Dove le parole non descrivono: giudicano
L’assiologia, disciplina nata in filosofia per indagare ciò che possiede valore oltre la mera realtà materiale, trova nella linguistica una chiave interpretativa decisiva: mostra come le parole non si limitino a descrivere i fatti, ma li orientino entro una griglia di giudizi morali, estetici, sociali e culturali. L’etimologia stessa lo rivela: dal greco áxios «degno, valido, portatore di valore» unito a -logía «studio, discorso, dottrina», il termine giunge in italiano attraverso il francese axiologie, conservando l’idea originaria di una riflessione sistematica sul valore.
Nel passaggio dalla filosofia alla linguistica, il baricentro si sposta dall’astrazione del valore ontologico alla concretezza dell’enunciato. La lingua non è un inventario neutro, ma un dispositivo intriso di prospettive: ogni parlante proietta nei propri enunciati preferenze, apprezzamenti, riprovazioni.
A livello lessicale, la dimensione assiologica si manifesta nei lemmi che incorporano una polarità codificata. Termini come sublime, virtuoso, eccellenza, autorevole appartengono all’area euforica; parole come sciatto, ignobile, degradato, fallimentare si collocano invece nell’area disforica; tra i due poli si estende una fascia adiaforica, priva di orientamento valutativo. Nella teoria semiotica di Algirdas Julien Greimas questa tripartizione diventa un dispositivo formale che distingue ciò che è rappresentato come desiderabile da ciò che è percepito come respingente.
La carica assiologica, tuttavia, non "risiede" soltanto nei lemmi polarizzati. Molte parole apparentemente neutre acquisiscono valore in base al contesto, all’intenzione del parlante o all’orizzonte culturale. Flessibilità è euforica quando indica agilità psicofisica (un atleta flessibile) o apertura mentale (una mente flessibile), ma diventa disforica nel discorso sul lavoro (contratti flessibili). Tradizione può essere celebrata come garanzia di continuità (una tradizione preziosa) oppure svalutata come ostacolo al cambiamento (una tradizione ingombrante). Rigore è positivo se associato alla serietà scientifica (rigore metodologico), ma può assumere una sfumatura disforica quando richiama durezza o mancanza di umanità (rigore eccessivo). Radicale oscilla: euforico quando indica coerenza e profondità (un cambiamento radicale), disforico quando evoca estremismo (posizioni radicali).
Nella retorica politica, pubblicitaria e mediatica, la scelta lessicale diventa una strategia di inquadramento assiologico. Sostituire taglio con riforma attenua l’idea di perdita e la riveste di progresso; preferire patriota a nazionalista smussa la connotazione aggressiva; usare sicurezza al posto di controllo sposta l’attenzione dal potere esercitato al beneficio promesso. In tutti questi casi, il parlante non cambia solo parola: cambia la cornice di giudizio.
L’assiologia linguistica abbraccia anche i processi storici di mutamento semantico. Alcuni termini subiscono un peggioramento: villano, originariamente «abitante della villa», si degrada fino a significare «rozzo, maleducato». Altri si nobilitano: professionista, un tempo ristretto a specifiche categorie, si amplia fino a indicare competenza e affidabilità. La storia delle parole è, in questo senso, una storia di spostamenti assiologici.
Attraverso lo sguardo assiologico, il linguaggio rivela la sua natura dinamica e mai neutrale: ogni atto comunicativo è un gesto di orientamento nel mondo, in cui grammatica e lessico non dicono soltanto le cose, ma stabiliscono il loro peso. Ogni parola è un giudizio travestito da informazione.
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