giovedì 30 luglio 2026

Rompere e irrompere

 Dalla frattura al varco: due verbi, due gesti della lingua

Tra i molti casi in cui la morfologia prefissale italiana crea verbi nuovi a partire da una base comune, rompere e irrompere sono forse tra i più eleganti: due parole che nascono dallo stesso ceppo latino, rumpĕre, ma che nel passaggio all’italiano si separano, assumendo direzioni semantiche e sintattiche diverse. La radice è identica, il gesto originario è quello della frattura; eppure, nel verbo prefissato, la frattura diventa soglia, e la soglia diventa movimento.

L’etimologia di rompere è lineare: dal latino rumpĕre, «spezzare, frangere», verbo transitivo che indica l’atto di dividere ciò che era integro. L’italiano conserva questa struttura: rompere è verbo transitivo, richiede un oggetto e descrive un’azione che produce una disgregazione. La sua semantica è ampia, capace di abbracciare tanto la materia quanto le astrazioni. Si può rompere un vetro, certo, ma anche un equilibrio, un silenzio, un patto, una consuetudine. La frattura è fisica o simbolica, ma sempre netta, percepibile, misurabile: ha rotto il bicchiere cadendo; non rompere il silenzio; hanno rotto l’accordo firmato pochi mesi fa.

Irrompere, invece, nasce dall’aggiunta del prefisso in‑ a rompere, ma il risultato non è un semplice “rompere verso l’interno”. Il prefisso opera una trasformazione profonda: il verbo diventa intransitivo, perde l’oggetto e guadagna un nuovo significato, quello dell’ingresso impetuoso, della violazione di una soglia, dell’irruzione. Non si irrompe qualcosa: si irrompe in qualcosa. L’atto non è più la frattura in sé, ma il movimento che sfrutta quella frattura per penetrare uno spazio: la polizia è irrotta nell’edificio; irrompe sulla scena come un protagonista inatteso; un vento improvviso irrompe nella stanza.

Una curiosità storica: nei testi medievali italiani, irrompere compare spesso in contesti bellici o giudiziari, dove l’idea di “entrare rompendo” non è metafora ma gesto reale. L’irruzione è un atto che implica forza, sorpresa, talvolta violenza: un verbo che porta con sé un’energia narrativa superiore rispetto alla base rompere. È interessante notare come, nel corso dei secoli, irrompere abbia mantenuto questa aura di imprevedibilità: quando qualcosa “irrompe”, non arriva semplicemente; arriva rompendo un ordine precedente, scardinando una quiete, sovvertendo una scena.

La differenza tra i due verbi, pur fondata su una radice comune, è dunque netta. Rompere descrive un’azione che produce una frattura; irrompere descrive un’azione che attraversa una frattura per entrare con forza in un luogo o in una situazione. Il primo è un gesto di disgregazione; il secondo è un gesto di invasione. Il primo richiede un oggetto; il secondo richiede una direzione. Il primo interrompe; il secondo irrompe.

In questa biforcazione semantica si vede bene come la morfologia derivativa italiana non si limiti a modificare leggermente il significato di una base, ma possa generare verbi nuovi, dotati di autonomia sintattica e semantica. Rompere e irrompere sono parenti stretti, ma appartengono a due mondi diversi: quello della frattura e quello dell’irruzione. Due gesti, due immagini, due modi di raccontare la potenza di rumpĕreE, come spesso accade nella lingua, ciò che si rompe può fermare; ciò che irrompe può cominciare.

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Perché le biblioteche necessitano del

bibliovigilante


C’
è una figura fondamentale che chiunque frequenti una biblioteca incontra sempre, ma che finora non ha mai avuto un nome unico e dignitoso.

È la persona a cui chiedi informazioni appena entri. È la stessa che ti spunta il libro al banco prestito e che, mezz'ora dopo, fa un giro silenzioso fra i tavoli per scovare chi sta evidenziando un testo del Settecento o chi masticando la gomma a bocca aperta viola il sacro patto del silenzio.

Nel burocratese d'ufficio questa figura viene frammentata in definizioni interminabili: “addetto all’accoglienza, al banco prestito e alla custodia di sala”. Nella vita reale, si finisce col chiamarlo genericamente “il bibliotecario”, creando un’inutile confusione con chi invece cura i cataloghi, acquista i volumi o gestisce i fondi antichi.

