Come due figure sorelle si sfiorano, si confondono e si distinguono grazie a una semplice regola empirica
La parentela tra metonimia e sineddoche, due figure retoriche del nostro lessico, è così stretta che, per secoli, i retori le hanno considerate quasi “gemelle”. Non a caso entrambe nascono da un stesso gesto mentale: spostare il significato da un punto all’altro, fare scivolare una parola verso un’altra cosa che le è vicina. Ma la vicinanza non è identica: nel caso della metonimia è contiguità, nel caso della sineddoche è inclusione. Distinguere le due figure significa, dunque, osservare con precisione il tipo di rapporto che lega i due termini coinvolti, e per farlo basta una regola empirica sorprendentemente efficace: se i due termini possono essere ricondotti a un rapporto parte/tutto, siamo nella sineddoche; se invece il legame è di vicinanza, associazione o contatto, siamo nella metonimia.
Il nome metonimia viene dal greco metōnymía, composto da metá “oltre, al di là” e ónoma “nome”: letteralmente “cambio di nome”. È la figura che sostituisce un termine con un altro che gli sta accanto nella realtà, nel tempo, nello spazio, nella causa, nell’effetto, nello strumento. Non c’è un rapporto gerarchico, ma un contatto. Quando diciamo, per esempio, “leggere Dante”, non stiamo leggendo la persona, ma le sue opere: autore per opera. Quando diciamo “bere un bicchiere”, non ingeriamo il contenitore, ma il contenuto: contenitore per contenuto. Quando diciamo “la sala applaudì”, non applaudono i muri, ma le persone: luogo per persone. La metonimia è una scorciatoia cognitiva: ci permette di richiamare un intero scenario attraverso un dettaglio che gli è contiguo, e la sua natura qualitativa - sostituire una cosa con un’altra a questa associata - è ciò che la distingue.
La sineddoche, anch’essa di derivazione greca, syn-ek-déchomai, “accogliere insieme”, indica invece la sostituzione tra un termine e un altro che sta con lui in un rapporto di quantità o estensione: la parte per il tutto, il tutto per la parte, il singolare per il plurale, il genere per la specie, la specie per il genere. Quando diciamo “non c’era anima viva”, usiamo la parte (anima) per il tutto (persona). Quando diciamo “l’italiano è creativo”, adoperiamo il singolare per il plurale: un individuo per una collettività. Quando diciamo “i mortali”, usiamo il genere per la specie: tutti gli esseri viventi per gli esseri umani. La sineddoche, dunque, non si basa sulla contiguità, ma sull’inclusione: uno dei due termini è contenuto nell’altro, e la sua natura quantitativa - cambiare quanto, non che cosa - è il suo tratto distintivo.
La confusione nasce perché, nella pratica, molte espressioni possono essere lette in entrambi i modi. “Ho comprato una Ford” è metonimia (marca per oggetto), ma può sembrare sineddoche (categoria per esemplare). “Ci sono quattro bocche da sfamare” è sineddoche (parte per il tutto), ma la parte è così tipica da funzionare quasi come metonimia. È qui che la regola empirica torna utile: se i due termini appartengono alla stessa categoria logica - parte e tutto, singolare e plurale, genere e specie - siamo nella sineddoche; se appartengono a categorie diverse - autore e opera, luogo e persone, contenitore e contenuto - siamo nella metonimia. Una seconda prova, altrettanto rapida, conferma: la sineddoche è quantitativa, la metonimia qualitativa.
In fondo, entrambe le figure raccontano un tratto profondo del pensiero umano: la tendenza a vedere il mondo per relazioni, a spostare il significato lungo linee di vicinanza o di appartenenza. La metonimia ci fa muovere lateralmente, la sineddoche verticalmente. E la lingua, che è un organismo vivo, sfrutta entrambe per rendere più rapida, più densa e più evocativa la comunicazione.
Una piccola curiosità merita un po’ di spazio: Quintiliano, nell’Institutio oratoria, racconta che già i retori latini confondevano metonimia e sineddoche, tanto che alcuni le chiamavano entrambe translatio, cioè “trasferimento”. La distinzione moderna nasce solo con la linguistica strutturale del Novecento, quando si cominciò a osservare il tipo di legame semantico - contiguità o inclusione - come criterio di separazione.
Da allora, la coppia è rimasta inseparabile: due sorelle del linguaggio che si somigliano abbastanza da camminare fianco a fianco, ma diverse quanto basta per non confondersi mai del tutto. La metonimia guarda ciò che è accanto, la sineddoche ciò che è dentro; la prima tocca, la seconda abbraccia; la prima accosta, la seconda include. La metonimia sposta, la sineddoche restringe. La metonimia accosta, la sineddoche abbraccia. La metonimia suggerisce, la sineddoche contiene. Due vie per dire il mondo, e per ricordarci che ogni parola è un piccolo spostamento di senso.
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L’alibi…
L’alibi è una delle parole più curiose della nostra amata lingua italiana: tutti la usano per indicare una giustificazione, una scusa, una prova di innocenza. Eppure, etimologicamente, significa tutt’altro. In latino alibi voleva dire semplicemente “altrove”, senza alcuna sfumatura giudiziaria. Era un avverbio di luogo, neutro, quasi topografico: indicava che qualcosa o qualcuno non era “qui”, ma “lì”.
Il ribaltamento di senso avviene molto più tardi, nell’Ottocento, quando il linguaggio giuridico anglosassone comincia a usare alibi per indicare la prova di essere altrove al momento di un fatto criminoso. Da semplice indicazione spaziale diventa così un concetto psicologico, poi morale, poi sociale: la giustificazione, la scusa, il pretesto.
È uno dei casi più affascinanti di slittamento semantico totale: una parola nata per dire “di là” finisce con il significare “non è colpa mia”. Una metamorfosi silenziosa che mostra come le parole, nel loro viaggio, possano cambiare direzione senza cambiare forma.
