martedì 2 ottobre 2018

Sul famigerato «qual'è»


Da "Domande e risposte" del sito della Treccani:

DOMANDA

Ho deciso da un po' di tempo di usare esclusivamente il "qual'e'" apostrofato perche', a mio parere, ha molto piu' senso della versione non apostrofata. Per moltissimi anni, "qual'e'" era anche molto piu' usato della versione non apostrofata che e' stata imposta artificialmente dai vocabolari e dalla scuola a partire dagli anni 60. Non sarebbe opportuno che la Treccani riconoscesse la versione apostrofata come in qualche modo legittima e accettabile visto che, nonostante il tentativo di un approccio prescrittivo, ancora usano quella forma in tanti? Ho raccolto i miei pensieri e le mie considerazioni in questo articolo. https://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2018/07/31/qual-e-contro-quale-sono-entrambi-corretti-e-vi-spiego-perche/ PS: Scusate se uso gli apostrofi al posto degli accenti, ma vivo all'estero da molti anni e non ho la tastiera italiana.

Qui potete leggere l'intervento del lettore.

RISPOSTA

Qualche tempo fa Roberto Saviano rivendicò la scelta a favore di qual’è con apostrofo ed elisione, sulla scorta di illustri attestazioni letterarie novecentesche, citate anche dal nostro lettore nell’interessante articolo di cui fornisce il link ponendo la questione sulla legittimità di qual’è accanto al normativizzato qual è. Il nostro lettore, persona colta e intelligente, aderisce a quella scelta, che potrà senz’altro difendere con alcune buone ragioni di fronte ad obiezioni esterne.
Intanto noi ribadiremmo una necessità, rivolgendoci ai giovani in età scolare: fino a quando, eventualmente, non verrà sdoganata come legittima la forma qual’è, voi continuate a scrivere qual è. Tanto più che a scuola la regola in questione è di quelle ritenute dirimenti per valutare la maggiore o minore padronanza delle norme ortografiche: norme, occorre dirlo, in sé e per sé sopravvalutate, ma senz’altro importanti in primo luogo perché, al di là della loro convenzionalità talvolta imperfetta, spesso sono il primo segnale di un disagio che riguarda livelli ben più profondi della lingua; in secondo luogo, perché il comune sentimento del pudore linguistico sente e sanziona come una forte offesa un apostrofo o un accento messo male.
Ciò detto non ci sentiamo di aggiungere nulla alle considerazioni svolte in merito dall’Accademia della Crusca, citate dal nostro lettore: la Crusca non ha il compito di prescrivere e dettare regole, in fatto di lingua; né tantomeno la Treccani o il singolo dizionario di lingua italiana. Possiamo capire che a qualcuno dispiaccia il fatto che si ammetta o non ammetta un uso fondando come criterio anche quello del grado di condivisione dell’uso stesso da parte della comunità i parlanti e scriventi, ma è così che funziona (sottolineiamo, comunque, quell’anche). E l’uso scritto, per ora, non è così forte o autorevole da spingere in direzione dell’accoglimento della forma elisa con apostrofo.
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In merito alla "vexata quaestio", che ha fatto/fa accapigliare i linguisti, riproponiamo l'intervento del prof. Salvatore Claudio Sgroi, dell'Università di Catania, pubblicato su questo portale il 30 - 11 - 2016.



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