domenica 8 novembre 2026

Accertare e appurare

 Due verbi per arrivare alla verità, ma con sfumature diverse









Quando vogliamo stabilire se un fatto è vero il nostro lessico ci mette a disposizione due verbi apparentemente gemelli: accertare e appurare. Nei dizionari figurano spesso come sinonimi e, in molti contesti, possono effettivamente sostituirsi l'uno con l'altro. Eppure ciascuno conserva una propria sfumatura, una piccola anima distinta che merita di essere conosciuta. La storia dei due verbi è particolarmente interessante perché conduce fuori dai confini dello Stivale e passa, in larga misura, attraverso lo spagnolo.

Accertare deriva da certo, con l'aggiunta del prefisso ad- (poi assimilato nella forma attuale). Alla sua fortuna ha contribuito, probabilmente, lo spagnolo acertar, verbo che significa non soltanto «rendere certo», ma anche «indovinare», «azzeccare», «cogliere nel segno». Dietro l'idea dell'accertamento si nasconde dunque quella del raggiungimento di una verità sicura, di qualcosa che non lascia più spazio al dubbio.

Appurare, invece, ha un'origine ancora più suggestiva. Proviene infatti dallo spagnolo apurar, collegato al latino purus («puro»). In origine il verbo indicava l'atto di purificare, di eliminare le impurità da una sostanza, come si fa con un liquido o con un metallo. Solo in seguito il significato si è spostato sul piano intellettuale: appurare diviene, così, «ripulire una questione dalle incertezze», separare il vero dal falso fino a fare completa chiarezza.

Ecco perché i due verbi, pur indicando entrambi il passaggio dall'incertezza alla certezza, non sono perfettamente sovrapponibili.

Quando si accerta qualcosa, l'accento cade sul risultato finale. La verità è stata stabilita e può essere considerata acquisita. Non sorprende quindi che il verbo sia frequente nel linguaggio giuridico, amministrativo, medico e tecnico. La polizia accerta la dinamica di un incidente; un medico accerta una diagnosi; l'autorità fiscale accerta una violazione. In tutti questi casi conta il carattere ufficiale e documentato della conclusione.

Appurare, invece, richiama più volentieri il percorso che conduce alla scoperta della verità. È il verbo dell'indagine, della ricerca paziente, della ricostruzione. Un giornalista cerca di appurare i fatti; due persone cercano di appurare l'origine di un malinteso; uno storico appura l'autenticità di un documento. Qui l'attenzione è rivolta meno alla certificazione finale e più al cammino che permette di dissipare ogni dubbio.

Si potrebbe quasi dire che l'accertamento guarda al traguardo, mentre l'appuramento guarda al percorso.

C'è poi una curiosità poco nota, forse. Nello spagnolo moderno apurar ha conservato anche significati che l'italiano non ha accolto. Può infatti significare «finire completamente», «svuotare fino all'ultima goccia» e perfino «mettere alle strette». Tutti questi usi derivano sempre dalla medesima idea originaria: portare qualcosa fino in fondo, fino al limite estremo. L'italiano ha invece conservato quasi esclusivamente l'idea legata alla ricerca della verità.

Un'altra curiosità riguarda l'aggettivo puro. Quando diciamo che una notizia è stata appurata, senza rendercene conto richiamiamo metaforicamente un'antica operazione materiale: la separazione delle scorie dalla materia buona. In fondo, chi appura una notizia fa proprio questo: elimina le 'impurità' del dubbio per lasciare emergere ciò che è autentico.

La regola pratica, dunque, è semplice. Se vogliamo sottolineare una certezza ufficialmente raggiunta, il verbo più appropriato è accertare. Se desideriamo invece evidenziare la ricerca che ha condotto alla verità, sarà spesso preferibile appurare. Due verbi fratelli, insomma, che conducono entrambi alla certezza, ma seguendo sentieri leggermente diversi: l'uno certifica, l'altro illumina.

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Mezzomandato: una proposta italiana per sostituire midterm

L'anglismo che accompagna le elezioni americane può essere sostituito da un neologismo italiano semplice, trasparente e immediatamente comprensibile

Ogni volta che negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni che si svolgono a metà della presidenza, giornali, televisioni e siti d'informazione rispolverano puntualmente il termine inglese midterm. E così leggiamo di «elezioni di midterm», «voto di midterm», «test di midterm» e via anglicizzando. Ma davvero l'italiano ha bisogno di ricorrere a questa parola barbara?

In inglese midterm è un composto di una semplicità disarmante: mid significa «mezzo», «metà»; term significa «mandato», «periodo di carica». Letteralmente, dunque, midterm non è altro che ciò che avviene a metà mandato. Se il significato è così trasparente, perché non tradurlo con una parola altrettanto trasparente? Da questa considerazione nasce la proposta di mezzomandato.

Il neologismo è formato secondo un procedimento antichissimo e perfettamente italiano. La nostra lingua conosce infatti numerosi composti costruiti con mezzo: mezzogiorno, mezzanotte, mezzaluna, mezzobusto, mezzofondo e molti altri ancora. Mezzomandato si inserirebbe dunque senza forzature in una famiglia lessicale già ampia e ben consolidata.

Il vantaggio principale della nuova formazione è la sua immediata comprensibilità. Chiunque legga per la prima volta l'espressione «elezioni di mezzomandato» ne comprende il significato senza bisogno di note esplicative o di conoscenze della lingua d'Albione. Il termine parla da sé, come accade per tutte le formazioni linguistiche ben riuscite.

Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che le cosiddette midterm elections americane non riguardano soltanto il presidente, ma coinvolgono il rinnovo di una parte del Congresso e di altre cariche elettive. L'obiezione è fondata, ma non modifica la sostanza della questione linguistica. Anche in inglese il vocabolo si è imposto perché la consultazione cade intorno alla metà del mandato presidenziale. Lo stesso criterio può quindi essere riprodotto in italiano senza perdita di significato.

La storia della lingua insegna che molte parole oggi considerate normalissime furono, in origine, semplici proposte. Qualcuno le coniò, qualcuno le accettò e, poco alla volta, entrarono nell'uso comune. Ogni vocabolo affermato è stato, in un determinato momento della sua esistenza, un neologismo.

C'è poi una curiosità interessante. Mentre in italiano l'espressione «metà mandato» è nota da sempre nel linguaggio politico, nessuno sembra aver pensato a condensarla in un'unica parola. Eppure la lingua italiana ama la sintesi lessicale quando questa produce termini chiari e funzionali. Sotto questo profilo mezzomandato appare quasi una parola che aspettava soltanto di essere scoperta.

Riuscirà ad affermarsi? È impossibile dirlo. Le parole, come gli esseri viventi, seguono strade imprevedibili. Alcune attecchiscono, altre scompaiono senza lasciare traccia. Tuttavia mezzomandato ha molte delle caratteristiche che favoriscono il successo di un neologismo: è breve, è trasparente, è formato secondo modelli italiani consolidati e non richiede spiegazioni.

In attesa che sia l'uso a pronunciare il verdetto finale, una cosa è certa: quando leggeremo l'ennesimo midterm, sapremo che l'italiano dispone già di un'alternativa semplice, chiara e perfettamente comprensibile: mezzomandato.



















(Alcune immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it) 



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