mercoledì 17 giugno 2026

La tensione e il disaccordo

 


Ci sono termini che, pur avendo acquisito un significato astratto, conservano nel loro nucleo un gesto fisico, un’immagine concreta. Intendere e assurdo - entrambi di origine latina – sono due esempi perfetti di come un movimento del corpo o un fenomeno acustico possano trasformarsi, nel tempo, in categorie mentali. La loro storia non è un semplice spostamento semantico, ma una lenta migrazione di immagini che continuano a vibrare sotto la superficie dell’uso quotidiano.

L’etimologia diintendere” è in‑tendere, “tendere verso”, “dirigere”, “puntare”. Il verbo nasce da un gesto: una corda che si tende, un arco che si piega, un braccio che si protende. Nei testi latini più antichi intendere significa proprio questo: tendere qualcosa verso un punto, orientare una forza. Da qui si sviluppa il primo passaggio semantico: “rivolgere l’attenzione”, perché chi tende un oggetto verso un bersaglio concentra lì lo sguardo e l’energia. Solo in seguito il verbo entra nel dominio mentale: “comprendere”, “afferrare con la mente”. Ma la metafora rimane intatta. Capire non è uno stato, è un movimento: un andare verso l’altro, verso un significato, verso un’intenzione. Nell’italiano moderno sopravvivono due linee parallele: intendere come “volere” e intendere come “comprendere”. Entrambe conservano la direzione originaria: un vettore che punta a un oggetto, reale o concettuale.

Assurdo” deriva invece da absurdus, “stonato”, “fuori tono”. È un termine musicale: indica ciò che non risuona, ciò che rompe l’armonia. Il primo significato è fonico, non logico. L’assurdo è ciò che “suona male”, ciò che produce un rumore che disturba l’orecchio. Da questa immagine acustica nasce il secondo passaggio semantico: “incongruo”, “inappropriato”, “fuori luogo”. Solo più tardi, con la riflessione filosofica tardo‑antica e medievale, il termine si sposta verso il dominio della razionalità: l’assurdo diventa ciò che contraddice la ragione, ciò che non può essere pensato senza cadere in contraddizione. Nel Novecento, soprattutto con l’esistenzialismo, l’assurdo assume una dimensione esistenziale: non ciò che è illogico, ma ciò che non trova risonanza nel mondo, ciò che rimane muto, ciò che non risponde. La radice acustica, in fondo, non è mai scomparsa: l’assurdo continua a essere ciò che non vibra con noi.

Chi intende tende un filo; chi è assurdo lo spezza senza accorgersene.



martedì 16 giugno 2026

Quando la lingua si lascia leggere dalle macchine

 Ricorrenze, ambiguità e rivelazioni di un italiano osservato da fuori

A volte, per capire davvero come funziona una lingua, bisogna guardarla da un’angolazione insolita. Non più come un insieme di regole da ricordare, ma come un organismo che lascia tracce, abitudini, ricorrenze. È da questa prospettiva che nasce la linguistica computazionale: dall’idea di osservare l’italiano attraverso grandi quantità di frasi, lasciando che siano i dati a mostrare ciò che i parlanti fanno senza accorgersene.

La sua storia comincia nel secondo dopoguerra, quando si tenta di automatizzare la traduzione tra lingue naturali. L’idea era semplice: se si potesse scomporre una frase nelle sue parti e ricomporla in un’altra lingua seguendo regole formali, la traduzione sarebbe un’operazione meccanica. L’idea si rivelò ingenua, ma aprì la strada a un’intuizione decisiva: per far lavorare una macchina sulla lingua, bisogna prima capire la lingua con un rigore che spesso sfugge all’intuizione umana. Da qui nascono le grammatiche formali, i modelli sintattici, le rappresentazioni del significato, i grandi archivi di testi annotati. Ogni volta che si tenta di fare eseguire a un computiere (sic!) ciò che un parlante fa senza pensarci, si scopre quanto sia complessa la nostra competenza linguistica.

Uno dei concetti più utili è quello delle ricorrenze, cioè delle forme che ritornano. Non c’è nulla di tecnico: una ricorrenza è un’abitudine della lingua. Se in migliaia di frasi trovi che dopo andare a compare quasi sempre un luogo, quella è una ricorrenza. Se noti che più… che introduce quasi sempre un confronto, è un’altra ricorrenza. La lingua, come le persone, ha gesti che ripete senza pensarci. E proprio osservando queste ripetizioni si capisce come funziona davvero.

Accanto alle ricorrenze c’è l’analisi automatica delle frasi. Anche qui, niente misteri: è un programma che scompone una frase per capire chi fa cosa, proprio come un insegnante che indica soggetto, verbo e complementi. La macchina non “capisce” come un essere umano, ma riconosce combinazioni tipiche, posizioni ricorrenti, modi abituali di costruire una frase. È un modo per trasformare l’intuizione in qualcosa che si può misurare.

La parte più affascinante arriva quando questi strumenti sbagliano. Perché quando sbagliano, rivelano qualcosa. Se un sistema automatico non riesce a interpretare una frase, spesso è perché quella frase contiene un’ambiguità che noi risolviamo senza pensarci. Se confonde un accordo, è perché nei testi reali quell’accordo non è così regolare come immaginiamo. Ogni errore della macchina diventa una lente che ingrandisce un tratto dell’italiano. È come se la lingua, messa sotto pressione, mostrasse le sue pieghe più nascoste.

La linguistica computazionale serve proprio a questo: vedere la lingua da fuori, come un organismo che lascia tracce, abitudini, ricorrenze. Non sostituisce la linguistica tradizionale, ma la completa. Mostra ciò che i parlanti fanno davvero, non ciò che credono di fare. E in questo sguardo esterno c’è una forma di verità che sorprende: la lingua non è solo un patrimonio culturale, ma un sistema vivo, pieno di regolarità e di deviazioni, di logiche e di eccezioni. La lingua non si svela a chi la interroga: si svela a chi la osserva abbastanza a lungo.

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La lingua "biforcuta" della stampa

intercettato un "oggetto aereo sospetto" entrato dallo Libano nello spazio aereo di Israele …

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Ieri il sito di Reuters aveva scritto che gli Emirati Arabi Uniti aveva accettato di sbloccare miliardi di dollari per l'Iran.

