sabato 11 aprile 2026

Ontogenesi e filogenesi del linguaggio: due assi per capire come parliamo

 Dallo sviluppo del bambino all’evoluzione della specie: perché questi due concetti guidano la linguistica moderna












L’analisi scientifica del linguaggio si muove su due assi concettuali che la linguistica ha mutuato con precisione dalla biologia dello sviluppo: ontogenesi e filogenesi. La trasposizione non è ornamentale: permette di distinguere con nettezza ciò che riguarda la costruzione del linguaggio nel singolo individuo da ciò che riguarda la sua comparsa nella specie umana. I due lessemi, entrambi di origine greca, hanno una struttura etimologica trasparente: ón, ontós (“ente, essere”) + génesis (“nascita”) per ontogenesi; phylon (“stirpe, specie”) + génesis per filogenesi. Questa chiarezza morfologica si riflette perfettamente in quella concettuale.

In linguistica, l’ontogenesi indica l’intero processo di acquisizione del linguaggio da parte dell’individuo. È un percorso che comprende la maturazione percettiva, la comparsa dei primi schemi fonetici, la costruzione del lessico iniziale, l’emergere della morfologia e della sintassi, fino alla piena competenza pragmatica. Dire, per esempio, che “la subordinazione ha un’ontogenesi tardiva” significa chiarire che il bambino impara a gestire strutture gerarchiche complesse solo dopo aver consolidato le frasi semplici. Oppure: “la deissi spaziale mostra un’ontogenesi graduale”, per indicare che termini come qui, , sopra, dietro ecc. richiedono una progressiva integrazione tra linguaggio e rappresentazione corporea dello spazio.

La filogenesi, invece, riguarda la storia evolutiva della facoltà linguistica nella specie umana. È il dominio in cui si studiano le pressioni selettive che hanno favorito l’emergere del linguaggio articolato, il ruolo delle capacità cognitive preesistenti (memoria di lavoro, categorizzazione, imitazione), la possibile transizione da sistemi comunicativi gestuali a sistemi vocali, la comparsa della sintassi come meccanismo combinatorio ricorsivo. Dire che “la sintassi ha una filogenesi stratificata” significa riconoscere che la capacità di combinare elementi in strutture gerarchiche non è un tratto improvviso, ma il risultato di una lunga coevoluzione tra cervello, socialità e comunicazione.

L’uso parallelo dei due concetti permette di evitare un errore storico: l’idea ottocentesca che l’ontogenesi “ricapitoli” la filogenesi. Oggi sappiamo che lo sviluppo del bambino non ripercorre le tappe evolutive della specie. Tuttavia, i due piani dialogano: alcune costanti dell’ontogenesi (come l’ordine di acquisizione di certe categorie grammaticali) possono suggerire quali strutture cognitive siano state necessarie perché il linguaggio emergesse nella nostra storia evolutiva; e, viceversa, la filogenesi aiuta a interpretare perché certe tappe dello sviluppo infantile siano universali e altre modellate dalla cultura.

Una curiosità: i due termini sono presenti già nella linguistica del primo Novecento, ma è solo dagli anni Settanta - con la linguistica acquisizionale, la psicolinguistica sperimentale e le scienze cognitive - che diventano categorie operative. Oggi sono centrali anche nella semiotica evoluzionistica e nella neurolinguistica dello sviluppo, dove permettono di distinguere con rigore ciò che è “sviluppo dell’individuo” da ciò che è “storia della specie”.

Usati correttamente, ontogenesi e filogenesi offrono dunque una doppia lente: una per osservare come nasce il linguaggio in ciascuno di noi, l’altra per comprendere come la nostra specie sia diventata capace di linguaggio. È proprio questa duplice prospettiva a rendere i due sintagmi preziosi nella formazione linguistica avanzata.






venerdì 10 aprile 2026

"Mettere in burletta"

 


Mettere in burletta è uno di quei modi di dire che l’italiano ha lasciato scivolare ai margini del lessico senza un vero motivo. È limpido, elegante, immediatamente comprensibile, ma quasi nessuno lo usa più. Eppure descrive con precisione chirurgica un atteggiamento diffusissimo: il prendere qualcosa o qualcuno con leggerezza, con ironia, con un filo di superiorità, senza arrivare alla cattiveria aperta. È la presa in giro “a bassa intensità”, quella che non ferisce ma sminuisce.

L’espressione nasce tra Sette e Ottocento, quando la burletta era un genere teatrale leggero, parodico, fatto di caricature e situazioni buffe. Non era la burla crudele, ma la piccola scena comica che ridimensiona, che smonta la serietà. Da qui il passaggio naturale al linguaggio comune: mettere in burletta significava trattare un argomento serio come se fosse una scenetta, ridurlo a farsa, alleggerirlo fino a svuotarlo. Nei giornali ottocenteschi ricorre spesso per indicare chi minimizza un problema politico, chi ridicolizza un avversario, chi trasforma un fatto grave in occasione di lazzo. È un’espressione di registro medio, mai popolare, ma molto viva nella prosa dell’epoca.

Il significato resta oggi sorprendentemente attuale. Mettere in burletta è ciò che accade quando qualcuno liquida un’osservazione importante con una battuta, quando un tema serio viene trattato come un gioco, quando un interlocutore evita il confronto rifugiandosi nell’ironia. È il comportamento di chi, per non affrontare la sostanza, preferisce trasformare tutto in scherzo. È anche la dinamica tipica di certi scambi in Rete, dove la leggerezza diventa arma per non prendersi responsabilità.

Gli esempi sono immediati. Un collega che, di fronte a una critica fondata, risponde con un sorriso e un “ma figurati, non è niente”: sta mettendo in burletta. Un politico che minimizza un problema dicendo che “sono solo chiacchiere”: sta mettendo in burletta. Un amico che, invece di ascoltare un disagio, lo trasforma in battuta: mette in burletta. Non è sarcasmo, non è derisione, non è scherno: è un ridimensionamento ironico, un modo di togliere peso alle cose senza assumersi il rischio della serietà.

