domenica 11 ottobre 2026

Intelleggibile o intelligibile?

 Quando la lingua percorre due strade per arrivare alla stessa meta

Vi è mai capitato di leggere "intelleggibile" con due G e pensare a un errore? In realtà la storia della nostra lingua è più ricca e generosa di quanto crediamo...

Ci sono termini che sembrano gemelli e altri che paiono fratelli lontani. Poi esistono coppie come "intelleggibile" e "intelligibile", che a prima vista danno l'impressione di essere una giusta e una sbagliata. In realtà non è così: entrambe sono corrette, entrambe appartengono alla lingua italiana e indicano ciò che può essere compreso dall'intelletto. Eppure una differenza c'è, e non riguarda tanto il significato quanto la storia e la fortuna d'uso.

Oggi la forma più comune è senza dubbio "intelligibile". La incontriamo nei saggi, negli articoli giornalistici, nei testi scolastici e nel linguaggio colto corrente. Dire che un discorso è intelligibile significa affermare che può essere compreso, che il suo significato è accessibile alla mente.

La forma "intelleggibile", invece, appare più rara e talvolta sorprende il lettore moderno, il quale può persino sospettare un errore di stampa. Eppure errore non è. Essa affonda le sue radici nella storia stessa del verbo latino da cui proviene.

Il latino aveva infatti il verbo intellegere, composto di inter e legere, nel significato originario di «discernere», «comprendere». Da questo verbo nacque l'aggettivo intelligibilis, che ha dato l'italiano "intelligibile". Tuttavia, nella tradizione medievale e poi in quella italiana, si sviluppò anche la forma del verbo intelleggere, modellata più fedelmente sul latino. Da qui derivò naturalmente l'aggettivo "intelleggibile".

La presenza delle due forme è dunque il risultato di una doppia evoluzione della stessa base etimologica. La lingua, in questo caso, non ha scelto subito una sola strada, ma ne ha percorse contemporaneamente due.

Fenomeni simili non sono affatto rari nella lingua di Dante. Pensiamo a obbedire e ubbidire, forme entrambe corrette benché la prima sia oggi prevalente. Oppure a domandare e dimandare, dove la seconda sopravvive soprattutto nei testi letterari e nei documenti d'epoca. La lingua italiana ama conservare le tracce del proprio passato, anche quando l'uso comune finisce col privilegiare una variante. Ma perché "intelligibile" ha avuto più successo di "intelleggibile"?

La risposta va cercata soprattutto nella filosofia e nella teologia medievali. Per secoli gli studiosi parlarono di «mondo intelligibile», «forme intelligibili» e «specie intelligibili». Attraverso la tradizione aristotelica, la scolastica e il pensiero medievale, l'aggettivo divenne un termine tecnico fondamentale della riflessione filosofica. Questa ampia diffusione culturale ne consolidò l'uso e ne favorì la sopravvivenza fino ai nostri giorni.

"Intelleggibile", dal canto suo, non è una forma scorretta né un'invenzione moderna. È una variante storicamente legittima, registrata dai principali vocabolari dell'italiano. La sua minore frequenza nell'uso contemporaneo porta talvolta a considerarla erroneamente sbagliata, quando in realtà si tratta semplicemente di una forma meno comune.

Sotto il profilo stilistico, chi scrive per un pubblico ampio farà bene a preferire "intelligibile". È la forma che il lettore riconosce immediatamente e che non rischia di interrompere la fluidità della lettura. "Intelleggibile" resta, comunque, una risorsa disponibile per chi desideri adottare una variante più rara o più vicina alla tradizione etimologica.

La storia di queste due parole ci ricorda, ancora una volta, che la lingua non procede sempre in linea retta. Talvolta conserva sentieri paralleli, testimonianze di epoche diverse e di differenti tradizioni culturali. Alcuni sentieri diventano autostrade, altri rimangono viottoli poco frequentati, ma tutti continuano a raccontare qualcosa della storia delle parole.

Una curiosità finale merita di essere ricordata. Nella filosofia platonica e nella tradizione che da questa discende si distingue il mondo sensibile, percepibile attraverso i sensi, dal mondo intelligibile, accessibile soltanto all'intelletto. È probabilmente uno dei motivi che hanno contribuito alla straordinaria fortuna dell'aggettivo, rendendolo familiare ben oltre gli ambienti specialistici.

E qui sta, forse, la morale linguistica della nostra piccola indagine: non sempre la forma meno adoperata è quella sbagliata; spesso è soltanto quella che la storia ha lasciato in disparte. Le parole davvero intelligibili non sono quelle più difficili, ma quelle che sanno farsi capire senza rinunciare alla loro storia.

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La lingua “biforcuta” della stampa

La violenza

Bari, ragazzo denuncia molestie sessuali: parroco gli arresti domiciliari

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Agli arresti anche la preposizione articolata “(a)gli”.










sabato 10 ottobre 2026

Sventare e sventrare: quando una consonante cambia tutto

 


La nostra lingua riserva spesso sorprese a chi si lascia guidare soltanto dall'orecchio. Esistono parole quasi identiche nella forma ma lontanissime nel significato. È il caso dei verbi sventare e sventrare, che differiscono per una sola consonante e che proprio per questo vengono di frequente confusi. Eppure, dietro questa apparente somiglianza, si nascondono etimologie differenti e immagini mentali quasi opposte.

Sventare significa impedire che qualcosa si realizzi, mandare a monte un progetto, una macchinazione, un complotto o un attentato. Quando le forze dell'ordine scoprono e bloccano un piano criminoso prima che venga eseguito, si dice che lo hanno sventato.

L'etimologia aiuta a comprendere perfettamente l'evoluzione semantica del verbo. Sventare è infatti collegato a vento, dal latino ventus. In origine il verbo indicava l'azione di esporre qualcosa al vento, di disperderlo o dissolverlo nell'aria. Il prefisso s- rafforza l'idea di allontanamento e dispersione.

L'immagine è particolarmente efficace: ciò che viene investito dal vento perde consistenza, si sparpaglia, svanisce. Da qui il passaggio al significato figurato di far fallire un progetto prima che possa concretizzarsi. In altre parole, chi sventa un piano lo disperde metaforicamente al vento.

Si dirà quindi: «La polizia ha sventato una rapina.»; «I servizi segreti hanno sventato un attentato.»; Le autorità hanno sventato una truffa internazionale.»

Ma il verbo non è limitato all'ambito della cronaca giudiziaria. Gli usi figurati sono numerosi: «L'infortunio ha sventato le ambizioni dell'atleta»; «La crisi economica ha sventato il progetto di espansione dell'azienda»; «La pioggia improvvisa ha sventato la festa all'aperto». In tutti questi casi ricorre la medesima idea: qualcosa viene impedito, vanificato, disperso prima di giungere a compimento.

Ben diversa è la storia di sventrare.

Il verbo deriva da ventre, che continua il latino venter, ventris. Il significato originario è «aprire il ventre», «squarciare l'addome», «eviscerare». Anche qui il prefisso s- ha valore separativo: indica l'azione di aprire, togliere, mettere allo scoperto ciò che si trova all'interno.

Fin dall'antichità il termine è stato usato in riferimento agli animali macellati o alle ferite particolarmente gravi. Successivamente il significato si è ampliato per analogia. Se il ventre è la parte centrale del corpo, allora anche il centro di una città, di una montagna o di un edificio può essere metaforicamente considerato un ventre.

Da qui espressioni come: «Gli operai hanno sventrato la montagna per realizzare il traforo»; «I lavori hanno sventrato il centro storico»; «L'esplosione ha sventrato il palazzo». In questi casi il verbo conserva l'idea fondamentale dell'apertura violenta e devastante di una struttura.

L'uso figurato si è esteso ulteriormente fino a indicare qualsiasi lacerazione profonda o distruzione radicale: «La guerra ha sventrato intere città»; «Il terremoto ha sventrato il paese»; «Lo scandalo ha sventrato la credibilità dell'istituzione»; «Quelle rivelazioni hanno sventrato anni di menzogne». Qui non vi è alcun ventre in senso fisico, ma permane l'idea di una realtà che viene aperta e lacerata fino a mostrarne l'interno o a comprometterne l'integrità.

Una curiosità storica riguarda proprio il verbo sventrare. Tra Ottocento e Novecento gli urbanisti parlavano frequentemente di sventramenti urbani. Interi quartieri medievali venivano demoliti per aprire nuove strade e creare grandi assi viari. Roma offre esempi celebri di questi interventi, che modificarono profondamente il tessuto cittadino.

Anche sventare ha una sua curiosa specificità. Nel linguaggio giornalistico moderno è diventato quasi un termine tecnico della cronaca nera e investigativa. Attentati, frodi, rapimenti, complotti e truffe vengono regolarmente «sventati» dalle cronache quotidiane, al punto che il verbo richiama immediatamente l'idea dell'intervento tempestivo delle autorità.

L'errore nasce proprio dalla somiglianza fonetica dei due verbi. Così può capitare di leggere o sentire frasi improprie come «la polizia ha sventrato un attentato» oppure «le autorità hanno sventrato una truffa». In realtà un attentato si sventa, non si sventra. Allo stesso modo una ruspa può sventrare un edificio, certamente non sventarlo.

L'etimologia, ancora una volta, dissipa ogni incertezza: sventare richiama il vento che disperde; sventrare richiama il ventre che viene aperto. La differenza è tutta qui, semplice e limpida. Da una parte c'è qualcosa che svanisce nell'aria; dall'altra qualcosa che viene squarciato fino al suo interno.

Tra il vento e il ventre corre una sola consonante; ma nella lingua basta una lettera per passare dall’allontanare una minaccia allo squarciare una realtà.

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Per sostituire l'anglismo "caregiver"

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venerdì 9 ottobre 2026

Gelare e raggelare: quando il freddo si fa parola

 

Vi sono parole che sembrano sorelle e che, a un primo sguardo, paiono perfettamente intercambiabili. Poi, studiandole più da vicino, ci si accorge che una custodisce una sfumatura in più, una forza espressiva maggiore, quasi un accento supplementare. È il caso di "gelare" e "raggelare", due verbi apparentemente sinonimi ma, in realtà, non dicono esattamente la stessa cosa.

"Gelare" è il verbo fondamentale. Può riferirsi al freddo fisico, al congelamento dell'acqua o dei tessuti vegetali, ma anche allo stato di chi patisce una temperatura particolarmente rigida. In senso figurato, poi, può indicare uno stupore improvviso, uno sgomento inatteso, una situazione che lascia senza parole.

L'origine della voce è antichissima e affonda le sue radici nel latino gelāre, che significa(va) appunto «congelare», «far diventare gelido». Tale verbo deriva dal sostantivo gelu, cioè «gelo», «rigore invernale», «freddo intenso». Alla stessa famiglia appartengono anche "gelido", "gelato" e altri lessemi che ruotano tutti attorno all'idea di un irrigidimento provocato dal freddo.

È interessante osservare come il concetto di gelo, fin dall'antichità, non sia stato associato soltanto alla meteorologia. Già gli autori latini adoperavano metaforicamente il freddo per indicare la paura, l'insensibilità, la tristezza o l'assenza di sentimenti. Una metafora che è arrivata fino a noi praticamente immutata.

Più curiosa è la storia di "raggelare". Il verbo nasce dall'aggiunta del prefisso ra- a "gelare". Questo prefisso, che rappresenta uno sviluppo popolare dell'antico ri-, assume spesso una funzione intensiva. Non modifica radicalmente il significato della parola di base, ma ne aumenta la forza espressiva.

 Così, mentre "gelare" significa semplicemente «raffreddare», «congelare» o «colpire come il gelo», "raggelare" suggerisce un effetto più profondo e più totale, quasi paralizzante. La differenza emerge chiaramente negli esempi: «La notizia lo ha gelato.» ; «La notizia lo ha raggelato.» Nel primo caso prevale l'idea dello stupore; nel secondo si avverte una sorta di immobilità emotiva, come se il soggetto fosse rimasto prigioniero dello choc subito.

Possiamo osservare un fenomeno analogo in molte altre coppie verbali della nostra lingua. Si pensi a "chiudere" e "rinchiudere" oppure a "serrare" e "rasserrare". Il verbo prefissato non introduce necessariamente un significato nuovo, ma spesso aggiunge un'idea di intensità, completezza o maggiore energia dell'azione.

Una curiosità letteraria ci aiuta a comprendere la forza simbolica del freddo. Non è certo casuale che Dante collochi i traditori nel ghiaccio di Cocito, nella parte più profonda dell'Inferno. Nella Commedia il gelo diventa una potente immagine di lontananza dall'amore e dalla vita spirituale. Il luogo più remoto da Dio non è dominato dalle fiamme, ma da un'immobilità gelida e assoluta. Ancora oggi, inconsapevolmente, continuiamo ad attingere a questo patrimonio simbolico quando diciamo che una persona ci ha accolti «con freddezza» o che una notizia ci ha «raggelati».

Non meno interessante è l'espressione «avere il sangue gelato nelle vene». Nessuno, ovviamente, pensa a un fenomeno fisico reale; eppure l'immagine è così efficace da essere diventata una delle metafore più diffuse per rappresentare lo spavento improvviso. È la dimostrazione di quanto il freddo, nella nostra cultura linguistica, sia strettamente associato all'idea di blocco, arresto e sospensione.

Alla luce di queste modeste considerazioni possiamo dire che "gelare" e "raggelare" sono sinonimi soltanto in parte. Il secondo verbo conserva infatti una sfumatura intensiva che lo rende più incisivo e drammatico. Ogni raggelare è un gelare, ma non ogni gelare è un raggelare.

E forse è proprio questa una delle tante meraviglie della lingua di Dante: basta una sillaba per aggiungere una sfumatura, un'emozione, una diversa temperatura dell'anima. Le parole somigliano agli uomini: alcune ci sfiorano come una brezza fredda, altre ci attraversano fino a raggelarci; e la differenza, molto spesso, sta tutta in una piccola sillaba, appunto.

Non sorprende, quindi, che la lingua popolare abbia fatto del gelo una metafora dello stupore, della paura e della distanza emotiva. Espressioni come "avere il sangue gelato nelle vene" o "restare gelati dalla sorpresa" confermano infatti che, nell'immaginario collettivo, il freddo non immobilizza soltanto il corpo, ma anche le emozioni.

Il gelo fa piegare gli alberi più robusti.




giovedì 8 ottobre 2026

Supporre e ipotizzare: gemelli o semplici cugini?

 Capita sovente di sentirli usare come se fossero intercambiabili: «Suppongo che arriverà tardi», «Ipotizzo che arriverà tardi». A un primo sguardo sembrano dire la stessa cosa: in entrambi i casi si parla di qualcosa che non è certo. Eppure, come accade a molte coppie lessicali italiane, una piccola differenza c'è, e vale la pena di portarla alla luce.

Cominciamo da supporre. Il verbo deriva dal latino supponĕre, composto di sub («sotto») e ponĕre («porre»). L'idea originaria è quella del «mettere sotto», del collocare qualcosa come fondamento di un ragionamento. Quando supponiamo, infatti, assumiamo una determinata circostanza come probabile o verosimile.

Se vediamo il marciapiede bagnato e il cielo ancora nuvoloso, possiamo dire: «Suppongo che abbia piovuto stanotte». La supposizione nasce da indizi che ci inducono a considerare una spiegazione plausibile.

Diversa, almeno in parte, è la sfumatura di ipotizzare. Il verbo deriva da ipotesi, che risale al greco hypóthesis, letteralmente «ciò che è posto sotto», «base», «premessa». Curiosamente, dunque, l'immagine mentale è molto vicina a quella di supporre. Le due parole hanno addirittura radici concettuali sorelle.

L'uso moderno, tuttavia, ha introdotto una distinzione: chi ipotizza formula una possibilità da verificare; chi suppone tende invece a ritenere quella possibilità già ragionevolmente fondata.

Uno storico può ipotizzare che un documento sia stato scritto da un determinato autore: prima di affermarlo dovrà raccogliere prove, confrontare grafie, studiare le fonti. Un lettore, osservando alcune somiglianze stilistiche, può invece supporre che quell'autore sia il responsabile del testo. L'ipotesi guarda alla verifica futura; la supposizione si appoggia maggiormente a una convinzione presente.

Naturalmente il confine non è sempre netto. Nella lingua comune i due verbi si sovrappongono spesso e i dizionari registrano questa vicinanza di significato. Nessuno si scandalizzerebbe sentendo dire «Ipotizzo che Marco sia già partito» oppure «Suppongo che Marco sia già partito». Eppure il primo esempio suona leggermente più prudente, più analitico, quasi scientifico; il secondo più spontaneo, più vicino alla deduzione quotidiana.

Potremmo allora riassumere così::supporre = ritenere probabile; ipotizzare = formulare una possibilità da accertare. Una distinzione sottile, certo, ma le parole vivono proprio di queste sfumature. E ignorarle sarebbe come sostenere che il tramonto e il crepuscolo siano la stessa cosa: si assomigliano moltissimo, ma non coincidono del tutto.

La lingua, del resto, è maestra di precisione. Ci insegna che non tutte le supposizioni diventano ipotesi scientifiche e che non tutte le ipotesi nascono da semplici supposizioni.

Una curiosità etimologica rende particolarmente interessante la coppia supporre e ipotizzare. Sebbene provengano da lingue diverse — latino il primo e greco il secondo —, entrambi rimandano alla medesima immagine mentale: quella del «porre sotto», del collocare una base sulla quale costruire un ragionamento. Il latino supponĕre significa infatti «mettere sotto», mentre il greco hypóthesis è formato da hypó («sotto») e thésis («posizione», «collocazione»). È uno di quei casi in cui due parole apparentemente lontane risultano parenti per concetto più che per forma.