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C'è chi arrivare a ipotizzare, addirittura, uno scambio settimanale di messaggi.

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L'ultima è avvenuta qualche giorno fa, quando la special raprelatrice speciale dell'Onu si è scagliata contro Sonja Bohl-Dencker …

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Guerra in Iran, Trump: "Andiamo ben d'accordo con la uova leadership di Teheran".

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L'annuncio del premier del Pakistan: "Raggiunto accordo di pace tra USA e Iran". Trump: "O"

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"Il testo del memorandum d'intesa è stato finalizzato e la firma ufficiale del memorandum d'intesa avrà luogo a Islamabad venerdì in Svizzera". Lo conferma il viceministro degli Esteri iraniano.



lunedì 15 giugno 2026

Ogni mestiere o professione merita il suo nome

 Dal biglietto strappato al termine che mancava: il passo deciso verso il “talonista”









Nei teatri e nei cinema esiste da sempre una figura discreta ma indispensabile: la persona che controlla e “strappa” il biglietto prima dell’ingresso in sala. È un gesto rapido, quasi rituale, che segna il passaggio dal fuori al dentro, dal rumore del ridotto al silenzio dello spettacolo. Eppure, per indicare chi compie questo gesto, l’italiano non ha un termine univoco e monosemico.

La parola tradizionale è maschera. È un termine antico, nobile, legato alla storia del teatro: la maschera accoglie il pubblico, fornisce informazioni, controlla l’ordine in sala e, tra le varie mansioni, strappa anche il biglietto. Il problema è proprio questo: maschera è un iperonimo, un ruolo ampio, non il nome specifico di chi compie l'atto. Chi strappa il biglietto è una maschera, sì, ma non tutte le maschere strappano i biglietti, e non tutti coloro che strappano i biglietti sono maschere in senso pieno.

L’alternativa bigliettaio non risolve: indica chi vende o gestisce i biglietti, non chi li controlla all’ingresso. È un termine generico, oggi poco usato, e semanticamente fuori fuoco. Non a caso, nei quotidiani capita di leggere formule imprecise come “il bigliettaio del cinema ha controllato gli ingressi”, oppure “la maschera ha venduto gli ultimi posti disponibili”, dove i ruoli vengono confusi per mancanza di un nome più preciso.

A questo punto, la lingua mostra una lacuna: manca un nome esatto per una funzione esatta. È il terreno ideale per un neologismo ben costruito, trasparente e funzionale. Prima di proporlo, conviene osservare un dettaglio tecnico spesso ignorato: la parte del biglietto che rimane dopo lo “strappo”. In francese si chiama talon, “tallone”, “estremità che resta”. In italiano non è lemma autonomo nei vocabolari, ma compare come francesismo tecnico in ambiti amministrativi e tipografici per indicare la matrice residua di un modulo perforato. È un termine nitido, monosemico, perfetto come base morfologica.

Da qui nasce una soluzione elegante e chirurgica: talonistaIl talon (un caso in cui un barbarismo “fa comodo” al lessico italiano) è ciò che resta dopo lo strappo; il talonista, pertanto, è colui che gestisce proprio quel passaggio: verifica, separa, conserva la parte residua. Il suffisso ‑ista conferisce professionalità senza appesantire; la base francese, già presente in italiano come tecnicismo, garantisce trasparenza e assenza di ambiguità. Il risultato è un neologismo pulito, immediatamente interpretabile, e soprattutto monosemico: indica esattamente chi strappa il biglietto.

In un contesto editoriale o didattico, talonista funziona perché colma una lacuna reale, si appoggia a un elemento tecnico già esistente e non interferisce con ruoli teatrali più ampi. È un nome nuovo per un gesto antico, un piccolo restauro linguistico che restituisce precisione a un’azione quotidiana. E forse, un giorno, potremmo leggere frasi come “il talonista ha avviato gli ingressi della serata” o “la talonista ha segnalato l’ultimo spettatore in sala”, senza più ricorrere a perifrasi o improprietà.

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Talonista, s. m. e f. [der. di talon, con il suff. -ista]. – Nel linguaggio teatrale e cinematografico, operatore addetto specificamente alla validazione dei titoli d'accesso tramite la separazione della matrice o del talloncino di controllo.

Nota: Si distingue dal bigliettaio (addetto alla biglietteria/vendita) e dalla maschera (addetto all'accompagnamento in sala e all'ordine interno).


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Ateneo e università: due parole vicine, due anime diverse

Ci sono parole – nel nostro lessico – che sembrano gemelle e invece, se le osservi con attenzione, rivelano una sfumatura diversa, come due edifici della stessa città che condividono la facciata ma non l’anima. Ateneo e università sono un esempio: convivono, si sovrappongono, a volte si scambiano i ruoli, ma non sono perfettamente identici.

L’etimologia chiarisce subito la divergenza. Ateneo viene dal latino Athenaeum, il luogo dedicato ad Atena, dea della sapienza: un edificio, un centro culturale, un punto di ritrovo per studiosi e retori. È un termine che nasce come spazio del sapere, quasi un tempio laico della conoscenza.

E una curiosità storica lo conferma: tra il Settecento e l'Ottocento l'Ateneo indicava spesso piccole accademie cittadine, società letterarie o circoli di eruditi. Non erano università, ma comunità culturali: un’eredità che ancora oggi dà al termine un tono più solenne e più umanistico.

Università deriva invece da universitas, che nel Medioevo indicava una corporazione, un insieme di persone unite da uno statuto comune: l’universitas scholarium, l’universitas magistrorum.

 Proprio questa natura corporativa generò episodi oggi sorprendenti: a Bologna, dove dominava l’universitas degli studenti, erano gli stessi studenti a eleggere il rettore e perfino a multare i professori se arrivavano in ritardo o spiegavano in modo poco chiaro. Il docente doveva giurare fedeltà alla comunità studentesca, impegnandosi a rispettare orari e modalità di insegnamento. Un ricordo vivido di un’istituzione che era prima di tutto una comunità, non un edificio.

