Ci sono termini che, pur avendo acquisito un significato astratto, conservano nel loro nucleo un gesto fisico, un’immagine concreta. Intendere e assurdo - entrambi di origine latina – sono due esempi perfetti di come un movimento del corpo o un fenomeno acustico possano trasformarsi, nel tempo, in categorie mentali. La loro storia non è un semplice spostamento semantico, ma una lenta migrazione di immagini che continuano a vibrare sotto la superficie dell’uso quotidiano.
L’etimologia di “intendere” è in‑tendere, “tendere verso”, “dirigere”, “puntare”. Il verbo nasce da un gesto: una corda che si tende, un arco che si piega, un braccio che si protende. Nei testi latini più antichi intendere significa proprio questo: tendere qualcosa verso un punto, orientare una forza. Da qui si sviluppa il primo passaggio semantico: “rivolgere l’attenzione”, perché chi tende un oggetto verso un bersaglio concentra lì lo sguardo e l’energia. Solo in seguito il verbo entra nel dominio mentale: “comprendere”, “afferrare con la mente”. Ma la metafora rimane intatta. Capire non è uno stato, è un movimento: un andare verso l’altro, verso un significato, verso un’intenzione. Nell’italiano moderno sopravvivono due linee parallele: intendere come “volere” e intendere come “comprendere”. Entrambe conservano la direzione originaria: un vettore che punta a un oggetto, reale o concettuale.
“Assurdo” deriva invece da absurdus, “stonato”, “fuori tono”. È un termine musicale: indica ciò che non risuona, ciò che rompe l’armonia. Il primo significato è fonico, non logico. L’assurdo è ciò che “suona male”, ciò che produce un rumore che disturba l’orecchio. Da questa immagine acustica nasce il secondo passaggio semantico: “incongruo”, “inappropriato”, “fuori luogo”. Solo più tardi, con la riflessione filosofica tardo‑antica e medievale, il termine si sposta verso il dominio della razionalità: l’assurdo diventa ciò che contraddice la ragione, ciò che non può essere pensato senza cadere in contraddizione. Nel Novecento, soprattutto con l’esistenzialismo, l’assurdo assume una dimensione esistenziale: non ciò che è illogico, ma ciò che non trova risonanza nel mondo, ciò che rimane muto, ciò che non risponde. La radice acustica, in fondo, non è mai scomparsa: l’assurdo continua a essere ciò che non vibra con noi.
Chi intende tende un filo; chi è assurdo lo spezza senza accorgersene.

Nessun commento:
Posta un commento