mercoledì 3 giugno 2020

Piccolo glossario di parole "difficili"


Onciale ─ fu denominata cosí una scrittura antica, con caratteri tutti maiuscoli,  per  epitaffi e manoscritti le cui lettere avevano la dimensione di un'oncia, vale a dire della dodicesima parte di un piede. Viene dal  tardo latino "uncialis", tratto, a sua volta, dal greco "ònkos", massa,  peso.

Oniromanzia ─  "arte" di predire, di indovinare il futuro attraverso l'interpretazione dei sogni. Voce di origine greca: "òneiron", sogno e "manteìa", divinazione.

Opoterapia ─ dal greco "opòs", succo  e "therapeìa", cura. Metodo terapico per mezzo di succhi estratti  da ghiandole di animali per combattere fenomeni  patologici  causati dall'assenza, dall'insufficienza o dall'alterazione degli organi umani corrispondenti.

Palischermo ─  piccola imbarcazione a remi di supporto a un'imbarcazione piú grande. Dal greco "periskàlmos", da "perì", intorno e "skàlmos", scalmo.

Poliandria ─  dal greco "polys", molto e "andròs", uomo. Di donna che vive matrimonialmente con piú uomini.

Propugnacolo ─  cosí si chiama qualunque opera di difesa: bastione, riparo, fortezza. Dal latino "propugnaculu(m)", da "pro", in favore, per  e "pugnare", combattere.

***

La parola proposta da questo portale: magnalmo. Aggettivo sinonimo di magnanimo. Voce aulica di origine latina. Se non cadiamo in errore è a lemma solo nel vocabolario del Palazzi.

 ***

Salvamuro, si pluralizza?

Ancora un sostantivo sul cui plurale i vocabolari sono discordi. Alcuni lo ritengono invariabile, altri no. A nostro modesto avviso si pluralizza normalmente: il salvamuro/i salvamuri. Questo sostantivo, con il quale si indica un listello di qualunque materiale che si applica sul muro all'altezza del pavimento a mo' di protezione, è sinonimo di battiscopa. Mentre quest'ultimo è invariabile perché è un nome composto di un verbo (battere) e di un sostantivo femminile singolare (scopa), salvamuro si pluralizza perché è formato con un verbo e un sostantivo maschile singolare e i nomi cosí composti ─ secondo la "legge" grammaticale ─ prendono la regolare desinenza del plurale.


lunedì 1 giugno 2020

La morte dell'articolo «il»

Dal prof. Aldo Onorati riceviamo e pubblichiamo

Sono anni che noto quanto segue: in tv, i giornalisti che leggono le notizie al telegiornale, tutti o quasi ignorano l'articolo determinativo maschile singolare "il". 
   Va bene che ci troviamo in piena civiltà femminista, che volge al femminile assessore in assessora e sindaco in sindaca, creando qualche cacofonia e violando la grammatica italiana, ma cancellare l'articolo "il" mi sembra eccessivo. Infatti, non si dice più "il tavolo", ma "la tavolo"; non più "il bicchiere", ma "la bicchiere" (quando va bene "illa bicchiere"). Ponete attenzione e mi darete ragione (chiedo scusa per la rima involontaria). È come un vezzo contagioso. 
   Un amico, infettato da questa specie di virus vocale, l'altro giorno ha detto "la problema". Ripeto: quando tutto corre liscio, sentiamo "illa problema". L'ascoltatore si bea al suono di frasi come la seguente: "La fatto ha cambiato la corso della evento". Non mi meraviglio più quando qualcuno proferisce: "Io ho andato". 
   In Italia si parlano tre lingue: inglese, napoletano (i film in quel dialetto hanno la traduzione scritta alla base dello schermo come fosse una parlata straniera) e l'italiano senza l'articolo "il" (per non citare la fine assoluta del congiuntivo e della "consecutio temporum"). Tant'è. 
   Sia lodato chi, come Fausto Raso, difende l'idioma più bello e cantabile del mondo (anche se si tratta di una battaglia con esiti incerti...). 









sabato 30 maggio 2020

Covidico o covidotico?


