Il vespasiano tra architettura, costume e lingua
L’argomento che segue può sembrare insolito, persino un po' crudo, perché tocca una sfera fisiologica spesso circondata da pudore. Tuttavia anche le parole considerate volgari fanno parte del patrimonio linguistico: raccontano la storia materiale delle città, registrano usi e costumi, e mostrano come una comunità abbia nominato – senza infingimenti – i propri bisogni più elementari. Parlare di pisciatoio, orinatoio o vespasiano significa dunque osservare la lingua mentre accompagna, con sorprendente precisione, l’evoluzione dell’urbanità.
Nelle città odierne i servizi igienici pubblici sono spesso ridotti a presenze discrete, quasi invisibili, nascosti nei sotterranei delle stazioni o celati dietro la tecnologia di cabine autopulenti. Eppure l’orinatoio pubblico – chiamato nel linguaggio popolare pisciatoio e, in forma più nobile, vespasiano – ha una storia sorprendentemente ricca, in cui si intrecciano igiene, politica, urbanistica e costume sociale.
Esplorare la parabola di questi manufatti significa compiere un viaggio nel tempo, osservando come le città abbiano risposto a un bisogno fisiologico universale trasformandolo, di volta in volta, in risorsa economica, sfida architettonica e terreno di riflessione linguistica.
La storia dell’orinatoio pubblico affonda le radici nell’antica Roma e si lega alla figura dell’imperatore Vespasiano (9‑79 d.C.), che intuì come i bisogni della popolazione potessero diventare una fonte di reddito. L’urina, ricca di ammoniaca, veniva raccolta in grandi vasi collocati lungo le strade e venduta ai fullones, i lavandai e tintori che la utilizzavano per sgrassare e sbiancare i tessuti di lana.
Vespasiano impose una tassa su questa raccolta. Quando il figlio Tito ne criticò la natura “poco decorosa”, l’imperatore rispose con la celebre massima: Pecunia non olet (il denaro non ha odore). Da allora, in diverse lingue, le strutture pubbliche dedicate alla minzione presero il nome dell’imperatore.
Con la caduta dell’Impero Romano, le norme igieniche conobbero un lungo declino. Solo nell’Ottocento, con l’esplosione demografica delle grandi metropoli europee – Parigi, Londra, Napoli – la gestione delle acque reflue e dei bisogni corporali tornò a essere una priorità pubblica. A Parigi, sotto il prefetto Rambuteau e poi con il barone Haussmann, nacquero eleganti colonnine in ferro e ghisa, ornate con motivi floreali, lanterne e spazi per la cartellonistica.
In Italia, gli orinatoi pubblici assunsero tipologie differenti: le strutture a edicola, cilindriche e in ghisa, integrate con lampioni e chioschi dei giornali; le strutture a paravento, semplici lastre di pietra o ardesia addossate ai muri dei vicoli; e gli eufemismi amministrativi, come padiglioni di decenza o colonne idrauliche, impiegati nei documenti comunali di fine Ottocento per evitare la crudezza dei termini popolari.
Sotto il profilo linguistico, pisciatoio è un esempio limpido di derivazione verbale diretta: dal verbo pisciare (di origine onomatopeica, imitante il rumore del liquido che scorre, e attestato già nel Medioevo come voce popolare legata alla sfera fisiologica) con il suffisso ‑toio, che indica luogo o strumento. Nel parlato comune ha acquisito una sfumatura talvolta svalutativa, sostituita da forme più formali come orinatoio, servizio igienico, latrina o ritirata (ricordate i vecchi vagoni ferroviari?). Tuttavia, nella letteratura realista del Novecento conserva una forza descrittiva immediata e concreta. La ricerca del “decoro verbale” ha spinto accademici e puristi a proporre alternative più eleganti: il termine dotto orinale (per lo più domestico) o varie locuzioni eufemistiche. Questa oscillazione testimonia come la lingua rifletta le convenzioni sociali e il pudore di un’epoca.
Oggi i vespasiani in ghisa sono quasi del tutto scomparsi, sostituiti da soluzioni tecnologiche autopulenti. Gli ultimi esemplari superstiti sono conservati come testimonianze di “archeologia industriale”. Il loro fascino discreto ricorda come l’architettura urbana abbia saputo dialogare, per secoli, anche con i bisogni più intimi e prosaici dell’essere umano.
Così, tra ghisa, pietra e parole, il vespasiano attraversa i secoli come un piccolo segno di civiltà: discreto, funzionale, eppure capace di raccontare la città meglio di molti monumenti. In queste strutture, nate per un bisogno elementare, si riflette la trama minuta dell’urbanità: ciò che resta quando il superfluo svanisce e la vita quotidiana torna a mostrarsi nella sua misura più autentica.
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Il fischio che diventa voce
Quando la melodia non si canta: si fischia
Nella terminologia musicale italiana esiste un’area sorprendentemente scoperta: quella delle esecuzioni vocali “alternative”, cioè tutte quelle forme di interpretazione che non rientrano nel canto propriamente detto ma ne occupano la funzione melodica. Tra queste, il fischio melodico è forse la più diffusa e riconoscibile, presente nella musica leggera, nel cinema, nella pubblicità, nella tradizione popolare. Eppure, nonostante la sua evidente funzione espressiva, la lingua non ha mai elaborato un termine specifico per designare l’esecutore che, accompagnato dalla musica, sostituisce la voce con il fischio. La mancanza di una denominazione stabile ha prodotto soluzioni occasionali, prestiti non integrati o perifrasi tecniche. Da qui l’opportunità di proporre un lessema nuovo, morfologicamente regolare e semanticamente chiaro: fischiettista.
La neoformazione nasce dalla base verbale fischiettare, con suffissazione in ‑ista, morfema pienamente produttivo nella formazione dei nomi d’agente in ambito musicale (pianista, clarinettista, cornettista). La struttura è trasparente, immediatamente interpretabile, coerente con i modelli derivativi dell’italiano contemporaneo. Il significato è netto: chi interpreta una melodia fischiettando, in luogo del canto o come parte autonoma dell’arrangiamento. Il termine permette di distinguere l’atto generico del fischiare dalla funzione performativa, cioè dall’esecuzione intenzionale di una linea melodica. L’uso potenziale è ampio: note di copertina, recensioni, descrizioni di “performance”, schede tecniche, testi divulgativi. La forma, pur non attestata nei repertori storici, risulta naturale e adatta alla lessicalizzazione, evitando prestiti superflui e colmando un vuoto denominativo reale.
La proposta di fischiettista risponde, dunque, a criteri di economia, chiarezza e coerenza morfologica, offrendo alla lingua un termne nuovo ma perfettamente integrabile, capace di descrivere una pratica diffusa e riconoscibile, benché priva di tradizione codificata. La sua adozione consentirebbe di stabilizzare una categoria espressiva finora priva di nome, restituendo precisione terminologica a un ambito che la richiede.
fischiettista, s. m. e f. – Chi interpreta una melodia fischiettando, spec. in luogo del canto; esecutore a fischio; talora, chi impiega il fischio come tecnica melodica autonoma in contesti musicali accompagnati o solistici; anche, chi integra il fischio come elemento caratterizzante della propria espressività musicale.
(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

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