo che se ne appropria beato, convinto di innalzarsi nella scala sociale. Gli esempi anche recenti confermanti questa mia tesi abbondano. TV e giornali in questi giorni continuano a contaminarci, con l’aiuto del coronavirus, di termini inglesi. Termini, ci tengo a precisare, qualche volta necessari ma più spesso inutili e direi dannosi: Sempre più regioni in Italia sono covid free”, Sette statali su dieci in smart working”, “Flash mob pro spettacolo in piazza Duomo a Milano”, “Mentre si discute di Eurobond, dal Cilento arriva la risposta alla crisi del turismo: gli Holiday Bond”, “Pesano anche i ‘cluster’ di Mondragone e Bologna”, “Oggi i casi sono più lievi. La minaccia sono i cluster”, “Statali, due su tre in smart working”, “Coronavirus, sito Inps andò in tilt per un attacco kacker”, “Coronavirus, in Italia dieci nuovi focolai: non si esclude un secondo lockdown.” , “Coronavirus, il flop delle strutture per la quarantena dei positive.”
Vedere anche il post, ricco di esempi in tal senso, di Pier Paolo Falcone: Tra le vittime del/della Covid anche il nostro idioma.
Non posso non accennare all’intervento del presidente della Repubblica italiana che dall’alto incoraggia gli italiani ad accogliere i neologismi che ci provengono dal multiculturalismo. Questa è un’ulteriore prova, secondo me, che il potere ama i forestierismi. Ebbene il presidente della Repubblica italiana, evidentemente anche lui antisovranista, ma sostenitore del generoso progetto del dr Piero Bassetti (Bassetti è il fondatore del Globus et Locus, che esalta l’italicità di 200/250 milioni di gente di origine o di simpatie italiane distribuite attraverso il mondo) lascia intuire che gli anglicismi sono un apporto di cui gli italiani possono inorgoglirsi; perché è il nostro popolo, ormai multiculturale, ad introdurli nella nostra lingua dal basso verso l’alto ossia bottom-up”. Non c’è che dire: le opinioni, le idee, i suggerimenti del presidente della Repubblica italiana in tema di lingua provengono dall’alto, anzi “from above”. Più in alto di così non si può…
Ecco le idee di Sergio Mattarella sull’evoluzione della lingua italiana da lui espresse agli Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo (Firenze, 18 ottobre 2016). Da notare che il nostro presidente parla di civiltà italiana, di cui la lingua, beninteso, è parte preziosa. “La civiltà italica, nelle sue sfaccettature, antiche, moderne e contemporanee” deve tenersi lontana “dall'arroccamento identitario” e tenersi invece “protesa, piuttosto, ad offrire alle altre culture, il portato dell'esperienza, della bellezza, cumulata in millenni.” Il concetto di apertura espresso dal nostro presidente non può che essere condiviso anche da noi, sovranisti per acclamazione. “L’italianità parla di umanesimo” e “la cultura è in continuo divenire, non possiamo pensare di fermarne la proiezione su un fotogramma fisso.” L’idea di una cultura e di una lingua fissate una volta per sempre è un’idea da respingere, cui infatti il nostro presidente si oppone apertamente con il tacito plauso dell’intera Italia, me compreso.
Ma il passato così caro ai nostalgici delle glorie d’Italia? Il presidente è fermo: “Valorizzare un passato già noto non può esaurirsi in percezioni di nostalgia: ci tocca il compito di riprogettare continuamente l'immagine e l'offerta culturale del nostro Paese.” Ma come riprogettare l’immagine e l’offerta culturale del nostro Paese? Non certo adattando i nostri spaghetti al dente alla diversità delle cucine e dei gusti ormai presenti nello Stivalone e quindi cucinandoli un po’ scotti, oso ironizzare io. Ma adattando la nostra lingua – ci dice invece il nostro presidente – alle esigenze del mondialismo che sperimentiamo ormai anche a casa nostra.
