Il sostantivo torta sembra innocuo e univoco: richiama subito un dolce, una crostata, una ciambella da gustare in compagnia. Eppure, a seconda dell'accento con cui si pronuncia, può assumere un significato completamente diverso.
Se diciamo tórta (con l'accento acuto sulla 'o'), indichiamo il ben noto dolce. È il significato oggi universalmente diffuso e l'unico che la maggior parte dei parlanti conosce.
Esiste però anche tòrta (con la 'o' aperta), voce assai meno comune e ormai quasi scomparsa dall'uso corrente, che significa «storta», «deviata dalla linea retta», «contorta». Si tratta di un antico aggettivo femminile derivato dal latino torta, participio passato di torquēre («torcere»), la stessa radice da cui provengono parole come torcere, torto, torsione e attorcigliare.
Non è un caso che proprio da questa idea di qualcosa di «girato» o «attorcigliato» sia nato anche il nome della torta che mangiamo: originariamente il termine designava una focaccia o una schiacciata dalla forma rotonda e lavorata, cioè «ritorta», «piegata», «modellata».
Ci troviamo dunque davanti a due parole formalmente identiche ma differenziate dall'accento sulla o: con la o chiusa, il dolce; con la o aperta, ciò che è storto o tortuoso. La prima è vivissima; la seconda sopravvive soprattutto nei dizionari e negli studi etimologici.
Una piccola differenza fonetica, insomma, che ci ricorda una grande verità linguistica: talvolta basta aprire o chiudere una vocale perché una torta finisca sulla tavola... o esca dalla linea retta. Nella lingua gli accenti sono come il timone di una nave: piccoli segni che cambiano la direzione del significato.
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“Sorreggevole”: nascita e legittimazione di un aggettivo necessario
Una nuova forma per nominare ciò che possiamo sostenere: tra etimologia, uso e potenzialità semantiche
Ogni lingua, nel suo sviluppo naturale, genera forme nuove quando avverte la necessità di colmare una sfumatura semantica non ancora nominata. È un processo discreto, spesso silenzioso, che si manifesta attraverso parole che sembrano emergere spontaneamente, come se fossero già presenti in potenza nella struttura del lessico. Tra queste formazioni si collocano gli aggettivi derivati con il suffisso ‑evole, esito romanzo del latino ‑ibilis, capaci di esprimere possibilità, idoneità o predisposizione. È in questo quadro che chi scrive propone il neologismo lessicale sorreggevole, costruito sulla base verbale sorreggere e perfettamente compatibile con i modelli derivativi dell’italiano.
La base sorreggere, continuazione del latino sub‑regĕre nel senso di ‘tenere diritto, sostenere, impedire la caduta’, offre un fondamento semantico stabile e trasparente. L’innesto del suffisso ‑evole consente la formazione di un aggettivo che indica ciò che può essere sostenuto, ciò che non eccede la capacità di chi sostiene, ciò che si presta al sostegno senza opporre resistenza. Sorreggevole assume quindi il significato di ‘idoneo, atto a essere sorretto’, con un valore potenziale ma concreto.
Il suffisso ‑evole ha prodotto, nella storia del lessico italiano, una serie di aggettivi che condividono la medesima struttura semantica e derivativa. Tra gli esempi più rappresentativi si possono citare maneggevole, deplorevole, lodevole, spregevole, commendevole, durevole, ammirevole. Si tratta di formazioni che, pur con esiti fonetici variabili, derivano tutte dall’adattamento romanzo del latino ‑ibilis, distinto ma parallelo rispetto alla serie moderna in ‑ibile. Sorreggevole, dunque, si colloca in una tradizione morfologica antica, pur presentandosi come una creazione recente.
L’aggettivo può trovare applicazione in ambito fisico quando descrive oggetti, pesi o strutture che non superano la soglia di sostenibilità materiale: si potrà dire, e. g., che il carico risultava finalmente sorreggevole e poteva essere movimentato senza affanno, oppure che la trave, pur datata, si dimostrò ancora sorreggevole e non presentò cedimenti. In tali contesti il termine definisce una condizione di equilibrio tra gravità e capacità di sostegno.
In ambito morale, sorreggevole acquista un valore più astratto, riferito alla sfera emotiva o psicologica. Una notizia difficile può essere sorreggevole quando non travolge; un dolore può essere sorreggevole quando non annienta; un compito può essere sorreggevole quando resta entro i limiti della forza individuale. Si potrà dire, e. g., che la notizia era severa, ma in qualche misura sorreggevole, oppure che il compito, pur complesso, rimaneva sorreggevole con un’adeguata organizzazione, o ancora che quel ricordo gli procurava sofferenza, ma era una sofferenza sorreggevole, non distruttiva. L’attributo individua così una zona intermedia tra il peso eccessivo e la leggerezza, tra ciò che grava e ciò che resta affrontabile.
Sorreggevole si presenta, in conclusione, come una neoformazione ben coniata, semanticamente precisa e morfologicamente coerente. La sua trasparenza, unita alla continuità con i modelli derivativi dell’italiano, ne fa una parola potenzialmente destinata a stabilizzarsi nell’uso colto, offrendo un termine esatto per designare ciò che può essere sostenuto, sia nella dimensione concreta sia in quella interiore.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Scoperto in Turchia il relitto più antico del mondo: a bordo anfore risalenti anche a 4.700 anni fa
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Sì, ci ripetiamo. Vorremmo conoscere l’età del mondo.
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