Proprio per questo l’espressione meriterebbe di tornare in circolazione. È precisa, pulita, priva di aggressività, e permette di nominare un comportamento che oggi vediamo dappertutto (in particolare nelle trasmissioni televisive) ma che non sappiamo come chiamare. In un’epoca in cui tutto rischia di essere banalizzato, mettere in burletta è la formula perfetta per denunciare quella leggerezza che non fa ridere, ma svuota. 

 ***

 Noi sognAmo o noi sognIamo?

 Siamo rimasti basiti – come usa dire – nel constatare che i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono, nel loro volumetto “Ciliegie o ciliege?”, che i verbi in “-gnare” (sognare, impegnare ecc.) possono perdere la “i” della desinenza “-iamo” della prima persona plurale del presente indicativo (noi sogniamo/sognamo) ma la conservano nella medesima persona del presente congiuntivo (che noi sogniamo). La cosa ci sembra fuorviante, la desinenza “-iamo” è la medesima sia per il presente indicativo sia per il presente congiuntivo. Non capiamo, quindi, il motivo per cui il presente del modo indicativo “goda” – secondo gli autori – di questa alternativa. Scriviamo sempre, correttamente, “noi sogniamo”, “che noi sogniamo” (sempre con la “i”, essendo parte della desinenza) Qui.



























(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


giovedì 9 aprile 2026

L’arte segreta del "no" che vuole dire "sì"

 L’accismo: la figura retorica che smaschera i rifiuti di facciata e rivela i desideri che non osiamo dire


L’
accismo è una delle figure retoriche più sottili e meno nominate della comunicazione umana: non modella la frase, modella il comportamento. Non lavora sulla sintassi, ma sulla psicologia. È la retorica del rifiuto che prepara l’accettazione, del “no” che nasce già sapendo di essere un “sì”.

Il termine deriva da Acco, figura della mitologia greca citata da Plutarco. Alcuni studiosi collegano il nome alla radice indoeuropea ak- (“pungente”, “acuto”), la stessa di acumen e acuto: un dettaglio che sembra fatto apposta, perché l’accismo è proprio questo i.e. un gesto affilato, un rifiuto che punge e insieme protegge. In alcune tradizioni minori, Acco è descritta come una donna che non accettava doni per timore di doverli ricambiare con qualcosa di maggiore: una microtraccia che illumina la logica profonda dell’accismo, dove il rifiuto non è negazione, ma gestione del debito simbolico.

Una curiosità storica: nel Rinascimento, alcuni ambasciatori veneziani erano istruiti a praticare il rifiuto rituale dei doni. Non per modestia, ma per segnalare - con eleganza - che il dono era troppo modesto o che il mittente stava tentando di creare un vincolo indebito. Un “no” che significava “so cosa stai facendo” e, spesso, “puoi fare di meglio”.

In pratica, l’accismo si manifesta quando qualcuno declina un’offerta, un onore o un dono non per reale modestia, ma per modestia recitata, per convenzione sociale o per aumentare simbolicamente il valore di ciò che sta per accettare. È un gioco di resistenza, un rituale di desiderio travestito da rifiuto.

Il cuore della figura sta nella frattura tra ciò che si enuncia e ciò che si vuole. È una forma di reticenza comportamentale che attraversa letteratura, cerimoniali e vita quotidiana. L’esempio scolastico è la favola di Esopo: la volpe che non raggiunge l’uva e la dichiara acerba mette in scena un accismo difensivo, screditando l’oggetto del desiderio per proteggere il proprio ego.

La dinamica è attualissima. Nelle interviste televisive, l’ospite che dice “non sono la persona più adatta a parlarne” sta solo lucidando il proprio ruolo prima di parlare per dieci minuti. Alle premiazioni, l’artista che afferma “non me lo aspettavo” ha spesso un discorso pronto in tasca. Nel lavoro, il dirigente che rifiuta “per dovere” un incarico prestigioso segue un rituale che lo legittima. Sulle piattaforme, il “non posto mai queste cose, ma…” è ormai un classico dell’accismo digitale. E nella cortesia quotidiana, il “non dovevi” è un invito mascherato, non un rifiuto.

Nei contesti formali, l’accismo diventa quasi un obbligo di copione: la riluttanza di chi viene eletto a una carica prestigiosa e dichiara di non esserne degno è un gesto rituale, un atto di umiltà programmata. La liturgia cattolica conserva ancora tracce di questa dinamica: il “non sum dignus” è insieme formula teologica e gesto accistico.

Nella vita di tutti i giorni l’accismo è in ogni dove: nel commensale che rifiuta il bis sperando che il piatto torni, nel “non posso accettarlo” che precede immancabilmente l’accettazione, nei personaggi letterari che usano il rifiuto come maschera, come arma, come specchio deformante del proprio desiderio.

Comprendere l’accismo significa imparare a leggere quei “no” che non sono negazioni, ma inviti a insistere. È la grammatica segreta dei desideri che non osiamo dire.

--------

Nota filologica

 La figura retorica dell’accismo non è registrata nei principali vocabolari italiani dell’uso (Treccani, Zingarelli, Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti), né compare nelle grammatiche scolastiche contemporanee. La sua base concettuale è però antica: il termine latino accismus deriva dal greco akkismós, “ritrosia affettata”, attestato nella tradizione retorica classica. La connessione con Acco è documentata in Plutarco (Moralia), dove la figura è associata alla ritrosia ostentata e al rifiuto strategico. La forma italiana accismo è un adattamento morfologico moderno, coerente con la derivazione latina e con l’uso specialistico internazionale. In ambito retorico anglofono, la voce accismus è presente in repertori e manuali specialistici, tra cui “Garner’s Modern English Usage” (Oxford University Press), che definisce accismus come “pretended refusal”, e repertori divulgativi come “ThoughtCo”. L’assenza nei vocabolari italiani non implica assenza nella tradizione: l’accismo è una figura storicamente fondata, lessicalmente legittima e retoricamente riconoscibile, benché rimasta ai margini della codificazione italiana contemporanea.  

