Un viaggio nelle sfumature più intime della lingua italiana
Nella lingua italiana, la ricerca della precisione lessicale non è un vezzo da puristi, ma un modo per rendere giustizia alla complessità del pensiero. È sorprendente quanto spesso utilizziamo faccia e viso come se fossero perfettamente intercambiabili, pedine identiche sulla scacchiera del discorso. Eppure basta soffermarsi un attimo (non “attimino”, per carità!) per scoprire che queste due parole, pur indicando la stessa regione del corpo, illuminano sfumature molto diverse: la faccia sembra restare ancorata alla materia, alla biologia, talvolta persino all’urto sociale; il viso, invece, si veste di una luce più nobile, quasi contemplativa.
La loro divergenza affonda le radici nell’etimologia. Faccia discende dal latino facies, che indicava la “forma”, l’aspetto esteriore, la superficie delle cose. Non è un caso che in geometria parliamo ancora delle “facce” di un solido: superfici, piani, materia. Viso, invece, proviene da visus, participio passato di vidēre, “vedere”: significa “vista”, “ciò che si vede”. È un termine che porta con sé un’aura di percezione, di delicatezza, come se il viso fosse ciò che si offre allo sguardo. E accanto a questi due lessemi si colloca il volto, dal latino vultus, parola che in origine indicava l’espressione, il manifestarsi del carattere e della volontà. Se la faccia è materia e il viso è percezione, il volto è ciò che esprimiamo.
Queste differenze si notano con evidenza non appena si entra nei linguaggi specialistici. In medicina si parla di nervo facciale, di ossa della faccia: qui conta la struttura, la fisicità, l’oggettività. Un pittore, un fotografo o un’estetista, invece, lavorano sul viso, cercando armonie, proporzioni, luci. E nella vita quotidiana, la scelta del termine può cambiare il tono di un’intera frase: dire a qualcuno che ha una “bella faccia” rischia di suonare brusco, quasi triviale, mentre “bel viso” è un complimento che accarezza.
Il vero confine, però, è negli usi figurati. La faccia domina il territorio della morale, della vergogna, dell’audacia: si ha la faccia tosta, si perde la faccia, ci si mette la faccia, si ha una faccia di bronzo, si hanno due facce. Sono locuzioni che parlano di conflitto, di sfida, di giudizio sociale. Il viso, invece, conserva una limpidezza quasi etica: agire a viso aperto significa muoversi con sincerità, e far diventare il viso rosso - espressione più letteraria - richiama il turbamento, la timidezza. La faccia è il campo di battaglia; il viso è la superficie della trasparenza.
In questo gioco di sfumature si inserisce anche un aneddoto spesso attribuito a Victor Hugo: lo scrittore francese avrebbe osservato che ogni uomo nasce con una faccia e muore con un volto, a indicare che la vita, con le sue scelte morali, scolpisce i tratti grezzi della natura fino a trasformarli in espressione dell’anima. È un pensiero potente, benché non attestato in una fonte certa, più vicino alla tradizione aneddotica che alla filologia. Più documentata è invece la fortuna degli idiomatismi, come quello del diplomatico che, rimproverato per aver dato della “faccia di bronzo” a un superiore, tentò di cavarsela sostenendo che lo stava paragonando a un monumento eterno. Una difesa creativa, certo, ma inutile: il sintagma “faccia” porta con sé un’eredità di irriverenza che nessun gioco retorico può cancellare.
Per concludere, scegliere tra faccia e viso non è una questione di pedanteria, ma di sensibilità linguistica. La faccia si lava, il viso si accarezza. La faccia si schiaffeggia, sul viso si legge il dolore. E in questa differenza sottile, ma decisiva, si nasconde tutta la ricchezza dell’italiano. Non è il volto a cambiare la lingua: è la lingua a cambiare il volto.
***
Qualche curiosità
Il nostro idioma, cantabile per eccellenza, è ricco di parole tratte dal mondo agricolo e trasportate in quello cosí detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c'è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole "contadinesche" nobilitate dall'uso. Tra queste le piú numerose sono quelle tratte dagli alberi. Vediamo assieme le piú comuni e, ovviamente, le piú conosciute (ma adoperate inconsciamente). Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo "tronco" confrontiamo la struttura del tronco umano con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di "radice", di "ramo", di "ceppo" e, un po' scherzosamente, di "rampolli". E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla "coltura", vale a dire alla "coltivazione"? Una persona si dice colta quando "coltiva", appunto, l'animo, la mente. E cosí il "culto", che in latino valeva innanzi tutto "coltivazione" ha finito con l'acquisire l'accezione specifica di "onore reso alla divinità".
E a proposito di cultura, taluni usano indifferentemente questo sintagma riferito all'attività dello spirito, dell'animo, della mente e a quella, chiamiamola, "campestre": la cultura delle viti. È bene fare, invece - ed è un obbligo per chi ama la lingua - un distinguo. Nel significato di educazione morale, intellettuale, useremo "cultura" (con la "u"): avere un'ottima cultura, una cultura mediocre; nell'accezione, invece, di "coltivazione del terreno" adopereremo "coltura" (con la "o"): la coltura degli ortaggi, la floricoltura, la viticoltura ecc.
Per concludere queste modeste noterelle sull'uso di parole che potremmo definire nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa, che "gli ostaggi sono stati crivellati di colpi" dai terroristi? Il crivello, come si sa, è uno strumento con il quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, "fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello".
(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