L’idea base del presidente Mattarella è la “pluralità di linguaggi”, nozione che almeno all’inizio dell’allocuzione sempre far riferimento alle sfaccettature dell’italiano, lingua che riguarda “L'arte, la musica, il design, la moda, il cinema, lo sport, l'industria, la cucina ”, ma che in seguito è proposta dal nostro presidente nella sua versione di “koinè”, lingua franca, “pidgin”, capibile un po’ da tutti anche da coloro che non hanno mai studiato l’italiano. Incredibile ma vero: il presidente della Repubblica attraverso questo discorso basato sulla nozione del bottom-up propone di adattare la lingua italiana alla “diaspora di altri popoli, in ingresso nella cultura italiana e per i quali, spesso, l'italiano è la lingua tramite per eccellenza, una sorta di ‘lingua franca’ per dialogare tra loro, così come accadeva molti secoli fa nel Mediterraneo.”  Quindi l’italiano, prosegue Mattarella, “da lingua tipica di un territorio limitato (…) si propone in questo senso come lingua di una cultura a vocazione universale.” Oso dire che l’idea di questa lingua un po’ alla Orwell, nuova e globale, mi lascia perplesso.
E gli anglicismi, la continua erosione che l’italiano subisce ad opera di una lingua inglese così potente ma mal capita e mal integrata al nostro lessico e dissonante rispetto all’eufonia del dolce “sì”, cosa ci dice in merito a questo importante tema il garante della nostra sovranità? Il nostro presidente non si pronuncia chiaramente, ma sembra fornire il suo prestigioso consenso al “bottom-up”. Mattarella cita appunto Bassetti: “In un convegno di qualche anno fa dedicato al rapporto tra glocalismo e lingua italiana, Piero Bassetti ricordava che si possono costruire sistemi di conoscenza ‘bottom-up’ altrettanto ricchi di quelli costruiti ‘top-down’. Bassetti mi consentirà, in conformità all'invito rivoltomi dalla Crusca, di sostituire alle espressioni inglesi, da lui utilizzate, quelle italiane di ‘dal basso verso l'alto’ e ‘dall'alto verso il basso’. E' un modo per sottolineare le influenze che una lingua viva esprime quotidianamente con gli stili di vita di cui è espressione e che ricava, per converso, dal rapporto con i dialetti e con le 139 lingue estere che - si è calcolato - sono parlate dalle diverse comunità straniere presenti in Italia e che rappresentano una eccezionale opportunità di comunicazione con le collettività di origine.”
Date queste premesse, c’è ormai da spettarsi che la nostra lingua, oggi arricchita solo dagli apporti dell’inglese, un inglese non pratico ma snobistico che col suo killer ha eliminato i nostri “sicario, assassino, omicida, uccisore”, elimini ben presto anche i nostri “Sia fatta la volontà di Dio!” e  “Pace e bene!”  sostituendoli con un multiculturale, inclusivo “Inshallah!”
La politicizzazione  del tema degli anglicismi crea degli schieramenti che in realtà non esistono. Se la parola “sciuscià” è venuta certamente dal basso, ossia dai nostri stessi “sciuscià” dell’Italia liberata, quasi tutte le altre, compreso quel “fiscal drag” che Berlusconi introdusse qualche anno fa, ci provengono invece dall’alto. Io ritengo che, prescindendo dalle simpatie politiche che ognuno di noi può avere, ci si debba dichiarare contrari, come italiani, a questo nuovo latinorum grazie al quale gli imbrattatori di muri e i graffitisti sono divenuti, nel Belpaese, “writer” ossia scrittori, e il fattorino in bicicletta è il solo e unico “rider” delle nostre pur congestionate strade.
