sabato 26 settembre 2026

La premura che corre e quella che accudisce


 
Se diciamo che qualcuno si è comportato con grande premura, tutti pensano a una persona attenta, gentile e sollecita. Se invece diciamo che abbiamo premura di partire, il significato cambia all'improvviso: non si parla più di gentilezza, ma di fretta. Come può lo stesso termine indicare, da un lato, la cura affettuosa e, dall'altro, l'urgenza di fare presto? La risposta si trova nella storia del vocabolo.

'Premura' appartiene alla famiglia di 'premere', voce che discende dal latino 'premĕre', cioè «premere», «schiacciare», «spingere», «incalzare». All'origine, dunque, la premura non aveva nulla di tenero o affettuoso. Era una pressione, un'urgenza, una forza che spingeva all'azione. Chi aveva premura era «premuto» dalle circostanze e sentiva il bisogno di affrettarsi.

Non stupisce, perciò, che il significato più antico sia proprio quello di «fretta», «urgenza», «necessità di non indugiare». Ancora oggi diciamo «non c'è premura», «ho una certa premura di concludere», «se non hai premura, fermati ancora un momento». In tutti questi casi la parola potrebbe essere sostituita da 'fretta' senza alterare sostanzialmente il senso della frase.

La lingua, tuttavia, ama le trasformazioni sottili. Molte parole nate nel mondo delle azioni concrete finiscono con lo spostarsi nel territorio dei sentimenti e degli atteggiamenti interiori. È accaduto anche a 'premura'. Chi si preoccupa sinceramente per una persona avverte infatti una sorta di urgenza morale: desidera intervenire, aiutare, assistere, non trascurare nulla. Da questa disposizione nasce la sollecitudine. E dalla sollecitudine nasce la premura nel significato oggi più comune di «cura attenta e affettuosa».

Si potrebbe dire che il passaggio semantico è avvenuto attraverso una domanda implicita: che cosa succede quando l'urgenza non riguarda più un fatto da sbrigare, ma una persona di cui ci importa? La risposta è semplice: l'urgenza diventa attenzione. La fretta si trasforma in riguardo. La pressione si muta in cura.

La vicenda è particolarmente interessante perché conserva ancora oggi entrambe le anime della parola. Non sempre accade. Molti vocaboli, nel corso dei secoli, abbandonano completamente i significati precedenti; 'premura', invece, è riuscita a conservare sia il valore antico sia quello più moderno. È una sorta di fossile linguistico a due facce.

Anche l'aggettivo 'premuroso' racconta la medesima storia. Quando definiamo qualcuno premuroso non pensiamo certo a un individuo frettoloso. Pensiamo piuttosto a una persona che si prende cura degli altri. Eppure, nascosta sotto la superficie, sopravvive l'idea originaria di una spinta interiore: il premuroso è colui che non rimane passivo, che sente il bisogno di fare qualcosa per il bene altrui.

Vale la pena osservare che la famiglia di 'premere' è vastissima e popolata di parenti spesso insospettabili. Ne fanno parte parole come 'pressione', 'pressante', 'oppressione', 'repressione', 'esprimere', 'comprimere', 'sopprimere'. In tutti questi lessemi, benché i significati siano molto diversi, continua a vivere l'antica idea del «premere». È affascinante notare che la stessa radice che ha prodotto termini severi come 'oppressione' o 'repressione' abbia dato vita anche a una parola gentile come 'premura'.

Una curiosità letteraria riguarda proprio l'uso tradizionale del termine. Nella prosa dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento non era raro incontrare espressioni come «aver premura», «non aver premura», «essere in premura», nelle quali il senso di fretta era molto più vivo e immediato di quanto non sia oggi. Il lettore moderno tende istintivamente a interpretare la parola nel senso di «sollecitudine», mentre gli autori di quel periodo spesso intendevano semplicemente «urgenza». È uno di quei piccoli slittamenti semantici che possono trarre in inganno chi legge testi di altre epoche.

