lunedì 27 luglio 2026

Quando la lingua gioca sporco (ma le parole no)

 Storie pulite di vocaboli fraintesi, tra scienza, mare, bestiari e la sottile arte della tabuizzazione

Nella lingua italiana esiste un piccolo gruppo di parole che vivono in una zona d’ombra: sembrano scurrili, evocano doppi sensi, fanno sorridere o imbarazzano, eppure appartengono alla storia più limpida del nostro lessico. Sono termini nati in ambito scientifico, marinaro, zoologico, agricolo, letterario; parole che hanno attraversato secoli di uso serio e rispettabile, ma che oggi, per un curioso slittamento percettivo, vengono sentite come “pericolose”. È un fenomeno affascinante, perché mostra come la sensibilità linguistica non sia mai fissa: cambia, si contamina, si lascia influenzare da mode, gerghi, tabù, e finisce col trasformare la reputazione delle parole più innocenti.

Fra i casi più sorprendenti ci sono i vocaboli anatomici e scientifici. Fregata, che oggi può sembrare un insulto maldestro, era la nave veloce che solcava gli oceani, e ancora oggi è il nome di un uccello marino dalle ali lunghissime. Un naturalista dell’Ottocento racconta che, durante una spedizione, un marinaio si rifiutò di annotare il nome dell’animale sul registro perché “non gli pareva parola da scrivere davanti al capitano”: un piccolo esempio di come la percezione popolare possa sovrastare la realtà. Orifizio, che molti associano a immagini imbarazzanti, è invece una parola dotta, nata dall’incontro fra os e facere, e usata per secoli nei trattati medici senza alcuna malizia. Mento è semplicemente la parte inferiore del volto, e figo, prima di diventare un aggettivo giovanile, era il frutto del fico, citato così anche in antichi inventari agricoli.

Altre parole ingannano per pura assonanza. Cazzuola, strumento indispensabile del muratore, ha fatto sorridere generazioni di studenti delle scuole professionali, ma deriva da un innocuo termine latino per “mestolo”. Sciacquetta, oggi usato per indicare una donna frivola, nasce come nome di mestiere: la giovane addetta a risciacquare le stoviglie nelle cucine delle grandi case signorili. Un curioso aneddoto ottocentesco racconta che, in alcune famiglie nobili, la sciacquetta era considerata la figura più importante della cucina perché, se sbagliava il risciacquo, “il sapore del sapone rovinava il pranzo del marchese”. Puttana di mare è il nome tradizionale di alcuni pesci mediterranei, e troia è, prima di tutto, la scrofa; solo in seguito la parola è stata caricata di un valore offensivo, mentre in ambito storico continua a indicare la città cantata nell’Iliade (e una cittadina della Puglia).

Anche i verbi non sono immuni da equivoci. Fregare nasce come gesto quotidiano: strofinare con energia, scaldarsi le mani, lucidare un oggetto. Succhiare è un verbo legato al nutrimento, tenero e fisiologico, e pompare appartiene al linguaggio tecnico dell’idraulica, ben prima di essere adottato da vari gerghi contemporanei. In un manuale di meccanica del primo Novecento si legge che “il giovane apprendista deve imparare a pompare con regolarità”, frase che oggi farebbe sorridere ma che allora era pura istruzione professionale.

Infine, ci sono le parole letterarie o disusate, che hanno subito una metamorfosi semantica nel parlato comune. Zoccola, oggi insulto pesante, nasce come nome della pantegana, probabilmente per il rumore dei suoi passi nelle chiaviche. Cornuto, prima di diventare un epiteto offensivo, è semplicemente l’aggettivo che descrive un animale provvisto di corna: cervi, buoi, capri, arieti. In alcuni bestiari medievali il cervo cornuto era simbolo di forza e rinascita, perché le sue corna, rinnovandosi ogni anno, rappresentavano la rigenerazione spirituale. È affascinante pensare che una parola oggi percepita come insulto fosse allora associata a virtù e prestigio.

Il meccanismo che trasforma queste parole è noto come tabuizzazione: quando un vocabolo viene usato come insulto o eufemismo, il suo significato originario si ritira, si scolora, e lascia spazio alla connotazione volgare. È un processo culturale potente, capace di riscrivere la percezione collettiva. Eppure, dietro ogni parola “equivoca”, resta la sua storia: una storia spesso limpida, tecnica, affascinante, che merita di essere recuperata per restituire alla lingua tutta la sua ricchezza.

E, in fondo, la lingua ci ricorda una verità semplice: non esistono parole indecenti, esistono solo intenzioni indecenti.
















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