sabato 18 novembre 2023

Una "deinfante"


U
na lettrice, medica (sic!), ha chiesto a "domande e risposte" del sito Treccani se esiste un termine per definire una mamma che ha perso il suo bambino. Esiste orfana, vedova -- prosegue la lettrice -- ma non un vocabolo atto a denominare una mamma che ha perso il suo pargoletto. Un termine non c'è, hanno risposto gli esperti. Giusta chi scrive si potrebbe coniare alla bisogna -- e lo segnala all'attenzione dei lessicografi --  il neologismo lessicale "deinfante" (priva/privata del bimbo, visto che infante si adopera per i neonati fino a un anno). Il vocabolo è composto con il prefisso "sottrattivo" de- e il sostantivo infante.

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 Curiosità linguistiche

Lo scopatore segreto del sommo pontefice romano. Chi è? che mansioni ha? perché si chiama cosi? Qui.

E un sicofante chi è? Una spia, un calunniatore e simili. Qui e qui.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Un video della gimkana di Oz Davidian tra i miliziani di Hamas mostra come un agricoltore in fuoristrada ha salvato 120 ragazzi dalla strage del rave

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Perché usare un barbarismo quando il termine è completamente italianizzato? Qui e qui. Il lemma inglese, tra l'altro, ha la "y" non la "i" e la consonante k prima della h. Aveva ragione da vendere il compianto linguista Luciano Satta, che citiamo a memoria, "Scrivete straniero e sarete puniti. Non usate parole straniere perché le sbagliate o ve le sbagliano" (si riferiva ai correttori di bozze? Figura altamente professionale -- ma invisa a giornalisti e tipografi -- oggi scomparsa).


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Sempre a proposito dell'IA, abbiamo "interrogato" un motore di ricerca che usa la predetta intelligenza per sapere quali sono, in italiano, le parole che si possono scrivere con due "q".  La risposta:

Ci sono poche parole che contengono due “q” in italiano. Ecco alcune di queste:

  1. acquedotto: canale artificiale per il trasporto dell’acqua.
  2. acquaiolo: persona che raccoglie l’acqua piovana.

  

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauraso@hotmail.it)

 


giovedì 16 novembre 2023

Sgroi - 160 - “TODO MODO”: una storia plurisecolare


di Salvatore Claudio Sgroi

 

  1.Dal “Todo modo” di Ignacio di Lojola (1548) al romanzo di L. Sciascia (1974)

 

Todo modo, il lettore ricorderà, è il titolo (spagnolo, tr. it. ‘Ogni modo’) del romanzo di  Leonardo Sciascia pubblicato nel 1974 da Einaudi (ora riedito in Opere, vol. I, a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi 2012, ed. riveduta e aggiornata, pp. 835-935 e Note ai testi pp. 1887-99). Un titolo ripreso da una frase degli  Exercitia spiritualia (Exercicios spirituales) (1548)  di Ignazio di Lojola (1491 c. –1556):

 

“La primera anotación es que, por este nombre, exercicios spirituales, se entiende todo modo de examinar la conciencia, de meditar, de contemplar, de orar, vocal y mental, y de otras spirituales operaciones, […] porque así como el pasear, caminar y correr son exercicios corporales; por la misma manera, y todo modo de preparar y disponer el ánima de sí todas las afectiones  desordenadas […] para la salud del ánima, se llaman exercicios espirituales” (Adelphi p. 1891 e on line).

 

Come sintetizzato da Enzo Biagi in un’intervista a L. Sciascia, si tratta di un racconto in cui “si narrano le vicende di un gruppetto di democristiani, in ritiro  per gli esercizi spirituali”, con “un certo numero di ammazzamenti”, “un regolamento di conti, accompagnato da litanie” (Adelphi,  p. 1896).

