sabato 17 maggio 2025

Il tesoro linguistico di Parolonia


In un borgo del regno di Parolonia ogni vocabolo aveva un suo colore e una sua forma. Alcune parole erano soffici e rotonde, come ciambella e morbido, altre appuntite e taglienti, come spigoloso e acuto. Ma c’erano termini che nessuno capiva davvero, parole strane, misteriose, buffe, stravaganti.

Il giovane conte Baldo, studioso appassionato della lingua, aveva sempre avvertito una fascinazione particolare per queste parole insolite. Fin da bambino, si divertiva a immaginare che ogni vocabolo nascesse da una storia segreta, da un frammento di vita dimenticato nei secoli. Ora, diventato un ricercatore instancabile, decise di intraprendere un viaggio alla ricerca di parole più singolari del regno.

Si imbatté subito in gattabuia (dal latino cavea buia, “gabbia oscura”). Sentendo il termine, Baldo si fermò un istante, rabbrividendo al pensiero delle celle umide e buie delle prigioni medievali. Gli tornò in mente un racconto sentito anni prima: nei piccoli borghi italiani si diceva scherzosamente che chi finiva in prigione fosse "andato a trovare i gatti". Il giovane conte si domandò se quel detto avesse contribuito a dare forma alla parola stessa.

Poi incontrò scarabocchio (probabilmente dal francese escarbot, “scarabeo”). Baldo rimase affascinato dalle storie degli amanuensi medievali che, stanchi di copiare manoscritti, riempivano i margini con segni disordinati. Il suo cuore si accese d’entusiasmo: non erano solo tratti casuali, ma frammenti di creatività spontanea, ribellione silenziosa contro la rigidità del compito. Si immaginò uno di quegli amanuensi, chino sulla pergamena, lasciar vagare la mano in un impulso artistico improvviso.

Proseguendo, Baldo incrociò abbozzare (verbo parasintetico derivato da bozza, documentato già nel XVI secolo). Incontrando l’anziano fabbro del villaggio, il conte fu rapito dal suo racconto: nel Rinascimento, gli scultori usavano questo termine per indicare il primo colpo dato al marmo, un abbozzo che lasciava intuire la futura forma della statua, ancora grezza e imperfetta. Baldo si perse per un istante nei suoi pensieri, riflettendo su quanto la parola abbozzare potesse rappresentare l’essenza della creazione stessa, un inizio incerto, un sogno ancora da definire.

Ma la parola più enigmatica che colpì Baldo fu strampalato (la cui etimologia è incerta; secondo alcuni studiosi potrebbe derivare dal longobardo stramb, “sbilenco, disordinato”). Il giovane conte rise tra sé e sé quando sentì la storia dei mercanti eccentrici che vendevano merci insolite e venivano chiamati strambalati. Gli parve quasi di vederli: uomini esuberanti, dalla parlantina veloce e imprevedibile, con mercanzie bizzarre stipate nei loro carretti. Baldo, che aveva sempre avuto uno spirito curioso e un po' fuori dagli schemi, sentì che quella parola lo rispecchiava più di quanto avesse immaginato.

Scoprì poi pasticcio (dal latino popolare pastīcium, derivato di pasta), il termine nacque nelle cucine rinascimentali, quando i cuochi mescolavano vari ingredienti per creare piatti improvvisati. Baldo era cresciuto con il gusto per le parole e anche per i sapori, così gli parve quasi di sentire il profumo di una torta sfogliata, un capolavoro culinario nato dall’improvvisazione. E pensò che il linguaggio fosse proprio come la cucina: un insieme di elementi mescolati con fantasia, creatività e un pizzico di azzardo.

Infine, il conte Baldo si lasciò incantare dalla storia della tarantella (forse dal nome della città di Taranto, ma anche legata alla tarantola). Quando seppe della credenza popolare secondo cui il morso della tarantola provocava una frenesia curabile solo ballando, si ritrovò a immaginare uomini e donne che, senza scelta, si abbandonavano al ritmo della danza per scacciare il veleno dal corpo. In quel momento Baldo capì che le parole non erano solo segni su un foglio, ma vibrazioni, movimenti, musica.

Alla conclusione del suo viaggio, Baldo si rese conto di aver intrapreso un cammino che andava ben oltre lo studio linguistico. Aveva scoperto che ogni parola possiede un’anima, un suono che ne riflette la storia, un’essenza nascosta. Decise allora di raccontare a tutti il suo istruttivo viaggio, affinché nessuna parola curiosa fosse mai dimenticata. E così Parolonia divenne un luogo dove le parole non solo venivano pronunciate, ma anche celebrate come piccoli tesori linguistici da tramandare ai posteri.




