Nell’epoca in cui la Rete ha trasformato la comunicazione in un organismo pulsante e in continua mutazione, il lessico italiano vive una stagione sorprendente, quasi una seconda giovinezza che si manifesta sugli schermi dei nostri dispositivi. Le parole nascono, si deformano, si diffondono con una rapidità che nessun secolo precedente aveva conosciuto; gli errori diventano mode, i forestierismi rimbalzano da un profilo all’altro, i neologismi si accendono e si spengono come scintille.
In questo scenario così mobile, sorge spontanea – come usa dire - una domanda che riguarda la responsabilità e la memoria: chi sta osservando, registrando, interpretando questa metamorfosi? Non certo i linguisti accademici, che per vocazione e metodo lavorano con il passo lungo del tempo e preferiscono analizzare i fenomeni quando si sono già “manifestati”. Nemmeno i semplici utenti della Rete, che “maneggiano” le parole con naturalezza ma senza interrogarsi sulla loro struttura, sulla loro storia, sulle loro derive.
La risposta, sorprendentemente, arriva da una costellazione di figure nuove, appassionate, colte, curiose, che hanno scelto di trasformare la lingua in un racconto quotidiano. Sono i curatori di spazi linguistici, di pagine dedicate all’italiano vivo, di luoghi digitali in cui si osservano gli scarti, si annotano le oscillazioni, si spiegano etimologie, si difendono sfumature, si risponde ai dubbi dei lettori con rigore e con una leggerezza che non scade mai nella superficialità. Per definire questa figura, che non appartiene all’accademia ma ne condivide la cura, che non è un semplice appassionato ma ne supera la spontaneità, occorre un termine preciso, elegante, capace di restituire la sua natura ibrida e preziosa: il digitalglottologo.
Questo termine unisce la modernità del mezzo informatico alla tradizione nobile della glottologia, senza però invadere il territorio dei titoli accademici, ed è un ibrido etimologico formato dall’inglese digital e dal greco glôtta “lingua”, fusi in una struttura pienamente italiana.
Il digitalglottologo non è un docente dietro una cattedra, ma un esploratore della Rete dotato di un radar finissimo per le parole. Abita le piazze virtuali, osserva l’evoluzione dei significati, intercetta gli errori che si diffondono, analizza i dubbi grammaticali che emergono nei commenti, e soprattutto restituisce tutto questo con una chiarezza che non rinuncia alla precisione. È, in fondo, il custode del buon uso della lingua nell’era digitale: colui che pulisce il riflesso del lessico sullo specchio dei nostri dispositivi, che distingue ciò che è moda da ciò che è mutamento, ciò che è svista da ciò che è innovazione.
Accogliere digitalglottologo, e attestarlo nei vocabolari, significa riconoscere una funzione culturale che finora non aveva un nome. Significa dare dignità a chi, ogni giorno, dedica tempo ed energie a spiegare un’etimologia su uno schermo, a difendere una sfumatura di significato, a riportare ordine dove la velocità rischia di scancellare le distinzioni. Significa, soprattutto, offrire al lettore una bussola: sapere che dietro un’analisi accurata, dietro una riflessione ben costruita, dietro una correzione gentile, c’è una figura che merita un nome proprio.
Da oggi, dunque, quando vi imbatterete nelle analisi acute del curatore del vostro spazio linguistico preferito, saprete come chiamarlo con la precisione che merita: digitalglottologo, la guida ideale per non smarrirsi nel mare in continuo movimento dell’italiano digitale.
***
La metà che non esiste
C’è un’espressione che circola con disinvoltura nel linguaggio giornalistico e nei sondaggi: “meno di una persona su due”. A prima vista sembra innocua, quasi familiare. Ma basta riflettere un istante per accorgersi che qualcosa non torna. L’immagine che suggerisce è impossibile: una persona non può essere “meno di una”, e il rapporto “su due” non può applicarsi a un’entità indivisibile. È come se la lingua, nel tentativo di rendere più concreta una percentuale, finisse col disegnare una scena che non può esistere. Eppure la locuzione è così cristallizzata dall’uso da passare inosservata.
Il paradosso linguistico nasce proprio da questa finta concretezza. La formula pretende di essere visiva, di farci immaginare due persone e di dirci che una di loro, in realtà, non c’è del tutto. Ma ciò che vuole rendere più immediato diventa invece opaco: la lingua si piega per tradurre un dato statistico in un’immagine, e nel farlo lo tradisce. È un corto circuito semantico che si consuma in un istante, ma che un lettore attento percepisce come una mostruosa stonatura, un attrito tra ciò che si dice e ciò che si può davvero immaginare.
Eppure la soluzione è semplice, e soprattutto logica. “Meno della metà” restituisce il dato senza forzature. “Una percentuale inferiore al cinquanta per cento” è più tecnica, ma impeccabile. Se si vuole mantenere un rapporto, basta scegliere formule che non generino paradossi: “una persona su tre”, “due su cinque”, “una su dieci”. Qui il numeratore è intero, l’immagine è coerente, la proporzione funziona senza violare la natura dell’unità di misura. È la lingua che torna a essere fedele al pensiero.
L’espressione “meno di una persona su due” resta invece un fossile dell’uso: accettata per abitudine, ma semanticamente incrinata. E proprio questa incrinatura, una volta vista, non si può più ignorare. È la metà che non esiste, e che la lingua continua a “evocare” come se fosse lì, davanti a noi, perfettamente intera.

Nessun commento:
Posta un commento