sabato 21 maggio 2022

Il posacenere o il portacenere?



È
preferibile, in buona lingua, “posacenere”, sebbene sia piú comune portacenere. Perché? P
erché i prefissi "porta-" e "posa-" non sono 'sinonimi'. Il primo si adopera per designare oggetti fatti per portare a lungo ciò che esprime il nome (portaritratti); il secondo per indicare oggetti su cui si posa temporaneamente qualcosa (posaferro [da stiro]). Il portaritratti resta, non si getta; la cenere si getta e il ferro si toglie dal... posaferro. È bene ricordare, anche, che sia portacenere sia posacenere sono sostantivi maschili invariabili: il portacenere, i portacenere; il posacenere, i posacenere. I sostantivi maschili formati con una voce verbale e un sostantivo femminile singolare ("posa", verbo e "cenere", sostantivo femminile) nella forma plurale non cambiano.
Una "googlolata" ha dato 827.000 occorrenze per portacenere e 3.670.000 per posacenere, quantunque quest'ultimo sia meno adoperato.

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Una piccola notazione sull’uso corretto degli aggettivi numerali “frazionari”. È necessario tenere  presente, dunque, che nella numerazione decimale la parte frazionaria deve essere divisa dall’intero da una virgola: è alto m 1,75 (i metri, i centimetri, i chilometri ecc. non debbono assolutamente essere seguiti dal punto). Nei sistemi non decimali – come nel caso delle ore – la virgola deve essere sostituita dal punto o, meglio ancora, dai due punti: sono le 10.45 (o 10:45); si tratta, infatti, di 45 sessantesimi e non di 45 centesimi. È errore madornale, quindi, dividere le ore dai minuti mediante una virgola. Ma siamo sicuri che la nostra  modesta “predica” sarà, come sempre, rivolta al vento. Continueremo a leggere o, meglio, a “vedere” sulla stampa le ore scritte in modo errato: la conferenza stampa di fine d’anno si terrà alle 17,30. Ma tant’è. 

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La lingua "biforcuta" della stampa

Il caso

Lady Demonique (cacciata da Calenda) potrà candidarsi a sindaco nel Canton Ticino

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Sindaca, in lingua italiana.

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LA CRONISTA DI DOMANI ESPULSA DALLA TRIBUNA STAMPA

Alla Camera le giornaliste donne sono trattate come oggetti di decoro

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Perbacco! Non lo sapevamo. Apprendiamo ora, grazie alla stampa, che le giornaliste sono donne.


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ASIA

Senza cibo e medicine, Sri Lanka prima vittima della grande carestia

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In lingua italiana, non cispadana: senza cibo medicine.



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venerdì 20 maggio 2022

Gli "antipapi" e gli "antifurto"


 Proprio non capiamo perché buona parte dei vocabolari dell'uso - se non tutti - attesta (o, se preferite, attestano) il sostantivo  "antifurto" invariabile e "antipapa", invece variabile: l'antifurto, gli antifurto; l'antipapa, gli antipapi. Eppure i due sostantivi sono formati con lo stesso prefisso "anti-" (che significa "avversione", "contro", "opposizione") e un nome maschile singolare.  Perché questa disparità di "trattamento linguistico"? Da parte nostra, amici, diremo e scriveremo, sempre, per esempio (e a costo di attirarci gli strali di coloro "che fanno la lingua"), che «tutti gli appartamenti hanno gli antifurti». Voi, cortesi blogghisti... Il plurale antifurti, ritenuto errato dai vocabolaristi, è immortalato in numerose pubblicazioni.


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La parola proposta da questo portale: rinenchite. Che cosa sta a indicare? La siringa per fare le iniezioni nel naso. Sostantivo femminile.



 

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mercoledì 18 maggio 2022

Sgroi - 129 - "Chi mangia fa molliche!" Cosa vuol dire? Chi lo dice? Dove si dice? Da quando si dice? Da dove deriva?


