mercoledì 14 settembre 2016

Il "pericolo di vivere"

Riproponiamo un nostro vecchio articolo perché continuiamo a leggere sulla stampa (e a sentire nei notiziari radiotelevisivi) uno strafalcione che, se non fosse tragico, ci farebbe ridere: pericolo di vita.
I lettori che ci seguono con assiduità sanno benissimo che nelle nostre noterelle grammaticali o linguistiche non risparmiamo colpi a nessuno, “grandi firme” comprese, quando notiamo che ciò che scrivono cozza contro le leggi grammaticali o il “buon senso linguistico”. La carta stampata ci ha abituato ormai, e da tempo immemorabile, a leggere delle madornali marronate, ma noi non ci stiamo e le denunciamo. Giorni fa, un quotidiano locale (che non citiamo per amor di patria) riferiva, nella cronaca cittadina, di un incidente automobilistico in cui le persone coinvolte erano tutte all'ospedale civico “in pericolo di vita”. Se fossimo al posto di quei poveretti faremmo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: il cronista – stando al “buon senso linguistico” – ha scritto che sussiste “il pericolo che possano vivere”, quindi, “debbono morire”. Ci spieghiamo meglio. “Pericolo di vita” – se si conosce un pochino la madre lingua – significa “possibilità di sopravvivenza”; il “rischio”, dunque, sta nel fatto che si possa vivere. Si deve dire correttamente, quindi, “pericolo di morte”, non “di vita”. Il pericolo sta nel fatto che si muoia, non che si viva. Sui tralicci dell'alta tensione i cartelli che avvertono del pericolo recitano, infatti, “pericolo di morte”, non “pericolo di vita”. O siamo in errore?
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Mettere (qualcuno) tra l'uscio e il muro
 
Ecco un altro modo di dire poco conosciuto e, quindi, poco adoperato. Ma che cosa vuol dire? Costringere qualcuno a venire allo scoperto, a manifestare le sue vere intenzioni, a rivelare i suoi pensieri "nascosti". La locuzione si rifà all'immagine di una persona nascosta dietro una porta che, progressivamente, viene spinta e stretta fra il muro (la parete) e l'anta; cosí facendo è costretta a spostarsi e, quindi, a... mostrarsi.

martedì 13 settembre 2016

Mastrina

Ecco una parola - a nostro avviso - da rispolverare e rimettere a lemma nei vocabolari: mastrina. Sorta di grande cassa dove si lavora il tabacco per raffinarlo.

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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": compagine.

lunedì 12 settembre 2016

La paradiastole

Molti lettori, probabilmente, sentiranno questo termine per la prima volta perché è snobbato dai sacri testi grammaticali (quelli in nostro possesso, per lo meno). La paradiastole, dunque, è una particolare figura retorica che consiste nello scegliere, scrivendo o parlando, termini piú appropriati alla bisogna. I nostri scritti e i nostri discorsi, insomma, saranno sempre piú aulici se "metteremo in campo" questa figura.
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Navigando in Rete ci siamo imbattuti in questo titolo di un quotidiano che fa... "opinione". Non lo commentiamo, lasciamo ai nostri cortesi lettori stabilire se è in regola con le... regole grammaticali (e logiche). Stabilire, insomma, se è corretto o no.

AAA cercasi professori. Tutti in classe
ma  1.500 cattedre sono ancora vuote


 

domenica 11 settembre 2016

L'egròto e l'affiatato


La parola segnalata da questo portale: egroto. Si veda anche qui.
E quella, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": affiatato.

venerdì 9 settembre 2016

C'è nipote e nipote...

Un interessantissimo articolo di Paolo D'Achille (Crusca) sulla "nepotanza".
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Ritenersi figlio della gallina bianca
Ecco un modo di dire, forse poco conosciuto e, quindi, poco adoperato. Si dice di persona che crede di essere speciale, unica, e di avere diritto a tutti i privilegi per il solo fatto di stare al mondo. La locuzione fa riferimento al tempo in cui una gallina tutta bianca - diversa geneticamente - e piú grande delle altre era la prediletta e piú pregiata di tutto il pollaio.

giovedì 8 settembre 2016

Parole macedonia

Pregiatissimo dott. Raso,
sono un suo affezionato e fedele lettore fin da quando ho "scoperto" il suo prezioso blog, ricco di "perle preziose per conoscere, conservare e usare al meglio l'italiano", come recita il sottotitolo  del suo altrettanto prezioso libro "Un tesoro di lingua" (che ho scaricato dalla rete). Le scrivo perché mi sono imbattuto in un'espressione che non avevo mai sentito, "parole macedonia";  vorrei sapere, quindi, l'esatto significato di detta espressione e in quale ambito viene adoperata. Certo di una sua sollecita e cortese risposta, la ringrazio anticipatamente e le rinnovo i miei complimenti per il suo impareggiabile lavoro.
Corrado S.
Altavilla Vicentina
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Gentilissimo Corrado, la ringrazio per le sue belle parole che ha voluto dedicarmi e le faccio "rispondere" da persone molto piú autorevoli, in campo linguistico, del sottoscritto. Clicchi qui.

mercoledì 7 settembre 2016

È proprio una facimola!


Facimola, ecco una parola  che ci piacerebbe fosse rimessa  a lemma nei vocabolari perché aulica. Sostantivo femminile che sta per  stregoneria, fattura, malia, fattucchieria e simili. Si veda anche qui.

martedì 6 settembre 2016

Due parole su "stesso" e "medesimo"

 Alcune grammatiche (tutte?) ritengono non necessario accentare il pronome "sé" quando è seguito da stesso o medesimo ( se stesso; se medesimo) perché non si può confondere con il 'se' congiunzione. Motivazione illogica e "pretestuosa": stabilito che il pronome personale "sé" si accenta, non si capisce per quale motivo dovrebbe perdere il segno grafico quando è seguito dai su citati aggettivi. Queste grammatiche dovrebbero specificare, invece, che stesso e medesimo si possono adoperare con il significato di "anche", "perfino" e simili e si pongono, generalmente, dopo il nome: il padre stesso (perfino il padre) denunciò il figlio all'autorità giudiziaria.

lunedì 5 settembre 2016

Altro che o altroché? Dipende...

Tutti  i vocabolari che abbiamo consultato "sostengono"  l'intercambiabilità grafica dell'avverbio altroché: altroché o altro che. A nostro modestissimo parere andrebbe fatto un distinguo in quanto l'avverbio su detto cambia di significato a seconda della grafia. La scrizione univerbata, altroché, andrebbe adoperata quando l’avverbio in questione ha il valore di esclamazione affermativa con il significato, per l'appunto, di sicuramente, senza dubbio, certamente ecc.: ti è piaciuto il film? Altroché! La grafia analitica (scissa, separata), altro che, si dovrebbe usare, invece, allorché la locuzione indica una preferenza o un'esclusione rispetto a qualcos'altro: occorrono prove certe, altro che supposizioni. Da evitare assolutamente la grafia altrocché (con due 'c') perché errata. L'aggettivo altro non determina geminazione (raddoppiamento della consonante).