***

La lingua “biforcuta” della stampa

Iran: Migliaia di persone scendono in strada per esultare vittoria

*

"L'Iran deve arrestare immediatamente ogni atto e pratica ostile che mini la stabilità regionale e rispetti la sovranità degli Stati …”

*

… ha assassinato uno dei comandanti dell'intelligence, della difesa e della sicurezza del Paese", ha affermato la affermato la Guida Suprema.

L'annuncio è stato dato dal dal corpo delle Guardie della rivoluzione stesso

------------

Commenti?  Superflui.

*

 “… la questione solleva degli interrogativi cui non è facile dare una risposta…”

------------

Quanta forza occorre per “sollevare” gli interrogativi?






























(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)



mercoledì 8 aprile 2026

Quando la parola si ribella: l’arte sottile dell’antanaclasi

 La figura retorica che sembra ripetere, ma in realtà ti smonta: stessa forma, senso capovolto. E la lingua ti avverte che l’eco non basta

 

L’antanaclasi è una di quelle figure che la lingua usa per ricordarci che non è mai innocente. Ci tende tranelli, ci illude con una ripetizione rassicurante e, proprio quando crediamo di aver capito, ci sposta il pavimento sotto i piedi. È la prova che le parole non sono mai “le stesse”, nemmeno quando sembrano identiche: basta un cambio di luce, di contesto, di intenzione, e il significato si ribalta come una moneta lanciata in aria. In questo gioco di specchi - raffinato, preciso, a tratti perfido - la lingua mostra tutta la sua potenza: non ripete, rilancia. Non copia, rifrange. Non ribadisce, reinventa.

L'antanaclasi rappresenta una delle vette più raffinate dell'ingegno linguistico, una figura retorica di parola che trasforma la ripetizione in un sofisticato strumento di precisione concettuale. Non si tratta di una sterile iterazione, bensì di un gioco di prestigio semantico in cui l'identità formale di un termine viene smentita dalla sua mutazione di significato nel volgere di pochi istanti. È il trionfo della polisemia sulla monotonia: l’ascoltatore viene inizialmente cullato dalla familiarità di un suono già udito, per poi essere risvegliato da una deviazione logica improvvisa che costringe a una rilettura immediata dell'intero enunciato.

L'etimologia del termine ci conduce direttamente alla sua natura dinamica. Deriva dal greco antanáklasis, composto da antì (contro), anà (di nuovo) e klásis (ripercussione, riflessione). Letteralmente suggerisce l'idea di un riflesso o di una ripercussione, come un'onda sonora che, rimbalzando su una superficie, torna indietro con una vibrazione mutata. In linguistica, questa “rottura” avviene proprio nel passaggio tra la prima e la seconda occorrenza del vocabolo: la forma resta intatta, ma il contenuto si spezza e si rigenera in una nuova accezione.

Il significato profondo dell'antanaclasi sta dunque nella capacità di sfruttare l'omonimia o la polisemia per creare contrasti, paradossi o sottolineature ironiche. Se la ripetizione semplice (iteratio) mira spesso a rafforzare un’emozione, l'antanaclasi mira a stimolare l’intelletto. Questa richiede che il destinatario non si limiti all'ascolto passivo, ma operi una disamina attiva del contesto per distinguere i due sensi in gioco. È una figura che trova spazio tanto nella letteratura aulica quanto nella comunicazione pubblicitaria e nel motto di spirito, poiché la sua struttura ritmica la rende intrinsecamente memorabile.

Non stupisce che abbia sedotto anche gli scrittori italiani più lucidi. Ennio Flaiano, riflettendo sul mestiere dello scrivere, osservò con la sua consueta ferocia elegante: «Scrivere è facile: basta avere qualcosa da dire e saperlo dire. Il difficile è avere qualcosa da dire due volte». In quella ripetizione, dire cambia pelle: prima è esprimere un contenuto, poi è reinventarlo senza cadere nella copia di sé stessi. Un esempio limpido di come l’italiano sappia trasformare una parola identica in un concetto opposto.

Per comprendere appieno la portata di questo artificio, è utile osservare come si articoli in contesti differenti. Si pensi alla celebre massima di Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». Qui la parola “ragione” compie un salto semantico vertiginoso, passando dal significato di “motivazione intima e profonda” a quello di “facoltà logica e intellettiva». Un altro esempio, più quotidiano e pragmatico, si riscontra nell'espressione: «In quel processo non è stato fatto altro che un processo alle intenzioni». Nel primo caso “processo” indica l'istituto giuridico, nel secondo la critica pregiudiziale. Persino nel gioco verbale più semplice, come dire a qualcuno di «fare il punto della situazione in un punto preciso della stanza», l'antanaclasi dimostra come la lingua italiana possa essere economica e sorprendente allo stesso tempo, utilizzando un unico significante per tracciare rotte concettuali diametralmente opposte.

L’antanaclasi, alla fine, non è un vezzo: è un avvertimento. Ci mostra quanto sia facile scambiare la familiarità per comprensione e quanto sia pericoloso credere che una parola basti a sé stessa solo perché l’abbiamo già sentita. La lingua non perdona la superficialità: chi si accontenta dell’eco resta ingannato dall’ombra del senso. Chi vuole davvero capire, invece, deve pretendere la svolta, non la ripetizione.

 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

L'energia

Eni scopre un mega giacimento al largo dell’Egitto: 56 miliardi di metri cubi di gas

------------

Correttamente: megagiacimento. Non ci stancheremo mai di “ricordare” agli operatori dell’informazione che i confissi (prefissi, infissi, suffissi) si scrivono senza trattino e uniti al termine che segue.  

