Arrapare: il fremito innocente che la lingua ha travestito da malizia
“Arrapare” è uno di quei termini che sembrano nascere già con un’ombra addosso: un suono che graffia, un’aria di malizia spontanea, una fama che precede il significato. È il classico vocabolo che il parlante comune liquida come “volgare” senza chiedersi se davvero lo sia. E invece - come spesso accade ai fossili idiomatici travestiti da turpiloquio - se si guarda con un po’ di attenzione e pazienza si scopre che la sua storia è meno torbida di quanto sembri e che la volgarità è più acustica che semantica.
Il significato corrente è noto: eccitare sessualmente, accendersi, il risvegliarsi dei sensi. È un verbo che non descrive atti, non nomina organi, non esplicita nulla: registra un moto interiore, un fremito, un ribollire. La sua “pesantezza” è tutta nella percezione, non nella struttura. È come una foglia che cade nel punto sbagliato: la si scambia per qualcosa di più grave, ma è solo un tremito.
Il Treccani, con la consueta sobrietà, lo definisce voce meridionale derivata da rapa, in senso maliziosamente allusivo. Si tratta di un’etimologia popolare, non di un latino diretto: la parola nasce nel parlato, non nei codici scritti. Accanto a questa spiegazione ufficiale, però, si può affiancare una ricostruzione più antica, filologicamente plausibile, che guarda al latino rapĕre, “strappare, trascinare, smuovere”. Non è un etimo certo, ma è un’ipotesi: rapĕre ha generato una famiglia di verbi che indicano proprio il “trascinare”, il “muovere con forza”, lo “scuotere”. È un valore semantico che si adatta bene al nucleo originario di arrapare: un risveglio, un’accensione, un turbamento improvviso.
In molte aree meridionali, infatti, fino a tempi recenti arrapato non aveva necessariamente un valore erotico: poteva indicare un animale vivace, un bambino agitato, una persona “sulle spine”. Il senso era quello dell’irrequietezza, del fermento, del ribollire. Solo più tardi, per slittamento semantico, quel fermento è stato interpretato come risveglio dei sensi. È un caso tipico di come la lingua sposti il baricentro di una parola senza chiedere permesso, portandola da un generico “agitare” a un più specifico “eccitare”.
C’è poi un dettaglio fonico che contribuisce alla sua fama: quella doppia r, quel suono che sembra mordere, quella chiusura brusca rendono la parola più “scabrosa” di quanto sia davvero. Alcuni termini vengono percepiti come più pesanti per pura impressione acustica; arrapare è uno di questi. Il suono costruisce il costume, il costume costruisce la reputazione.
Per concludere queste noterelle, arrapare è un verbo che vive di un equivoco: sembra dire più di quanto dica, sembra mostrare più di quanto mostri. Il Treccani – dicevamo - registra la sua origine popolare da rapa, ma la lingua, nel suo cammino, ha conservato un eco più antico, quello del latino rapĕre, che non ha nulla di osceno. È un lessema che la percezione ha colorato di malizia, ma che, se lo si guarda con la “lente linguistica” giusta, rimane sorprendentemente innocente: un fremito, un risveglio, un accendersi. Nulla di più, nulla di meno. La volgarità, spesso, non sta nelle parole, ma nelle intenzioni di chi le pronuncia.
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Settembre: il mese che pareggia i conti
“Settembre è il mese che pareggia i conti” è un fossile idiomatico che arriva dalle campagne mezzadrili dell’Italia centrale, dove l’anno non si misurava in trimestri ma in raccolti, e il calendario non era un oggetto appeso alla parete: era la terra stessa. Settembre, più di ogni altro mese, era il momento della verità. Non aveva la teatralità della vendemmia né il clamore delle fiere autunnali; aveva invece una calma severa, quella dei bilanci che non si possono truccare. Ciò che si era seminato, curato, trascurato o rimandato tornava indietro in forma di resa, e quel pareggia i conti non era un rimprovero ma un sorriso fatalista: la terra non mente, e a settembre presenta il suo resoconto.
La bellezza di questo idiomatismo è che, pur nascendo tra filari e trebbiatrici, parla di noi molto più che dei campi. Settembre è il mese che chiude le illusioni estive, rimette in asse le giornate, riapre le agende che luglio aveva lasciato socchiuse. È un mese che non giudica, ma registra. Non chiede scuse, non pretende propositi: semplicemente mostra ciò che è rimasto in sospeso, ciò che si è fatto, ciò che si è lasciato indietro. È un contabile gentile, che non alza la voce e non batte il pugno sul tavolo; si limita a sommare, sottrarre, ricomporre, ricordare...
E così quel vecchio detto contadino diventa un piccolo specchio morale: non ammonisce, non punisce, non pretende virtù. Invita solo a guardare con calma ciò che si è accumulato nei mesi precedenti, a riconoscere che ogni estate porta con sé un po’ di disordine e che settembre, con la sua aria più sottile, è il mese che rimette tutto al proprio posto. È un modo di dire che non ha fretta, che non corre, che non spinge: accompagna. E forse è proprio per questo che, ogni anno, quando arriva il primo fresco, sembra risvegliarsi da solo, come un vecchio proverbio che sa quando è il momento di tornare a parlare.
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