venerdì 20 febbraio 2026

"Digitalcidio"

Proposta terminologica per la futura definizione dei processi di cancellazione sistemica dell’identità digitale

Nell’era digitale emergerà con sempre maggiore urgenza la necessità di dare un nome a fenomeni nuovi, capaci di descrivere trasformazioni che investiranno la nostra identità, la memoria collettiva e il modo stesso in cui abiteremo lo spazio informatico. In questo contesto, un neologismo come digitalcidio potrà assumere un ruolo concettuale rilevante. La sua stessa formazione – dall’unione di digitale e del suffisso - cidio, dal latino -cidium (“uccisione”, “distruzione”) – suggerirà immediatamente l’idea di un atto di soppressione rivolto non a un corpo fisico, ma alla nostra presenza immateriale, fragile e disseminata nei sistemi informativi.

Digitalcidio indicherà la possibilità che la nostra esistenza digitale venga cancellata, distorta o resa irriconoscibile, sia per scelta individuale sia per dinamiche tecniche, economiche o politiche che sfuggiranno al nostro controllo. Potrà assumere forme diverse, per esempio: un digitalcidio attivo, quando la cancellazione è un gesto deliberato di autodeterminazione; un digitalcidio passivo, quando la perdita è subita a causa di obsolescenza, fallimenti infrastrutturali o decisioni arbitrarie di piattaforme; un digitalcidio morbido, fatto di erosioni lente, “link” interrotti, formati non più leggibili; o ancora un digitalcidio simbolico, in cui le tracce restano ma vengono manipolate fino a perdere il loro significato originario.

La neoformazione potrà descrivere non solo la distruzione materiale dei dati, ma anche l’erosione sistematica delle tracce che costituiranno la nostra presenza nel mondo virtuale. In un futuro non lontano, potremmo assistere a politiche di “memoria selettiva”, in cui governi o aziende decideranno cosa preservare e cosa lasciare decadere; oppure a sistemi di identità digitale ereditabile, dove la perdita di dati diventerà un danno giuridico oltre che biografico. In ecosistemi informatici sempre più instabili, il digitalcidio potrebbe trasformarsi da evento eccezionale a condizione ambientale, una sorta di entropia della memoria. E non è da escludere che intelligenze artificiali, incaricate di custodire le nostre tracce, possano diventare – per errore o per scelta – i nuovi agenti di questa cancellazione.

La fragilità strutturale della memoria digitale, spesso percepita come stabile e perenne, influenzerà profondamente il modo in cui costruiremo e conserveremo le nostre biografie. La promessa di un ricordo eterno si confronterà con la realtà di infrastrutture mutevoli e algoritmi che selezioneranno cosa preservare e cosa lasciare scomparire. In questo scenario, il digitalcidio diventerà una chiave interpretativa per comprendere le tensioni future tra identità, tecnologia e potere, offrendo un linguaggio adeguato per analizzare ciò che andrà perduto, ciò che verrà manipolato e ciò che sceglieremo consapevolmente di lasciare andare.

E forse, nelle storie che racconteremo, il digitalcidio apparirà come un evento tanto concreto quanto simbolico: l’archivio familiare che evapora trasformandosi in “dataset” anonimi; l’attivista privato del suo passato digitale da un attacco mirato; il programmatore che decide di dissolversi volontariamente dal flusso informatico come gesto poetico di sottrazione. Parlare di digitalcidio significherà, pertanto, interrogarsi non solo su come vivremo nel digitale, ma anche su come potremo scomparire – o essere fatti scomparire – all’interno di questo.




Tra mani che reggono e mani che custodiscono

 Il doppio volto di “mantenere” e “conservare” nella trama dell’italiano


I
l nostro meraviglioso idioma custodisce spesso coppie di verbi che sembrano gemelli, ma che, osservati da vicino, rivelano sfumature preziose. Mantenere e conservare appartengono a questa famiglia: due parole comuni, quotidiane, che usiamo quasi senza pensarci, ma che hanno radici antiche e significati distinti. Entrambe sono figlie del latino, ma seguono strade diverse. Mantenere deriva da manu- tenere, “tenere con la mano”, un’immagine concreta che richiama l’atto di sostenere, reggere, far durare qualcosa nel tempo. Conservare, invece, nasce da cum-servare, “custodire insieme”, “proteggere completamente”, e porta con sé l’idea di protezione, di cura attenta, di qualcosa che si vuole lasciare intatto.

Queste origini etimologiche spiegano benissimo la differenza che ancora oggi percepiamo (?) nell’uso. Mantenere riguarda soprattutto la continuità: mantenere un impegno, mantenere un ritmo, mantenere una promessa. È un verbo dinamico, che implica un’azione costante, quasi un lavoro di equilibrio. Conservare, invece, è un verbo più statico, legato alla protezione e alla durata: conservare un documento, conservare un ricordo, conservare il cibo. Qui l’attenzione non è sul proseguire, ma sul preservare ciò che già esiste.

Nella pratica quotidiana i due sintagmi verbali possono talvolta sovrapporsi, ma non senza sfumature. Si può “mantenere la calma”, ma difficilmente si direbbe “conservare la calma”, perché la calma non è un oggetto da proteggere, bensì uno stato da prolungare. Al contrario, si può “conservare una lettera”, ma “mantenere una lettera” suonerebbe innaturale: non si tratta di farla durare, ma di custodirla. Eppure, in alcuni casi, l’italiano permette un’interessante intersezione: “conservare la memoria” e “mantenere viva la memoria” sono due espressioni corrette, ma la seconda suggerisce un’azione più attiva, quasi un impegno morale.

Qualche esempio aiuta a cogliere meglio queste sfumature. “Mantengo la parola data” indica un gesto di coerenza, un impegno che continua nel tempo. “Conservo la parola di qualcuno nel cuore” è invece un atto intimo, che riguarda la protezione di un ricordo. “Manteniamo la casa in ordine” implica un lavoro costante; “conserviamo la casa dei nonni” suggerisce un rispetto affettuoso per un luogo carico di storia. Anche nel linguaggio tecnico la distinzione è netta: si mantengono i macchinari, si conservano i beni culturali.