 

di Salvatore Claudio Sgroi

 

1. Outing familiare

Devo confessare che quando mangio il pane, non riesco a non fare 'molliche', ovvero 'briciole', suscitando il giusto richiamo di mia moglie, che dovrà spazzare il pavimento. A cui io rispondo immancabilmente, per giustificarmi del mio (colpevole) comportamento, col proverbio: "Chi mangia fa molliche!".

          2. Cosa vuol dire "chi mangia fa molliche"?

Il significato di fondo dell'espressione -- Saussure avrebbe detto "il signifié" -- è quello letterale, ma i "sensi" -- ovvero le "significations" o "sens" -- variano secondo le molteplici situazioni in cui l'espressione è adoperata. Nel caso mio il significato letterale viene a coincidere col "senso": spezzando il pane "faccio molliche" ovvero "briciole", sporcando per terra. La valenza semantica è quindi negativa.

 

3. Chi lo dice?

Tale espressione lungi dall'essere pan-italiana risulta limitata all'italiano meridionale, dalla Campania alla Sicilia. Non è peraltro un caso la sua assenza nella corrente lessicografia. Per es. nel De Mauro 2000 e nel Gradit 20072, nello Zingarelli 2021, nel Devoto-Oli et alii 2021, nel Sabatini Coletti 2007, nel Garzanti 2020, ma anche nel Grande dizionario [storico] della lingua italiana di S. Battaglia (vol. X, 1978) dov'è frequente il sintagma "mollica di pane" (e dove neopuristicamente sotto mollica si avverte: "non esatta la pron. settentr. mòllica").

 

4. Etimo (diacronico) di "Chi mangia fa molliche"

Se dico chi mangia fa molliche, parlando in siciliano è per me naturale dire Cu mancia fa [-m]muɖɖichi.

Il proverbio è infatti di origine siciliana ed è registrato nel Vocabolario siciliano (VS) di G. Piccitto-G. Tropea-S.C. Trovato (vol. II, 1985), con rinvio alle attestazioni nei dizionari di Pasqualino 1785-95, Avolio 1885-1900 c. e Trischitta 1875-1930, nonché documentato in forma orale a CT 12 ossia a Sant'Alfio e AG 8 ovvero a Licata (ma anche nel siciliano occidentale, per es. a Terrasini). Ed è reso non col calco 'chi mangia fa molliche ma con "chi va al mulino s'infarina". La variante nun zi mància senza fari muddichi è inoltre documentata, stando sempre al VS, ancor prima nel diz. secentesco dell'Antico Anonimo. Lo si trova anche -- e pour cause -- nella Fraseologia sicolo-toscana di Michele Castagnola 1863 (rist. anast. Cavallotto 1979): "Muddica. 3. Cui mancia fa muddichi = ciascuno falla; "chi fa falla, e chi non fa sfarfalla" (p. 236), che riprende i traducenti del Pasqualino (1789).

Il costrutto non è peraltro solo sic., essendo presente anche -- pur con minor frequenza --  in Campania e in Calabria, come indicato in Riccardo Schwamenthal, ‎Michele L. Straniero 2013: "1295 Chi mangia, fa molliche Cui mancia, fa muddichi (Sicilia) Chi magna fa mulliche (Campania) Cui mangia fa moddhichi (Calabria)" (Dizionario dei proverbi italiani e dialettali, Rizzoli, on line). E come confermato da un informante calabrese cu mangia faci mullichi, che però non lo traduce parlando in it., e da un informante campano.

 

4.1. Vitalità dialettale sei-settecentesca di cu mancia fa muddichi

Una rilevante attestazione letteraria, a ulteriore testimonianza della vitalità del fraseologismo in siciliano, è quella del poeta Giovanni Meli (Palermo, 1740-1815) in due opere, ovvero nelle Favuli morali, scritte nel 1759 ed edite nel 1762:

 

(i) "Vattìnni, figghiu miu, 'un aviri dichi; // 'ntornu a l'erruri avrannu lu riguardu; // già sannu ca cui mancia fa muddichi";

trad. it. di G. Santangelo: "Vattene , figlio mio , non aver timori; //  intorno all'errore avranno riguardo; // già sanno che chi mangia fa molliche".

