martedì 31 marzo 2026

Dire è fare

 Quando un verbo non descrive il mondo: lo crea












Parliamo spesso come se le parole fossero semplici etichette: strumenti per raccontare ciò che accade fuori da noi. Ma una parte sorprendente della lingua funziona al contrario: non descrive il mondo, lo modella. Ci sono verbi che, quando li pronunciamo nel modo giusto, non dicono qualcosa: lo fanno accadere. È qui che entrano in scena i verbi performativi.

I verbi performativi sono quei verbi che non si limitano a descrivere un’azione, ma la compiono nel momento stesso in cui vengono pronunciati. Dire prometto fa nascere una promessa; dire vieto istituisce un divieto; dire dichiaro aperta la seduta apre davvero la seduta. La parola non fotografa: interviene.

La forma è decisiva: prima persona, presente indicativo, tono diretto e contesto adeguato. Senza queste condizioni, il performativo si spegne: ti prometto che verrò funziona; ti promettevo che sarei venuto non compie più nulla. Il tempo verbale, qui, è la leva che trasforma il dire in fare.

L’etimologia rivela la natura attiva di questi verbi. Promettere viene da pro‑mittere, “mandare avanti”: la parola lancia un impegno nel futuro. Dichiarare deriva da de‑clarare, “rendere chiaro”: dire è rendere valido. Vietare risale a vetare, “impedire”: la voce stessa crea il limite. In tutti i casi, la radice latina porta con sé un gesto, non una semplice descrizione.

Qui si innesta la differenza con i verbi constativi, che invece descrivono uno stato di cose: piove, mangio, capisco. I constativi registrano il mondo; i performativi lo modificano. Ma la distinzione non è mai assoluta: anche un constativo, quando lo pronuncio, compie comunque un atto illocutorio (asserire, attestare, informare). È proprio da questa tensione che nasce la riflessione di John L. Austin, filosofo del linguaggio britannico che negli anni Cinquanta mostrò come parlare non significhi solo dire, ma fare con le parole.

Austin chiamava “felici” i performativi che funzionano davvero: serve l’autorità giusta, il contesto giusto, l’intenzione giusta. Un ti perdono detto da chi non ha titolo a perdonare è un colpo a vuoto; un giuro pronunciato senza intenzione è un abuso. La lingua, qui, non descrive: interviene.

C’è un episodio autentico, riportato nelle sue lezioni, che illumina il punto meglio di qualsiasi definizione. Austin, discutendo il celebre esempio del varo di una nave, osserva che la frase “Battezzo questa nave Queen Elizabeth” non descrive un atto: lo compie. Ma aggiunge subito che la stessa frase, detta da uno studente in un’aula universitaria, non battezza nulla. Non perché la frase sia sbagliata, ma perché manca l’autorità. È un caso di “infelicità” perfetta: parole formalmente impeccabili che non producono alcun effetto nel mondo. L’atto linguistico, per funzionare, deve essere riconosciuto da un’istituzione, da una procedura, da un contesto condiviso.

Ogni volta che un verbo, pronunciato nel modo giusto, crea un fatto nuovo nel mondo, siamo davanti a un performativo in piena regola. Parlare, qui, non è raccontare: è agire.

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Specificamente o specificatamente?

Egregio dott. Raso, seguo con costante interesse "Lo SciacquaLingua" e la sua meritoria opera di “bonifica” del nostro idioma. Le sottopongo un quesito sulla distinzione tra specificamente e specificatamente. Sebbene i dizionari li riportino spesso come sinonimi, la differente genesi (l’uno dall’aggettivo specifico, l’altro dal participio specificato) suggerisce una diversa sfumatura d’uso. In un testo che miri al massimo rigore e alla brevità, quale delle due forme è da preferire? Considera "specificatamente" un'inutile superfetazione sillabica o una variante legittima?

La ringrazio per il suo autorevole parere.

Con viva stima

Sebastiano Mangiapane

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Cortese amico, la ringrazio innanzitutto per le sue belle parole. La questione che lei pone tocca il cuore della proprietà di linguaggio, dote oggi sempre più rara, sommersa dal “parlottismo” dilagante.

Andiamo al dunque. Specificamente è l’avverbio schietto, che deriva direttamente dall'aggettivo specifico: indica ciò che è proprio di una specie, ciò che è particolare. Specificatamente, invece, è un avverbio di partecipazione, poiché ricalca il participio passato del verbo specificare. Questo indica, dunque, il modo in cui qualcosa è stato "specificato", ovvero elencato o descritto nei dettagli. Nell’uso i due avverbi sono intercambiabili, anche se con qualche sfumatura diversa (come abbiamo visto).

Per chi ama la brevità e la "pulizia" del periodo, la scelta deve cadere, senza esitazione, su specificamente. L'altra forma, appesantita da quella sillaba mediana di troppo (-ta-), sa di burocratese, di quel linguaggio paludato che ama allungare il brodo verbale senza aggiungere sostanza. Chi scrive "specificatamente" quando intende "in modo particolareggiato" compie, a mio avviso, un'inutile esibizione di “muscoli sillabici”. Spero di essere stato esaustivo.

