venerdì 18 settembre 2026

Acquartierare: un mistero (eleusino) ortografico

 


Non capiamo per quale motivo il sintagma verbale “acquartierare” si deva (sic!) scrivere con il gruppo consonantico “cq” quando non ha nulla (a) che fare con l’acqua. Il verbo in oggetto, un denominale derivato da “quartiere”, andrebbe scritto, quindi, aquartierare o meglio aqquartierare, in quanto il prefisso “a-”, essendo geminante, provoca il raddoppiamento sintattico. Aqquartierare si trova, infatti, nel Vocabolario Nautico Italiano di Francesco Corazzini. È veramente un mistero eleusino.

L'anomalia grafematica è una vistosa eccezione della lingua italiana, dove il rafforzamento della velare sorda davanti a semiconsonante /w/ viene reso storicamente con "cq" (su modello dell'etimo latino aqua) anziché con il più coerente ed etimologico "qq" (o "cq") fuori contesto semantico.

Sotto il profilo prettamente semantico e storico, la radice ci riconduce al latino quartus e all'alloggiamento delle truppe nelle quattro zone (i quartieri) in cui venivano divisi gli accampamenti o i centri urbani. A questa stessa sfera lessicale e bellica appartiene un'altra celebre locuzione: "lotta senza quartiere" (o "fare una guerra senza quartiere"). In ambito militare, il "quartiere" era la zona di ricovero o di rifugio provvisorio stabilita per i prigionieri di guerra o per le truppe che si arrendevano. Concedere il quartiere significava quindi risparmiare la vita al nemico sconfitto, assicurandogli un alloggio e la salvezza. Combattere una "guerra senza quartiere" equivaleva a un conflitto spietato e all'ultimo sangue, in cui non si concedeva alcuna tregua né si facevano prigionieri.

Confidiamo in una spiegazione di qualche linguista o lessicografo che segue le nostre noterelle per svelare se dietro quel nesso "cq" in acquartierare vi sia soltanto un'attrazione analogica ipercorrettiva nei confronti della famiglia di "acqua" o una bizzarria consolidatasi nella tradizione tipografica e grammaticale italiana.

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Oltre l'angolo della via: la saggezza dimenticata del quartiere

Visto che siamo in tema di quartiere, riportiamo un proverbio, forse, poco conosciuto: «Chi cambia quartiere, cambia fortuna». Questa antica massima di tradizione popolare racchiude in sé una saggezza profonda: ci ricorda che anche il più piccolo spostamento nello spazio geografico e sociale può determinare un ribaltamento radicale del proprio destino.

Nella tradizione urbana e contadina di un tempo, la vita quotidiana era fortemente radicata nel microcosmo del rione o della contrada; le strade che si frequentavano, i volti che si incrociavano tutte le mattine e le dinamiche di vicinato costituivano una vera e propria “gabbia” o, al contrario, un terreno fertile per la prosperità individuale. Spostarsi anche solo di pochi isolati, cambiando aria e punto di vista, significava spezzare simbolicamente la catena della sfortuna, lasciarsi alle spalle rancori, pettegolezzi, cattive reputazioni, e avere nuove opportunità d'affari o di relazione.
 Il concetto di "fortuna" espresso dal proverbio non deve essere inteso solo come cieca sorte o fatalismo, ma anche come l'insieme delle energie e di tutto ciò che ci circonda: rinnovare il proprio ambiente vitale permette infatti di modificare la percezione che gli altri hanno di noi e, al contempo, la nostra stessa disposizione mentale nei confronti del mondo.
In un'epoca contemporanea dominata da grandi spostamenti e migrazioni globali, questo proverbio conserva intatta la sua straordinaria freschezza, ricordandoci che talvolta non occorre attraversare gli oceani per dare una svolta alla propria esistenza, ma può bastare un semplice cambio di prospettiva, varcando il confine sottile che separa un quartiere dall'altro per ritrovare lo slancio perduto e ricominciare da capo.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Guerra in Iran, news. Trump: “Verso un momento cruciale in Iran, sto decidendo se annientarli o meno”

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Correttamente: se annientarli o no. Nelle alternative disgiuntive introdotte da un'ipotetica, la grammatica tradizionale richiede l'uso della particella negativa "no" e non l’avverbio di quantità "meno". Pertanto, nel contesto del titolo, la formulazione grammaticalmente corretta e propria della lingua italiana è esclusivamente "se annientarli o no". Il ricorso a "o meno" è considerato un registro colloquiale o burocratico da evitare in buona lingua (e la stampa dovrebbe...).



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



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