Secondo l’interpretazione politica “antisovranista”,  gli anglicismi (o anglismi) sarebbero fatti bersaglio di ostracismi e censure, dall’alto, da parte dei sovranisti. Ma noi abbiamo appena visto che lo stesso presidente della Repubblica ha difeso, dall’alto, gli anglicismi. Cosa dire di questa originale interpretazione antisovranista che accomuna chi prova rispetto per la nostra lingua materna con Salvini e persino con Trump - e perché no con Bolsonaro? Gli italiani sono portati a fare politica su tutto e amano appiccicare un’etichetta politica disonorevole sui loro avversari. Noi invece sappiamo che non vi è una contrapposizione ideologica intorno a questo servilismo linguistico, tipico del popolo del "Franza e Spagna purché se magna". Sarebbe un errore credere che siano di sinistra quelli che sono favorevoli all’“italianese”, ossia coloro che usano con voluttà le parole di nuovo conio di stampo angloamericano, mentre siano di destra coloro che difendono la lingua madre dagli inquinamenti stranieri. È vero che vi è tendenza a tacciare di populismo, di nazionalismo, di spirito autarchico e reazionario e di pericolose nostalgie del “bagnasciuga”  e del “voi” chi mira a proteggere la lingua nazionale. Mentre si cerca, invece, di far passare per spirito democratico di apertura al diverso, per progressismo e per saggia adattabilità e disponibilità, le motivazioni di coloro che farciscono il loro discorso di termini americani mal pronunciati e usati spesso a sproposito. La tentazione insomma è forte di fare il solito discorso "calcistico", consacrante il "manicheismo" all'italiana da stadio,  che vede due squadre contrapposte di ricchi uomini in mutande che si contendono con i piedi una grossa palla, e dove un gol fatto dagli uni corrisponde a un gol subito dagli altri. Secondo tale logica i sovranisti dovrebbero lanciare  strali alla sinistra che per la sua mancanza di spirito nazionale si rifugia vogliosa nelle nerborute, tatuate braccia dell’“italianese”. E si dovrebbe lodare oppure condannare la destra che sarebbe invece in armi contro l’imbastardimento della lingua nazionale. L’idea che una tale contrapposizione esista è errata. Colui che impone dall’alto o ripete dal basso locuzioni e termini come “Jobs Act”, “Election day”, "Family day", “Welfare”, “Social card”, “Question time”, “Stalking”, “Pressing”, “Gossip”, “In tilt”, “Killer”, “Borderline”, “Flop” e altre amenità del genere, merita una scarica di pernacchie prescindendo dal suo colore politico. Ma è l’intera nomenklatura intellettuale, politica, giornalistica, artistica della penisola a comportarsi da “sciuscià” di fronte ai nostri ex liberatori.
In realtà, governo, opposizione, élites e masse sono per una volta solidali e omogenei senza distinzioni di colore politico, in un Paese attraversante ormai da tempo una fase sgradevolmente cacofonica, dispensatrice di bassi godimenti attraverso pratiche quotidiane di penetrazione linguistica. E come lo “stalking” del “killer” non fa distinzioni politiche quanto alle sue vittime, anche il vecchio “assassino” e “omicida” del codice Rocco ha tirato ormai le cuoia, essendosi tramutato a guisa di zombie in un moderno “killer”, e ciò tanto per i giornalisti di destra che di sinistra.
Cerchiamo di terminare, nonostante tutto,  su una nota positiva: finalmente unità e concordia tra gli italiani. Il “tilt” e il “flop” in materia linguistica (gli italiani hanno mollato il “fiasco” per abbracciare il “flop”), in un’Italia da sempre divisa su tutto, rendono finalmente “bipartisan” i suoi abitanti nel loro gusto per le magiche parole americane. Peccato solo che questo patetico "abracadabra", fatto di sbracamenti linguistici, invece di aprire chiuda a doppia mandata la caverna già così povera dei tesori della dignità nazionale. Impoverendo oltretutto anche il vocabolario di una lingua molto musicale ma che non è poi così ricca – duole dirlo –  come l’inglese, il tedesco, e lo stesso francese. E che rischia di esserlo sempre di meno...