Un riferimento storico‑linguistico rende evidente la differenza. Nel Medioevo, conservatori erano coloro che avevano il compito di proteggere e custodire gli archivi e i beni pubblici: la loro funzione era appunto quella di “conservare”. I manutentori, invece, erano coloro che “mantenevano” in funzione strutture e strumenti. Due mestieri diversi, due sintagmi diversi, due modi di prendersi cura delle cose.

In fondo, mantenere e conservare sono due facce della stessa medaglia (attenzione): una rivolta al tempo che scorre, l’altra al valore che resta. Usare i due verbi consapevolmente significa dare ai vari sintagmi il loro peso giusto, e alla nostra “invidiabile” lingua la sua naturale eleganza.

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 Sì (avverbio), con l’accento. Sempre

 Storia di una falsa credenza grammaticale  

C’è qualcosa di affascinante nelle regole cosiddette fantasma: nascono nei corridoi, si diffondono nei gruppi di studio, vengono ripetute con aria saputa e, a forza di sentirle, finiscono col sembrare vere. Una, fra le tante, riguarda l’avverbio di affermazione . Secondo la leggenda, l’accento sarebbe facoltativo in certe posizioni, o addirittura vietato quando la parola è seguita da una virgola. Una sorta di “superstizione grammaticale” che riemerge periodicamente, come un vecchio mito che non vuole saperne di andare in pensione.

La realtà, però, è molto più semplice e molto meno misteriosa: l’avverbio vuole sempre l’accento grafico. Sempre. Non importa se si trova all’inizio della frase, in mezzo, alla fine, prima di una virgola, dopo un punto e virgola o dopo un punto esclamativo/interrogativo. L’accento non è un vezzo stilistico, ma un segno distintivo necessario per non confonderlo con il pronome personale si. È una questione di chiarezza, non di pura estetica.

Eppure, la regola fantasma continua a circolare, anche in ambienti accademici. Forse perché l’italiano, con i suoi accenti ballerini, mette spesso alla prova anche chi lo conosce bene. O forse perché l’idea che la punteggiatura possa influire sull’accentazione ha un fascino quasi matematico: se c’è una virgola, allora… No. Non funziona così. La grammatica, almeno in questo caso, è sorprendentemente lineare.

Basta osservare qualche esempio per dissipare ogni dubbio:

  • Sì, ho capito perfettamente.

    Se mi chiedi se verrò, la risposta è sì.

    “Hai finito?” “Sì.”

    Sì che lo sapevo, ma volevo sentirlo dire da te.

In tutti questi casi l’accento è obbligatorio, e non c’è virgola o posizione sintattica che possa cancellarlo. Senza accento, infatti, la frase cambierebbe completamente significato: si è un pronome, non un avverbio. Scrivere si, ho capito equivarrebbe a dire “se stesso, ho capito”, con un effetto involontariamente comico.

Il punto è che l’italiano non lascia spazio a eccezioni arbitrarie: l’accento del affermativo è un tratto distintivo, come il colore di un semaforo. Non si spegne e non si attenua a seconda del contesto. Rimane lì, fermo, a indicare che stiamo affermando qualcosa.

Forse la cosa più interessante, in fondo, non è la regola in sé, ma il fatto che continuiamo a inventarne di nuove. È il segno che la lingua ci appassiona, ci confonde, ci stimola. E che, ogni tanto, abbiamo bisogno di ricordarci che non tutto ciò che “si dice in giro” merita di essere preso per buono. Anche quando riguarda un piccolo accento che, da solo, fa una grande differenza.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Proteste pro-Palestina a Torino: blitz della Digos, 5 ai domiciliari e 12 obblighi di firma

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In buona lingua italiana: pro Palestina (senza trattino). Si veda l’uso corretto di pro.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




giovedì 19 febbraio 2026

"In fondo" alla chiarezza: perché uno spazio fa la differenza

 Tra analogie ingannevoli e radici semantiche, la corretta grafia di un'espressione quotidiana


T
ra le espressioni che usiamo ogni giorno ce ne sono alcune che sembrano così ovvie da non meritare attenzione, e proprio per questo finiscono spesso con l’ essere scritte in modo incerto, anzi, errato. È il caso di infondo e in fondo, due forme quasi identiche che molti considerano equivalenti, quando in realtà solo una appartiene all’italiano comune. La grafia univerbata infondo non è registrata nei dizionari, non ha un significato proprio e non ha mai acquisito cittadinanza nella lingua di Dante: è un errore nato, probabilmente, per analogia con altre parole fuse nel tempo, come insomma o intanto, per esempio, ma che non ha seguito la stessa evoluzione. La sola forma corretta è sempre in fondo, due parole distinte, e quello spazio non è un dettaglio trascurabile: riflette la struttura originaria della locuzione, formata con la preposizione in e con il sostantivo fondo, che hanno conservato nel tempo un legame semantico molto forte.

“In fondo” vive infatti in due grandi aree di significato. La prima è quella spaziale, la più immediata: indica una posizione finale, remota, collocata al termine di un percorso. Si dice la porta è in fondo al corridoio, c’è un negozio in fondo alla via, e l’immagine è chiara, concreta, quasi visiva. La seconda area è quella figurata, molto più frequente nella lingua quotidiana: in fondo diventa un modo per introdurre una riflessione, per attenuare un giudizio, per riconoscere una verità che emerge dopo averci pensato un po’. Frasi come in fondo non è così grave, in fondo gli voglio bene, in fondo lo sapevamo evidenziano bene questa sfumatura: l’espressione significa “tutto sommato”, “considerandola bene”, “in fin dei conti” e simili.