Per colmare questo vuoto semantico, è ora di introdurre nei nostri vocabolari un neologismo agile, preciso ed estremamente espressivo: il bibliovigilante.

Nato dalla fusione del prefissoide biblio- (dal greco biblíon, "libro") e dal participio vigilante (nel senso nobile ed etimologico di "colui che veglia"), il bibliovigilante è l'angelo custode trivalente della biblioteca moderna.

Incorpora in sé tre mansioni imprescindibili: L’Accoglienza: è il sorriso (o la guida) all'ingresso;

 Il Gestore del Prestito: è l'arbitro di timbri, rese e scadenze; 

Il Guardiano del Decoro: è il garante del silenzio e della salvaguardia dei volumi. 

La prossima volta che restituite un libro in ritardo o che il vostro vicino di tavolo risponde al telefono in sala studio, non guardatevi attorno smarriti: cercate con gli occhi il vostro bibliovigilante di fiducia.

bibliovigilante s. m. e f. — Chi, all'interno di una biblioteca, coordina le funzioni di accoglienza degli utenti, gestisce le operazioni di prestito e restituzione, e vigila sul rispetto delle norme di comportamento e sulla conservazione dei testi.
















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mercoledì 29 luglio 2026

Il ministero che nasce servo e finisce sovrano

 La parola che ha scalato il potere senza cambiare una sola lettera

C
i sono parole che sembrano nate per stare in basso e invece, con una lenta caparbietà semantica, risalgono la scala sociale fino a diventare solenni. Ministero è una di queste. Nel latino classico era il servizio reso da chi stava sotto: un incarico umile, una mansione subordinata, il contrario del magisterium, che indicava l’autorità. Il minister era il servitore, il magister il capo. La coppia era così chiara che Cicerone, nelle sue orazioni, usa ministerium per indicare il lavoro materiale, quello che non richiede prestigio ma applicazione. Una parola di bottega, non di palazzo.
Il “ribaltamento semantico” comincia nel Medioevo, quando la Chiesa attribuisce ai ministeria un valore sacro: non più servizi servili, ma funzioni liturgiche che partecipano alla dignità del rito. È un passaggio decisivo, perché la sacralità ha sempre avuto il potere di nobilitare ciò che tocca. Da lì in avanti la parola si muove verso l’alto, lentamente ma con costanza. Nel Trecento compaiono attestazioni in cui ministero indica già un ufficio, una funzione ufficiale; nel Cinquecento, con la nascita delle burocrazie moderne, la parola entra stabilmente nel vocabolario del potere. Quando nel Settecento gli Stati europei iniziano a organizzare i propri organi esecutivi, il ministero diventa un’istituzione. La parola che indicava chi serve finisce con l’indicare chi governa.
Una curiosità gustosa riguarda il nostro Paese postunitario: nei primi decenni, i giornali usavano spesso ministero con un tono quasi reverenziale, come se il termine avesse ancora un’aura sacrale. In certe cronache ottocentesche si legge che “il Ministero ha parlato”, con la M maiuscola, come fosse una voce collettiva dotata di autorità morale. È un riflesso del suo passato ecclesiastico, un eco che sopravvive nella lingua anche quando il contesto è ormai laico. Un’altra curiosità: in alcune lingue romanze il termine non ha compiuto la stessa scalata. In francese ministère è sì un dicastero, ma conserva un uso più ampio e meno solenne; in spagnolo ministerio ha seguito la nostra traiettoria, ma mantiene ancora un legame forte con il senso originario di “servizio”. È come se ogni lingua avesse modulato la risalita secondo la propria storia istituzionale.
Eppure, ascoltando bene la parola, qualcosa del suo passato rimane. Nel ministero sopravvive l’idea del servizio, ma rovesciata: non più il servizio del subordinato al superiore, sibbene quello dello Stato verso la collettività. Il prestigio non cancella l’umiltà, la ricolloca. È un piccolo paradosso semantico: la parola che nasce per indicare chi serve diventa il nome di chi governa, ma continua a contenere, come un nocciolo antico, l’idea del servire.
E allora il ministero è ascesa, perché sale dal basso fino ai vertici dello Stato; è memoria, perché conserva la traccia del suo passato servile; è promessa, perché ricorda che governare dovrebbe essere, in fondo, un modo più alto di servire.