(in Opere, vol. II, Favole morali, La fata galante, Don Chisciotte, Poesie postume, a cura di G. Santangelo, Rizzoli 1968, p. 226),

 e nel Don Chisciotti e Sanciu Panza (Poema eroi-comicu) del 1787:

 (ii) "Doppu diversi imprisi granni e nichi, // s'accorsi aviri fattu un sbagghiu enormi // (cui mancia finalmenti fa muddichi // e qualchi vota lu grand'omu dormi): // di battagghi notturni e alpestri intrichi // cui ni faceva fidi e dava informi? // In rubrica di erranti Cavaleri // nutaru e tistimoniu è lu cavaleri";

 tr. it. di G. Santangelo: "Dopo diverse imprese grandi e piccole, // si accorse di aver fatto uno sbaglio enorme // (chi mangia finalmente fa briciole // e qualche volta il grande uomo dorme): -- di battaglie notturne e alpestri intrighi // chi avrebbe fatto fede e avrebbe dato informazioni? // In rubrica di errante Cavaliere-notaro e testimonio è lo scudiere" (ibid. p. 573).

 Ma nell'ed. del 1818 Don Chisciotte e Sancio Panza nella Scizia. Poema originale... tradotto in lingua italiana dal Cap. Matteo di Bepilacqua, t. I, Vienna, Felice Stockholzer (Google ricerca libri avanzata), appare invece chi mangia fa molliche, che vale quindi come prima attestazione in italiano:

 23. Dopo picciole alfine e grandi imprese

S'accorse d'aver fatto un sbaglio enorme;

Chi mangia fa molliche, e ciò è palese,

Ed il grand'Uomo qualche volta dorme;

Delle battaglie date in le scoscese

Chi fede ne facea con giuste norme...

In rubrica d'errante Cavaliere

Notajo e testimonio è lo scudiere

(Don Chisciotte e Sanzio Panza nella Sicilia: Poema originale in dialetto siciliano, tomo I, p. 93).

 

5. Regionalismo fraseologico sic.

In quanto "regionalismo fraseologico", chi mangia fa molliche chiosato con 'chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia' era stato a suo tempo da me indicato nella "RILA" 1979 (anche on line), rist. in Per una linguistica siciliana. Tra storia e struttura (Sicania 1990, p. 421), ripreso poi da A. Leone L'italiano regionale in Sicilia (il Mulino 1982, p. 58 n. 3)

 

5.1. Vitalità letteraria del regionalismo "Chi mangia fa molliche"

Una scorsa a "Google libri ricerca avanzata" consente di documentare la vitalità letteraria del regionalismo "Chi mangia fa molliche", con riferimento a situazioni e significazioni diverse, dopo la citata trad. it. 1818 del Meli (Don Chisciotte e Sanzio Panza nella Sicilia), in scrittori per lo più siciliani quali:

 

Vitaliano Brancati 1943: «Chi mangia fa molliche, caro mio! Voglio dire che chi mangia sa anche cosa mangia.» Ci fu una pausa. «Quante me n'ha insegnate, quell'uomo! Per esempio: i peperoni vanno conditi con sale grosso...» «E olio rancido!» gridò il coro" (I piaceri, in Opere, 1932-1946 , a c. di L. Sciascia, Bompiani 1987, p. 628).

Vitaliano Brancati 1949: "Che ti devo confessare , che anche io, qualche volta ... non dico sempre , non dico nemmeno spesso ... ma qualche volta insomma ? ...Chi mangia fa molliche, si suole dire ... Chi sta sempre a cavallo dovrà pure stramazzare di tanto" (Il bell'Antonio, in Opere: 1947-1954, a c. di L.Sciascia, Bompiani 1992, p. 145).

Stefano D'Arrigo [1919-1992]: "Ma chi mangia, fa molliche, si sa: perciò muoiono di troppo vivere, di scialibi e una volta morte, questo è un fatto talmente fuori dell'ordinario, che la loro morte non scala mai la loro vita, ma anzi, al confronto..." (I fatti della fera, Rizzoli 2000, p. 97).