Il motivo per cui molti scrivono infondo è comprensibile: l’italiano è pieno di forme nate dalla fusione di preposizioni e nomi o avverbi, e l’orecchio può trarre in inganno. Ma nel caso di in fondo la fusione non è avvenuta perché il valore spaziale è rimasto vivo e riconoscibile, impedendo alla locuzione di trasformarsi in un’unica parola. Per questo la grafia errata risulta particolarmente stonata in certi contesti: infondo al cuore, infondo alla pagina, infondo lo sapevo sono esempi in cui l’univerbazione spezza la logica dell’espressione e crea un effetto innaturale.

La nostra lingua è fatta anche di dettagli minimi, e spesso basta un accento, un trattino o uno spazio per cambiare senso, chiarezza o sfumatura. Scrivere in fondo correttamente non è un esercizio di pedanteria, ma un modo per rispettare la struttura della lingua e rendere più limpido ciò che vogliamo comunicare. E, “in fondo”, è davvero semplice farci l’abitudine. Dimenticavamo: infondo è la prima persona singolare del presente indicativo del verbo infondere.

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"Dare il cervello a pigione"

Alcuni modi di dire sembrano nati per restare, anche quando il mondo che li ha generati è scomparso. Dare il cervello a pigione appartiene a questa piccola aristocrazia linguistica: un’espressione settecentesca che conserva una sorprendente freschezza.

L’immagine è netta. Colui/colei “dà il cervello a pigione” non pensa con la propria testa, ma affitta il proprio giudizio a qualcun altro. L’espressione nasce nei salotti e nei testi polemici dell’epoca, dove si guardava con ironia a chi seguiva idee di moda senza comprenderle davvero. Non si accusava apertamente di sciocchezza: si suggeriva, con eleganza, una rinuncia temporanea all’uso dell’intelletto.

A distanza di secoli, il modo di dire resta attuale. Viviamo circondati da opinioni rapide, ripetute, pronte all’uso. La tentazione di “appropriarsene” senza riflettere è forte, e proprio per questo dare il cervello a pigione continua a “disegnare” con precisione un atteggiamento umano che non ha età.



mercoledì 18 febbraio 2026

Il crisma e il... carisma


 Nel nostro lessico esistono coppie di lessemi che, pur condividendo una matrice etimologica e una certa solennità fonica, designano concetti profondamente diversi. Crisma e carisma rientrano pienamente in questa categoria: due parole spesso confuse per la loro vicinanza fonetica, ma collocate in ambiti semantici e funzionali nettamente distinti. Chiarirne l’uso non è un semplice esercizio di precisione linguistica, bensì un modo per evitare slittamenti concettuali tra investitura formale e predisposizione personale.

Sotto il profilo etimologico l’origine comune è solo apparente. Crisma deriva dal greco chrîsma, “unguento, olio profumato”, collegato al verbo chrīein (“ungere”). Nella tradizione cristiana indica l’olio consacrato impiegato in sacramenti come battesimo, cresima e ordine sacro. Carisma, invece, proviene da chárisma, “dono, grazia”, legato a cháris (“grazia, favore”). La divergenza semantica è già inscritta nella radice: il crisma è qualcosa che si applica dall’esterno, il carisma è una qualità che si possiede dall’interno.

Sul piano dell’uso figurato, crisma ha assunto il valore di “riconoscimento ufficiale”, “ratifica”, “legittimazione formale”. Conferire il crisma a un atto significa attribuirgli un sigillo di validità, un’autorità derivata da un’istanza superiore o da un’autorità competente. Carisma, al contrario, appartiene all’ambito psicologico e sociologico: indica la capacità innata di esercitare influenza, attrazione o “leadership” (si perdoni il barbarismo), indipendentemente da titoli o ruoli istituzionali. È una forma di autorevolezza che non deriva da un atto di conferimento, ma dalla percezione intersoggettiva.

Gli ambiti d’uso riflettono perfettamente questa distinzione. Crisma si applica tipicamente a provvedimenti, opere, decisioni o cariche: “Il provvedimento non ha ancora il crisma della legalità”, “Il romanzo ha ottenuto il crisma della critica”. In ambi i casi il sintagma segnala un passaggio formale, una validazione esterna. Carisma, invece, si riferisce esclusivamente alla persona: “Il ‘leader’ possiede un forte carisma”, “Il giovane mostra un carisma naturale nonostante l’inesperienza”. Qui l’accento è posto su una qualità percepita, non su un atto istituzionale.

Per concludere queste noterelle, la distinzione può essere formulata in modo operativo: il crisma si riceve, come un timbro, una ratifica, una consacrazione; il carisma si ha, come un talento, una predisposizione o una capacità relazionale. Il primo riguarda l’autorità; il secondo l’autorevolezza delle persone.

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Il “gazzettiere di scarpa”: un vizio antico con scarpe nuove


N
elle cronache del Settecento compare una figura che oggi diremmo marginale ma significativa: il gazzettiere di scarpa. L’espressione, ormai poco usata (se non sconosciuta), indicava chi produceva notizie senza mezzi adeguati e senza un metodo rigoroso.

Il gazzettiere era il compilatore delle prime gazzette, fogli periodici d’informazione. L’aggiunta “di scarpa” distingueva i cronisti riconosciuti da coloro che, privi di una redazione o di fonti affidabili, percorrevano la città a piedi, consumando la suola delle scarpe, in cerca di informazioni. Frequentavano caffè, mercati e taverne, raccogliendo ciò che veniva riferito in modo informale. Spesso trasformavano questi racconti in notizie, talvolta ampliandoli per renderli più interessanti.

Il significato dell’espressione sta nella fragilità del metodo: quando manca la verifica, aumenta il rischio di imprecisioni; quando manca l’approfondimento, prevale l’enfasi sul dettaglio più appariscente. Questi gazzettieri operavano ai margini della professione, talvolta accettando incarichi poco trasparenti o diffondendo notizie allarmistiche senza adeguati riscontri.

