giovedì 2 luglio 2026

Il ritorno degli aggettivi “pensanti”

 Quattro forme non attestate nei vocabolari che restituiscono alla lingua la sua antica capacità di giudicare, distinguere, vibrare

Ogni lingua, nel suo cammino, produce forme che non sempre trovano accoglienza nei vocabolari, non perché siano difettose o improprie, ma perché la tradizione lessicografica registra solo una parte delle possibilità espressive realmente disponibili. L’italiano, in particolare, ha progressivamente ridotto la produttività del suffisso ‑evole, un esito romanzo del latino ‑ibilis, preferendo nel tempo la neutralità di ‑abile e ‑ibile, suffissi più adatti a descrivere la semplice possibilità dell’azione che non la sua qualità intrinseca. Eppure, proprio in questa zona meno frequentata del lessico, si conservano potenzialità semantiche preziose: parole che, pur non attestate nei dizionari, sono perfettamente legittime, trasparenti e capaci di restituire alla prosa una densità meditativa che l’italiano contemporaneo tende a smarrire. 

Tra queste formazioni si collocano premievole, accudievole, condividevole e diffidevole, aggettivi che recuperano la forza valutativa del suffisso ‑evole e la riportano al centro della scrittura letteraria e saggistica. Vediamo, dunque.

Premievole nasce dal verbo premiare e indica colui (o ciò) che merita intrinsecamente un premio per il suo valore morale o per la sua nobiltà. Oggi si ricorre a premiabile, termine corretto ma freddo, quasi amministrativo, adatto a un bando o a una graduatoria. Premievole, invece, conferisce dignità etica: un gesto può essere premievole quando possiede una virtù che esige riconoscimento, sulla scia di meritevole o lodevole. Si potrà dire, per esempio, che la sua rinuncia silenziosa fu un atto profondamente premievole, oppure che la scelta di aiutare chi non aveva voce apparve a tutti un comportamento premievole. L’aggettivo non descrive solo la possibilità di essere premiati, ma la qualità morale che rende quel premio giusto.

Accudievole deriva da accudire e designa chi è dedito per natura alla cura, all’assistenza e alla protezione premurosa degli altri. La lingua dispone di sollecito o premuroso, ma nessuno dei due coglie l’inclinazione profonda, quasi vocazionale, di chi si fa carico del benessere altrui. Accudievole segue la stessa trafila di arrendevole o cedevole, indicando una disposizione stabile della persona. Si dirà che era un uomo accudievole, sempre pronto a sostenere chi vacillava, oppure che la sua presenza accudievole trasformava ogni difficoltà in un compito condiviso. L’aggettivo individua una qualità interiore, non un semplice comportamento occasionale.

Condividevole, formato da condividere, significa ciò che merita di essere condiviso perché unisce spiritualmente o intellettualmente le persone. Condivisibile appartiene alla sfera della logica e dell’assenso razionale; condividevole sposta l’asse sulla dimensione affettiva, indicando qualcosa che vibra all’unisono con l’animo di chi lo riceve. Una scelta può essere condividevole quando suscita comunanza, non solo accordo; un sentimento può essere condividevole quando crea risonanza emotiva. Si potrà affermare, per esempio, che la sua gratitudine era così limpida da risultare immediatamente condividevole, oppure che quella decisione, pur difficile, apparve condividevole perché nasceva da un senso profondo di giustizia. L’aggettivo restituisce alla condivisione la sua radice umana.

Diffidevole, infine, deriva da diffidare e indica chi è strutturalmente incline al sospetto, restio per natura a concedere fiducia. Diffidente è un termine comune, ma spesso descrive un atteggiamento transitorio, legato a una situazione. Diffidevole, invece, scolpisce un tratto permanente del carattere: una rigidità psicologica o etica che spinge a porsi sempre in guardia. Diremo che era un uomo diffidevole, incapace di abbandonarsi completamente all’altrui parola, oppure che la sua indole diffidevole lo spingeva a verificare ogni dettaglio prima di concedere assenso. L’aggettivo definisce una postura interiore, non un semplice stato d’animo.

Queste formazioni non nascono per colmare un vuoto, ma per restituire alla lingua una sfumatura che l’italiano moderno ha progressivamente attenuato: la capacità di esprimere giudizi di valore attraverso la morfologia stessa. Ripristinare il suffisso ‑evole significa recuperare una prosa riflessiva, meditata, capace di distinguere tra la mera possibilità dell’azione e la qualità che la rende degna, virtuosa, condivisibile o sospetta. Premievole, accudievole, condividevole e diffidevole sono, dunque, parole pienamente sorreggibili dalla struttura dell’italiano: trasparenti, coerenti, e soprattutto utili a chi desidera una scrittura più precisa, più intensa, più profondamente umana.

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La lingua “biforcuta” della stampa


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