 

 



martedì 7 aprile 2026

“Grondaiere”, il mestiere che mancava

 La parola nuova che restituisce chiarezza a un lavoro antico 


L
a lingua italiana annovera mestieri antichi e trasparenti, costruiti con una precisione quasi artigianale: il carpentiere lavora il legno strutturale, il droghiere gestisce la drogheria, il salumiere cura i salumi, il portiere custodisce il portone. Ogni suffisso racconta un sapere, ogni radice delimita un campo d’azione. Eppure, in un settore quotidiano e diffusissimo come quello delle grondaie, mancava un termine altrettanto chiaro. Il lattoniere è troppo ampio, l’idraulico è improprio, il muratore è generico. Serviva una parola che dicesse esattamente ciò che deve dire, senza trascinarsi dietro mestieri che non c’entrano. Da questa esigenza nasce grondaiere.

Il significato è immediato: il grondaiere è l’artigiano specializzato nelle grondaie, colui che le ripara, le sostituisce, le mantiene in efficienza. Non si occupa di tetti, non lavora lamiere in generale, non interviene sugli impianti: opera sulle grondaie e basta. È un mestiere nitido, circoscritto, riconoscibile. La parola lo riflette con la stessa nitidezza.

La sua etimologia è lineare: gronda, dal latino tardo grunda(m) unita al suffisso ‑iere, che in italiano forma nomi di artigiani e addetti con una lunga tradizione: carpentiere, salumiere, droghiere, portiere, usciere, cameriere ecc. Il modello è solido, storico, perfettamente integrato nella morfologia della lingua. Applicato a gronda, produce un termine che sembra esistere da sempre, pur essendo nuovo.

L’analogia con carpentiere è particolarmente felice. Come il carpentiere non è un generico lavoratore del legno ma un artigiano con un ambito preciso, così il grondaiere non è un lattoniere generico: è lo specialista delle grondaie. La parola delimita, distingue, affina. E proprio come carpentiere ha un suono professionale, tecnico, affidabile; grondaiere porta con sé un’aura di mestiere vero, concreto, riconoscibile.

In un’epoca in cui i lavori si frammentano e le competenze si specializzano, la lingua ha bisogno di termini che non confondano ma chiariscano. Grondaiere risponde a questa esigenza con una trasparenza che non lascia margini di equivoco. È una parola nuova che sembra antica, un tassello mancante che si incastra perfettamente nel mosaico dei mestieri italiani. Una di quelle invenzioni linguistiche che non chiedono permesso: semplicemente funzionano.


grondaiere s. m. (f.-a) – Artigiano specializzato nella riparazione, sostituzione e manutenzione delle grondaie. Etimologia: da gronda + suffisso ‑iere, sul modello di carpentiere. Ambito d’uso: edilizia minuta, manutenzione domestica, interventi su canali di gronda e pluviali. «Chiamo il grondaiere per un controllo, prima delle piogge», «Serve un grondaiere, non un lattoniere».


***

"Vedere le stelle"

Capita all’improvviso: un colpo secco, un urto inatteso, e davanti agli occhi si accende un piccolo firmamento privato. Puntini luminosi, lampi, scintille che si accendono e si spengono in un battito di ciglia. È un’esperienza così rapida da sembrare irreale, eppure la lingua italiana l’ha catturata con una precisione sorprendente: vedere le stelle. Una formula che sembra poetica, ma che nasce da un fenomeno fisiologico molto concreto.

Quando la testa subisce un trauma, la retina può essere sollecitata meccanicamente. È un tessuto progettato per reagire alla luce, ma incapace di distinguere tra ciò che è luminoso e ciò che è semplicemente un colpo. Così, anche una vibrazione improvvisa la induce a inviare segnali al cervello, che li interpreta come bagliori. Sono i fosfeni, scintille interne che non provengono dal mondo esterno, ma da un piccolo cortocircuito del nostro sistema visivo. È come se, per un istante, il corpo accendesse un cielo stellato tutto suo.

La metafora delle stelle non è un’invenzione recente. È un’immagine che attraversa le lingue e i secoli. L’inglese dice to see stars, lo spagnolo ver las estrellas: due calchi quasi perfetti dell’italiano, o forse due fratelli nati dalla stessa intuizione universale. Il francese, più teatrale, preferisce voir trente-six chandelles, “vedere trentasei candele”, ma l’idea è identica: un improvviso affollarsi di luci nella mente.

E il latino? Qui la filologia invita alla prudenza. Il diminutivo stellula, “piccola stella”, è perfettamente attestato nei testi classici e tardoantichi. Ma non esiste, nei documenti che possediamo, un modo di dire latino che corrisponda esattamente al nostro vedere le stelle dopo un colpo. Esistono però descrizioni mediche e mistiche medievali che parlano di stellulae o luminulae percepite in stati di febbre, stordimento o visione interiore. Non un’espressione idiomatica, dunque, ma una tradizione metaforica che associa puntini luminosi e percezioni alterate a immagini celesti. È un terreno fertile, da cui le lingue romanze hanno potuto attingere liberamente.

L’italiano, come spesso accade, ha trasformato questa eredità in un’immagine limpida e immediata. Dire che qualcuno “ha visto le stelle” significa raccontare un micro‑episodio corporeo con una grazia che la spiegazione scientifica, pur corretta, non possiede. In tre parole si condensa un’esperienza complessa: un colpo, un lampo, un cielo che si accende dentro la testa. È una di quelle espressioni in cui la lingua riesce a essere precisa e poetica nello stesso momento, trasformando un fenomeno neurologico in un’immagine che tutti riconoscono senza bisogno di spiegazioni.












(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)







lunedì 6 aprile 2026

Ogni frase ha un cuore che batte: si chiama rema

 E tutto il resto è il tema, il terreno da cui parte il messaggio. Una guida chiarissima per vederlo in azione









Q
uando parliamo, non mettiamo solo parole una dopo l’altra: organizziamo l’informazione. Ogni frase, anche la più breve, ha una parte che serve da punto di partenza e una parte che contiene ciò che vogliamo comunicare davvero. La linguistica chiama queste due parti tema e rema. Sono due parole brevi, ma spiegano un meccanismo che usiamo tutti, ogni giorno, senza accorgercene.