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Sventare e sventrare

Due verbi quasi gemelli… che non si somigliano affatto

Sventare e sventrare sono due sintagmi verbali che la fretta quotidiana, l’eco fonico e una certa somiglianza grafica portano talvolta a confondere, come se fossero quasi intercambiabili. In realtà appartengono a due famiglie semantiche lontanissime, e proprio questa distanza merita di essere chiarita con precisione orto-sintattico-grammaticale, così da evitare equivoci e da restituire a ciascun verbo il suo peso espressivo.

Sventare nasce dal latino ex‑ventare, derivato da ventus, vento. L’idea originaria è quella di disperdere come fa il vento, mandare all’aria, far fallire un piano prima che si compia. L’accezione moderna conserva perfettamente questa immagine: sventare significa impedire, neutralizzare, far fallire qualcosa che stava per accadere. È un verbo di prevenzione, di salvataggio, di intervento tempestivo. Si sventano complotti, si sventano furti, si sventano truffe, si sventano disastri. Un esempio chiaro: la prontezza dell’addetto ha sventato l’incendio.

Una curiosità interessante: nei manuali di polizia dell’Ottocento, soprattutto quelli dedicati alla prevenzione dei reati nelle grandi città, il verbo sventare compare spesso accanto a frustrare e impedire, come parte di una triade tecnica. Non è un sinonimo di frustrare – sia chiaro - ma veniva usato per indicare l’intervento tempestivo che disperde il piano criminale prima che si concretizzi. Una traccia storica che conferma la natura preventiva del verbo.

Sventrare, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro peso semantico. Deriva da ventre, con prefisso s‑ privativo o intensivo: sventrare significa aprire il ventre, squarciare, dilaniare. È un verbo crudo, fisico, violento, che indica un’azione materiale di apertura forzata. Da qui gli usi figurati: si sventra una casa quando la si demolisce lasciandone solo la facciata; si sventra una città quando si abbattono interi isolati per rifare la viabilità; si sventra un edificio per ristrutturarlo dalle fondamenta. Un esempio esplicativo: I lavori hanno sventrato il vecchio palazzo, lasciando solo i muri perimetrali.

Una curiosità storica: il verbo sventrare è molto presente nei resoconti urbanistici tra fine Ottocento e primo Novecento, quando le grandi città europee venivano “aperte” per dare spazio ai nuovi viali. Gli urbanisti dell’epoca usavano proprio sventrare per indicare la demolizione interna degli isolati, lasciando talvolta solo le facciate. È un uso tecnico, non metaforico, che ha contribuito alla fortuna del verbo nel gergo dell’architettura.

La confusione nasce dalla somiglianza grafica e dalla presenza della sequenza svent‑, ma i due verbi non condividono né etimologia né campo semantico. Sventare è un verbo di salvataggio; sventrare è un verbo di distruzione. Il primo evita un danno; il secondo lo produce. Il primo è astratto, il secondo è concreto. Il primo è preventivo, il secondo è invasivo. Non c’è alcuna sovrapposizione reale, e la lingua italiana mantiene questa distinzione con coerenza. Chi sventa salva il futuro; chi sventra ne mostra le viscere.

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La “topotèsia”

Forse quasi nessuno dei nostri 25 lettori (rubiamo le parole al principe degli scrittori, Alessandro Manzoni) ha mai sentito parlare della topotèsia perché i vocabolari, tra quelli consultati, non attestano questo termine (si trova nel GDLI). Che cosa è, dunque? È un sostantivo femminile di origine greco-latina e vale "descrizione di un luogo non reale, immaginario". È composto con le voci greche "topos" (luogo) e "tithemi" (io colloco, metto, pongo).

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

L'aggressione

Anziano colpito al volto durante una rissa nel napoletano: 18enne arrestato per tentato omicidio

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Correttamente: Napoletano (N maiuscola), trattandosi di un’area geografica. Dal Treccani in Rete: con iniziale maiuscola, il Napoletano, il territorio, il circondario di Napoli.

 



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

lunedì 27 luglio 2026

Sgroi – 223 - “Voletevi bene!”: imperativo, indicativo o congiuntivo?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

1. Evento televisivo

Un caro amico, non-linguista ma particolarmente attento agli usi della lingua, mi ha così mailato:

Approfitto per rinnovarti il quesito: ‘voletevi bene’ o ‘vogliatevi bene’? Questa mattina ho sentito questo comunissimo strafalcione (a mio parere!) da una giornalista della Rai”.