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 La lingua “biforcuta” della stampa 

Le sottrazioni di opere d’arte più clamorose d’Italia

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Il titolo così formulato fa ritenere l’Italia come termine di paragone, quasi fosse: le sottrazioni più clamorose (rispetto all’Italia). In buona lingua italica: Le più clamorose sottrazioni di opere d’arte avvenute in Italia, oppure Le principali sottrazioni di opere d’arte in Italia, o ancora I furti di opere d’arte più clamorosi avvenuti in Italia.









(Non è un libro in commercio)



domenica 29 marzo 2026

Parolacce: istruzioni per l’uso (e per l’abuso)

 Come termini proibiti diventano sfoghi, collanti sociali e piccoli capolavori fonetici

La volgarità linguistica - per “allargare” la risposta data al nostro lettore nell’intervento del 26 marzo (e ci scusiamo per i termini che giocoforza adopereremo) - nasce dall’incontro fra tabù culturali, dinamiche sociali e intenzioni comunicative. Le parole considerate volgari lo diventano perché toccano aree che la società preferisce velare: il corpo, la sessualità, l’escrezione. Quando qualcuno nomina direttamente parti intime come cazzo o figa, oppure funzioni fisiologiche come merda o pisciare, infrange una norma implicita che regola ciò che può essere detto apertamente e ciò che va lasciato nel non detto. È proprio questa violazione a dare forza alle imprecazioni: termini brevi, sonoramente duri, che funzionano come valvole emotive e acquistano potenza proprio perché “non si dovrebbero dire”. Anche espressioni come vaffanculo o rompere le palle vivono di questa energia trasgressiva, che non è nella parola in sé ma nel gesto linguistico che l’accompagna.

Molte parole diventano volgari non per il loro significato originario, ma perché vengono usate come armi: un termine come stronzo, che nasce da un riferimento fisiologico, si è trasformato in un insulto diretto, e lo stesso vale per troia o bastardo, che colpiscono non per la loro etimologia ma per l’intenzione di denigrare chi li riceve. La volgarità è quindi un atto, non un’etichetta fissa.

Il contesto sociale pesa enormemente: ciò che è inaccettabile in un ambiente formale può essere normale tra amici, e ciò che in italiano “standard” è scurrile può risultare quotidiano in un dialetto. In alcune aree, per esempio, espressioni come mortacci tua o mannaggia ‘o c… (non serve completare) sono percepite come colorite più che offensive. La volgarità è mobile anche nel tempo: parole oggi considerate pesanti erano comuni nel Medioevo, e viceversa. Il suono contribuisce alla percezione: consonanti esplosive, doppie marcate, affricate e vocali aperte rendono un termine più aggressivo, più “di pancia”.

E poi c’è l’aspetto identitario: in certi gruppi sociali o generazionali, la volgarità diventa un codice di appartenenza, un modo per creare complicità o per affermare un tono emotivo più diretto. Dire che palle o sono incazzato nero può essere un modo per segnalare vicinanza, non distanza.

In definitiva, una parola è percepita come volgare quando nomina un tabù, infrange una norma, ferisce intenzionalmente, porta con sé una storia di abbassamento semantico, suona dura, è fuori registro o funziona come segnale di gruppo. La volgarità non è mai un fatto puramente linguistico: è un fenomeno culturale, sociale, storico e fonetico intrecciato.


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Modalità aereo: l’arte di esserci senza farsi trovare

Un respiro di quiete per ritrovare la parte di noi che non fa rumore


S
i racconta che tutto sia cominciato un lunedì mattina, in un ufficio troppo rumoroso per essere vero. La riunione era appena iniziata, le diapositive non si aprivano, il responsabile parlava da dieci minuti senza dire nulla, e qualcuno - nessuno ricorda chi - mormorò con un filo di voce: «Oggi io sto in modalità aereo.»

Per un istante calò il silenzio, poi arrivò una risata, poi un’adesione generale. Nel giro di un’ora, metà ufficio aveva adottato l’espressione: c’era chi si isolava dalle richieste, chi si difendeva dalle pretese assurde, chi semplicemente cercava di sopravvivere alla giornata. «Perché non risponde?» «Lascia stare, è in modalità aereo.» «Perché non partecipa?» «Modalità aereo inserita.» «Come fai a restare così tranquillo?» «Modalità aereo permanente.»

Nel pomeriggio, la frase era già uscita dall’ufficio: comparsa in una conversazione familiare, poi in un messaggio vocale, poi in un gruppo di amici. Una madre stanca, con la voce che non cercava più giustificazioni, disse: «Oggi non mi cercate, sono in modalità aereo.» Da lì, il resto fu naturale: un modo di dire nato per caso, adottato per necessità, diventato subito lingua viva.

Stare in modalità aereo significa essere presenti ma non disponibili, sospendere le interazioni, chiudere le comunicazioni per proteggersi, recuperare energie o evitare sovraccarichi. È una forma di autodifesa gentile: ci sono, ma non ci sono per nessuno. Come i telefoni che interrompono ogni collegamento pur restando accesi, così chi usa questa espressione dichiara di voler "restare acceso", ma non raggiungibile. Una metafora contemporanea, comprensibile a chiunque, e per questo destinata a durare.




sabato 28 marzo 2026

Il fascino discreto degli hàpax

 Parole che compaiono una sola volta e illuminano un intero mondo linguistico

Molti lettori delle nostre noterelle non si saranno mai imbattuti, probabilmente, nel termine hàpax, e non per distrazione: semplicemente, le grammatiche scolastiche non lo menzionano quasi mai. È una parola che vive soprattutto nei territori della filologia, della linguistica storica e della critica testuale, eppure indica un fenomeno sorprendentemente comune nella pratica della scrittura e nella storia delle lingue. Vale dunque la pena di portarlo alla luce, perché dietro questa piccola parola greca si nasconde un mondo.