Vi è poi un'altra curiosità, storica, non meno interessante. La distinzione moderna tra supporre e ipotizzare si è accentuata soprattutto con lo sviluppo del lessico scientifico. Nei secoli passati i due verbi tendevano a sovrapporsi più di quanto accada oggi. È stato il linguaggio della ricerca, della filosofia e delle scienze a conferire a ipotizzare il significato più tecnico di formulare una spiegazione provvisoria da sottoporre a verifica. Da qui quell'aura di cautela metodologica che ancora oggi percepiamo nel verbo.

Insomma, ogni ipotesi contiene una supposizione, ma non ogni supposizione raggiunge la dignità di un'ipotesi. Come insegna la lingua, del resto, tra il supporre e l'ipotizzare passa la stessa differenza che separa l'intuizione dall'indagine: la prima immagina, la seconda verifica.






mercoledì 7 ottobre 2026

Adempiere il dovere o adempiere al dovere? Quando il «meno bene» dei vocabolari fa discutere

 Fra grammatica, storia della lingua e sfumature d'uso, un caso interessante che ci ricorda come non sempre la correttezza linguistica sia una questione di bianco o nero

 


Chi consulta alcuni dizionari dell'uso al lemma 'adempiere' si imbatte spesso in una notazione curiosa. Dopo aver indicato come costruzione normale quella transitiva, «adempiere un dovere, «adempiere un obbligo», alcuni repertori aggiungono che il verbo può essere adoperato anche intransitivamente con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere ai propri obblighi», precisando che tale uso è «meno bene» (o 'meno corretto'). L'osservazione lascia perplessi molti lettori. Che cosa significa infatti meno bene? Una costruzione o è corretta oppure non lo è. Può esistere una specie di correttezza a metà? La questione merita di essere approfondita, perché conduce al cuore stesso del rapporto fra grammatica e uso.

Cominciamo dall'etimologia. 'Adempiere' deriva dal latino 'adimplere', composto di 'ad-' e 'implere' «riempire, colmare, compiere interamente». Il significato originario era dunque quello di «portare a compimento», «eseguire pienamente», «soddisfare». Fin dalle prime attestazioni italiane, dunque, il verbo compare soprattutto come transitivo: si adempiono promesse, obblighi, incarichi, doveri, condizioni. Da qui la costruzione che ancora oggi molti grammatici considerano primaria: «adempiere il proprio dovere», «adempiere un obbligo», «adempiere una promessa».

Accanto a questo uso, tuttavia, la lingua letteraria e amministrativa ha sviluppato molto presto anche la costruzione intransitiva con la preposizione a: «adempiere al proprio dovere», «adempiere agli obblighi di legge», «adempiere alle disposizioni impartite».

Quest'ultima forma è diventata particolarmente frequente nei linguaggi burocratici e giuridici, tanto da risultare, oggi, perfettamente naturale agli orecchi della quasi totalità  dei parlanti. E allora perché alcuni vocabolari la registrano come «meno bene»?

La risposta non riguarda la correttezza in senso assoluto. Nessun lessicografo serio intende affermare che «adempiere al proprio dovere» sia errato. Se fosse davvero scorretto, il dizionario lo segnalerebbe esplicitamente come uso improprio o da evitare. L'espressione «meno bene» appartiene invece a un'altra categoria di giudizi: quelli relativi alla preferibilità stilistica o alla maggiore aderenza alla struttura originaria del verbo.

In altre parole, il lessicografo osserva che 'adempiere' nasce e vive prevalentemente come verbo transitivo e che, sotto il profilo storico e sintattico, la costruzione diretta rappresenta la forma più semplice e tradizionale. La variante con a viene considerata secondaria, ma non illegittima.

Un fenomeno analogo si osserva con il verbo 'assolvere'. Anche qui la costruzione originaria è transitiva: si assolve un compito, un obbligo, un dovere. Eppure l'italiano ha da tempo sviluppato pure l'uso con la preposizione a: assolvere al proprio dovere, assolvere ai propri obblighi, assolvere alle proprie funzioni. Nessuno oggi considererebbe scorrette simili espressioni, largamente documentate nella lingua amministrativa, giuridica e letteraria. Se dunque si accetta senza difficoltà  la coesistenza di «assolvere un dovere» e «assolvere al dovere», diventa difficile sostenere che «adempiere al dovere» rappresenti qualcosa di meno corretto rispetto ad «adempiere il dovere». In entrambi i casi siamo di fronte a costruzioni diverse ma legittime, consolidate da secoli d'uso.

Il problema sta forse proprio nell'espressione scelta. «Meno bene» rischia infatti di suggerire una gerarchia della correttezza linguistica: come se una forma fosse giusta e l'altra quasi giusta. In realtà  la lingua funziona diversamente.

Esistono usi grammaticalmente corretti ma stilisticamente differenti. Analogamente, le locuzioni «adempiere il proprio dovere» e «adempiere al proprio dovere» appartengono entrambe all'italiano legittimo, pur richiamando tradizioni e registri diversi.

Si potrebbe anzi sostenere che l'indicazione «meno bene» sia il residuo di una concezione normativa della lingua tipica di una parte della lessicografia novecentesca, quando si tendeva a distinguere più rigidamente tra forme preferite e forme tollerate. Oggi molti studiosi preferiscono descrivere gli usi effettivi senza attribuire loro pagelle di merito.

C'è poi una curiosità degna di nota. Molti parlanti percepiscono 'adempiere' quasi esclusivamente nella costruzione con a. Nei testi legislativi e amministrativi ricorrono continuamente formule come «adempiere agli obblighi previsti», «adempiere alle prescrizioni», «adempiere ai doveri derivanti». Paradossalmente, ciò che alcuni dizionari continuano a registrarlo come uso secondario è, per molti italiani, l'uso più familiare.

Forse il problema non è la lingua in sé, ma il modo in cui talvolta la descriviamo. Dire che una forma è «meno bene» può risultare più ambiguo che utile. Sarebbe probabilmente più chiaro affermare che una costruzione è «meno tradizionale», «meno frequente» o «meno vicina all'impianto originario del sintagma verbale». La correttezza, infatti, appartiene alla grammatica; la preferenza appartiene allo stile. E confondere le due cose significa spesso attribuire alla lingua una rigidità che la lingua stessa non ha.

La morale linguistica della vicenda è semplice. Quando un dizionario definisce una forma «meno bene», non sempre sta pronunciando una sentenza di condanna. Più spesso sta segnalando una preferenza storica, stilistica o tradizionale. Tuttavia proprio l'espressione scelta rischia di generare equivoci, perché suggerisce un grado intermedio di correttezza che la grammatica, in senso stretto, non contempla.

Per questo motivo, chi scrive «adempiere il proprio dovere» non sbaglia. Ma non sbaglia neppure colui che scrive «adempiere al proprio dovere». La differenza non è tra uso corretto e uso scorretto. È, semmai, tra una costruzione che alcuni grammatici continuano a preferire e un'altra che l'uso ha ormai consacrato da secoli. E la lingua, in questo caso, sembra meno severa dei suoi giudici.

















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


martedì 6 ottobre 2026

Il prestigio nasce dall'inganno


 
Quando diciamo che una persona, un'istituzione o una pubblicazione godono di 'prestigio', pensiamo all'autorevolezza, alla considerazione e alla stima conquistate nel tempo. Pochi sospettano che questa parola, oggi così rispettabile, abbia origini assai meno nobili.

Il sostantivo deriva infatti dal latino 'praestigium' (più spesso al plurale 'praestigiae'), termine che indicava gli inganni, le illusioni e i trucchi capaci di confondere la vista e la mente. Da qui nacque anche il 'praestigiator', vale a dire il prestigiatore, colui che otteneva meraviglia e stupore mediante artifici e giochi di mano.

In origine, dunque, il campo semantico della parola non aveva nulla (a) che vedere con la reputazione o con il merito. Si muoveva piuttosto nell'ambito dell'illusione, dell'abbaglio e dell'inganno dei sensi. Come si è giunti allora al significato moderno?

Il cambiamento appare meno sorprendente di quanto possa sembrare. Chi riesce a stupire e a impressionare suscita ammirazione; l'ammirazione genera considerazione; la considerazione, consolidandosi nel tempo, diventa autorevolezza. Il centro semantico della parola si è progressivamente spostato dall'inganno all'effetto prodotto dall'inganno, vale a dire allo stupore e alla meraviglia.

Una curiosità  merita di essere ricordata. Mentre 'prestigio' evolveva verso il significato di autorevolezza e considerazione, la sua famiglia lessicale non abbandonava del tutto le proprie origini. Ancora oggi parliamo di 'giochi di prestigio' e di 'prestigiatori', espressioni che conservano quasi intatto il valore antico della parola. È come se il latino 'praestigium' avesse continuato a vivere su due binari paralleli: da un lato quello dell'illusione e dell'arte magica, dall'altro quello della stima e della reputazione.

Un fenomeno del genere non è raro nella storia della lingua. Anche 'formidabile' significava originariamente «spaventoso», perché derivava dal latino 'formidabilis', «atto a incutere timore»; e 'terribile' designava ciò che provocava terrore. Col passare dei secoli, tuttavia, queste parole hanno attenuato o addirittura perduto il loro valore negativo.

Così è accaduto anche a 'prestigio'. La parola ha abbandonato quasi del tutto la sfera dell'inganno per entrare in quella della stima e dell'autorevolezza. Eppure l'antica parentela con i giochi di prestigio non è mai scomparsa completamente: continua a sopravvivere, discretamente, nella sua storia.

Ogni volta che parliamo del prestigio di una persona o di un'istituzione, richiamiamo, dunque, senza accorgercene, una lontana famiglia di illusionisti e prestigiatori. È una delle tante sorprese che la lingua conserva sotto la superficie delle parole più comuni.

Le parole somigliano ai prestigiatori: mostrano un significato e ne nascondono un altro. L'etimologia è l'arte di scoprire il trucco.















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

lunedì 5 ottobre 2026

Furbizia e astuzia: due intelligenze che non si somigliano affatto

 Dall'etimologia ai comportamenti quotidiani, un viaggio nella sottile ma decisiva differenza tra chi cerca il vantaggio immediato e chi sa progettare una strategia vincente


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ell'uso quotidiano della lingua italiana, i lessemi "furbizia" e "astuzia" vengono spesso adoperati come perfetti equivalenti per descrivere l'abilità di chi sa districarsi nelle difficoltà o volgere le situazioni a proprio favore. Tuttavia, una riflessione linguistica ed etica più approfondita rivela che queste due parole racchiudono sfumature semantiche, intenzioni e percezioni morali radicalmente diverse. Sebbene entrambe affondino le radici nell'intelligenza pratica e nella prontezza di spirito, la linea di demarcazione che le separa sta nella profondità della visione, nella nobiltà del metodo e nell'obiettivo finale perseguito dal soggetto.

Per comprendere la natura profonda di questa distinzione è fondamentale partire dall’etimologica dei due vocaboli. Il termine "furbizia" deriva dall'aggettivo "furbo", a sua volta legato al francese antico fourbe, che indicava il ladro, il briccone o l'imbroglione, termine derivante dal verbo  fourber  ossia truffare o raggirare. La furbizia nasce dunque con un'impronta originaria legata al sotterfugio, all'inganno e alla capacità di dissimulare per ottenere un vantaggio personale. Di contro, "astuzia" affonda le sue radici nel latino astutia, derivato da astutus, voce appartenente alla medesima famiglia di astus (furberia).  Fin dalle sue origini, l'astuzia incarna un'intelligenza sagace, una raffinata padronanza delle dinamiche sociali e una capacità di calcolo analitico che non implica necessariamente la truffa o la malafede. 

La furbizia – stando al significato - si configura come una dote di breve respiro, legata all'opportunismo e alla reattività immediata. Il furbo è colui che sa cogliere al volo l'occasione, che individua la falla in un sistema o la debolezza momentanea di un interlocutore per trarne un giovamento diretto, spesso sfiorando o superando i confini della correttezza e dell'etica. La furbizia “vive” di scorciatoie, cavilli, piccole prevaricazioni e sotterfugi; non richiede una visione d'insieme né una particolare profondità intellettuale, sibbene un'acutezza spicciola tesa al tornaconto personale. L'astuzia, al contrario, è una qualità strategica e intellettuale di ampio respiro. L'astuto non cerca necessariamente la scorciatoia sleale, ma studia la realtà, analizza i contesti, prevede le mosse dell'avversario e concepisce architetture di pensiero capaci di risolvere problemi complessi o superare ostacoli apparentemente insormontabili. Mentre la furbizia si manifesta nell'aggiramento passivo delle regole, l'astuzia si esprime nella capacità di volgere le regole e le circostanze a proprio favore attraverso l'ingegno e la penetrazione psicologica.