2. “Voletevi” e “Vogliatevi

Diciamo subito che le due forme verbali pronominali non sono, come si legge in internet, “VOLETEVI imperativo, e quindi è un comando, un'esortazione che è quasi un ordine”, mentre “VOGLIATEVI è congiuntivo, e quindi è un invito, un'esortazione più simile a una preghiera o a un consiglio, ovvero è una richiesta più attenuata”.

Come riportano i “quadri flessionali” di volere nel De Mauro (2000), VOLETE è invece pres. indic., mentre VOGLIATE è sia cong. pres. che imperativo.


3. “Voletevi”: italiano medio o neostandard

Detto ciò, VOLETEVI è un indicativo presente pro congiuntivo ‘vogliatevi’. Nell’italiano medio o neostandard l'indic. informale prende, come qui, il sopravvento anche nelle principali, non solo nelle secondare (credo che Dio esistE, ritengo che tu HAI ragione) rispetto al cong. formale (credo che Dio esistA, ritengo che tu ABBIA ragione).


3.1. Voletevi bene pro vogliatevi bene in “Google libri ricerca avanzata”

La variante Voletevi bene pro vogliatevi bene appare in “Google libri ricerca avanzata” già in due attestazioni, di cui una letteraria, dell’’800:


1871: “voletevi bene un l'altro, e persino ai vostri nemici sull'esempio dell' eterno Padre, che fa spuntare il sole, tanto sul campo del buono come del malvagio” (Il manuale del parroco ossia spiegazioni del Vangelo, p. 90).

Emilio De Marchi 1897: “Voletevi bene e addio! disse la mamma” (Giacomo l'idealista, Hoepli, II ediz., p. 285).


4. “Vogliatevi bene” in “Google libri ricerca avanzata”

Il cong. vogliatevi bene (vs indic. voletevi bene) è attestato in “Google libri ricerca avanzata” almeno a partire dal ’700:


Fra Gaetano Maria da Bergamo 1727: “vogliatevi Bene; vi raccomando questo sopra tutto; vogliatevi Bene, perchè questo è il Precetto, che preme più al vostro Signore” (L'Uomo apostolico istruito nella sua vocazione al confessionario, Venezia, p. 364).


5. “Vogliamoci bene”: indic. e cong. in “Google libri ricerca avanzata”

Quanto a vogliamoci bene, si noterà che il vogliamo è a un tempo indic. e cong. e stando a “Google libri ricerca avanzata” è attestato fin dal ’500:


Luigi Bigi Pittorio 1541: “vogliamoci bene insieme” (Homiliario Quadragesimale, p. 142)

Lodouico Pittorio 1550: “vogliamoci bene insieme” (Dominicale et Santvario di Lodouico Pittorio da Ferrara, Vinegia, p. 98).

Lodovico Pittorio 1574: “vogliamoci bene insieme” (Delle Homelie di M. Lodovico Pittorio da Ferrara, nuov. rid. in miglior lingua, Venetia, Ziletti, p. 231).


6. “Volemose bene” romanesco

Il Voletevi bene richiama l’espressione romanesca Volemose bene letter. ‘volemoci bene’ ovvero ‘vogliamoci bene’, riportata nel Vocabolario del romanesco contemporaneo di Paolo D'Achille – Claudio Giovanardi (N. Compton 2023), ed è giustificata dal fatto che nel romanesco il congiuntivo presente non esiste, sub volé(re):

II rifl. (volésse) Nella loc. volemose bene, come invito a mettere da parte la discordia e a far prevalere l’armonia, anche in senso non propriam. positivo: finisce sempre alla volemose bene”.


6.1. Volemose bene ‘vogliamoci bene’ in “Google libri ricerca avanzata”

L’espressione romanesca appare in “Google libri ricerca avanzata” a partire dagli anni ’40 del Novecento:


1944: “‘Volemose bene!’. Applausi lunghi e scroscianti salutavano l'alto e toccante discorso del Principe Doria nel mentre una musica militare Alleata eseguiva gli inni delle Nazioni Alleate e nostre”(“Capitolium. Rassegna mensile del Governatorato”, pp. 98, 218).

F. Doria Pamphili 1944: “14 giugno – ‘Volemose bene’” (“Mercurio. Mensile di politica, arte, scienze”, p. 264).

1945:Volemose bene” (“L'Italia illustrata. Settimanale illustrato della società”, p. 4).

1945: “Volemose bene” (“Metron” - Edizioni 1-12, p. iv).

