giovedì 16 luglio 2026

Tardivo / Tardevole: la coppia che l’italiano dovrebbe recuperare

 Due aggettivi simili solo in apparenza: uno dice “ritardo”, l’altro dice “rinvio”

Tardivo e tardevole sono due aggettivi che, pur condividendo una base semantica comune, presentano una distinzione funzionale che meriterebbe di essere riconosciuta anche nei vocabolari dell’uso. Tardevole è infatti attestato soltanto nel GDLI, con il valore di “procrastinabile, rinviabile senza danno immediato”; i dizionari correnti registrano invece solo tardivo, nel senso generico di “che avviene tardi, oltre il tempo opportuno”. Proprio per evitare che tardivo debba coprire anche l’area semantica della procrastinazione, sarebbe opportuno che tardevole trovasse posto nei repertori dell’uso, come voce distinta e utile.

L’aggettivo tardivo continua il latino tardīvus, derivato da tardus “lento, ritardato, che tarda”. La formazione in ‑īvus indica relazione o attitudine, e in italiano il valore si conserva nella definizione di “che giunge tardi rispetto al tempo atteso o opportuno”: «Una risposta tardiva può compromettere l’esito della domanda»; «La fioritura tardiva del ciliegio è dovuta al clima freddo»; «Un riconoscimento tardivo, ma comunque gradito». Il tratto dominante è la collocazione temporale posticipata, spesso con una sfumatura valutativa: ciò che è tardivo arriva troppo tardi o comunque oltre il momento più opportuno.

L’attributo tardevole è invece una formazione interna all’italiano, costruita sul tema di tardo con il suffisso ‑evole, che esprime possibilità o suscettibilità (amorevole, notevole, dannevole). Il GDLI ne registra il significato di “procrastinabile, rinviabile”, “che può essere fatto tardi senza conseguenze rilevanti”.

La distinzione funzionale tra i due lessemi è netta: tardivo indica un ritardo già realizzato; tardevole una ritardabilità potenziale. L’assenza di tardevole dai vocabolari dell’uso priva il sistema lessicale di una sfumatura utile, costringendo talvolta a impiegare tardivo in contesti dove il valore modale sarebbe più appropriato. L’inclusione di tardevole nei dizionari correnti restituirebbe precisione e articolazione alla coppia, già riconosciuta dalla grande lessicografia storica.

Recuperare tardevole, insomma, non sarebbe un'operazione di sterile “archeologia linguistica” o di snobismo intellettuale, ma un atto di precisione. Eviterebbe il sovraccarico semantico di tardivo (che oltre tutto ha un’accezione diversa da tardevole) e offrirebbe un'alternativa agile a parole più rigide come procrastinabile (e simili).

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Alcuni autori del passato che adoperano l’aggettivo in oggetto:


Bono Giamboni (XIII Secolo)

Scrittore e volgarizzatore fiorentino, Giamboni usa questo aggettivo nel suo volgarizzamento del celebre trattato di Innocenzo III, De miseria humanae conditionis, per descrivere la longanimità divina:

Iddio è tardevole all'ira, e largo alla misericordia...”

Domenico Cavalca (XIV Secolo)

Frate domenicano e scrittore, celebre per la sua prosa limpida e popolareggiante, fa uso di "tardevole" nelle sue opere di edificazione spirituale (come il Pungilingua o i Frutti della lingua) sempre in riferimento alla pazienza o alla lentezza:

...perché Idio è tardevole a sdegnarsi e pronto a perdonare...”

Volgarizzamenti di Albertano da Brescia (XIII - XIV Secolo)

Nei volgarizzamenti dei trattati morali del giudice lombardo Albertano l'attributo compare in una massima molto nota sull'opportunità di dare risposte tempestive:

La tardevole risposta par che neghi.”
(Vale a dire: una risposta che si fa attendere troppo equivale quasi a un diniego).

Anton Maria Salvini (XVII - XVIII Secolo)

Anton Maria Salvini, celebre filologo, grecista e accademico della Crusca, noto per il suo stile volutamente arcaizzante e per la ricerca di vocaboli trecenteschi, adopera l’aggettivo per arricchire le sue traduzioni e le sue lezioni:

Non sia la vostra mossa tardevole o pigra...”


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