L’attualità del termine emerge nel confronto con alcune dinamiche dell’informazione contemporanea. Se nel Settecento la diffusione era limitata dalla tiratura dei fogli, oggi chi pubblica contenuti senza un adeguato controllo può raggiungere un pubblico molto più vasto. Il meccanismo, però, resta simile: si rincorrono voci non (sempre)verificate, si privilegia la rapidità rispetto alla precisione e si attribuisce valore a ciò che genera attenzione immediata.

Riscoprire l’espressione gazzettiere di scarpa permette di riconoscere un fenomeno antico: la circolazione di notizie poco fondate non è una novità dell’era digitale, ma un comportamento che attraversa la storia dell’informazione (si potrebbe dire da quando è stata inventata la stampa), pur cambiando strumenti e contesto.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


martedì 17 febbraio 2026

L’illusione dello spazio bianco

 Perbene o per bene? Una distinzione minuscola che inganna molti e svela molto più di quanto sembri

Capita spesso che perbene e per bene vengano usati come se fossero semplicemente due grafie alternative della stessa espressione. Molte persone li adoperano indifferentemente, convinte che la differenza sia solo grafica o frutto di una preferenza personale. In realtà, dietro quella piccola variazione ortografica si nasconde una distinzione precisa, che ha radici nella storia della lingua e che continua a produrre effetti nel nostro modo di parlare e di scrivere. È una di quelle sfumature che l’italiano custodisce con discrezione, ma che, una volta notate, diventano impossibili da ignorare.

Perbene, tutto attaccato, è un aggettivo invariabile (e talvolta anche avverbio). Non designa un’azione, ma una qualità morale: indica qualcuno (o qualcosa) che si comporta in modo corretto, rispettabile, decoroso. È un termine che porta con sé un’aura quasi borghese, un’eco di educazione e buone maniere. Dire che una persona è “perbene” significa attribuirle un certo stile di vita, un insieme di valori, un comportamento che rientra in ciò che la società considera appropriato. L’etimologia è trasparente: nasce dalla fusione di per e bene, ma la “saldatura” ha trasformato la locuzione in un aggettivo autonomo, con un significato più ristretto e specifico rispetto alla somma delle sue parti.

Per bene, invece, rimane una locuzione avverbiale. Qui il significato non riguarda la moralità, bensì il modo in cui si compie un’azione: fare qualcosa “per bene” significa farla accuratamente, con attenzione, come si deve, con tutti i crismi, come usa dire. È un’espressione pratica, concreta, che si applica a gesti quotidiani: lavarsi per bene, sistemare per bene, spiegare per bene. Non c’è giudizio morale, ma un’indicazione di qualità esecutiva.

Un aneddoto curioso circola spesso tra gli insegnanti di lettere: una studentessa scrisse in un tema “è una ragazza che studia per bene”, volendo dire che era una brava persona. L’insegnante, con un sorriso bonario, le spiegò che così stava semplicemente dicendo che la ragazza studiava con impegno, non che fosse moralmente irreprensibile. La studentessa, stupita, rispose: “Ma prof, non è la stessa cosa?” Ecco, in quel piccolo scambio c’è tutta la storia di questa distinzione: due forme simili, due significati totalmente diversi, e un confine che non sempre è immediato per chi parla.

Alcuni esempi aiutano a fissare la differenza. Una “famiglia perbene” è una famiglia rispettabile; una “famiglia che fa le cose per bene” è una famiglia che agisce con cura. Un “ragazzo perbene” è un giovane educato; un “ragazzo che si veste per bene” è un giovane che si veste con attenzione.

In definitiva, perbene e per bene non sono varianti intercambiabili, ma due forme con funzioni e significati distinti. La lingua, come spesso accade, ha preso due parole semplici e ha costruito su queste un piccolo gioco di precisione. Riconoscerlo non è solo un esercizio grammaticale: è un modo per affinare l’orecchio e apprezzare la sottile eleganza del nostro idioma, che riesce a trasformare un semplice spazio bianco (“per bene”) in una differenza di significato. E forse, la prossima volta che qualcuno userà l’una al posto dell’altra, ti verrà spontaneo sorridere, ricordando quanto possa essere sorprendente la nostra lingua anche nei dettagli più minuti.




lunedì 16 febbraio 2026

Quando l’immaginazione incontra la logica

 Il dialogo segreto tra similitudine e sillogismo nella costruzione del significato

La comunicazione si muove costantemente tra due poli: da un lato l’immaginazione, che cerca immagini, paragoni, risonanze emotive; dall’altro la logica, che pretende rigore, coerenza e necessità. La similitudine e il sillogismo rappresentano perfettamente questi due mondi: la prima è un ponte creativo che avvicina concetti tra loro lontani, il secondo una cattedrale razionale che ordina il pensiero. Comprenderli significa capire a fondo come funzionano due meccanismi fondamentali del linguaggio e del ragionamento.

La similitudine deriva dal latino similitudo, “somiglianza”, e porta con sé l’idea di un avvicinamento, di un confronto che non pretende identità ma suggerisce affinità. È una figura retorica - fra le tante - che mette in relazione due elementi attraverso un avverbio di paragone - come, quasi, ecc. - e che si fonda su un tratto comune, il tertium comparationis (ossia l’aspetto condiviso dai due termini messi a confronto, l’elemento che permette di accostare realtà diverse rendendo il paragone comprensibile e significativo). La sua forza sta nella capacità di rendere visibile ciò che è astratto, di richiamare immagini che illuminano un concetto. Può essere esplicativa, quando chiarisce un’idea complessa tramite un esempio concreto (“La sua rabbia è come un incendio”), oppure iconica, quando mira a colpire l’immaginazione più che la razionalità. Vi è anche una dimensione più tecnica, la similitudine argomentativa, che in diritto e filosofia permette di estendere una norma da un caso noto a uno simile ma non regolamentato: un uso che evidenzia come il paragone possa diventare strumento di ragionamento, non solo di stile.