1945: “‘Volemose bene’, due atti” (“Strenna dei romanisti”, p. 179).

1946: “Volèmose bene. Le strade di Roma sono dei veri letamai. Che dobbiamo fare ? A ... A ...

Volèmose bene” (“Il travaso”, p. 2).

1946: “Volemose Bene di Fabrizi e Mattoli” (“Filodrammatica. Rivista di teatro”, p. 21).

Emilio Sereni 1949: “volemose bene» , quasi che si trattasse di un semplice , amichevole convegno o di una tea – party” (Scienza, marxismo, cultura, Edizioni Sociali, p. 221).


La traduzione letterale “volemoci bene” non risulta invece attestata in “Google libri ricerca avanzata”.


Sommario

1. Evento televisivo

2. “Voletevi” e “Vogliatevi

3. “Voletevi”: italiano medio o neostandard

3.1. Voletevi bene pro vogliatevi bene in “Google libri ricerca avanzata”

4. “Vogliatevi bene” in “Google libri ricerca avanzata”

5. “Vogliamoci bene”: indic. e cong. in “Google libri ricerca avanzata”

6. “Volemose bene” romanesco

6.1. Volemose bene ‘vogliamoci bene’ in"Google libri ricerca avanzata"



















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


Quando la lingua gioca sporco (ma le parole no)

 Storie pulite di vocaboli fraintesi, tra scienza, mare, bestiari e la sottile arte della tabuizzazione

Nella lingua italiana esiste un piccolo gruppo di parole che vivono in una zona d’ombra: sembrano scurrili, evocano doppi sensi, fanno sorridere o imbarazzano, eppure appartengono alla storia più limpida del nostro lessico. Sono termini nati in ambito scientifico, marinaro, zoologico, agricolo, letterario; parole che hanno attraversato secoli di uso serio e rispettabile, ma che oggi, per un curioso slittamento percettivo, vengono sentite come “pericolose”. È un fenomeno affascinante, perché mostra come la sensibilità linguistica non sia mai fissa: cambia, si contamina, si lascia influenzare da mode, gerghi, tabù, e finisce col trasformare la reputazione delle parole più innocenti.

Fra i casi più sorprendenti ci sono i vocaboli anatomici e scientifici. Fregata, che oggi può sembrare un insulto maldestro, era la nave veloce che solcava gli oceani, e ancora oggi è il nome di un uccello marino dalle ali lunghissime. Un naturalista dell’Ottocento racconta che, durante una spedizione, un marinaio si rifiutò di annotare il nome dell’animale sul registro perché “non gli pareva parola da scrivere davanti al capitano”: un piccolo esempio di come la percezione popolare possa sovrastare la realtà. Orifizio, che molti associano a immagini imbarazzanti, è invece una parola dotta, nata dall’incontro fra os e facere, e usata per secoli nei trattati medici senza alcuna malizia. Mento è semplicemente la parte inferiore del volto, e figo, prima di diventare un aggettivo giovanile, era il frutto del fico, citato così anche in antichi inventari agricoli.

Altre parole ingannano per pura assonanza. Cazzuola, strumento indispensabile del muratore, ha fatto sorridere generazioni di studenti delle scuole professionali, ma deriva da un innocuo termine latino per “mestolo”. Sciacquetta, oggi usato per indicare una donna frivola, nasce come nome di mestiere: la giovane addetta a risciacquare le stoviglie nelle cucine delle grandi case signorili. Un curioso aneddoto ottocentesco racconta che, in alcune famiglie nobili, la sciacquetta era considerata la figura più importante della cucina perché, se sbagliava il risciacquo, “il sapore del sapone rovinava il pranzo del marchese”. Puttana di mare è il nome tradizionale di alcuni pesci mediterranei, e troia è, prima di tutto, la scrofa; solo in seguito la parola è stata caricata di un valore offensivo, mentre in ambito storico continua a indicare la città cantata nell’Iliade (e una cittadina della Puglia).

Anche i verbi non sono immuni da equivoci. Fregare nasce come gesto quotidiano: strofinare con energia, scaldarsi le mani, lucidare un oggetto. Succhiare è un verbo legato al nutrimento, tenero e fisiologico, e pompare appartiene al linguaggio tecnico dell’idraulica, ben prima di essere adottato da vari gerghi contemporanei. In un manuale di meccanica del primo Novecento si legge che “il giovane apprendista deve imparare a pompare con regolarità”, frase che oggi farebbe sorridere ma che allora era pura istruzione professionale.

