Quel
dubbio ricorrente tra “vi siete mai chiesti” e “vi siete mai
chiesto” che tradisce molto più di quanto sembri
Spesso,
nello scrivere (ma anche nel parlare), viene il dubbio se si debba
dire vi siete mai chiesti o vi siete mai chiesto e
locuzioni simili. È un’esitazione comune,
perché quelle particelle pronominali – mi, ti, si, ci, vi –
sembrano tutte uguali, mentre dietro nascondono tre meccanismi
diversi: riflessivo vero, riflessivo apparente e riflessivo
reciproco. Capire come funzionano permette di dissipare il dubbio
senza incertezze e, soprattutto, di padroneggiare l’accordo del
participio passato, che è il punto dove la lingua inciampa più
facilmente.
Quando parliamo di verbo riflessivo vero (o proprio, o diretto),
intendiamo una costruzione in cui il soggetto compie un’azione che
ricade su sé stesso, e la particella pronominale ha valore di
complemento oggetto. La frase classica è: mi lavo, cioè
lavo me stesso; ti pettini = pettini te stesso;
si veste = veste sé stesso. In
questi casi soggetto e oggetto coincidono: il pronome non è un
semplice orpello, sostituisce un vero oggetto diretto. Nella forma
esplicita, infatti, la frase si può parafrasare con lava sé
stesso, pettina sé stesso, veste
sé stesso. Questo è il riflessivo pieno,
quello che di solito si ha in mente quando si parla di riflessivi.
Nei tempi composti, i riflessivi usano sempre l’ausiliare essere:
mi sono lavato, ti sei pettinata, si è
vestito. L’accordo del participio passato segue la regola
generale dei verbi con essere: il participio si accorda con
il soggetto in genere e numero. Perciò: Maria si è lavata,
i ragazzi si sono pettinati, le bambine si sono vestite.
Il pronome riflessivo non influisce sull’accordo: è il soggetto
che “comanda”. In analisi logica la particella si analizza come
complemento oggetto, perché è su questa che si riflette l’azione.
È questo che distingue il riflessivo vero dalle altre forme.
Il riflessivo apparente (o improprio, o indiretto) ha la stessa
faccia del riflessivo vero – sempre quelle particelle mi, ti, si,
ci, vi, si – ma la struttura è diversa: l’azione non ricade
direttamente sul soggetto, sibbene su un altro oggetto, e la
particella pronominale ha la funzione di complemento di termine. Un
esempio tipico: mi lavo le mani. Qui l’oggetto diretto
dell’azione è le mani; il pronome mi significa a
me, cioè lavo le mani a me stesso. Allo stesso modo:
Francesca si lava i capelli = lava i capelli a sé;
vi comprate un libro = comprate un libro a voi stessi;
ci stiriamo le camicie = stiriamo le camicie a noi
stessi. La particella non sostituisce un oggetto diretto, ma
indica il destinatario dell’azione: è un complemento di termine.
Per questo si parla di riflessivo apparente: la forma è riflessiva,
ma la funzione non è quella del riflessivo vero.
Per quanto riguarda l’accordo, però, la morfologia resta quella
dei riflessivi veri: ausiliare essere nei tempi composti e
participio passato che si accorda con il soggetto. Dunque: mi
sono lavato le mani, ti sei stirata la camicetta, si
è pettinato i capelli, ci siamo comprati un libro, vi
siete fatti una passeggiata, si sono mangiati una pizza.
Il participio (lavato, stirata, pettinato,
comprati, fatti, mangiati) si accorda con
il soggetto (io, tu, lui/lei, noi, voi, loro), non con il complemento
oggetto. È per questo che diciamo vi siete mai chiesti e
non vi siete mai chiesto: il soggetto è plurale (voi),
e il participio si adegua al plurale, anche se il verbo chiedersi
è riflessivo apparente e la particella vi ha valore di
complemento di termine. La regola dell’accordo non cambia: conta il
soggetto, non la pienezza del riflessivo.
Esiste, è vero, una possibilità letteraria: Giulio si è
lavate le mani, con accordo del participio sull’oggetto
diretto. È attestata, ma oggi è percepita come scelta marcata,
quasi arcaizzante. La forma neutra, “standard”, resta l’accordo
col soggetto: Giulio si è lavato le mani.