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Intùito e intuìto

Si presti attenzione ai due termini perché spesso si confondono. Il primo, con l’accento sulla “u”, è un sostantivo e vale “capacità di comprendere”; il secondo, con l’accento sulla “i”, è il participio passato del verbo intuire (capito, compreso).






 


venerdì 16 maggio 2025

Dai banchi di scuola all’università: scolaro, alunno, studente – alla scoperta dei tre lessemi


Le parole che usiamo per indicare coloro che studiano rivelano molto più di quanto sembri. Scolaro, alunno e studente sono tre termini che, pur essendo spesso considerati sinonimi, hanno origini diverse e vengono impiegati in contesti specifici. Comprenderne le sfumature ci permette di cogliere meglio il percorso educativo di ciascun individuo e di apprezzare come la lingua rifletta l’evoluzione dell’apprendimento.

Lo scolaro deriva dal tardo latino scholaris, che indicava chi frequentava una schola, ovvero una scuola. Nell’uso moderno si riferisce agli studenti della scuola primaria, evidenziando una fase iniziale dell’educazione in cui l’apprendimento è guidato e strutturato dagli insegnanti. Questa fase è caratterizzata da un accompagnamento continuo, con un metodo didattico prevalentemente basato sull’acquisizione delle basi della conoscenza.

L’alunno, invece, ha un’origine ancora più affascinante: proviene dal latino alumnus, participio passato del verbo alere, che significa “nutrire” o “allevare”. Questo termine suggerisce l’idea di un’educazione come processo di crescita, in cui lo studente viene “nutrito” intellettualmente e moralmente dai docenti. Nel sistema scolastico italiano, l’alunno è colui che frequenta la scuola secondaria di primo grado, ovvero la scuola media, un periodo di transizione in cui si acquisisce maggiore autonomia nello studio e si comincia a sviluppare un pensiero critico più strutturato.

Infine, lo studente deriva dal latino studens, participio presente del verbo studere, che significa “applicarsi con zelo” o “dedicarsi con impegno”. Il termine esprime il concetto di un apprendimento attivo e autonomo, tipico di chi frequenta la scuola secondaria di secondo grado, come licei e istituti tecnici, e l’università. In questa fase, lo studio assume un carattere più specialistico e mirato alla formazione professionale o accademica, favorendo un approccio sempre più indipendente alla conoscenza.

Questa distinzione riflette non solo le diverse fasi dell’educazione, ma anche una graduale evoluzione del ruolo dello studente. Lo scolaro è ancora seguito da vicino dagli insegnanti, l’alunno sviluppa una crescente indipendenza, mentre lo studente è chiamato a gestire autonomamente il proprio percorso di apprendimento.

La lingua, con le sue sfumature, racconta non solo la realtà, ma anche il modo in cui la società percepisce l’educazione. Scegliere il termine giusto non è solo una questione di correttezza linguistica, ma anche di precisione nel descrivere l’esperienza formativa di ciascuno.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Nel motto di Leone XVI la chiave per capire il suo papato

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Ci piacerebbe conoscere il profilo dei due precedenti pontefici (XIV e XV).






giovedì 15 maggio 2025

Cercare è un’arte, trovare è una vittoria: Il segreto dei due verbi

 

Nella lingua e nella vita, cercare è lo slancio della scoperta, trovare è la soddisfazione dell’arrivo. Due verbi: un viaggio tra speranze, intuizioni e rivelazioni. Esploriamo, attraverso queste noterelle, il sottile confine che li separa e li unisce.

I verbi cercare e trovare sono spesso ritenuti “identici”, hanno, invece, significati distinti e sfumature che li rendono unici. Cercare rappresenta l’azione di ricerca, lo sforzo messo in atto per individuare qualcosa, senza avere la certezza di riuscirci. Trovare, invece, indica l’esito positivo di tale ricerca, il momento in cui l’oggetto desiderato viene finalmente individuato.

L’etimologia di questi verbi aiuta a comprenderne l’essenza. Cercare ha origine dal latino circare (‘andare intorno’), verbo che in passato indicava l’atto di esplorare, indagare, perlustrando un’area in cerca di qualcosa. Era legato a un movimento fisico, quasi a un vagare metodico alla ricerca di un obiettivo. Trovare proviene dal latino medievale tropare (‘comporre un’aria’); inizialmente apparteneva, infatti, al campo poetico e musicale, con il senso di “comporre, inventare versi”. Solo con il trascorrere del tempo ha acquisito l’accezione di “individuare qualcosa”, di “scoprire ciò che veniva cercato”.

Questi due verbi si prestano, dunque, a numerose sfumature e usi particolari. Cercare viene spesso adoperato per esprimere un’intenzione, uno sforzo, un desiderio di raggiungere un determinato scopo. Si può cercare un oggetto smarrito, ma si può anche cercare di comprendere, cercare di migliorarsi, cercare un’opportunità e simili. L’elemento comune è il medesimo: un movimento mentale o fisico orientato a un obiettivo, senza alcuna garanzia di riuscita.