Da qui discende il significato moderno. Ateneo è l’istituzione accademica nel suo complesso, vista come organismo culturale: la comunità, la tradizione, l’identità. È un lessema che porta con sé un tono più solenne, più letterario, più legato all’idea di un luogo del sapere. Università è invece il termine tecnico che definisce l’ente di istruzione superiore: l’istituzione che offre corsi, lauree, ricerca, servizi, regolata da norme e riconosciuta dallo Stato.

Negli ambiti d’uso la distinzione si percepisce soprattutto nel registro. Ateneo compare spesso nei testi istituzionali, nei comunicati, nella prosa giornalistica o narrativa quando si vuole richiamare la dimensione culturale dell’istituzione: l’ateneo ha inaugurato il nuovo centro di ricerca. Università è più neutra, più amministrativa, più quotidiana: l’università offre tre corsi di laurea triennale. Nella lingua comune i due termini sono quasi sinonimi, ma la sfumatura resta: ateneo mette a fuoco la comunità accademica, università l’ente formale.









(Non è in commercio)


domenica 14 giugno 2026

Espansione, determinazione e complemento: tre sguardi sulla stessa frase

Come la linguistica moderna ripensa ciò che la grammatica tradizionale chiamava semplicemente “complemento”

Nella grammatica scolastica italiana, il termine complemento indica qualunque elemento che si aggiunge al nucleo della frase per completarne o precisarne il significato. Ma nella linguistica moderna, soprattutto in approcci più funzionali, si preferiscono due vocaboli più ampi e meno tecnici: espansione e determinazione. Non sono sinonimi perfetti, ma due modi diversi di guardare allo stesso fenomeno: ciò che si aggiunge alla frase per renderla più precisa. Il complemento, in questo senso, è una forma particolare di espansione o di determinazione, cioè un’aggiunta che svolge una funzione logica riconoscibile.

Si parla di espansione quando un elemento si aggiunge alla frase per ampliarne il contenuto informativo. Il nucleo minimo della frase è formato da soggetto e verbo; tutto ciò che aggiungiamo - oggetti, circostanze, specificazioni, qualificazioni - è un’espansione. Se dico: «Marco legge», la frase è completa. Se dico, invece,: «Marco legge un libro», ho aggiunto un’espansione. Se dico: «Marco legge un libro di storia», ho aggiunto un’ulteriore espansione. In questo senso, il complemento è un tipo particolare di espansione: un’espansione che ha una funzione logica precisa e riconoscibile. È un modo più moderno e più flessibile di guardare alla frase, perché non obbliga a classificare ogni rapporto con un’etichetta rigida.

Il termine determinazione mette invece l’accento sulla funzione di precisare un nome o un verbo. Quando dico: «La casa di Marco», il sintagma “di Marco” è una determinazione del nome “casa”: lo restringe, lo definisce meglio, lo rende meno generico. Quando dico: «Vado a Roma», “a Roma” è una determinazione del verbo “vado”: indica la direzione. In questo senso, la determinazione è un concetto più ampio del complemento: non interessa tanto il tipo di rapporto logico, quanto il fatto che un elemento restringa o definisca un altro. È una prospettiva semantica, più che classificatoria.

Un aspetto particolare riguarda la grammatica valenziale (cioè quel modello, introdotto dal linguista Lucien Tesnière, che considera il verbo come il “centro” della frase e descrive gli elementi che lo accompagnano come “argomenti” necessari o facoltativi, un po’ come gli elettroni che orbitano attorno a un nucleo). È proprio da questo approccio che deriva l’uso moderno del lessema espansione.

Il punto interessante è che complemento, espansione e determinazione non sono tre cose diverse, ma tre modi diversi di guardare allo stesso fenomeno. Il complemento è la categoria scolastica tradizionale, con le sue etichette (oggetto, termine, specificazione, causa, fine…). L’espansione è la prospettiva sintattica moderna: tutto ciò che si aggiunge al nucleo. La determinazione è la prospettiva semantica: tutto ciò che precisa un elemento. Per esempio, nella frase «Il libro di storia è sul tavolo», “di storia” è un complemento di specificazione, ma è anche una determinazione del nome “libro” e un’espansione della frase. Le tre definizioni convivono senza contraddirsi: semplicemente appartengono a tre livelli diversi di analisi.

Una curiosità storica: negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo della linguistica moderna e della grammatica valenziale, molti manuali scolastici provarono a sostituire la parola “complemento” con “espansione”, perché sembrava più intuitiva e meno rigida. L’esperimento non ebbe grande successo, perché gli insegnanti erano abituati alla terminologia tradizionale. Oggi, però, la parola espansione è tornata in alcuni manuali più recenti, soprattutto per spiegare la struttura della frase ai ragazzi, perché permette di capire la logica senza perdersi in mille etichette.


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'Stare al pettine del diavolo'

Ci sono modi di dire, nel nostro idioma, che sembrano arrivare da un paesaggio remoto, come se fossero nati osservando una montagna scura al tramonto o ascoltando un racconto intorno al fuoco. Prima ancora di capirne il senso, evocano un’immagine: un luogo stretto, tagliente, sospeso tra due abissi. È in questo immaginario che si colloca l’espressione di origine popolare "stare al pettine del diavolo", una formula che porta con sé il sapore di un’antica geografia emotiva.

La sua nascita è generalmente ricondotta alla toponomastica popolare medievale: il pettine del diavolo sarebbe una cresta rocciosa sottile e frastagliata, simile ai denti di un pettine, associata al diavolo perché pericolosa, impervia, liminale. In molte zone alpine e appenniniche esistono nomi come salto del diavolo, ponte del diavolo, sasso del diavolo: luoghi difficili da attraversare, dove la tradizione collocava presenze ostili o prove di coraggio. Da questa immagine concreta nasce, per l’appunto, la metafora linguistica.

Il significato attuale è trovarsi in una situazione estremamente instabile, sul punto di precipitare verso un esito negativo, come se si camminasse su una cresta affilata in cui basta un minimo errore per cadere. È un’immagine che conserva una forte carica visiva: non indica solo rischio, ma rischio in bilico, rischio al limite.

