venerdì 18 settembre 2026

Acquartierare: un mistero (eleusino) ortografico

 


Non capiamo per quale motivo il sintagma verbale “acquartierare” si deva (sic!) scrivere con il gruppo consonantico “cq” quando non ha nulla (a) che fare con l’acqua. Il verbo in oggetto, un denominale derivato da “quartiere”, andrebbe scritto, quindi, aquartierare o meglio aqquartierare, in quanto il prefisso “a-”, essendo geminante, provoca il raddoppiamento sintattico. Aqquartierare si trova, infatti, nel Vocabolario Nautico Italiano di Francesco Corazzini. È veramente un mistero eleusino.

L'anomalia grafematica è una vistosa eccezione della lingua italiana, dove il rafforzamento della velare sorda davanti a semiconsonante /w/ viene reso storicamente con "cq" (su modello dell'etimo latino aqua) anziché con il più coerente ed etimologico "qq" (o "cq") fuori contesto semantico.

Sotto il profilo prettamente semantico e storico, la radice ci riconduce al latino quartus e all'alloggiamento delle truppe nelle quattro zone (i quartieri) in cui venivano divisi gli accampamenti o i centri urbani. A questa stessa sfera lessicale e bellica appartiene un'altra celebre locuzione: "lotta senza quartiere" (o "fare una guerra senza quartiere"). In ambito militare, il "quartiere" era la zona di ricovero o di rifugio provvisorio stabilita per i prigionieri di guerra o per le truppe che si arrendevano. Concedere il quartiere significava quindi risparmiare la vita al nemico sconfitto, assicurandogli un alloggio e la salvezza. Combattere una "guerra senza quartiere" equivaleva a un conflitto spietato e all'ultimo sangue, in cui non si concedeva alcuna tregua né si facevano prigionieri.

Confidiamo in una spiegazione di qualche linguista o lessicografo che segue le nostre noterelle per svelare se dietro quel nesso "cq" in acquartierare vi sia soltanto un'attrazione analogica ipercorrettiva nei confronti della famiglia di "acqua" o una bizzarria consolidatasi nella tradizione tipografica e grammaticale italiana.

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Oltre l'angolo della via: la saggezza dimenticata del quartiere

Visto che siamo in tema di quartiere, riportiamo un proverbio, forse, poco conosciuto: «Chi cambia quartiere, cambia fortuna». Questa antica massima di tradizione popolare racchiude in sé una saggezza profonda: ci ricorda che anche il più piccolo spostamento nello spazio geografico e sociale può determinare un ribaltamento radicale del proprio destino.

Nella tradizione urbana e contadina di un tempo, la vita quotidiana era fortemente radicata nel microcosmo del rione o della contrada; le strade che si frequentavano, i volti che si incrociavano tutte le mattine e le dinamiche di vicinato costituivano una vera e propria “gabbia” o, al contrario, un terreno fertile per la prosperità individuale. Spostarsi anche solo di pochi isolati, cambiando aria e punto di vista, significava spezzare simbolicamente la catena della sfortuna, lasciarsi alle spalle rancori, pettegolezzi, cattive reputazioni, e avere nuove opportunità d'affari o di relazione.
 Il concetto di "fortuna" espresso dal proverbio non deve essere inteso solo come cieca sorte o fatalismo, ma anche come l'insieme delle energie e di tutto ciò che ci circonda: rinnovare il proprio ambiente vitale permette infatti di modificare la percezione che gli altri hanno di noi e, al contempo, la nostra stessa disposizione mentale nei confronti del mondo.
In un'epoca contemporanea dominata da grandi spostamenti e migrazioni globali, questo proverbio conserva intatta la sua straordinaria freschezza, ricordandoci che talvolta non occorre attraversare gli oceani per dare una svolta alla propria esistenza, ma può bastare un semplice cambio di prospettiva, varcando il confine sottile che separa un quartiere dall'altro per ritrovare lo slancio perduto e ricominciare da capo.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Guerra in Iran, news. Trump: “Verso un momento cruciale in Iran, sto decidendo se annientarli o meno”

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Correttamente: se annientarli o no. Nelle alternative disgiuntive introdotte da un'ipotetica, la grammatica tradizionale richiede l'uso della particella negativa "no" e non l’avverbio di quantità "meno". Pertanto, nel contesto del titolo, la formulazione grammaticalmente corretta e propria della lingua italiana è esclusivamente "se annientarli o no". Il ricorso a "o meno" è considerato un registro colloquiale o burocratico da evitare in buona lingua (e la stampa dovrebbe...).



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giovedì 17 settembre 2026

La doppia vita di un verbo: tra l’officina e la collera

 Storia di parole che si incrociano: il gesto tecnico del cazzare e la metafora dell’incazzatura

Dopo arrapare, vediamo un altro verbo ritenuto volgare, o quantomeno fortemente colorato, la cui storia nasconde un curioso corto circuito della nostra lingua: incazzarsi. Oggi lo percepiamo come un'esplosione di voce, un gesto secco che scatta come una molla emotiva. Ma se si scava nella memoria del lessico italiano, ci si imbatte in uno strano paradosso: l'esistenza di una radice omografa del tutto pulita, nata tra officine, ponti di navi e pezzi d'artiglieria.

L’etimologia rigorosa ci insegna a non confondere due rami distinti. Da una parte c’è la cazza, dal latino tardo cattia (forse dal greco kýathos, “coppa, tazza”). È un recipiente di ferro per fondere metalli, un cucchiaione o una pala usata nei secoli scorsi per spingere e compattare la carica nei pezzi d’artiglieria. Da qui deriva il verbo tecnico cazzare: un termine d’officina e di marineria che significa “spingere dentro”, “premere con forza” o “tendere una cima” (come nel nautico cazzare la randa). È un gesto d'operaio e di marinaio, privo di qualsiasi sfumatura oscena.

