domenica 23 gennaio 2022

Un aggettivo (ove possibile) in luogo di un'intera frase

 


Molto spesso, quando scriviamo (ma anche quando parliamo) siamo prolissi: consumiamo fiumi e fiumi d'inchiostro per intere frasi quando si potrebbero "trasformare" in semplici aggettivi, rendendo in tal modo le nostre "opere letterarie" piú scorrevoli. Vediamo qualche esempio. In parentesi l'aggettivo che "racchiude" l'intera frase: la prova di quanto affermo è chiara come il sole," tale, dunque, da non potersi assolutamente confutare" (irrefutabile); la proprietà di cui si parla "non può essere ceduta ad altri né trasmessa per vendita" (è inalienabile); il comportamento del giovanotto è "tale che non si può riprendere per alcun motivo" (irreprensibile); è inutile insistere: quell'uomo è "fermo sulla sua decisione" (irreducibile); udendo ciò Giulio provò una gioia "che con parole non si può esprimere" (ineffabile). Potremmo continuare...

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La lingua "biforcuta" della stampa

EMIRATES

Il folle spot della compagnia aerea: l'hostess è sulla punta del grattacielo più alto del mondo

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 Quando gli operatori dell'informazione "capiranno" che il mondo non si può paragonare? Correttamente: al mondo.

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IL CDM

Decreto Sostegni, aiuti a turismo e commercio. Per le bollette un mini taglio

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Correttamente: minitaglio.

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IL CASO

Covid, la Regione Lombardia avvia un ispezione al Galeazzi: chiesti chiarimenti per il rinvio degli interventi ai No Vax

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Ispezione è di "sesso" femminile: un'ispezione, con tanto di articolo apostrofato, dunque.

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LA TRAGEDIA

Scontro tra auto e bus nel bresciano, 5 morti

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Non ci stancheremo mai di ripetere che i nomi indicanti un "territorio geografico" prendono l'iniziale maiuscola: Bresciano.

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La storia del piccolo e della sua famiglia: lui e il papà sono disabili, hanno passato attraverso l'incubo della guerra. E adesso a Siena cominciano un nuovo capitolo della vita

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Hanno passato o sono passati? Qual è il "verdetto" della monetina? La nostra dice: sono passati.




(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

sabato 22 gennaio 2022

Usi errati della preposizione semplice (o articolata) "in"


 La preposizione semplice (o articolata) "in" può introdurre varie determinazioni (o complementi o espansioni); spesso, probabilmente inconsciamente, la adoperiamo con una espansione che è introdotta, invece, da altre preposizioni. Prima di vedere alcuni usi errati della predetta preposizione, piluccando qua e là tra le varie pubblicazioni, sarà bene... vedere quali complementi può introdurre: a) predicativo del soggetto (si trovò un ottimo interprete in Giulio); b) predicativo dell'oggetto (trovarono un ottimo interprete in Giulio); c) mezzo (il giovane arrivò in monopattino); d) modo (camminava in fretta); e) fine (è stato fatto tutto in tuo onore); f) stato in luogo (Carlo abita in campagna); g) moto a luogo (andremo tutti in Spagna); h) tempo determinato (ci rivedremo in primavera); i) tempo continuato (i lavori saranno finiti in cinque giorni); l) materia [quando si vuole mettere in evidenza la sostanza di cui è composto un oggetto]: Giovanna ha un servizio di bicchieri in cristallo; m) limitazione (Rossano supera tutti in matematica); n) argomento (Luigi è esperto in diritto); o) stima (Paolo è tenuto in grande considerazione); p) pena (il ragazzo è stato multato in denaro).

 E veniamo agli usi errati, in parentesi la preposizione corretta: il diavolo si suole raffigurare vestito in (di) rosso; il suo amico è studente in (di) medicina; Giuseppe ha il fratello impiegato nel (presso il) comune di Oristano; il punto in (a) cui siete arrivati non si supera tanto facilmente; salparono tutti da Genova su una nave diretta nell' (verso l') America Latina; tutte le stanze hanno il pavimento in (di) marmo; il padre di Filippo fa il negoziante in (di) legname; le pagine segnate in (di) rosso sono le piú importanti; non voglio frapporre alcun indugio nel (a) ringraziarvi; durante la perquisizione sono stati rivenuti molti oggetti in (d') oro, in (d') argento, in (di) rame e in (di) altri metalli.

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La parola proposta da questo portale: alogista. Si dice di una persona che non ragiona essendo priva di raziocinio. Termine composto con le voci greche "alfa privativo" e "logos", discorso, ragione e simili.

