Quando la lingua inciampa tra logica e crudeltà, e una sola lettera cambia tutto
Inferire e infierire sono due verbi che si somigliano solo in apparenza: una vocale che cambia, un tratto grafico minimo, e la lingua inciampa. È una confusione antica, quasi inevitabile, perché i due sintagmi hanno profili fonici vicini e un’aura semantica che, a un orecchio distratto, può sembrare contigua. Ma quel contatto è illusorio: i due verbi appartengono a mondi diversi. Inferire è un verbo dell’intelletto; infierire è un verbo della crudeltà. Uno costruisce, l’altro colpisce. Uno deduce, l’altro insiste nel ferire. La nostra lingua, che ama le simmetrie e le parentele apparenti, qui gioca un piccolo trabocchetto.
Inferire viene dal latino inferre, composto da in- e ferre, cioè portare dentro, introdurre. Il passaggio semantico è lineare: portare dentro un ragionamento, introdurre una conclusione, trarre un risultato da premesse o indizi. È un verbo che appartiene alla sfera del pensiero, della logica, dell’argomentazione. Inferire significa, dunque, ricavare, dedurre, trarre una conclusione da dati o indizi. Non ha nulla di violento: è un gesto mentale, un movimento interno.
Infierire è verbo che si riconduce a fiero nel senso di feroce, crudele e, in ulteriore articolazione semantica, a fiera nel senso di sventura, disgrazia. L’etimologia, saldamente attestata nella lessicografia storica, consente di definire con rigore il campo concettuale del lemma: esso designa l’atto dell’incrudelire, dell’accanirsi, vale a dire l’esercizio di una violenza che non si limita all’evento lesivo originario, ma si configura come processo di intensificazione progressiva. La nozione non rinvia a un gesto isolato, sibbene a una dinamica di aggravamento deliberato della sofferenza, in cui l’azione si prolunga, si ispessisce e si fa più fiera. In tale prospettiva, infierire si colloca nella sfera della crudeltà incrementale, qualificando una condotta che accresce la portata del danno e ne estende gli effetti, secondo una logica di insistenza violenta che appartiene alla tradizione semantica del termine fin dalle sue prime attestazioni.
La differenza d’uso emerge con chiarezza negli esempi. Da questi dati possiamo inferire che il fenomeno è in crescita è un esempio di ragionamento: si parte da elementi osservabili e si arriva a una conclusione. Non infierire su chi ha già sbagliato è un esempio di comportamento: si invita a non aggiungere dolore a dolore. Inferire costruisce un ponte tra premesse e conclusioni; infierire aggiunge peso a una situazione già gravosa.
La confusione nasce spesso quando si usa inferire in contesti emotivi, come se fosse un sinonimo di insinuare o supporre con malizia. Ma inferire non ha sfumature morali: è un verbo neutro, tecnico, quasi matematico. Infierire, al contrario, è carico di pathos: implica intenzione, insistenza, una certa dose di spietatezza.
Nei manuali di retorica ottocenteschi si trovano ammonimenti contro l’uso improprio di inferire, che veniva talvolta confuso con infierire nei testi giornalistici più concitati. Sembra, in proposito, che alcuni correttori di bozze dell’epoca si siano imbattuti in frasi come il generale inferì sul nemico dove era evidente che l’autore voleva dire infierì. L’errore trasformava un massacro in un sillogismo: un esempio perfetto di come una sola vocale possa cambiare la natura di un verbo e, con questa, la natura di un’intera frase.
La scorrevolezza dei due verbi è diversa anche nel ritmo: inferire ha un andamento più morbido, quasi analitico; infierire ha una sonorità più dura, con quella f che si apre e quella r che insiste. Non è un caso che infierire compaia spesso in contesti drammatici, narrativi, emotivi, mentre inferire resta confinato nei territori del ragionamento, della logica, della scienza, della giurisprudenza.
A conclusione di queste noterelle, la distinzione è semplice ma decisiva: inferire appartiene alla mente; infierire appartiene all’azione. Inferire è un verbo che porta dentro una conclusione; infierire è un verbo che porta oltre una ferita. Confonderli significa spostare un discorso da un piano razionale a uno violento, o viceversa, con effetti comici o tragici a seconda del contesto. La lingua, che è precisa quando vuole esserlo, qui chiede solo un po’ di attenzione: una vocale, un significato, un mondo diverso.
(Le immagini presenti in questo articolo sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

Nessun commento:
Posta un commento