Hàpax è la forma abbreviata di hàpax legòmenon, espressione che in greco significa «detto una sola volta». Con questa si indica un termine o una locuzione che compare una sola volta in un testo, in un corpus di testi o addirittura nell’intera documentazione conosciuta di una lingua. Gli studiosi parlano così degli hapax omerici, danteschi, biblici, petrarcheschi, e via dicendo. L’idea è semplice: una parola che non si ripete mai più, né nello stesso autore né altrove.

Di primo acchito potrebbe sembrare un dettaglio marginale, quasi un capriccio statistico. In realtà, gli hapax sono numerosissimi: nel Canzoniere di Petrarca, per esempio, su 3275 lemmi ben 1199 compaiono una sola volta. Per questo motivo, gli hapax di un singolo autore o di un singolo testo hanno un valore più limitato: spesso sono dovuti a esigenze metriche, a scelte stilistiche, a varianti occasionali, o semplicemente sono lessemi che non hanno avuto fortuna.

Ben diversa è la situazione quando un hàpax rappresenta l’unica attestazione storica di un vocabolo nella nostra lingua. In questi casi, la parola diventa un reperto prezioso: un fossile linguistico, un lampo di creatività, un esperimento lessicale rimasto isolato. Può trattarsi di una neoformazione coniata da un autore e mai più ripresa, oppure di una voce rarissima, sopravvissuta per caso in un solo manoscritto o in un’unica stampa. Qui l’hàpax non è più un accidente, ma un indizio: racconta un momento della lingua, un gesto stilistico, un tentativo di nominare qualcosa che forse non aveva ancora un nome.

Gli hapax sono dunque una lente d’ingrandimento: ci mostrano come gli autori forzino i confini del lessico, come le lingue sperimentino, come certe parole nascano e muoiano nel giro di un verso. Sono anche una sfida per i filologi, che devono interpretarli senza poter contare su confronti interni: una parola unica è un enigma, e ogni enigma chiede prudenza, intuizione e un po’ di coraggio.

In tempi in cui la lingua sembra correre veloce e moltiplicare neologismi, ricordare l’esistenza degli hàpax significa riconoscere che ogni parola, anche la più effimera, lascia un segno. Alcune, se hanno fortuna, diventano di uso comune, altre restano come isole nel mare del lessico. Ma tutte, anche quelle che compaiono una sola volta, raccontano qualcosa del rapporto tra chi scrive e la lingua che usa.

  • Qualche esempio di hàpax nella letteratura italiana

    tralignare - appare una sola volta nei Promessi Sposi; Manzoni lo usa per “degenerare dalla propria stirpe”.

  • sovrammodo - unico nel Decameron; significa “oltre misura”.

  • inurbarsi - unico in Pascoli; indica “diventare urbano”, perdere la rusticità.

  • sovresatto - unico in Dante (Inferno, XXIX), forma arcaica di “sovrassato”.

  • sbruffoncello - unico in Verga.

  • rimbambolire - unico in Pirandello.

  • sconquassume - unico in Gadda.

  • sbrindellume - unico in Fenoglio.

  • sovrabbondanza - unico in Leopardi (Zibaldone).

  • sfarfallìo - unico in D’Annunzio.


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"Pcriparatista": quando un mestiere trova finalmente la sua parola

Dopo decenni di perifrasi, arriva un nome chiaro, italiano e preciso per chi ripara i PC

Ci sono mestieri che la lingua italiana nomina con naturalezza — il falegname, il calzolaio, il giardiniere — e mestieri che invece restano sospesi, senza un nome proprio, costretti a vivere in perifrasi interminabili come “tecnico del PC”, “addetto all’assistenza informatica”, “riparatore di computer”. È curioso: ripariamo computer da quarant’anni, ma non abbiamo ancora un nome per chi lo fa. E quando una lingua non nomina, lascia un vuoto. E quando c’è un vuoto, qualcuno deve colmarlo.

Da questa esigenza nasce pcriparatista (piccìriparatista), una neoformazione che colma una lacuna nel tessuto della lingua italiana. La struttura è semplice e trasparente: pc + ripara + –(t)ista. L’oggetto, l’azione, il professionista. Un composto che non odora di inglese, non richiama la matematica, non si confonde con l’informatica teorica. Dice esattamente ciò che deve dire: chi ripara i computieri.

Un dettaglio interessante arriva dal DOP, che registra computiere come adattamento italiano di computer. È un precedente prezioso: dimostra che la nostra lingua non rifiuta affatto la via morfologica interna e che anzi ha già tentato di italianizzare il lessico informatico. Pcriparatista si inserisce in questa stessa scia, ma con un obiettivo più concreto: dare un nome a un mestiere rimasto senza nome.