Il tema è ciò di cui si parla. È l’informazione già nota, quella che non sorprende nessuno.
Il rema è ciò che si dice sul tema. È la parte nuova, la novità, il motivo per cui stiamo parlando.

L’etimologia è molto semplice e aiuta a ricordare i concetti.
Tema viene dal greco thema, che significa “ciò che è posto”, “ciò che sta lì”: è il punto di partenza.
Rema, anche, viene dal greco rhema, che significa “ciò che si dice”: è l’informazione che aggiungiamo.

Un esempio quotidiano chiarisce tutto:
«Il treno / è in ritardo.»
Il tema è il treno (lo sappiamo già), il rema è è in ritardo (la novità).

Ma se stai aspettando qualcuno e senti:
«È arrivato Gianni»
qui il rema è Gianni, perché è lui la parte nuova.
La stessa frase può cambiare tema e rema a seconda della situazione: non è una questione di grammatica, ma di informazione.

Questa distinzione è stata studiata in modo sistematico dalla Scuola di Praga, un gruppo di linguisti attivi negli anni Venti e Trenta del Novecento. In particolare, Vilém Mathesius mostrò che una frase non va capita solo per la sua grammatica, ma anche per come distribuisce l’informazione. È da lì che nasce l’uso moderno dei termini tema e rema.

Esistono anche frasi in cui tutto è rema: sono le frasi monorematiche, cioè enunciati composti da una sola parola o da un’unica unità significativa.
Esempi: «Via!», «No», «Silenzio», «Fuoco!».
Non hanno un tema da cui partire: sono blocchi informativi puri, immediati, spesso usati per avvisi, ordini, reazioni emotive.
Il dizionario conferma questa definizione: una frase monorematica è un enunciato formato da una sola parola o da un solo elemento significativo. In lessicografia, il termine indica anche un lemma composto da una sola parola.

Nella vita quotidiana, tema e rema funzionano in modo naturale.
«La riunione / è stata spostata.»
«Il tuo pacco / è arrivato.»
«Questa soluzione / funziona benissimo.»
In tutti questi casi, il tema è ciò che già condividiamo; il rema è ciò che aggiungiamo.
E quando scriviamo, possiamo usare questa distinzione per rendere più chiaro il messaggio: mettere il rema alla fine crea enfasi; anticiparlo crea sorpresa.

Capire tema e rema significa capire come si costruisce il senso. Significa vedere la frase come un piccolo sistema informativo, non come una semplice sequenza di parole. E significa, soprattutto, imparare a comunicare in modo più limpido: sapere dove mettere la novità, come guidare l’attenzione, come far arrivare il messaggio nel modo più diretto possibile.

Ogni frase è un piccolo viaggio: il tema è il punto di partenza, il rema è la destinazione. Quando la strada è chiara, anche il pensiero lo diventa.




domenica 5 aprile 2026

L'uovo pasquale

 

L’uovo è uno dei simboli più antichi e persistenti dell’immaginario umano: attraversa civiltà, religioni e secoli mantenendo intatta la sua forza evocativa. Dentro quella forma semplice e perfetta, l’uomo ha sempre intravisto un mistero: la promessa di qualcosa che sta per nascere. È da questa lunga storia simbolica che prende avvio il percorso che porterà, molto più tardi, all’uovo di Pasqua come lo conosciamo oggi, con il suo guscio di cioccolato e la sorpresa nascosta al suo interno.

L’uovo, molto prima di diventare di cioccolato, è stato un simbolo universale. Nelle civiltà antiche -egizi, persiani, greci, romani - le uova venivano scambiate come dono propiziatorio all’arrivo della primavera: racchiudevano in sé l’idea di vita che nasce, di fertilità, di rinnovamento ciclico della natura. In alcuni miti cosmogonici si parla addirittura di “uovo del mondo”, da cui scaturisce il creato: un guscio che contiene il tutto, pronto a schiudersi. Questo immaginario, sedimentato per secoli, ha preparato il terreno a ogni successiva reinterpretazione.

Con l’avvento del cristianesimo, l’uovo viene “battezzato” simbolicamente e assume un significato nuovo: diventa immagine della Resurrezione di Cristo. Il guscio chiuso richiama il sepolcro, l’apertura rimanda alla vita che vince la morte. Durante la Quaresima, in molte regioni europee, era vietato consumare uova; le galline però continuavano a deporle, così alla fine del periodo penitenziale ci si ritrovava con una grande quantità di uova da utilizzare. Nacque l’abitudine di bollirle, conservarle, decorarle e poi farne dono il giorno di Pasqua, spesso dopo la benedizione in chiesa. L’uovo, da semplice alimento, diventa così oggetto rituale, segno di festa e di grazia ritrovata.

Per molti secoli l’uovo pasquale è stato un uovo vero, sodo o svuotato e decorato con colori naturali, motivi geometrici, floreali, religiosi. Parallelamente, nelle corti e tra le “élite”, si sviluppa la moda delle uova preziose: gusci in oro, argento, smalto, pietre dure, talvolta apribili e contenenti piccoli gioielli o miniature. L’esempio più celebre, in età moderna, sono le uova Fabergé, realizzate per gli zar di Russia: veri scrigni in forma d’uovo, con una sorpresa interna raffinata e spesso simbolica. Questa tradizione aristocratica dell’uovo-scrigno, che si apre e rivela qualcosa, è un passaggio importante per capire la futura “sorpresa” nelle uova di cioccolato.

L’incontro tra simbolo e dolciaria avviene quando il cioccolato, tra Sei e Settecento, comincia a essere lavorato non solo come bevanda ma anche in forme solide. In Francia e in altre corti europee si sperimentano stampi e tecniche per modellare il cacao in figure, tra cui l’uovo. All’inizio si tratta di uova piene, compatte, spesso costose e riservate ai ceti più abbienti. Nell’Ottocento, con il perfezionamento delle tecniche di lavorazione, si diffonde la possibilità di ottenere gusci sottili e regolari: nascono così le uova cave, leggere, realizzate in due metà poi saldate. È proprio il vuoto interno a rendere possibile l’idea di inserirvi qualcosa dentro.

