domenica 1 novembre 2020

Sgroi - 86 - SCIENZA E IDEOLOGIA: UN MATRIMONIO IMPOSSIBILE? O UN "ACCORDO PRE-MATRIMONIALE"?


 di Salvatore Claudio Sgroi

 1. L'evento editoriale

Un testo decisamente notevole, di agevole ma densissima lettura per tutti, specialisti o no, da leggere e rileggere, quello di Sandra Covino 2019, Linguistica e nazionalismo tra le due guerre mondiali. Scienza e ideologia negli epigoni ascoliani, il Mulino, pp. 271, con una bibliografia di ben 63 pp. (quasi un quarto del volume), costituita da varie centinaia di titoli, tra articoli e volumi italiani e stranieri, analizzati nel merito in una trama di fittissime note.

 2. Premessa: matrimonio sì, ma con "accordo pre-matrimoniale"

In generale, ognuno di noi ha inevitabilmente "una ideologia o credenza politica", condivisibile o meno, che nel caso di uno scienziato o umanista coesiste con una "concezione (ma per alcuni "ideologia") scientifica" della realtà, nei suoi diversi aspetti. L'"ideologia" (p. 33 n.) essendo sinonimo di 'verità soggettiva' rispetto alla verità incontrovertibile della "scienza", per quanto anche questa variabile secondo le diverse scienze ("dure" o "molli") e comunità di scienziati.

La inevitabile compresenza di queste due realtà (ideologia politica e concezione scientifica del mondo) potrebbe far credere che la soluzione migliore sia quella di ignorare l'"ideologia politica" a tutto vantaggio di quella "scientifica" in quanto espressione della verità vera. Come se si trattasse di un "matrimonio impossibile".

A mio parere invece, proprio la innegabile coesistenza delle due realtà dovrebbe suggerire, rinunciando alla "illusione dell'autonomia scientifica" (p. 19), di tener conto di entrambe e di tenerle sotto controllo: come dire un matrimonio, preceduto da un "accordo pre-matrimoniale". Quali allora gli accordi legittimi?

In primo luogo, i risultati della Ricerca scientifica con una loro tendenziale coerenza interna e con le inevitabili inadeguatezze rispetto ai problemi e interrogativi rimasti aperti della realtà, dovrebbero rimanere estranei rispetto alle scelte politiche.

In secondo luogo, tali risultati, se sono 'spesi' a sostegno di una determinata ideologia politica, non possono però essere manipolati, nascosti o addirittura inventati.

È anche possibile in terzo luogo che una certa "concezione scientifica" (progressista) venga abbandonata per una opposta "ideologia scientifica" (più arretrata) che meglio soddisfa però una certa ideologia politica.

 3. Tre scelte nel rapporto "scienza e ideologia"

Il tema affrontato nel volume dalla Covino riguarda il rapporto tra scienza e ideologia, nello specifico tra linguistica e nazionalismo, quale si è presentato nella linguistica italiana ed europea alla fine dell'800 e nella prima metà del '900, nell'opera soprattutto di autori quali Graziadio Isaia Ascoli [1829-1907] (pp. 29-38), Carlo Salvioni [1858-1920] (pp. 38-40), Matteo G. Bartoli [1873-1946] (pp. 65-85), Carlo Battisti [1882-1977] (pp. 40-64), a proposito della questione ladina e alto-atesina, l'Istria, la Dalmazia (cap. II). E poi in autori come Clemente Merlo [1879-1960] vs M.G. Bartoli, C. Battisti, Benvenuto A. Terracini [1886-1968] (cap. II). E quindi in Francesco D'Ovidio [1849-1925] e Ugo Schuchardt [1842-1927] (cap. III).

Il volume illustra di fatto le soluzioni sopra previste ovvero: (i) l'"assenza di intenzioni politiche" (pp. 43 e 34) rispetto alla ricerca storica in G.I. Ascoli (pp. 33-38), quindi la indipendenza dei risultati della ricerca scientifica rispetto all'ideologia politica (vedi C. Merlo); (ii) l'utilizzo della ricerca scientifica subordinata alla ideologia politica (v. C. Salvioni), magari con manipolazioni (v. M.G. Bartoli e C. Battisti); – (iii) l'abbandono di una concezione scientifica progressista per una decisamente arretrata ma più confacente per le tesi politiche, così nel caso di U. Schuchardt.

