Che cosa hanno in comune parole come
perché, oggi, domani, prima, dopo, bene, dentro e
fuori? A prima vista sembrerebbe ben poco, anzi nulla. Eppure
tutte, in determinate circostanze, possono compiere una piccola magia
grammaticale: smettere di fare gli avverbi e trasformarsi in
sostantivi.Molti avranno sentito parlare della
sostantivazione degli aggettivi. Nessuno si stupisce dinanzi a
espressioni come «il bello», «il brutto», «il giusto» o «il
vero». Meno noto è il fatto che anche gli avverbi possano subire la
stessa trasformazione.
L'esempio più "celebre" è
probabilmente perché. Nella frase «Non capisco perché te ne sei
andato» il termine conserva il suo normale valore avverbiale. In
«Non capisco il perché della tua decisione», invece, è diventato
un sostantivo a tutti gli effetti. Ha addirittura l'articolo e può
essere accompagnato da un complemento di specificazione: «il perché
della tua decisione».
Lo stesso fenomeno si osserva in
espressioni come «l'oggi», «il domani», «il prima», «il dopo».
Quando diciamo «pensiamo al domani» oppure «non dimentichiamo il
passato ma viviamo l'oggi» non stiamo più usando semplici avverbi;
stiamo nominando concetti, quasi fossero oggetti del pensiero.
La prova è semplice. Un avverbio
normalmente serve a determinare il significato di un verbo, di un
aggettivo o di un altro avverbio. Un sostantivo, invece, designa una
realtà, concreta o astratta. Nel momento in cui diciamo «il come»,
«il quando» o «il perché», non descriviamo più una circostanza
dell'azione: trasformiamo quella circostanza in una cosa di cui si
può parlare.
È un procedimento antico e
perfettamente legittimo. Non si tratta di una licenza poetica né di
una stravaganza moderna. Le grammatiche lo registrano da tempo come
uno dei normali passaggi da una categoria grammaticale a un'altra, una sorta di "metaplasmo funzionale".
Talvolta la sostantivazione è così
consolidata che non ce ne accorgiamo neppure. Chi pensa, infatti, che
domani e oggi siano originariamente avverbi quando legge frasi come
«il domani dell'umanità» o «l'oggi politico»? Eppure è proprio
così.
La letteratura, poi, si diverte a
sfruttare queste possibilità. Si incontrano il qui e l' altrove, il
dentro e il fuori, il sempre e il mai. Parole nate per accompagnare
altre parole finiscono col camminare da sole.
Forse è proprio questo l'aspetto più
affascinante della lingua: le categorie grammaticali non sono
compartimenti stagni. Un avverbio può indossare i panni di un
sostantivo, un aggettivo può diventare un nome, persino un verbo può
trasformarsi in sostantivo. La grammatica non è un museo di forme
immobili, ma un organismo vivo che sa reinventare continuamente i
propri strumenti.
Il perché di tutto ciò? È semplice:
la lingua ama la libertà molto più di quanto credano coloro che la
immaginano rinchiusa nei recinti delle definizioni scolastiche.
***
Chi non semina in
autunno non miete in estate
Fra i molti proverbi
che la civiltà contadina ci ha trasmesso, questo è uno dei più
semplici e, nello stesso tempo, uno dei più profondi. «Chi non
semina in autunno non miete in estate» racchiude infatti un'intera
filosofia di vita in poche parole: non si può raccogliere ciò che
non si è prima seminato.L'immagine nasce da
una realtà agricola ben precisa. Per secoli il grano è stato
seminato nei mesi autunnali, approfittando dell'umidità del terreno
e delle piogge stagionali. Dopo la semina iniziava il lungo periodo
dell'attesa: l'inverno, con il suo freddo e la sua apparente
immobilità, durante il quale il seme, invisibile agli occhi, compiva
il proprio lavoro sotto terra. Soltanto con l'arrivo dell'estate il
contadino poteva finalmente mietere il frutto della propria fatica.
Il proverbio
fotografa dunque una verità elementare della natura: tra il momento
della semina e quello del raccolto esiste sempre un intervallo
necessario. Nulla nasce dal nulla e nulla matura all'istante.