Gli esempi storici, letterari e di vita quotidiana chiariscono in modo inequivocabile questa contrapposizione. L'emblema supremo dell'astuzia nella cultura occidentale è indubbiamente l'Ulisse omerico, l'uomo dal multiforme ingegno (polytropos). L'idea del Cavallo di Troia non è un atto di spicciola furbizia, ma un vertice di astuzia militare e psicologica: un piano articolato che sfrutta la psicologia del nemico per porre fine a un assedio decennale. Un altro esempio di astuzia è la mossa del giocatore di scacchi che sacrifica un pezzo importante per costringere l'avversario in una posizione cieca e vincere la partita dieci mosse dopo. Nella vita di tutti i giorni, al contrario, la furbizia si palesa in comportamenti decisamente più prosaici e di scarso spessore morale: chi salta la coda alla posta approfittando della distrazione altrui, chi sfrutta un vuoto normativo per non pagare una tassa o chi attribuisce a sé il merito di un lavoro di squadra. In questi casi, il furbo ottiene un guadagno immediato, ma dimostra una totale assenza di visione e una profonda indifferenza verso la dimensione etica e collettiva.

Insomma, e concludiamo queste noterelle, la furbizia si rivela un'inclinazione meschina e opportunistica, un'agilità tattica circoscritta all'interesse individuale dell'immediato. L'astuzia rappresenta invece un'elevata manifestazione dell'intelligenza pratica, una virtù della mente che, pur potendo essere usata in modo spregiudicato, conserva una nobiltà strutturale legata al talento strategico, alla penetrazione psicologica e alla capacità di dominare la complessità attraverso la sola forza del pensiero.

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La lingua “biforcuta” della stampa


… con un occhio ai sondaggi di quest’estate Schlein a Conte si sonono persuasi di avere già Palazzo Chigi in tasca.

… primarie on-line in barba ai timori che capeggiano su ogni quotidiano europeo su il rischio di influenze russe.

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… sembra arenatasi nelle soliti paludi del campo progressista …

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Per quanto riguarda il deputato Ofer Cassifla Corte è stato osservato che "tutti i giudici del collegio giudicante prendono le distanze dalle dichiarazioni e dalle azioni oltraggiose di Cassif …

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Una delle fonti ha confermato che il profilo … è del copilota del volo di fatti di mercoledì scorso … ha confermato alla Cnn che una persona con quel nome ha concluso ha seguito corsi a distanza per tre anni, conclusi nel 2023 …

… questa settimana l'Iran non avrà spedizioni di petrolio in mare è i relativi ricavi …



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domenica 4 ottobre 2026

Vizio o vezzo? Una vocale di differenza (e una doppia Z), un mondo di significati

 Due parole quasi gemelle che l'orecchio confonde, ma che la lingua distingue con grande precisione


C
apita sovente di sentire usare 'vizio' e 'vezzo' come se fossero sinonimi. L'equivoco è comprensibile: le due parole si somigliano nel suono, differiscono per una sola vocale e appartengono entrambe alla sfera delle abitudini e dei comportamenti. Eppure, dietro questa apparente parentela, si nasconde una differenza sostanziale che merita di essere riportata alla luce. Dire che una persona ha un vizio non equivale affatto a dire che ha un vezzo. Anzi, tra i due termini corre una distanza ben maggiore di quanto lasci supporre la loro forma.

I linguisti definiscono 'paronime' le parole che si assomigliano foneticamente senza condividere lo stesso significato. L'italiano ne conta molte: 'infliggere' e 'infrangere', 'comprensibile' e 'comprensivo', 'emigrare' e 'immigrare'. Anche 'vizio' e 'vezzo' appartengono a questa interessante categoria. Il loro suono inganna l'orecchio e induce a credere che designino realtà  simili; la storia e l'uso, invece, raccontano tutt'altra vicenda.

'Vizio' deriva dal latino 'vitium', che significa(va) «difetto», «imperfezione», «corruzione», «mancanza». Fin dall'antichità  il vocabolo era gravato da una connotazione sfavorevole e indicava qualcosa di deteriorato o moralmente riprovevole. Nel passaggio al volgare e poi all'italiano tale sfumatura si è conservata pressoché intatta. Ancora oggi il vizio è soprattutto una cattiva abitudine, un'inclinazione dannosa o un comportamento dal quale sarebbe opportuno liberarsi. Si parla del vizio del fumo, del gioco, dell'alcol, ma anche del vizio di interrompere continuamente gli interlocutori o di arrivare sistematicamente in ritardo.

Da questa medesima origine discendono espressioni tecniche largamente diffuse: 'vizio di forma', 'vizio di costruzione', 'vizio procedurale'. In tutti questi casi il significato fondamentale rimane quello di difetto o irregolarità .

Più affascinante ancora è la storia di 'vezzo'. La Treccani lo riconduce direttamente al latino 'vĭtium' ("vizio", "difetto"), la stessa voce da cui deriva anche 'vizio'. I due termini sono dunque allotropi, vale a dire parole che risalgono alla medesima origine etimologica ma che hanno seguito percorsi fonetici e semantici differenti. Col tempo, infatti, 'vizio' ha conservato il significato negativo di difetto e cattiva inclinazione, mentre 'vezzo' si è progressivamente specializzato nei valori di abitudine caratteristica, grazia, civetteria e ornamento.

È uno di quei casi in cui l'etimologia ama giocare d'ironia. Due vocaboli nati dalla stessa famiglia linguistica hanno finito col rappresentare quasi il contrario l'uno dell'altro. Come due fratelli che, cresciuti sotto lo stesso tetto, abbiano poi imboccato strade completamente diverse.

