Ci sono parole che sembrano parenti strette e che invece, a un esame più attento, si rivelano semplicemente buone vicine di casa. Allocare e alloggiare appartengono a questa categoria. Oggi si sfiorano nel significato perché entrambe richiamano l'idea di una destinazione, di una collocazione, di un posto assegnato a qualcuno o a qualcosa; tuttavia la loro storia non coincide e i loro usi moderni sono nettamente distinti. Proprio per questo il confronto si rivela interessante.
Cominciamo da allocare. Il verbo deriva dal latino tardo allocare, formato su locus («luogo») attraverso locare. In origine significava sostanzialmente «collocare», «mettere in un luogo», «sistemare». Per secoli rimase un termine di uso relativamente limitato e spesso si presentò come variante di allogare, oggi quasi scomparso dall'uso comune. Col tempo, però, il verbo ha imboccato una strada particolare, specializzandosi soprattutto nei linguaggi dell'economia, dell'amministrazione e, più recentemente, dell'informatica.
Quando oggi si parla di allocare risorse, allocare fondi, allocare personale o allocare memoria, non si pensa più a un collocamento materiale. Il concetto spaziale originario è diventato astratto. Una somma di denaro non viene spostata fisicamente in un luogo; viene destinata a uno scopo. Un tecnico informatico non deposita davvero la memoria in un contenitore; assegna una porzione delle risorse disponibili a una determinata funzione. In tutti questi casi sopravvive l'idea fondamentale del verbo: trovare una sede appropriata, una destinazione precisa.
Molti credono che allocare sia un anglicismo introdotto di recente. L'equivoco nasce dal fatto che l'inglese to allocate è molto diffuso nelle comunicazioni economiche e tecnologiche internazionali. In realtà la voce italiana è ben più antica dell'influenza contemporanea dell'inglese. Semmai è stato l'inglese a favorirne la fortuna moderna e a consolidarne il significato tecnico. Il verbo esisteva già; è il suo uso a essersi ampliato.
Diversa è la vicenda di alloggiare. Qui entriamo nella famiglia di alloggio, parola che si è sviluppata nell'area romanza sotto l'influsso del francese loge e loger, termini collegati all'idea di riparo, dimora e ospitalità. Da questa tradizione proviene il nostro verbo alloggiare, che ha mantenuto un rapporto molto concreto con lo spazio fisico.Chi alloggia occupa una camera d'albergo, una pensione, una casa privata, un convitto, una caserma. Si alloggia durante una vacanza, un viaggio di lavoro, un pellegrinaggio o un soggiorno di studio. In senso transitivo si può anche alloggiare qualcuno, cioè ospitarlo, fornirgli un alloggio, sistemarlo in un luogo destinato ad accoglierlo.
È proprio qui che si evidenzia la differenza fondamentale. Allocare riguarda soprattutto risorse, mezzi, beni, energie e funzioni; alloggiare riguarda soprattutto persone. Un'amministrazione comunale può allocare fondi per costruire una residenza universitaria; saranno poi gli studenti ad alloggiare nella residenza. La somiglianza dei due lessemi non deve, dunque, indurre a confonderne gli usi.
La storia dell'italiano offre anche qualche curiosità. Per secoli alloggiare fu una “presenza” abituale nel linguaggio militare. Gli eserciti non combattevano soltanto: dovevano anche essere ospitati. Capitava così che città, borghi e persino abitazioni private fossero destinati a dare alloggio ai soldati di passaggio. Nei documenti antichi ricorrono continuamente espressioni come alloggiare le truppe o alloggiare l'esercito. Non sempre era un onore gradito. Per molte comunità l'arrivo dei militari significava infatti spese, disagi e requisizioni.
Allocare, invece, ha conosciuto una seconda giovinezza grazie all'economia e alla tecnologia. Oggi è quasi impossibile leggere un bilancio, un piano di investimenti o un manuale informatico senza imbattersi nel verbo. Si potrebbe dire che ha trovato una nuova casa professionale proprio nei linguaggi specialistici. Persino nel mondo dei computieri (sic!) continua a conservare il suo antico legame con il concetto di luogo: quando il sistema alloca memoria, assegna a un'informazione uno spazio preciso in cui risiedere.
Quanto alla storia parallela, questa suggerisce anche una piccola lezione di stile. Talvolta allocare viene adoperato per dare un'apparenza tecnica a discorsi che non ne hanno alcun bisogno. Si leggono così frasi come allocare le sedie nella sala o allocare i libri sugli scaffali. In questi casi il verbo è totalmente fuori posto. Una sedia si sistema, si dispone; un libro si mette o si ripone. Le risorse finanziarie, invece, si allocano. La buona scrittura non consiste nello scegliere la parola più sofisticata, ma nel mettere ogni parola al posto giusto.
E forse è proprio qui che allocare e alloggiare, pur seguendo strade diverse, finiscono con l’incontrarsi. Entrambi parlano infatti di una destinazione appropriata. L'uno assegna risorse, l'altro accoglie persone; l'uno opera soprattutto nel mondo delle idee e delle organizzazioni, l'altro in quello delle abitazioni e dei soggiorni. Ma entrambi, a modo loro, ricordano che l'ordine nasce quando ogni cosa trova il luogo che le compete. In fondo, anche le parole funzionano così: stanno bene soltanto quando sono ben collocate. Alcune si allocano, altre si alloggiano; tutte, però, chiedono di essere messe al posto giusto.
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