Trovare, invece, assume un valore più concreto e definitivo. Si trova ciò che veniva cercato, ma il verbo in oggetto può esprimere anche un giudizio, una valutazione personale. Dire, per esempio, trovo interessante questo libro non implica una ricerca nel senso stretto del termine, bensì l’individuazione di una qualità o caratteristica ritenuta positiva. Questo uso è molto frequente e permette di esprimere pensieri e opinioni con naturalezza.

Nella lingua scritta e in quella parlata cercare e trovare si combinano spesso in modi interessanti. Si può dire ho cercato le chiavi per ore e finalmente le ho trovate, dimostrando la naturale relazione tra il processo e il risultato. Si può anche affermare cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose, ma non sempre lo trovo, esprimendo, in tal modo, una difficoltà nel passaggio tra l’azione e la riuscita.

L’italico idioma è ricco di espressioni che includono questi verbi. Vediamone qualcuna. Cercare il pelo nell’uovo: indica un atteggiamento estremamente pignolo, la tendenza a focalizzarsi su dettagli irrilevanti; trovare pane per i propri denti: suggerisce l’idea di affrontare una sfida adeguata alle proprie capacità, un ostacolo che mette alla prova senza essere insuperabile. Questi idiomatismi rivelano quanto profondamente i verbi cercare e trovare siano radicati nella lingua e nella mentalità italiana.

Per concludere. La distinzione tra questi verbi è chiara e affascinante. Cercare rappresenta il movimento, l’intenzione, la speranza di individuare qualcosa. Trovare, invece, è il compimento di questo sforzo, la soddisfazione del desiderio di conoscenza o di possesso. Adoperarli correttamente permette di esprimersi con precisione e di valorizzare al meglio le sfumature della nostra amata lingua italiana.



mercoledì 14 maggio 2025

Il ponte delle scelte: torcere per creare, storcere per rovinare

 

Anni e anni or sono nel cuore di un antico regno vivevano due maestri nell’arte della lavorazione delle forme: Mastro Torto e Mastro Storto. Entrambi erano molto abili, ma avevano tecniche opposte.

Il primo seguiva un principio preciso: ogni torsione doveva rafforzare e dare stabilità agli oggetti. Il suo mestiere derivava dal latino torquere, che significa girare con forza, piegare senza rovinare. Se una corda era troppo fragile, lui la torceva, rendendola più resistente e durevole. Le sue corde ben torte venivano utilizzate per costruire ponti sospesi e per le reti dei pescatori.

Anche il ferro, nelle sue abili mani, acquistava maggiore solidità: torcendo il metallo creava lame più forti e robuste. Perfino le massaie si rivolgevano a lui, perché con un gesto esperto riusciva a torcere i panni bagnati eliminando l’acqua senza danneggiare il tessuto.

Mastro Storto amava, invece, modificare la forma naturale delle cose. Anche la sua arte derivava dal latino extorquere (‘piegare con forza’); il prefisso “s-” enfatizza l’idea di alterazione e distorsione innaturale.

Se qualcuno gli chiedeva di forgiare una chiave, per esempio, il suo tocco eccentrico la storceva così tanto da non entrare più nelle serrature. Una volta scolpì una statua dal volto talmente strano che chiunque la osservava, storcendo il naso, non capiva se fosse arte o errore.

Una volta un contadino gli chiese di rinforzare il manico della sua zappa, ma Mastro Storto, nel tentativo di renderlo originale, storcendo il legno, finì col creare un'impugnatura sbilenca e scomoda.

Un giorno, il re affidò ai due un compito cruciale: costruire un ponte sopra il grande fiume. Mastro Torto si mise subito al lavoro torcendo le corde e imprimendo loro una robustezza tale da resistere alle correnti più impetuose. Mastro Storto, invece, volle dare il suo tocco personale: storse le travi creando una struttura inclinata e irregolare.

Quando il ponte fu terminato, il Re e i suoi consiglieri lo attraversarono. All’inizio, tutto sembrava stabile grazie alle corde ben torte, ma dopo pochi passi, camminando sulle travi storte, il gruppo cominciò a perdere l’equilibrio.

Un cortigiano, vedendo il pericolo, storse la bocca ed esclamò: Maestà, questo ponte traballa!

Il re osservò il lavoro e, rivolgendosi agli astanti, disse:

Vedete la differenza? Le corde ben torte hanno reso il ponte solido, ma le travi storte lo hanno indebolito. Torcere rafforza e stabilizza, storcere altera e rende instabile. Entrambi i mastri possono servire, anzi servono, ma solo se usati con giudizio.

