venerdì 14 dicembre 2018

Lo "stranierese"


Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'uso dello stranierese di cui sono infarciti i giornali; uso che, spesso e volentieri, fa fare delle figure "caprine" agli autori degli articoli.

Scartabellando tra le nostre cose ci è capitato sotto gli occhi il Giornale di qualche anno fa in cui un titolo ha richiamato la nostra attenzione: «Scrivete straniero e sarete puniti».
L’articolista era Luciano Satta che in quel quotidiano era il titolare di un’interessantissima rubrica di lingua: «Non usate parole straniere perché le sbagliate o ve le sbagliano» (si riferiva, forse, alla scomparsa figura del correttore di bozze? NdR). «E quando le sbagliate la brutta figura è tutta vostra». Seguiva un elenco di vari incidenti nei quali sono incorsi, ultimamente, scrittori e giornalisti di grido: errori di traduzioni, lettere saltate, accenti errati e arbitrii sintattico-grammaticali. Mai parole furono più sante e attuali.
Oggi, con la rivoluzione tecnologica avvenuta nei giornali (ma non solo), i pezzi non vengono più composti (scritti) dai tipografi e inviati in correzione al vaglio di personale altamente qualificato (correttore di bozze); oggi gli articoli vengono composti al videoterminale dai giornalisti che sono gli unici responsabili degli eventuali strafalcioni; prima, con la composizione a piombo, l’ignoranza grammaticale del redattore era imputata all’ignoranza del correttore di bozze. Il progresso tecnologico sta mettendo a nudo molte verità nascoste. Ma torniamo ai barbarismi di cui trabocca la carta stampata e no.
Personalmente, e a costo di sembrare codini (reazionari), siamo per un reciso no alle parole straniere, non tanto per la brutta figura (di cui si preoccupa, bontà sua Luciano Satta), quanto e soprattutto perché il barbarismo che imperversa sulla stampa ha fatto dimenticare agli articolisti (e ai lettori, loro malgrado) il buon uso della lingua madre.
Una riprova lampante di quanto affermiamo è un titolo di un quotidiano locale (che non menzioniamo per carità di patria): «Tra pentiti e non». Quel non, maledettamente errato, balza evidente agli occhi del lettore accorto.
Gli avverbi di negazione no e non hanno usi nettamente distinti. Il primo (no) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche, dal greco " hòlos", (intero) e  "phrazo", (dichiaro), che, riassumendo in sé un’intera frase, debbono essere sempre isolate e in posizione accentata (non debbono essere seguite, cioè, da un’altra parola): vieni o no? È evidente, da questo esempio, il fatto che il no è olofrastico, sottintende e riassume o non vieni.
Il secondo avverbio (non) non si può trovare mai in posizione accentata (cioè da solo), si usa sempre come proclitico, vale a dire unito a una parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni? Il titolo incriminato, per tanto, avrebbe dovuto recitare - in forma corretta - 
«Tra pentiti e no».
Moltissime penne sono convinte del fatto che l’uso di termini stranieri dia un tono ai loro scritti e li adoperano indiscriminatamente (a volte senza conoscerne il significato); assistiamo, così, a spettacoli linguistici orrendi. Tanto per cominciare, gentili amici, lo stranierese resta sempre singolare.
Abbiamo letto, in una cronaca sportiva, che 
«la squadra azzurra aveva molte chanches». Satta ha ragione da vendere, questo titolo è doppiamente errato: la grafia e la forma plurale del vocabolo barbaro. I critici cinematografici e televisivi amano scrivere ciack o ciak in luogo della forma corretta italiana ciac. Gli economisti scrivono crack per indicare un fallimento, un crollo bancario, invece dell’italianissimo crac.
Questi ultimi sbagliano doppiamente volendo adoperare un termine straniero al posto di quello italiano che fa tanto... volgare. La voce, infatti, non è inglese - come comunemente si crede - ma tedesca: Krach. Se non si vuole adoperare l’italiano crac si usi, almeno, il termine straniero corretto che è Krach, appunto. Questa voce si è diffusa in tutte le lingue europee - quindi anche in quella inglese - in seguito al crollo bancario avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873.
Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.





