sabato 11 luglio 2026

Potare e potabile: due parole che si sfiorano senza toccarsi

  Storia di un’omonimia ingannevole fra la lama che mondava la vite e l’acqua che disseta l’uomo

La lingua italiana è un labirinto affascinante, in cui parole nate da radici lontane finiscono talvolta con incontrarsi sotto lo stesso suono, generando cortocircuiti suggestivi. È ciò che accade con potare e potabile: da un lato l’azione di recidere rami o erba, dall’altro la qualità dell’acqua che possiamo bere. A un ascolto superficiale, l’orecchio potrebbe immaginare un legame nascosto, come se l’acqua potabile fosse un’acqua “sfoltita” dalle impurità, resa limpida attraverso una sorta di potatura. L’immagine è seducente, ma la storia etimologica racconta tutt’altro: i due lessemi non condividono alcuna parentela genetica e la loro vicinanza fonetica è un prodotto tardivo dell’evoluzione linguistica.

Per chiarire la questione, è necessario partire dal verbo potare nel senso di tagliare o recidere. Il sintagma verbale deriva dal latino putare, che significava mondare, pulire, rendere netto il tronco e i rami, soprattutto della vite. Nel passaggio all’italiano, la vocale breve u è evoluta in o, modificando la forma ma non il nucleo semantico. Potare indica l’atto di eliminare rami superflui, secchi o malati, non per danneggiare la pianta, ma per regolarne la crescita, migliorarne l’aspetto e convogliare le energie verso una fruttificazione più vigorosa.

Da questo significato originario si sviluppano gli usi figurati: in economia si “potano i rami secchi” per eliminare settori improduttivi o spese superflue; in scrittura si “potano i testi” per sforbiciare ridondanze, aggettivi inutili, divagazioni, restituendo uno stile snello e funzionale. La stessa radice latina, intesa come operazione di pulizia mentale e chiarificazione, ha generato verbi legati all’intelletto: computare, reputare, deputare, tutti segnati dall’idea di valutare, contare, assegnare.

Il discorso cambia radicalmente con potabile. Qui il legame con il bere è diretto e non ha nulla (a) che vedere con il taglio. L’aggettivo risale al tardo latino potabilis, derivato dal verbo potare (con o lunga), “bere”. Il verbo si collega a un’antica radice indoeuropea relativa alla deglutizione di liquidi, la stessa che in greco ha prodotto píno. Da questo ceppo derivano pozione, bevanda medicamentosa o magica; l’arcaico potione; simposio, che significa letteralmente “bere insieme” e richiama i banchetti in cui vino e dialogo convivevano.

L’accezione moderna di potabile è tecnica e biologica: indica un’acqua, o più raramente un altro liquido, che ha requisiti fisici, chimici e microbiologici tali da poter essere ingerita in sicurezza. La formula è cristallizzata nei cartelli presso fontane e sentieri: “acqua potabile” rassicura sulla purezza della fonte, “acqua non potabile” avverte del rischio di contaminazioni. In uso figurato, l’aggettivo può estendersi a contenuti che, pur non eccellenti, risultano comunque assimilabili: una lezione noiosa può diventare “potabile” grazie alla bravura del relatore.

Considerati insieme, i due lessemi mostrano con chiarezza che la loro somiglianza è solo fonetica. L’italiano ha mutato la u di putare in o e ha conservato la o di potare “bere”, creando un’ambiguità che non esisteva per i parlanti latini. Distinguere la genealogia di potare e potabile è un modo per riconoscere la precisione della lingua: da un lato l’azione della lama che seleziona e rigenera eliminando il superfluo, dall’altro la natura vitale del liquido che disseta e sostiene l’esistenza. Due mondi semantici distinti, che il caso ha fatto risuonare sotto il medesimo abito fonetico.

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Qualche cosa e qualcosa


 
Alcuni vocabolari attestano ‘qualcosa’ di genere femminile, altri di genere maschile, altri ancora di ambo i generi. Vediamo un po’ di fare chiarezza. Intanto è un pronome indefinito ed è la forma sincopata di ‘qual(che) cosa’ e per il suo valore indeterminato è considerato di genere neutro, quindi maschile: qualcosa è stato fatto; qualcosa non è andato per il verso giusto. In grafia univerbata, come forma contratta di qualche cosa, è preferibile, dunque, consideralo sempre di genere maschile. Sarà tassativamente femminile, invece, in grafia scissa (cosa, infatti, è di genere femminile): qualche cosa è stata fatta, qualche cosa non è andata per il verso giusto. In una parola sola gli alterati, che sono di genere femminile: qualcosina; qualcosetta; qualcoserella; qualcosellina; qualcosuccia.










(Le immagini sono state reperite in Rete. Se, pur essendo state pubblicate in buona fede, violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 









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