mercoledì 23 settembre 2026

Voluminoso fuori, vuoto dentro: perché diciamo "pallonaro"


 L'esplorazione del lessico italiano rivela spesso come parole di uso quotidiano o colloquiale nascondano radici espressive affascinanti e stratificate. Tra queste, il lessema pallonaro rappresenta uno degli esempi più vividi di come il linguaggio popolare sappia trasformare un elemento concreto e materiale in un'efficace metafora del comportamento umano. Adoperato per “connotare” chi ha l'abitudine di inventare fandonie o ingigantire i fatti per fare impressione sugli altri, il termine si muove con disinvoltura tra il colore dialettale e la lingua nazionale, offrendo uno spaccato linguistico ricco di sfumature.

La parola nasce come derivazione diretta dal sostantivo pallone, a sua volta accrescitivo del germanico palla o balla. Formato con l'aggiunta del suffisso -aro - tipico del dialetto romanesco e delle parlate centro-meridionali per indicare mestieri o attitudini, come in benzinaro - il termine indicava originariamente il venditore o il fabbricante di palloncini e palloni. In ambito figurato, la sua nascita si lega strettamente all'atto del "gonfiare" d'aria una membrana sottile, un'immagine visiva che il popolo ha subito associato al meccanismo della narrazione esagerata o del tutto inventata.

Nel suo significato reale o letterale, dunque, il pallonaro è colui che maneggia, produce o vende palloni e palloncini nelle fiere e nelle piazze. Trasposto sul piano figurato, il sintagma assume la connotazione di mentitore spensierato, fanfarone o spaccone. A differenza dell'impostore o del truffatore, guidati da intenti dolosi o di guadagno illecito, il pallonaro agisce quasi sempre per vanità, per il piacere di stupire gli altri o per il semplice gusto di darsi importanza. Il pallonaro racconta storie che, proprio come un pallone, “si presentano” voluminose, colorate e appariscenti all'esterno, ma si rivelano piene soltanto di "aria fritta" non appena vengono scalfite dalla verifica dei fatti.

Nell'uso pratico e quotidiano, il vocabolo si presta a molteplici contesti conversazionali per descrivere persone o atteggiamenti privi di attendibilità. Si può dire, e.g. (per esempio): non credere a una sola parola di quello che ti dice Marco sulla sua nuova macchina, sai bene che è un pallonaro, oppure: ieri sera Luigi ha raccontato di aver pescato un tonno di cento chili, ma si tratta della solita sparata da pallonaro. Ancora, in ambito lavorativo o interpersonale, il termine viene adoperato per mettere in guardia qualcuno: non fare affidamento alle sue promesse per quel progetto, si è rivelato solo un grande pallonaro. Attraverso queste applicazioni, la parola continua a svolgere la sua funzione espressiva, restituendo con immediata efficacia il ritratto di chi preferisce la finzione della grandezza alla concretezza della realtà.

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La proposta etimologica qui esposta è aperta al confronto: se qualche linguista conosce spiegazioni diverse o più solide sotto il profilo documentario, è invitato a condividerle nei commenti. Ogni contributo sarà gradito.

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Ringraziamo il lettore e pubblichiamo

 Musa del buon dire, or tu risveglia


il nitido candore della frase,


che c'è una penna vigile che veglia


sulle disdegnate italiche case.


​Laddove il barbarismo s'insinua,


tra un anglicismo scialbo e un dire stracco,


s'erge solenne lo SciacquaLingua,


pronto a sferrare il lucido suo attacco.


​Non tollera la macchia del costrutto,


l'errore che divampa come incendio;


setaccia la parola, mondando tutto,


da aerofragio fino al misoponísta


ch'evita del frastuono il tristo stipendio.


​E svela con acutezza il giusto e il vero:


se un'opera fu scritta da un duetto,


non son già quattro mani ad aver concetto,


ma due soltanto guidano il pensiero.


​E giù di riga in riga, un gran fiorire


di termini rinati e neologismi:


il masegnatore che posa la pietra,


il ciattista persosi tra mille alchimie,


il vanveriere che parla senza meta.


​Lode a te, limpido lavacro e fonte,


che la favella nostra rendi pura,


che plachi le tempeste dell'analfabeta


e innalzi il verbo a nuova fioritura.


Un lettore affezionato

(Fin dai tempi del “Cannocchiale”)




(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

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