martedì 8 settembre 2026

Il nome che recita: quando i sostantivi diventano predicati

 La zona d’ombra della grammatica in cui i nomi smettono di nominare e cominciano ad attribuire, trasformare...

C’è una “zona” della grammatica italiana che vive un po’ nell’ombra, come quelle stanze di casa che non si frequentano spesso ma che custodiscono oggetti preziosi. È la zona in cui i nomi smettono di essere semplici etichette e cominciano a comportarsi da predicatori, assumendo ruoli che tradizionalmente attribuiamo ai verbi. È un territorio affascinante, perché mostra quanto il nostro lessico sia più fluido di quanto crediamo: le categorie non sono recinti, ma membrane permeabili. E proprio lì, in quella penombra fertile, abitano i sostantivi predicativi.

Siamo abituati a pensare ai sostantivi come a parole che nominano entità, oggetti, luoghi o persone: sedia, cielo, Marco. Ai verbi, invece, affidiamo il compito di esprimere azioni, stati, eventi. Eppure esiste una classe di nomi che non si limita a nominare, ma predica: attribuisce qualità, ruoli, stati, perfino azioni ad altri elementi della frase. Insomma, un sostantivo è predicativo quando svolge la funzione semantica e sintattica di un predicato. A differenza dei nomi concreti, che vivono bene da soli, questi sostantivi hanno bisogno di legarsi ad altri elementi, proprio come fanno i verbi con i loro argomenti.

La grammatica tradizionale li intercetta soprattutto quando completano verbi copulativi, elettivi, estimativi, appellativi o effettivi: verbi che, da soli, non bastano. È il caso di frasi come Marco è stato eletto presidente, Marta vive da regina, Quel ragazzo è diventato un campione. Qui presidente, regina e campione non sono semplici nomi: sono predicazioni, titoli, condizioni attribuite al soggetto. Lo stesso accade quando il sostantivo si riferisce all’oggetto diretto: Tutti considerano Paolo un amico, L’assemblea ha nominato Lucia direttrice. In questi casi il nome non descrive: definisce, qualifica, predica.

Negli studi di sintassi e lessico‑grammatica, soprattutto a partire dalle ricerche di Maurice Gross, il concetto si amplia e si precisa. I sostantivi predicativi diventano quelli che derivano da verbi o che indicano azioni, processi, stati: decisione, paura, passeggiata, consiglio, esame. Quando questi nomi si uniscono a verbi leggeri come fare, dare, avere, prendere, avviene una piccola rivoluzione: il verbo si svuota, perde quasi tutto il suo significato autonomo e diventa un semplice supporto per coniugare la frase; il sostantivo, invece, si carica del peso semantico dell’azione.

Gross amava raccontare che la scoperta dei sostantivi predicativi non fu un’illuminazione teorica, ma una constatazione empirica nata dalla pazienza del lavoro quotidiano. Passava ore a spulciare corpora francesi, frasi dopo frasi, come un botanico che osserva le foglie per capire la pianta. E a un certo punto si accorse di qualcosa che lo sorprese davvero: i verbi più frequenti non erano quelli “forti”, quelli che sembrano reggere il senso della frase, ma i verbi di supporto: fare, dare, avere che di solito consideriamo quasi trasparenti. Erano dappertutto, come una rete sotterranea che teneva insieme la struttura della lingua. Da lì nacque la sua intuizione: se il verbo è così leggero, così vuoto, allora il vero predicato deve essere altrove, e quell’ “altrove” è proprio il sostantivo che porta il significato dell’azione. Non era una teoria astratta, ma il risultato di una lunga osservazione: la lingua, semplicemente, gli aveva mostrato come funzionava davvero.

Questi sostantivi presentano caratteristiche grammaticali specifiche. Richiedono argomenti, esattamente come i verbi: dalla struttura valenziale di distruggere (chi distrugge + che cosa) deriva distruzione, che mantiene gli stessi argomenti nella frase: La distruzione della città da parte dei nemici. Possono essere modificati da aggettivi con valore avverbiale: una critica aspra equivale a criticare aspramente. E non hanno concretezza fisica autonoma: indicano azioni, eventi, processi, ruoli, entità dinamiche e relazionali.