Dall'altra parte, il verbo incazzarsi condivide con il mondo della fisica e della meccanica la stessa idea di fondo: la pressione e l'irrigidimento. Nella lingua parlata, l'estensione metaforica verso la rabbia è nata dalla similitudine con la reazione fisiologica della tensione – una massa o un corpo che perde elasticità, si indurisce e s'irrigidisce sotto lo sforzo o la provocazione – sovrapponendosi all'espressività colorita del lessico popolare.

La storia semantica di questo verbo è dunque un piccolo viaggio a due binari. Nei manuali tecnici dell'Ottocento si raccomandava di “non cazzare troppo la carica” per non compromettere il tiro, e in diverse parlate dell'Italia centrale si usava dire che un pezzo di cuoio o una massa di metallo “s’era incazzato” per indicare semplicemente che si era indurito o contratto durante la lavorazione.

Con il Novecento e il progressivo abbandono del lessico artigianale nella lingua di tutti i giorni, l'uso tecnico di cazzare è sfumato nei gerghi di nicchia, lasciando campo libero alla percezione moderna, che ha unificato tutto sotto la patina della bruschezza.

È un viaggio semantico che attraversa secoli: le parole cambiano forma e registro non perché nascano sporche, ma perché la sensibilità di chi le usa tende a dimenticare le radici meccaniche per valorizzare quelle emotive. Le parole non diventano dure da sole; siamo noi che, premendole troppo, le facciamo irrigidire.

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Il confine e… il confino

 

Alcune persone ritengono i lessemi confino e confine intercambiabili, ma non è così: la confusione nasce dalla somiglianza formale tra le due parole, che condividono la medesima accentazione piana sulla vocale i e una radice comune. Tuttavia, sotto il profilo semantico e funzionale si tratta di due sostantivi maschili nettamente distinti, appartenenti a sfere concettuali lontane.

Il termine confìne trae origine dal latino confinis, composto dalla preposizione cum («insieme») e dal sostantivo finis («limite, termine»). Indica la linea di demarcazione, reale o convenzionale, che separa due territori adiacenti – stati, regioni, proprietà – oppure il limite massimo entro cui si circoscrive un concetto, un’azione o una facoltà. È un sostantivo che appartiene alla geografia, alla logica, alla definizione dei perimetri, materiali o astratti: i viaggiatori hanno esibito i passaporti al valico di confine; le sue ultime affermazioni valicano il confine del buon senso.

Il sostantivo confìno viene, invece, direttamente dal verbo confinare nell’accezione di «relegare» o «esiliare», attestata nel latino medievale confinare. Designa la misura punitiva, amministrativa o giudiziaria che obbliga una persona a dimorare in un determinato comune isolato o a non soggiornare in specifiche località. È un vocabolo che appartiene alla storia politica, alla repressione, alla coercizione. Nella memoria collettiva italiana richiama soprattutto la pratica del governo fascista, che lo utilizzò per allontanare oppositori, intellettuali, sindacalisti, semplici sospetti: molti antifascisti vennero condannati al confino nelle isole dell’arcipelago campano; scontata la pena del confino, il docente poté finalmente far ritorno in città.

La differenza fondamentale sta, dunque, nel significato profondo delle due voci: confìne si riferisce alla linea di separazione o al limite geografico e concettuale; confìno descrive lo stato di coatta reclusione o l’atto penale del relegamento di un individuo in un luogo stabilito dall’autorità. Una linea che divide e un esilio che costringe: due mondi semantici che non si toccano, nonostante la vicinanza grafica.

Una curiosità. Nei documenti amministrativi del primo Novecento si trovano talvolta scambi involontari tra confine e confino, soprattutto in atti redatti in fretta da funzionari locali. In alcuni casi la sostituzione generava paradossi linguistici: si legge di «trasferimenti al confine» che erano in realtà misure di confino, o di «zone di confino» che erano semplici aree di frontiera. Gli archivisti correggevano a margine, creando una piccola stratigrafia di errori che oggi è preziosa per chi studia la storia minuta della burocrazia italiana.

 

 

 

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mercoledì 16 settembre 2026

Il fango e... la fanga

 


Nella vita "segreta" delle parole italiane, il passaggio dal maschile al femminile non è mai un semplice cambio di desinenza: è una metamorfosi. Quando la lingua decide di femminilizzare un sostantivo, spesso lo fa per dargli corpo, peso, concretezza. Fango e fanga sono un esempio perfetto di questa plasticità: due forme che non si oppongono, ma si completano, oscillando tra la solennità letteraria e la vitalità dei gerghi popolari.

La fanga, nei vocabolari, è definita come il fango liquido, denso, abbondante: non una variante, ma una massa. L’italiano, da secoli, usa il femminile per trasformare una materia in un’esperienza tangibile. E infatti la letteratura ha accolto la parola con naturalezza, proprio per la sua forza visiva. Giovanni Battista Fagiuoli scrive: non si può camminar per la gran fanga; e già in quel gran si sente la pesantezza della melma. Gabriele D’Annunzio, nella Canzone del Muggia, spinge ancora oltre: In foco in sangue in fanghe in ghiacci inerti / I peccatori abbrucia attuffa asserra. Il plurale le fanghe diventa un paesaggio morale, un pantano che non è solo fisico ma anche simbolico, una materia che punisce, soffoca, trascina.

Una curiosità: nei testi secenteschi la fanga compare spesso per designare non solo la melma, ma anche la terra smossa dopo le piogge, come se il femminile servisse a dare alla sostanza un carattere più vivo, più mobile. È una sfumatura che i dizionari odierni non registrano più, ma che si ritrova in certi autori minori del Seicento e del Settecento, dove la fanga è quasi una creatura che si muove, si spande, invade.