 

2.Todo Modo: dal 1974 alla rivista sciasciana Todomodo 2011

 

“Todo Modo” è successivamente diventato nel 2011, univerbato, Todomodo il titolo di una straordinaria rivista annuale dedicata a Sciascia, diretta da Francesco Izzo e Ricciarda Ricorda, edita da Leo S. Olschki.  

Il Supplemento a Todomodo X 2020 col titolo “La patria dei nomi. Todomodo. Indici 2011-2020”, a cura di Luca Rivali, pp. XLIV-328, consente ora di valutare la quantità (circa 4mila pagg.) e la varietà di studi apparsi in una decade riguardanti L. Sciascia.  

Il vol.  contiene (i) un “Indice generale” delle 10 annate (pp. 3-177) con un utilissimo riassunto orientativo dei singoli contributi, a cura di L. Rivali, alcune centinaia dei 511 testi numerati. La sezione certamente più impegnativa del volume.

Segue (ii) un “Indice analitico” dei nomi propri di persona, dei titoli dei testi sciasciani analizzati nei vari fascicoli, e delle parole chiave (pp. 179-197), p.e.  “Opere e scritti di L. Sciascia” (pp. 190-92) con “Traduzioni” dei vari testi sciasciani (p. 190), “Sicilitudine” (14 artt.), “Mafia e antimafia” con decine di artt., “Editoria” con i nomi dei vari editori (pp. 183-84), “Giornali e riviste” (p. 186), ma “Carteggi”  con un generico “vedi i singoli corrispondenti”. Quanto ai temi trattati, per es. riguardo alla lingua e allo stile appaiono le voci “Narratologia” (3 titoli), “Scrittura” (7 artt.), “Lingue e linguaggi” (4 titoli), “Dialetti” (3 titoli), “Filologia” (11 titoli), “Polisemia” (1 titolo), “Code-mixing” (1 titolo).

Quindi (iii) un “Indice degli autori” (pp. 199-232) col titolo dei loro contributi; (iv) un “Indice delle opere recensite, postillate e segnalate” (pp. 233-46); (v) un “Indice delle illustrazioni” (pp. 247-67).

-- (vi) Un “Indice delle [14] “Rubriche” (pp. 269-86) delle 10 annate illustra le varie sezioni in cui è articolato ogni fascicolo, ovvero: 1) “Allegato”, 2) “Biblioteca Digitale Sciascia”, 3) “Contraddisse e si contraddisse”,  4) “Il Dono”, 5) “Editoriale”, 6) “L’esprit de l’escalier”, 7) “Gran finale”, 8) “Iconografia”, 9) “In cauda”, 10) “Letture”, 11) “Persi e ritrovati”, 12) “Rassegna”, 13) “Studi e ricerche”, 14) “Traduzioni”.

 Infine (vii) un “Indice dei corrispondenti di Sciascia” (pp. 287-328).

Dimenticavamo, oltre l’illustrazione della bibliografia da parte di Luca Rivali “Un indice, anzi due, per i dieci anni di ‘Todomodo’” (pp. XXXVII-xliv), il volume si apre con quattro saggi di F. Izzo “Al dilettante” (pp. XI-XIII), R. Ricorda “La patria dei nomi. I dieci anni di ‘Todomodo’” (pp. XV-XXI), J. Farrell “‘Todomodo’: Sciascia’s mind and imagination unravelled” (pp. XXIII-XXIX) e A. Petrucciani “Con Sciascia  fra uomini e cose, nei cinque continenti” (pp. XXXI-XXXVI).
















 




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mercoledì 15 novembre 2023

Qualche consiglio per un uso corretto dell'italico idioma



Come al solito –
locuzione popolare per come il solito . Nella predetta locuzione l’aggettivo solito acquista il valore di sostantivo con l’accezione di costume, abitudine e simili e si fa precedere dall’articolo, non dalla preposizione: sei sempre in ritardo, come il solito (come è tua abitudine). Se si vuole adoperare la preposizione al si deve omettere il come: al solito, sei sempre in ritardo.