 3.1. Ricerca scientifica indipendente rispetto alla ideologia politica (G.I. Ascoli)

G.I. Ascoli, "sebbene egli stesso 'irredento', vide con crescente sospetto il nesso tra " Irredentismo e tendenze militaristico-autoritarie" (p. 29). Il "costante dissenso [...] nei confronti dell'estremismo irredentista" (p. 30 n.) non fu disgiunto da un "orientamento democratico e repubblicano" teso "a ispirare la sua posizione sulla questione giuliana e sui rapporti tra Italiani e Slavi" (ibid.). La "costante difesa della italianità di Gorizia" si accompagnò al "riconoscimento degli Sloveni allo sviluppo economico e politico" (ibid.). "Chiari e indubbi i suoi sentimenti identitari italiani [...], mai intaccati dal suo sentimento di appartenenza alla scienza tedesca" (p. 30)

Le sue tesi scientifiche sull'unità (storico-tipologica del ladino) "era del tutto estranea a qualunque conclusione di natura pratica" (p. 34).

 3.2. Ricerca scientifica subordinata alla ideologia politica (C. Savioni), magari "adulterata" (M.G. Bartoli)

Nel caso del ladino la tesi di Carlo Salvioni (1917) della "continuazione delle tre sezioni (grigionese, dolomica e friulano) con i dialetti pedemontani e della pianura" (p. 38) giustifica "la legittimità politica per l'Italia di occuparsi dei Ladini" (ibid.).

M.G. Bartoli, intransigente irredentista, voleva invece inglobare nei confini italiani anche la Dalmazia (p. 69) con minoranza italiana, malgrado la maggioranza costituita da slavofoni, mutando così dopo il 1918 una precedente posizione (p. 67 n.). Avrebbe altresì occultato "la natura intrinseca, indipendente e variegata del dalmatico" (p. 82).

Sostenitore (1925) sì dell'importanza del "prestigio" linguistico (p. 78) quale elemento di mutamento linguistico, alla base della nozione gramsciana di egemonia, ma sul quale "gravò il condizionamento di un forte pregiudizio nazionalistico" (p. 78).

"Il rapporto che lega nell'ottica di Bartoli purezza linguistica e superiorità etnico-culturale, unito alla fede nell'ideale continuità, fino quasi all'identificazione, tra romanità e italianità, condizionò – sottolinea la Covino – anche le sue fondamentali ricerche sul dalmatico di Veglia" (p. 80).

Come sottolinea la Covino, "nel ventennio fascista, personalità di primo piano, sia tra i neolinguistici sia tra i neogrammatici offrir[ono] un sostegno 'scientifico' a rivendicazioni annessionistiche e a programmi di italianizzazione forzata di regioni di frontiera, sfruttando anche i miti della romanità civilizzatrice del classicismo nazionalistico" (p. 12, anche p. 73).

 3.2.1. C. Battisti e manipolazione di dati linguistici

C. Battisti, autore (con l'allievo G. Alessio) dell'insuperato Dizionario etimologico Italiano (1950-1957, 5 voll.), contrario all'ipotesi ascoliana dell'unità ladina fin dal 1906-1907, mostrò da parte sua un comportamento non proprio condivisibile nel 1904 pubblicando (p. 55) il volgarizzamento della Catinia del 1482. Dove non ebbe dubbi per la "introduzione di elementi trentini e [l']eliminazione di tratti incompatibili" per il "desiderio [...] di contribuire per via linguistica e storico-letteraria alla causa dell'irredentismo" (ibid.).

 3.3. Ricerca scientifica e ideologia politica indipendenti: Clemente Merlo

La posizione di C. Merlo (1879-1960) è quella più coerente scientificamente e politicamente verso gli altri colleghi, di diverso orientamento scientifico e politico.

Contro il suo maestro C. Salvioni, e contro C. Battisti sostenne "l'appartenenza del ladino a un gruppo linguistico unitario e autonomo dai dialetti nostrani" (p. 89). Le differenze fonetiche e lessicali fra ladino grigione, dolomitico e friulano [...] non sono tali [d'accordo con Ascoli 1873] da scuotere la compagine latina. Le vere grandi differenze sono [...] fra ladino e italiano settentrionale" (pp. 89-90).