giovedì 13 dicembre 2018

"Ripristinare" il correttore di bozze


Con l'avvento delle nuove tecnologie gli editori dei giornali hanno deciso di non avvalersi piú - anche per limitare i costi - di quel  losco figuro che, con certosina pazienza,  andava a caccia dei refusi (errori di battitura) e contemporaneamente "raddrizzava" - secondo le norme orto-sintattico-grammaticali - gli articoli degli operatori dell'informazione: il correttore di bozze. Questa figura professionale era invisa sia ai giornalisti, alle cosí dette grandi firme, in primis, sia ai poligrafici. Gli uni perché vedevano che i loro scritti erano sottoposti al vaglio di un "essere inferiore" che si permetteva di  correggere quanto scrivevano, gli altri perché erano costretti a "ribattere" (riscrivere) gli articoli corretti. Questa figura, dunque, non c'è piú: gli strafalcioni che si vedono sui giornali cartacei (e su quelli in rete), un tempo imputabili all'ignoranza e alla svista del revisore, sono, oggi, esclusivamente opera dell'estensore dell'articolo. Oggi, insomma, leggere un giornale (cartaceo o in rete) è estremamente faticoso: virgole sparse qua e là come fossero del sale, orrori ortografici, concordanze sballate, periodi sospesi (che non finiscono), date errate, uomini che diventano donne e viceversa, personaggi storici collocati in epoche diverse, capoluoghi di regione errati, fiumi che diventano mari e viceversa, potremmo continuare...  Alcuni esempi tratti da giornali in rete:

Un 49enne residente a Torgiano è stato arrestato per rapina, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale e denunciato per atti persecuoti, lesioni e possesso ingiustificato di arma ..

Terremotati al gelo: è Cascia risulta infatti la città più fredda dell'Umbria con il termometro che è sceso, la notte tra martedì e mercoledì, a -11,4 gradi secondo quanto 

Risarcita per le offese social
l'assessore devolve tutta
la somma in beneficenza

"Ha offerto anche l'amica. E agli incontri col pm...". Avvocatessa sexy, i dettagli scabrosi emersi in aula

Tenta di rubare
un'auto accesa
Preso e arrestato

L'uomo, un 47enne, era stato arrestato nei mesi scorsi nell'ambito di un’operazione antidroga contro un un gruppo che aveva collegamenti con un clan mafioso

L’AVVISO
Richiamate dal mercato cozze contaminate dal vibrione del colera


Regione Sicilia, approvate le variazioni di Bilancio. Il presidente dell'Ars: "Salvi

Forse sarebbe il caso che gli editori... 

martedì 11 dicembre 2018

Tranquillezza? Sí, tranquillezza


Un interessantissi-mo articolo di Vittorio Coletti - pubblicato sul sito dell'Accademia della Crusca - sulla correttezza del termine tranquillezza.

***

A proposito di "tranquillezza", forse non tutti sanno che "tranquillare" sarebbe da preferire al piú comune "tranquillizzare". È, infatti, pari pari il latino tranquillare. Tranquillizzare ricalca il francese tranquilliser. Il "tranquillante" che cosa è se non il participio presente sostantivato di tranquillare? Qualcuno dice: "Dammi un tranquillizzante"?

lunedì 10 dicembre 2018

I capiredattori, i caporedattori, i redattori capo, i redattori capi. Quale plurale corretto?