Poi la parola compie un salto inatteso. Nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, i fanti vivevano immersi nella melma per mesi: scarponi sempre bagnati, pesanti, incrostati. In quel mondo di sofferenza e ironia, la materia finì col dare il nome all’oggetto. Le fanghe divennero le scarpe: non per metafora, ma per metonimia. La terra bagnata che avvolgeva gli scarponi si fuse con loro, e il nome passò dalla sostanza alla calzatura. È uno dei casi più limpidi di come il gergo militare sappia trasformare la realtà in linguaggio.

Da lì, il termine migrò nei dialetti e nei gerghi giovanili: nel romanesco, nel bolognese, in vari parlari settentrionali. Le fanghe sono diventate le scarpe pesanti, vistose, logore, quelle che fanno rumore sul marciapiede o che richiamano la storia di chi le calza. Una traccia della trincea rimasta nella vita quotidiana.

La bellezza di fanga sta proprio in questa duplicità: la melma solenne dei versi dannunziani e la scarpa infangata del fante, del ragazzo di borgata, del lavoratore che attraversa la città. Due mondi che non si contraddicono, ma convivono. La lingua, come sempre, non sceglie: accoglie.

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Scarcerazione su cauzione: la preposizione che fa la legge

Nella lingua giuridica capita spesso di imbattersi in formule che sembrano ovvie, e invece nascondono una piccola insidia. È il caso della scarcerazione su cauzione, che molti, per analogia con altre costruzioni, trasformano, erroneamente, in scarcerazione dietro cauzione (come titolava una trasmissione televisiva). Ma qui la preposizione non è un dettaglio: è il cuore del significato. Su cauzione indica la condizione posta dall’autorità giudiziaria per concedere la libertà provvisoria; dietro cauzione suggerirebbe un rapporto di causa-effetto generico, quasi fisico, che non appartiene al linguaggio tecnico (ma soprattutto al linguaggio corretto). Per capire perché, occorre guardare da vicino i due usi: dietro e su.

Dietro è una preposizione impropria che nasce da un’idea spaziale: ciò che sta “alle spalle”, ciò che è “retro”, ciò che si colloca “in coda”. Da questa radice concreta si sono sviluppati vari slittamenti semantici. Dietro può indicare la causa che muove un’azione (dietro quel gesto c’è una lunga storia familiare). Può indicare la motivazione nascosta (dietro la decisione del consiglio c’è un accordo non dichiarato). Può indicare la copertura o la protezione (agire dietro garanzia, dietro autorizzazione, dietro mandato). In tutti questi casi, dietro conserva un’ombra della sua origine: qualcosa sta “dietro” qualcos’altro, lo sostiene, lo spinge, lo giustifica. È una preposizione che racconta un retroterra, un fondamento, un motore. Per questo funziona bene quando si vuole richiamare ciò che sta “a monte” di un atto, ciò che lo rende possibile o lo spiega. È il motivo per cui, in contesti non tecnici, si può dire che un pagamento è avvenuto dietro ricevuta, o che un accesso è consentito dietro presentazione del documento. In questi casi la preposizione non indica una condizione giuridica, ma un requisito pratico: qualcosa che si mostra, che si esibisce, che sta “dietro” l’azione e la permette.

Su, invece, ha un’altra natura. È la preposizione della base, del fondamento, della condizione posta come requisito formale. Su cauzione significa che la scarcerazione avviene a condizione che la cauzione sia versata. Non c’è retroterra, non c’è motivazione nascosta: c’è un vincolo giuridico. È la stessa logica che troviamo in assunzione su concorso, accesso su domanda, rilascio su autorizzazione. In tutti questi casi su indica la piattaforma normativa su cui si regge l’atto. È una preposizione asciutta, tecnica, che non racconta un “dietro”, ma stabilisce un “a patto che”. Per questo la formula scarcerazione su cauzione è l’unica corretta: la cauzione non è ciò che “sta dietro” la scarcerazione, ma ciò su cui essa si fonda, la condizione che la rende giuridicamente possibile.

Un esempio chiarisce bene la differenza. Se dico che un permesso è concesso dietro presentazione del documento, sto descrivendo un gesto pratico: mostro il documento, ottengo il permesso. Se dico che un permesso è concesso su autorizzazione, sto indicando la base normativa: l’autorizzazione è la condizione formale che permette l’atto. Allo stesso modo, la cauzione non è un pezzo di carta che si esibisce: è un istituto giuridico che fonda la scarcerazione. Per questo dietro cauzione suona “improprio”, quasi ingenuo, mentre su cauzione è la formula esatta, quella che rispetta la logica del diritto.

Una curiosità storica aggiunge un tocco di sapore. Nei testi giuridici dell’Ottocento, su è la preposizione regina delle condizioni: su cauzione, su fideiussione, su istanza, su decreto. È una scelta di stile che riflette la volontà di distinguere la condizione formale dalla motivazione sostanziale. Dietro, invece, resta confinato ai contesti pratici, amministrativi, materiali. La lingua, insomma, ha tracciato una linea netta: ciò che è requisito tecnico vuole su; ciò che è requisito operativo tollera dietro.

Insomma, si dice scarcerazione su cauzione perché la cauzione è la base giuridica dell’atto, non il suo “retroterra”. Dietro si usa quando qualcosa “sta alle spalle” dell’azione, la muove o la giustifica; su quando qualcosa è la condizione formale che la rende possibile. È una distinzione sottile ma decisiva, una di quelle piccole eleganze che fanno la differenza tra lingua sorvegliata e lingua approssimativa. E, come spesso accade, la preposizione giusta è quella che non tradisce la logica interna del concetto.