Infine, ci sono le parole letterarie o disusate, che hanno subito una metamorfosi semantica nel parlato comune. Zoccola, oggi insulto pesante, nasce come nome della pantegana, probabilmente per il rumore dei suoi passi nelle chiaviche. Cornuto, prima di diventare un epiteto offensivo, è semplicemente l’aggettivo che descrive un animale provvisto di corna: cervi, buoi, capri, arieti. In alcuni bestiari medievali il cervo cornuto era simbolo di forza e rinascita, perché le sue corna, rinnovandosi ogni anno, rappresentavano la rigenerazione spirituale. È affascinante pensare che una parola oggi percepita come insulto fosse allora associata a virtù e prestigio.

Il meccanismo che trasforma queste parole è noto come tabuizzazione: quando un vocabolo viene usato come insulto o eufemismo, il suo significato originario si ritira, si scolora, e lascia spazio alla connotazione volgare. È un processo culturale potente, capace di riscrivere la percezione collettiva. Eppure, dietro ogni parola “equivoca”, resta la sua storia: una storia spesso limpida, tecnica, affascinante, che merita di essere recuperata per restituire alla lingua tutta la sua ricchezza.

E, in fondo, la lingua ci ricorda una verità semplice: non esistono parole indecenti, esistono solo intenzioni indecenti.
















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domenica 26 luglio 2026

Aromi antichi delle nostre ascelle

 Etimologie che profumano di verità

 

Siamo in piena estate quindi il tema arriva con quella schiettezza che il caldo pretende: il sudore ascellare. Fenomeno fisiologico quotidiano e decisamente poco poco elegante. Eppure, proprio dove la realtà sembra più prosaica, la lingua di Dante apre spiragli inattesi di storia, di radici antiche, di precisione lessicale. 

Accade spesso che il nostro idioma, nella sua ricchezza sconfinata, riservi sorprese proprio dove meno ce le aspetteremmo. Se nel parlato comune ci si rifugia in perifrasi o aggettivi poco lusinghieri, il lessico medico e quello etimologico custodiscono perle capaci di trasformare persino un effluvio sgradevole in una piccola lezione di linguistica.

 Quando l’odore del sudore si fa particolarmente pungente, il nostro lessico ci offre un termine tanto colto quanto espressivo: ircismo. Derivato dal latino hircus, cioè il becco, il maschio della capra, definisce con esattezza quell’aroma penetrante e acre che caratterizza la secrezione ascellare. La radice latina hircus, già viva nella lessicografia romana, conserva intatto il riferimento zoologico che gli antichi consideravano il paragone più efficace per descrivere le note olfattive più aggressive del corpo umano. 

In parallelo, la tradizione scientifica richiama anche il termine greco trágos, capra, da cui derivano varie formazioni dotte che confermano come il mondo caprino sia da sempre il riferimento storico per la descrizione degli odori più acri della secrezione ascellare. La medicina moderna, meno colorita ma più analitica, osserva il fenomeno da un’altra angolazione. Il sudore, prodotto dalle ghiandole eccrine e apocrine, è sostanzialmente inodore al momento della secrezione. A generare il caratteristico sentore intervengono due fattori: la composizione chimica del secreto apocrino, ricco di lipidi e proteine, e la flora batterica che metabolizza queste sostanze liberando composti volatili responsabili dell’odore acuto. In ambito clinico, questa condizione prende il nome di bromidrosi (o osmidrosi). 

Accanto alla scienza e all’etimologia, non manca il registro ironico, che si diverte a giocare con la realtà più prosaica. Nasce così la provocazione umoristica Eau d’aisselles (acqua d’ascelle), calco satirico che parodia le essenze dell’alta profumeria francese e crea un perfetto contrasto tra la raffinatezza della lingua d’Oltralpe e la cruda verità della traspirazione umana. Non più un termine straniero, ma un autentico gioco di parole che mostra come l’ironia sia spesso la miglior difesa contro le piccole miserie fisiologiche.

 Che lo si chiami con il rigore medico della bromidrosi apocrina, con l’eleganza un po’ arcaica dell’ircismo, o con la caustica ironia di un’ipotetica Eau d’aisselles, il sudore ascellare resta un promemoria della nostra natura biologica. E mostra come, con le parole giuste, anche l’argomento più prosaico possa rivelare una storia affascinante.