Nel nostro Paese, e in particolare in città con forte tradizione cioccolatiera come Torino, si afferma presto l’abitudine di nascondere un piccolo dono all’interno dell’uovo di cioccolato. All’inizio si tratta di oggetti semplici: un bigliettino, un anellino, un piccolo ciondolo, qualcosa che renda il gesto più personale e sorprendente. La sorpresa non ha un significato religioso specifico: è piuttosto un’idea ludica, affettiva, che trasforma il dono in un piccolo rito di scoperta. L’uovo non è più solo da mangiare o da ammirare, ma da “aprire” con curiosità, come un mistero da svelare.

Con la nascita e lo sviluppo dell’industria dolciaria tra Ottocento e Novecento, l’uovo di Pasqua di cioccolato diventa un prodotto sempre più diffuso. Le fabbriche standardizzano forme, dimensioni, qualità del cioccolato, e soprattutto iniziano a pensare alla sorpresa come elemento distintivo di marca. Nel Novecento, soprattutto nel secondo dopoguerra, l’uovo con sorpresa entra stabilmente nell’immaginario infantile: le aziende stringono accordi con fumetti, cartoni animati, personaggi di moda, e all’interno compaiono giocattolini, figurine, piccoli “gadget” da montare o collezionare. La sorpresa diventa un vero e proprio “gancio narrativo”: non si compra solo il cioccolato, ma anche l’ ”attesa” di scoprire cosa c’è dentro.

Parallelamente, il mercato si diversifica. Accanto alle uova industriali, compaiono e resistono le uova artigianali, spesso realizzate da pasticcieri e maestri cioccolatieri che curano sia la qualità del cioccolato sia la personalizzazione della sorpresa. Per gli adulti, questa può essere un gioiello, un messaggio, un oggetto scelto apposta; per i bambini, un gioco o un personaggio amato. In alcuni casi, si arriva a uova “su misura”, in cui il committente fornisce direttamente il dono da inserire. L’antica idea dell’uovo prezioso delle corti, reinterpretata in chiave moderna, continua a vivere in queste creazioni.

Oggi l’uovo di Pasqua è un crocevia di significati e funzioni. La sorpresa, nel frattempo, si è evoluta: non solo piccoli giochi, ma anche esperienze (buoni, inviti, messaggi), collezioni tematiche, iniziative benefiche in cui parte del ricavato sostiene progetti sociali.

Eppure, al di là delle trasformazioni commerciali, il nucleo resta sorprendentemente stabile: un guscio che si rompe, qualcosa che si rivela, un gesto condiviso. Dall’uovo decorato delle civiltà antiche all’uovo benedetto medievale, dalle uova preziose delle corti alle uova di cioccolato industriali, fino alle creazioni artigianali contemporanee, la storia dell’uovo di Pasqua è la storia di un simbolo che si lascia reinventare senza perdere il suo fascino. La sorpresa al suo interno è, in fondo, la forma moderna di un’idea antichissima: la vita che si schiude, il nuovo che appare, la gioia di trovare qualcosa che prima era nascosto. Perché da sempre l’uovo custodisce una promessa.
Perché da sempre l’uovo, quando si apre, racconta che qualcosa di nuovo sta per cominciare.

***

Alle gentili lettrici e ai cortesi lettori di questo portale gli auguri di una serena Pasqua.








(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




sabato 4 aprile 2026

L’ora immobile del Sabato Santo

 Il tempo sospeso in cui la speranza impara a respirare









La Notte era scesa da poco, ma sembrava arrivata da secoli. Non era una notte qualunque: era la Notte del Sabato Santo, quella che vive tra un dolore che ha smesso di gridare e una gioia che ancora non osa farsi sentire.

Il paese dormiva, ma non profondamente. Le finestre erano chiuse, ma dietro i vetri si intuiva un fremito, come se ogni casa trattenesse il fiato.

La Notte camminava piano, sfiorando i tetti con il suo mantello scuro, e ogni passo era un pensiero.

«Perché esisto?» si chiedeva. «Sono un giorno senza voce. Il Venerdì ha parlato con lacrime, la Domenica parlerà con canti. Io… io cosa dico?»

Mentre avanzava, vide una Candela Spenta appoggiata sul gradino della chiesa. La fiamma non c’era, eppure la candela emanava una calma luminosa.

«Perché sei così inquieta, Notte?» chiese con dolcezza.
«Perché non servo a nulla» rispose la Notte. «Sono un intervallo, un vuoto, un silenzio che nessuno ascolta.»

La Candela sorrise, pur senza luce. «Io non brucio, è vero. Ma proprio per questo custodisco la promessa della fiamma. Tu non sei vuota: sei il luogo dove la speranza impara a respirare.»

La Notte rimase in silenzio. Non aveva mai pensato che l’attesa potesse essere un dono.

Proseguì il suo cammino e raggiunse un Sasso grande e immobile, quello stesso che chiudeva una tomba. Era pesante, ma non sembrava oppresso dal suo peso.

«Tu almeno hai un compito chiaro» disse la Notte.
«Sì» rispose il Sasso. «Io chiudo. Ma ogni chiusura prepara un’apertura. Tu sei la soglia. Senza di te, la luce arriverebbe come un lampo improvviso, e nessuno sarebbe pronto ad accoglierla.»

La Notte si sedette accanto al Sasso. Per la prima volta, sentì che il suo silenzio aveva un senso.

Il giardino attorno era immobile. Gli ulivi sembravano statue d’argento, e l’aria profumava di terra umida e di qualcosa che non aveva ancora nome.

La Notte ascoltava. Ascoltava il mondo che, per una volta, non chiedeva nulla: solo di attendere.

Quando mancava poco all’alba, un Soffio leggero attraversò il giardino. Non era vento: era più sottile, più intimo, come il primo battito di un cuore che torna a vivere. L’erba tremò appena, e un profumo nuovo si diffuse nell’aria, un profumo che sapeva di promessa mantenuta.