La pandemia che ha colpito il Paese ha creato un problema al nostro lessico: come si chiama colui che è affetto dal covid? Ci sembra che non esista un termine che faccia alla bisogna. Si potrebbe chiamare "covidoso" ma il vocabolo, esistente, ha tutt'altro significato (bramoso e simili). 
     Alcuni organi di stampa hanno coniato "covidico", composto con "covid" e il suffisso "-ico". Tale suffisso, però, non ci sembra appropriato perché è atto a indicare "appartenenza", "modo" (atmosferico, balcanico, filosofico, biologico ecc.). 
     A nostro modo di vedere si potrebbe chiamare "covidotico" per analogia con "tubercolotico", "cirrotico", "scoliotico" e simili. Anche se, per la verità, il  suffisso "-otico" indica, perlopiú, aggettivi derivati da sostantivi in "-osi": psicotico, nevrotico, ecc.

***

Didentro e di dentro

Entrambe le grafie sono corrette. La scrizione univerbata è preferibile a quella analitica quando quest'avverbio è adoperato in funzione di sostantivo per indicare la parte interna di un qualsivoglia oggetto: ho ripulito il didentro dell'automobile.



***

La lingua "biforcuta" della stampa

Sos povertà, sitin delle reti sociali e precari

"Serve un reddito di sostegno per tutti"
-----------
Usano termini "barbari" e li sbagliano. Correttamente: sit-in.
Treccani:  sit-insit in› locuz. ingl. [comp. di (to) sit «sedersi, stare seduti» e in «in»] (pl. sit-ins... ins›), usata in ital. come s. m. – Manifestazione non violenta effettuata, per protesta o per altri motivi, da dimostranti che occupano un luogo pubblico (una piazza, una via, ecc.), sedendosi a terra, spesso con il risultato di bloccare l’attività o il traffico: organizzare, fare un sit-in, partecipare a un sit-in.

*
La spiaggia di Fiumicino oggi ha accolto i primi avventori
---------------
Leggiamo nel Devoto-Oli: «avventore, sostantivo maschile (femminile –trice; pop. –tóra). Cliente abituale od occasionale di una bottega o frequentatore di un pubblico locale». Se non cadiamo in errore la spiaggia non è una bottega né un pubblico locale. 

*

Merkel avverte Trump: non andrà al G7 negli Stati Uniti di persona
-------------------
Ritenete che questo titolo è/sia formulato correttamente?
*
Nel centro di detenzione a Zintan: "Senza acqua, sapone e mascherine, terrorizzati dal Covid"
-----------------
Correttamente: senza acqua, né sapone né mascherine. Treccani: [...]Quando si escludono due cose, la congiunzione correlativa a senza è , più raram. olo tennero in cella tre giorni, s. mangiare né bereè uno strozzino, s. pietà né riguardo per nessuno (meno spesso, s. pietà o riguardo).
 
 
 







venerdì 29 maggio 2020

Far la pentola a due manichi/ci

Questo modo di dire ha due distinti significati pur avendo la me- desima origine. Il primo, conosciutissimo, è adoperato a ogni piè sospinto e si dice di persona che sta senza far nulla, che ozia, che poltrisce e, in senso lato, si dice anche di persone pigre. 
     Il secondo significato – poco conosciuto – si riferisce a colui (o colei) che ama impartire ordini e basta. L’origine della locuzione ci sembra intuitiva: si rifà all’immagine di una persona, per lo piú di una certa grassezza, che se ne sta comodamente con le mani sui fianchi, senza far nulla, a “mirare” gli altri che, al contrario, lavorano incessantemente, venendo in tal modo ad assomigliare a una grossa pentola con due manichi (sic!). 
     E sempre in tema di pentole, ci viene alla mente l’espressione “ogni pentola ha il suo coperchio”. Il detto, di origine proverbiale, appena ‘nato’ si adoperava per dire che ogni popolo ha i capi che si merita, e in questo senso, infatti, è citato anche da San Gerolamo. Oggi viene impiegato per dire che nella vita non c’è nulla di difficile, di strano, di brutto, di negativo e simili che non trovi qualcosa di adatto alla bisogna. Si adopera, insomma, per ricordare che non c’è problema, per quanto arduo, che non possa avere una sua soluzione. Dovrebbero esser note anche le varianti “non c’è pentola cosí brutta che non trovi il suo coperchio” e “ogni pentola trova il suo coperchio”.