Il termine funziona perché è specifico senza essere tecnico, artigianale senza essere popolare, professionale senza essere rigido. È un nome che si pronuncia bene, si memorizza subito e soprattutto non lascia ambiguità. Dove “tecnico informatico” può significare tutto e niente, pcriparatista indica una sola cosa, con precisione chirurgica.

Esempi d’uso? «Domani porto il portatile dal pcriparatista: credo sia l’alimentatore.» Oppure: «Il mio pcriparatista di fiducia mi ha recuperato tutti i dati.» O ancora: «Cerchiamo un pcriparatista per assistenza 'hardware' in laboratorio.» In tutti i casi, il lettore (o l'ascoltatore) capisce immediatamente di chi si parla.

Il neologismo lessicale nasce per necessità: dare un nome a chi esercita un mestiere che esiste, è diffuso, è quotidiano, ma non ha mai avuto un’etichetta propria. La lingua, quando può, preferisce la precisione alla perifrasi. Pcriparatista è esattamente questo: precisione che finalmente prende forma.

pcriparatista (o piccìriparatista) - s. m. e f. [der. di (pc)riparare, con il suff. ‑ista, che indica chi esercita una pratica o una competenza specialistica].

1. Chi, nell’ambito di testi, progetti, processi o materiali concettuali, individua, isola e valorizza il pcriparo, il punto strutturalmente decisivo che permette all’intero insieme di funzionare; chi opera mettendo in evidenza il nocciolo funzionale e riorganizzando il materiale attorno a questo.


2. Per estens., persona dotata di particolare attitudine a riconoscere il punto di leva in situazioni complesse, riducendo il superfluo e riportando ordine attorno al fulcro operativo.


«Abbiamo affidato il dossier a una pcriparatista: ha trovato in un’ora ciò che noi cercavamo da giorni». «Serve un pcriparatista per capire dove intervenire: il problema è nel centro, non nella superficie».



venerdì 27 marzo 2026

Quando due verbi si somigliano… ma uno fa danni e l’altro fa memoria

 Perpetrare e perpetuare: la storia di un equivoco che dura, si ripete e - a volte - colpisce

Capita spesso che i sintagmi verbali perpetrare e perpetuare vengano confusi, forse perché condividono un suono simile, un’aria di famiglia fonetica che inganna l’orecchio frettoloso. Eppure i due verbi abitano mondi semantici lontanissimi: uno è figlio del crimine, l’altro della durata. Uno sporca, l’altro prolunga. Uno compie, l’altro conserva. Distinguere questi due percorsi è un piccolo esercizio di precisione lessicale che restituisce nitidezza al pensiero.

Perpetrare viene dal latino perpetrāre, composto da per- (completamente) e patrāre (portare a compimento). Il verbo latino non aveva una connotazione negativa: significava semplicemente “portare a termine”. Ma già in epoca classica, e poi con decisione nel tardo latino, il verbo si lega sempre più spesso ad azioni riprovevoli, fino a specializzarsi in ciò che oggi intendiamo: perpetrare un delitto, un misfatto, un crimine. È un verbo che non si adopera mai per qualcosa di buono. Non si “perpetra” un’opera d’arte, non si “perpetra” un gesto gentile. Si perpetra ciò che non dovrebbe essere fatto.

Anche perpetuare discende dal latino, ma da perpetuāre, derivato di perpetuus, “continuo, ininterrotto”, è un verbo deaggettivale, quindi. Qui non c’è alcun compimento, ma un’estensione. Perpetuare significa far durare nel tempo, mantenere vivo, tramandare. Si perpetua una tradizione, un ricordo, un’abitudine, un rito. È un verbo che guarda al futuro, non all’azione conclusa ma al suo eco.

Gli usi contemporanei confermano questa distanza. Dire “ha perpetuato un errore” è un… errore: l’errore si commette, non si perpetua. Dire “perpetuare un crimine” è altrettanto un granciporro: un crimine non si prolunga, si compie. Eppure la confusione è così diffusa che alcuni dizionari registrano ormai l’uso improprio di perpetrare come sinonimo di “commettere un errore grave”, segno che la lingua, quando inciampa, a volte decide di tenersi lo scivolone.

Una piccola curiosità storica: nel Settecento perpetuare veniva usato anche in senso ironico, per indicare chi insisteva nel ripetere un comportamento fastidioso, come “perpetuare le proprie lamentele”. Un uso oggi quasi scomparso, ma che mostra come il verbo abbia sempre avuto un rapporto stretto con la durata, anche quando la durata non era esattamente auspicabile.

Alcuni esempi aiutano a fissare meglio la distinzione. Ha perpetrato una frode ai danni dei clienti. Qui l’azione è unica, conclusa, illecita. Quella famiglia perpetua da secoli la stessa ricetta. Qui l’azione si prolunga, si tramanda, si rinnova. Due verbi, due direzioni: uno chiude, l’altro prolunga.

In fondo, la confusione nasce perché entrambi i verbi hanno un che di solenne, un tono alto che li rende simili all’orecchio. Ma basta un attimo di attenzione per ricordare che perpetrare è un colpo secco, mentre perpetuare è un filo che continua a vibrare.
Chi perpetra spezza, chi perpetua tiene acceso.