«Chi sei?» chiese la Notte, con un filo di timore.
«Sono ciò che sta per accadere» rispose il Soffio. «E tu sei la mia strada. Senza il tuo silenzio, non ci sarebbe spazio per la rinascita.»

La Notte chiuse gli occhi. Sentì che qualcosa dentro di lei si scioglieva, come neve che accetta di diventare acqua. Non era più un intervallo: era un grembo.

E quando l’alba finalmente arrivò, la Notte non svanì di colpo. Si dissolse lentamente, come un velo che scivola via, e si trasformò nella prima sfumatura del mattino, quella che non è più buio e non è ancora luce, ma contiene entrambi come un segreto prezioso.

Il paese si svegliò piano, senza rumore. E in quel risveglio, la Notte capì che il suo compito era stato compiuto: aveva custodito il respiro del mondo mentre la speranza prendeva forma.

I giorni sospesi non sono giorni vuoti.
Sono il luogo dove la speranza cresce in silenzio.
Il Sabato Santo insegna che l’attesa non è assenza: è preparazione alla rinascita.











(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

venerdì 3 aprile 2026

Arrivo e traguardo: non confondiamo la fine con la conquista

 Due parole che sembrano sorelle e invece non si salutano nemmeno









La nostra lingua ospita coppie di parole che sembrano equivalersi, ma che, osservate con un minimo di attenzione, rivelano differenze nette. Arrivo e traguardo appartengono a questa categoria: due lessemi che condividono l’idea della fine di un percorso, ma che la interpretano con intenzioni e sfumature molto diverse. La loro storia, il loro uso e perfino la loro “temperatura emotiva” non coincidono, e proprio da questa non coincidenza nasce la loro utilità.

Arrivo discende dal verbo arrivare, che a sua volta proviene dal latino ad rīpam, “verso la riva”. L’immagine originaria è semplice e concreta: una barca che tocca la riva dopo la navigazione. È un’immagine neutra, priva di pathos: si giunge dove si doveva giungere, si conclude un tragitto, si approda. Questa neutralità semantica è rimasta intatta. L’arrivo del treno, l’arrivo della posta, l’arrivo di un ospite: in tutti questi casi il termine indica la fine naturale di un movimento, senza alcuna implicazione di successo, sforzo o competizione. Anche quando arrivo si sposta nel figurato, conserva la sua sobrietà: l’arrivo di una fase della vita, l’arrivo di una decisione, l’arrivo di un risultato atteso. È un punto finale, non un trionfo.

Traguardo, invece, nasce da un’altra storia. Il verbo traguardare è formato da tra- e guardare, ma la sua etimologia non è lineare. Le fonti maggiori concordano nel definirla incerta: il Treccani non propone alcuna radice germanica; il DELI segnala la possibilità di un’interferenza teutonica, ma come ipotesi e non come fatto; il LEI registra la somiglianza formale con la radice ward‑, ma non la considera dimostrata. In altre parole, l’origine germanica è possibile, ma non verificata, e dunque non può essere presentata come certezza. Ciò che è sicuro è che il verbo guardare si sviluppa pienamente nell’area romanza occidentale, e che traguardare nasce come verbo tecnico: “guardare attraverso”, “guardare oltre un allineamento”. Da qui deriva il sostantivo traguardo, che non indica semplicemente la fine di un percorso, ma la fine significativa, quella che sancisce un risultato. Il traguardo non è un punto neutro: è un punto che vale, un punto che certifica una conquista.

Una curiosità storica chiarisce bene questa differenza. Nelle prime competizioni ciclistiche dell’Ottocento, la linea finale non era sempre tracciata a terra: i giudici si posizionavano su una pedana e “guardavano attraverso” due pali per stabilire chi avesse superato per primo l’allineamento ideale. Quel gesto di osservazione - guardare tra due riferimenti - ha dato forma al verbo traguardare e, per estensione, al nostro traguardo. È un dettaglio tecnico che spiega perfettamente perché questo termine porti con sé un’aura di misurazione, di verifica, di competizione.

La differenza d’uso emerge con chiarezza negli esempi. In una gara si può dire sia Ha tagliato il traguardo sia È giunto all’arrivo: il contesto sportivo permette ai due termini di sovrapporsi quasi perfettamente. Ma basta uscire da quel contesto perché la sovrapponibilità svanisca. L’arrivo dell’autobus è naturale; il traguardo dell’autobus è impossibile. Abbiamo raggiunto il traguardo dei diecimila euro raccolti è perfetto; siamo arrivati ai diecimila euro è corretto ma neutro, privo della sfumatura di conquista. L’arrivo può essere un fatto; il traguardo è sempre un risultato.

L'arrivo può essere accidentale o persino indesiderato: l'arrivo di una malattia, l'arrivo di un temporale. Il traguardo, invece, è intrinsecamente legato alla volontà: non si taglia un traguardo per caso. Esso presuppone una pianificazione, un mirino puntato verso un obiettivo che è stato "traguardato" (osservato con precisione) ben prima di essere raggiunto.

Insomma, arrivo e traguardo possono toccarsi, ma non si confondono. Il primo è la fine naturale di un percorso; il secondo è la fine significativa di un percorso che aveva una meta. L’arrivo è un punto; il traguardo è un punto che conta. E scegliere l’uno o l’altro significa decidere se raccontare un semplice esito o celebrare una conquista.




giovedì 2 aprile 2026

Quando il linguaggio fa… pulizia

 Un’indagine su due verbi che sembrano sinonimi ma raccontano storie molto diverse


C
apita spesso che, parlando di pulizie profonde, qualcuno dica «bisogna disinfestare il bagno» quando in realtà intende «disinfettarlo». È un piccolo scivolone linguistico, comprensibile: i due verbi condividono la stessa struttura, lo stesso prefisso dis- e un’aria di famiglia che inganna. Eppure, se li si guarda da vicino, rivelano storie, etimologie e campi d’azione nettamente distinti.