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sabato 25 luglio 2026

La grammatica della gravità

 Come i verbi ascendenti e discendenti mettono in scena il mondo









L’idea di distinguere tra verbi ascendenti e verbi discendenti non appartiene alla grammatica tradizionale: nessuna classificazione ufficiale contempla questa coppia come categoria autonoma. Eppure, quando si osserva la lingua sotto il profilo semantico e cognitivo, la distinzione acquista una sua naturalezza. L’italiano, come molte lingue, organizza una parte del proprio lessico attorno a immagini spaziali fondamentali: alto e basso, salita e discesa, innalzamento e caduta. È una struttura mentale prima ancora che grammaticale, e i verbi che la incarnano raccontano movimenti, stati d’animo, processi fisici, trasformazioni sociali. Parlare di verbi ascendenti e discendenti significa dunque osservare la lingua mentre mette in scena il mondo.

I verbi ascendenti descrivono un movimento che va dal basso verso l’alto, reale o metaforico. Salire è il più comune:  salire le scale,  salire sul trenosalire di livello. Ascendere è più solenne, spesso legato a contesti rituali o simbolici: si ascende al trono, si ascende al cielo. Montare indica un movimento fisico ma anche un aumento graduale: monta la rabbia, monta la febbre. Arrampicarsi aggiunge lo sforzo, la fatica, la conquista: ci si arrampica su un albero, ma ci si arrampica anche nella carriera. Lievitare appartiene alla cucina, ma la lingua lo ha trasformato in un verbo perfetto per indicare crescite improvvise: lievitano i prezzi, lievitano le aspettative. Sormontare, infine, unisce l’idea di superamento e quella di elevazione: si sormonta un ostacolo, si sormonta una difficoltà. In tutti questi casi la direzione verso l’alto è chiara, ma ciò che cambia è il modo in cui la lingua la interpreta: come progresso, come fatica, come aumento, come conquista.

I verbi discendenti compiono il percorso inverso. Scendere è il più neutro: si scende dal bus, si scende in cantina, si scende di quota. Discendere è più letterario, spesso usato per genealogie o movimenti solenni: si discende da una famiglia nobile, si discende nella valle. Precipitare introduce la rapidità e il pericolo: precipita un masso, precipita una situazione. Calare è più controllato: cala la luce, cala la temperatura, cala l’attenzione. Crollare porta con sé l’idea del cedimento improvviso: crolla un edificio, crolla un progetto. Degradare, infine, non indica solo una discesa fisica ma una perdita di qualità, di rango, di valore: degrada un materiale, degrada un comportamento, degrada una carica. Anche qui la direzione verso il basso è costante, ma ogni verbo la colora con sfumature diverse: lentezza, caduta, cedimento, declino.

Questa coppia di insiemi verbali mostra quanto la lingua sia capace di trasformare un semplice movimento nello spazio in una metafora generale dell’esperienza umana. Si sale quando si migliora, si scende quando si peggiora; si ascende quando si conquista un ruolo, si precipita quando tutto va storto; si lievita quando qualcosa cresce oltre le previsioni, si crolla quando non si regge più il peso; si sormonta quando si supera, si degrada quando si consuma. È sempre la stessa immagine che ci guida, è sempre la stessa immagine che ci parla, è sempre la stessa immagine che ci accompagna.