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Il dimenticatoio e lo… “scordatoio”

Nella nostra lingua esiste il sostantivo dimenticatoio, attestato nei vocabolari, sia pure come termine scherzoso e familiare. Perché non mettere a lemma anche “scordatoio” (da scordare)? I lessicografi ci facciano un pensierino... Il lessema, inoltre, si trova in numerose pubblicazioni, sia pure datate.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Durante l’attacco alla docente, il giovane indossava una maglietta con la scritta “vendetta”, mentre lo scacciacani ha rinvenuto nello zaino e in casa del ragazzo del materiale potenzialmente esplosivo.

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le dimissioni di Daniela Santanchè, un capo espiatorio …

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Non occorrono commenti...

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A Ostia non si potrà più fumare in spiaggia: ecco il divieto balneare che a Roma unisce Pd e 5S

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L'aggettivo "balneare" si riferisce a ciò che concerne l'attività balneare (es. stabilimento balneare, stagione balneare, concessione balneare, demanio balneare). Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: “… ecco il divieto che…” (senza l’aggettivo balneare).

 

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Sarah Mullally ha fatto la storia: chi è la prima donna a diventare arcivescovo di Canterbury

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Correttamente: arcivescova. Come tutti i sostantivi maschili in “-o” nella forma femminile muta la desinenza “-o” in “-a”.




giovedì 26 marzo 2026

Ex: due lettere, mille dubbi

 Quando una preposizione latina continua a far inciampare l’italiano contemporaneo

Ci sono parole minuscole che, nonostante la loro brevità, riescono a creare dubbi sproporzionati. Ex è una di queste: due lettere soltanto, eppure capaci di far tentennare anche chi scrive con sicurezza. La incontriamo dappertutto - nei giornali, nei documenti, nei libri - e ogni volta riaffiora la stessa domanda: come si scrive correttamente? Con il trattino? Senza? Attaccata al sostantivo? La risposta non è un dettaglio grafico, ma un fatto di struttura linguistica.

In italiano ex non è un prefisso. È una preposizione latina autonoma, rimasta tale anche nella nostra lingua quando indica “chi non è più”, “chi non ha più quel ruolo o quell’incarico”. Proprio perché è una parola indipendente, non si salda al nome che segue. La forma corretta, raccomandata dai principali dizionari e dall’Accademia della Crusca, è dunque limpida: ex (preposizione) seguita da uno spazio. Ex ministro, ex direttore, ex compagno, ex calciatore: la grafia rispetta la natura originaria della particella e mantiene la frase pulita, leggibile, coerente.

Il trattino - ex-presidente, ex-giudice - non è un errore da matita blu, ma è considerato meno elegante e meno conforme alla tradizione italiana. La sua diffusione deriva soprattutto dall’influenza dell’inglese, dove il trattino è la norma. Per imitazione, questa abitudine (cattiva) si è infiltrata nei testi giornalistici e nella comunicazione veloce, dove la fretta spesso prevale sulla precisione. In qualche caso il trattino viene usato per ragioni di chiarezza visiva, quando la qualifica è molto lunga e si teme che il lettore perda il nesso logico. Ma si tratta di scelte stilistiche occasionali, non di regole.

Vi sono poi casi particolari. Quando ex diventa un sostantivo - “ho visto il mio ex” - non accompagna più nulla: è un nome autonomo. Nelle locuzioni latine cristallizzate, come ex voto o ex aequo, lo spazio rimane obbligatorio, anche se forme univerbate come exvoto sono ammesse (ma non consigliabili, secondo chi scrive). Diverso ancora è il caso di parole come exequatur, dove ex non è una particella separabile, ma parte integrante della radice etimologica.

In definitiva, e concludiamo queste noterelle, chi desidera scrivere con rigore e sobrietà ha una strada chiara: usare ex come ciò che è - una parola autonoma - e lasciarle il suo spazio. È una scelta che rispetta la storia della lingua e ci preserva da calchi inutili, spesso dannosi, provenienti da sistemi grafici che non ci appartengono.

Perché, in fondo, nella lingua come nella vita, ciò che è davvero chiaro non ha bisogno di trattini per farsi capire.


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Tra o fra? La risposta è più semplice della domanda

Stessa funzione, stessa resa: cambia solo ciò che la lingua vuole che scorra meglio



In italiano tra e fra sono sinonimi perfetti: condividono la stessa funzione e lo stesso valore. “Tra” deriva dal latino intra (“dentro, all’interno”), mentre “fra” è una variante fonetica affermatasi nell’uso già nel latino tardo e poi stabilizzata nell’italiano medievale. Oggi le due forme sono equivalenti: la scelta dipende soprattutto dall’orecchio.

Per evitare cacofonie, l’italiano tende a non accostare consonanti identiche o troppo simili. È una regola non scritta ma radicata nella fisiologia fonetica: la lingua cerca la via più scorrevole. Da qui la naturalezza di tra fratelli rispetto a fra fratelli, o di fra tre giorni rispetto a tra tre giorni. Non è una norma prescrittiva: è un riflesso fonotattico.