Da quel giorno, nel regno tutti impararono la distinzione tra i due verbi: Torcere per dare solidità e forma. Storcere per deformare e deviare. Prima di allora alcuni erano convinti che “storcere” fosse la forma intensiva di “torcere”; altri che i due verbi fossero varianti dell’altro e li adoperavano indifferentemente. Ma non è così, per l’appunto.

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All’ieri o allo ieri?

Tra allo ieri e all'ieri, la forma più naturale e armoniosa è allo ieri. Anche se ieri è un avverbio di tempo e di solito gli avverbi non richiedono un articolo la preposizione articolata allo aiuta a evitare una pronuncia meno scorrevole. Nella forma cristallizzata, però, si usa all'ieri.

La lingua italiana tende a evitare combinazioni di suoni che risultino cacofoniche o difficili da pronunciare. All'ieri" unisce due vocali ("i" e "e") creando una sonorità meno fluida. Al contrario, "allo ieri" introduce l'articolo "lo", che rende la transizione più naturale e gradevole.

Se fosse solo una questione di cacofonia, dovremmo mettere in discussione anche forme come all'età o all'unione, che, però, non causano difficoltà nel parlato. Questo dimostra che la lingua non segue solo la sonorità, ma anche schemi consolidati che ne garantiscono la chiarezza e la coerenza. Per questo motivo, allo ieri è, almeno per chi scrive, la scelta più elegante e preferibile.






martedì 13 maggio 2025

Parlare con sicurezza: il ruolo dei verbi ‘assertivi’ nella comunicazione

Nel linguaggio quotidiano e nei testi argomentativi alcuni verbi svolgono un ruolo cruciale nel trasmettere affermazioni con sicurezza e autorevolezza. Sebbene nei testi di lingua non vengano classificati specificamente sotto il nome di "verbi assertivi", essi sono ampiamente adoperati per rafforzare un concetto e per dare credibilità a un'idea. Questi verbi permettono di comunicare in modo deciso e privo di ambiguità, contribuendo a rendere il discorso più efficace e persuasivo.

Affermare la propria opinione con certezza è essenziale in molti ambiti, dal dibattito accademico alla retorica politica, dalla scrittura persuasiva alla comunicazione istituzionale. Verbi come affermare, sostenere, dichiarare, proclamare, ribadire, asserire, garantire, confermare, testimoniare e certificare hanno il potere di rafforzare il tono di un enunciato. Quando qualcuno dice, per esempio, affermo che questa scelta è la più vantaggiosa per il nostro futuro, trasmette una certezza che non dà adito ad equivoci. Lo stesso accade con enunciati tipo dichiaro ufficialmente l'inizio della competizione o sostengo fermamente che la conoscenza è/sia il pilastro del progresso, dove la struttura linguistica sottolinea la convinzione del parlante.

L'uso consapevole di questi verbi rende più incisiva la comunicazione. Chi riafferma, per esempio, un concetto con frasi come ribadisco il mio impegno per questa causa senza esitazione rafforza la propria posizione, mentre chi assicura un risultato proferendo garantisco che questa soluzione porterà benefici concreti trasmette affidabilità e sicurezza. Allo stesso modo, un'espressione come testimonio la validità di questa affermazione aggiunge un elemento di credibilità alla dichiarazione.

La scelta del verbo giusto dipende, dunque, dal contesto e dall'enfasi che si vuole 'trasmettere'. Alcuni verbi, come affermare e asserire conservano un tono neutro e professionale, mentre altri, come proclamare, designano solennità e imponenza. Comprendere la sfumatura di ciascun termine consente di adattare il proprio stile comunicativo alle esigenze specifiche di ogni situazione.

Sebbene nei manuali di linguistica, come accennato, non sia presente la categoria "verbi assertivi", è incontrovertibile che questi verbi hanno/abbiano un ruolo chiave nella costruzione di un discorso chiaro, autorevole e convincente. Chiunque desideri esprimersi con sicurezza e trasmettere le proprie opinioni con forza può trarre grande vantaggio dal loro uso strategico.





lunedì 12 maggio 2025

DALLA PERGAMENA AL SUONO: L'EVOLUZIONE DEL 'VOLUME'

 

Nel linguaggio quotidiano usiamo molte parole senza fermarci a riflettere sul loro percorso storico e sulle diverse sfumature di significato che hanno acquisito nel tempo. Alcuni termini, nati in contesti molto specifici, si sono evoluti fino a diventare indispensabili in numerosi ambiti, arricchendo, così, il nostro modo di comunicare. "Volume" è uno di questi: un vocabolo che, nel corso dei secoli, ha ampliato i suoi confini semantici, passando dalla pergamena degli scribi antichi alla fisica dello spazio, dalla potenza del suono alla misura di dati e affari.