Come spesso accade
nei detti popolari, però, il significato letterale è soltanto il
punto di partenza. Ben presto la semina è diventata il simbolo di
ogni iniziativa umana. Seminare significa studiare, prepararsi,
esercitarsi, imparare, costruire pazientemente le basi di un
progetto. Mietere significa invece ottenere il risultato, raggiungere
un obiettivo, godere dei frutti dell'impegno profuso.
È interessante
osservare che il proverbio non dice semplicemente «chi non semina
non miete», ma specifica le stagioni. L'autunno e l'estate non sono
scelti a caso. L'autunno richiama il tempo della preparazione
discreta, del lavoro lontano dai riflettori; l'estate rappresenta
invece il momento della pienezza, dell'abbondanza e della ricompensa.
La saggezza
contadina sembra volerci ricordare che esiste un tempo giusto per
ogni cosa. Chi pretende risultati immediati senza aver costruito
nulla in precedenza assomiglia al contadino che, arrivato alla
stagione del raccolto, scopre di avere i granai vuoti perché ha
trascurato il tempo della semina.
In un'epoca dominata
dalla fretta e dalla ricerca della gratificazione istantanea, questo
antico proverbio conserva intatta la propria attualità. Ci insegna
che il successo, la conoscenza, le relazioni durature e perfino la
serenità personale richiedono pazienza e perseveranza. Prima viene
il seme, poi il raccolto; prima l'impegno, poi il risultato.
Non è soltanto una
lezione agricola, ma una lezione di vita. Perché, ieri come oggi,
chi non semina in autunno difficilmente potrà mietere in estate.
***
La lingua
“biforcuta” della stampa
Vannacci spoglia con
l’AI la forzista Siracusano, tutti contro l’ex generale
-----------------
Correttamente:
contro il generale (senza “ex").
L’uso corretto di “ex” (Lo
SciacquaLingua dell’8 settembre scorso)
“Poliziotti fra i dirigenti del
partito dell’ex generale”,
quell’ex, nel titolo di un
giornale, sembra voler togliere al
generale il suo grado, come se fosse un’etichetta rimovibile. È un
riflesso giornalistico molto diffuso, ma la lingua – e ancor più
la prassi istituzionale – ci ricorda che i gradi militari non si
“spengono” con il congedo. Un generale in pensione resta
generale; un colonnello resta colonnello; un ammiraglio resta
ammiraglio. Il grado è permanente, identitario, non dipende
dall’esercizio attivo della funzione. Per questo ex
generale è improprio, anzi errato:
non si può essere “ex” di un grado che non decade. Lo stesso per
i titoli accademici, un professore giubilato resta professore, non
“ex professore”.
Il punto è che ex è una particella comoda, rapida,
perfetta per i titoli di giornale. Ma la comodità non sempre
coincide con la precisione, ma soprattutto con la buona lingua. Dire
ex generale suggerisce l’idea che il grado sia cessato,
mentre la realtà è che quel generale è semplicemente “fuori
servizio”. La forma corretta è generale in congedo,
generale a riposo, generale in ausiliaria: tutte
espressioni che indicano lo stato amministrativo senza negare il
grado. La differenza è sottile ma decisiva: ex scancella
(sic!); in congedo precisa.
Diverso è il caso di ambasciatore, prefetto,
questore e simili. Qui non siamo nel territorio dei gradi,
ma delle funzioni. E le funzioni, a differenza dei gradi, cessano
davvero. Un ambasciatore può diventare ex ambasciatore; un
prefetto può diventare ex prefetto; un questore può
diventare ex questore. Non perché si perda una dignità
permanente, ma perché si conclude un incarico. Sono ruoli operativi,
non titoli identitari. Per questo l’uso di ex è corretto,
benché giornalisticamente asciutto.
La regola, dunque, è semplice: ex si usa per le funzioni
che terminano; non si usa per i gradi che restano. La lingua
amministrativa è chiarissima: generale in congedo,
colonnello a riposo, ammiraglio in ausiliaria.
Nessun documento ufficiale parlerebbe di ex generale, perché
sarebbe una negazione del grado. E allo stesso modo nessun documento
ufficiale parlerebbe di ex colonnello o ex ammiraglio.
Il grado è un attributo permanente della persona, come un titolo
accademico o un’onorificenza.