Tra i verbi della lingua italiana che sembrano umili e quotidiani, sciupare è uno dei più interessanti. Oggi lo usiamo soprattutto con il significato di sprecare («sciupare il denaro», «sciupare il tempo») o di rovinare («sciupare un vestito», «sciupare un libro»), ma la sua storia racconta molto di più.
Secondo il Vocabolario Treccani, sciupare risale probabilmente al latino volgare exsipare, voce affine a dissipare, dalla quale ha conservato l'idea della dispersione e della perdita. In origine, dunque, il concetto era quello del «far andare disperso», del consumare senza costrutto. Da qui si è sviluppato il doppio valore che il verbo ha ancora oggi: da una parte sprecare, dall'altra guastare o deteriorare.
Le due accezioni, a ben vedere, sono strettamente legate. Se sciupo il denaro, lo consumo inutilmente; se sciupo un vestito, ne comprometto l'aspetto e l'utilità. In entrambi i casi vi è una perdita. Sciupare è dunque il verbo della sottrazione, del venir meno di qualcosa che prima possedeva valore, bellezza o efficacia.
La ricchezza del verbo emerge anche dagli usi figurati. Un contrattempo può sciupare una festa; una cattiva traduzione può sciupare un'opera letteraria; una frase infelice può sciupare un'amicizia. In questi casi non si rovina un oggetto, ma un'atmosfera, un rapporto o un'occasione.
Particolarmente interessante è l'uso riferito alle persone. Fino a non molti decenni fa era comunissimo sentir dire: «Questa malattia l'ha molto sciupato» oppure «Le preoccupazioni la stanno sciupando». Il verbo indicava il deperimento fisico, il consumo lento delle energie. Ancora oggi non è raro trovare qualcuno che, vedendo un amico affaticato, osservi: «Ti vedo un po' sciupato».
Non manca neppure una sfumatura ironica. Quando qualcuno compie uno sforzo minimo o una generosità insignificante, si può commentare scherzosamente: «Eh, ti sei proprio sciupato!». È un uso registrato anche dalla lessicografia e ancora abbastanza vivo nel parlato familiare.
Una curiosità storica riguarda l'antica forma «scipare», oggi scomparsa. Compare già in Dante, che nell'Inferno scrive: «Che la memoria il sangue ancor mi scipa». I commentatori antichi spiegavano il verbo nel senso di «consumare», «disperdere», «far venir meno». Anche in questo caso ritroviamo l'idea fondamentale che ancora sopravvive nell'odierno «sciupare»: quella di una perdita, di qualcosa che si consuma, si deteriora o viene disperso».
Dal verbo sono nati anche i lessemi sciupo e sciupìo, sostantivi che indicano lo spreco. «Fare sciupo di energie», «che sciupìo di denaro!» erano espressioni abbastanza comuni nelle generazioni passate. Oggi tendono a essere sostituite da spreco, ma conservano un sapore genuinamente italiano che meriterebbe di essere preservato.
Il fascino di sciupare, forse, sta proprio nella sua concretezza. Molti sinonimi descrivono soltanto una parte del fenomeno: sprecare insiste sul consumo inutile, rovinare sul deterioramento, dissipare sulla perdita. Sciupare, invece, racchiude tutto in una sola parola. Quando sciupiamo qualcosa, infatti, non ci limitiamo a consumarla: la priviamo di una parte del suo valore.
Ecco perché le nonne dicevano: «Non sciupare il pane». In quella raccomandazione non c'era soltanto un invito al risparmio. C'era il rispetto per il cibo, per il lavoro necessario a procurarlo e, in fondo, per le cose stesse. Una piccola lezione di vita custodita in una parola che, fortunatamente, non si è ancora... sciupata.
***
Dal cimitero alla grammatica: la sorprendente storia del «trapassato»
Il 3 novembre, il giorno che segue la Commemorazione dei Defunti, può offrirci l'occasione per riflettere su una parola curiosa che vive contemporaneamente nel linguaggio comune (funebre) e nella grammatica: trapassato.
Quando sentiamo parlare di un trapassato, infatti, pensiamo subito a una persona morta. Eppure il termine, all'origine, non aveva nulla di lugubre. È semplicemente il participio passato del verbo trapassare, formato da tra- e passare, con il significato di «passare oltre», «andare al di là», «oltrepassare».
L'idea è antica e profondamente radicata nella cultura europea: la morte viene concepita non come una fine assoluta, ma come un passaggio. Il trapassato è, dunque, colui che è «passato oltre».
Fin qui nulla di sorprendente. La sorpresa arriva quando apriamo una grammatica. Anche lì troviamo il trapassato: trapassato prossimo e trapassato remoto. Perché proprio questo nome?
La ragione è la medesima. In espressioni come «avevo mangiato» o «ebbi mangiato», l'azione viene collocata in un passato che precede un altro passato. È quindi un tempo che è andato «oltre» il passato semplice, un passato più lontano, più arretrato. In altre parole, un passato... trapassato.
La lingua, senza che ce ne accorgiamo, utilizza la stessa immagine in due ambiti apparentemente lontanissimi: il cimitero e la grammatica. In ambi i casi c'è qualcosa che ha oltrepassato una soglia. Da una parte una persona che ha lasciato la vita terrena; dall'altra un'azione che si colloca oltre un altro momento del passato.
È uno di quei casi in cui l'etimologia "illumina" significati che sembravano del tutto indipendenti. E ci ricorda ancora una volta che le parole, proprio come gli uomini, hanno una storia. Alcune, addirittura, attraversano i secoli senza perdere il loro significato più profondo: quello di un passaggio verso «un oltre», qualunque esso sia.
Una piccola curiosità: il trapassato che ricordiamo nei cimiteri e il trapassato che studiamo a scuola sono, in fondo, parenti molto più stretti di quanto si potrebbe immaginare.
(Alcune immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi, saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)



Nessun commento:
Posta un commento