Evadere – si evade dal carcere, non una pratica o una corrispondenza per le quali useremo i verbi sbrigare, chiudere e simili.

Irridere - verbo transitivo e intransitivo. È transitivo quando sta per deridere, schernire e si costruisce con il complemento oggetto: lo irrisero tutti; è intransitivo, invece, quando si usa con il significato di mostrare disprezzo e simili: irrisero alla sua bontà.

Mentre – congiunzione con valore temporale o avversativo. Spesso non serve se viene adoperata senza il suo “valore”, avversativo o temporale che sia. Non scriviamo, in una cronaca di un incidente stradale: Mario guarirà in venti giorni, mentre Giuseppe in cinque. Quel mentre, infatti, non ha alcun  “valore” avversativo o temporale.

Meteorite – sostantivo di genere femminile. Alcuni vocabolari, però, ne consentono l’uso al maschile.

Mica – sostantivo femminile adoperato come particella rafforzativa di una negazione, deve essere sempre accompagnato con il non, altrimenti non nega nulla. Non diremo, pertanto, mica l’ho chiamato ma, correttamente, non l’ho mica chiamato.

Omicidio - si legge e si sente dire, spesso, l'omicidio di Moro (e simili). L’espressione ci sembra impropria: l'ucciso non ha commesso l'omicidio (come ci farebbe pensare la preposizione “di”), lo ha "subìto". Si consiglia di omettere la preposizione di e scrivere: omicidio Moro.

Una piccola notazione sull’uso corretto degli aggettivi numerali “frazionari”. È necessario tenere  presente, dunque, che nella numerazione decimale la parte frazionaria deve essere divisa dall’intero da una virgola: è alto m 1,75 (i metri, i centimetri, i chilometri ecc. non debbono assolutamente essere seguiti dal punto). Nei sistemi non decimali – come nel caso delle ore – la virgola deve essere sostituita dal punto o, meglio ancora, dai due punti: sono le 10.45 (o 10:45); si tratta, infatti, di 45 sessantesimi e non di 45 centesimi. È errore madornale, quindi, dividere le ore dai minuti mediante una virgola. Ma siamo sicuri che la nostra  modesta “predica” sarà, come sempre, rivolta al vento. Continueremo a leggere o, meglio, a “vedere” sulla stampa le ore scritte in modo errato: la conferenza stampa di fine d’anno si terrà alle 17,30. Ma tant’è. 

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Ancora una volta i "revisionisti" del vocabolario Gabrielli (in Rete) hanno "sbugiardato" il Maestro. Nel suo pregevole "Si dice o non si dice?" l'insigne linguista scrive che l'avverbio "viepiù" vuole una sola "P": viepiù. Nel vocabolario, invece, i suoi "revisionisti-censori" lemmatizzano anche la forma vieppiù. Povero professor Gabrielli, si starà rivoltando nella tomba. Si veda qui e qui. 

Ma c'è di peggio: il sito della Garzanti al lemma viepiù rimanda a vieppiù; come dire che la grafia "corretta" è quella con la doppia "p".


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martedì 14 novembre 2023

Lingua italiana: curiosità e altro


P
ressoché tutte le lingue europee e quelle dell'Asia occidentale ci presentano i suoni delle vocali nell'ordine "consueto", quello noto a tutti: a, e, i, o, u. Bene. Quest'ordine, sostengono alcuni studiosi di lingue, è "capriccioso e arbitrario". Dopo lunghi e approfonditi studi sulla materia, questi "scienziati della lingua" sono giunti alla conclusione che l'ordine esatto è quello che dispone i suoni delle vocali in scala (come le note musicali) secondo una gamma che segni le "relazioni correnti fra un suono e l'altro". Quest'ordine perfetto sarebbe -- in scala ascendente -- u, o, a, e, i; oppure -- in scala discendente -- i, e, a, o, u.