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martedì 15 settembre 2026

Quando una parola arrossisce più di noi

 Arrapare: il fremito innocente che la lingua ha travestito da malizia


Arrapare”
è uno di quei termini che sembrano nascere già con un’ombra addosso: un suono che graffia, un’aria di malizia spontanea, una fama che precede il significato. È il classico vocabolo che il parlante comune liquida come “volgare” senza chiedersi se davvero lo sia. E invece - come spesso accade ai fossili idiomatici travestiti da turpiloquio - se si guarda con un po’ di attenzione e pazienza si scopre che la sua storia è meno torbida di quanto sembri e che la volgarità è più acustica che semantica.

Il significato corrente è noto: eccitare sessualmente, accendersi, il risvegliarsi dei sensi. È un verbo che non descrive atti, non nomina organi, non esplicita nulla: registra un moto interiore, un fremito, un ribollire. La sua “pesantezza” è tutta nella percezione, non nella struttura. È come una foglia che cade nel punto sbagliato: la si scambia per qualcosa di più grave, ma è solo un tremito.

Il Treccani, con la consueta sobrietà, lo definisce voce meridionale derivata da rapa, in senso maliziosamente allusivo. Si tratta di un’etimologia popolare, non di un latino diretto: la parola nasce nel parlato, non nei codici scritti. Accanto a questa spiegazione ufficiale, però, si può affiancare una ricostruzione più antica, filologicamente plausibile, che guarda al latino rapĕre, “strappare, trascinare, smuovere”. Non è un etimo certo, ma è un’ipotesi: rapĕre ha generato una famiglia di verbi che indicano proprio il “trascinare”, il “muovere con forza”, lo “scuotere”. È un valore semantico che si adatta bene al nucleo originario di arrapare: un risveglio, un’accensione, un turbamento improvviso.

In molte aree meridionali, infatti, fino a tempi recenti arrapato non aveva necessariamente un valore erotico: poteva indicare un animale vivace, un bambino agitato, una persona “sulle spine”. Il senso era quello dell’irrequietezza, del fermento, del ribollire. Solo più tardi, per slittamento semantico, quel fermento è stato interpretato come risveglio dei sensi. È un caso tipico di come la lingua sposti il baricentro di una parola senza chiedere permesso, portandola da un generico “agitare” a un più specifico “eccitare”.

C’è poi un dettaglio fonico che contribuisce alla sua fama: quella doppia r, quel suono che sembra mordere, quella chiusura brusca rendono la parola più “scabrosa” di quanto sia davvero. Alcuni termini vengono percepiti come più pesanti per pura impressione acustica; arrapare è uno di questi. Il suono costruisce il costume, il costume costruisce la reputazione.

Per concludere queste noterelle, arrapare è un verbo che vive di un equivoco: sembra dire più di quanto dica, sembra mostrare più di quanto mostri. Il Treccani – dicevamo - registra la sua origine popolare da rapa, ma la lingua, nel suo cammino, ha conservato un eco più antico, quello del latino rapĕre, che non ha nulla di osceno. È un lessema che la percezione ha colorato di malizia, ma che, se lo si guarda con la “lente linguistica” giusta, rimane sorprendentemente innocente: un fremito, un risveglio, un accendersi. Nulla di più, nulla di meno. La volgarità, spesso, non sta nelle parole, ma nelle intenzioni di chi le pronuncia.

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Settembre: il mese che pareggia i conti

Settembre è il mese che pareggia i conti” è un fossile idiomatico che arriva dalle campagne mezzadrili dell’Italia centrale, dove l’anno non si misurava in trimestri ma in raccolti, e il calendario non era un oggetto appeso alla parete: era la terra stessa. Settembre, più di ogni altro mese, era il momento della verità. Non aveva la teatralità della vendemmia né il clamore delle fiere autunnali; aveva invece una calma severa, quella dei bilanci che non si possono truccare. Ciò che si era seminato, curato, trascurato o rimandato tornava indietro in forma di resa, e quel pareggia i conti non era un rimprovero ma un sorriso fatalista: la terra non mente, e a settembre presenta il suo resoconto.

La bellezza di questo idiomatismo è che, pur nascendo tra filari e trebbiatrici, parla di noi molto più che dei campi. Settembre è il mese che chiude le illusioni estive, rimette in asse le giornate, riapre le agende che luglio aveva lasciato socchiuse. È un mese che non giudica, ma registra. Non chiede scuse, non pretende propositi: semplicemente mostra ciò che è rimasto in sospeso, ciò che si è fatto, ciò che si è lasciato indietro. È un contabile gentile, che non alza la voce e non batte il pugno sul tavolo; si limita a sommare, sottrarre, ricomporre, ricordare...

E così quel vecchio detto contadino diventa un piccolo specchio morale: non ammonisce, non punisce, non pretende virtù. Invita solo a guardare con calma ciò che si è accumulato nei mesi precedenti, a riconoscere che ogni estate porta con sé un po’ di disordine e che settembre, con la sua aria più sottile, è il mese che rimette tutto al proprio posto. È un modo di dire che non ha fretta, che non corre, che non spinge: accompagna. E forse è proprio per questo che, ogni anno, quando arriva il primo fresco, sembra risvegliarsi da solo, come un vecchio proverbio che sa quando è il momento di tornare a parlare.



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domenica 13 settembre 2026

Sgroi – 228 - Il linguista tra descrittivismo e prescrittivismo neo-purista

 

     


di 
Salvatore Claudio Sgroi


1. Il post di Fabio Marri

Un caro amico e collega, Fabio Marri (Università di Bologna), con riferimento al mio intervento 227 - Sul perché della pronuncia sdrucciola (anziché bisdrucciola) di Papa Francesco

(lunedì 7 settembre), ha postato (11 settembre) il seguente commento:


Non è la prima volta che è dimostrata la matrice ispano/argentina delle "stranezze" di papa Francesco. Almeno in questo caso, non si potrà dire che sia/fosse un modello da suggerire agli italiani”.