Antonio Pizzuto [1967-1975]: "Puoi dunque richiedere senz'altro gli originali che ti occorrono per la composizione al nostro buon Vanni, nella speranza che in tipografia non si coprano di macchie: un proverbio siciliano dice che chi mangia fa molliche" (L'ultima è sempre la migliore. Carteggio (1967-1975), Polistampa 2007, p. 32).

Silvana Grasso·2011: "E lei col cucchiaio di rame, dentro le segrete dell'utero, faceva presto e nettava tutto. Poi si lavava le mani con la cenere e l'acqua fredda del pozzo – «disinfetta... disinfetta» diceva – e rassicurava le contadine con l'utero aperto per l'aborto e la sottana insanguinata «Chi mangia fa molliche... non ci badate...chi mangia fa molliche... e ci cascate ancora ché gli uomini porci sono c'è la Canaria che vi sgrava... la Canaria ... fidatevi della Canaria..." (Il bastardo di Mautàna, Marsilio).

Roberto Disma 2021: "Eppure, in Sicilia si dice che cu mangia fa muddichi, chi mangia fa molliche; e Verga ha mangiato, tantissimo. Per ovvie ragioni, il massimo riferimento cui hanno attinto le ricostruzioni della sua vita è stato Federico De Roberto, scrittore insigne e grande amico" (Il viaggio. Vita e avventure di Giovanni Verga, Graphofeel, E-book).

Gaetano Savatteri 2020: "Per il resto, è uno che vive e lavora in Sicilia. Chi mangia fa molliche" (Il lusso della giovinezza, Sellerio).

Santo La Rosa 2017: "A questo punto Santo aveva capito tutto e, una volta di più pensò che chi mangia fa molliche (detto siciliano che traduce in volgare quello più aulico “errare umanum est” " (L'intruso, lulu.com, p. 208).

Sebastiano Urso 2019: "“Chi mangia fa molliche dissi a mia sorella, inviperita per il disastro che avevo combinato sul suo ricamo. Da allora in poi fui esonerato da quella prestazione d'opera!" (Il faro che sapeva di mare, Youcanprint).

Caterina Vaccari 2021: "Dalle mie parti si dice: “Chi mangia fa molliche”, che più o meno è l'equivalente del detto più comune: “Per fare una frittata devi rompere qualche uovo”. Qualsiasi cosa si debba sporcare, il senso è sempre lo stesso: se fai mille cose, inevitabilmente si possono fare anche degli errori" (Hanima. Le mie cento vite, Europa Edizioni).

 

5.2. Usi non letterari

Per altre attestazioni non letterarie, sempre sulla scorta di "Google libri ricerca avanzata" citiamo (per ulteriori il lettore avido potrà ancora ricorrere a Google):

 

Saverio Lodato 1994: "Dice un vecchio proverbio siciliano: «Solo chi mangia fa molliche». (Si intende dire che solo chi «non mangia), cioè chi resta con le mani in mano, non corre rischi, non sbaglia mai, non dà adito a critiche sul suo operato" (Dall'altare contro la mafia, Rizzoli, p. 154).

Giuseppe Carrubba 2011: "Ma non lo sai chi mangia fa molliche? Ed è tutto previsto, anche la perdita sul guadagno! - Non capisco - mi rispose incuriosito. - Tu quando compri un chilo di pane o un chilo di patate, le molliche o la buccia della frutta la mangi pure?" (Contro le BR e contro questo stato, Booksprint).

Licia Cardillo Di Prima 2014: "Il fatto è che chi mangia fa molliche e la maggior parte della gente, in questa città, vive di quelle che i signori, per distrazione, generosità o vanità, lasciano cadere ai loro piedi, e un miserabile deve fare di necessità virtù [...]" (Eufrosina: Carteggio d'amore tra il viceré Marco Antonio, Dario Flaccovio).

Paolo Scarlata 2014: "Oggi in Italia ritengo, che fare attività imprenditoriali, senza incorrere in cause, civili sia assolutamente impossibile, anche perché un vecchio detto recita “che chi mangia fa molliche”, chiunque nel suo mestiere, se lo fa per vivere [...] ha contenziosi attivi o passivi [...]" (Te lo do io il carcere, E-book, p. 162).

