Analisi storico‑lessicale di una voce dell’uso
La famiglia di scafare e scafato è più complessa di quanto sembri, perché nasce in un’area linguistica dove i verbi di “scopertura”, “sgusciatura”, “scorticatura” e “scavo” si sovrappongono, si contaminano e si influenzano reciprocamente. La voce scafare è attestata nell’Italia centro‑meridionale con il significato concreto di “sgusciare, levare la buccia, togliere il guscio”, e questo è il punto fermo: la base semantica è la privazione di una copertura naturale. Da qui derivano gli usi tecnici in cucina (mandorle scafate, semi scafati, molluschi scafati) e quelli nautici (barca scafata, scafo messo a nudo), dove l’oggetto scafato è reso pronto, maneggiabile, operativo.
Il nodo etimologico è stabilire da dove provenga scafare. La proposta tradizionale che lo collega a cappa (lat. cappa, “mantello, copertura”) è suggestiva, perché la metafora della copertura tolta è perfettamente coerente con gli usi concreti e figurati. Tuttavia, questa derivazione non è documentata in modo diretto: è una ricostruzione analogica, non una certezza. La parentela con l’antico scappare nel senso di “togliere la cappa” è possibile, ma non verificabile con sicurezza. È una pista, non una conclusione.
Una seconda ipotesi, spesso richiamata per via della forma, collega scafare alla famiglia di scafo e scafandro, intesi nelle loro accezioni moderne. Se considerata in questo modo, la parentela non regge: scafare non significa “rendere scafo”, né “mettere in scafo”, e la semantica non coincide. Diventa un falso amico etimologico, in cui la somiglianza fonetica superficiale non implica una reale derivazione.
Più promettente è invece la connessione con una serie di voci dialettali meridionali che indicano l’atto di “scavare, svuotare, togliere materia”, come scafare nel senso di “svuotare un frutto”, “togliere la polpa”, “levare il contenuto”. Qui la semantica si fa vicina, evidenziando il rischio di confondere due famiglie: quella di scavare (lat. excavare) e quella di scafare. Le due aree si toccano, ma non si sovrappongono completamente. È molto probabile che vi sia stata una contaminazione popolare, cioè che l’uso concreto abbia avvicinato due verbi foneticamente affini, creando un’area di significati condivisi, fenomeno tutt'altro che raro nei dialetti centro‑meridionali.
La spiegazione più solida, oggi, è quella che considera scafare come un verbo parasintetico nato da una base nominale ben precisa, legata alla “copertura” o al “guscio”. Nell'Italia centrale e meridionale, infatti, è ancora vivo l'uso del sostantivo scafa (o scaffa) per indicare specificamente il baccello delle leguminose, in particolare della fava. Sotto il profilo etimologico, questa voce risale plausibilmente – attraverso il latino – al greco skáphē o skáphion, termini che designavano un oggetto incavato, una vaschetta o un guscio. Questa radice classica rivela che l'idea di "svuotare" e quella di "guscio/baccello" non si sono incontrate per caso, ma condividono un'origine comune, in cui il baccello è inteso proprio come il recipiente naturale che racchiude il seme.
Da un nome di questo tipo, il verbo scafare (“togliere la scafa”, ovvero sgranare le fave, privare il frutto della sua scorza) emerge come una formazione del tutto naturale. Questa ricostruzione ha il vantaggio di spiegare in modo organico la semantica: ciò che è scafato è privato della sua protezione nativa, messo a nudo. Proprio da questa base concreta si sviluppa, per estensione metaforica, l’uso riferito alla persona: lo scafato è colui che ha perso la “scorza” dell’ingenuità, che è stato in qualche modo sgusciato dalla vita, esposto, temprato. Come il frutto scafato è pronto all’uso, così il soggetto scafato è pronto ad affrontare situazioni complesse, non più vulnerabile come chi è ancora “nel baccello”.
Nell’italiano dell’uso, soprattutto in area centro‑meridionale, scafato viene così a significare “esperto, smaliziato, difficilmente ingannabile”. La metafora resta leggibile: chi è scafato non ha più la buccia dell’inesperienza, riconosce le trappole, ha già visto e imparato. Si dirà, per esempio: “È troppo scafato per cadere in una trappola del genere”, oppure “Parlano con lui come se fosse un novizio, ma è scafato da anni”, o ancora “Una trattativa così richiede qualcuno scafato”. In tutti questi casi, il tratto centrale non è solo l’intelligenza, ma l’esperienza accumulata, la capacità di non farsi sorprendere.
Il percorso che porta dalla scorza alla scaltrezza è dunque lineare: dal gesto concreto di togliere il guscio, si passa alla biografia di chi ha perso la scorza dell’ingenuità e, proprio per questo, è diventato più vigile, più accorto, più difficile da ingannare.
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Pressappoco e pressoché
Cortese direttore del portale, vorrei sottoporle un quesito riguardante due forme dell’italiano che, pur presentando una struttura apparentemente analoga, mostrano un diverso comportamento grafico. Mi riferisco a pressappoco, che reca il raddoppiamento della consonante iniziale della parola successiva, e a pressoché, che invece non presenta alcun raddoppiamento. Il quesito è il seguente: per quale motivo pressappoco raddoppia la consonante iniziale del secondo elemento, mentre pressoché non fa altrettanto?
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che vorrà dedicare alla presente.
Francesco Saverio Scalzo
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Gentile signor Scalzo,
la ringrazio per il quesito, che tocca un punto interessante della storia fonosintattica del lessico italiano.
La forma pressappoco discende dalla locuzione presso a poco. Nella pronuncia corrente, la preposizione a tende a indebolirsi o a cadere, e la consonante iniziale della parola seguente si rafforza. Si tratta del raddoppiamento fonosintattico, fenomeno ben attestato nella nostra tradizione linguistica. La grafia registra dunque un esito fonetico reale.
La forma pressoché, invece, proviene dalla sequenza presso che. In questo caso la congiunzione che non gemina il raddoppiamento nella norma dell’italiano standard. La fusione è di tipo grafico: la vocale finale della prima parola si lega alla successiva senza produrre rafforzamento consonantico. Le varianti storiche con consonante intermedia, come pressocché, non hanno fondamento fonologico e non sono state accolte dalla tradizione, anche se presenti in alcuni vocabolari dell’uso.
In sintesi, pressappoco raddoppia la consonante perché nasce da una sequenza che, nella pronuncia, genera rafforzamento; pressoché non raddoppia perché la parola successiva non lo innesca. In parole terra terra: la preposizione a è uno dei contesti classici che attivano il raddoppiamento; la congiunzione che non lo attiva.
(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

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