***
La parola proposta da questo portale: usitare. Verbo aulico transitivo tratto dal latino "usitari": adoperare, usare, servirsene frequentemente.



***

C'è l'indòtto e...  l'indótto

Si presti attenzione ai due termini perché a seconda dell'accento sulla prima "o" cambiano di categoria grammaticale e di significato, come si può vedere consultando il DOP:






mercoledì 27 maggio 2020

Il granoturco o granturco non è... turco

Sarebbe il caso (anzi, è il caso) che tutti i vocabolari dell'uso emendassero l'etimologia del granturco, cioè — come si legge nel Palazzi — quella «pianta delle Graminacee, originaria dell'America, con grosso caule, larghe foglie, frutti bianchi, gialli o rossi, portati da grosse e fitte spighe chiamate pannocchie, da cui si ricava una farina per far polenta». Perché? Perché tutti i dizionari danno all'aggettivo turco il significato di "coloniale", "esotico", "straniero", "forestiero". Granturco o granoturco significherebbe, pertanto, "grano esotico". No, non è cosí.  Questo cereale fu chiamato "grano turco" per un errore di traduzione del nome che gli dettero gli inglesi, "wheat of turkey", cioè 'grano dei tacchini', cosí denominati per una certa somiglianza del collo di questi animali a un turbante turco.

***

La parola proposta da questo portale: nebulento.  Aggettivo aulico che sta per "nuvoloso", nebbioso. È tratto dal latino "nebula", nuvola. Si veda anche qui.

martedì 26 maggio 2020

L'aereo aveva decollato o era decollato?

Da un "autorevole" quotidiano in rete:

Il sopravvissuto è ricoverato in ospedale. Il biposto era appena decollato dal vicino aeroporto dell'Urbe quando è  precipitato nel fiume all'altezza di via Vitorchiano

--------------

Correttamente: aveva decollato. Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'uso corretto dei verbi decollare e atterrare.

Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo anche – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.


***

Volete mettere alla prova la vostra conoscenza della lingua italiana? Cliccate qui.

***

La lingua "biforcuta" della stampa
 
La sindaca Virginia Raggi firma l'ordinanza: i vigili urbani potranno staccare sanzioni da 25 fino a 500 euro

------------
Da quando le sanzioni "si staccano"? E da dove, eventualmente?