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La lingua "biforcuta" della stampa

IL GUSTO

A Londra la focacceria più piccola del mondo: in una cabina del telefono si vende la mortadella

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Ci piacerebbe sapere come si possa/può paragonare una focacceria con il mondo. Siamo di fronte, se non cadiamo in errore, a un comparativo di minoranza (il mondo è il secondo termine di paragone). Correttamente: piú piccola al mondo.

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Per la cronaca: tra i vocabolari consultati "focacceria" è a lemma solo nel Garzanti.



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mercoledì 19 gennaio 2022

Anche i verbi si "alterano"


 Come avviene per i sostantivi e gli aggettivi, anche il verbo, cioè la “parola principe”, può subire modificazioni piú o meno profonde che giungono fino ad alterarne il significato. Anche il verbo, insomma, può subire quelle alterazioni (accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi) cui possono essere “vittime” i nomi e gli aggettivi. Le desinenze, vale a dire le “parti finali” del verbo non consentono, però, l’utilizzo di quelle alterazioni (“ello”, “accio”, “one” ecc.) proprie dei sostantivi e degli aggettivi. Ma la nostra lingua non si “arrende” e ricorre a suffissi e prefissi atti ad attenuare o a rafforzare l’azione espressa dal verbo. I verbi cosí alterati sono detti “frequentativi” o “intensivi” perché esprimono un’azione ripetuta o compiuta a gradi di un altro (verbo) da cui derivano. Sono, per tanto, formazioni alterate, mediante prefissi o suffissi, di un verbo principale. “Sbattere”, per esempio, è la forma frequentativa, cioè “alterata”, di ‘battere’ e vale “battere piú volte”. 

Tutti i verbi transitivi o intransitivi, inoltre, possono assumere significato frequentativo se, posti al modo gerundio presente, si fanno precedere e reggere da “venire” o “andare”: veniva cantando allegramente; andava dicendo le stesse cose. I verbi frequentativi propriamente detti, però - come si accennava all’inizio di queste noterelle - sono quelli derivati da una forma “primitiva” con l’aggiunta di prefissi o suffissi che conferiscono al verbo stesso, appunto, valore frequentativo. Vediamo, ora, la “meccanica” di tali verbi. Quelli piú comuni sono rappresentati dalle ‘preposizioni prefissali’ e  ─ sarà bene ricordarlo ─ richiedono il raddoppiamento della consonante iniziale del verbo che alterano: contraddire; sopraggiungere. Altre, invece, subiscono esse stesse qualche leggera trasformazione: coabitare (con-abitare); immettere (in-mettere).

 Numerosissimi sono i prefissi di diretta provenienza latina che concorrono all’alterazione dei verbi, basti pensare, per esempio, ai prefissi “ante-”; “post-”; “ex-”; “trans.”. Detti prefissi chiariscono, il piú delle volte, il significato del verbo che alterano dando l’idea, per esempio, della ‘precedenza’ (anteporre, porre innanzi), della “antitesi” (contrapporre, porre contro), della “derivazione” (esporre), della “posizione intermedia” (frapporre), della “sottomissione” (sottoporre), della “ripetizione” (riporsi), del “trasferimento” (trasporre). Si faccia attenzione, però, perché qualche prefisso può trarre in inganno le persone sprovvedute in fatto di lingua. I prefissi “dis-” e “s-” possono alterare il verbo in modo intensivo o negativo; occorre prestare molta attenzione, quindi, per non prendere delle clamorose cantonate: “disperdere” è l’intensivo di ‘perdere’, mentre “sfiorire” è il “negativo” di ‘fiorire’. 

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La parola proposta da questo portale: allofilo. Sinonimo di "forestiero". Termine aulico essendo composto con le voci greche "allos" (altro, diverso) e "phyle" (gente).


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"Kingmaker"

Riceviamo e pubblichiamo

Ormai, in tutte le ciance sulle prossime elezioni del Presidente della Repubblica, si sente parlare di kingmaker. Però l'art. 1 della Costituzione "più bella del mondo" (sarebbe meglio al mondo) recita: "L'Italia è una Repubblica democratica ...".

Il termine kingmaker invece evoca chiaramente un re, altro che repubblica; forse perché abbiamo avuto sul Colle un "re Giorgio"?

Ciò che più mi infastidisce è l'idea che ci possa essere un individuo (il "maker") che lo piazza sul trono. Altro che democrazia!