2. Descrizione laica non neo-puristica

In realtà, da linguista laico non ho mai detto che questo o quell’uso dovesse essere “un modello da suggerire agli italiani”. Mi sono sempre limitato a individuare la regola (spesso inconscia) di un certo uso e a rilevare che quell’uso in virtù del prestigio del suo parlante poteva essere imitato dagli italiani.

Così nel caso degli usi marcati di Papa Francesco: (i) “In bocca a un locutore di tale prestigio il dialettalismo [spuzzare] è stato promosso, come dire, direttamente a voce ‘italiana’, e se si diffonderà, diventerà voce pan-italiana, superando la fase di regionalismo a cui era relegata” (Il Papa è infallibile: lo dice la grammatica, Accademia della Crusca 2025, p. 52); -- (ii) “misericordiare […] è rinato nel 2013 grazie al Pontefice, con tutto un ‘avvenire’ dinanzi a sé” (ivi, p. 56); -- (iii) “Che quest’uso [commosso ‘turbato’] creativo della lingua del Papa possa diffondersi è naturalmente più che probabile in considerazione del prestigio del Sommo Locutore” (ivi, p. 62); -- (iv) “prima dell’uso del Papa, nostalgioso esisteva potenzialmente, nel sistema, in virtù della regola di derivazione condivisa con lo spagnolo, ma è grazie all’uso di Papa Francesco, che si è realizzato in italiano, diventando quindi, come direbbe Eugenio Coseriu (1952), ‘norma’ e con un avvenire assai promettente dinanzi a sé grazie al prestigio del Sommo Locutore” (ivi, p. 92); -- “L’anglicismo influencer […] acquista grazie all’uso di un parlante autorevole, istituzionale, quale è Papa Francesco, un potente impulso ad affermarsi come neologismo ‘dall’alto’ nella nostra lingua” (ivi, p. 119), ecc.


3. Uso errato degli allofoni

Trattandosi di un italofono straniero, ovvero allofono, Papa Francesco può naturalmente commettere degli errori, nel senso di Eugenio Coseriu (1990), ovvero realizzare interferenze della Lingua-1 sulla lingua-2 quando, a livello di rango storico-idiomatico, produce forme estranee ai nativi, per es. in spagnolo dire traer anziché llevar o ir anziché venir da parte di italiani o catalani.


4. Diffusione in italiano della pronuncia sdrucciola?

Nel caso delle pronunce sdrucciole di Papa Francesco di cui nel citato intervento: /litìgano/, /comunìcano/, /interrògano/, /mormòrano/, /insanguìnano/, /fabbrìcano/ per interferenza con lo spagnolo, non potrei scommettere per una loro diffusione in italiano, malgrado il prestigio di Papa Francesco, perché strutturalmente antitetiche rispetto alla fonologia dell’italiano.


5. Pronuncia piana in friulano

Come sanno i dialettologi, nel caso dell’italiano regionale friulano nell’ambito familiare è possibile dire come calco sul friulano “non ti pettìni?”. "Tutte le radici verbali, in quanto unità lessicali, condividono in friulano una caratteristica particolare legata alla posizione dell’accento, il quale, nelle forme rizotoniche, può trovarsi solo nell’ultima sillaba della radice: si veda ad es. [pe’tɛne] (lui) pettina’, [pre’dice] ‘(lui) predica’, [se’mɛne] ‘(lui) semina’, [re’gɔle] ‘(lui) regola’, rispetto ai rispettivi nomi collegati lessicalmente, che hanno invece l’accento sulla sillaba precedente [‘pjɛtiƞ] ‘pettine’, [‘prɛdice] ‘predica’, [‘sɛmine] ‘semina’, [‘rɛgule] ‘regola’” (Paola Benincà e Laura Vanelli, Morfologia e sintassi, in Sabine Heinemann, Luca Melchior (eds.), Manuale di linguistica friulana (Manuals of Romance Linguistics, edited by G. Holtus and F. Sánchez Miret, Volume 3), Berlin/Boston, de Gruyter 2015, pp. 184-206, a p. 193).

Epperò “Questa restrizione non si applica ai prestiti entrati recentemente nel friulano: ad es. [te’lɛfone] ‘(lui) telefona’ e non *[tele’fone], [‘vizite] ‘(lui) visita’ e non *[vi’zite], ecc.".

E non vale nel caso degli ess. sdruccioli (e non bisdruccioli) di papa Francesco, che in quanto prestiti in friulano sono tutti sdruccioli (e non piani): a lîtighin = lìtigano, a comùnichin = comùnicano, a intèrroghin = intèrrogano, a mòrmorin = mòrmorano , a insànguinin = insànguinano = a fàbrichin = fàbricano, ecc.

E tuttavia non manca chi, friulanofono, applica in italiano la regola friulana in tutti i casi, con una forzatura quasi per gioco dicendo, come il Pontefice: litìgano, comunìcano, interrògano, mormòrano, insaguìnano, fabrìcano.


Sommario

1. Il post di Fabio Marri

2. Descrizione laica non neo-puristica

3. Uso errato degli allofoni

4. Diffusione in italiano della pronuncia sdrucciola?

5. Pronuncia piana in friulano




Avere il passo della foglia che gira

 


Ci sono modi di dire che non fanno rumore: non arrivano dalle grandi città, non hanno viaggiato nei romanzi, non si sono imposti nei dizionari e nei testi di lingua. Vivono ai margini, nelle valli, nelle pieghe delle parlate montane, e proprio per questo conservano una purezza che la lingua comune ha smarrito. Avere il passo della foglia che gira appartiene a questa famiglia discreta. È un fossile idiomatico alpino, attestato tra Ottocento e primo Novecento, nato in un mondo dove il vento non era un fenomeno meteorologico, ma un personaggio quotidiano, capace di decidere il ritmo della giornata.