Alessandro Calvi·2015: "ingegneri, geometri − considerato che, come è noto, il movimento terra è uno dei settori nei quali per tradizione investe la grande criminalità organizzata. In Sicilia si dice che cu mancia fa muddichi, chi mangia fa molliche. Ed è lo stesso che dire che chi fa sbaglia. Ma la versione siciliana sembra sottintendere più di quanto non riesca a fare la versione continentale del proverbio" (Paracarri: Cronache da un'Italia che nessuno racconta, Rubbettino).

Pippo Carrubba·2015: "... la si fa perché ci sono i negozianti del posto che lo usano in abuso, questi non sono venuti ora, ma sono di già del posto avendo il loro box privato e chi ne è senza sono pochissimi e poi...chi mangia fa molliche, signor Sindaco" (Lettera al Direttore, Booksprint).

Giuseppe Siracusano 2016: "A difesa della classe medica vorremmo solo dire che nessuno è perfetto e che “chi mangia fa molliche”, cioè chi fa commette errori, in buona o in mala fede. Noi tutti vorremmo tuttavia che la terra ci coprisse per volere di Dio e non per errore del medico" (Proverbi Rurali I, Lulù.com, p. 182).

Mario Giordano 2018: "Potrebbero essere incidenti di percorso, si capisce: se chi mangia fa molliche, figurarsi chi anziché mangiare lavora con la spazzatura..." (Avvoltoi, Mondadori).

Cesario Picca 2018: "Ed erano tutti consapevoli che non sarebbe stato facile trovarle anche se, come diceva Cassarà ripetendo un detto della sua terra, “chi mangia fa molliche”" (L'intrigo. Guanti puri e senza macchia, CreateSpaceindipendent).

Valentino Bonu·2022: "In provincia di Messina esiste un detto: “Solo chi mangia fa molliche”. Sembrerebbe che la scelta di tagliare le gambe al referendum sull'Eutanasia, esternata dalla Corte Costituzionale, sia la prova che in fondo quando ci si applica per qualcosa non si può non fare errori, appunto molliche" (Eutanasia. Allungare la vita o allungare la morte?, Youcanprint).

 

Sommario

1. Outing familiare

2. Cosa vuol dire "chi mangia fa molliche"?

3. Chi lo dice?

4. Etimo (diacronico) di "Chi mangia fa molliche"

4.1. Vitalità dialettale sei-settecentesca di cu mancia fa muddichi

5. Regionalismo fraseologico sic.

5.1. Vitalità letteraria del region. "Chi mangia fa molliche"

5.2. Usi non letterari












 

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L'omofobia


 Riceviamo e pubblichiamo

 

Stamattina (ieri, per chi legge), di buon’ora, ho appreso dalla radio che oggi è la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Ho poi trovato la stessa indicazione – scritta così, con una parola sola – su alcuni giornali on-line del mattino. Poi il TG delle 13,00 ha ampliato le mie conoscenze, parlando di omo-lesbo-bi-transfobia. L’aggiunta di lesbo mi ha sorpreso: non è anche questa una forma di omosessualità declinata al femminile?

Torno su Google e vedo che questa aggiunta è piuttosto frequente: compare addirittura nel Vocabolario Treccani, che, alla voce "Omolesbobitransfobia", scrive: “Avversione ossessiva per gli omosessuali, le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e l’omosessualità maschile e femminile, la bisessualità e la transessualità.”

D’accordo con la seconda parte del Treccani, ho sempre creduto che l’omosessualità potesse essere sia maschile che femminile. Non capisco quindi la necessità di citare esplicitamente le lesbiche. A meno che qualcuno pensi che omo abbia a che fare con uomo, escludendo quindi le donne … Vuol dire che, quando si parla di “apertura mentale”, per alcuni si tratta di un’apertura del cervello dalla quale è fuoriuscita l’intelligenza?