Il sillogismo, dal greco syllogismós (“ragionamento, deduzione”), appartiene invece alla sfera della logica aristotelica. È la forma più compiuta di deduzione: tre proposizioni - premessa maggiore, premessa minore, conclusione - legate da un rapporto necessario. Se le premesse sono vere e la struttura è corretta, la conclusione lo è altrettanto. L’esempio classico è noto a chiunque abbia sfiorato la logica: “Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; dunque Socrate è mortale.” Da questa rigorosa architettura derivano varianti come il sillogismo ipotetico (“Se piove, non esco; piove; dunque non esco”), quello disgiuntivo (“O è bianco o è nero; non è bianco; dunque è nero”), l’entimema, un sillogismo abbreviato, con una premessa sottintesa e persino le sue degenerazioni: paralogismi ed errori involontari, sofismi e inganni costruiti ad arte.

Similitudine e sillogismo si incontrano e si separano proprio nel loro rapporto con la verità. La prima tende alla verosimiglianza, all’efficacia comunicativa, alla capacità di far vedere. Il secondo mira alla verità formale: se la struttura è corretta, la conclusione segue necessariamente, anche quando le premesse sono discutibili. È per questo che un sillogismo può essere perfettamente valido e completamente falso nei contenuti, una similitudine invece può essere illuminante pur restando soggettiva. Confondere i due piani porta a errori logici madornali: dire “Gli aerei decollano; gli uccelli decollano; dunque gli aerei sono uccelli” significa scambiare una somiglianza superficiale per un rapporto deduttivo, trasformando un paragone in una conclusione “indebita”.


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Quando la forma fa la differenza: tondo e rotondo sotto la lente

Perché due parole quasi identiche raccontano sfumature diverse nella lingua di tutti i giorni



T
ra le parole che adoperiamo ogni giorno ce ne sono alcune che sembrano gemelle, tanto da passare inosservate nella loro apparente somiglianza. Eppure, basta “analizzarle” un momento per scoprire che anche vocaboli quasi identici custodiscono sfumature precise, nate dalla storia della lingua e conservate negli usi più sottili. Tondo e rotondo sono un esempio perfetto: due forme vicine, spesso scambiate senza pensarci, ma che rivelano differenze interessanti non appena si prova a osservarle con un po’ più di attenzione. Capire come e quando si distinguono non è un esercizio da puristi, ma un modo per affinare l’orecchio e apprezzare la finezza della nostra bella lingua, che raramente spreca parole davvero equivalenti.

L’etimologia aiuta a comprendere la loro parentela e, allo stesso tempo, la loro divergenza. Tondo deriva dal latino tondus, “raso, tagliato”, e in origine richiamava l’idea di una superficie levigata, priva di spigoli. Rotondo, invece, proviene da rotundus, “che ha forma circolare”, e porta con sé un’immagine più geometrica, più compiuta, più vicina alla perfezione del cerchio. Due radici simili, ma non identiche, che continuano a vivere nell’uso odierno.

In alcuni casi i due termini possono essere usati come sinonimi senza creare ambiguità. Dire “un tavolo tondo” o “un tavolo rotondo” non modifica il senso della frase, così come “una piazza tonda/rotonda” o “una torta tonda/rotonda”. In questi esempi l’italiano non impone distinzioni particolari: entrambi i lessemi rimandano a una forma circolare, e la scelta dipende più dal ritmo della frase o dall’abitudine personale che da una necessità semantica.

Le differenze emergono quando si entra in contesti più specifici. Rotondo conserva un’aura di precisione geometrica: suggerisce una forma piena, perfetta, compiuta. Per questo si dice più facilmente “una luna rotonda”, perché l’immagine richiama un cerchio esatto, completo. Tondo può funzionare comunque, ma risulta più colloquiale, meno “tecnico”, meno legato all’idea di perfezione formale.

Ci sono poi alcuni casi in cui tondo e rotondo non sono affatto intercambiabili. Tondo ha usi figurati molto radicati, che rotondo non può sostituire senza risultare innaturale. Si dice “parlare chiaro e tondo”, “un no tondo”, “gliel’ho detto tondo tondo”: qui tondo significa “senza giri di parole”, “in modo netto”, e nessun parlante direbbe “chiaro e rotondo” senza avvertire una stonatura. Inoltre, in ambito artistico e tipografico tondo ha significati tecnici precisi: “carattere tondo” (non corsivo), “scultura in tondo” (a tutto tondo). In questi casi rotondo non è ammissibile.

Al contrario, rotondo ha sviluppato usi valutativi che tondo non possiede. Si parla di “una vittoria rotonda”, “un successo rotondo”, “un risultato rotondo”: qui il termine non descrive una forma, ma un esito pieno, convincente, privo di incertezze. Dire “una vittoria tonda” suonerebbe improprio, perché tondo non ha questa estensione metaforica.

Insomma, e concludiamo, tondo e rotondo sono vicini ma non identici. Si sovrappongono quando descrivono forme circolari, ma divergono quando entrano in gioco la precisione geometrica, gli usi figurati, i linguaggi specialistici o le sfumature valutative. Conoscerne le differenze permette di scegliere il termine più adatto al contesto e di apprezzare la “finezza” con cui l’italiano distingue ciò che, a prima vista, sembra uguale.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

Radcliffe: “Sì alle donne diacono. Io progressista? Le etichette vanno bene per le marmellate”

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Il femminile classico di diacono è diaconessa. Ma oggi – secondo la regola della formazione del femminile dei sostantivi in “-o” – si tende ad adoperare la forma diacona.











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domenica 15 febbraio 2026

La tecnologia ci semplifica davvero la vita? Entra in scena l' "agevolatore digitale"

 Una nuova figura professionale per aiutare gli utenti a orientarsi tra strumenti sempre più complessi


N
el giro di pochi anni la tecnologia è entrata in ogni angolo della nostra vita: telefoni sempre più complessi, servizi in Rete indispensabili, applicazioni che si aggiornano da sole e interfacce che cambiano senza preavviso. Per molti utenti, soprattutto quelli che non hanno dimestichezza con gli strumenti informatici, il risultato è un senso crescente di smarrimento e di… rabbia. La promessa era quella di semplificare la vita. La realtà, spesso, è l’opposto.