Ma tant'è: i nostri giornalisti, opinionisti, commentatori e - in generale - professionisti della parola, quando si innamorano di un'espressione, specie se in lingua inglese, la ripropongono in continuazione, senza badare al significato. Immagino che la usino anche quando fanno sesso con il (o la) partner.

Per chi vuole davvero la democrazia non c'è scampo: non resta che trasferirsi in Gran Bretagna. Là c'è davvero la monarchia, il che rende inutili da tempo i kingmakers; ma c'è anche un Parlamento democraticamente eletto che funziona meglio di quello italiano (d'accordo, ci vuole poco).

Pier Paolo Falcone


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La lingua "biforcuta" della stampa

LA STORIA

Elodie, nel foggiano per un film, contattata per salvare 8 cuccioli abbandonati: una sua foto sui social e il gioco è fatto

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Correttamente: Foggiano ("F maiuscolata"). I nomi che indicano un'area geografica si scrivono con l'iniziale maiuscola.

 



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martedì 18 gennaio 2022

Uso corretto di "questi" e "quegli" (pronomi dimostrativi maschili singolari)

 


Abbiamo notato, con sommo rammarico, che va sempre di piú “prendendo piede” l’usanza ("deleteria") di adoperare i pronomi dimostrativi singolari maschili “questi” e “quegli” non – come prescrive la norma grammaticale – in posizione nominativa, vale a dire come soggetti, sibbene come complementi. È un errore madornale che in buona lingua italiana non è ammissibile.

Riteniamo superfluo aggiungere che la causa di questo “scempio linguistico” va/vada ricercata nel mondo della carta stampata e no, e in certi ambienti pseudoculturali dove alcuni cosí detti scrittori si vantano di “fare la lingua”. No, amici, costoro non “fanno la lingua”, la uccidono; sono dei “linguicidi” legalmente riconosciuti. Questi e quegli – sarà bene ricordarlo – sono una variante dei pronomi singolari dimostrativi “questo” e “quello” e usati, per lo piú, in campo letterario: questi gli disse; quegli lo rimproverò. Mentre, però, “questo” e “quello” possono avere sia la funzione di soggetto sia quella dei vari complementi, “questi” e “quegli” possono essere adoperati solo ed esclusivamente (si perdoni la tautologia) in posizione di soggetto: questi è partito ieri per le vacanze; quegli è andato al cinema.

Errano, per tanto, quegli scrittori che per “snobismo” o per saccenteria (?) scrivono frasi tipo: a questi piaceva passeggiare per i prati; a quegli era stato ritirato il passaporto. Come si può notare dagli esempi “questi” e “quegli” non sono soggetti ma complementi, il loro uso, quindi, è errato. Lo stesso Manzoni usa questi e quegli solo in posizione di soggetto: "Questi parea che contra me venesse". Perché contraddirlo? E sempre a proposito di "questi" (e "queste") plurale di "questo", aggettivo dimostrativo, riteniamo importante "ricordare" che non si apostrofa; scriveremo, quindi, "questi istinti" (non *quest'istinti) e "queste erbe" (non *quest'erbe).

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La lingua "biforcuta" della stampa

LA STORIA

Tacchi a spillo e bella vita: convocate dall’Ordine le avvocatesse torinesi del legal show

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A prescindere dal barbarismo, ancora "avvocatesse" in luogo della forma corretta avvocate?!

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COVID

Obbligo vaccinale, cosa hanno deciso gli altri Paesi europei | Quali sono i (pochi) negozi in cui dal 1° febbraio si potrà entrare senza Super Green Pass

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Correttamente: dal 1 (senza esponente).  Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."

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Bollette, rischiano di slittare le misure anti rincaro

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Correttamente: antirincaro.



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lunedì 17 gennaio 2022

"Cielo sereno e poco nuvoloso"


 Riceviamo e pubblichiamo

Da qualche tempo mi capita spesso di sentire delle previsioni meteorologiche (frequentemente gabellate per "metereologiche") - in presenza di bel tempo - così formulate:

"Il cielo si presenterà generalmente sereno e privo di nuvolosità significative."

Trovo criticabili alcuni aspetti:

  1. Mi pare strano che il cielo "si presenti". Il cielo sta lì; non è lui che si presenta, ma siamo noi che lo osserviamo. Preferirei "il cielo sarà", anche se poi viene subito l'aggettivo "sereno".
  2. Ancora peggio per le "nuvolosità significative", cioè al plurale. Mi pare che "nuvolosità" (sing.) indichi la presenza di nuvole (pl.).
  3. Contesto soprattutto "sereno e privo di nuvolosità significative". Se è vero che "sereno" significa "senza nuvole", la precisazione "e privo di nuvolosità significative" mi sembra del tutto fuori luogo. Vuol dire che nel cielo sereno ci possono essere nuvole poco significative?