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La maggior parte delle persone è convinta/sono convinte che i verbi derubare e rubare si possono/possano adoperare indifferentemente, siano i.e. interscambiabili. No, non è così. E coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere devono seguire i dettami del linguista Giuseppe Rigutini giusta il quale "si rubano le cose" e  "si deruba la persona". Non si dice, infatti, che "i banditi hanno rubato un milione di euro" e che i borseggiatori hanno derubato il signor Bianchini del portafogli"? In proposito si noti anche la diversa costruzione dei due verbi: derubare una persona di qualcosa o anche -- assoluto -- derubare una persona; rubare qualcosa a una persona. Sotto il profilo etimologico i due verbi hanno origini diverse: rubare viene dall'antico tedesco "raubon" (bottino, roba). Da questo "raubon" -- attraverso il solito passaggio semantico --  si è fatto rubare: chi ruba sottrae con la forza il... bottino ('raubon'). Derubare, invece, è il gallico "dérober", ma, sembra, abbia "antenati" teutonici. I verbi, in oggetto, comunque, non sono prettamente italici.

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Ancora un termine franco-teutonico: bugia. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce "bugia" leggiamo: asserzione contraria alla verità. La sua origine, come dicevamo, non è squisitamente italiana ma franco-germanica: bauzia ("bausi") che significa "cattiveria", "frode", "malizia". Da bugia è stato coniato il verbo "bugiare" (dire bugie) il cui uso, però, è desueto: molti vocabolari, infatti,  hanno relegato questo verbo nella soffitta della lingua. Sono vivi e vegeti, invece, gli altri derivati: bugiardaggine, bugiarderia (serie di bugie) e bugiardo.



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sabato 11 novembre 2023

"Più bene"? Nessuna "legge grammaticale" lo vieta



A
bbiamo avuto modo di constatare -- con somma amarezza -- che alcuni docenti, anche universitari, sostengono che il comparativo di maggioranza dell'avverbio 'bene' (corrispondente all'aggettivo 'buono') è solo meglio e la forma "più bene" è tremendamente errata.  Su quali basi linguistico-grammaticali fondano/fondino tale convinzione non è dato sapere. Se così fosse, costoro, dovrebbero condannare il "meno bene", la cui correttezza è inconfutabile. Si può benissimo scrivere (e dire), e.g., che Matteo parla "più bene" il tedesco di Mario, anche se, per la verità, è preferibile il comparativo organico "meglio". Giusta la "legge grammaticale" ambi (sic!) i comparativi sono, dunque, corretti. Tuttavia -- è bene precisarlo --  è preferibile l'uso di 'meglio' in luogo di "più bene" (che, ripetiamo, non è errato) quando l'avverbio in oggetto è adoperato con l'accezione di "in modo migliore"; useremo "più bene", invece, se il lemma in questione viene sostantivato assumendo il significato di un "bene maggiore": ha fatto "più bene" Edoardo alla azienda, in due giorni, che Rossano in cinque anni.

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Sapete perché il parapetto di ferro (o passamano di scale, balconi, finestre, terrazze ecc.) si chiama "ringhiera"? Perché originariamente la ringhiera era il "luogo" del palco su cui ci si appoggiava per... arringare (la folla). Il termine più antico era, infatti, "aringhiera" e il palco si chiamava "arengo". Il vocabolo in uso oggi è, dunque, l'aferesi di quello antico: "(a)ringhiera". L'aferesi, in linguistica, è la caduta della lettera iniziale di una parola.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Esplode palazzina nel centro di accoglienza migranti vicino Viterbo, tra i 31 feriti anche bambini e disabili. Il sindaco: “Sembrava un terremoto”

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Non ci stancheremo mai di ripetere, agli operatori dell'informazione, soprattutto, che la preposizione impropria vicino si costruisce con la "a": vicino a Viterbo, dunque.