È in questo scenario che potrebbe emergere una figura professionale nuova, ancora senza un riconoscimento ufficiale ma già richiesta: l' agevolatore digitale.

Il suo ruolo è chiaro: aiutare i fruitori a orientarsi nel mondo digitale senza trasformarli in esperti. Non è un tecnico che ripara guasti né un programmatore che crea “software”. È un interprete tra l’utente e la tecnologia, qualcuno che traduce linguaggi complessi in gesti quotidiani.

L' agevolatore digitale interviene dove la tecnologia diventa un ostacolo:

  • elimina applicazioni inutili che intasano lo schermo;

    organizza le funzioni più usate in modo intuitivo;

    riduce gli avvisi che disturbano;

    semplifica le impostazioni;

    crea percorsi chiari per le operazioni di tutti i giorni.

Il suo lavoro ricorda quello di chi mette ordine in una casa: non aggiunge nulla, ma toglie ciò che confonde. È un “riordinatore” del mondo digitale, capace di restituire agli strumenti la loro funzione originaria: essere utili, non invadenti.

La forza di questa nuova figura sta nella capacità di parlare due lingue. Da un lato conosce la logica dei dispositivi, dall’altro sa ascoltare le esigenze delle persone. Non punta a far diventare gli utenti più tecnologici, ma a renderli più sereni.
In un’epoca in cui la tecnologia corre più veloce della capacità di comprenderla, questa mediazione diventa preziosa.

L' agevolatore digitale non inventa nulla: rende vivibile ciò che già esiste. E forse è proprio questo il suo contributo più importante: ricordarci che la tecnologia, perché sia davvero utile, deve tornare a essere uno strumento e non un labirinto.

In fondo, l’agevolatore digitale non è solo una nuova figura professionale: è un segnale. Ci ricorda che non siamo noi a dover inseguire la tecnologia, ma la tecnologia a dover tornare a misura di persona. Se vi siete mai sentiti frustrati davanti a un telefono che “fa troppe cose”, a un’app che cambia da un giorno all’altro o a impostazioni impossibili da decifrare, sappiate che non è un vostro limite. È un problema di progettazione, non di capacità.

Per questo l’agevolatore digitale potrebbe diventare una presenza preziosa: qualcuno che restituisce semplicità, ordine e serenità in un mondo che spesso sembra correre senza guardarsi indietro. E forse è proprio da qui che può partire un nuovo modo di vivere la tecnologia: meno ansia, più consapevolezza; meno complicazioni, più controllo.


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“Essere un cervello balzano”


N
el vasto repertorio linguistico del Settecento italiano, “essere un cervello balzano” è una di quelle espressioni che oggi suonano curiose, quasi teatrali, ma che conservano una sorprendente vitalità concettuale. Il Settecento è il secolo in cui la ragione viene celebrata come bussola dell’agire umano, e proprio per questo ogni deviazione dall’equilibrio mentale diventa oggetto di ironia, sospetto o bonaria caricatura. In questo clima culturale nasce e si diffonde l’aggettivo “balzano”, termine che deriva dal latino balteus (“cinghia”, “striscia”), poi passato a indicare qualcosa di “storto”, “fuori linea”, “che non sta al suo posto”. Da qui l’idea metaforica di una mente che “salta fuori dal tracciato”, che procede a scarti improvvisi, che non segue il filo logico comune.

Dire che qualcuno è “un cervello balzano” significava dunque definirlo bizzarro, eccentrico, incline a pensieri stravaganti o imprevedibili. Non necessariamente folle, ma certamente poco allineato al buon senso dominante. L’espressione compare in testi letterari, commedie e corrispondenze private dell’epoca, spesso con una sfumatura ironica: non un insulto, ma un modo elegante per dire che quella persona “non la racconta giusta”, o che ragiona in modo troppo originale per risultare rassicurante.

La sua attualità è sorprendente. In un mondo che alterna conformismo e ricerca spasmodica dell’originalità, “cervello balzano” descrive perfettamente chi vive di intuizioni imprevedibili, chi cambia idea con leggerezza, chi sorprende e disorienta. È un modo di dire che restituisce un’immagine vivida, quasi visiva, di una mente che scarta di lato, che non procede dritta, che non si lascia imbrigliare. Usarlo oggi aggiunge un tocco di eleganza rétro e, allo stesso tempo, una precisione espressiva che molti sinonimi moderni non posseggono. In fondo, ogni epoca ha i suoi spiriti eccentrici: il Settecento li chiamava “cervelli balzani”, noi potremmo riscoprire l’espressione per descrivere, con un sorriso, chi continua a pensare fuori degli schemi tradizionali.

In proposito si potrebbe coniare anche una neoformazione: balzanista. Detto di persona che ostenta una stravaganza artificiale studiata a tavolino, distinguendosi dal vero "cervello balzano" che, invece, è naturalmente incline all'originalità.



sabato 14 febbraio 2026

Scalini, gradini, scalinate e gradinate: quando le parole disegnano lo spazio

 Un viaggio tra etimologia, significati e usi per capire perché questi termini non sono tutti sinonimi, ma strumenti preziosi per leggere l’architettura e il movimento

Nella lingua italiana esistono - come abbiamo visto altre volte - coppie di termini che sembrano equivalenti, ma che in realtà custodiscono differenze sottili, capaci di rivelare un modo più preciso di osservare il mondo. Scalino e gradino appartengono proprio a questa categoria: li usiamo entrambi quando parliamo di scale, ma ciascuno porta con sé un’origine, un significato e un ambito d’uso specifico. Comprendere questa distinzione non è un esercizio di pedanteria, bensì un modo per restituire alle parole la loro esattezza, e a noi la possibilità di descrivere con più finezza ciò che vediamo e attraversiamo. Alla stessa famiglia lessicale appartengono anche scalinata e gradinata, due lessemi che ampliano ulteriormente il quadro e mostrano come la lingua sappia differenziare non solo gli elementi, ma anche le forme e le funzioni degli spazi.