Ancora un vocabolo il cui plurale  fa accapigliare linguisti e lessicografi: caporedattore. I vocabolari si contraddicono: caporedattori, capiredattori, redattori-capi, redattori-capo. Insomma: chi pluralizza il primo termine, chi il secondo, chi tutt'e due. Colui che consulta i vocabolari non sa, quindi, che pesci prendere. Come comportarsi, dunque? Noi consigliamo di attenersi a quanto scrive il linguista Aldo Gabrielli circa la formazione del plurale dei nomi composti con "capo". 
      «Nomi composti con capo più un sostantivo. Li dividiamo in due categtorie, a seconda della funzione che ha la componente capo.
·         Prima categoria: capostazione. Qui capo ha funzione di soggetto (e di "comandante", di colui che è "a capo di...", ndr).
·         Seconda categoria: capocronista. Qui capo ha funzione di semplice attributo (con l'accezione di "primo", "principale", ndr).
·         Per capirlo, proviamo a ribaltare la parola. Ecco: capostazione non può diventare stazione-capo, mentre capocronista può diventare cronista-capo.
·         Noi daremo la forma plurale solo all’elemento principale del composto: nel primo caso a capo: i capistazione (i "comandanti" della stazione, ndr), nel secondo a cronista: i capocronisti. Qualche altro esempio della prima categoria: capoclasse, il capo della classe, caporeparto, il capo del reparto, e ancora capoturnocaposquadracapotrenocaposerviziocapofamigliacapodivisionecapofilaca-popostocaposezione. Il primo elemento è preminente, e lo metteremo al plurale: capiclassecapirepartocapiturnocapisquadracapitrenocapiserviziocapifamigliacapidivisionecapifi-lacapipostocapisezione. Se il nome è al femminile, la componente capo rimarrà invariata: le capostazionele capoclassele caporepartole capoturnole caposquadrale capotreno eccetera.
·         Passiamo ora ad esempi della seconda categoria: capomacchinista: potremmo benissimo dire macchinista-capo. E così capotecnicocaporedattorecapocomicocapocuoco: qui è preminente il secondo elemento, e sarà questo solo che faremo plurale: capomacchinisticapotecnicicaporedattoricapocomicicapocuochi. Seguono questa regola anche capoluogo (luogo "principale", ndr)capolavorocapoversocapodanno che al plurale diventano capoluoghicapolavoricapoversicapodanni. Se il nome è al femminile, se ne farà regolarmente il plurale femminile: la capotecnicale capotecnichela capocomicale capocomichela capocuocale capocuochela capomastrale capomastrela capocronistale capocronistela caporedattricele caporedattrici eccetera»

Se capo segue il sostantivo resterà invaiato sia per il maschile sia per il femminile: redattore capo / redattori capo; redattrice capo / redattrici capo

*** 

La parola proposta da questo portale: frenologia. Sostantivo femminile composto con le voci greche "phrèn" (mente) e "lògos" (discorso). Dal De Mauro:« teoria, affermatasi nel XIX sec., secondo la quale le varie facoltà psichiche sono localizzate in determinate zone dell’encefalo, il cui sviluppo si può dedurre dalla forma esterna del cranio»












venerdì 7 dicembre 2018

Venti domande sulla conoscenza della lingua italiana

Riprese dalla rete proponiamo venti domande sulla lingua italiana (per ottenere il "reddito di cittadinanza")

***

La lingua "biforcuta" della stampa

Nonostante le reiterate raccomandazioni dell'Accademia della Crusca (e non solo) sul buon uso della lingua italiana, la stampa continua a calpestare l'idioma di Dante.


Il pm e l’avvocatessa in arresto: «Lui la favoriva 
in cambio di sesso»

-----------
Il femminile di avvocato è avvocata. Riportiamo, ancora una volta, la nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini):
 Il femminile regolare di avvocato è avvocata e così si può chiamare una donna che eserciti il mestiere di avvocato. È in uso anche avvocatessa, che però può avere tono scherzoso o valore spregiativo, come tradizionalmente hanno avuto diversi femminili in -essa. Alcuni poi preferiscono chiamare anche una donna avvocato, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.

*

Il momento del crollo della balaustra: decine di giovani cadono uno sull'altro

-------------------
Probabilmente qualche linguista "d'assalto" - se per caso si imbatterà in questo sito - ci censurerà, ma a nostro avviso il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: «(...) cadono gli uni sugli altri» (sia se si faccia riferimento a decine sia se si faccia riferimento a giovani). 

