domenica 17 ottobre 2021

Giramondo: si pluralizza?

 Il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, è il solo — tra i vocabolari che abbiamo consultato — a legittimare il plurale di giramondo (oltre all'invariabilità) ed è anche l'unico a definirlo solo sostantivo maschile. Gli altri dizionari non ammettono il plurale e lo attestano come ambigenere: il giramondo, la giramondo.

La garzantilinguistica.it, invece, stupisce: non attesta il termine, digitando giramondo compare la voce inglese globetrotter.

Perché, dunque, il Dop, al contrario degli altri vocabolari, non disdegna il plurale di giramondo? Perché, secondo chi scrive, segue la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che i nomi composti di una voce verbale e di un sostantivo maschile singolare formano il plurale regolarmente: il passaporto / i passaporti; il parafango / i parafanghi; il giramondo... i giramondi.

Personalmente preferiamo lasciare il sostantivo invariato per un motivo di logica: il mondo è uno solo. Ma non è da censurare chi segue le indicazioni del Dop. Una ricerca con Googlelibri dà un leggera preferenza alla forma plurale: 23.300 occorrenze per i giramondo e 23.700 per i giramondi.

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La lingua "biforcuta" della stampa

LA STORIA

Passpartout: il passaporto dei bambini per tornare a scoprire musei, cinema e teatri

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Correttamente (visto che vogliono adoperare termini "barbari"): passe-partout. Il barbarismo, oltre tutto, non significa "passaporto". Treccani: passe-partoutpas partù› s. m., fr. (propr. «passa dappertutto»). – 1. a. Chiave che serve ad aprire parecchie serrature (per es., quella di cui è munito il personale di servizio negli alberghi), comunella. b. fig. Sistema per ottenere facilmente ciò che si desidera o per risolvere qualsiasi problema: finalmente ha trovato il passe-partout che gli occorreva. 2. Pezzo di cartone, spesso foderato di tela, velluto, o altro, tagliato in modo da costituire un margine più o meno ampio fra un quadro, un disegno, una stampa, ecc., e la cornice.

sabato 16 ottobre 2021

I corrimano o i corrimani?

 Ancora una volta ─ nostro malgrado ─ dobbiamo dissentire dai linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota che nel loro "Ciliegie o ciliege?" sostengono che il sostantivo "corrimano" può restare invariato nel plurale: i corrimano o i corrimani. C'è una "legge grammaticale" che stabilisce che il plurale dei nomi composti con una voce verbale e un sostantivo maschile singolare si ottiene mutando la desinenza del secondo elemento: il parafango i parafanghi. Direte: mano non è un sostantivo maschile ma femminile e i nomi composti con un verbo e un nome femminile singolare non cambiano nel plurale. È cosí, infatti. Ma nel caso specifico mano, terminando con la "-o", desinenza tipica del maschile, si considera tale e nel plurale segue la regola su menzionata. Come "asciugamano" che nel plurale muta la "-o" in "-i": asciugamani. Il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, specifica chiaramente il plurale (e non l'invariabilità). Cosí la consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca (di cui lo stesso Patota è accademico).


 

venerdì 15 ottobre 2021

Uso corretto dei verbi ausiliari

 I verbi essere e avere hanno una coniugazione propria (non appartengono alla prima coniugazione, né alla seconda né alla terza) e sono chiamati verbi ausiliari perché sono di aiuto agli altri verbi per la coniugazione dei tempi composti; molto spesso, però, siamo in dubbio su quale dei due ausiliari adoperare.

Non è possibile stabilire una regola precisa, è indispensabile, quindi, consultare un buon vocabolario.

Possiamo dire però, in linea di massima, che l'ausiliare essere si adopera con i verbi impersonali, con i riflessivi e per la forma passiva dei verbi transitivi.

Avere, invece, si usa con i verbi intransitivi che indicano un movimento o moto fine a sé stesso (ho volato, ho camminato, ho corso), con quelli intransitivi che indicano un'attività dello spirito e del corpo (ho pensato, ho dormito) e per formare i tempi composti di tutti i verbi transitivi (ho letto una poesia).

Da notare, a margine di queste noterelle, che l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare fa cambiare il significato al verbo principale: ho mancato (ho commesso una colpa), sono mancato (non ero presente).

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mercoledì 13 ottobre 2021

Il femminile di capo? Capa (perfettamente in regola con le leggi della grammatica)!

 Non strabuzzate gli occhi, cortesi amici lettori, avete letto bene: capa. Sí, sembra che alcuni linguisti e lessicografi si siano "convertiti" e abbiano accettato l'idea di femminilizzare il sostantivo capo: la capa, con il rispettivo plurale cape (il lemma in oggetto ha perso, infatti, quella carica ironica o dispregiativa che aveva nel passato). I sostantivi maschili in "-o", del resto, nella forma femminile mutano la desinenza "-o" in "-a": il sarto/la sarta; l'amico/l'amica; il cuoco/la cuoca. Per quale illogico motivo capo non dovrebbe sottostare alla legge grammaticale e rimanere invariato al femminile? Ne avevamo discusso anche qui

A questo punto sorge, però, il problema dei nomi composti con capo. Quale sarà il plurale di capaufficio? Capeufficio. Si applicherà, dunque, la medesima regola del maschile. Quando capo indica la persona che ha un ruolo di guida (di "comandante") prende la desinenza del plurale e resta invariato il sostantivo che segue: il caposervizio/i capisevizio; il capostazione/i capistazione.

 Questa  medesima regola per il femminile: la capaservizio/le capeservizio; la capastazione/le capestazione. Se capo, invece, sta per "primo", "principale", resta invariato e si pluralizza il nome che segue: il capocuoco ("primo cuoco")/i capocuochi; il capolavoro/i capolavori. Secondo tale regola, quindi, il plurale di capacuoca sarà capacuoche. La capa e le cape "suonano" male? Come "sonavano" (sic!) la sindaca e le sindache, la ministra e le ministre, la prefetta e le prefette, la soldata e le soldate, la carabiniera e le carabiniere, la notaia e le notaie, l'assessora e le assessore? Basta abituare l'orecchio.

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La lingua "biforcuta" della stampa

WhatsApp, dal 1° novembre non sarà più utilizzabile sugli smartphone Android versione 4.0

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Correttamente: dal 1 (senza esponente). Il primo giorno del mese è un ordinale e si scrive come si legge.

Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."

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TEST PER IL PASS

Le farmacie: siamo pronti a raddoppiare i tamponi in Piemonte

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Da quando il sostantivo farmacia ha cambiato "sesso"? Forse volevano scrivere: I farmacisti: (...).

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TOR PIGNATTARA

Vigilessa investita: indagano i carabinieri

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I massinforma (operatori dell'informazione) ancora insistono (presuntuosamente?) con vigilessa. La grafia corretta è vigile (con l'articolo femminile, eventualmente): vigile investita.

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USA

Per due anni cervo vive con uno pneumatico al collo: l'animale salvato dai guardiaparco

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Correttamente: guardaparchi. Treccani: guardaparco s. m. e f. [comp. di guarda- e parco2] (pl. m. -chi). – Guardiano addetto alla sorveglianza di un parco, spec. nazionale.


lunedì 11 ottobre 2021

Sgroi - 116 - La lingua italiana messa al bando dal Minist(e)ro della Università e della Ricerca (MUR)?

Ministero dell'Università e della Ricerca (@mur_gov_) | Twitter

     di Salvatore Claudio Sgroi

    1. L'evento

Come annunciato dal presidente dell'Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, in "Italiano Digitale" l'8 ottobre, il Decreto Ministeriale n. 841, emanato dal MUR (leggi: Ministero dell'Università e della Ricerca; prima MIUR, poi distinto nel 2020 dal MI = "Ministero dell'istruzione") il 15 luglio ed applicato il 28 settembre, prevede un FIS (leggi: "Fondo Italiano per la Scienza", ovvero per la ricerca scientifica comprensiva delle discipline umanistiche) di ben 150 milioni di euro per il 2022.