Nell’uso contemporaneo la locuzione compare soprattutto nel registro colloquiale elevato o nella prosa narrativa. Si adopera quando si vuole rendere la fragilità di un equilibrio o la tensione di una trattativa: con quel margine di errore stai davvero al pettine del diavolo suggerisce che la situazione è sul punto di cedere; la situazione politica era al pettine del diavolo, bastava un dettaglio per far crollare tutto rende l’idea di un sistema instabile; procedevano al pettine del diavolo, un passo dopo l’altro, senza sapere se il terreno avrebbe retto trasforma la metafora in immagine narrativa. È meno frequente nei contesti formali, ma può essere usata con misura per introdurre un tono drammatico controllato o un richiamo alla tradizione linguistica popolare.
























sabato 13 giugno 2026

Giudiziale o giudiziario? La distinzione che non puoi sbagliare

 Quando un aggettivo cambia il senso di un atto, di un’istituzione e perfino della giustizia stessa


N
el linguaggio giuridico italiano esistono coppie di aggettivi che, pur condividendo la stessa radice etimologica, si sono specializzate nel tempo in sfumature diverse e non sovrapponibili. È il caso di giudiziale e giudiziario, due termini che derivano entrambi dal latino iudicium ma che, nella pratica forense e amministrativa, hanno assunto campi d’uso distinti e riconoscibili. Comprendere questa distinzione non è un esercizio di pedanteria, bensì un modo per leggere con maggiore consapevolezza gli atti, gli istituti e le prassi della giustizia italiana, evitando improprietà che, in ambito tecnico, risultano immediatamente percepibili.

Giudiziale è l’aggettivo che si lega al giudizio inteso come processo, come atto formale, come momento in cui un giudice interviene e produce un provvedimento. È un aggettivo che vive dentro il processo, che descrive ciò che accade in tribunale o per ordine del giudice. Quando si parla di separazione giudiziale, per esempio, si indica la separazione pronunciata dal giudice, distinta da quella consensuale; quando si parla di vendita giudiziale, si fa riferimento alla vendita di beni disposta dal tribunale per soddisfare i creditori; quando si parla di confessione giudiziale, si intende quella resa nel corso di un processo e disciplinata dal codice. In tutti questi casi l’aggettivo non descrive un’istituzione, ma un atto, un momento, un frammento del procedimento. È un aggettivo operativo, interno, processuale.

Giudiziario, invece, ha un respiro più ampio e istituzionale. Non riguarda il singolo atto, ma l’apparato che rende possibile l’amministrazione della giustizia. È l’aggettivo dell’ordine giudiziario, cioè della magistratura intesa come potere dello Stato; dell’anno giudiziario, che scandisce l’attività dei tribunali; della polizia giudiziaria, che opera alle dipendenze dell’autorità giudiziaria per investigare sui reati; dell’errore giudiziario, che non è l’errore di un singolo atto, ma il fallimento dell’intero sistema nel condannare un innocente. Qui l’aggettivo non descrive un processo, ma un’istituzione, una struttura, un corpo organizzato. È un aggettivo architettonico, sistemico, amministrativo.

Questa distinzione spiega perché si dice casellario giudiziale ma carcere giudiziario. Il casellario è un registro che raccoglie i provvedimenti giudiziali, cioè gli atti prodotti dai giudici nei singoli processi; il suo contenuto è fatto di sentenze, decreti, condanne, assoluzioni, e dunque l’aggettivo più pertinente è quello che rimanda al giudizio come atto. Il carcere, invece, non è un atto ma un’istituzione dello Stato, un luogo amministrato dall’apparato che esercita la funzione punitiva e “custodiale”: appartiene quindi all’ordine giudiziario, non al giudizio. Per questo è giudiziario.

Quanto all’uso concreto, si può dire che giudiziale si adopera quando l’oggetto è un frammento del processo, mentre giudiziario si adopera quando l’oggetto è un pezzo dell’apparato. Si parlerà quindi di perizia giudiziale, perché è un atto del processo, ma di ufficio giudiziario, perché è un organo dell’amministrazione della giustizia; di opposizione giudiziale, perché è un atto processuale, ma di carriera giudiziaria, perché riguarda la struttura professionale della magistratura; di sequestro giudiziale, perché è disposto dal giudice, ma di architettura giudiziaria, se si parla dell’organizzazione complessiva dei tribunali. La linea di demarcazione è sempre la stessa: atto da una parte, istituzione dall’altra.

Resta infine la questione, affascinante e spesso citata nei manuali di morfologia storica, del perché carcere sia maschile al singolare e femminile al plurale. La spiegazione è antica e documentata: deriva dal latino carcer, maschile singolare, ma con un plurale neutro carcera. Nel passaggio dal latino all’italiano, molti plurali neutri sono stati reinterpretati come femminili, secondo un processo ben noto anche in altre parole come braccio/braccia, dito/dita, osso/ossa, uovo/uova. Così il singolare ha conservato il genere originario maschile, mentre il plurale, ereditando la forma latina neutra, è stato assorbito nella flessione femminile. È un fenomeno regolare, non un’anomalia, e testimonia la stratificazione storica del nostro lessico.

In soldoni, per concludere queste noterelle, il casellario giudiziale si riferisce all'elenco dei singoli giudizi (sentenze); il carcere giudiziario riguarda una struttura di pertinenza dell'intero apparato giudiziario (magistratura e indagini).


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Avere il vento nella manica

“Avere il vento nella manica” è uno di quegli idiomatismi – forse non conosciuto - che sembrano nati per caso e invece custodiscono una piccola scena della vita quotidiana preindustriale. L’immagine è immediata: una manica gonfiata dal vento, che si riempie d’aria e spinge il braccio in avanti come se avesse una forza propria. Da qui l’idea di una spinta propizia, di un favore discreto, di una circostanza che ti agevola senza che tu debba fare troppo. L’espressione significa infatti trovarsi in una condizione vantaggiosa, avere la sorte dalla propria parte, procedere con un aiuto esterno che rende tutto più semplice. È un vento buono, ma non sfacciato: una corrente che ti sostiene senza che tu la cerchi.