Nell’uso vivo emergono alcune tendenze consolidate: fra amici è molto comune nel parlato (perché la sequenza fonica /fraˈa-/ non crea attriti articolatori ed è ormai una collocazione idiomatica stabilizzata); tra Roma e Napoli ricorre spesso nello scritto (perché nei contesti di localizzazione spaziale “tra” è percepito come più neutro e meno marcato, ideale nella prosa descrittiva); fra dieci minuti suona spontaneo nel futuro prossimo (perché segue un modello fraseologico altamente produttivo nell’italiano contemporaneo e “fra” è preferito nelle espressioni temporali brevi e frequenti). Sono inclinazioni dell’uso, non norme: la lingua sceglie ciò che scorre meglio.

Le antiche distinzioni che attribuivano a tra un valore più spaziale e a fra uno più astratto appartengono alla paleografia grammaticale: tentativi classificatori senza riscontro nell’uso reale. L’italiano moderno non le riconosce più, e la lessicografia contemporanea le considera superate.

In sintesi, e concludiamo: tra e fra sono gemelli veri. L’unica bussola è la musicalità della frase, che l’orecchio dell’italofono percepisce con precisione sorprendente. Il resto è archeologia linguistica.


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“Culo”, parola volgare?

Cortese dott. Raso, seguo il suo istruttivo blog da moltissimo tempo. Mi permetto di scriverle per un quesito. Perché “culo”, parola italianissima, è considerato un termine volgare? Sperando in una sua risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo i miei più cordiali saluti.

Eugenio Notargianni

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Il termine culo è percepito come volgare per una combinazione di fattori storici, sociali e fonetici. Innanzitutto è un termine diretto, proviene dal latino culus e nomina senza filtri una parte anatomica legata a funzioni corporee considerate “basse” nelle culture mediterranee. Le lingue tendono a classificare come volgari le parole che non attenuano ciò che nominano, e culo non ha mai avuto un percorso di nobilitazione letteraria: è rimasto nel parlato popolare, nei proverbi, nei modi di dire, nella comicità, e ciò che resta nel registro popolare viene spesso etichettato come “basso” anche quando non è realmente osceno.

A ciò si aggiunge la sua considerevole produttività metaforica: avere culo, farsi un culo cosìmettere il culo al caldo e molti altri. Quando una parola diventa così potente nel linguaggio figurato, acquista una carica espressiva che la rende ruvida, energica, poco neutra. Anche la fonetica contribuisce: la c dura seguita dalla u crea un suono secco, immediato, che non ha nulla della morbidezza eufemistica di sedere, deretano o posteriore.

La sua “volgarità”, però, è più sociolinguistica che morale. Oggi culo è ampiamente accettato nel parlato informale, nel giornalismo leggero, nella narrativa contemporanea e nella comicità. Non è più un tabù vero e proprio: è semplicemente una parola forte, diretta, che porta con sé l’eco del suo uso prettamente popolare.


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La lingua “biforcuta” della stampa


Mons. Pegoraro della Pontificia Accademia della Vita nominato vescovo

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Se non cadiamo in errore (anche noi) i vescovi si ordinano (si consacrano), i cardinali si nominano.









martedì 24 marzo 2026

Sgroi - 222 - Gustavo Zagrebelsky: “asserv-isce” o “asserv-e”?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Evento televisivo

Su “la 7” di sabato scorso 21 marzo, 21h30, nel corso della trasmissione “In altre parole” diretta da Gramellini, Gustavo Zagrebelsky (1943-), ben noto giurista ed ex-giudice della Corte Costituzionale, discutendo sull’opportunità di accogliere alla Biennale gli artisti russi, come proposto dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, sciolta la riserva del ministro della cultura Alessandro Giuli, ad un certo punto si è chiesto: “la cultura -- si asserv-isce, si asserv-e? alla politica? -- Come si dice?”.

Il dubbio morfologico doveva suggerire la possibilità e correttezza di entrambe le forme. La risposta degli astanti è stata: “si asserv-e”.

2. La voce della grammatica

Da una scorsa ai “Quadri flessionali” del Dizionario della lingua italiana di T. De Mauro (2000), si constata però che la forma indicata è “asserv-isce” e non “asserv-e”.

E questa è l’indicazione normativa della Treccani (on line): “La forma corretta alla terza persona singolare del presente indicativo del verbo asservire è asserv-isce. Il verbo segue la coniugazione in -isco (come finire > fin-isce), quindi si coniuga: io asserv-isco, tu asserv-isci, egli/lui asserv-isce”.

La stessa Treccani aggiunge anche che "Asserv-e" è una forma errata o arcaica non in uso”.

Stando al sentimento linguistico dei parlanti de “la 7” sembrerebbe tuttavia che tale forma non sia tanto arcaica.

3. “Asserv-e” e “asserv-isce” in “Google Libri”

Una scorsa a “Google libri ricerca avanzata” nell’arco 2020-2026 fornisce 4 attestazioni di asserv-e:

 (i) Cadoppi, Canestrari, Manna, Papa 2022: “obbligo della motivazione il cui adempimento asserve l'esercizio dei predetti poteri discrezionali alla garanzia di un controllo giurisdizionale” (Diritto penale, Utet).

 (ii) Luca Ciampallari 2025: “la vita prende una fetta del nostro amore, ne asserve alla prole, ne asserve a lei, ma quello, qualcuno sa, perché lo pensa, perché lo vive […]” (Come foglie al vento, p. 1142). 

(iii) Luca Ciampallari 2025: “ asserve ora noi, ora me, quando mi faccio ossesso di voler prendere la ragione del tutto, del piccolo, del grande, di ogni cosa” (Obsession, p. 132). 

