Fra le tante gemme nascoste del nostro lessico, una delle più curiose è certamente tracannare. Oggi tutti conoscono questo verbo: bere con ingordigia, a grandi sorsi e senza troppe cerimonie. Si tracanna un boccale di birra, si tracanna un bicchiere d'acqua dopo una lunga corsa, si tracanna perfino una medicina poco gradita pur di togliersi il fastidio.
Quello che pochi sanno, probabilmente, è che questo verbo conserva, nascosta al proprio interno, un'immagine sorprendentemente concreta: quella della gola trasformata in un tubo.
L'etimologia più accreditata riconduce infatti tracannare all'unione di tra- (dal latino trans, «attraverso») e canna, nel significato antico di «condotto», «tubo», «canna della gola». In origine, dunque, tracannare richiamava l'atto di mandare giù una bevanda quasi direttamente attraverso la «canna», senza soffermarsi ad assaporarla.
Ed è proprio canna la protagonista nascosta della vicenda. Da questa antichissima parola, passata dal greco kánna al latino canna, deriva infatti una numerosa famiglia lessicale: la cannuccia con cui si beve, la cannella dell'acqua, il cannocchiale, e persino il celebre cannolo siciliano, il cui nome richiama i piccoli cilindri attorno ai quali la sfoglia veniva tradizionalmente avvolta.
Quando diciamo che qualcuno «tracanna», dunque, stiamo inconsapevolmente descrivendo un gesto molto preciso: il liquido che scende rapido attraverso quella sorta di canale naturale che è la gola. Il piacere della degustazione passa in secondo piano; conta soltanto la velocità con cui il contenuto del bicchiere scompare.
C'è però un'altra curiosità degna di nota. L'italiano ha a disposizione numerosi verbi per indicare l'atto del bere, ciascuno con una sfumatura ben precisa: bere, sorseggiare, centellinare, degustare, trincare e tracannare. Fra tutti, quest'ultimo è forse il più espressivo. Basta pronunciarlo per richiamare il gesto rapido e quasi precipitoso di chi vuota un bicchiere in pochi istanti. È una parola che sembra contenere già il movimento che descrive.
Non manca neppure una sottile ironia popolare. Chi tracanna non si limita a bere: pare quasi che riversi il contenuto del bicchiere direttamente nella gola, saltando il piacere dell'assaggio. La parola stessa sembra accompagnare il tragitto del liquido che scende veloce attraverso la «canna», come se il suono imitasse l'azione.
Ed è proprio questa vivacità che distingue tracannare dai suoi sinonimi. Bere è un verbo neutro; sorseggiare suggerisce calma e gusto; tracannare, invece, aggiunge immediatamente un'idea di impeto, fretta, avidità o sete improvvisa. In una sola parola è racchiusa un'intera scena.
Questo, forse, è il fascino delle parole migliori: mentre sembrano limitarsi a nominare un'azione, conservano al loro interno un'antica immagine che continua a vivere senza che ce ne accorgiamo. Nel caso di tracannare, l'immagine è quella di una semplice canna. Ma basta pronunciare il verbo per sentire ancora, dopo secoli, il gorgoglio di una bevuta troppo frettolosa.
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Dall'antroponimo Leonardo, di cui ieri ricorreva la festività, formato con gli antichi elementi germanici lewo («leone») e hardu («forte», «ardito»), possiamo partire per una piccola esplorazione linguistica, soffermandoci sull'aggettivo leonino.
Il lessema leonino significa «proprio del leone» o «simile al leone». Si parla infatti di criniera leonina, di forza leonina, di aspetto leonino. Nel corso dei secoli il termine ha assunto un significato figurato assai interessante.
Ancora oggi si usa l'espressione patto leonino, cioè un accordo ingiusto nel quale uno dei contraenti si riserva tutti i vantaggi lasciando agli altri soltanto oneri e svantaggi. L'origine risale a una celebre favola attribuita a Esopo e ripresa da Fedro: alcuni animali vanno a caccia assieme al leone, ma al momento di dividere la preda il re della foresta si prende tutto facendo valere la propria forza e la propria autorità. Da allora un accordo squilibrato è detto appunto leonino.
C'è anche una curiosità meno nota. In metrica si chiamano versi leonini alcuni versi medievali caratterizzati da particolari rime interne. Gli studiosi discutono ancora sull'origine precisa del nome, ma la denominazione è attestata da molti secoli nella tradizione letteraria.
Quando pronunciamo parole come Leonardo, leonino o l'espressione patto leonino, stiamo inconsapevolmente richiamando il più celebre degli animali simbolici, il leone, che da millenni rappresenta forza, coraggio, nobiltà e potere. Una testimonianza di come i nomi propri e le parole comuni continuino a intrecciare le loro storie ben oltre il loro significato originario.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Dopo le midterm
La diretta Trump: “Non mollerò mai”. E nomina il falco anti migranti Miller capo di gabinetto al posto di Susie Wiles
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“Anti”, da solo, non ha alcun significato essendo un prefisso; deve essere “attaccato” al sostantivo che segue. Correttamente, quindi: antimigranti. Gli operatori dell’informazione possono cliccare qui, per l’uso corretto. Se il prefisso si riferisce a un nome proprio si fa seguire da un trattino: anti-Giuseppe.
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