Pier Paolo Falcone


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Una provocazione linguistica

Da notizie giornalistiche apprendiamo che l'aeroporto di Roma-Fiumicino ha un nuovo punto di imbarco. Non sarebbe meglio lasciare imbarco riferito alle navi e "involo" per quanto attiene agli aerei? Ieri è stato inaugurato un nuovo punto d'involo. Abbiamo bestemmiato?


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La lingua "biforcuta" della stampa

Commissione esteri Senato, debacle 5 Stelle: Stefania Craxi eletta presidente

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Insistono con i barbarismi, e li sbagliano pure. Correttamente: débâcle.




 

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martedì 17 maggio 2022

La musica e la lingua

 


I
nostri fedeli lettori ci perdoneranno se riproponiamo, ancora una volta, un nostro modesto intervento su alcune "questioncelle" orto-sintattico-grammaticali. Insistiamo perché abbiamo notato, con un pizzico di rammarico, che le nostre noterelle non hanno sortito l'effetto sperato. L'«anarchia linguistica» continua...
Vi sono persone, soprattutto tra le così dette grandi firme della carta stampata, che non ritengono necessario l’approfondimento (o lo studio) della grammatica della lingua italiana in quanto sono convinte di conoscerla bene per il semplice motivo che parlano e scrivono la lingua madre – come suol dirsi – per pratica. Esse fanno loro il detto popolare secondo il quale la pratica uccide la grammatica; al più, di fronte a perplessità ortografiche, ricorrono all’aiuto dell’orecchio, preziosissimo per comporre allegri motivetti con la chitarra o il pianoforte.
A costoro riteniamo utile ricordare quanto scrisse in proposito il poeta Giuseppe Giusti: «L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnare, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare». Mai parole furono più sante.
Chi sa quante volte, infatti, a ognuno di noi sarà capitato, nel buttar giù le classiche quattro righe a un amico, di essere assalito da dubbi sull’esatta grafia delle parole e sulla loro giusta collocazione nel contesto della frase o del periodo. Vogliamo fare un esempio? Sognamo o sogniamo? Con o senza la i? Beneficerò o beneficierò? In casi del genere non c’è musica sacra o profana che faccia alla bisogna: l’orecchio non ci viene minimamente in aiuto. Allora, immobili, con la penna in mano (ora davanti al computiere), presi dall’amletico dubbio malediciamo il giorno in cui buttammo (con presunzione) alle ortiche il vecchio e prezioso libro di grammatica…
Vediamo, quindi, di sciogliere, nell’ordine, questi dubbi; prima, però, a proposito di orecchio, sarà bene ricordare che ha due plurali, uno maschile e uno femminile e non sono interscambiabili non si adoperano, cioè, indifferentemente. Si usa il maschile per indicare l’organo dell’udito (mi fanno male gli orecchi); si adopera il femminile, invece, in senso figurato (le orecchie del libro).
Sognamo o sogniamo, dunque? Sogniamo (con la i), anche se, a suo tempo, imparammo che tra il digramma (unione di due lettere formanti un unico suono) gn e le vocali a, e, o, u non si inserisce la i: quindi scriveremo sogno, regno, ognuno, eccetera. La i di sogniamo è obbligatoria e si giustifica con il fatto che è parte integrante della desinenza '-iamo' della prima persona plurale del presente indicativo, del presente congiuntivo e dell’imperativo. Condanniamo (senza appello), pertanto, i "sacri testi" (grammatiche e vocabolari) che ammettono la grafia senza la "i" (*sognamo).
Tutti i verbi in '-gnare', dunque, ma anche quelli in '-gnere' e in '-gnire' (disegnare, insegnare, spegnere, grugnire ecc.) conservano la i ogni qualvolta detta vocale faccia parte della desinenza.
Beneficerò, senza la i. I verbi in '-ciare' (come quelli in '-giare') perdono la i che pure è parte integrante del tema (o radice) davanti alle desinenze che cominciano con le vocali e o i. In questi casi, infatti, la i non è più necessaria per mantenere il suono palatale alla consonante c (o g). Scriveremo, dunque, beneficeremo, mangeremo, comincerei. Solita eccezione, effigiare: conserva la i in tutta la sua coniugazione.
Qualche osservazione ancora, visto che trattiamo un tema prettamente grammaticale, sui sostantivi composti con il prefisso 'con-' (assieme). Contrariamente a quanto ci hanno abituato le grandi firme (e ci piacerebbe sapere chi stabilisce la grandezza) che si piccano di fare la lingua, il suddetto prefisso si unisce direttamente al nome.
Occorre solo ricordare che la n cade davanti a parole che cominciano con vocale: coabitazione (non *co-abitazione come, dicevamo, sono solite scrivere le grandi firme del giornalismo), mentre si trasforma in m davanti ai sostantivi che cominciano con le consonanti labiali p e b: combelligerante, comprimario; si assimila, invece, davanti a m, l, r (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui nell’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda) avremo, quindi, collaboratore, corresponsabile, commilitone e via dicendo.
A proposito, alcuni vocabolari ammettono la voce *coproduzione e il suo composto (*coproduttore). Non c’è alcun motivo che giustifichi la caduta della n del prefisso 'con-'. La voce corretta è e resta comproduzione (la 'n' del prefisso 'con-', secondo la regola, si è "trasformata" in 'm').
Lo stesso discorso per quanto riguarda comprotagonista, voce "più corretta" (ammesso che una parola possa essere "piú corretta"; o è corretta o non lo è, non può essere corretta "a metà")  di *coprotagonista. Nessuno si sogna di dire *coprimario in luogo di comprimario. Perché, dunque, quell’orribile coprotagonista?
Per concludere: in lingua italiana il prefisso 'co-' non esiste. Anche se, purtroppo...