 2. Proibito scrivere e anche parlare in italiano

Come sottolineato con preoccupazione e vigorosamente dallo stesso Marazzini, le norme per la presentazione dei progetti prevedono:

a) che essi siano presentati in lingua inglese (e solo in inglese, con esclusione della lingua italiana), sulla stessa linea dei progetti PRIN (Progetti di ricerca di interesse nazionale) del 2017;

e b) -- novità assoluta -- che la presentazione orale dei progetti anche a commissari italiani avvenga in inglese (e non in italiano), e così pure quanto agli scambi verbali tra i membri dei comitati.

Tutto ciò nella logica dell'uso esclusivo dell'inglese nei corsi triennali e nei dottorati di ricerca dell'Università introdotto fin dal 2012, che suscitò l'intervento della Magistratura.

 3. L'italiano, idioma di serie C, votato al depotenziamento strutturale

L'esclusione della lingua nazionale -- a tutti i livelli, parlati e scritti a livello scientifico -- è invero gravida di conseguenze. Non solo significa declassare e squalificare la lingua da ogni punto di vista, a livello nazionale e internazionale, ma significa depotenziarla strutturalmente.

Ogni idioma è infatti caratterizzato dalla proprietà della "onnipotenza semantica" o "onniformatività". Ovvero qualunque lingua consente al nativofono di poter dare forma, realtà a qualsiasi pensiero, concetto in maniera sempre perfettibile, purché venga utilizzata.

Escludere l'italiano dagli usi parlati e scritti a livello scientifico, comporta un suo impoverimento a livello lessicale, sintattico, testuale, anche per gli stessi studiosi delle varie discipline, obbligati all'uso di una lingua straniera, non-nativa, una gabbia e ostacolo alla fine per la più completa espressione e comunicazione dei propri pensieri. La stessa verbalizzazione in una lingua non-nativa ne verrebbe alla fine compromessa.

 4. Scelta ministeriale: una scelta anti-costituzionale?

La domanda, naturale, che viene da porsi è allora: ma il Minist(e)ro della Ricerca Universitaria e Scientifica (MUR) non ha il compito e il dovere di "difendere" la lingua nazionale? Non è naturale attendersi una "macro-fedeltà" alla lingua nativa per i suoi usi nei diversi ambiti, da quelli quotidiani, informali a quelli più alti, formali e astratti?

Non rischia questa scelta del MUR, alla fine, di essere una scelta anti-costituzionale?







 

 


domenica 10 ottobre 2021

Ancora su alcuni demotici ambigui

 Carbonaresi è il nome dei cittadini di quattro località italiane: Carbonara al Ticino (PV); Carbonara di Nola (NA); Carbonara di Po (MN) e Carbonara Scrivia (AL). Tutti e quattro i toponimi devono il nome al... carbone. Come facciamo a distinguerli, senza un contesto, se il medesimo demotico indica gli abitanti delle località su menzionate? Se diciamo, per esempio, "ieri ho incontrato un mio vecchio amico carbonarese" come facciamo a sapere di quale carbonarese si tratta? E qui la nostra provocazione agli "addetti alla coniazione degli etnici". Chiameremo "carbonticinense" l'abitante di Carbonara al Ticino; "carbonolense" quello di Carbonara di Nola; "carbonpadano" l'abitante di Carbonara di Po; infine "carbonscriviense" quello di Carbonara Scrivia. Abbiamo bestemmiato? Non crediamo proprio.


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Ci spiace veramente dissentire dai linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota che nel loro "Ciliegie o ciliege?" pluralizzano il termine francese "escamotage". I vocaboli stranieri, nella lingua di Dante, non si pluralizzano. Il sostantivo, però, si può italianizzare in escamotaggio e, quindi, pluralizzarlo: gli escamotaggi.



sabato 9 ottobre 2021

Cista, una parola ricca di storia

 


di Alfio Lanaia *

1. Evento letterario

Ne Il piatto piange, primo romanzo (1962) di Piero Chiara, si può leggere questa frase che descrive molto bene l’atmosfera che si respira nelle salaci storie ambientate a Luino nel periodo tra le due guerre e incentrate, oltre che sul locale bordello,  sul gioco d’azzardo. Come del resto fa presagire l’espressione a cui si ispira il titolo del romanzo:

«Ogni tanto si sentiva sfriggere un fiammifero, scricchiolare una sedia,  o le voci che dicevano otto, nove, cista (niente di fatto, punti zero), baccarat  (punti pari), carta, banco suivì, tutto per me, col tavolo, passo. Parole che corrono allo chemin».