Quando avevo qualche anno in meno, ero abituato alla frase "sereno o poco nuvoloso", ad indicare la possibile presenza di qualche nuvoletta. Nessuno si sarebbe permesso di dire "sereno e poco nuvoloso".

O sbaglio?

Pier Paolo Falcone

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Concordiamo, totalmente, con lei.


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La lingua "biforcuta" della stampa

L'EDITORIALE

Il Cavaliere non è votabile, ora sul Colle vada il premier

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L'editorialista voleva dire, crediamo, candidabile, proponibileeleggibile. "Votabile" non risulta lemmatizzato in nessun vocabolario, tra quelli consultati, della lingua italiana.

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Napoli, ecco le pizzerie storiche e d’avanguardia nella città-simbolo dell'arte dei pizzaiuoli

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Correttamente: pizzaioli (senza la "u").



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domenica 16 gennaio 2022

La pagina e il solecismo


 
Se non ricordiamo male, abbiamo sempre sostenuto - da questo portale - l’importanza della “scienza etimologica” e abbiamo esecrato il fatto che questa “scienza” non sia tenuta nella dovuta considerazione: la scuola - per quanto ne sappiamo - la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della grammatica. Non deve essere cosí, amici amatori della lingua. Questa scienza ci fa scoprire delle cose... sorprendenti. Ci fa scoprire, per esempio, che ciò che state leggendo in questo momento (immaginate che sia una pagina di un giornale cartaceo o di un libro) ci riporta al mondo rurale. La pagina, infatti, non è altro che il latino “pagina(m)”, derivato del verbo “pangere” (piantare, conficcare). I nostri antenati Romani chiamavano “pagina” una pianta, specialmente di viti. Questo stesso nome fu dato, in seguito, a un “insieme di righi di scrittura” e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è piú semplice di quanto si possa credere: per coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un... campo con tanti filari. Da pagina abbiamo la “pagella”, cioè una “piccola pagina” dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C’è ancora qualcuno che sostiene la “barbosità” dell’etimologia?

E veniamo al solecismo.  Il termine non è - come il suffisso “-ismo” farebbe pensare - una disquisizione filosofica sul... sole; il vocabolo, da non confondere con il barbarismo, è un grossolano errore di grammatica, di pronuncia e di sintassi. Proviene, manco a dirlo, dal greco “soloikismòs”, derivato dalla città di Soli, in Cilicia, dove si parlava un greco assai scorretto. I Greci, dunque, chiamarono “solecismi” tutte quelle parole che nella pronuncia, nella grafia e nei vari costrutti non rispecchiavano la “purezza” della lingua. Il termine è poi giunto a noi con lo stesso significato: grossolano errore. Sono solecismi, vale a dire veri e propri errori, per esempio, “piú meglio”, “a gratis”, “vadi”, “venghi”, “un’uomo”, “coscenza”, “soddisfando”, “stassi”, “se mi darebbero”, “ce n’è molti”, “la meglio cosa”, “qual’è” (questo, però, è un caso controverso, come anche un po'/pò), “ci ho detto”, “gli uovi”, “è bello come tu”, “autodròmo”. Potremmo continuare ancora essendo molti i solecismi riferiti alla pronuncia: “zàffiro” in luogo di “zaffíro”; “rùbrica” invece di “rubríca”; “leccòrnia”  in luogo di “leccornía”; “guàina” in luogo di “guaína”; “mòllica” invece di “mollíca”; “pesuàdere” al posto di “persuadére”. Potremmo andare avanti, ma non vogliamo tediarvi oltre misura e offendere i vari “oratori” che dai numerosi salotti televisivi ci “propinano” i loro sfondoni immortalati anche nei libri,  che le persone accorte in fatto di lingua non compereranno mai.  

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La parola proposta da questo portale: biatanasia. Sinonimo di suicidio, è termine aulico in quanto sostantivo composto con le voci greche "bia" (violenza) e "thanatos" (morte). Da "biatanasia" si ha biatanato, cioè il suicida.