 

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mercoledì 8 novembre 2023

Ancora sul suffisso "ale-"



P
roprio non riusciamo a capire il motivo per cui il prestigioso ( e autorevole) vocabolario Treccani (in Rete), nonostante le nostre ripetute segnalazioni, si rifiuti di "aggiornare" il lemma 'ale-'. È l'unico vocabolario, tra quelli  consultati, a non attestare l' "occorrenza principe" del lemma in oggetto; i.e., come riporta -- tra gli altri -- il Nuovo De Mauro in linea: "forma produttivamente aggettivi che indicano relazione con il sostantivo (o raramente con il verbo) di base, ed è presente in aggettivi di origine latina o formati sul modello latino: autunnale, avverbiale, finale, funzionale, generale, industriale, ministeriale, mondiale, mortale,  postale, principale, sostanziale, statale, universale; abituale, annuale, intellettuale, portuale,  spirituale (...); la sostantivazione degli aggettivi è frequente, e numerosi di essi sono usati esclusivamente o prevalentemente come sostantivi maschili: bracciale, canale, ditale, gambale, giornale, grembiale, pugnale, schienale, segnale | ha valore accrescitivo in alcuni sostantivi maschili denominali: piazzale, viale | rientra genericamente nella formazione di termini di ambito tecnico specialistico: conidiale, chirale, geminale (...)". È una "mancanza" che, a nostro modo di vedere, inficia il prestigio e l'autorevolezza del vocabolario. Ma tant'è. È un mistero eleusino!

Dal vocabolario Treccani in Rete:

-ale. – Suffisso usato nella terminologia chimica per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citrale, geraniale, ecc.

domenica 5 novembre 2023

Mangiare pane e orgoglio

 


L'espressione su detta si tira in ballo quando si vuole mettere in evidenza  una situazione in cui una persona, per orgoglio e  per non chiedere aiuto ad altri, si accontenta di una vita modesta e priva di "confort". In soldoni, significa che una persona sceglie di vivere solo con le proprie risorse, anche se queste sono molto scarse, piuttosto che chiedere aiuto o accettare l’ "elemosina" di qualcun altro. Questo modo di dire viene  adoperato soprattutto per indicare una situazione di estrema povertà (o di difficoltà economiche), in cui una persona deve fare i conti con le proprie limitazioni finanziarie cercando  di cavarsela esclusivamente con ciò di cui può disporre.

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Uso e abuso del verbo prendere

 Il verbo prendere, molto spesso, viene adoperato in luogo di altri più appropriati e ciò a discapito della fluidità dei nostri scritti. Vediamo, per tanto e per sommi capi, piluccando qua e là come il verbo prendere può/possa benissimo essere sostituito con altri che fanno alla bisogna. Come il solito in corsivo il verbo incriminato e in parentesi quello giusto. 

Dopo il pauroso incidente i soccorritori presero (sollevarono) il poveretto, a terra e privo di sensi, e lo trasportarono al più vicino pronto soccorso; Giuseppe, vai a prendere (cogliere) delle mele nel nostro giardino, io, intanto, andrò in cantina a prendere (spillare) del vino dalla botte; la poveretta prese (strinse) tra le braccia il suo bambino, scampato miracolosamente al disastro; per il suo atto eroico il militare ha preso (ricevuto, meritato) la medaglia al valore civile; giunti a Pisa prendemmo (noleggiammo) un’automobile e visitammo la città; il poliziotto ha preso (afferrato) il bandito per un braccio, lo ha ammanettato e fatto salire sul cellulare; all’improvviso l’uccello prese (spiccò) il volo lasciando interdetto il cacciatore; con questi sbalzi di temperatura è molto facile prendersi (buscarsi) un raffreddore; il malvivente è stato preso (colto) sul fatto (o in flagrante).