Un vezzo, infatti, è, generalmente, un tratto distintivo della personalità, una piccola mania innocua, un comportamento che rende qualcuno riconoscibile. Chi si liscia i capelli mentre parla, chi conclude ogni frase con la stessa espressione, chi conserva gelosamente vecchie stilografiche o chi colleziona segnalibri può avere dei vezzi. Sono abitudini che incuriosiscono, talvolta divertono, ma difficilmente destano riprovazione.

Da qui deriva anche l'espressione 'fare i vezzi', riferita a chi assume atteggiamenti leziosi o studiati per attirare l'attenzione o sembrare più grazioso. In questo caso il vocabolo conserva una sfumatura di artificiosità, ma senza raggiungere mai la gravità implicita nel 'vizio'.

C'è inoltre un'accezione oggi quasi dimenticata che merita di essere ricordata. Nella lingua letteraria dei secoli passati il 'vezzo' era anche un gioiello femminile, specialmente una collana di perle o di pietre preziose. I poeti parlavano di «vezzi di perle» o di «vezzi d'oro», confermando quel legame con l'ornamento e con la grazia che il termine porta ancora impresso nella propria storia.

La differenza tra le due parole, dunque, potrebbe essere riassunta in una formula semplice: il vizio guasta, il vezzo decora. Del vizio ci si corregge; il vezzo, al massimo, si tollera con un sorriso. Il primo rappresenta un peso, il secondo una sfumatura. Il primo rivela un difetto, il secondo una caratteristica.

Non è quindi raro che una persona cerchi di nascondere i propri vizi e, nello stesso tempo, ostenti i propri vezzi. I primi possono suscitare censura; i secondi contribuiscono a creare un'immagine, un'identità, talvolta perfino un fascino.

La lingua italiana, insomma, ci offre una piccola lezione di precisione. Due parole quasi identiche nella forma possono allontanarsi enormemente nel significato. E così scopriamo che è sufficiente una sola vocale (e due Z) per separare ciò che ci corregge da ciò che ci distingue. Perché il vizio è una catena da spezzare; il vezzo, quando non eccede, è soltanto un dettaglio che ci rende un po' più umanamente riconoscibili.

In fondo, le parole assomigliano alle persone: non basta guardarle da lontano per conoscerle davvero. Talvolta una sola lettera nasconde una storia intera, e una vocale può fare la differenza tra un difetto da evitare e una grazia da conservare.

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San Francesco e il calendario dei contadini: quando i santi misuravano il tempo

Il 4 ottobre si celebra san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia e figura tra le più amate della tradizione cristiana. Curiosamente, però, il santo poverello non ha lasciato nella paremiologia italiana una quantità  di proverbi pari alla sua fama. Eppure la sua ricorrenza cade in un momento cruciale dell'anno agricolo, quando la natura si prepara al riposo invernale e i contadini osservano il cielo per trarne auspici e insegnamenti.

Tra i detti legati alla giornata si ricorda: «Per san Francesco, semina se tu puoi e se non puoi appresso poi». Il proverbio riflette il calendario agrario tradizionale: i primi giorni di ottobre erano considerati favorevoli alle semine autunnali, soprattutto del grano. Il santo diventa così un punto di riferimento temporale, un segnale nel grande orologio della campagna.

Un'altra sentenza popolare avverte: «A san Francesco il freddo entra per l'uscio». Non si tratta naturalmente di una previsione meteorologica infallibile, ma della constatazione che, con l'avanzare di ottobre, le temperature iniziano a calare sensibilmente. La personificazione del freddo che «entra» in casa conferisce al detto una vivacità  espressiva che ne ha favorito la conservazione nella memoria popolare.

Più spesso, tuttavia, la saggezza contadina preferisce parlare direttamente del mese anziché del santo. Ottobre è infatti il periodo della vendemmia tardiva, delle castagne, delle semine e dei preparativi per l'inverno. Da qui alcuni proverbi come: «ottobre piovoso, campo prosperoso». Il messaggio è sempre lo stesso: il raccolto futuro dipende dal lavoro presente e dall'equilibrio delle stagioni.

Sotto il profilo prettamente linguistico è interessante osservare come molti proverbi agricoli utilizzino il nome del santo come indicazione cronologica. In un'epoca in cui pochi avevano a disposizione calendari e orologi, le ricorrenze religiose ben note a tutti fungevano da punti di riferimento. Così si seminava a san Francesco, si assaggiava il vino a san Martino e si misurava la lunghezza delle giornate a santa Lucia.

I santi, insomma, entravano nei proverbi non tanto per ragioni teologiche quanto per una necessità  pratica: aiutavano a orientarsi nel tempo. E il 4 ottobre, con il suo sapore di vendemmia e con i primi freddi, continua ancora oggi a ricordarci che l'autunno non è una stagione di declino, ma di preparazione. Come sapevano bene i nostri nonni, è proprio in ottobre che si comincia a "costruire" il pane e il vino per l’anno successivo.



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sabato 3 ottobre 2026

Quando serve... serve e quando serve occorre

 I verbi "servire" e "occorrere" sembrano sinonimi, ma le loro storie e le loro sfumature raccontano molto di più

