Perché “espulsi” sopravvive e “espellei” non è mai esistito
Perché diciamo “io espulsi” e non “io espellei” "o io "espelsi", essendo l’infinito “espellere”? La risposta sta nella storia lunga dei verbi italiani, che non seguono sempre la logica apparente della coniugazione moderna. “Espellere”, infatti, non è un verbo regolare della seconda coniugazione: è un verbo forte, cioè un verbo che alterna due radici diverse a seconda del tempo verbale. Questa alternanza non nasce in italiano, ma è un’eredità diretta del latino. Questo aveva due temi distinti: uno per il presente e uno per il perfetto, cioè il tempo che corrisponde al nostro passato remoto. Nel caso di expellĕre, il tema del presente era expell-, mentre il perfetto era expuli, con il tema expul-. L’italiano ha semplicemente continuato questa struttura: da expell- deriva espellere, e da expul- deriva espulsi. Non c’è nessuna irregolarità capricciosa: c’è solo memoria storica.
A questo punto è interessante ricordare un dettaglio poco noto, che chiarisce ancora meglio la tenacia di questa forma. Nel Medioevo circolavano infatti due linee concorrenti: da un lato la forma forte, espulsi, erede diretta del perfetto latino; dall’altro alcune forme popolari di regolarizzazione, come espelli’ o espelléo, tentativi spontanei di riportare il verbo alla prevedibilità della seconda coniugazione. I copisti, spesso inclini a “normalizzare” ciò che appariva difficile, tendevano a preferire queste soluzioni più intuitive. Ma la tradizione letteraria - da Dante in poi - fece da argine: gli autori colti continuarono a usare la forma forte, che così sopravvisse mentre le varianti popolari si dissolsero senza lasciare traccia. È uno dei casi in cui il passato remoto funziona come un archivio: conserva ciò che la lingua parlata avrebbe volentieri scancellato.
Per questo motivo forme come espellei non esistono: sarebbero la proiezione moderna di un verbo regolare, ma non hanno alcun fondamento etimologico. Allo stesso modo espelsi sarebbe una forma analogica, costruita per imitazione di verbi come sciogliere/sciolsi o accogliere/accolsi, ma espellere non appartiene a quella famiglia. La sua radice forte è espul-, non espel-.
Il passato remoto di espellere alterna, dunque, due temi: espul- nelle tre persone singolari e nella terza plurale, espell- nella prima e seconda plurale. È un tratto strutturale dell’italiano: le forme “noi” e “voi” tendono a conservare il tema del presente anche nei verbi forti. Per questo diciamo noi espellemmo e voi espelleste, esattamente come corremmo/correste accanto a corsi/corse/corsero, o scegliemmo/sceglieste accanto a scelsi/scelse/scelsero. La lingua, in queste due persone, preferisce la regolarità alla memoria storica.
La desinenza ‑sero della terza plurale (espulsero) è la continuazione diretta del latino ‑ērunt, tipica dei perfetti (passati remoti) forti. È una forma antica, ma perfettamente coerente con la struttura del verbo.
Per concludere queste noterelle, espulsi non è un capriccio: è la sopravvivenza di un sistema che l’italiano non ha inventato, ma ereditato. I verbi forti conservano, insomma, nel passato remoto la traccia del perfetto latino, e espellere è uno degli esempi più trasparenti di questa continuità. La lingua moderna, che tende alla semplificazione, non ha scancellato questa alternanza perché è troppo radicata nella tradizione letteraria e nell’uso colto. Così, ogni volta che diciamo espulsi, stiamo usando una forma che ha più di duemila anni di storia. In fondo, i verbi non dimenticano: nel passato remoto custodiscono, orgogliosamente, la loro genealogia.
