Quando la lingua ignora un delitto che la realtà conosce bene
Nel sistema dei composti in -cida, l’italiano conserva una regolarità morfologica che affonda le radici nel latino e continua a produrre forme nuove e coerenti. Il suffisso -cida, da caedere ("uccidere"), genera un sostantivo che designa l’autore dell’uccisione. Da qui derivano parricida, matricida, fratricida, uxoricida, fino ai più recenti femminicida e figlicida. Quest’ultimo, spesso presentato come neologismo, non è in realtà nuovo: è già attestato nel GDLI, e la sua inclusione tra le novità lessicali riflette più la sua ricomparsa nell’uso pubblico che una reale novità strutturale.Se figlicida è ormai acquisito, sorprende l’assenza di genitoricida nei principali vocabolari dell’uso. Il lessema, anch'esso documentato nel GDLI, designa il figlio o la figlia che uccide i propri genitori. È formato con perfetta coerenza: genitor, dal latino, più il suffisso -(i)cida. Nulla ne ostacola la legittimità linguistica: è trasparente, motivato, costruito secondo un modello altamente produttivo e immediatamente riconoscibile. E soprattutto colma un vuoto lessicale evidente: sebbene la tradizione giuridica estenda talvolta il termine parricida a entrambi gli ascendenti, nella percezione comune parricida si contrappone a matricida. Manca dunque un termine neutro e unico che designi l’uccisione indifferentemente di uno o di entrambi i genitori senza distinzioni di genere o ambiguità semanticamente asimmetriche.La lingua, quando può, preferisce la sintesi alla perifrasi, e genitoricida (unitamente all'atto, il genitoricidio) risponde a questa esigenza con naturalezza. Immaginiamo, per esempio, un articolo di cronaca: Il tragico caso di Luca, genitoricida, ha sconvolto l’opinione pubblica. Oppure un resoconto giudiziario: L’omicidio dei genitori da parte del giovane genitoricida ha scioccato il paese. O ancora un’analisi specialistica: I criminologi hanno analizzato il profilo psicologico del genitoricida. In tutti questi casi il termine si inserisce senza attrito, sostituendo formule lunghe e ripetitive come «il figlio che ha ucciso i genitori» con una denominazione unica, precisa e non ambigua.La mancata attestazione nei vocabolari d'uso non dipende dalla struttura del lemma, bensì dalla sua circolazione finora limitata. Ma la rarità, da sola, non è un criterio sufficiente per escludere una voce: molti composti in -cida sono stati accolti proprio per la loro utilità nel linguaggio giuridico o sociologico, anche quando la frequenza d'uso non era elevata. È accaduto con uxoricida, con infanticida, con femminicida. Accadrà, verosimilmente, anche con genitoricida, che ha tutte le carte in regola per essere riconosciuto: correttezza morfologica, attestazione autorevole, utilità denominativa e perfetta aderenza al paradigma.La lessicografia non registra solo ciò che è frequente, ma ciò che è necessario. E la necessità, in questo caso, è evidente: un termine unico, chiaro, capace di designare un tipo di delitto che la cronaca, purtroppo, non ignora. La sua inclusione nei vocabolari non sarebbe un vezzo erudito, ma un atto di sistemazione: dare forma stabile a un elemento già esistente, già documentato e già coerente con la morfologia italiana. Genitoricida è, in questo senso, un termine chiaro e necessario, che merita pieno riconoscimento nella nostra lingua. Dimenticavamo: genitoricidio (l’atto) si trova in alcune pubblicazioni.
***
Digramma e diagramma: due parole simili, due mondi diversi
Due parole, due, su una somiglianza fonetica che inganna: digramma e diagramma sembrano quasi la stessa cosa, ma appartengono a territori linguistici diversi e non comunicanti. Sono due sostantivi maschili, e la loro vicinanza grafica è solo un caso etimologico, non un’affinità di significato.
Digramma viene dal greco di- (“due”) e grámma (“lettera”). È un termine tecnico della linguistica: indica una coppia di lettere che rappresenta un unico suono.
In italiano lo si vede in gl di figlio, gn di legna, sc di scena. Due grafemi, un solo valore fonetico. In inglese ch di chair, in francese ou di soupe, in spagnolo ll di llama.
Un esempio chiarissimo: nella parola scienza il gruppo sc non vale “esse + ci”, ma il suono /ʃ/; allo stesso modo gl in aglio non vale “g + l”, ma il suono /ʎ/. Sono coppie di lettere che funzionano come un’unica unità fonetica.
Diagramma, invece, deriva da diá- (“attraverso”) e grámma (“linea, disegno”). È un sostantivo della comunicazione visiva: uno schema, un grafico, una rappresentazione che mostra relazioni, percorsi, strutture.
Un diagramma di Venn che mostra l’intersezione tra due insiemi; un diagramma di flusso che guida passo passo un processo decisionale; un diagramma cartesiano che colloca punti su un piano per visualizzare una funzione. Qui non c’è alcun rapporto con la fonetica: è pura organizzazione visiva del pensiero.
La confusione nasce perché entrambi contengono grámma, ma il prefisso cambia tutto: di- come “due” crea un termine linguistico; diá- come “attraverso” crea un termine grafico.
Ricordare questa biforcazione etimologica è il modo più semplice per non sbagliare: il digramma riguarda la scrittura delle parole, il diagramma riguarda la rappresentazione dei concetti.
(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

Nessun commento:
Posta un commento