Denuncia "il pregiudizio politico alla base della posizione di Bartoli" (p. 93), che legava il dalmatico "ai dialetti italiani centro-meridionali" (p. 92) ignorando i legami col ladino e il rumeno (p. 93). "Tali concordanze erano più funzionali alla tesi della italianità della Dalmazia [...] più di quanto non lo fossero le affinità col ladino, la cui italianità era oggetto di dispute (p. 97); "di una questione puramente e altamente scientifica si cerca di fare una questione politica" (p. 98).

Come sottolinea la Covino, "Pochi seppero tenere distinte le proprie convinzioni scientifiche, [...] dalle simpatie politiche [...] come nel caso di Clemente Merlo [...] in nome della fedeltà ad Ascoli, rivendicata anche dopo la promulgazione delle leggi razziali, e fu in nome di una solidarietà umana [verso l'idealista B. Terracini, ebreo] che non si lascia condizionare dal contrasto delle opinioni scientifiche" (p. 13).

 3.4. Abbandono di una concezione scientifica progressista: Ugo Schuchardt

U. Schuchardt ritiene che l'Alto Adige tedesco abbia subito "uno stupro" (p. 162) per l'annessione all'Italia, in quanto gli è stato negato, a differenza di altre comunità, "il diritto all'autodeterminazione" (ibid.), come emerge dalla corrispondenza con Francesco D'Ovidio, con cui i rapporti furono interrotti durante la guerra per 5 anni (p. 141) e ripresi nel 1919 (p. 135).

Dall'analisi della Covino si evidenzia in U. Schuchardt l'abbandono di una concezione scientifica progressista per una decisamente arretrata ma più confacente alle sue tesi politiche.

"Lo scienziato delle lingue" – sottolinea la Covino – si era avvicinato al "purismo xenofobo (...) nonostante il suo passato di filologo internazionalista e il ruolo da lui attributo in precedenza al plurilinguismo come strumento per garantire la pacifica convivenza tra i popoli in un impero multinazionale come quello asburgico" (p. 134).

Trasformismo su cui un suo brillante allievo, Leo Spitzer, ha voluto mettere "in risalto l'insegnamento perenne, stendendo un velo sulle sue debolezze" (p. 191).

 4. Toponimi e termini linguistici non neutrali

All'interno del contrasto tra tesi scientifiche e ideologia linguistica, anche le scelte terminologiche non possono non risentire di tale clima. Così nel caso dei toponimi come Alto Adige divulgato dall'ultranazionalista ed estremista Ettore Tolomei (p. 61) rispetto all'austriaco Südtirol (pp. 52 n., 53) o Venezia Giulia coniato nel 1863 da G.I. Ascoli (p. 66), Venezia Tridentina (p. 56).O l'uso del termine "colonie/oasi linguistiche" indicanti le località delle minoranze linguistiche rispetto a "isole tedesche" (p. 51). O la scelta di logonimi ovvero glottonimi ('nomi di varietà linguistiche') quali retoromanzo 1910 Battisti (p. 53; ma ancora datato 1934 nei dizionari di De Mauro, Zingarelli, Devoto-Oli) (< ted. Raetoromanisch 1883 Gartner p. 35) o reto 1910 Battisti (p. 53) 1934 per indicare il più comune 'ladino' 1873 (p. 53), < ted. Ladinisch 1832 (J.T. Haller p. 34); – o il dalmatico 'idioma della Dalmazia', risalente a M. Bartoli (p. 81), però tutt'altro che unitario (p. 82) e diversificato in raguseo 'dalmatico di Ragusa/Dubrovnik' e vegliot(t)o 'dalmatico di Veglia /Krk'; – o istrioto ('neolatino dell'Istria') per i linguisti italiani e istro-romanzo dovuto a involuzione nazionalistica (p. 134) per i linguisti già iugoslavi (per es. P. Tekavčić) indicante 'il sistema romanzo a sé stante dell'Istria' (pp. 84-85). O ancora "la preferenza di neolatino o romanzo" riferito al dalmatico da Bartoli 1906 (p. 73 n.) rispetto a "italiano" riferito sempre al dalmatico.