L’origine del lessema in oggetto affonda le radici nel latino volumen, che indicava un rotolo di pergamena o papiro destinato alla lettura. E questo dal verbo volvere, che significa "girare, avvolgere", evocando il gesto di arrotolare o srotolare un testo scritto nell’antichità.

Da questa prima accezione legata alla forma fisica di un libro, il significato di "volume" si è adattato ai cambiamenti culturali e tecnologici, con nuove sfumature. Ancora oggi la parola viene usata, infatti, per indicare un tomo, un libro, o una sua parte.

L’evoluzione semantica ha poi portato "volume" a includere l’idea di spazialità e misura. Nella geometria e nella fisica il vocabolo designa la quantità di spazio occupata da un corpo tridimensionale, espressa in metri cubi o altre unità di misura. Questo uso conserva, indirettamente, il legame concettuale con la sua origine, poiché si riferisce a qualcosa di contenuto e definito nello spazio.

Un altro significato fa riferimento al suono: il "volume" indica l’intensità di un suono o di un segnale acustico. Questa accezione è nata con lo sviluppo delle tecnologie di registrazione e riproduzione sonora, dove l’ampiezza del suono ha trovato un termine adeguato proprio nella parola "volume". Oggi lo utilizziamo quotidianamente per regolare l’audio di dispositivi come radio, televisori e strumenti digitali.

Lo stesso termine, infine, viene impiegato in senso figurato per esprimere quantità generiche, come il "volume di affari" in economia o il "volume di dati" nel contesto informatico. Qui l’accezione è legata alla dimensione, alla quantità e alla capacità di contenere, conservando un filo concettuale con le sue origini.

A titolo conclusivo. L’evoluzione del sintagma "volume" è un chiaro esempio di come un termine possa trasformarsi e adattarsi alle esigenze culturali, tecniche e linguistiche. Partendo da un semplice rotolo di pergamena, oggi "volume" è parte del nostro vocabolario in molti ambiti, sempre con l’idea di qualcosa che si sviluppa nello spazio, nel suono o nella quantità.


sabato 10 maggio 2025

Sgroi – 196 - PAPA LEONE XIV: ITALOFONO TRA ANGLO-AMERICANO E SPAGNOLO

 


di Salvatore Claudio Sgroi


1. Un evento mondiale

Un evento decisamente mondiale l’elezione a papa del cardinale Robert Francis Prevost, da tutti chiamato Bob, col nome di Leone XIV, agostiniano, nativo anglo-americano di Chicago, con cittadinanza anche peruviana, poliglotta (spagnolo, italiano, francese, portoghese, tedesco), con nonni europei (francesi e spagnoli).


2. Neo-papa italofono anglo-americano

Il Neo-papa parlando un colto e fluente italiano rivela la sua origine anglo-americana dall’intonazione come anche dalla pronuncia, come rilevato da un attento amico e collega, nel pronunciare la “r” non vibrante (/sempre/, /braccia aperte/), che gli richiamava la pronuncia del nipotino tenessiano.


3. Gli “errori” di papa Leone XIV italofono

Nell’ottica di Eugenio Coseriu solo un parlante straniero può commettere “errori” parlando una lingua non nativa. E naturalmente tali usi sono estranei nel caso specifico agli italo-nativofoni (cfr. più avanti il caso di benedivo).


3.1. Errori per interferenza con l’anglo-americano

All’anglo-americano sono da riportare usi errati quali “cercare Ø infinito” anziché “cercare di + inf.” in “cercando sempre lavorare come uomini e donne fedeli a Cristo” nel discorso da piazza San Pietro 9 maggio, cfr. ingl. I tried to open the box ‘cercai di aprire la scatola’ (Ragazzini 2023).

E ancora il ridondante “conoscendo si sé stesso” (intervista-RAI Vaticano La Volta Buona 9.V.2025, a Stefano Ziantoni), richiama l’ingl. to know oneself (Ragazzini 2023).

Il passaggio da “raggiungere v. tr.” a “(raggiungere) a intr.” non è spiegabile nel discorso del 9 maggio se non con un sottinteso “giungere a”, mediato dall’ingl. to reach con duplice traducente it. a) ‘raggiungere’ e b) ‘giungere’ (cfr. Ragazzini 2023):

“Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse [reach] le vostre famiglie, [giungesse = reach] a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra”.

Anche la cancellazione dell’art. “i” nel sintagma “tutti [i] confratelli cardinali” in “voglio ringraziare anche tutti confratelli cardinali che hanno scelto me per essere successore di Pietro” (nello stesso discorso) rimanda all’ingl., p.e. “all Ø men are equal” ‘tutti gli uomini sono uguali’ (cfr. Ragazzini 2023).


3.2. Errori per interferenza con lo spagnolo

Trattandosi di un religioso che parla spagnolo, essendo stato per oltre un quindicennio missionario in Perù, a Chiclayo (1985-1999), è comprensibile che alcuni “errori” morfologici e morfo-sintattici siano dovuti all’interferenza con lo spagnolo. Continuità anche sul versante linguistico con papa Francesco?