Un'altra osservazione degna di nota è che, nella percezione comune, la fretta e la cura sembrano quasi termini opposti. La fretta richiama superficialità, disattenzione, errori; la cura richiama precisione e riguardo. Eppure la storia di 'premura' dimostra che le cose non sono così semplici. Esiste infatti una fretta positiva: quella del medico che accorre presso il malato, del genitore che corre in aiuto del figlio, dell'amico che si rende subito disponibile. In questi casi la rapidità non nasce dall'impazienza, ma dall'attenzione verso l'altro. Non si ha fretta di fare, di agire; si ha fretta di aiutare.

Forse è proprio questo il segreto custodito dalla parola. Nella sua storia millenaria la 'premura' ci ricorda che la cura autentica non è mai indifferente, non rimanda, non aspetta il momento più comodo. È una forma di sollecitudine che conserva ancora l'energia dell'antica urgenza da cui è nata. In fondo, chi agisce con vera premura non è altro che una persona che ha fretta di fare del bene altrui.

***

 «A San Michele, la rondine va via dal tetto»


C
i avviciniamo al giorno di San Michele (29 settembre) e, come recita un antico proverbio, «la rondine va via dal tetto». È uno di quei detti popolari che sembrano semplici osservazioni della natura e che invece custodiscono un piccolo tesoro linguistico e culturale.

Nei tempi andati la data di San Michele Arcangelo segnava tradizionalmente una soglia: l'estate era ormai agli sgoccioli, i lavori agricoli entravano in una nuova fase e gli uccelli migratori cominciavano a lasciare i nostri cieli. La rondine, da secoli simbolo della bella stagione, divenne così una delle figure più ricorrenti della sapienza popolare. Sotto il profilo linguistico il detto merita attenzione per almeno due aspetti.
Il primo riguarda il valore simbolico della rondine nella fraseologia italiana. Da sempre questo uccello è associato al ritorno della primavera e del bel tempo. Non a caso diciamo ancora oggi «una rondine non fa primavera», proverbio attestato fin dall'antichità e derivato da un celebre detto attribuito ad Aristotele. Se una sola rondine non basta a proclamare l'arrivo della primavera, il suo allontanamento dai tetti annuncia invece che la stagione favorevole sta terminando.
Il secondo elemento interessante è il tetto. Perché proprio il tetto? Perché le rondini hanno vissuto per secoli in strettissima convivenza con l'uomo. Nidificavano sotto le gronde, nelle stalle, nei fienili e nelle case di campagna. Per il contadino la loro presenza era quotidiana e immediatamente visibile. Quando sparivano dai tetti e dai cortili non occorrevano calendari: era la natura stessa a comunicare loro il mutamento della stagione.
Sotto questo profilo il proverbio appartiene a quella straordinaria categoria di espressioni che potremmo chiamare calendari linguistici. Prima della diffusione degli almanacchi e delle previsioni meteorologiche, il mondo rurale affidava al linguaggio la conservazione di conoscenze pratiche tramandate di generazione in generazione. I proverbi non erano semplici curiosità folcloristiche: erano strumenti di orientamento temporale.
Anche la figura di San Michele non è casuale. Molte feste religiose coincidevano con momenti cruciali dell'anno agricolo e finivano col diventare punti di riferimento cronologici. Ancora oggi sopravvivono numerose formule popolari costruite attorno ai santi del calendario. In questi casi il santo non è solo una figura religiosa: diventa un indicatore stagionale.
L'espressione «la rondine va via dal tetto» va dunque letta come una piccola metafora del tempo che passa. La rondine rappresenta l'estate; il tetto rappresenta la casa, la familiarità, la presenza quotidiana. Quando l'uccello se ne va, non è soltanto lui a partire: con lui se ne va una stagione intera.
E forse sta proprio qui il segreto della longevità del proverbio. Dietro l'apparente semplicità si nasconde una verità universale: ogni arrivo contiene già una partenza e ogni primavera porta in sé il proprio autunno. Le rondini tornano, è vero, ma prima devono andarsene. E il popolo, con la consueta saggezza, lo aveva riassunto in una frase breve, concreta e poetica: «A San Michele, la rondine va via dal tetto».





Nessun commento: