giovedì 11 giugno 2026

Definire senza zavorre

 


A volte gli errori più radicati non nascono da ignoranza, ma da un eccesso di scrupolo: si aggiunge una parola per “rafforzare” il senso, e invece lo si indebolisce. È il caso di definire come, una formula che si è insinuata nel linguaggio giornalistico e poliziesco fino a sembrare naturale. Eppure è un’aggiunta che non serve, perché il verbo definire contiene già l’idea di attribuire una qualità. Inserire come significa ripetere ciò che è già implicito, creare un raddoppio inutile, un piccolo attrito che sporca la frase. Ripulire questa costruzione non è pignoleria: è restituire alla lingua la sua precisione.

È uno degli errori più frequenti nelle scritture che vogliono suonare autorevoli. Il verbo definire, infatti, regge direttamente il complemento predicativo dell’oggetto: non ha bisogno di preposizioni, non vuole appoggi, non tollera sovrastrutture. Dire "lo hanno definito come un eroe" significa duplicare l’operazione: prima si attribuisce una qualità, poi la si introduce di nuovo attraverso un come che non aggiunge nulla. La forma limpida è "lo hanno definito un eroe". Se, invece, si vuole davvero introdurre un paragone, allora si cambia verbo: lo hanno considerato come un eroe. La differenza è sottile ma decisiva: nel primo caso si attribuisce un’identità, nel secondo si stabilisce un’analogia. La lingua, quando è ben tenuta, non spreca: lascia che ogni verbo faccia il suo lavoro senza interferenze.

Un meccanismo simile si ritrova in un’altra costruzione che il burocratese ama con ostinazione: al fine di seguito da un infinito che contiene già per. La frase "ti scrivo al fine di poterti spiegare" è un esempio perfetto di come il linguaggio amministrativo riesca a complicare ciò che è semplice. Al fine di esprime già lo scopo; poterti spiegare introduce un’idea di possibilità che non aggiunge nulla, anzi crea un piccolo corto circuito semantico. La frase si alleggerisce subito se si elimina l’ingombro: ti scrivo al fine di spiegarti oppure ti scrivo per poterti spiegare. La prima è più formale, la seconda più naturale, ma entrambe restituiscono al testo la sua linearità.

In fondo, e concludiamo queste noterelle, i due casi mostrano una verità semplice: la chiarezza non nasce dall’aggiungere, ma dal togliere. La lingua scorre quando non ci sono echi inutili, quando ogni parola è necessaria, quando il lettore non inciampa. Ripulire queste formule significa restituire al pensiero la sua naturale trasparenza, quella che arriva dritta, senza deviazioni, senza sovrapposizioni totalmente inutili.

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Il passo incerto della lingua burocratica

C’è un tratto della lingua amministrativa che tutti riconoscono ma che nessun manuale nomina: quella solennità che vorrebbe procedere con passo fermo e invece inciampa, rallenta, perde l’equilibrio. È un formalismo zoppicante, una compostezza che tenta la marcia istituzionale e finisce col trascinare un piede. Nasce dalla paura della chiarezza, dalla prudenza eccessiva di chi teme che una frase semplice possa essere interpretata, contestata, fraintesa. Così la lingua si irrigidisce, si gonfia, si protegge dietro formule impersonali che sembrano progettate più per evitare responsabilità che per comunicare.

Il formalismo zoppicante si riconosce subito: prende un concetto lineare e lo avvolge in strati di perifrasi, sostantivi astratti, costruzioni che sembrano scritte da qualcuno che ha paura di essere umano. “Si comunica che, per sopravvenute esigenze organizzative, l’utenza non potrà procedere alla fruizione del servizio.” Significa: oggi siamo chiusi. “L’istanza non può trovare accoglimento in quanto carente dei presupposti richiesti.” Significa: no. “Si invita la cittadinanza a voler prendere visione dell’allegata documentazione.” Significa: leggete l’allegato. Non c’è malizia, non c’è arroganza: c’è solo un linguaggio che tenta di camminare diritto e invece trascina un piede.

Una curiosità storica è che la critica a questo modo di scrivere non è affatto recente. Già Ferdinando Martini, alla fine dell’Ottocento, ironizzava sulla “pomposa oscurità” degli atti amministrativi dell’Italia unita, dove la forma sembrava più importante della comprensione. E ancora prima, nella tradizione sabauda, si parlava di “stile di cancelleria”, un registro che privilegiava la cautela alla chiarezza. Il formalismo zoppicante non è un termine codificato nei testi di lingua, non appartiene alla stilistica accademica: è un’etichetta critica, una lente che permette di vedere come la lingua amministrativa, nel tentativo di apparire solida, finisca col perdere naturalezza e ritmo.





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