 5. Finalità 'ideologiche': il passato per capire il presente

Il fine della ricerca per l'A. , in conclusione, "non [è] giungere a condanne o assoluzioni di tipo etico-politico" (p. 29) – a cui peraltro il lettore è pur libero di aderire o meno – con le "necessarie contestualizzazioni nel clima culturale e ideologico del periodo" (ibid.).

Alla fine, la riflessione sul passato proposta dall'A. deve certamente servire "ideologicamente"   quale "monito [...] nel clima di risorgenti egoismi nazionali di cui l'Europa è tornata a essere testimone in questo tempo" (p. 192).

Per riprendere un intervento di Tullio De Mauro del 1990, ricordato da Stefano Gensini nel volume Les langues dans la vie. Hommage à Tullio De Mauro (Limoges, Lambert-Lucas 2019),  con F. Nietzsche (Considerazioni inattuali 1873) si può ricordare che "La parole du passé est toujours un oracle; ce n'est qu'en tant que constructeur du futur, en tant que connaisseur du présent, que vous comprendrez" (p. 59). Nella traduzione di B. Croce: "La parola del passato è sempre simile a una sentenza d'oracolo; e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente, i costruttori dell'avvenire.” O ancora con Benedetto Croce (1915): "chaque histoire, si c'est de l'histoire, c'est toujours contemporaine".

 Sommario

1. L'evento editoriale

2. Premessa: matrimonio sì, ma con "accordo pre-matrimoniale"

3. Tre scelte nel rapporto "scienza e ideologia"

3.1. Ricerca scientifica indipendente rispetto alla ideologia politica (G.I. Ascoli)

3.2. Ricerca scientifica subordinata alla ideologia politica (C. Savioni), magari "adulterata" (M.G. Bartoli)

3.2.1. C. Battisti e manipolazione di dati linguistici

3.3. Ricerca scientifica e ideologia politica indipendenti: Clemente Merlo

3.4. Abbandono di una concezione scientifica progressista: Ugo Schuchardt

4. Toponimi e termini linguistici non neutrali

5. Finalità 'ideologiche': il passato per capire il presente




 

sabato 31 ottobre 2020

La parroca


Il femminile di parroco ─ se la Chiesa di Roma ammetterà le donne al sacerdozio ─ sarà parroca. Lo sentenzia l'Accademia della Crusca. E non potrebbe essere altrimenti. La grammatica stabilisce, infatti, che il femminile dei sostantivi maschili in -o si ottiene mutando la desinenza "-o" in "-a": il sarto/la sarta; il parroco/la parroca.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Tutti coi diti puntati (dalla parte sbagliata)

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Senza parole!

Vediamo, in proposito, che cosa dicono i vocabolari, nella fattispecie il Gabrielli in rete: dito [dì-to]

s.m. (pl. le dìta, ant. le dìte, f.; pop. i dìti; specificando il nome di ognuno, i dìti)
1 Ciascuna delle appendici terminali articolate delle mani e dei piedi dell'uomo e di altri animali: d. pollice, d. indice della mano; le falangi, le nocche, i polpastrelli, le punte delle dita; i diti mignoli (...). Il titolo, dunque, correttamente, avrebbe dovuto recitare: tutti coi diti indici puntati.

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FONNI

Rapina alle poste in Sardegna. Ferita donna carabiniere. È caccia ai banditi

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Perché non, correttamente, carabiniera?

"Sapere.it" (De Agostini): Il femminile regolare di carabiniere è carabiniera, e così si può chiamare una donna che appartenga all’Arma dei Carabinieri. Alcuni preferiscono però chiamare anche una donna carabiniere, al maschile. Si tratta di una scelta che non ha basi linguistiche, ma sociologiche, e che comunque può creare, nel discorso, qualche problema per le concordanze.

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Dal sito "Libreriamo"

L’assalto delle parole straniere alla lingua italiana


giovedì 29 ottobre 2020

Misure drastiche? No, severe

 


Riproponiamo un nostro vecchio intervento sul corretto uso dell'aggettivo drastico, tornato prepotentemente alla ribalta in questo periodo"grazie" all'emergenza covidotica.