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venerdì 24 luglio 2026

'Genitoricida', il nome che manca

 Quando la lingua ignora un delitto che la realtà conosce bene

 
Nel sistema dei composti in -cida, l’italiano conserva una regolarità morfologica che affonda le radici nel latino e continua a produrre forme nuove e coerenti. Il suffisso -cida, da caedere ("uccidere"), genera un sostantivo che designa l’autore dell’uccisione. Da qui derivano parricida, matricida, fratricida, uxoricida, fino ai più recenti femminicida e figlicida. Quest’ultimo, spesso presentato come neologismo, non è in realtà nuovo: è già attestato nel GDLI, e la sua inclusione tra le novità lessicali riflette più la sua ricomparsa nell’uso pubblico che una reale novità strutturale.
Se figlicida è ormai acquisito, sorprende l’assenza di genitoricida nei principali vocabolari dell’uso. Il lessema, anch'esso documentato nel GDLI, designa il figlio o la figlia che uccide i propri genitori. È formato con perfetta coerenza: genitor, dal latino, più il suffisso -(i)cida. Nulla ne ostacola la legittimità linguistica: è trasparente, motivato, costruito secondo un modello altamente produttivo e immediatamente riconoscibile. E soprattutto colma un vuoto lessicale evidente: sebbene la tradizione giuridica estenda talvolta il termine parricida a entrambi gli ascendenti, nella percezione comune parricida si contrappone a matricida. Manca dunque un termine neutro e unico che designi l’uccisione indifferentemente di uno o di entrambi i genitori senza distinzioni di genere o ambiguità semanticamente asimmetriche.
La lingua, quando può, preferisce la sintesi alla perifrasi, e genitoricida (unitamente all'atto, il genitoricidio) risponde a questa esigenza con naturalezza. Immaginiamo, per esempio, un articolo di cronaca: Il tragico caso di Luca, genitoricida, ha sconvolto l’opinione pubblica. Oppure un resoconto giudiziario: L’omicidio dei genitori da parte del giovane genitoricida ha scioccato il paese. O ancora un’analisi specialistica: I criminologi hanno analizzato il profilo psicologico del genitoricida. In tutti questi casi il termine si inserisce senza attrito, sostituendo formule lunghe e ripetitive come «il figlio che ha ucciso i genitori» con una denominazione unica, precisa e non ambigua.
La mancata attestazione nei vocabolari d'uso non dipende dalla struttura del lemma, bensì dalla sua circolazione finora limitata. Ma la rarità, da sola, non è un criterio sufficiente per escludere una voce: molti composti in -cida sono stati accolti proprio per la loro utilità nel linguaggio giuridico o sociologico, anche quando la frequenza d'uso non era elevata. È accaduto con uxoricida, con infanticida, con femminicida. Accadrà, verosimilmente, anche con genitoricida, che ha tutte le carte in regola per essere riconosciuto: correttezza morfologica, attestazione autorevole, utilità denominativa e perfetta aderenza al paradigma.
La lessicografia non registra solo ciò che è frequente, ma ciò che è necessario. E la necessità, in questo caso, è evidente: un termine unico, chiaro, capace di designare un tipo di delitto che la cronaca, purtroppo, non ignora. La sua inclusione nei vocabolari non sarebbe un vezzo erudito, ma un atto di sistemazione: dare forma stabile a un elemento già esistente, già documentato e già coerente con la morfologia italiana. Genitoricida è, in questo senso, un termine chiaro e necessario, che merita pieno riconoscimento nella nostra lingua. Dimenticavamo: genitoricidio (l’atto) si trova in alcune pubblicazioni.

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Digramma e diagramma: due parole simili, due mondi diversi

 

Due parole, due, su una somiglianza fonetica che inganna: digramma e diagramma sembrano quasi la stessa cosa, ma appartengono a territori linguistici diversi e non comunicanti. Sono due sostantivi maschili, e la loro vicinanza grafica è solo un caso etimologico, non un’affinità di significato.

Digramma viene dal greco di- (“due”) e grámma (“lettera”). È un termine tecnico della linguistica: indica una coppia di lettere che rappresenta un unico suono.

In italiano lo si vede in gl di figlio, gn di legna, sc di scena. Due grafemi, un solo valore fonetico. In inglese ch di chair, in francese ou di soupe, in spagnolo ll di llama.

Un esempio chiarissimo: nella parola scienza il gruppo sc non vale “esse + ci”, ma il suono /ʃ/; allo stesso modo gl in aglio non vale “g + l”, ma il suono /ʎ/. Sono coppie di lettere che funzionano come un’unica unità fonetica.

Diagramma, invece, deriva da diá- (“attraverso”) e grámma (“linea, disegno”). È un sostantivo della comunicazione visiva: uno schema, un grafico, una rappresentazione che mostra relazioni, percorsi, strutture.

Un diagramma di Venn che mostra l’intersezione tra due insiemi; un diagramma di flusso che guida passo passo un processo decisionale; un diagramma cartesiano che colloca punti su un piano per visualizzare una funzione. Qui non c’è alcun rapporto con la fonetica: è pura organizzazione visiva del pensiero.

La confusione nasce perché entrambi contengono grámma, ma il prefisso cambia tutto: di- come “due” crea un termine linguistico; diá- come “attraverso” crea un termine grafico.

Ricordare questa biforcazione etimologica è il modo più semplice per non sbagliare: il digramma riguarda la scrittura delle parole, il diagramma riguarda la rappresentazione dei concetti.


 

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