Il dialogo segreto tra similitudine e sillogismo nella costruzione del significato
La comunicazione si muove costantemente tra due poli: da un lato l’immaginazione, che cerca immagini, paragoni, risonanze emotive; dall’altro la logica, che pretende rigore, coerenza e necessità. La similitudine e il sillogismo rappresentano perfettamente questi due mondi: la prima è un ponte creativo che avvicina concetti tra loro lontani, il secondo una cattedrale razionale che ordina il pensiero. Comprenderli significa capire a fondo come funzionano due meccanismi fondamentali del linguaggio e del ragionamento.
La similitudine deriva dal latino similitudo, “somiglianza”, e porta con sé l’idea di un avvicinamento, di un confronto che non pretende identità ma suggerisce affinità. È una figura retorica - fra le tante - che mette in relazione due elementi attraverso un avverbio di paragone - come, quasi, ecc. - e che si fonda su un tratto comune, il tertium comparationis (ossia l’aspetto condiviso dai due termini messi a confronto, l’elemento che permette di accostare realtà diverse rendendo il paragone comprensibile e significativo). La sua forza sta nella capacità di rendere visibile ciò che è astratto, di richiamare immagini che illuminano un concetto. Può essere esplicativa, quando chiarisce un’idea complessa tramite un esempio concreto (“La sua rabbia è come un incendio”), oppure iconica, quando mira a colpire l’immaginazione più che la razionalità. Vi è anche una dimensione più tecnica, la similitudine argomentativa, che in diritto e filosofia permette di estendere una norma da un caso noto a uno simile ma non regolamentato: un uso che evidenzia come il paragone possa diventare strumento di ragionamento, non solo di stile.
Il sillogismo, dal greco syllogismós (“ragionamento, deduzione”), appartiene invece alla sfera della logica aristotelica. È la forma più compiuta di deduzione: tre proposizioni - premessa maggiore, premessa minore, conclusione - legate da un rapporto necessario. Se le premesse sono vere e la struttura è corretta, la conclusione lo è altrettanto. L’esempio classico è noto a chiunque abbia sfiorato la logica: “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; dunque Socrate è mortale.” Da questa rigorosa architettura derivano varianti come il sillogismo ipotetico (“Se piove, non esco; piove; dunque non esco”), quello disgiuntivo (“O è bianco o è nero; non è bianco; dunque è nero”), l’entimema, un sillogismo abbreviato, con una premessa sottintesa e persino le sue degenerazioni: paralogismi ed errori involontari, sofismi e inganni costruiti ad arte.
Similitudine e sillogismo si incontrano e si separano proprio nel loro rapporto con la verità. La prima tende alla verosimiglianza, all’efficacia comunicativa, alla capacità di far vedere. Il secondo mira alla verità formale: se la struttura è corretta, la conclusione segue necessariamente, anche quando le premesse sono discutibili. È per questo che un sillogismo può essere perfettamente valido e completamente falso nei contenuti, una similitudine invece può essere illuminante pur restando soggettiva. Confondere i due piani porta a errori logici madornali: dire “Gli aerei decollano; gli uccelli decollano; dunque gli aerei sono uccelli” significa scambiare una somiglianza superficiale per un rapporto deduttivo, trasformando un paragone in una conclusione “indebita”.
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Quando la forma fa la differenza: tondo e rotondo sotto la lente
Perché due parole quasi identiche raccontano sfumature diverse nella lingua di tutti i giorni
Tra le parole che adoperiamo ogni giorno ce ne sono alcune che sembrano gemelle, tanto da passare inosservate nella loro apparente somiglianza. Eppure, basta “analizzarle” un momento per scoprire che anche vocaboli quasi identici custodiscono sfumature precise, nate dalla storia della lingua e conservate negli usi più sottili. Tondo e rotondo sono un esempio perfetto: due forme vicine, spesso scambiate senza pensarci, ma che rivelano differenze interessanti non appena si prova a osservarle con un po’ più di attenzione. Capire come e quando si distinguono non è un esercizio da puristi, ma un modo per affinare l’orecchio e apprezzare la finezza della nostra bella lingua, che raramente spreca parole davvero equivalenti.
L’etimologia aiuta a comprendere la loro parentela e, allo stesso tempo, la loro divergenza. Tondo deriva dal latino tondus, “raso, tagliato”, e in origine richiamava l’idea di una superficie levigata, priva di spigoli. Rotondo, invece, proviene da rotundus, “che ha forma circolare”, e porta con sé un’immagine più geometrica, più compiuta, più vicina alla perfezione del cerchio. Due radici simili, ma non identiche, che continuano a vivere nell’uso odierno.
In alcuni casi i due termini possono essere usati come sinonimi senza creare ambiguità. Dire “un tavolo tondo” o “un tavolo rotondo” non modifica il senso della frase, così come “una piazza tonda/rotonda” o “una torta tonda/rotonda”. In questi esempi l’italiano non impone distinzioni particolari: entrambi i lessemi rimandano a una forma circolare, e la scelta dipende più dal ritmo della frase o dall’abitudine personale che da una necessità semantica.
Le differenze emergono quando si entra in contesti più specifici. Rotondo conserva un’aura di precisione geometrica: suggerisce una forma piena, perfetta, compiuta. Per questo si dice più facilmente “una luna rotonda”, perché l’immagine richiama un cerchio esatto, completo. Tondo può funzionare comunque, ma risulta più colloquiale, meno “tecnico”, meno legato all’idea di perfezione formale.
Ci sono poi alcuni casi in cui tondo e rotondo non sono affatto intercambiabili. Tondo ha usi figurati molto radicati, che rotondo non può sostituire senza risultare innaturale. Si dice “parlare chiaro e tondo”, “un no tondo”, “gliel’ho detto tondo tondo”: qui tondo significa “senza giri di parole”, “in modo netto”, e nessun parlante direbbe “chiaro e rotondo” senza avvertire una stonatura. Inoltre, in ambito artistico e tipografico tondo ha significati tecnici precisi: “carattere tondo” (non corsivo), “scultura in tondo” (a tutto tondo). In questi casi rotondo non è ammissibile.
Al contrario, rotondo ha sviluppato usi valutativi che tondo non possiede. Si parla di “una vittoria rotonda”, “un successo rotondo”, “un risultato rotondo”: qui il termine non descrive una forma, ma un esito pieno, convincente, privo di incertezze. Dire “una vittoria tonda” suonerebbe improprio, perché tondo non ha questa estensione metaforica.
Insomma, e concludiamo, tondo e rotondo sono vicini ma non identici. Si sovrappongono quando descrivono forme circolari, ma divergono quando entrano in gioco la precisione geometrica, gli usi figurati, i linguaggi specialistici o le sfumature valutative. Conoscerne le differenze permette di scegliere il termine più adatto al contesto e di apprezzare la “finezza” con cui l’italiano distingue ciò che, a prima vista, sembra uguale.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Radcliffe: “Sì alle donne diacono. Io progressista? Le etichette vanno bene per le marmellate”
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Il femminile classico di diacono è diaconessa. Ma oggi – secondo la regola della formazione del femminile dei sostantivi in “-o” – si tende ad adoperare la forma diacona.
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