giovedì 4 giugno 2026

Scordatura e scordamento: due parole sorelle che non suonano allo stesso modo

 Quando la lingua accorda, disaccorda e dimentica: storia di due parole nate insieme ma cresciute lontane

 

A volte le parole che sembrano gemelle non lo sono affatto: condividono la radice, si somigliano nel suono, ma poi la storia le porta altrove, come due fratelli che crescono nella stessa casa e finiscono con lo scegliere mestieri diversi. Scordatura e scordamento appartengono a questa famiglia di falsi gemelli linguistici: nate entrambe da scordare, hanno preso strade divergenti, una verso la musica e la letteratura, l’altra verso la quotidianità più semplice. E proprio questa biforcazione, così discreta e così istruttiva, merita uno sguardo più attento.

La storia di scordatura e scordamento, dunque, è quella di due parole sorelle che hanno condiviso l’infanzia ma non la carriera. Scordatura è la più intraprendente: ha trovato casa nei vocabolari grandi, si è fatta strada nella musica, ha conquistato anche la lingua figurata. È lei la voce che i musicisti pronunciano con naturalezza, sia quando uno strumento si “affloscia” per il caldo sia quando l’accordatura viene alterata di proposito per ottenere effetti timbrici particolari. Nel Seicento, Heinrich Biber costruì un intero ciclo di sonate in cui ogni pezzo richiedeva una scordatura diversa: corde incrociate, accordi impossibili, illusioni acustiche. Il violinista leggeva una nota, ma ne usciva un’altra. Una sorta di gioco di prestigio sonoro che contribuì a fissare il lessema nella terminologia musicale internazionale. Da allora, la scordatura non è più un errore: è un’arte.

Il termine ha poi trovato un secondo mestiere nella lingua figurata. Nei testi dell’Ottocento, scordatura compare spesso con una sfumatura morale: la scordatura dei benefici, degli amici, delle promesse. Non è la semplice smemoratezza: è un oblio che pesa, un dimenticare che sa di trascuratezza, quasi di ingratitudine. Il Tommaseo‑Bellini registra questa nota con un certo rigore, come se la parola portasse con sé un piccolo ammonimento. È curioso che la lingua abbia affidato alla forma più antica il compito di giudicare, mentre alla forma più trasparente ha lasciato la neutralità.

Scordamento, infatti, è più modesto. I dizionari storici lo registrano con dignità, ma senza entusiasmo: è la dimenticanza semplice, quella quotidiana, quella che non pretende di essere elevata a categoria morale. È il fatto nudo e crudo di essersi scordati qualcosa. Non ha la patina letteraria della sorella maggiore, non ha la carriera musicale, non ha la tradizione figurata. È un derivato regolare, quasi timido, che oggi la lingua usa poco. La sua trasparenza non gli ha garantito fortuna: la lingua, si sa, non sempre premia la semplicità.

Sul piano musicale, poi, la differenza è netta. Scordatura è la voce tecnica, riconosciuta e stabile. Scordamento, quando compare, è un uso marginale, non specialistico, più vicino al parlato che alla terminologia. Nei giornali del primo Novecento si trovano sporadiche occorrenze di scordamento riferito agli strumenti, ma quasi sempre come nota di colore, non come termine tecnico. La lessicografia contemporanea conferma questa linea: scordatura è la forma piena; scordamento resta laterale.

C’è infine un dettaglio etimologico che diverte gli studiosi: scordare, da cui derivano ambi i sostantivi, è imparentato con “corda”, “accordare” e con il… “cuore” (scordare vale anche “allontanare dal cuore”, che si riteneva fosse la “sede” della memoria). E qui apriamo una parentesi sulle preposizioni che reggono i sostantivi accordo e disaccordo: “con” e “su”. Si userà “con” riferito a una persona: non sono d’accordo con Pomponio; si adopererà “su” riferito a un argomento: non sono d’accordo su quanto esposto dall’amico Sigismondo. Nella lingua comune, dunque, scordarsi di qualcuno o di qualcosa è spesso un gesto emotivo. È uno di quei piccoli slittamenti semantici che la lingua compie senza chiedere permesso, e che rendono la storia delle parole più interessante della loro forma.

Il quadro lessicografico, alla fine, è limpido: scordatura è la forma storica, tecnica, figurata, moralmente sfumata; scordamento è la forma astratta, neutra, quotidiana, meno diffusa. La loro sinonimia è parziale e vive solo nel territorio della memoria, dove entrambi i termini possono significare dimenticanza, ma con tonalità diverse. Scordatura è oblio con eco morale; scordamento è semplice mancanza di ricordo. Scordatura è parola da pagina scritta; scordamento è parola da vita pratica. Scordatura appartiene alla musica; scordamento no.

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Quando la testa fa lingua


C’
è una famiglia di parole che, più delle altre, conserva nel proprio corpo sonoro un gesto antico, un comportamento, un tratto animale o umano che la storia ha lentamente trasformato. Sono parole che usiamo ogni giorno senza più avvertire la loro origine concreta, e che pure continuano a portare con sé un sedimento di mondo. Tra queste, testardo è una delle più rivelatrici.

Oggi adoperiamo questo termine per designare la persona che non cambia idea, che si ostina, che va per la sua strada anche quando tutto suggerirebbe una deviazione. È un aggettivo/sostantivo che usiamo con un misto di irritazione e ammirazione, perché la testardaggine può essere difetto o virtù, rigidità o coerenza. Ma se si scava appena sotto la superficie, si scopre che il lessema nasce da un’immagine molto più concreta: la testa come capo di bestiame, la testa che resiste al richiamo, che non si lascia condurre, che tira dalla parte opposta rispetto al pastore.

Il testardo, insomma, non era un carattere: era un animale. Un animale che opponeva il proprio peso, che piantava gli zoccoli nella terra, che rifiutava la direzione imposta. L’ostinazione umana che oggi descriviamo con tanta naturalezza è, in realtà, un’eredità animale fossilizzata nel linguaggio, un gesto di resistenza che si è trasformato in tratto psicologico. Ogni volta che diciamo testardo, dunque, ci rifacciamo senza saperlo a una scena pastorale: un uomo che tira una corda, una bestia che non si muove, la tensione tra volontà e forza.

È questo il fascino dei fossili semantici: ci ricordano che la lingua non nasce astratta, ma concreta, fatta di mani, di corpi, di gesti. E che molte delle nostre categorie mentali sono, in fondo, la continuazione simbolica di un mondo materiale che non c’è più. Testardo è uno di quei casi in cui il passato non si limita a sopravvivere: continua a parlare, a suggerire, a raccontare. Basta ascoltarlo.





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