Il passo della foglia che gira è un passo senza direzione. La foglia, quando il vento cambia, non oppone resistenza: si lascia prendere, si lascia voltare, si lascia portare. Gira su sé stessa, non perché voglia girare, ma perché non ha un proprio asse da difendere. Così era l’uomo che aveva il passo della foglia che gira: un essere che camminava senza scopo preciso, che procedeva per inerzia, che si muoveva perché la vita lo muoveva, non perché avesse scelto una meta. Non era un giudizio severo: era una constatazione affettuosa, quasi rassegnata, come quando si dice che qualcuno ha il passo corto o la voce bassa. Era un modo di descrivere un temperamento, non un difetto.

Una piccola curiosità meteorologica chiarisce meglio l’espressione. In alcuni almanacchi locali la foglia che gira era simbolo dell’indecisione del vento: quei giorni sospesi, in cui le correnti non sanno da che parte andare, e il cielo resta incerto, come se stesse pensando. La foglia che gira era il segno di questa esitazione atmosferica. Da lì il passo incerto, oscillante, quasi sospeso: un camminare che non è né avanti né indietro, ma semplicemente in attesa.

E oggi? Oggi questo fossile si potrebbe adoperare armoniosamente per descrivere chi vive in una fase di transizione, chi non ha ancora scelto una direzione, chi procede con un passo morbido, non per mancanza di volontà ma per delicatezza. Si potrebbe dire di un ragazzo che, finita l’università, non ha ancora deciso quale strada imboccare; di un collega che si muove tra progetti diversi senza averne ancora uno centrale; di un amico che attraversa un periodo di sospensione emotiva, in cui tutto è possibile ma nulla è ancora deciso. È un modo di dire che non ferisce, che non giudica, che non pretende: osserva la persona come si osserva una foglia che gira, con la stessa pazienza, la stessa dolcezza, la stessa comprensione del vento che cambia.

La forza del modo di dire sta nella sua delicatezza. Non parla di smarrimento, non parla di confusione, non parla di debolezza. Parla di una disponibilità quasi vegetale, di una docilità al mondo, di un lasciarsi portare senza opporre resistenza. È un’immagine che non giudica: osserva. E nella sua semplicità dice qualcosa di profondo sulla natura umana, che a volte procede con decisione e a volte, invece, si lascia girare come una foglia, aspettando che il vento trovi finalmente una direzione. La lingua, quando vuole essere gentile, non inventa metafore grandiose: guarda una foglia che gira e capisce tutto.

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Quando una vocale decide il destino delle parole

Il viaggio di un fonema che spegne la mente o accende i sensi

Nel laboratorio vivo della nostra lingua basta un soffio, un cambio di vocale, per spostare il senso da un continente all’altro. Soporifero e saporifero sono due forme dotte che condividono la stessa radice latina fero, “portare”, “recare”, che ritroviamo in voci come lucifero o pestifero. Eppure basta che il sopor diventi sapor perché la parola cambi direzione: dalla camera da letto alla cucina, dal torpore alla vivacità dei sensi.

Soporifero significa che porta il sonno, che concilia l’assopimento. In origine è voce medica e botanica: il papavero è soporifero, una tisana di camomilla e valeriana è soporifera, alcuni farmaci hanno effetto soporifero. Ma l’uso comune ha spostato la parola verso la metafora: un libro che non decolla è soporifero, una conferenza interminabile è soporifera, un film che procede come una palude narrativa è soporifero. Qui la virtù del riposo si trasforma in noia sconfortante, in quella sonnolenza indotta che non ha nulla di benefico, ma molto di involontariamente comico.

Saporifero, invece, significa che dà sapore, che produce sapidità. È voce più rara, più tecnica, più appartata. Le papille saporifere sono le sentinelle della lingua, le strutture che decodificano le molecole del cibo; le sostanze saporifere sono i principi attivi che rendono viva una pietanza, che trasformano l’insipido in esperienza. Un brodo arricchito con sostanze saporifere diventa più gustoso, una salsa può essere resa saporifera con un concentrato aromatico. Se il soporifero spegne la vigilanza, il saporifero la accende: è un risveglio sensoriale, un piccolo scatto di appetito.

Confondere i due lessemi significa rischiare cortocircuiti irresistibili. Un discorso politico definito saporifero potrebbe sembrare sorprendentemente vivace, ricco di contenuti “di gusto”, quando magari si voleva denunciare la sua capacità di addormentare la platea. Lodare uno chef per un piatto soporifero suonerebbe come un sospetto di sonnifero dissimulato tra gli ingredienti. L’italiano, in questi casi, non perdona: la vocale è un bisturi, e basta un soffio per passare dall’oblio del sonno alla vitalità del gusto.

Una piccola curiosità: nel latino classico sopor e sapor erano già percepiti come coppia minima, tanto che alcuni grammatici antichi li citavano insieme per mostrare come una sola vocale potesse cambiare il destino semantico di una parola. È un dettaglio minuscolo, ma racconta bene quanto la nostra lingua sia figlia di una sensibilità antica, attentissima alle sfumature.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Il congresso regionale

Forza Italia, Silvestro nuovo vice segretario in Campania: è indagato a Roma per violenza sessuale

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Lo ripeteremo fino alla nausea. Vice, in funzione di confisso (prefisso), si “attacca” al sostantivo che segue: vicesegretario. QUI.










(Non è in commercio)





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sabato 12 settembre 2026

Le fame e… le fami


 
Ci sono coppie di parole che sembrano nate per confondere, e invece la lingua le tiene lontane come due pianeti che orbitano nella stessa frase senza mai sfiorarsi. Fama e fame sono così: quasi identiche a vedersi, diversissime a viverle. Da un lato la notorietà, la reputazione, la voce che corre; dall’altro il bisogno di cibo, la mancanza, la carestia. Due mondi separati, due etimologie che non si toccano, due storie che procedono parallele. Eppure, quando si arriva alla questione del plurale, i vocabolari improvvisamente si fanno cauti: chi tace, chi dice invariabili (perché appartengono ai cosiddetti nomi di massa, non numerabili) e chi accenna a un plurale raro. È un pudore curioso, perché la grammatica, invece, parla con limpidezza: entrambi i sostantivi hanno un plurale regolare, perfettamente conforme alla morfologia italiana, anche se l’uso comune li mantiene quasi sempre al singolare.