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La lingua "biforcuta" della stampa

IL RACCONTO

Violenze di Capodanno in piazza Duomo a Milano, una delle vittime: “Mi toccavano ovunque, ho avuto paura di morire”

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"Piú corretto": dappertutto. Per quanto attiene all'uso di "ovunque" si veda qui. Si veda, anche, questo vecchio intervento.


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Zaino “sospetto” davanti la Procura di Catanzaro, intervengono artificieri

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Correttamente: davanti alla. Si costruisce con la preposizione semplice o articolata "a". Qui.



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sabato 15 gennaio 2022

La pigrizia, il collo e la provetta


 La pigrizia è il rifiuto di fare non soltanto ciò che annoia, ma anche quella moltitudine di atti che senza essere, a rigore, noiosi, sono tutti inutili; allora la pigrizia dev’essere considerata una fra le manifestazioni piú sicure dell’intelligenza.

 Questo pensiero di Montherlant ci ha dato lo spunto per intraprendere un breve viaggio attraverso la sterminata foresta del vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole “di tutti i giorni”, di parole che adoperiamo “per pratica” il cui significato “nascosto”, però, non sempre è noto. Questo viaggio fa tappa, dunque, alla voce “pigrizia”. Il significato “scoperto” è chiaro a tutti: “il non far nulla”; “stato di svogliatezza”; “stato d’animo” di chi non si dedica a nessuna attività fisica o intellettuale. Bene. Ma qual è il significato che sta “dentro” la parola? In altre… parole, donde viene questo sostantivo? Per scoprirlo occorre rifarsi al padre della nostra lingua, il solito nobile latino: “pigrizia”, derivato dell’aggettivo (latino, appunto) “piger” (pigro). Ma abbiamo scoperto ben poco…

   Che fare? Poiché la pigrizia è un “deaggettivale”, vale a dire un sostantivo che discende da un aggettivo, dobbiamo “esaminare” il padre. Questo è, appunto, il latino “piger”, affine al verbo impersonale “piget” (essere increscioso, di peso, spiacersi, fare controvoglia). Il pigro quando fa una cosa, se la fa, non la fa controvoglia? Spesso non è “di peso” agli altri? Ma l’ “esame” non è finito. Ci sono alcuni Autori che vogliono il latino “piger” discendere dalla medesima radice di “pinguis” (pingue, grasso), donde il senso di “pesante”. La persona pigra non è moralmente “pesante”?

   Dalle parole “di tutti i giorni” passiamo a due parole omofone e omografe (stessa pronuncia e stessa grafia) ma con significati distinti. La prima è il “collo” e – come la precedente pigrizia – viene anch’essa dal latino “collu(m)” il cui significato “principe” – chi non lo sa? – è la “parte del corpo che nell’uomo e negli animali vertebrati unisce la testa col busto”. In questa accezione si tende a dare al latino “collu(m)” il medesimo etimo di “columna” (colonna): “colona che tiene la testa”. Ora, dato che i movimenti del collo si trasmettono al capo, in alcune frasi che indicano, appunto, tali movimenti il collo medesimo diventa sinonimo di  “testa”: abbassare il collo (umiliarsi); sollevare il collo (ardire) e via dicendo. A questo primo significato se ne aggiunge un altro completamente diverso (anche se è in relazione con il precedente): grosso involucro, bagaglio. Non vi è mai capitato di lasciare i vostri bagagli nei depositi delle stazioni ferroviarie dove la tariffa è un “tot a collo”? E perché “collo”? Perché in questo significato il “collo” è impiegato nel senso di fardello da portare in… collo.

   L’altra parola omofona e omografa di cui vogliamo occuparci è la provetta. Nel significato “primario” è il femminile singolare dell’aggettivo provetto (esperto, competente) e viene dal latino – sempre lui! –  “provectus”, participio passato del verbo “provehere”, composto con “pro” (avanti, prima) e “vehere” (portare) e alla lettera significa  “portare avanti”. La persona provetta non  “porta avanti” prima degli altri una determinata attività o un determinato studio?  

   La persona provetta, insomma, è molto “avanzata” nella conoscenza (e nell’esperienza) di una disciplina. Di qui, per estensione – e solo in campo letterario – l’aggettivo provetto è diventato sinonimo di  “vecchio” (‘provetto’: che va “avanti negli anni”). La provetta nel significato di “piccolo e leggero cilindretto di vetro” è, invece, un prestito del francese “éprouvette”, derivato dal verbo “éprouver” (‘provare’). I chimici – per le loro esperienze di laboratorio – non “provano” le loro scoperte nella… provetta?



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