L’etimologia è trasparente e nasce da un gesto fisico: le maniche ampie dei secoli passati, soprattutto quelle maschili tra Sei e Settecento, si gonfiavano facilmente. Nei testi popolari il vento è spesso metafora di favore o di ostacolo, e la manica è la parte del corpo che più tradisce la presenza dell’aria. Avere il vento nella manica era dunque un modo per dire che qualcosa ti spingeva avanti, che avevi un vantaggio nascosto, quasi un piccolo trucco della sorte. Non stupisce che in alcune aree rurali sopravviva anche la variante avere il vento in tasca, con lo stesso valore di propiziazione inattesa.

Gli esempi d’uso sono nitidi. Si può dire di un concorrente che, grazie a una serie di coincidenze fortunate, “ha il vento nella manica e arriva in finale senza fatica”. Oppure di un progetto che, dopo mesi di stallo, “ha finalmente il vento nella manica e procede spedito”. O ancora, in tono più ironico, di chi ottiene un risultato insperato: “oggi avevi proprio il vento nella manica, ti è riuscito tutto”. In tutti i casi l’immagine resta quella di una spinta discreta, non ostentata, che accompagna e facilita.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Israele avrebbe schierato diverse decine di soldati d'e'lite …

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un video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della marina iraniana affondate e sommersa dall'acqua.

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nella valle della Beqa occidentale", prosegue la milizia filoiraniana, secondo il quale l'accaduto è "una conseguenza …

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con la Procura generale che non fa le indagini, non interroga i testimoni che la smentiscono ma solo quella che li smentiscono …

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ha dato nuovamente parere favorevole alla grazia alla ex consigliere regionale.

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Guerra Iran, Trump: "Molto vicini a un accordo accordo, Libano non è requisito"

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"L'Iran e Hezbollah sono più deboli che mai e la nostra battaglia con loro non è ancora finita con loro".

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Puglia, assessore al turismo indagata per concussione: nuova grana per Decaro

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Solo dopo le sette sera rompe gli indugi la segretaria del Pd …

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ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l'Europa nella giornata di iera …

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una questione i cui effetti oltrepassano i confini iraniani e incidono sulla sicurezza e sulla stabilità dell'intera regione - ha si legge ancora -.

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La bozza d'intesa raggiunga da Stati Uniti e Iran non prevede che Teheran cedi il controllo dello stretto di Hormuz.

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l'inchiesta sulle 800 milioni di mascherine …




venerdì 12 giugno 2026

Quando la lingua non vuole stampelle

 

I verbi copulativi sono una piccola trappola luminosa della nostra sintassi: sembrano semplici, sembrano docili, sembrano verbi come gli altri, e invece custodiscono un meccanismo delicatissimo, quello che lega il soggetto a una qualità, a uno stato, a un’identità. Sono chiamati anche equativi perché mettono in evidenza l’idea di uguaglianza tra soggetto e predicato: non dicono da soli, aprono una porta. E proprio per questo non tollerano sovrastrutture, aggiunte, rinforzi inutili. Quando un verbo copulativo basta da solo, tutto ciò che gli si appiccica intorno non rafforza: indebolisce.

Il caso più evidente è essere, il grande regista silenzioso della frase nominale. Quando dici Maria è stanca, il verbo non descrive un’azione: collega. È un ponte, non un contenuto. Aggiungere elementi ridondanti – formule come è in qualità di stanca, è come stanca, è in veste di stanca – non solo è scorretto, ma spezza la naturalezza del legame. Benedetto Croce lo ricordava sempre con una secchezza che è rimasta proverbiale: non è come vero, è vero. In quella frase c’è tutto: il verbo copulativo non vuole mediazioni, non vuole attenuanti, non vuole stampelle.

Lo stesso vale per sembrare, parere, diventare, risultare, rimanere, restare: tutti verbi che non hanno bisogno di appoggi. Sembra felice è perfetto; sembra come felice è un inciampo. È diventato adulto è lineare; è diventato come un adulto introduce un paragone che non serve, a meno che non si voglia davvero suggerire un’analogia e non un’identità.

Il cuore della questione è sempre lo stesso: quando il verbo ha già una funzione strutturale, aggiungere un elemento che ripete quella funzione crea un eco inutile, un raddoppio che appanna la frase. I verbi copulativi non descrivono, non agiscono, non narrano: collegano. E proprio perché collegano, non vogliono duplicazioni. La loro forza è nella trasparenza. La loro eleganza è nella sottrazione. La loro precisione è nel lasciare che sia il predicato a dire ciò che va detto.

È per questo che i verbi copulativi sono un banco di prova della scrittura pulita: mostrano subito se chi scrive sa fidarsi della lingua o se sente il bisogno di appesantirla con appoggi superflui. Una frase come la situazione è grave è un cristallo; la situazione è come grave è un vetro appannato. Una frase come il progetto sembra solido è un gesto netto; il progetto sembra come solido è un passo incerto. La differenza è tutta lì: nella capacità di lasciare che la struttura faccia il suo lavoro senza interferenze.

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Quasi...

Il sintagma quasi lo percepiamo, oggi, come un avverbio di approssimazione, “non del tutto”, “per poco”, “circa”. Ma la sua origine è sorprendente: quasi nasce dal latino quam si, cioè “come se”. Non indicava dunque una quantità approssimativa, bensì un paragone ipotetico. Nei testi medievali la forma è ancora trasparente: quasi morto significava “come se fosse morto”, non “quasi morto”; quasi piange voleva dire “fa come se piangesse”, non “sta per piangere”. Solo più tardi l’idea di somiglianza ipotetica si è trasformata in approssimazione, e da lì nel valore attenuativo odierno.

Ogni volta che diciamo quasi, dunque, stiamo “evocando” un antico “come se”, non un “per poco”.



giovedì 11 giugno 2026

Definire senza zavorre

 


A volte gli errori più radicati non nascono da ignoranza, ma da un eccesso di scrupolo: si aggiunge una parola per “rafforzare” il senso, e invece lo si indebolisce. È il caso di definire come, una formula che si è insinuata nel linguaggio giornalistico e poliziesco fino a sembrare naturale. Eppure è un’aggiunta che non serve, perché il verbo definire contiene già l’idea di attribuire una qualità. Inserire come significa ripetere ciò che è già implicito, creare un raddoppio inutile, un piccolo attrito che sporca la frase. Ripulire questa costruzione non è pignoleria: è restituire alla lingua la sua precisione.

È uno degli errori più frequenti nelle scritture che vogliono suonare autorevoli. Il verbo definire, infatti, regge direttamente il complemento predicativo dell’oggetto: non ha bisogno di preposizioni, non vuole appoggi, non tollera sovrastrutture. Dire "lo hanno definito come un eroe" significa duplicare l’operazione: prima si attribuisce una qualità, poi la si introduce di nuovo attraverso un come che non aggiunge nulla. La forma limpida è "lo hanno definito un eroe". Se, invece, si vuole davvero introdurre un paragone, allora si cambia verbo: lo hanno considerato come un eroe. La differenza è sottile ma decisiva: nel primo caso si attribuisce un’identità, nel secondo si stabilisce un’analogia. La lingua, quando è ben tenuta, non spreca: lascia che ogni verbo faccia il suo lavoro senza interferenze.

Un meccanismo simile si ritrova in un’altra costruzione che il burocratese ama con ostinazione: al fine di seguito da un infinito che contiene già per. La frase "ti scrivo al fine di poterti spiegare" è un esempio perfetto di come il linguaggio amministrativo riesca a complicare ciò che è semplice. Al fine di esprime già lo scopo; poterti spiegare introduce un’idea di possibilità che non aggiunge nulla, anzi crea un piccolo corto circuito semantico. La frase si alleggerisce subito se si elimina l’ingombro: ti scrivo al fine di spiegarti oppure ti scrivo per poterti spiegare. La prima è più formale, la seconda più naturale, ma entrambe restituiscono al testo la sua linearità.

In fondo, e concludiamo queste noterelle, i due casi mostrano una verità semplice: la chiarezza non nasce dall’aggiungere, ma dal togliere. La lingua scorre quando non ci sono echi inutili, quando ogni parola è necessaria, quando il lettore non inciampa. Ripulire queste formule significa restituire al pensiero la sua naturale trasparenza, quella che arriva dritta, senza deviazioni, senza sovrapposizioni totalmente inutili.

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Il passo incerto della lingua burocratica

C’è un tratto della lingua amministrativa che tutti riconoscono ma che nessun manuale nomina: quella solennità che vorrebbe procedere con passo fermo e invece inciampa, rallenta, perde l’equilibrio. È un formalismo zoppicante, una compostezza che tenta la marcia istituzionale e finisce col trascinare un piede. Nasce dalla paura della chiarezza, dalla prudenza eccessiva di chi teme che una frase semplice possa essere interpretata, contestata, fraintesa. Così la lingua si irrigidisce, si gonfia, si protegge dietro formule impersonali che sembrano progettate più per evitare responsabilità che per comunicare.

Il formalismo zoppicante si riconosce subito: prende un concetto lineare e lo avvolge in strati di perifrasi, sostantivi astratti, costruzioni che sembrano scritte da qualcuno che ha paura di essere umano. “Si comunica che, per sopravvenute esigenze organizzative, l’utenza non potrà procedere alla fruizione del servizio.” Significa: oggi siamo chiusi. “L’istanza non può trovare accoglimento in quanto carente dei presupposti richiesti.” Significa: no. “Si invita la cittadinanza a voler prendere visione dell’allegata documentazione.” Significa: leggete l’allegato. Non c’è malizia, non c’è arroganza: c’è solo un linguaggio che tenta di camminare diritto e invece trascina un piede.

Una curiosità storica è che la critica a questo modo di scrivere non è affatto recente. Già Ferdinando Martini, alla fine dell’Ottocento, ironizzava sulla “pomposa oscurità” degli atti amministrativi dell’Italia unita, dove la forma sembrava più importante della comprensione. E ancora prima, nella tradizione sabauda, si parlava di “stile di cancelleria”, un registro che privilegiava la cautela alla chiarezza. Il formalismo zoppicante non è un termine codificato nei testi di lingua, non appartiene alla stilistica accademica: è un’etichetta critica, una lente che permette di vedere come la lingua amministrativa, nel tentativo di apparire solida, finisca col perdere naturalezza e ritmo.





mercoledì 10 giugno 2026

La parola che mancava alla sosta delle auto

 

C’è una figura quotidiana, presente in ogni città, che paradossalmente non ha mai avuto un nome proprio: la persona incaricata di verificare che sulle auto in sosta sia esposto il tagliando rilasciato dal parchimetro. Le amministrazioni hanno preferito per anni formule descrittive, lunghe, impersonali, incapaci di diventare parole vere: ausiliari del traffico, verificatori della sosta, operatori della sosta. Tutte espressioni che dicono molto e nominano poco. Da questa mancanza nasce l’esigenza di un termine più nitido, più italiano, più naturale: parchimetrista.

Il lessema nasce da un vuoto reale del lessico urbano: mancava un nome semplice, monosemico e immediatamente riconoscibile per designare chi controlla l’esposizione del tagliando sulle auto in sosta. Le formule amministrative oggi in uso- ausiliari del traffico, verificatori della sosta, operatori della sosta - sono descrittive, generiche, sovrapposte ad altre funzioni. Non diventano mai parole vere, perché non hanno un nucleo semantico compatto. Da questa constatazione prende forma, appunto, il neologismo lessicale parchimetrista, che si appoggia a un materiale linguistico già circolante e lo porta a compimento.

L’etimologia è trasparente: la base è parchimetro, variante fonetica di parcometro diffusasi per assimilazione regressiva, come accade spesso nelle parole composte con –metro. Su questa base si innesta il suffisso d’agente –ista, produttivo, chiaro, immediatamente interpretabile. Il risultato è una formazione limpida, che non richiede spiegazioni: il parchimetrista è la persona che ha (a) che fare professionalmente con il parchimetro, nello specifico controllandone l’uso da parte degli automobilisti e verificando l’esposizione del tagliando.

Il significato è univoco: non indica un vigile urbano, non un ispettore del trasporto pubblico, non un generico addetto alla sosta, ma esattamente chi verifica l’esposizione del tagliando. La parola è breve, foneticamente scorrevole, con un ritmo ternario che la rende naturale nel parlato. Inoltre si integra senza attriti nel sistema dei nomi d’agente italiani: come barista, dentista, autista, violinista anche parchimetrista lega un oggetto a una funzione professionale.