martedì 30 giugno 2020

Gli elettrauto o gli elettrauti?

Tutti i vocabolari consultati (De Mauro, Olivetti, De Agostini, Devoto-Oli, Garzanti, Treccani, Gabrielli, Sabatini Coletti, Zingarelli) non lemmatizzano il plurale di elettrauto (che designa sia l'officina sia il personale addetto). La cosa ci stupisce, e non poco. Per quale oscuro motivo il termine in questione è invariabile? Non ci sono piú officine e piú personale all'interno delle stesse? Pluralizziamolo, dunque, senza alcun timore di essere tacciati di ignoranza anche perché il plurale esiste, sia pure di uso raro, come si apprende dal DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia e come si legge in numerose pubblicazioni.


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Ponderoso e ponderato

Si presti attenzione ai due termini su esposti, non sono sinonimi come taluni credono. Hanno significati totalmente diversi. Il primo vale "pesante" ed è tratto dal latino "pondus, eris" (peso); in senso figurato sta per "gravoso", "che richiede impegno": è un compito ponderoso. Il secondo, dal verbo ponderare, significa "riflessivo", "assennato", "equilibrato", "prudente" e simili: è stata presa una decisione ponderata.

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La lingua "biforcuta" della stampa
Il limbo degli omosessuali palestinesi: cacciati da casa e accolti da Israele
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Correttamente: di casa. Treccani: [...]b. Più spesso, mandar via o fuori, scacciare: lo cacciarono a calci; fu cacciato di casa; caccia via quell’animale. [...]. Devoto-Oli: [...] Mandar via, scacciare: il padre lo cacciò di casa; [...].

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Adotta un'alveare: salverai le api e gusterai il loro miele direttamente a casa
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Non ci sono parole: un'alveare!! (con tanto di apostrofo). E non si dica che è un refuso, ma analfabetismo crasso dei "massinformisti" (operatori dell'informazione).



lunedì 29 giugno 2020

Gravare: quale ausiliare?

Il verbo gravare, della I coniugazione, può essere tanto transitivo quanto intransitivo e nei tempi composti prende l'ausiliare avere quando è adoperato transitivamente. I "dolori" cominciano quando il verbo è usato intransitivamente perché non tutti i vocabolari concordano sull'ausiliare da adoperare nei tempi composti. Per il De Mauro, il Garzanti, il Sabatini Coletti e il De Agostini si possono usare, indifferentemente, entrambi gli ausiliari; il Devoto-Oli, il Palazzi e il Treccani indicano esclusivamente l'ausiliare avere; per il Gabrielli e lo Zingarelli, infine, l'ausiliare da adoperare è essere
    Un bel "problema", insomma, perché i vocabolari non lo risolvono, anzi confondono le idee. Non c'è una regola da seguire per quanto attiene all'ausiliare da adoperare con i verbi intransitivi anche se, in linea generale, l'ausiliare di "riferimento" è essere: sono partito; eravamo usciti. Come regolarsi, dunque? Consigliamo di seguire i suggerimenti del linguista Alfonso Leone, riportati nel sito dell'Accademia della Crusca.

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Siamo rimasti basiti (parola tanto di moda quanto… brutta) nell'apprendere che l'insegnante di lettere del figlio di un nostro carissimo amico ha corretto la terza persona singolare del presente indicativo del verbo perseguire, "perseguisce", in  'persegue' in un componimento del ragazzo. Povera lingua nostra! Ti hanno talmente imbastardito che anche alcuni (per non dire molti) "addetti ai lavori" non ci capiscono piú  nulla. È mai possibile che questo docente non sa/sappia che il verbo "perseguire" si può coniugare anche nella forma incoativa in alcuni tempi? È corretto dire, quindi, tanto "io perseguo" quanto io "perseguisco". 
   Questo verbo, inoltre, ha due significati che non  sarebbe azzardato definire "antitetici": 'dare la caccia', quindi perseguitare e 'mirare a', 'attendere a', quindi raggiungere uno scopo.


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La lingua "biforcuta" della stampa
L'Opera al Circo Massimo
21 serate e un galà
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Correttamente: gala (senza accento sulla seconda "a"). Si veda anche qui.

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Maxi rissa con un accoltellato sul lungomare di Loano, nei guai cinque astigiani
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Correttamente: maxirissa. I prefissi si scrivono attaccati alla parola che segue. Si veda qui.