Sotto il profilo etimologico gradino deriva dal latino gradus, che significa “passo”, “andatura”, “avanzamento”. È un termine che richiama l’idea del movimento, della progressione, del salire e scendere come sequenza ordinata di passi. Scalino, invece, nasce come diminutivo di scala: è dunque un elemento della scala stessa, una sua parte costitutiva, e porta con sé un valore più concreto e materiale. Questa differenza etimologica si riflette nelle accezioni: il gradino è l’unità funzionale della salita (e della discesa), ciò che permette il passo; lo scalino è l’elemento fisico, il blocco, la lastra, il pezzo che compone la scala. Se il gradino appartiene alla dimensione dell’azione, lo scalino appartiene a quella della struttura.

Gli ambiti d’uso confermano questa distinzione. Parliamo di gradini quando ci riferiamo alla sequenza che permette di salire: “una scala di dieci gradini”, “salire i gradini del tempio”, “fare un gradino alla volta”. Il termine si presta anche a usi figurati, proprio perché legato all’idea di progresso: “fare un gradino in più nella carriera”, “scendere di un gradino nella classifica”. Scalino, invece, è più frequente nel linguaggio tecnico o descrittivo: “lo scalino è consumato”, “attenzione allo scalino”, “uno scalino di marmo”. È la parola che usiamo quando guardiamo la scala come oggetto, non come percorso, quando osserviamo la materia prima della salita più che il gesto del salire.

Quando si passa dal singolo elemento all’insieme, entrano in gioco scalinata e gradinata, che non sono proprio intercambiabili. La scalinata è una grande scala monumentale, spesso all’aperto, caratterizzata da un forte impatto visivo e architettonico: la scalinata di Trinità dei Monti, la scalinata del Museo di Capodimonte, la scalinata di un palazzo nobiliare. Qui l’accento è sulla forma, sulla presenza scenografica, sulla struttura imponente composta da molti scalini. La scalinata è un luogo che si attraversa, ma anche un luogo che si guarda: un elemento urbano che organizza lo spazio e lo rende riconoscibile.

La gradinata, invece, rimanda a un insieme di gradini disposti non per salire, ma per sedersi o assistere a qualcosa: la gradinata di uno stadio, la gradinata di un teatro antico, la gradinata di una piazza. È un termine che conserva il legame con gradus e con l’idea di livelli successivi, ma applicato a un contesto collettivo e statico, più vicino alla fruizione che al movimento. La gradinata non è un percorso, è un punto di vista: un luogo da cui osservare, partecipare, condividere un evento. Anche per questo, nel linguaggio comune, “gradinata” richiama alla mente un pubblico, un tifo, una comunità riunita.

Queste differenze non sono solo linguistiche, ma anche culturali. Parlare di scalinata significa evocare monumentalità, rappresentanza, architettura; parlare di gradinata significa evocare socialità, spettacolo, partecipazione. Allo stesso modo, scegliere tra gradino e scalino ci permette di distinguere tra l’esperienza del movimento e la concretezza dell’oggetto. La lingua, in questo caso, non si limita a nominare: ci invita a guardare meglio, a cogliere sfumature che spesso diamo per scontate.

In sintesi, gradino parla del gesto, scalino della cosa; scalinata della forma architettonica, gradinata della disposizione funzionale di posti o livelli. Non sono sinonimi perfetti perché non guardano allo stesso aspetto della realtà: i primi due distinguono tra dinamica e struttura, gli altri due tra monumentalità e fruizione. E proprio in queste differenze si vede la ricchezza della lingua, che ci permette di scegliere la parola giusta per dire esattamente ciò che intendiamo, e di osservare il mondo con uno sguardo più attento e più consapevole.

Per completare questo quadro terminologico, vale la pena ricordare anche la cordonata, spesso confusa con la scalinata ma profondamente diversa per origine e funzione. Il vocabolo prende il nome da cordone, cioè il bordo rialzato che delimita ciascuna rampa: non gradini veri e propri, dunque, ma piani inclinati scanditi da listelli trasversali che ne regolano la pendenza. La cordonata nasce come soluzione pratica nelle città storiche, pensata per garantire la salita non solo ai pedoni, ma anche ai cavalli e ai carri, permettendo, così, un accesso più agevole rispetto a una scala tradizionale. È un dispositivo urbano che unisce utilità e forma, un tratto di percorso che accompagna il movimento senza interromperlo, e che proprio per questo non va confuso con la monumentalità della scalinata né con la sequenza ritmata dei gradini. Celebre la cordonata michelangiolesca del Campidoglio.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

venerdì 13 febbraio 2026

Assediare non è una questione di sedie

 Come un’interpretazione creativa degli studenti rivela la forza (e le trappole) delle parole

Capita spesso che le parole, soprattutto quelle meno usate nel linguaggio quotidiano, vengano reinterpretate con fantasia. È successo anche in una classe di una scuola media quando, alla domanda «Che cosa significa assediare?», alcuni studenti hanno risposto con sicurezza: «Lanciare le sedie a qualcuno». L’immagine è irresistibile: un esercito di ragazzi armati di sedie che assaltano un malcapitato. Ma, per quanto creativa, la risposta non ha nulla (a) che vedere con il vero significato del verbo (naturalmente). Episodi come questo sono tutt'altro che rari: la lingua, quando viene ascoltata più che compresa, può trasformarsi in un gioco di immaginazione. In un’altra classe, per esempio, alla domanda «Che cos’è il Parlamento?», un alunno rispose: «Un posto dove la gente parla, parla, parla… e non conclude niente», mentre un altro definì il capoluogo come «il capo più logoro della regione». La stessa logica fantasiosa che ha portato all’idea delle sedie volanti.