La chiarezza deriva proprio da questa scrizione: chiunque conosca il parchimetro comprende immediatamente il ruolo del parchimetrista. La scorrevolezza, invece, nasce dalla familiarità della base e dalla naturalezza del suffisso, che evita effetti burocratici o tecnicismi rigidi. È una neoformazione che non forza la lingua, ma la completa: colma una lacuna senza creare opacità.

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Parchimetrista s. m. e f. – Nome d’agente formato su parchimetro con il suffisso –ista. Indica la persona incaricata di controllare l’esposizione del tagliando sul cruscotto delle autovetture in sosta nelle aree a pagamento.

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Quando la lingua matura prima

“Precoce” è una parola che sembra semplice, quasi trasparente, e invece porta con sé un viaggio semantico sorprendente, uno di quei viaggi che piacciono a molte persone: lento, stratificato, agricolo, poi improvvisamente umano. All’inizio non c’è nulla di psicologico, nulla di infantile, nulla che riguardi l’ingegno. C’è la terra. Il latino praecox, derivato di praecoquĕre "maturare precocemente", nasce dall’idea di ciò che “cuoce prima”, ciò che matura in anticipo rispetto al ciclo naturale. È un termine tecnico, agricolo, osservativo: indica frutti, piante, fioriture che anticipano la stagione. Per secoli resta lì, fedele al suo campo semantico originario, e quando entra nelle lingue romanze conserva questa impronta rurale, concreta, quasi tattile.

Nel Rinascimento e ancora nel pieno Settecento, dire che qualcosa è precoce significa(va) dire che è “fuori tempo” rispetto al ritmo naturale, e questo scarto può essere positivo o negativo. Un raccolto precoce è un raccolto che sorprende, ma può anche essere fragile, esposto, non del tutto formato. È interessante notare come, già allora, la parola cominci a oscillare tra due poli: da un lato l’anticipo come vantaggio, dall’altro l’anticipo come rischio. È una tensione che non abbandonerà più il termine, e che ritroviamo ancora oggi quando parliamo di maturazioni troppo rapide, di sviluppi che bruciano le tappe, di processi che arrivano prima del tempo fisiologico.

Il passaggio all’ambito umano è lento, prudente, quasi timido. Prima riguarda il corpo: nel Seicento e nel Settecento si parla di pubertà precoce, di malattie precoci, di invecchiamenti precoci. L’idea è sempre la stessa: qualcosa accade prima del momento giusto. Solo più tardi, nell’Ottocento, il termine comincia a spostarsi verso la mente. È qui che nasce l’accezione moderna del bambino precoce, ma non nasce come elogio: all’inizio indica un’intelligenza che sboccia troppo presto, con un’ombra di sospetto, come se quell’anticipo potesse consumare energie future. La precoce genialità è vista come una fioritura rapida che rischia di appassire altrettanto rapidamente. È un eco (sic!) diretto del significato agricolo: ciò che matura prima può essere straordinario, ma può anche essere effimero.

Solo nel Novecento il lessema si stabilizza nell’accezione positiva e brillante che conosciamo oggi. Precoce diventa il talento che emerge prima degli altri, la capacità che sorprende, la rapidità mentale che si manifesta in anticipo rispetto alla norma. L’ombra di fragilità si attenua, anche se non scompare del tutto: resta nella lingua come un retrogusto, come un avvertimento implicito. Ogni volta che diciamo che qualcuno è precoce stiamo richiamando, senza accorgercene, l’immagine di un frutto che matura prima del tempo, con tutto ciò che questo comporta.

Una curiosità poco nota riguarda l’uso medico ottocentesco: morte precoce non significava “morte giunta troppo presto nella vita”, ma “morte sopraggiunta troppo presto nel decorso di una malattia”, cioè prima che i medici potessero prevederla. Ancora una volta, l’idea di anticipo rispetto a un ritmo atteso. E un’altra traccia interessante sopravvive nella botanica moderna: alcune specie vengono ancora classificate come “precoci” o “intermedie”, a ricordare che la parola appartiene prima di tutto al calendario della natura.

Oggi, quando la usiamo per descrivere un bambino, un talento, un fenomeno culturale, stiamo adoperando una metafora agricola fossilizzata, un’immagine antica che continua a pulsare sotto la superficie. Precoce è ciò che arriva prima, sì, ma anche ciò che rompe un ritmo, ciò che sorprende, ciò che costringe a ricalibrare le attese. È un sintagma che porta con sé la memoria dei campi, dei frutti, delle stagioni, e che ha trovato nella mente umana un terreno nuovo in cui maturare.





martedì 9 giugno 2026

Pervicaci fino all’osso

 La tenacia che non arretra nemmeno davanti alla lingua

 

“Pervicace” è una di quelle parole che, a sentirle, sembrano già raccontare un carattere: c’è dentro una durezza antica, una fibra ostinata, quasi un eco (sic!) di testardaggine primordiale. Eppure la sua storia non è lineare: come spesso accade ai vocaboli che attraversano i secoli, anche pervicace ha conosciuto slittamenti semantici sottili, cambi di sfumatura, ampliamenti di senso che oggi percepiamo senza più distinguerli. Ripercorrerne l’evoluzione significa rimettere a fuoco un tratto psicologico che la lingua latina aveva definito con precisione chirurgica e che l’italiano ha poi modulato con una sensibilità tutta sua. Il punto di partenza è il latino pervicax, derivato da pervincere, “vincere completamente”, “avere la meglio con ostinazione”,”prevalere”, “dominare”. Già in latino, dunque, il nucleo semantico era quello della tenacia inflessibile, della volontà che non si lascia piegare. Pervicax era chi resisteva, chi non cedeva, chi portava avanti un proposito anche contro l’evidenza.