Ad attirare l’attenzione del linguista sono, in questo brano, le parole e le espressioni legate al lessico dei giochi d’azzardo, come i francesismi baccarat, (banco) suivì, chemin. Ma, ancor di più, attrae l’attenzione una parola come cista, glossata dallo stesso autore come «(niente di fatto, punti zero)», e da non confondere, quindi, con l’omonimo cista ‘recipiente cilindrico ecc.’ di origine greco-latina.

2. Significati e datazione di cista

Prendendo in considerazione, per il momento, il GDLI, s.v. cista4, così viene descritta la voce: «sf. Nelle  carte francesi  (al  gioco  del baccarà),  la  carta  che  non  conta,  che  vale  zero (con  dieci  semi,  o  la  somma  di  due  carte  di cinque punti l’una)». Il GDLI, inoltre, data la nostra voce al 1905, ricavandola dal Panzini, di cui cita il modo di dire far cista ‘far zero punti’. I dizionari scolastici moderni, e.g. Zingarelli 2013, s.v. cista2, nell’accettare la datazione del 1905, aggiungono un ampliamento di significato della parola: «nel gioco del biliardo, ogni punto conseguito ma per qualunque ragione considerato nullo».

 3. Etimo «incerto» di cista

 Fra i repertori etimologici consultati, né il DELI di Cortelazzo-Zolli,  né l’Etimologico di Nocentini lemmatizzano la nostra voce; il DEI di Battisti-Alessio s.v. cista (XX sec.) non dà nessun etimo. Gli altri dizionari, a partire dal GDLI e dal GRADIT, e a seguire quelli monovolume, concordano tutti nel considerare cista di «etimo incerto».

 4. Retrodatazione di cista

 Come abbiamo visto, il GDLI e tutti gli altri dizionari datano la voce al 1905, ricorrendo al Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani (1905) di Alfredo Panzini che dà questa definizione: «Cista: nel giuoco del Macao dicesi quando le due carte, sommate, fanno dieci, cioè zero». Eppure è possibile retrodatare la nostra voce, innanzitutto ricorrendo ad altre  fonti lessicografiche, letterarie e giornalistiche.

              4.1 Fonti lessicografiche

 1887 - Sfuggito alla schedatura del GDLI è il Nòvo dizionàrio universale della lingua italiana,   vol. I, A-K, Milano 1887, di Policarpo Petrocchi:

  «Cista Nel giòco del maccao, Dièci. Ò fatto cista, ò perso».

 1896 - La voce è contenuta anche nel Dizionario milanese-italiano col repertorio italiano-milanese, Milano 18962, di Cletto Arrighi, pseudonimo di Carlo Righetti:

            «Cista (Far dieci a maccao), Cista».

             4.2 Fonti letterarie

 Nella narrativa del secondo Ottocento e dei primissimi anni del Novecento troviamo altre attestazioni di cista.

 1871Cista appare nell’opera di Ettore Socci, Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino, edita a Prato nel 1871:

 

«Nero, per lo meno come uno spazzacamino, stizzito come un giocator di mako che fa   l’ultima cista».

 1891 – Nel bozzetto Tra l’otto e il nove, uscito nel giornale  L’O di Giotto, A II, n. 14, 29 marzo 1891, pp. 10-12, Gandolin (pseudonimo del giornalista genovese Luigi Arnaldo Vassallo) scrive:

 

«Aveva puntato una forte somma, e un re di coppe gli fece far cista, e, mentre il banchiere spazzava il banco, Callisto ebbe la forza di esclamare: - Non è il re di coppe, è il re…pulisti!»