Da qui l’occasione per chiarire - qualora ce ne fosse bisogno - l’accezione di una parola importante, spesso incontrata nei libri di storia ma non sempre compresa fino in fondo. Assediare deriva dal latino obsidēre, composto da ob- («contro») e sedēre («stare seduti», ma anche «stare fermi», «stare addosso»). Il significato originario è quindi «stare contro», «stare attorno», «circondare». Nel linguaggio militare designa l’azione di un esercito che circonda una città, una fortezza o un castello per isolarlo, impedire l’arrivo di rifornimenti e costringere chi è all’interno alla resa. L’assedio è una strategia lenta, fatta di attesa, pressione e controllo del territorio, non certo di sedie volanti.

Nella storia, gli assedi sono stati momenti decisivi: l’assedio di Troia, quello di Gerusalemme nel 70 d. C., o ancora l’assedio di Costantinopoli nel 1453, che segnò la fine dell’Impero Romano d’Oriente. In tutti questi casi l’obiettivo era lo stesso: chiudere ogni via di fuga e logorare il nemico fino alla capitolazione.

Il sintagma, però, non vive solo nei manuali di storia. In senso figurato assediare significa «tormentare», «pressare», «circondare con insistenza». Si può dire che un personaggio famoso è «assediato dai giornalisti», oppure che una persona è «assediata dai dubbi» o «dalle preoccupazioni». Un ragazzo, dopo avere scoperto questo uso metaforico, commentò: «Allora io sono assediato dai compiti ogni fine settimana». Una definizione perfetta, che rende l’idea meglio di molte spiegazioni teoriche.

È anche interessante notare come la somiglianza tra assediare e sedia sia puramente casuale. Le due parole non hanno alcun legame etimologico: sedia deriva dal verbo sedere, mentre assediare ha tutt’altra origine (come abbiamo visto). L’equivoco degli studenti, però, mostra quanto la lingua possa essere giocosa e quanto le parole, se ascoltate senza contesto, possano suggerire immagini buffe e inattese. Lo stesso meccanismo che porta qualcuno a credere che il congiuntivo, un modo del verbo, è «il congiungimento di due frasi» o che il testimone di nozze è «colui che deve testimoniare quando i novelli sposi litigheranno».




giovedì 12 febbraio 2026

Cominciare o incominciare: davvero sono la stessa cosa?

 Un viaggio tra etimologia, uso e stile per capire perché convivono due forme così simili


Nella lingua italiana esistono coppie di verbi che sembrano duplicazioni inutili, ma a ben vedere raccontano la storia dell’evoluzione dell’uso, del gusto e della sensibilità linguistica. “Cominciare” e “incominciare” sono un esempio perfetto: due forme totalmente corrette, identiche nel significato, ma non equivalenti nel modo in cui vengono percepite e adoperate.

L’italiano odierno privilegia nettamente la forma cominciare, considerata la più naturale, la più neutra e la più comune in ogni contesto comunicativo. Incominciare, pur essendo altrettanto legittima, ha un sapore diverso: più letterario, più lento, più evocativo. Per capire perché convivano due forme così simili, è necessario ripercorrere la loro storia.

Entrambi i sintagmi derivano dal latino cominitiare, formato da co- (“insieme”) e initiare (“iniziare”). Nel passaggio all’italiano, la lingua ha oscillato tra due forme: una più diretta, cominciare, e una con l’aggiunta del prefisso in-, che ha dato origine a incominciare. Quest’ultima forma non aggiunge un vero valore semantico, ma ha avuto per secoli una sua vitalità, soprattutto nella lingua letteraria. Non a caso è frequente trovarla nei testi dell’Ottocento e del primo Novecento, dove contribuisce a un ritmo più disteso e a un tono più narrativo. Un dettaglio curioso riguarda Alessandro Manzoni: nella prima edizione dei Promessi sposi (1827) compaiono più spesso forme come incominciare, perfettamente in linea con l’uso ottocentesco. Nella revisione del 1840, però, Manzoni tende a semplificare la lingua e a uniformarla al fiorentino vivo, riducendo anche queste varianti. È un piccolo esempio di come la storia dell’italiano sia fatta anche di scelte minute, ma significative.

Oggi, però, l’uso ha preso una direzione chiara. Cominciare è la forma comune, quella che si trova nei giornali, nei manuali, nei dialoghi quotidiani. È immediata, asciutta, priva di sfumature aggiuntive. Incominciare, invece, sopravvive come scelta stilistica: può suggerire un’azione che prende avvio lentamente, come un pianta, oppure può essere adoperata per imprimere un colore più letterario alla frase. Non si tratta di una regola, ma di una percezione diffusa tra i parlanti, che spesso associano incominciare a un registro più ricercato o a un ritmo più morbido. La questione delle due forme ha appassionato anche i grammatici dell’Ottocento: alcuni sostenevano che incominciare fosse più “nobile” perché più vicino al latino, altri lo consideravano un inutile appesantimento. La disputa non portò a una conclusione definitiva, ma testimonia quanto la sensibilità linguistica dell’epoca fosse attenta anche a sfumature che oggi percepiamo appena.

Sotto il profilo grammaticale le due forme sono perfettamente intercambiabili: stessi ausiliari, stessi costrutti, stessa reggenza. La differenza è tutta nell’uso. Chi scrive un testo informativo o vuole mantenere uno stile neutro sceglierà quasi sempre cominciare. Chi invece desidera un effetto più espressivo, o vuole richiamare un tono narrativo, può optare per incominciare senza timore di sbagliare.

Insomma, non c’è una forma giusta e una sbagliata: c’è una forma più comune e una più marcata. La lingua, come sempre "generosa", offre soluzioni; sta a chi scrive o parla scegliere quella che meglio risponde al proprio intento comunicativo.

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Alcuni proverbi con le due forme:

Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Comincia da te se vuoi cambiare il mondo.

Chi comincia e non finisce, perde tempo e danari.

A cominciare si fa presto, a finire si fa tardi.

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Incomincia chi vuole, finisce chi può.

Incominciare è facile, perseverare è arte.

Non incominciare ciò che non puoi portare a termine.