Chissà quante volte, cortesi lettori, avete sentito frasi tipo «sono stati presi drastici provvedimenti per limitare i danni...». Bene, anzi male, malissimo: quell’aggettivo drastici — a nostro modo di vedere — è adoperato impropriamente nel significato di severi, notevoli, risoluti e simili. Perché il suo impiego sia/fosse adoperato sempre a proposito è/sarebbe necessario che tutti ne conoscano/conoscessero il suo... impiego originario. Vediamo, intanto, la sua origine.
Viene dal greco drastikòs, tratto da dràô, agire. Drastico significa, quindi, che agisce con efficacia. Per il suo significato fu adoperato, in origine, in campo medico: è un drastico medicinale, volendo evidenziare, per l’appunto, la sollecita efficacia.
In seguito se ne fece un uso metaforico non condiviso dal linguista Alfredo Panzini quando sosteneva che i drastici provvedimenti presi gli sembravano un po’ troppo metaforici. Se drastico significa, infatti, che agisce con efficacia non si può sostenere che i provvedimenti sono drastici fino a quando non se ne sono visti gli effetti. Ma questo significa voler cercare, a tutti i costi, il classico pelo nell’uovo; anche se facciamo nostra la tesi del Panzini.
L’uso improprio, per non dire abuso o addirittura errore, nasce — come dicevamo all’inizio — quando al predetto aggettivo si vuol dare il significato di notevole: c’è stato un drastico aumento delle bollette telefoniche. Oppure quando si adopera drastico come sinonimo di severo.
Basterebbe — prima di scrivere — riflettere un attimo sul significato delle parole da adoperare (ricorrendo, magari, all’ausilio di un buon vocabolario) per non incappare in inesattezze o, peggio, in errori che alcune volte rasentano il ridicolo: la situazione meteorologica è drastica, ancora mal tempo su tutta la penisola. Abbiamo esagerato? Decidete voi, amici  amanti del bel parlare e del bello scrivere.

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

FRANCIA

Lockdown almeno fino al 1° dicembre. Macron: "Sommersi da epidemia, urge freno"

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Correttamente: dal 1 dicembre (senza esponente). Crusca: Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undiciottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]."

domenica 25 ottobre 2020

Perché è importante difendere la grammatica italiana

 


 Ce lo spiega Massimo Roscia, autore del libro “Il dannato caso del Signor Emme”, opera che contiene una biografia (romanzata) di Paolo Monelli, strenuo difensore della grammatica italiana. Dal sito "Libreriamo". 


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Sempre sulla "lingua" della carta stampata (e no)

 I lettori ci perdoneranno se mettiamo ancora in evidenza gli orrori linguistici che quotidianamente ci "propinano" i massinforma (mezzi di comunicazione di massa). Ma non possiamo fare altrimenti.

I giornali vengono letti da tutti, così come i notiziari radiotelevisivi vengono ascoltati da tutti, per questo motivo chi scrive sui giornali e i 'dicitori' delle varie emittenti radiotelevisive hanno il dovere, sì il dovere morale, di usare la lingua in modo corretto.

Ecco due titoli di un quotidiano in rete dove due strafalcioni fanno bella mostra di sé: Lascia due reliquari rubati sull'altare e scappa; Torino, una bancarella della droga davanti a una discoteca del lungopo. Vediamo, nell'ordine, le due smarronate.
Si scrive reliquiario, non reliquario (voce prettamente popolare), perché il termine proviene da reliquia, non reliqua. Quanto al fiume Po, in questo caso va accentato: lungopò.
Se i titolisti del giornale in rete si fossero immersi nel mar dell'Umiltà, consultando un buon vocabolario, ci avrebbero risparmiato queste nefandezze linguistiche.

venerdì 23 ottobre 2020

Sgroi - 85 - Una laurea honoris causa (in storia della lingua italiana) a Francesco De Gregori


 di Salvatore Claudio Sgroi

 

 1. L'evento televisivo

Domenica 18 ottobre RAI 3, alle 10h.20 ha avuto luogo la prima puntata su "Le parole per dirlo" condotta da Noemi Gherrero con la collaborazione degli storici della lingua Giuseppe Patota e Valeria Della Valle, dedicata alla lingua italiana e alla televisione, con la partecipazione di Corrado Augias, ospite. Nei quasi 60 minuti della trasmissione non pochi sono stati i problemi toccati e discussi nel 'salotto' televisivo, che è possibile riascoltare:

<https://www.raiplay.it/video/2020/10/Le-parole-per-dirlo-6a4b4f3c-3857-499c-a61c-a1d86a02d0b3.html>

          2. Le parole straniere in italiano

Qui vogliamo solo soffermarci sul tormentone degli anglicismi adoperati in italiano, rispetto al quale c'è stata la (peraltro scontata) consonanza dei due storici della lingua e del giornalista ospite, secondo cui gli stranierismi vanno tenuti fuori dalla lingua italiana, perché dovuti alla moda, indizio di (micro) infedeltà linguistica, magari ritenuti da alcuni causa di impurità e corruzione linguistica, per es. location, mission, step, lockdown, smart working, look, recovery fund, fiction, ecc.

 2.1. Il neopurismo: "prestiti di lusso" vs "prestiti di necessità"

Gli storici della lingua come G. Patota, in maniera più sofisticata, fanno invero ricorso alla teoria 'logicistica' del linguista svizzero Ernst Tappolet 1913-1914, che distingueva i 'prestiti di lusso' (das Luxuslehnwort) quando esiste un equivalente italiano, dai 'prestiti di necessità' (das Bedürfnislehnwort) se l'italiano è invece carente di un equivalente.

Una posizione che si può definire "neo-purista" con un termine certamente non lesivo, ma puramente descrittivo.

Ma tale distinzione, che definiamo "logicistica", non tiene conto del fatto che le motivazioni storiche, profonde del ricorso agli stranierismi sono motivate dal prestigio (politico, economico, scientifico, culturale, ecc.), di cui gode la lingua donante, nel caso specifico l'anglo-americano, e che vengono diffusi "dall'alto", a partire dalle istituzioni (governo, partiti ecc.), da enti pubblici, dalla TV pubblica e privata, dalla stampa cartacea e on line ecc.

 3. Lockdown 'clausura'?

Così il lockdown è censurato da Patota a favore di confinamento sulla scia del francese (e dello spagnolo). Ma va anche detto che il francesismo coprifuoco alterna sempre più spesso in TV con l'anglicismo.

Da parte sua, Augias propone (ripresentandolo su "la Repubblica" di lunedì 19 ottobre) l'elitario clausura, di fronte allo "sgradevole" lockdown, mentre Stefano Bartezzaghi ha facile gioco a replicare su "la Repubblica" (martedì 20 ottobre) con un articolo intitolato "Meglio lockdown di clausura", dove gli ricorda le ragioni generali degli anglo-americanismi (che Augias definisce nella  replica del giorno dopo "finezza di argomenti", fondamentalmente ignorandoli):

"i termini inglesi sono più prestigiosi e il loro impiego pare preferibile, se non proprio necessario. Accade per la superiorità culturale che la cultura angloamericana ha acquisito nei campi della tecnologia e (per l'appunto) del management".

 4. Mass media o /mass midia/?

Discutendo del problema degli anglicismi, i tre autori si sono soffermati anche sull'es. mass media che a loro giudizio va pronunciato così com'è scritto, perché media è voce latina, plur. di medium.

Ora, a parte il fatto che "mass media" (affiancato all'abbreviazione "media" datato in it. 1960) è un composto, non è invero -- etimologicamente -- un latinismo, ma un anglo-latinismo (databile 1923 col Merriam Webster's Collegiate Dictionary). Lo dimostra anche l'ordine dei due componenti del composto mass media 'mezzi di massa' (determinante + determinato, con la testa a "destra"); l'anglicismo essendo composto a sua volta con il determinato latino medium.

E quindi la pronuncia all'inglese /mass midia/, – peraltro italianizzata per le due <a> di mass media ingl. /'mæs,mi:djə/ – è quella più fedele etimologicamente.

 5. Parlare in latino o nell'italiano di oggi?, è la loro pronuncia corretta

Ma il momento clou della discussione è emerso quando la presentatrice, Noemi Gherrero, ha tirato fuori, come dire, l'asso dalla manica, a sparigliare il gioco dei tre interlocutori, con un video, intorno al 26° minuto della trasmissione, di Francesco De Gregori, che qui trascriviamo:

"Io preferisco dire midia, perché anche se ormai è entrata abitualmente nel vocabolario degli italiani, è una parola inglese che si scrive media ma si pronuncia /midia/ in inglese.