Alcuni li usano come sinonimi e, in effetti, in numerosi contesti lo sono davvero. Se diciamo che per preparare una torta 'serve' un chilo di farina oppure che 'occorre' un chilo di farina, il significato cambia ben poco, anzi non cambia affatto. Eppure 'servire' e 'occorrere' hanno alle spalle storie profondamente diverse e, ancora oggi, conservano sfumature che meritano di essere osservate da vicino.
Cominciamo dall'etimologia. Il verbo 'servire' discende dal latino 'servire', derivato da 'servus', cioè «schiavo» o «servo». Alla sua origine troviamo dunque l'idea del mettersi a disposizione di qualcuno, dell'essere utile, del compiere una funzione al servizio di una persona o di uno scopo.
'Occorrere' proviene invece da 'occurrere', formato da 'ob' («verso», «contro») e 'currere' («correre»). Il significato originario, dunque, era quello di «correre incontro», «andare verso qualcuno» o «farsi avanti». Da questa immagine dinamica si è sviluppato nel tempo il valore di ciò che si presenta, accade o si rende disponibile al momento opportuno.
Nell'italiano contemporaneo i due verbi si incontrano soprattutto nel campo della necessità. Possiamo infatti dire che ci serve un documento oppure che ci occorre un documento; che per completare una pratica serve una firma oppure che occorre una firma. In questi casi la differenza di significato è minima e riguarda soprattutto il registro espressivo. Le strade dei due verbi, però, si separano non appena usciamo da quest'area condivisa.
'Servire' è uno dei verbi più duttili e frequenti del lessico italiano. Può indicare l'utilità di qualcosa («a che cosa serve questo tasto?»), un'attività di assistenza («il cameriere serve ai tavoli»), un servizio reso a una collettività («servire la patria»), oppure l'atto di attendere un cliente («chi è il prossimo da servire?»). Il verbo compare persino nel linguaggio sportivo, dove un tennista serve la palla e può mettere a segno un ace con il servizio.
'Occorrere', invece, appartiene generalmente a un registro più formale, amministrativo o letterario. Inoltre conserva significati che 'servire' non ha. Possiamo dire, per esempio, che a qualcuno è «occorso un incidente» oppure «un imprevisto», nel senso di è «capitato» o è «accaduto». In altri casi può significare perfino «venire alla mente»: «m'è occorsa una riflessione». In tutti questi esempi la sostituzione con 'servire' risulterebbe impossibile.
Anche alcune parole derivate raccontano bene la particolarità di questo verbo. Dalla stessa famiglia provengono infatti 'occorrenza', che indica una circostanza o una necessità particolare, e 'occorrente', sostantivo che designa tutto ciò che è necessario per uno scopo determinato. Chi parte per una vacanza prepara l'occorrente per il viaggio; chi si accinge a una riparazione raccoglie l'occorrente per il lavoro da svolgere.
Esiste infine una sottile differenza che ogni parlante percepisce intuitivamente. Dire «mi serve un aiuto» comunica una necessità  immediata, concreta e diretta. Dire «mi occorre un aiuto» esprime sostanzialmente la stessa esigenza, ma con una sfumatura più misurata e formale.
Non è un caso che nel linguaggio burocratico e amministrativo si leggano spesso formule come «ove occorra» o «qualora occorra», mentre nella linguaggio quotidiano prevale quasi sempre il più semplice «se serve». È un piccolo indizio della diversa temperatura stilistica dei due verbi: più formale il primo, più familiare il secondo.
Ecco perché 'servire' e 'occorrere' non sono né completamente sinonimi né completamente diversi. Sono due lessemi che, provenendo da mondi lontani, si incontrano in un tratto del loro cammino semantico. In quel punto possono scambiarsi il posto senza problemi; appena oltre, però, ciascuno riprende la propria strada, continuando a raccontare una storia diversa della nostra meravigliosa e cantabile lingua.

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“Germanorbo” e “germanorba”: due parole nuove per una perdita senza nome

La lingua italiana dispone di parole precise per indicare alcune delle grandi perdite della vita. Chi perde i genitori è un 'orfano'; chi perde il coniuge è un 'vedovo'. E chi perde un fratello? E chi perde una sorella? La risposta è sorprendente: non esiste un termine specifico.

Possiamo dire che una persona «ha perso un fratello» o «ha perso una sorella», ma non abbiamo una parola unica capace di esprimere quella condizione. Si tratta di una lacuna lessicale tanto evidente quanto curiosa, poiché il rapporto tra fratelli e sorelle è uno dei legami affettivi più profondi e duraturi dell'esperienza umana. Per colmare questa mancanza proponiamo due neologismi: 'germanorbo' e 'germanorba'.

Un 'germanorbo' è una persona che ha perduto un fratello. Una 'germanorba' è una persona che ha perduto una sorella. Le due voci sono costruite su basi linguistiche solide e perfettamente italiane.

Il primo elemento, 'germano', non indica soltanto la ben nota anatra selvatica chiamata germano reale. Nel linguaggio colto e giuridico, infatti, un germano è un fratello o una sorella nati dagli stessi genitori. Il termine deriva dal latino 'germanus', che significa(va) propriamente «fratello carnale», «vero fratello», «autentico consanguineo».

Il secondo elemento è ricavato da 'orbo', voce antica ereditata dal latino 'orbus', «privo», «privato di qualcosa». Dalla stessa radice proviene, per esempio, il termine 'orfano', attraverso una storia etimologica diversa ma semanticamente affine.

L'idea è dunque molto semplice: 'germanorbo' = privato di un fratello; 'germanorba' = privata o privato di una sorella. Si tratta di parole trasparenti, che una volta spiegate risultano immediatamente comprensibili.

Ecco alcuni possibili esempi d'uso: «Da quando ha perso il fratello maggiore vive il dolore silenzioso dei germanorbi.» «L'associazione offre sostegno psicologico alle persone germanorbe.» «Divenne germanorba a soli quindici anni, dopo la scomparsa della sorella.»

Qualcuno potrebbe obiettare che i neologismi non si inventano a tavolino. L'obiezione è fondata. Le parole, infatti, vivono soltanto se vengono accolte dai parlanti. Tuttavia molte voci oggi normalissime sono nate proprio per dare un nome a realtà che ne erano prive. Senza proposte innovative, il lessico resterebbe immobile.

Del resto, una delle funzioni più nobili della lingua consiste nel rendere dicibile l'esperienza umana. E se esistono parole per la perdita dei genitori e del coniuge, non appare irragionevole pensare che possa esisterne una anche per la perdita di un fratello o di una sorella.

Forse 'germanorbo' e 'germanorba' non entreranno mai nei dizionari. O forse, tra qualche anno, qualcuno le userà senza sapere nemmeno dove siano nate. È il destino di tutti i neologismi: affidarsi al giudizio dei parlanti e sperare che la necessità finisca col trasformare una proposta in una parola vera.

E chissà che un giorno, accanto a 'orfano' e 'vedovo', non trovi posto anche 'germanorbo' o 'germanorba': parole nuove per un dolore antico, finora rimasto senza nome.

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La lingua "biforcuta" della stampa