Il riflessivo reciproco è un altro caso di riflessivo improprio:
la particella pronominale non indica un’azione che il soggetto
compie su sé stesso, ma un’azione scambiata tra due o più
soggetti, nel senso di l’un l’altro. La forma è sempre
plurale: ci, vi, si. Se dico noi ci
salutiamo, non intendo ognuno saluta sé
stesso, ma ognuno saluta l’altro: l’azione è
reciproca. Altri esempi: Marco e Giorgia si telefonano spesso
(ognuno telefona all’altro), voi non vi parlate più
(ognuno non parla più all’altro), quei due si guardano in
cagnesco (ognuno guarda l’altro in cagnesco), ci siamo
conosciuti a scuola (ognuno ha conosciuto l’altro). Anche qui,
nei tempi composti l’ausiliare è essere: ci siamo
salutati, vi siete abbracciati, si sono picchiati,
ci siamo scritti per anni. L’accordo del participio
passato segue ancora una volta il soggetto: noi ci siamo salutati
(maschile plurale), noi ci siamo salutate (femminile
plurale), voi vi siete abbracciati, voi vi siete
abbracciate, Marco e Giorgia si sono telefonati, le
ragazze si sono scritte per anni. La particella pronominale, in
analisi logica, non è complemento oggetto, ma esprime la reciprocità
dell’azione; tuttavia, sotto il profilo morfologico, la costruzione
resta riflessiva e si comporta come tale: ausiliare essere e
accordo con il soggetto. È importante non confondere il riflessivo
reciproco con il riflessivo vero: noi ci laviamo (ognuno
lava sé stesso) è riflessivo vero; noi ci salutiamo
(ognuno saluta l’altro) è riflessivo reciproco. La forma esterna è
identica, ma il significato cambia.
Fin qui abbiamo visto tre famiglie che condividono la stessa
struttura formale (pronome riflessivo + verbo) e la stessa morfologia
nei tempi composti (ausiliare essere, accordo del participio
con il soggetto), ma differiscono per il ruolo della particella:
complemento oggetto nel riflessivo vero, complemento di termine
nel riflessivo apparente, marcatore di reciprocità nel riflessivo
reciproco. In tutti e tre i casi, però, la regola dell’accordo
è stabile: il participio passato si accorda con il soggetto, non con
il pronome, non con l’eventuale oggetto diretto. È questo che
permette di sciogliere dubbi come vi siete mai chiesti / vi
siete mai chiesto: il soggetto è voi, quindi il
participio deve essere plurale, indipendentemente dal fatto che
chiedersi sia riflessivo apparente e che vi non sia
complemento oggetto.
Per completezza, vale la pena accennare ai verbi pronominali, che
spesso vengono affiancati ai riflessivi impropri. Sono verbi che
esistono solo con la particella pronominale (o che con la particella
cambiano significato), ma quest’ultima non ha un ruolo sintattico
vero e proprio: non è né complemento oggetto né complemento di
termine. Esempi: accorgersi, pentirsi, vergognarsi,
arrabbiarsi, ribellarsi, imbattersi. Si
dice: mi sono accorto dell’errore, si è pentito,
ci siamo lamentati, si è vergognata, ci siamo
arrabbiati. Anche qui l’ausiliare è essere e il
participio si accorda con il soggetto: mi sono accorta, si
sono pentiti, ci siamo lamentate. Per quanto attiene
all’accordo, dunque, i verbi pronominali si comportano come i
riflessivi: la particella non cambia la regola, che resta sempre la
medesima.
Se proviamo a riassumere in modo operativo, per l’uso concreto,
possiamo tenere a mente poche linee guida semplici. Prima: quando
vedi un verbo con mi, ti, si, ci, vi, si, chiediti che cosa fa quella
particella. Se sostituisce un oggetto diretto (mi lavo =
lavo me stesso), sei davanti a un riflessivo vero. Se c’è
un altro oggetto diretto e la particella significa a me, a te, a
sé (mi lavo le mani), sei davanti a un riflessivo
apparente. Se l’azione è scambiata tra più soggetti (ci
salutiamo, si telefonano), sei davanti a un riflessivo
reciproco. Seconda: nei tempi composti, tutti questi verbi usano
essere come ausiliare. Terza: il participio passato si
accorda sempre con il soggetto, in genere e numero, indipendentemente
dal tipo di riflessivo. Quarta: la particella pronominale non comanda
l’accordo; è il soggetto che decide se dire lavato/lavata,
chiesto/chiesta, salutati/salutate.
L’impressione, a prima vista, è quella di un sistema
complicato; in realtà, una volta separati i piani – che cosa fa la
particella, dove va l’azione, chi è il soggetto – la regola
dell’accordo è sorprendentemente uniforme. Il riflessivo vero, il
riflessivo apparente e il riflessivo reciproco si comportano,
morfologicamente, come un’unica famiglia: ausiliare essere
e participio che guarda sempre al soggetto. Il resto è finezza di
analisi, utile per capire meglio la struttura della frase, ma non
cambia il modo in cui si coniuga. Ed è proprio questa coerenza che
permette di sciogliere dubbi pratici senza esitazioni: vi siete
mai chiesti è la forma corretta, perché voi è
plurale, e il participio non può che seguirlo.
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La lingua
“biforcuta” della stampa
Uccide la compagna a
coltellate davanti ai figli vicino Roma: “Sono stato io”
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Correttamente:
vicino a Roma. Treccani: vicino a casa
L’uso di vicino senza preposizione è dunque scorretto,
anche se risulta abbastanza comune e diffuso da tempo
in un appartamento di
Riano, vicino Roma («La Repubblica»). Si veda anche qui.
(Alcune
immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore,
vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)