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A proposito di intelligenza artificiale, di cui si discute tanto. Abbiamo chiesto a un motore di ricerca, che usa l'Ia, se è corretta la grafia "contradditorio". Ecco la risposta:

Sì, è corretto scrivere contradditorio. La forma “contraddittorio” è errata.  La parola “contradditorio” si riferisce a un’attività o a un procedimento che prevede la possibilità di contraddire o di contestare le argomentazioni dell’altra parte. Marca errata la parola corretta!

Ancora. Si può scrivere "beneficienza"? Si legga la risposta con molta attenzione: La grafia corretta è beneficenza, senza la lettera “i” tra la “c” e la “e”. Il dubbio sul corretto modo di scrivere, tuttavia, è lecito poiché in molte parole simili la “i” è invece d’obbligo. Ad esempio, in termini come panciera, arciere, efficienza, scienza, coscienza e sufficiente, ossia in tutti quei vocaboli che terminano in “-giera”, “-ciere/a”, “-cienza” e “-ciente”. Esiste una regola per non fare confusione e sapere con certezza quando è necessaria la “i” e quando non lo è. Nei vocaboli composti il cui primo termine ha significato proprio, come in beneficenza appunto, la “i” è obbligatoria; quando invece la prima parte del lemma non ha alcun valore semantico, la “i” non serve. Succede ad esempio in formaggiera. Va da sé che tutti i derivati seguiranno la stessa regola. Avremo quindi beneficenze e beneficente. Per quanto riguarda il verbo, invece, coesistono due grafie differenti corrispondenti a due diversi significati: beneficiare vuol dire avvantaggiarsi, godere, usufruire, mentre con beneficare si intende aiutare, assistere. Altra nota utile a ricordare il corretto modo di scrivere è risalire all’origine: beneficenza deriva dal latino beneficentia, senza “i”.



 

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venerdì 3 novembre 2023

"Israelismo"? Perché no?!

 


Nessun vocabolario (cartaceo o in linea), tra quelli consultati, lemmatizza il termine "israelismo" per indicare la cultura e la civiltà ebraica. Tutti, indistintamente, attestano ebraismo o giudaismo. Ma, visto che c'è lo Stato d'Israele, perché non lemmatizzare "israelismo" (un neologismo lessicale) per designare, appunto, la civiltà, i costumi e la cultura della nazione ebraica?  L'etnonimo, che segnaliamo all'attenzione dei lessicografi, ci sembra ben formato: israele con l'aggiunta del suffisso "-ismo". Da una veloce ricerca con Googlelibri abbiamo potuto constatare che il neologismo proposto (non ne eravamo a conoscenza) è di già/digià immortalato in alcune pubblicazioni. Come diciamo capitalismo, ambientalismo, razzismo, islamismo, pacifismo ecc, così possiamo dire "israelismo". O no? Attendiamo i soliti dardi...


 

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giovedì 2 novembre 2023

Uso e abuso del prefisso "auto-"



A
lcune considerazioni sul prefisso "auto-" che, a nostro modestissimo modo di vedere, non sempre è adoperato correttamente. Ci capita sovente di leggere sulla stampa frasi come «i cittadini si sono autotassati per...»; oppure «l’autore nella sua autobiografia mette in evidenza...». Bene. Anzi, male, malissimo.

Questo genere di frasi, dal nostro punto di vista, è errato/sono errate. Vediamo il perché, a onta dei moltissimi linguaioli e di tutti coloro che si piccano di fare la lingua (le così dette grandi firme della carta stampata e no). Se apriamo un qualsiasi vocabolario della lingua italiana alla voce "auto-", leggiamo: «primo elemento che in parole composte significa da sé, di sé stesso».

Dire o scrivere, quindi, «si sono autotassati» è un errore (o per lo meno un uso improprio) perché il pronome o la particella pronominale "si" è compresa (insita) nella lemma "auto-": i cittadini hanno tassato sé stessi. Si dirà, propriamente, «i cittadini si sono tassati per...» oppure, anche se non molto elegante stilisticamente, «i cittadini autotassati per...».