 Da qui il primo slittamento: da “chi vince con ostinazione” a “chi non si lascia convincere”, cioè l’ostinato, il caparbio, il renitente. L’italiano eredita esattamente questa sfumatura: pervicace è, in origine, chi si ostina oltre il ragionevole, chi non arretra nemmeno davanti all’argomento più solido. È un termine che porta con sé una lieve ombra di biasimo, come se la fermezza si trasformasse in cocciutaggine. Con il trascorrere tempo, però, il sintagma si è allargato, perdendo parte della sua connotazione negativa. Oggi può indicare anche una tenacia ammirevole, una costanza che non si lascia scalfire dalle difficoltà. Si può parlare di una pervicace ricerca della verità, di un pervicace impegno nello studio, di una pervicace dedizione a un progetto. Qui lo slittamento è quanto mai evidente: dall’ostinazione irragionevole alla perseveranza virtuosa. La lingua, come spesso accade, ha addolcito il tratto originario, trasformando un difetto in una qualità a seconda del contesto. È un fenomeno che si osserva anche in altri aggettivi di carattere, come caparbio o ostinato, che oscillano tra valore positivo e negativo secondo l’uso.

 Un piccolo episodio riguarda la prosa letteraria del primo Novecento: diversi autori, da De Marchi a Bacchelli, usavano pervicace con una punta di ironia, come aggettivo volutamente “troppo forte” per descrivere cose minuscole, tipo una pervicace gocciolina o un pervicace rumorino. Era un modo per giocare con la sproporzione tra la gravità del termine e la banalità dell’oggetto, un espediente stilistico che oggi si coglie ancora, anche se più raramente. Un altro slittamento, più recente e più sottile, riguarda l’intensità. Pervicace è diventato un aggettivo che rafforza l’idea di continuità: un dolore pervicace, una pioggia pervicace, un dubbio pervicace. Qui la parola si stacca quasi del tutto dal comportamento umano e diventa un marcatore di persistenza. È un ampliamento semantico tipico degli aggettivi psicologici che, per metafora, migrano verso fenomeni naturali o astratti. In questo senso, pervicace si avvicina a tenace e a persistente, pur mantenendo un’aura più letteraria e più “ruvida”. 

Il termine in oggetto ha un’altra piccola curiosità: nei testi giuridici ottocenteschi, soprattutto nel linguaggio delle corti sabaude, pervicace ricorre spesso per indicare la “resistenza ostinata” dell’imputato, quasi sempre con sfumatura negativa. È una traccia interessante, perché mostra come il vocabolo fosse percepito come tecnico, severo, adatto a descrivere un comportamento refrattario all’autorità. In alcuni dizionari dell’Ottocento, infatti, pervicace è definito come “ostinato nel male”, segno che la connotazione peggiorativa era ancora dominante. Solo nel Novecento il lessema si è alleggerito, entrando nella prosa letteraria come aggettivo elegante, talvolta ironico, talvolta ammirativo.

 Oggi, quando diciamo che qualcuno è pervicace “evochiamo” una miscela di fermezza, cocciutaggine e determinazione che la lingua ha distillato nei secoli. È un aggettivo che non si lascia addomesticare del tutto, proprio come il carattere che descrive: resta un po’ spigoloso, un po’ antico, un po’ fiero della sua resistenza. E forse è proprio questa sua pervicace identità a renderlo così affascinante.

 

lunedì 8 giugno 2026

La grammatica promuove le donne in uniforme

 Quando la morfologia apre le porte che la burocrazia tiene socchiuse


L
a questione del femminile nei gradi militari italiani è un punto d’incontro curioso: da una parte la lingua, che procede spedita e senza esitazioni; dall’altra la burocrazia, che avanza con passo più corto e prudente. Nei documenti ufficiali del Ministero della Difesa sopravvive infatti il maschile non marcato; formule come il Capitano Maria Rossi continuano a comparire per ragioni di uniformità amministrativa. Eppure, sul piano linguistico, non esiste alcun ostacolo: la morfologia italiana accoglie senza sforzo i femminili dei gradi, come ha più volte chiarito l’Accademia della Crusca. La lingua, insomma, ha già aperto la porta; è l’uso istituzionale che la tiene ancora socchiusa.

Quando si passa dalla teoria alla pratica, la formazione dei femminili segue quattro meccanismi limpidi, tutti radicati nel funzionamento ordinario della morfologia italiana. I gradi che terminano in ‑o formano il femminile in ‑a, senza eccezioni strutturali: soldato diventa soldata, forma preferibile a soldatessa perché priva delle sfumature ironiche o letterarie che la tradizione ha sedimentato; capitano diventa capitana; colonnello diventa colonnella; maresciallo diventa marescialla; appuntato diventa appuntata; ammiraglio diventa ammiraglia, da non confondere con la nave ammiraglia, che appartiene a tutt’altra famiglia semantica. Tutti questi esempi mostrano la naturalezza del passaggio.

Una seconda famiglia è quella dei nomi d’agente in ‑iere, che al femminile diventano ‑iera, esattamente come accade in cameriere/cameriera o infermiere/infermiera. La regola vale senza scarti anche per i gradi militari: carabiniere diventa carabiniera; finanziere diventa finanziera; bersagliere diventa bersagliera; brigadiere diventa brigadiera; aviere diventa aviera. Anche qui la lingua non inventa nulla: applica semplicemente un meccanismo già attivo e produttivo.

La terza area riguarda i gradi che terminano in ‑e e che funzionano come nomi di genere comune: la forma resta invariata e il genere si segnala solo attraverso l’articolo. È il caso di generale, tenente, caporale, sergente, maggiore: il generale diventa la generale, il tenente diventa la tenente, il caporale diventa la caporale, il sergente diventa la sergente, il maggiore diventa la maggiore.

Sono parole ambigenere, esattamente come insegnante o dirigente, e la loro flessibilità è già pienamente integrata nell’uso. Anche qui ogni voce segue le norme della grammatica italiana. Il quadro complessivo è dunque nitido: la lingua italiana ha già tutti gli strumenti per formare i femminili dei gradi militari in modo regolare, coerente e trasparente.

La resistenza, dunque, non è linguistica ma burocratica, e come spesso accade l’uso finirà col prevalere adeguandosi alla norma grammaticale, non il contrario. Nel frattempo, chi scrive e chi parla può scegliere forme pienamente corrette, rispettose della struttura dell’italiano e capaci di restituire visibilità linguistica alle donne in uniforme.