Nell’immenso Regno delle Parole, un bel villaggio prosperava in
armonia con il linguaggio. Al centro si ergeva la Torre del
Vocabolario, dove maestro Evòcus, il custode delle Parole Perdute,
vigilava su vocaboli preziosi, come "evocare". Molto
spesso, purtroppo, si rattristava perché vedeva che molte parole, un
tempo ricche di significato, venivano travisate o svuotate da un uso
improprio.
Un giorno, in pieno inverno, arrivò nel
villaggio una delegazione di studiosi provenienti dal Regno dei
Vocabolari. Portavano con sé l’ultima edizione del loro famoso
dizionario. "Abbiamo grandi novità editoriali!"
annunciarono con entusiasmo. Maestro Evòcus inforcò gli occhiali e
sfogliò il volume. A un certo punto, con sgomento, lesse: Evocare:
'chiamare', 'convocare', oppure 'suggerire vagamente'.
"Ma
cosa significa questo?" domandò, inorridito, il custode. "Come
possono i vocabolari attestare un uso improprio?"
Uno
degli studiosi tentò di rassicurarlo, spiegandogli: "Il nostro
compito, cortese amico, non è solo descrivere la lingua com’è, ma
anche registrare come viene adoperata. Anche se gli usi sono
sbagliati, se molte persone li seguono, finiscono con l’essere
accettati e messi a lemma."
Evòcus, per nulla
convinto, scosse la testa. "Ma così si rischia di perdere la
vera magia di parole come evocare! Questo verbo non dovrebbe essere
ridotto a un sostituto generico di chiamare o suggerire e simili. È
un temine che richiama emozioni, immagini, ricordi. Svuotarlo di
questo significato significa impoverire la lingua stessa."
Per
mettere in evidenza la sua preoccupazione fece alcuni esempi. "Una
volta un politico, durante una campagna elettorale, disse: ‘Evoco
tutti i miei concittadini a partecipare alla riunione.’ Ma non
stava evocando un bel niente. Voleva semplicemente convocare una
riunione. Raccontò anche di un annuncio pubblicitario che recitava:
‘Questa fragranza evoca il lusso assoluto.’ Ma non c’era nulla
di evocativo: era solo una strategia per vendere."
Uno
degli abitanti, amante del buon uso della lingua, intervenne:
"Maestro, come possiamo fare, allora, per usare evocare nel modo
corretto?"
"Semplicissimo," rispose Evòcus.
"Pensa alle emozioni e alle immagini che vuoi risvegliare. Per
esempio, potresti dire: ‘Questo quadro evoca il silenzio di una
notte stellata.’ Oppure: ‘Il canto degli uccelli, che la mattina
ti sveglia, evoca un senso di libertà.’ In questi casi il verbo
evocare non si limita a descrivere: fa nascere qualcosa di vivo nella
mente e nel cuore di coloro che ascoltano."
Per
aiutare il villaggio a comprendere meglio il significato proprio del
verbo, maestro Evòcus organizzò una grande festa delle parole, dove
i partecipanti presentarono esempi dell’uso corretto di "evocare".
Una giovinetta: ‘La musica dell’arpa evoca immagini di antichi
castelli e nobili dame.’ Un pittore aggiunse: ‘Il contrasto delle
luci e delle ombre in questo quadro evoca una malinconia
profonda.’
Alla fine della festa, maestro Evòcus,
soddisfatto, concluse: "Vedete, amiche e amici? Evocare non è
solo una parola: è un ponte tra il linguaggio e l'immaginazione.
Proteggerne il vero significato non è solo una questione
linguistica, ma anche culturale.
Pur riconoscendo l’autorevolezza dei vocabolari, gli abitanti impararono che era loro responsabilità adoperare le parole con rispetto e precisione. La Torre del Vocabolario divenne, così, un luogo non solo di studio, ma anche di ispirazione, dove le persone potevano scoprire la bellezza nascosta delle parole.
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La lingua “biforcuta” della stampa
Live
Meloni: il piano di riarmo Ue è roboante. Il Senato approva la risoluzione di maggioranza
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In buona lingua italiana: reboante. Alcuni vocabolari attestano, come seconda occorrenza, “roboante”, ma a nostro avviso non sono da seguire. La sola forma corretta è reboante, dal latino “reboante(m)”, participio presente di “reboare”, rimbombare. Non esiste un prefisso "ro-".
(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
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