 1901 – Nel romanzo L’Apostolo, Milano 1901, Remigio Zena, pseudonimo di Gaspare Invrea scrive:

«[…] piano piano si era messo con Claudio Priol a giuocare a macao, in due, e gli occorreva   distinguere i suoi nove e i suoi otto dalle ciste dell’avversario».

             4.3 Fonti giornalistiche

 1862 - Nel giornale umoristico triestino«La Baba», A. I. n. 7, domenica 7 dec. 1862, p. 26, appare un articolo a firma di Tic-Tac, dal titolo Dov’è la poesia?:

 

«Per i giuocatori di carte, in una bella cricca di dieci, così detta de musada, in un cappotto a cotecchio, in un bel nove davanti e una cista da dietro a macao».

 1888 – Su «Asmodeo», a XVII n. 9, 10 febbraio 1888, a firma di "Asm….atico", appare una  corrispondenza da Mantova del 7 febbraio:

 

«La presidenza, con lodevole e precauzionale vista di pudore casto giuseppico, ammettendo e danze e gioie e ogni sorta di giuochi, escluse dal tavolo verde il macao,  avendo potuto esperimentare che qualche socio giuocatore, quando fa zero, non dice cista in presenza delle signore».

 1888 -  Sempre in quest’anno viene pubblicato a Milano  dall’editore Aliprandi un ritratto storico, topografico, linguistico e di costume della città, dal titolo Il ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati. Nell’introduzione, detta Antipasto e firmata da "Il Capo Cuoco", si può leggere:

 

«In tal caso vogliamo vedere se ci accadrà di battere degli otto e dei nove, oppure se faremo cista (6) troppo spesso. E in nota: Al giuoco del macao si dice far cista quando le tre carte che capitano al giocatore danno un numero che termina per zero».

 5. Cista nei dialetti

 La nostra voce, come si è visto, attraverso l’attestazione nel giornale triestino «La Baba», si può retrodatare almeno al 1862. Il fatto che la fonte più antica provenga dall’Italia nord-orientale non è, come vedremo, senza  significato, ma è anzi un argomento importante per l’etimo della parola. Cista, infatti, secondo il Dizionario etimologico dei dialetti italiani (DEDI) di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato, è usata nelle espressioni dialettali di area veneto-giuliana eser cista e restàr cista col significato di ‘essere al verde, restar pulito (al gioco)’.  Il Vocabolario del dialetto venetodalmata (Trieste 1984) di Luigi Miotto registra, insieme a cista, altre varianti della voce cisto e zista  col significato aggettivale di ‘spogliato di denari, di averi, squattrinato’. Ecco alcuni esempi d’uso: eser cisto, restar cistoeser cisto in cana; eser cista , restar cista perfeto, far cista ‘perdere nel gioco, non avendo segnato alcun punto’, dar una cista ‘dare,  nel gioco, una carta priva di valore’. Da cista, infine, è stato derivato il verbo zaratino cistàr ‘spogliare uno di ogni suo avere’.

 6. Etimo di cista

 Dato che la parola è ormai dell’italiano, cisti si configura dunque come un dialettismo o dialettalismo di provenienza italiana nord-orientale. Nel veneto giuliano e nel veneto-dalmata, cista è invece un prestito dall’aggettivo croato cist ‘netto, pulito’, da cui il verbo cìstiti ‘nettare, far pulizia’ (DEDI). Il passaggio semantico da ‘netto, pulito’ del croato a ‘ripulito di denaro’ e a ‘carta da gioco priva di valore’ dei dialetti e dell’italiano è probabilmente avvenuto in ambiti gergali legati al gioco d’azzardo.

 Sommario

 1. Evento letterario

2. Significati e datazione di cista

3. Etimo «incerto» di cista

4. Retrodatazione di cista

4.1 Fonti lessicografiche

4.2 Fonti letterarie

4.3 Fonti giornalistiche

5. Cista nei dialetti

6. Etimo di cista

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* Docente di linguistica generale all'Università di Catania