Una
distinzione minima solo in apparenza: le due preposizioni non si
scambiano, ma orientano il pensiero. Di lega all’azione, A
conduce al bene. È la grammatica che disegna la mappa dei nostri
poteri
Nella
lingua italiana, la scelta tra la preposizione a e la
preposizione di dopo il sostantivo diritto è uno
di quei punti in cui la grammatica rivela la propria natura
concettuale. Due particelle minime, spesso usate come sinonimi nel
parlato, orientano invece il pensiero in direzioni diverse,
distinguendo tra l’esercizio di una facoltà e il godimento di un
bene, tra ciò che il soggetto compie e ciò a cui accede. Non si
tratta di un dettaglio ornamentale, ma di una struttura logica che la
lingua custodisce con coerenza sorprendente.
La costruzione diritto di introduce per lo più un verbo
all’infinito o un sostantivo che designa un’azione. Il di
stabilisce un rapporto diretto tra il titolare del diritto e l’atto
che egli è autorizzato a compiere: diritto di voto, diritto
di cronaca, diritto di recesso, diritto di parlare,
diritto di manifestare il proprio pensiero. In tutti questi
casi, il diritto coincide con l’azione stessa, che viene definita e
resa legittima. È una relazione di natura quasi meccanica: il
diritto è l’atto, e l’atto è il diritto.
Diversa è la logica della costruzione diritto a, dove la
preposizione non introduce un’azione, ma un bene, un servizio, una
condizione garantita. La
preposizione a
indica una direzione, un approdo, un ambito cui il soggetto ha titolo
ad accedere:
diritto allo studio, diritto alla salute,
diritto alla vita, diritto a un equo processo. Qui
il diritto non è ciò che si fa, ma ciò che si riceve o si può
pretendere. La preposizione orienta il discorso verso un oggetto, non
verso un gesto.
Le due strutture non sono tuttavia rigidamente separate. Esistono
zone di oscillazione in cui entrambe le preposizioni risultano
possibili, ma non equivalenti. Diritto di replica mette in
primo piano l’atto del replicare; diritto alla replica
considera invece la replica come un bene spettante. Lo stesso vale
per diritto di difesa, che allude alla facoltà di
difendersi, e diritto alla difesa, che rimanda all’istituto
giuridico che garantisce tale possibilità. In questi casi, la scelta
della preposizione orienta la lettura: l’una illumina l’azione,
l’altra l’oggetto.
Questa distinzione, oggi percepita come naturale, è il risultato
di un’evoluzione non priva di incertezze. La stampa italiana
dell’Ottocento oscillava con disinvoltura: si trovano diritto
alla parola dove oggi prevale diritto di parola, e
diritto di salute dove oggi diremmo diritto alla salute.
Solo nel Novecento, con la progressiva sistematizzazione del
linguaggio giuridico, la ripartizione moderna si consolida. A
complicare il quadro contribuì anche l’influenza francese: il
francese tende a usare quasi sempre droit de, e questa
abitudine filtrò a lungo nella burocrazia italiana, generando forme
che oggi percepiamo come spurie.
La stessa Costituzione italiana offre un repertorio eloquente di
questa dialettica: diritto di associarsi liberamente convive
con diritto all’istruzione; diritto di difesa con
diritto alla difesa. Nei resoconti della Commissione dei 75
compaiono interventi che invitano esplicitamente a evitare “ambiguità
tra libertà esercitabili e diritti esigibili”, segno che la
questione non era affatto marginale. È raro che una discussione
politica tocchi il livello delle preposizioni, ma qui la grammatica
coincideva con la struttura stessa delle garanzie costituzionali.
Anche la storia del pensiero giuridico europeo offre episodi
illuminanti. Nel Seicento e nel Settecento si parlava di diritto
di resistenza contro il tiranno: il di era essenziale,
perché non si trattava del diritto a ottenere la resistenza come
bene, ma della facoltà di compiere un’azione estrema. Alcuni
giuristi notarono che un semplice cambio di preposizione avrebbe
trasformato un potere attivo in un privilegio astratto, alterando la
natura stessa del concetto.
Un caso curioso, oggi molto citato, è quello del diritto alla
felicità. L’espressione, derivata culturalmente dalla formula
statunitense pursuit of happiness, non potrebbe mai
diventare diritto di felicità: la felicità non è
un’azione, ma un bene astratto, e la lingua italiana, con la sua
sobria precisione, non ammette ambiguità. È un esempio perfetto di
come la preposizione a non sia una scelta stilistica, ma una
necessità concettuale.
Per concludere, la distinzione tra diritto di e diritto
a non è un dettaglio grammaticale, ma una lente attraverso cui
osservare il modo in cui la lingua organizza il rapporto tra
individuo, azione e bene. La preposizione, in apparenza minima,
diventa un dispositivo di pensiero: orienta, distingue, chiarisce. E
ricorda che, in italiano, la precisione non è mai un vezzo, ma una
forma di responsabilità intellettuale.
***
"Sabatiale"? Perché no!?
Il
lessico italiano, se non cadiamo in errore, non prevede
l’aggettivazione dei giorni della settimana. L’unico giorno
aggettivato è domenicale, vale a dire “relativo alla
domenica”, e non è un caso: la domenica, nella nostra tradizione,
è un’istituzione sociale (e religiosa) prima ancora che un
semplice giorno. Ma perché limitarci a questa eccezione? Perché non
estendere il meccanismo e aggettivare tutti i giorni con l’aggiunta
del suffisso ‑iale, perfettamente italiano, produttivo
e trasparente? Ne deriverebbero forme limpide, coerenti,
immediatamente comprensibili: lunediàle, martediàle,
mercoledìale, giovediàle, venerdiàle, sabatiale. Una serie
completa, ordinata, elegante.
La cosa interessante è che la lingua non rifiuterebbe affatto
questa costruzione: anzi, la accoglierebbe senza sforzo. Il suffisso
‑iale è lo stesso che ha generato domenicale,
e funziona benissimo anche con basi non latine o non perfettamente
regolari. La verità è che l’italiano non ha creato questi
aggettivi non perché fossero impossibili, ma perché non ne ha mai
avuto bisogno: per indicare ciò che è relativo a un giorno,
preferisce la perifrasi “del lunedì”, “del martedì”, “del
giovedì”, e così via. Una soluzione “economica”, certo, ma
non per questo obbligatoria. Se la lingua non li ha formati, non
significa che non possa farlo ora.
E allora perché non farlo noi? Perché non restituire ai giorni
quella possibilità morfologica che la storia ha lasciato cadere? In
fondo, i giorni della settimana nascono già come aggettivi: dies
Lunae, dies Martis, dies Iovis. Sono nomi che
portano dentro di sé un’origine aggettivale. Ripristinare la serie
con ‑iale significa semplicemente riattivare un
meccanismo naturale, quasi ovvio, che la lingua ha lasciato dormire.
E così lunediàle diventa “relativo al lunedì”,
martediàle “relativo al martedì”, giovediàle
“relativo al giovedì”, e via dicendo. Fra tutti, sabatiale
spicca per armonia fonica: rotondo, pieno, quasi già esistente. Una
serie che non solo funziona, ma che manifesta una sua bellezza
interna, una sua geometria.
Se la lingua di Dante non li ha creati possiamo farlo noi, appunto. E se li
proponiamo con coerenza e chiarezza diventano
neoformazioni legittime, pronte a entrare nel nostro repertorio
didattico e, perché no, nell’uso comune e attestate nei
vocabolari.