(iv) AA. VV., Carolina Negri 2025 : “[…] asserve tutti alle sonorità della lingua il testo si fa troppo lungo” (Storia della letteratura giapponese, Einaudi).

Nello stesso periodo 6 sono le attestazioni di asserv-isce:

(i) Luca Grion 2022: “autorità […] che asservisce: “C'è l'autorità che usa il potere e l'abilità di cui dispone per subordinare gli altri ai propri scopi particolari e che cerca unicamente d'impadronirsi di essi per sfruttarli: è l'autorità che asservisce” (AA. VV., Il senso dello sport: Valori, agonismo, inclusione, Mimesis). 

(ii) Michael Davide Semeraro 2022: “La Sapienza non si asservisce e non asservisce” (Lettere a Giobbe. Sul mistero della gioia e del dolore, TS edizioni). 

(iii) Platone 2026: “il brutto è ciò che asservisce la parte mansueta a quella selvaggia?" (La Reppublica, Lebooks Editora). 

(iv) Luigi Picardi 2020: “una vasta, poderosa, odiosa clientela delle classi dominanti che tutto corrompe e asservisce ai suoi interessi” (Molise: Appunti tra due secoli (1964-2020, Studium).

(v) Giuseppe Montesano 2021: “ chi sta in alto […] controlla e asservisce chi sta in basso” (Baudelaire è vivo, Giunti, p. 62). 

(vi) Enrico Testa 2025: “Nessuna protezione .perché essa asservisce e degrada” (Pronomi, Einaudi).

4. Forme incoative

Se si prova ad analizzare la morfologia verbale dell'italiano, si scopre con la complicità di una "Grammatica" istituzionale come quella di L. Serianni (1988, ried. Utet 2026) che in italiano ci sono circa 500 verbi in "-ire" (sui 1290 riportati in un dizionario come quello del De Mauro), circa il 40% quindi, che presentano la stessa finale: "fin-isc-ano". Alcuni anzi possono alternare: "starnut-isc-ono"/"starnut-ono", ecc. La citata grammatica ricorda che si tratta di verbi cosiddetti "incoativi", con l'infisso "-isc-", la cui funzione attuale è quella di rendere la coniugazione del verbo fonologicamente simmetrica. Grazie all'infisso l'accento cade infatti sempre sulla desinenza (accentazione "arizotonica") anziché sulla radice: "starnùt-o"/"starnut-ìsco", starnut-ìsci, starnut-ìamo, starnut-ìte, starnùt-ono/starnut-ìscono". In latino invece il verbo incoativo indicava l'inizio di una azione, così "aug-eo" 'cresco' si opponeva ad "aug-esco" 'comincio a crescere'.

5. Conclusione

Alla fine, nessuna differenza semantica tra asserv-e e asserv-isce ma solo due varianti entrambe corrette, magari una un po' più frequente dell’altra.

Sommario

1. Evento televisivo

2. La voce della grammatica

3. “Asserv-e” e “asserv-isce” in “Google Libri”

4. Forme incoative

5. Conclusione











Altre pubblicazioni di Salvatore Claudio Sgroi:

Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, Torino, Utet 2010

Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria, Firenze, Cesati 2013

Dove va il congiuntivo? Ovvero il congiuntivo da nove punti di vista, Torino, Utet 2013

Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticaliCittà del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016

Maestri della linguistica otto-novecentesca, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Maestri della linguistica italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2017

Saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

(As)saggi di grammatica 'laica', Alessandria, Edizioni dell'Orso 2018

Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS 2019

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2020

Saggi scelti di morfologia lessicale, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

Saggi di morfologia teorica e applicata, Roma, Il Calamo 2021 [ma 2022]

La lingua italiana del terzo millennio tra regole norme ed erroripres. di Claudio Marazzini, Torino, UTET, 2024

Il Papa è infallibile. Lo dice la grammaticapres. di Francesco Coniglione, Firenze, Accademia della  Crusca 2025

Le parole di papa Francesco. E le prime parole di papa Leone XIV, ed. Libreria Universitaria, 2025

Tamponare: il verbo che preme, blocca, urta e non smette di reinventarsi

 Dalla ferita al paraurti, dal rimedio provvisorio al 'test' diagnostico: storia sorprendente di un verbo che ha fatto strada premendo sempre nella stessa direzione




Il verbo tamponare è uno di quei lessemi che, più di altri, mostrano come una stessa immagine concreta possa generare una costellazione di accezioni diverse ma coerenti. Al centro c’è sempre un gesto: premere contro qualcosa per chiuderla, bloccarla, arrestarla. Da questa matrice fisica si irradiano gli usi medici, figurati, tecnici e infine automobilistici.

L’etimologia è limpidissima: tamponare deriva dal francese tamponner, a sua volta da tampon, “tampone”, oggetto che serve a chiudere, otturare, comprimere. L’origine ultima è probabilmente germanica: una radice affine a stampôn, “calcare, comprimere”, che spiega bene l’idea di pressione esercitata su una superficie.