Lo stesso discorso, ovviamente, per «la sua autobiografia», correttamente: «l’autore nella sua biografia...» oppure «nell’autobiografia l’autore...». Provate a scrivere o a dire, cortesi amici, per controllare la bontà della nostra tesi, «mi sono autoregalato una cravatta»: se la frase vi suona bene, tutte le nostre scuse.

E dal prefisso (auto-)  passiamo a un suffisso con "doppia ortoepìa" (pronuncia): "-ésimo" ed "-èsimo". Con la "e" chiusa (é) per  designare, generalmente, movimenti religiosi, politici, letterari, artistici ecc.: umanesimo, cristianesimo; con la "e" aperta (è) per indicare un aggettivo numerale ordinale: quindicesimo, ventesimo, milionesimo, centesimo ecc.  Quest'ultimo caso, pero, è un po' controverso. DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia: centesimo [©ent$@imo] agg. e s. m. — solo -e- aperta in Tosc., pn. regolare in suffisso di formaz. dòtta (e in parola rimasta poco popolare anche quando ufficialmente si dividevano in centesimi le lire); domin. a Roma l’uso di -e- chiusa per attraz. dei sostantivi in -esimo (es. battesimo) — poet. centesmo [©ent$@mo]: quest’uno È tal, che li altri non sono il centesmo [kUeSt 2no H tt#l, ke lli #ltri non S1no il ©ent$@mo] (Dante) — cfr. cent



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lunedì 30 ottobre 2023

L' "uniformità linguistica"? Non è un'utopia, si avrebbe se...



A
lcuni docenti, anche universitari, "spalleggiati"  da... alcune grammatiche, ritengono errato cominciare un periodo con la congiunzione ma perché -- sostengono --  essendo avversativa il suo uso è corretto solo con frasi (o due elementi) che indicano contrasto come, per esempio, «era bello ma non elegante».

E dove sta scritto? Si può benissimo, ed è formalmente corretto, cominciare una frase o un periodo con il ma in quanto questa congiunzione indica la conclusione o l'interruzione di un discorso per passare a un altro. Ecco un bell'esempio di Alessandro Manzoni, con il 'ma' a inizio frase: “Ma il cielo, che non abbandona mai del tutto i buoni, volle che il povero don Abbondio avesse un momento di riposo.” 

E come liquidiamo la questione della virgola dopo il ma? Ci spieghiamo. I soliti grammatici ritengono errato l'uso della virgola dopo la predetta congiunzione avversativa. A questi soloni della lingua ricordiamo che se la congiunzione avversativa (ma) precede una frase parentetica la virgola non solo è corretta ma è... d'obbligo: avrei voluto telefonarti ma, visti i precedenti, non ho avuto il coraggio.

Nell'esempio riportato, l'espressione “visti i precedenti” è una frase parentetica, la virgola dopo il ma è, per tanto, obbligatoria.

Dunque (anche 'dunque' a inizio di periodo è ritenuto errato perché serve a 'concludere un ragionamento'; è invece, un uso correttissimo; anche qui un esempio manzoniano: "Dunque, il curato di Cassina non aveva potuto fare a meno di riferire al suo arciprete la conversazione che aveva avuta con don Abbondio".), cari amici, quando avete dei dubbi grammaticali non consultate testi di lingua scritti da illustri sconosciuti, amici di editori compiacenti: troppo spesso questi sacri testi sono l'esempio della contraddizione, per non dire delle mostruosità linguistiche.

Sarebbe auspicabile e utile, in questo campo, l'intervento dell'Accademia della Crusca. Tutte le pubblicazioni scolastiche, inerenti alla lingua del Divino e di Manzoni, dovrebbero avere l'imprimatur della suddetta Accademia: in questo modo si raggiungerebbe — senza la nascita di un apposito organismo — quell'uniformità linguistica invocata, anni fa, dall'insigne prof. Nencioni. Meditate, meditate...


 

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