Fama” viene dal latino famam, la voce che corre, la notizia che si diffonde, la reputazione che si costruisce nel tempo. È un femminile in -a, e come tutti i femminili in -a pluralizza in -e: le fame. Un plurale che esiste, che è legittimo, che non ha nulla di strano. È raro, certo, perché la fama è un concetto che si percepisce come unitario: o c’è, o non c’è. Ma quando si vuole distinguere tra forme diverse di notorietà, tra reputazioni plurime, tra voci che circolano in direzioni opposte, le fame diventa improvvisamente utile. Gli autori che hanno usato questo plurale lo hanno fatto proprio per questo. Boccaccio, nelle Novelle, parla delle fame che corrono sul conto dei protagonisti, e lo fa con naturalezza, come se il plurale fosse la cosa più ovvia al mondo. Anche Machiavelli, nelle Istorie fiorentine, ricorre a le fame per indicare le voci che si diffondono nelle città, quelle che precedono gli eventi e li deformano. E Manzoni, che pure non abbonda nell’uso, non esita a parlare delle fame che circolano nei paesi, quando vuole rendere l’idea delle dicerie che si accavallano e si contraddicono.

Anche fame” viene dal latino: famem, bisogno di cibo, mancanza, carestia. È un femminile in -e, e come tutti i femminili in -e pluralizza in -i: le fami. Anche questo plurale è regolare, anche questo è raro. Ma raro non significa scorretto: significa semplicemente che la fame, nella vita quotidiana, è esperienza che si percepisce come singolare. Quando però si parla di storia, di antropologia, di sociologia, le fami diventa necessario. Leopardi, nello Zibaldone, distingue tra fami diverse, e lo fa per ragionare sulle condizioni materiali dei popoli. Verga, nelle sue prose, parla delle fami che colpiscono le campagne, e il plurale gli serve per differenziare le carestie, per dare loro un volto, una causa, una stagione. Anche Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, usa le fami per raccontare le mancanze croniche del Sud, quelle che non sono solo mancanza di cibo, ma mancanza di tutto.

Una curiosità quasi "invisibile": nonostante la somiglianza grafica, la lingua non ha mai confuso i due lessemi. Non esiste alcuna oscillazione storica tra i significati, nessuna ambiguità, nessun incrocio. Fama è sempre stata fama; fame è sempre stata fame. È come se l’italiano avesse voluto proteggere la reputazione dalla carestia, e la carestia dalla reputazione. Eppure, proprio nel plurale, le due parole mostrano la loro natura più semplice: sono sostantivi regolari, che pluralizzano come tutti gli altri della loro classe. È l’uso che li tiene fermi, non la grammatica.

Gli esempi moderni aiutano a vedere la cosa con chiarezza: le fame che circolavano su quel poeta erano contraddittorie; le fami che colpirono il contado nel Seicento cambiarono la struttura sociale; le fami nel mondo non sono tutte uguali, perché ogni mancanza ha la sua storia. Sono frasi limpide, naturali, che non suonano affettate. Basta pronunciarle una volta per capire che il plurale non solo è possibile, ma è anche utile.

Per concludere queste noterelle: fama e fame pluralizzano, eccome. Lo fanno in modo regolare, elegante, coerente con la morfologia italiana. Se i vocabolari esitano, è solo perché l’uso comune preferisce il singolare. Ma la lingua, quando la si “ascolta” davvero, non ha esitazioni: le fame e le fami esistono, sono corrette, e sono strumenti preziosi per chi vuole distinguere, raccontare, precisare. Anche ciò che sembra unico, a volte, ha molte forme, molte storie, molte vite.


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La lingua “biforcuta” della stampa


una media di 15 unità nell'ultimo decennio di giorni.


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Lo strano fenomeno delle rocce camminano da sole nella Valle della Morte


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Ma mentre lui cerca di ricompattare le fila … Ora si corre per essere pronti per la l’8 di novembre …


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Sara Netanyahu, moglie del premier israeliano, in un'intervista a Channel 14 ha insinuato a una teoria della cospirazione contro Yair Golan …


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Morte di Noemi Impellizzeri, il Ris di Messina trovano un cellulare …


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L'Iran accusato gli Stati Uniti di essere Satana …

"Con tutto questa inutile agitazione, non solo fallirete …”

Donald Trump nel corso di un'intervente al canale pubblico israeliano …


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Questa mattina l'esercito ha colpito con missili … base aerea di Ahmad al-Jaber in Kuwait e quella di presso la base aerea di Al Minhad …

I soldati hanno dentificato un terrorista che aveva oltrepassato la Linea Gialla e si stava avvicinato alle truppe …

per respingere gli attacchi di droni mentre scortavano per le navi che trasportavano petrolio.


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il secondo capitolo di un fatto che già in passato aveva riguardato Franco Saba che in passato, sullo stesso muraglione, era stato destinatario anche di minacce di morte.


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In precedenza l'agenzia di stampa turca Anadolu, di una telefonata tra Fidan e Araghchi.

controllano ampie regioni del Paese, compresa la capiytale Sana'a.


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questa verità prima o poi verrà a galle perché è la sola ragionevole.


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colpi di arma da fuoco automatiche …


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Gli Houthi hanno respinto un'offensiva terrestre selle forze governative

Sono anni che, spiega ancora FT, Teheran ha dedicato anni a costruire un sistema …


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Lo ha affermato il ministro dell'Economia turco, Mehmet Simsek, spiegando che i fondi vengono vengono custoditi in un conto soggetto a rigide regolamentazioni …

gli Houthi, i ribelli filo-iraniani saliti al potere nel 2014 dopo aver conquistato sequestrato la capitale, Sanaa.