domenica 24 maggio 2020

La nostra lingua non è un vuoto a perdere

Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

L’effetto inevitabile dell’immissione selvaggia nella nostra lingua di americanismi o inglesismi, fenomeno sviluppatissimo, è di snaturarla e di sgretolarla attraverso un trapianto contro natura che non solo ne distorce l’eufonia (il famigerato “suona bene”) ma indebolisce la coerenza e la chiarezza del “discorso”, che gli italiani tutti amano "portare avanti".
        Tale auto-inondazione lungi dall’essere prova di apertura di spirito - come tanti sostengono - e di adattabilità, di elasticità, di disponibilità verso ciò che di buono ci viene dal mitico “Estero” e in particolare dagli USA, è invece la triste cartina di tornasole dello straordinario sviluppo che ha conosciuto nella penisola il vizio antico dell’esterofilia. Lo scimmiottamento della parlata dello straniero, infatti, non è altro che servilismo linguistico, noncuranza del proprio passato, disprezzo verso il grande bene comune che è la lingua nazionale. 
        Difendere l’italiano dagli amplessi contro natura dell’inglese non è andare contro la storia, la modernità, il progresso, il celebrato “multiculturalismo”, ma è semplice rifiuto di farsi subordinare, trasformare, denaturare, emarginare.
        Invece d’innestare nel corpo della lingua italiana spezzoni di frasi e termini stranieri in un ridicolo e nocivo processo di trapianto linguistico contro natura, gli italiani, sempre così pronti al “copia e incolla”, potrebbero cercare di imitare lo spirito anglosassone, portato più del nostro al rispetto delle regole, alla chiarezza della comunicazione e del linguaggio, e al rispetto del cittadino cui è diretta la comunicazione. In Italia, persino il linguaggio dei vari contratti di utenza e delle stesse bollette è poco comprensibile per il comune dei mortali. Occorrerebbe semplificarlo espungendo i termini spesso assurdi di cui è costellato. Ma la funzione del burocratese è proprio quella di tenere a distanza il cittadino, il quale, poverino, è oggi vittima anche di un burocratese a stelle e strisce che di certo non migliora il suo  “welfare”.
        Possiamo dire che la nostra lingua, afflitta da un “borderline personality disorder”, rischia sul serio di andare “in tilt” per usare quest’altra balorda espressione presunta “inglese”.
        L’indebolimento e l’erosione dell’identità nazionale, o quanto meno dei canoni nobili dell’identità italiana, sono a uno stadio avanzato. Lo prova anche il farfugliante pseudo-inglese degli italiani con il loro “italianese”. E, tuttavia, non è appellandosi ai valori che sostanziano l’identità e l’unità dell’Italia che si riuscirà a dare un colpo di frusta alle coscienze in  un paese in cui gli aspetti caricaturali, basati sull’opportunismo e su una teatralità di basso rango, hanno ormai preso il sopravvento sugli aspetti migliori del carattere dei suoi abitanti. È inutile cercar di far leva sul ridicolo che dovrebbero provare i parlanti di questa lingua a pelle di leopardo. Il carattere grottesco di questo pulcinellesco processo di “copia e incolla” sfugge, infatti, a coloro che possiedono in misura microscopica – quando lo possiedono –  il sentimento della dignità nazionale: la maggioranza degli italiani.
        Lo scimmiottamento degli americani risponde in pieno alla voglia che ha l’italiano medio di “distinguersi” facendo come tutti gli altri, ossia inchinandosi di fronte al feticcio del marchio di prestigio, alias “brand”, che in questo caso è la lingua “estera”.
        Io non propongo che si espungano dal dizionario italiano i termini inglesi e tanti altri di origine straniera radicativisi da tempo, né intendo indire una crociata in favore di una purezza linguistica che non è mai esistita. Vorrei solo che ci si interrogasse sulle conseguenze che l’auto-inondazione di termini stranieri finirà con l’avere sulla lingua italiana, strumento non puramente utilitario e “neutro”, ma simbolo e cardine della nostra identità, e voce forte della nostra cultura.
        È da considerare poi che, nella maggioranza dei casi, la paroletta modaiola inglese espropria un termine nostrano perfettamente valido che finisce in naftalina: vedi “flop” al posto di “fiasco”, “pressing” invece di “pressione”, “badge” in luogo di “cartellino” o “tessera”, “killer” invece di “assassino” o “uccisore”…
        Essendo poi estranea al sistema eufonico italiano, la parola importata viene pronunciata, per soprammercato, in maniera “maccheronica” dai nostri italiani, i quali pur si dichiarano ossessionati dal “suona bene”.
        Concludo con queste citazioni provanti l’alta considerazione che la lingua nazionale, la lingua “madre”,  dovrebbe godere presso i suoi figli:
Johann Gottfried Herder:
“La ragione stessa è e si chiama linguaggio.”
Wilhelm von Humboldt: “La lingua è la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli: la loro lingua è il loro spirito e il loro spirito è la loro lingua.” E ancora: “L’uomo vede le cose sostanzialmente, anzi direi esclusivamente, nel modo in cui la lingua gliene propone.”
Alexis de Tocqueville: “Il legame del linguaggio è forse il più forte e duraturo che possa unire gli uomini.”
Francesco Alberoni: “Quando una nazione perde il contatto col suo passato, con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, decade rapidamente, smette di pensare, di creare e svanisce.”
Ed infine Dante: “...molti per questa viltà dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano...”