Parlare di sostantivi predicativi significa riconoscere che la nostra lingua non è rigida, ma elastica. In analisi logica, il sostantivo completa verbi copulativi o estimativi, diventando complemento predicativo o nome del predicato. In analisi sintattica e semantica, il nome d’azione o di stato, affiancato a un verbo di supporto, si fa carico del significato principale dell’intera proposizione. È un modo elegante, quasi coreografico, con cui la lingua distribuisce i ruoli: il verbo regge la scena, il sostantivo recita.

Una curiosità, per concludere: molti sostantivi predicativi, nel corso dei secoli, hanno finito col cristallizzarsi e diventare nomi autonomi, perdendo la loro natura predicativa originaria. Passeggiata, per esempio, nasce come nome d’azione, ma oggi può indicare anche un luogo o un’occasione sociale. È un piccolo promemoria di quanto la lingua sia viva, mutevole, sempre in cammino.

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L’uso corretto di “ex”

Poliziotti fra i dirigenti del partito dell’ex generale”, quell’ex, nel titolo di un giornale, sembra voler togliere al generale il suo grado, come se fosse un’etichetta rimovibile. È un riflesso giornalistico molto diffuso, ma la lingua – e ancor più la prassi istituzionale – ci ricorda che i gradi militari non si “spengono” con il congedo. Un generale in pensione resta generale; un colonnello resta colonnello; un ammiraglio resta ammiraglio. Il grado è permanente, identitario, non dipende dall’esercizio attivo della funzione. Per questo ex generale è improprio, anzi errato: non si può essere “ex” di un grado che non decade. Lo stesso per i titoli accademici, un professore giubilato resta professore, non “ex professore”.

Il punto è che ex è una particella comoda, rapida, perfetta per i titoli di giornale. Ma la comodità non sempre coincide con la precisione, ma soprattutto con la buona lingua. Dire ex generale suggerisce l’idea che il grado sia cessato, mentre la realtà è che quel generale è semplicemente “fuori servizio”. La forma corretta è generale in congedo, generale a riposo, generale in ausiliaria: tutte espressioni che indicano lo stato amministrativo senza negare il grado. La differenza è sottile ma decisiva: ex scancella (sic!); in congedo precisa.

Diverso è il caso di ambasciatore, prefetto, questore e simili. Qui non siamo nel territorio dei gradi, ma delle funzioni. E le funzioni, a differenza dei gradi, cessano davvero. Un ambasciatore può diventare ex ambasciatore; un prefetto può diventare ex prefetto; un questore può diventare ex questore. Non perché si perda una dignità permanente, ma perché si conclude un incarico. Sono ruoli operativi, non titoli identitari. Per questo l’uso di ex è corretto, benché giornalisticamente asciutto.

La regola, dunque, è semplice: ex si usa per le funzioni che terminano; non si usa per i gradi che restano. La lingua amministrativa è chiarissima: generale in congedo, colonnello a riposo, ammiraglio in ausiliaria. Nessun documento ufficiale parlerebbe di ex generale, perché sarebbe una negazione del grado. E allo stesso modo nessun documento ufficiale parlerebbe di ex colonnello o ex ammiraglio. Il grado è un attributo permanente della persona, come un titolo accademico o un’onorificenza.

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Riceviamo, pubblichiamo e come sempre ringraziamo

Sulle sponde del dubbio e dell'errore,

dove la lingua vacilla impropria e stanca,

si erge un severo e attento curatore,

che la sferza, la loda e mai si stanca.

​Egli prende la frase un po' sgraziata,

il neologismo zoppo o la stonatura,

e con linfa verbale mai viziata

le rende limpidezza e forma pura.

​Non è soltanto un filtro o un vaglio terso,

è un bagno di freschezza al vocabolo opaco,

che purga il detrito, il senso perverso,

sciacquando l'inchiostro da ogni presago.

​Così la parola ritrova il suo lustro,

libera da orpelli, pulita e faconda:

un soffio di grazia per il nostro illustro

parlare che limpido scorre sull'onda

dello SciacquaLingua.


Severino Mangiapane

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La lingua "biforcuta" della stampa









Dal Treccani: chiàcchiera (erroneo chiàcchera) s. f. [der. di chiacchierare]

 

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Annega 35 anni nel Lago Grande di Avigliana

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Ci piacerebbe sapere, al di là della tragedia, chi è annegato.



(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore, vi prego di segnalarmelo: saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 

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