Allo spagnolo è da riportare così il sintagma “con el incontro” anziché ‘con l’incontro’ in “Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con el incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace”, nel citato discorso, forma inevitabilmente corretta nelle citazioni giornalistiche, come “Il fatto quotidiano” 9 maggio, p. 2.

Il costrutto “pensare in” per ‘pensare a’ nell’enunciato “pensare molto in quello che [mio padre] mi diceva”, nella citata intervista, ricalca lo sp. pensar en, es. “no pensar en ciertas cosas” ‘non pensare certe cose’ (Grande Diz. di Sp. di Arqués-Padoan 2012).

Analogamente, nella stessa intervista, nell’enunciato “dubbi che potevano entrare” i.e. ‘venire’ sembra un’interferenza dello sp. caber ‘entrare’, es. no cabe duda ‘non c’è alcun dubbio’ (cfr. Arqués-Padoan 2012).

L’oggetto preposizionale post-verbale, tipico dello spagnolo (cfr. el hombre bendijo al joven, Arqués-Padoan 2012) appare una volta, nel citato discorso, ma non più ripetuto nello stesso costrutto:

“Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva a Roma! Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua”.

L’oggetto preposizionale è invece normalizzato senza la preposizione ne “Il fatto quotidiano” 9 maggio p. 2.

Così la base dell’avv. incondizional-mente anziché “incondizionata-mente” sempre nello stesso discorso “Dio ci ama tutti in condizional-mente”, richiama lo sp. incondicional-mente (Arqués-Padoan 2012) con identico suffisso, pur con l’“appui” dell’ingl. uncondional-ly (Ragazzini 2023). Una forma anche questa normalizzata ne “Il fatto quotidiano” p. 2.


3.3. Errori “idiolettali”

Un errore, per così dire idiolettale, è la presenza, nel citato discorso,dopo l’incertezza fra che e il quale, del relativo la quale col valore di ‘alla quale, a cui’:

“Possiamo tutti camminare insieme verso quella patria (che >il quale>) la quale [‘alla quale, a cui’] Dio ci ha preparato”.


3.4. Accento in latino

Leggendo un testo latino, papa Leone XIV una volta pronuncia piana l’espressione ˏonnipòtens, una volta invece sdrucciola onnìpŏtens, secondo l’accentazione latina e quella dell’ingl /ɒm’nɪpətənt/.


3.5. Uno pseudo-errore: benediva

Nel corso delle più volte ricordato discorso, papa Leone XIV ha detto:

“Papa Francesco che benediva a Roma; il Papa che benediva Roma, dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero”.

In un post Tiziana Maiolo ha scritto al riguardo: “Con tutto il rispetto per il nuovo papa, qualcuno di italiano [!] non poteva dirgli che si dice ‘benediceva’ e non ‘benediva’?”.

<https://x.com/tizianamaiolo/status/1920536500422250714>

Relativamente a tale scelta morfologica lo stesso amico e collega, di cui sopra, ha così commentato: “Ufficialmente è un errore”.

Tale giudizio è invero indizio di un atteggiamento, a dir poco, neopuristico. Mi permetto di osservare che non si tratta affatto di un errore, né nel senso di Coseriu, in quanto uso diffuso in italiano né dal punto di vista “laico”, perché uso non specifico dell’italiano popolare, ma diffuso presso i parlanti colti, da almeno Ariosto a Pascoli e oltre, come dimostrato già nella mia Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante (Utet 2010, pp. 59-60 e n. 2).

La [Regola-2] alla base della produzione della forma morfologica bened-iva si spiega – va ricordato -- con la percezione del parlante di bened-ire come voce semplice da cui bened-iva (cfr. accud-ire), rispetto alla [Regola-1] etimologica secondo cui bene-dire è invece voce composta “bene+dire > bene+diceva”



Sommario

1. Un evento mondiale

2. Neo-papa italofono anglo-americano 

3. Gli “errori” di papa Leone XIV italofono

3.1. Errori per interferenza con l’anglo-americano

3.2. Errori per interferenza con lo spagnolo

3.3. Errori “idiolettali”

3.4. Accento in latino

3.5. Uno pseudo-errore: benediva



















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




Parole senza confini: il fascino dell’italiano

 


La nostra lingua, cantabile per eccellenza, è un universo ricco di sfumature, musicalità e precisione lessicale. Ci sono parole che racchiudono concetti complessi con poche lettere, e altre che esprimono sentimenti e situazioni in modo così vivido da risultare quasi intraducibili in altre lingue.

Prendiamo magari, per esempio. Questo termine versatile può significare speranza (Magari domani farà bello!), possibilità (Potremmo andare al cinema, magari dopo cena.), o addirittura concessione (Se vuoi puoi uscire, magari non fare troppo tardi.). In inglese, spagnolo o francese non esiste un equivalente perfetto, e il contesto “decide” di volta in volta la sfumatura esatta.

Un'altra gemma linguistica è pantofolaio, vocabolo che definisce in modo immediato e quasi ironico chi ama rimanere a casa, senza slanci mondani o sociali. Un inglese potrebbe dire homebody, ma non avrebbe lo stesso suono evocativo di chi è attaccato alle proprie pantofole.

Poi c’è struggimento, che incapsula un dolore intenso ma allo stesso tempo dolce, una nostalgia carica di emozioni profonde. Non è semplicemente sadness o longing, perché include quella nota di tormento romantico che rende il vocabolo unico nella sua espressività.

Ma la nostra amata lingua italiana non si ferma qui: ha la capacità di catturare sfumature di emozioni, comportamenti e situazioni che spesso risultano difficili da rendere in altre lingue. Alcune parole, per esempio, sembrano contenere interi concetti, tanto da rendere impossibile tradurle con un semplice equivalente.

Pensiamo, in proposito, al verbo commuovere. In italiano ci si può commuovere per un film, per un racconto, per un gesto gentile o per un ricordo che riaffiora con dolcezza. Significa, quindi, essere toccati emotivamente, ma senza la pesantezza della tristezza pura. L'inglese direbbe move emotionally, ma manca di quella sfumatura delicata che rende "commuovere" così speciale.

Un altro termine straordinario, ad avviso di chi scrive, è apericena, il perfetto equilibrio tra l’aperitivo e la cena, un momento conviviale che non designa un pasto completo. Questa usanza, tipicamente italica, racconta di socialità, leggerezza e piacere del cibo, e difficilmente altre lingue riescono a racchiuderlo in un solo vocabolo.

E che dire di spiluccare? Questo verbo descrive il gesto di mangiare un po’ qua e un po’ là, senza un vero pasto. Non è snacking, perché implica una componente quasi distratta, come quando si assaggiano piccoli bocconi senza impegno.

Un’altra parola intraducibile in altre lingue è sgamare, verbo tipico del linguaggio giovanile e informale. Sgamare qualcuno significa smascherare un trucco o una bugia, coglierlo sul fatto. In altre lingue servirebbero più parole per esprimere la medesima idea.

Queste parole dimostrano, insomma, quanto l’italiano sia una lingua che non solo comunica, ma dipinge veri e propri quadri emotivi e sociali con poche lettere. È un tesoro lessicale da preservare e da apprezzare ogni giorno.

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Avere il caffo

L'espressione che avete appena letto è un modo di dire poco conosciuto, diffuso, sembra, nel Sud Italia. Viene adoperata per indicare qualcosa di dispari, irregolare o privo del corrispettivo, come un calzino spaiato o un oggetto che manca del suo gemello. In senso figurato si può riferire anche alle persone, descrivendo chi, per un motivo o per un altro, si sente isolato o fuori posto.

L'origine del termine "caffo" non è del tutto chiara, ma alcuni studiosi lo collegano alla parola araba qahwa, da cui il nostro "caffè". In alcune accezioni antiche qahwa poteva riferirsi anche a qualcosa di scuro, opaco o irregolare, suggerendo un’idea di squilibrio. Altri lo mettono in relazione con la regione etiope di Kaffa, luogo d’origine del caffè, il che rafforzerebbe la connessione con il concetto di unicità e assenza di simmetria.

Ancora oggi, come accennato, in alcune zone dell’Italia meridionale questa espressione viene usata per descrivere oggetti spaiati o numeri dispari, ma anche per riferirsi a situazioni di scompenso o mancanza di armonia. È un frammento linguistico affascinante, testimone delle infinite sfumature della nostra bella lingua.

venerdì 9 maggio 2025

'Zibillare' e il segreto delle parole perdute

 

Da quando la Lingua Madre aveva inscritto il suo nome nel Grande Dizionario zibillare non aveva più smesso di vibrare tra le frasi dei poeti e le pagine degli scrittori. Si sentiva finalmente parte del lessico, una parola viva e in movimento. Ma qualcosa, nel profondo del Regno delle Parole, stava cambiando.

I discorsi erano diventati più brevi, le frasi più rigide, e alcune parole cominciavano a scomparire. Le metafore venivano accantonate, i sinonimi ignorati, e intere espressioni cadevano nell'oblio. Zibillare sentiva nell'aria un silenzio strano, come se il linguaggio stesso avesse smesso di respirare.

«Dove vanno le parole dimenticate?» si chiedeva, inquieto.

Fu allora che decise di andare alla ricerca del leggendario archivio delle parole perdute, un luogo misterioso dove si diceva fossero custoditi i lessemi che il tempo aveva cancellato.

Dopo un lunghissimo viaggio attraverso le biblioteche in rovina e le pergamene impolverate, giunse finalmente alle porte dell’archivio. Davanti a lui, una voce flebile sussurrò:

«Chi osa disturbare il sonno delle parole perdute?»

Era la Custode della Memoria, un'antica espressione mai più usata da secoli, che vegliava sul destino delle parole abbandonate.

«Sono Zibillare,» rispose il verbo, con fierezza. «Sono venuto a riportare la luce nel linguaggio!»

La custode lo osservò con occhi profondi e poi lo condusse all’interno dell’archivio. Zibillare rimase senza fiato: migliaia di parole dimenticate giacevano lì, in attesa di essere pronunciate ancora:

Aperiènte (che apre, stimola), Pòculo (coppa, bicchiere), Acceffare (afferrare con avidità), Rimpedulato (stanco, affaticato), Terriculóso (pauroso, timoroso)… Erano tutte lì, sospese nel tempo, private del loro significato.

«Il linguaggio cambia,» spiegò la custode. «Ma se nessuno usa queste parole, esse svaniscono.»

Zibillare comprese allora il suo vero destino: non bastava solo esistere, bisognava diffondere il movimento della creatività linguistica.

Decise, quindi, di zibillare tra le pagine dei libri, nei sogni dei poeti e nei pensieri di chi amava le parole. Si sarebbe mosso con energia, trascinando con sé ogni termine dimenticato, riportando in vita ciò che rischiava di perdersi per sempre.

E da quel giorno, in ogni angolo del Regno delle Parole, si udì un nuovo mormorio… parole che tornavano a vivere, zibillando tra le menti di chi non aveva paura di dare voce alla bellezza del linguaggio, riportando alla luce termini dimenticati e, nel contempo, crearne di nuovi alla bisogna.




giovedì 8 maggio 2025

"Zibillare", il suono che divenne parola

 

Nel cuore del vasto Regno delle Parole, dove i discorsi scorrevano come fiumi e i libri si innalzavano come montagne, viveva un piccolo verbo smarrito: zibillare.

Nessuno sapeva esattamente cosa significasse, e per questo nessuno lo usava. Non era nei dizionari, non compariva nei libri, e persino i poeti, nel dubbio, lo ignoravano. Era come un suono sospeso nel vento, impalpabile e incompiuto, in attesa di trovare il suo posto nel mondo.

Ma Zibillare non si arrendeva. Continuava a rimbalzare tra le frasi, a insinuarsi nei discorsi, a posarsi sulle labbra di qualche scrittore indeciso. Sapeva che, se solo avesse trovato il suo significato, sarebbe potuto diventare una parola importante. Ma il tempo passava, e il rischio di essere dimenticato aumentava.

Un giorno, deciso a cambiare il suo destino, si avventurò nei maestosi saloni della Accademia dei Lessicografi, il luogo sacro dove le parole venivano studiate, analizzate e certificate. Qui incontrò la venerabile Lingua Madre, la custode del linguaggio, colei che da secoli vegliava affinché nessuna parola perdesse il suo valore.

«Chi sei tu?» chiese la Lingua Madre, con voce solenne.

«Sono Zibillare,» rispose con entusiasmo, il verbo. «Non ho ancora un significato, ma sento che potrei essere utile!»

La Lingua Madre lo “scrutò” con attenzione, poi convocò i più grandi linguisti e studiosi del Regno. Per giorni e notti dibatterono sul misterioso suono, fino a quando un vecchio etimologo sollevò la pergamena del tempo e dichiarò:

«Zibillare potrebbe derivare da un antico dialetto dimenticato, forse una fusione tra il latino sibilare (fischiare, sussurrare) e l’espressione arcaica "zibì", usata un tempo nei villaggi per descrivere un movimento agile e imprevedibile! Potrebbe significare, dunque, l'atto di muoversi con energia, diffondendo idee e creatività in maniera spontanea!»

Gli accademici annuirono, affascinati. «Un verbo che incarna la libertà dell’invenzione!» esclamò un poeta. «Si può zibillare tra le idee, tra le emozioni, tra le parole mai dette!»

La Lingua Madre, contenta, sorrise. Con gesto solenne, prese una penna d’oro e iscrisse il verbo Zibillare nel Grande Dizionario. Il piccolo verbo non era più solo, e da quel giorno ogni parola dimenticata del Regno comprese che, con un po’ di coraggio e un pizzico di magia, anche il termine più insolito poteva trovare il suo posto tra le parole immortali.

Da allora, poeti e pensatori continuarono a zibillare nei loro mondi di creatività, e la lingua, sempre viva e in evoluzione, accoglieva con gioia ogni nuova parola che trovava il coraggio di farsi sentire.