Il primo significato italiano è medico: chiudere una ferita con un tampone, arrestare un’emorragia, assorbire un fluido. Da qui si sviluppa il linguaggio tecnico: otturare una falla, bloccare una perdita, chiudere provvisoriamente un’apertura improvvisa. È un gesto di emergenza, rapido, provvisorio, che non risolve definitivamente la situazione ma “tiene”.

Su questa immagine si innesta il valore figurato: tamponare un problema, cioè porvi rimedio in modo immediato ma non definitivo. Il tampone diventa metafora di una soluzione: utile, urgente, ma transitoria. È un’estensione naturale, già pienamente attestata nella lingua comune prima del Novecento.

Il passaggio successivo è quello sportivo e militare: tamponare un’azione, cioè arrestarla, bloccarla, impedirne l’avanzamento. Anche qui ritorna l’idea di pressione esercitata per fermare qualcosa che procede.

Da questo nucleo semantico nasce, per analogia, l’uso automobilistico: urtare da dietro il veicolo che precede, come se lo si “schiacciasse” o “premesse” in avanti. L’immagine è perfettamente coerente con l’etimo: l’auto che arriva da dietro agisce come un tampone che preme contro ciò che ha davanti. L’italiano ha quindi scelto un verbo già disponibile, adattandolo a un nuovo dominio tecnologico.

Sulla prima attestazione giornalistica dell’uso automobilistico, le fonti lessicografiche moderne non forniscono una data precisa. Le ricerche negli archivi digitali mostrano che il significato automobilistico è già pienamente stabilizzato nella seconda metà del Novecento, ma non è possibile - sulla base delle fonti oggi accessibili - individuare un primo esempio certo e datato. Le risorse consultate registrano il significato, ma non riportano la prima occorrenza nei giornali.

Questa assenza di documentazione non implica che l’uso sia recente: più probabilmente è entrato nel linguaggio comune con la diffusione dell’automobile, tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, senza lasciare una “prima volta” facilmente rintracciabile.

Il verbo ha poi conosciuto un’ulteriore espansione semantica nel XXI secolo, quando la pandemia ha introdotto un nuovo significato: tamponarsi = sottoporsi a tampone diagnostico. È un caso di neosemia: un significato nuovo attribuito a una parola esistente, nato nel 2020 e rapidamente stabilizzato nell’uso.

Così tamponare è diventato un verbo polisemico ma sorprendentemente coerente: chiudere, bloccare, arrestare, urtare, rimediare, controllare. Tutto ruota attorno a un gesto antico, concreto, fisico: premere contro qualche cosa per fermarla. E ogni nuova accezione non fa che riproporre, in un contesto diverso, quella stessa immagine originaria.

Ogni verbo, come ogni urto, lascia un segno: tamponare ci ricorda che anche le pressioni più brusche possono diventare storia della lingua.

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 Fare la barba a qualcuno”

Tra le espressioni che la nostra lingua custodisce con una naturalezza quasi domestica, fare la barba a qualcuno è forse una delle più ingannevoli. Richiama subito poltrone in pelle, panni caldi, il profumo della schiuma: un piccolo rito di civiltà. E invece, appena si scosta la tenda di questa scena rassicurante, affiora un universo di significati che nulla ha di innocuo. La lingua, come sempre, sa trasformare il quotidiano in un teatro di simboli.

Le sue origini scorrono su due binari che non si toccano, ma si osservano. Il primo è quello della materia, del gesto preciso: radere significa far scivolare una lama sottilissima a un soffio dalla pelle, in quell’intercapedine dove il rischio e la fiducia si sfiorano. Da qui l’uso sportivo e automobilistico: passare vicinissimo, sfiorare l’avversario come un’ombra, dominare lo spazio minimo con una perizia che trattiene il respiro. È il regno del millimetro, dove la bravura si misura nella distanza che non c’è.

Il secondo binario è più antico, più umano, più scaltro. Un tempo fare la barba a qualcuno voleva dire beffarlo, raggirarlo con un’eleganza quasi artigianale. L’immagine è potente: il barbiere è l’unico a cui consegniamo la gola, mentre impugna un rasoio che potrebbe, se volesse, tradirci. Essere “fatti la barba” significa dunque esporsi, permettere all’altro di muoversi con una libertà che sfiora l’abuso, lasciarsi sottrarre qualcosa senza accorgersene, o subire una superiorità intellettuale tanto sottile quanto inesorabile.

Eppure l’espressione non appartiene al passato: vive, respira, si rinnova. Oggi fare la barba a qualcuno è la formula perfetta per descrivere la competizione contemporanea, che non è più fatta di scontri frontali ma di scarti impercettibili. Nel lavoro, nella tecnologia, nel mercato globale, fare la barba a un concorrente significa precederlo per un soffio, arrivare un istante prima su un’idea, su un cliente, su un’intuizione. È la vittoria che non fa rumore, ma lascia l’altro interdetto.

Viviamo nell’epoca delle distanze minime, dei sorpassi digitali, delle battute che tagliano l’aria come lame sottili. Per questo l’espressione conserva intatta la sua forza: unisce il rischio alla maestria, la vicinanza al dominio, la cura al pericolo. Ci ricorda che, per distinguersi davvero, non serve travolgere: basta saper passare così vicino alla realtà da sentirne il brivido, senza mai ferirla e senza mai ferirsi. Chi sa radere senza ferire, vince senza farsi vedere.  
















(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)