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Fare ora può costare fino 2 dollari per un’automobile e 5 dollari per un camion, una spesa importante per gli iraniani …


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Alcune stazioni di servizio, racconta il quotidiano, "sono rimasti senza carburante …







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venerdì 11 settembre 2026

Ammortare e... ammortizzare

 


La lingua italiana offre spesso coppie di verbi che condividono una radice comune ma che, nel corso dei secoli, hanno preso strade stilistiche ed espressive differenti. È il caso di ammortare e ammortizzare, due voci verbali legate da una stretta parentela semantica, talvolta usate come sinonimi, ma contraddistinte da una diversa frequenza d’uso, una differente sfumatura di registro e un raggio d’azione applicativo non del tutto sovrapponibile.

Sotto il profilo etimologico, entrambi i verbi risalgono al latino mors, mortis (morte), con l’aggiunta del prefisso a-. Il significato originario era quello di “rendere morto”, “smorzare”, “estinguere”. Da questa base nasce ammortire, voce dotta italiana che ha dato vita ad ammortare, la forma più antica e nativa del nostro lessico. Già in Dante e in Franco Sacchetti ammortare significava spegnere, placare, attutire: si ammortavano fiamme, desideri, vizi, passioni troppo vive. Con il tempo, la lingua ha spinto il verbo verso un territorio più tecnico, quello dell’estinzione graduale di un debito o della ripartizione pluriennale del costo di un bene. Oggi ammortare ha un sapore leggermente arcaico o strettamente contabile, meno comune nel parlato ma perfettamente legittimo e preciso.

Ammortizzare, dal canto suo, guarda da vicino il verbo francese amortir (che significa “smorzare, attutire, estinguere”), attestato già nel Medioevo e molto presente nei linguaggi tecnici europei. Alcuni linguisti ritengono che abbia esercitato un influsso sull’italiano moderno, soprattutto nell’Ottocento, quando il suffisso -izzare si diffondeva nei linguaggi tecnici. I vocabolari, però, non menzionano esplicitamente il francese: preferiscono considerare ammortizzare una formazione interna, modellata su ammortire e costruita con il suffisso -izzare, senza postulare un prestito diretto. Altre fonti, invece, vedono nel francese un modello morfologico plausibile, dato che molte voci italiane in -izzare nascono proprio per calco da verbi francesi in -iser.

Questa pluralità di letture etimologiche spiega bene la vitalità del verbo: ammortizzare ha conquistato rapidamente l’italiano moderno, diventando dominante nel linguaggio economico-finanziario, dove ha quasi soppiantato ammortare nel parlato quotidiano. Ma la sua forza non si limita alla contabilità: è lui il verbo che entra nella meccanica, nella fisica degli urti, nelle sospensioni dei veicoli, nelle vibrazioni da assorbire. Da qui nasce ammortizzatore, parola che ha fatto il giro dei manuali tecnici del Novecento e che ha contribuito a consolidare l’uso del verbo. In senso figurato, ammortizzare è diventato anche il verbo delle metafore quotidiane: si ammortizza una brutta notizia, si ammortizza un colpo emotivo, si ammortizza un imprevisto che rischia di farci vacillare.

Per concludere queste noterelle, ammortare conserva una veste più snella e antica, confinata perlopiù all’estinzione contabile di una passività o a un registro letterario; ammortizzare è il verbo moderno, versatile, capace di muoversi con naturalezza dalla contabilità aziendale alla meccanica di un veicolo, fino alle metafore della vita quotidiana. E la sua etimologia, lungi dall’essere univoca, racconta proprio questo: una parola nata da una radice italiana, cresciuta in un ambiente tecnico europeo e diventata, nel tempo, una delle forme più duttili della lingua di Dante.

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Avere il boia addosso

Ci sono modi di dire che sembrano usciti da una botola del passato, e avere il boia addosso è uno di quelli che conservano ancora un odore di legno scuro e di passi pesanti. L’espressione non descrive semplicemente un’ansia: la incarna. Chi ha il boia addosso vive come se qualcuno gli camminasse dietro, come se ogni gesto fosse “spiato”, come se la condanna fosse già pronta e restasse soltanto da eseguirla. La forza dell’immagine nasce dal termine boia, che ha una storia etimologica più complessa di quanto sembri: non solo la radice germanica proposta da alcuni linguisti, ma anche – e con maggior peso documentario – la linea romanza ricordata dal Treccani, che rimanda al provenzale boia, “ceppi, catene”, e al latino boia o boiae, strumenti di supplizio. 

È un’etimologia che spiega con precisione la natura del termine: il boia non è semplicemente colui che esegue, ma colui che incarna la punizione attraverso gli strumenti che la rendono possibile. Da qui la sua potenza figurativa: non è un funzionario, è il simbolo dell’irreparabile. Per questo l’espressione funziona così bene: basta pronunciarla per richiamare un’ombra che segue, un fiato sul collo, un destino che incalza.

Nell’Italia centrale, e in qualche glossario ottocentesco, la locuzione era riferita a chi si agitava all’idea di un esame, di un debito, di una decisione non più rimandabile. Era un’iperbole, certo, ma un’iperbole che non perdeva mai la sua efficacia: chi “aveva il boia addosso” sembrava vivere ogni incombenza come un patibolo imminente. Oggi il modo di dire è (quasi) scomparso, ma conserva intatta la sua potenza figurativa. È un fossile linguistico che meriterebbe di rivedere la luce nei testi di lingua: ha la precisione delle immagini che non si dimenticano e la nettezza delle parole che non hanno bisogno di essere spiegate due volte.
















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