Il fatto che all'origine ci sia una parola latina, la parola medium, in latino neutro, che diventa al plur. media, è molto interessante dal punto di vista dell'etimologia, ma che c'entra con la lingua italiana di oggi?

Noi non stiamo mica qui a parlare di latino, non parliamo latino. Noi ci sforziamo di parlare italiano, portando dentro la nostra lingua anche parole da lingue straniere, che però vanno portate protette in quella che è la loro pronuncia corretta".

         6. Una proposta

Insomma, De Gregori con notevole sensibilità linguistica e metalinguistica mostra di saper distinguere l'analisi sincronica (l'italiano d'oggi) dall'analisi diacronica con la duplice etimologia vicina (l'inglese) e lontana (il latino), mentre normativamente si basa sulla pronuncia corrente dell'etimologia vicina e non già su quella – d'antan – del latino.

Senza dire che la pronuncia anglicizzante è avallata anche da molti dizionari (cfr. Zingarelli e Devoto-Oli-Serianni-Trifone), come ricorda, ricredendosi e salvandosi in corner Valeria Della Valle, ma non il collega Geppi Patota, che ha perseverato nella sua posizione neo-puristica, di fedeltà all'etimo per di più lontano.

Non ce n'è abbastanza per conferire, honoris causa, una bella laurea in storia della lingua italiana a Francesco De Gregori?

           Sommario

1. L'evento televisivo

2. Le parole straniere in italiano

2.1. Il neopurismo: "prestiti di lusso" vs "prestiti di necessità"

3. Lockdown 'clausura'?

4. Mass media o /mass midia/?

5. Parlare in latino o nell'italiano di oggi?

6. Una proposta





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 19 ottobre 2020

XX settimana della lingua italiana nel mondo


 In occasione della XX settimana della lingua italiana nel mondo segnaliamo un intervento di Luca Passani.

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Un uso impersonale sconsigliato

«È con gioia che...». Nella maggior parte dei casi tutti i periodi che cominciano con una forma impersonale — a nostro avviso — sono impropri e non si debbono adoperare in buona lingua italiana. Non si dica e non si scriva , per esempio, «è stato per te che l’ho fatto» ma «l’ho fatto per te». Oltre tutto non è più facile e orecchiabile la forma 'corretta'?

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In un Forum dedicato alla lingua italiana un lettore ha chiesto al titolare della rubrica se si possa dire, indifferentemente, “gli han/hanno sparato”. L'esperto  ha risposto che è meglio “hanno” (gli hanno sparato). Non è “meglio” ma obbligatorio. Non si può troncare una parola davanti a un’altra che comincia con “s impura” (la consonante ‘s’ seguita da un’altra consonante). Quindi: gli ‘hanno’ sparato, ma gli ‘han’ (o hanno) detto.

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La lingua "biforcuta" della stampa

La denuncia dell'infermiera: "Così l'ospedale mi ha trasformata in un untore"

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Perché non "untrice"? Sarebbe bene seguire le indicazioni del De Mauro (in rete) e del dizionario Olivetti (in rete).


domenica 18 ottobre 2020

Ferramentista? Perché no!?

 


Stupisce il constatare che i vocabolari dell'uso non lemmatizzino un sostantivo che si potrebbe classificare tra gli epiceni: ferramentista. E chi è? Non è colui che vende la menta; è l'addetto alla lavorazione, al montaggio e alla riparazione dei ferramenti. Il lessema in oggetto è un denominale essendo composto con il sostantivo ferramento e con il suffisso -ista, atto a indicare colui o colei che esercita una professione o un mestiere: violinista,  dentista,  giurista, ciclista, barista, stradista ecc. Si può riferire tanto a un uomo quanto a una donna: il ferramentista, la ferramentista. Il suffissato o derivato su citato, "snobbato" da tutti  i vocabolari che abbiamo consultato, si può trovare in alcune pubblicazioni. Qui, per esempio.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Sciopero dei trasporti, venerdì 23 ottobre a rischio bus, tram, metro e ferrovie urbane

Agitazione di 24 ore, a rischio autobus, tram, metro e ferrovie urbane

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Nel caso il lettore non lo abbia capito: il 23 prossimo sciopero dei trasporti (a Roma).