lunedì 8 giugno 2026

La grammatica promuove le donne in uniforme

 Quando la morfologia apre le porte che la burocrazia tiene socchiuse


L
a questione del femminile nei gradi militari italiani è un punto d’incontro curioso: da una parte la lingua, che procede spedita e senza esitazioni; dall’altra la burocrazia, che avanza con passo più corto e prudente. Nei documenti ufficiali del Ministero della Difesa sopravvive infatti il maschile non marcato; formule come il Capitano Maria Rossi continuano a comparire per ragioni di uniformità amministrativa. Eppure, sul piano linguistico, non esiste alcun ostacolo: la morfologia italiana accoglie senza sforzo i femminili dei gradi, come ha più volte chiarito l’Accademia della Crusca. La lingua, insomma, ha già aperto la porta; è l’uso istituzionale che la tiene ancora socchiusa.

Quando si passa dalla teoria alla pratica, la formazione dei femminili segue quattro meccanismi limpidi, tutti radicati nel funzionamento ordinario della morfologia italiana. I gradi che terminano in ‑o formano il femminile in ‑a, senza eccezioni strutturali: soldato diventa soldata, forma preferibile a soldatessa perché priva delle sfumature ironiche o letterarie che la tradizione ha sedimentato; capitano diventa capitana; colonnello diventa colonnella; maresciallo diventa marescialla; appuntato diventa appuntata; ammiraglio diventa ammiraglia, da non confondere con la nave ammiraglia, che appartiene a tutt’altra famiglia semantica. Tutti questi esempi mostrano la naturalezza del passaggio.

Una seconda famiglia è quella dei nomi d’agente in ‑iere, che al femminile diventano ‑iera, esattamente come accade in cameriere/cameriera o infermiere/infermiera. La regola vale senza scarti anche per i gradi militari: carabiniere diventa carabiniera; finanziere diventa finanziera; bersagliere diventa bersagliera; brigadiere diventa brigadiera; aviere diventa aviera. Anche qui la lingua non inventa nulla: applica semplicemente un meccanismo già attivo e produttivo.

La terza area riguarda i gradi che terminano in ‑e e che funzionano come nomi di genere comune: la forma resta invariata e il genere si segnala solo attraverso l’articolo. È il caso di generale, tenente, caporale, sergente, maggiore: il generale diventa la generale, il tenente diventa la tenente, il caporale diventa la caporale, il sergente diventa la sergente, il maggiore diventa la maggiore.

Sono parole ambigenere, esattamente come insegnante o dirigente, e la loro flessibilità è già pienamente integrata nell’uso. Anche qui ogni voce segue le norme della grammatica italiana. Il quadro complessivo è dunque nitido: la lingua italiana ha già tutti gli strumenti per formare i femminili dei gradi militari in modo regolare, coerente e trasparente.

La resistenza, dunque, non è linguistica ma burocratica, e come spesso accade l’uso finirà col prevalere adeguandosi alla norma grammaticale, non il contrario. Nel frattempo, chi scrive e chi parla può scegliere forme pienamente corrette, rispettose della struttura dell’italiano e capaci di restituire visibilità linguistica alle donne in uniforme.



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