giovedì 6 dicembre 2018

Sgroi - Un esempio di intolleranza (e variazione) linguistica

di Salvatore Claudio Sgroi *

Mercoledì scorso, nel programma di Corrado Augias, in RAI-3, "Quante storie speciali", alle ore 13,15, il conduttore ha ritenuto di interrompere, con non molto "flair play", l'ospite di turno, Claudia Conforti, storica dell'architettura, per correggerne la pronuncia "salùbre", piana, da lui giudicata errata anziché la sdrucciola "sàlubre".
            Il comportamento del conduttore è stato quello del parlante che dinanzi a un uso linguistico diverso dal proprio, ritiene che sia errato, senza sospettare minimamente che possa trattarsi di un uso "diverso", non meno legittimo.
            Diciamo subito che le due pronunce -- quella piana (etimologica) "salùbre" (dal latino "salūbrem" con /-lū-/ sillaba lunga) e quella sdrucciola (innovativa) "sàlubre" -- sono entrambe corrette, perché diffuse in tutta Italia e in bocca a persone colte (com'era la prof.ssa, storica dell'architettura).
            Se poi sente il bisogno di una fonte autorevole, quali sono i dizionari generali, che indicano anche la pronuncia, o i dizionari settoriali di pronuncia, il lettore può trovarsi a dover riflettere sul problema della variabilità linguistica e l'etimologia, e sulle diverse posizioni normative, sfumate o contrastanti dei grammatici.
            Dà per es. torto a Corrado Augias un testo istituzionale qual'è quello di A. Camilli - P. Fiorelli (1965) Pronuncia e grafia dell'italiano, per il quale lo sdrucciolo "sàlubre" è un "caso abbastanza frequente di semplice ignoranza" (p 120). Il giudizio è ribadito nell'indice finale: sàlubre "err." (p. 320). Il DOP (1981) ovvero Dizionario d'ortografia e di pronunzia di B. Migliorini - C. Tagliavini - P. Fiorelli conferma il carattere "err." di "sàlubre". E non diversamente il "Nuovo DOP" ovvero Dizionario italiano multimediale e multilingue d'ortografia e di pronunzia (anche on line) per il quale: "non" "sàlubre".
            Danno torto a Corrado Augias anche i dizionari generali della lingua, per es. il Sabatini-Coletti 2007, che ritiene "freq. ma non corretto" lo sdrucciolo "sàlubre". E così pure il Treccani-Simone (2005) "diffuso ma err.".
            Più sfumato è invece il Treccani-Duro (1994, vol. IV), che ritiene "meno corretto" "sàlubre", al pari del Devoto-Oli (2011). Lo Zingarelli (2018) giustifica il suo giudizio: "diffuso, ma etim. meno corretto".
            Per il Garzanti-Patota (2013) "la pronuncia 'sàlubre' si è diffusa (...) ma non è consigliabile".
In conclusione, quindi, il giudizio di correttezza è per i lessicografi e i fonetisti legato alla fedeltà etimologica.
Invece, ammette alla pari le due pronunce, in prima battuta piana "salùbre" (etimologica) e poi quella sdrucciola "sàlubre" (innovativa), il Dizionario di T. De Mauro (2000): "sa·lù·bre, sà·lu·bre".
Il DiPI ovvero Dizionario di pronuncia italiana di L. Canepari (2000) indica prima la pronuncia sdrucciola "sàlubre", e poi la piana "salùbre" definita "tradizionale, la più consigliata un tempo" (implicitamente perché è etimologica).
Ma per il linguista, va ancora spiegato com'è che alla pronuncia piana etimologica ("salùbre") i parlanti colti hanno preferito o affiancato la pronuncia sdrucciola "sàlubre". Se si considera il pacchetto di voci piane in "vocale + -bre", ci si accorge che tranne "ottòbre" ben cinque sono sdrucciole: "cèlebre", "fùnebre", "lùgubre", "ìnsubre", "incèlebre". E la loro "pressione" non è stata senza effetti alla base di "sàlubre".

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania






mercoledì 5 dicembre 2018

Giulio è proprio esoso


Quanto stiamo per scrivere non avrà il beneplacito di qualche linguista se, per caso, si imbatterà in questo sito, anche perché abbiamo contro i vocabolari dell'uso. Ma tant'è. Andiamo avanti per la nostra strada. Intendiamo parlare dell'uso non "ortodosso" dell'aggettivo esoso. Se apriamo, dunque, un qualsivoglia vocabolario al lemma in oggetto, leggiamo: «Che fa richieste eccessive». L'accezione "principe"  dell'aggettivo è, invece, odioso, e, per estensione, antipatico, insopportabile e simili: Giulio ha proprio un carattere esoso, cioè insopportabile. Alcuni, addirittura, ritengono esoso sinonimo di "esigente", "prepotente", "pretenzioso" e simili, calpestando l'etimologia. L'OVI, infatti, alla voce "esoso" specifica "lo stesso che odioso". Ci viene da ridere, dunque, quando sentiamo frasi del tipo "quel negoziante ha prezzi esosi". I prezzi possono essere "odiosi"?