Disinfettare nasce dall’unione di dis- (privazione, rimozione) e infettare, che a sua volta deriva dal latino inficere, “immettere dentro”, “contaminare”, “corrompere”. Disinfettare significa dunque eliminare o inattivare i microrganismi patogeni: batteri, virus, funghi. È un’azione chimica o fisica che mira alla sanificazione delle superfici, degli ambienti, degli strumenti. Quando si disinfetta, si combatte l’invisibile.

Disinfestare, invece, ha un’origine più concreta e quasi narrativa. Viene da infestare, dal latino infestare, con l'aggiunta del prefisso dis-: “assalire, tormentare”, legato a infestus, “ostile, minaccioso”. Qui non si parla di microbi, ma di organismi ben visibili: insetti, parassiti, roditori. Disinfestare significa, quindi, liberare un luogo da una presenza viva e indesiderata. È un verbo che porta con sé un eco (sic!) di battaglia domestica: l’uomo contro gli invasori.

La distinzione, dunque, è netta: si disinfetta ciò che è contaminato da agenti microscopici; si disinfesta ciò che è invaso da creature indesiderate. Un pavimento sporco di germi si disinfetta; una cucina piena di formiche si disinfesta. Un ambulatorio medico si disinfetta; una cantina con tracce di roditori si disinfesta. Confondere i due verbi non è un errore grave, ma può generare malintesi pratici: chiamare una ditta di disinfestazione quando servirebbe solo un buon disinfettante, o viceversa.

C’è una piccola curiosità storica: nei primi decenni del Novecento, soprattutto nei testi amministrativi e sanitari, disinfestazione veniva talvolta usato in senso più ampio, quasi come sinonimo di “bonifica igienica”. Ma l’uso moderno ha ristretto i campi semantici, rendendo la distinzione attuale molto più precisa. Oggi nessun professionista confonderebbe i due termini, e la lingua comune si sta lentamente riallineando.

Un esempio vivido arriva dal mondo agricolo: un terreno può essere disinfestato dai parassiti, ma solo un laboratorio può disinfettare gli strumenti chirurgici usati per innestare le piante. Due azioni diverse, due mondi diversi, due verbi che chiedono rispetto.

Eppure, nonostante la chiarezza teorica, la confusione resiste. Forse perché disinfettare e disinfestare condividono quel prefisso dis- che promette pulizia, liberazione, ordine. O forse perché, nella nostra percezione quotidiana, tutto ciò che “fa schifo” tende a finire nello stesso calderone linguistico. Ma la lingua, quando la si ascolta bene, non è mai approssimativa: è precisa, affilata, quasi chirurgica.

E allora vale la pena ricordarlo: contro i germi si disinfetta, contro gli insetti si disinfesta. Due verbi simili, due battaglie diverse.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, si disinfetta ciò che non si vede, si disinfesta ciò che non si vuole vedere: la precisione, in lingua come nella vita, è già metà della pulizia.


***

Addio cicerone, benvenuto ‘spiegaluogo’

Un neologismo limpido per chiamare finalmente le cose con il loro nome


P
er anni e anni abbiamo chiamato cicerone la persona che accompagna i visitatori alla scoperta di un luogo. Ma il termine, per chi non conosce Marco Tullio Cicerone e la sua fama di oratore, è opaco: un nome proprio riciclato, non trasparente, non immediatamente comprensibile. In un’epoca in cui la chiarezza è un valore e la lingua può permettersi di essere più “onesta”, nasce l’esigenza di una parola che dica ciò che fa, senza chiedere conoscenze pregresse. Da qui la proposta di un neologismo limpido, italiano fino al midollo, capace di raccontare il mestiere con la semplicità di un gesto: spiegaluogo.

Il significato è immediato: chi spiega un luogo. Non un divulgatore generico, non un insegnante, non un tecnico che illustra un funzionamento, ma una figura specifica che accompagna, mostra, racconta e rende comprensibile ciò che si ha davanti. La trasparenza è totale: due radici italianissime, spiega e luogo, unite in un composto che non ha bisogno di interpretazioni. È una parola che si capisce al primo ascolto o alla prima lettura.

L’etimologia è altrettanto lineare: spiegare, dal latino explicare, “svolgere, rendere chiaro”, e luogo, dal latino locus. L’unione produce un composto moderno ma naturale, che si inserisce nella tradizione dei nomi d’azione e di mestiere formati per giustapposizione: rompighiaccio, salvagente, portalettere. La struttura è produttiva e permette derivati spontanei: spiegaluoghi (plurale), spiegaluogare (accompagnare spiegando un luogo), spiegaluogata (visita guidata), spiegaluoghismo (stile di spiegazione dei luoghi).

La definizione potrebbe essere “vocabolarizzata” così: spiegaluogo s.m./f. - Professionista che accompagna persone alla scoperta di un luogo, illustrandone storia, caratteristiche e significati in modo chiaro, accessibile e contestuale.

Gli esempi d’uso mostrano la naturalezza del lessema:
«La spiegaluogo ci ha raccontato la piazza come se fosse un libro aperto.»
«Domani abbiamo prenotato uno spiegaluogo per il centro storico.»
«Senza uno spiegaluogo non avremmo colto metà dei dettagli del borgo.»

Spiegaluogo, insomma, è una parola che non pretende di essere colta: pretende di essere chiara. E questo, oggi, è un atto di civiltà linguistica.


***

La lingua “biforcuta” della stampa

Due morti e quattro feriti tra le fila delle Forze di mobilitazione popolare colpite da un attacco nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale.

*

Romano Prodi, non uno qualunque a tali latutudini, da giorni, lavora per la discesa in campo …

… indagini in Germania sulla cosiddetta “Hammerbande” e su un eventuale segnalazione nel circuito Schengen …

… a Düsseldorf, a metà gennaio, si è aperto il processo contro un gruppo, composta da sei persone...

*

Una contrappasso per chi sperava che la separazione delle carriere avrebbe potuto arginare i giochi di Palazzo.

--------

Occorrono commenti?