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domenica 15 maggio 2022

Sul suffisso "-ano"


 
Due parole, due, sul suffisso '-ano', che — a nostro modesto avviso — viene molto spesso storpiato, anche da coloro che sostengono di fare la lingua, con l'aggiunta di una "i". Vediamo di spiegarci. Il latino '-anus' (donde il nostro suffisso '-ano') stava a indicare un rapporto di appartenenza: romanus, paganus, silvanus ecc.

In seguito, con la nascita della lingua volgare, l'italiano, è stato adoperato per la formazione di vocaboli di provenienza latina o formati per analogia con questi e per la formazione di aggettivi con uso sostantivato derivati da nomi indicanti mestieri, classi, categorie, oppure per designare gli abitanti delle città, dei paesi, delle nazioni e altre entità geografiche (ecco, quindi, il rapporto di appartenenza che aveva il latino 'anus'): mantovano, goriziano, ergastolano, diocesano.

Il suffisso '-iano' è un ampliamento di quello classico latino '-ano' e da adoperare — a nostro modestissimo avviso — solo in caso di cacofonia (suono sgradevole) e con i nomi propri: pirandelliano, per esempio, è meglio di pirandellano, come foscoliano è meglio di foscolano.

Per quanto attiene a cristiano la i non si giustifica con il fatto che deriva/derivi dal nome proprio di Cristo, ma dall'origine della parola. Viene, infatti, dal latino 'christianus', che a sua volta è il greco 'christianòs'. Come si può ben vedere, dunque, la i è insita nella parola stessa.

 

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In seguito alla nostra segnalazione alla Treccani circa l'uso di "gli" per "a loro", "a essi", gli esperti hanno aggiunto alla risposta: A proposito di gli a loro, si legge nella Grammatica on line della Treccani: "L’uso della forma pronominale atona gli in funzione di complemento di termine in riferimento non solo al maschile singolare, ma anche al maschile plurale è ormai da considerarsi accettabile in quasi tutti i livelli di lingua. Nel parlato colloquiale, quest’uso è molto comune". Qui.

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La lingua "biforcuta" della stampa

 IL CASO

Lady Demonique ci riprova: candidata sindaco nel Comasco con il Partito Gay-Lgtb. “Bocciata”

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Correttamente: candidata sindaca.


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ATTRAZIONI

A Dossena inaugurato il ponte tibetano più lungo del mondo: sospeso a 120 metri d'altezza sulla Val Brembana

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Ci piacerebbe conoscere la "lunghezza" del mondo.



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