giovedì 31 maggio 2012

Affetto e affettività






Molti adoperano, indifferentemente, i termini affettività e affezione. I due vocaboli, invece, hanno una differenza semantica, e ce la spiega, magistralmente, Aldo Gabrielli.

«Affettività, indica la capacità di provare o promuovere affetti; affetto o affezione è ogni sentimento di viva benevolenza, suscitato nel nostro animo da una persona o da una cosa. Attenti, perciò, a distinguerne l’uso».

martedì 29 maggio 2012

«Giocoforza»








Pregiatissimo dott. Raso,
le sarei veramente grato se potesse spiegarmi il significato “nascosto” dell’espressione “essere giocoforza”. I vocabolari consultati non danno chiarimenti in merito, si limitano a dire che l’espressione significa “essere necessario”, “assolutamente inevitabile”. Grazie e complimenti. Il suo blog è veramente prezioso.
Corrado C.
Alghero
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Sí, gentile amico, il significato dell’espressione è ‘essere necessario’, come possiamo apprendere, per esempio, dal vocabolario Gabrielli in rete: «giocoforza, [gio-co-fòr-za] s.m. Solo nella loc. avv. Essere giocoforza, essere necessario, essere inevitabile: fu g. abbandonare la nave al suo destino; ci è stato g. cedere e dargli ragione. Quanto al significato ‘nascosto’ – come dice lei – non è altro che l’ellissi della frase È [un] gioco [che costringe per] forza [a fare qualcosa].


http://www.dizionario.org/d/?pageurl=giocoforza

domenica 27 maggio 2012

Accordo particelle pronominali






Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
• Antonio scrive:
Buonasera a tutti,
1)spesso sento dire: grazie dell’attenzione oppure grazie per l’attenzione.
2) mi hanno trovato in forma oppure mi hanno trovata in forma ?
Qual è la forma più corretta?
grazie.
Antonio

• linguista scrive:
Per quanto riguarda il primo dubbio, le preposizioni di e per sono ugualmente accettabili. La preferenza dell’una o dell’altra dipende dal gusto e dallo stile personali. Riguardo al punto 2), il participio passato di un verbo con l’ausiliare avere si concorda obbligatoriamente con l’oggetto solamente quando l’oggetto precede il verbo sotto forma di pronome atono di terza persona: “lo hanno trovato/la hanno trovata/li hanno trovati/le hanno trovate”. Nel caso di mi e ti si può scegliere se concordarlo o no. Se il pronome è plurale l’accordo di genere è sempre obbligatorio: “ci hanno trovati/ci hanno trovate/vi hanno trovati/vi hanno trovate”.
Fabio Ruggiano
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Ci dispiace ma dobbiamo dissentire recisamente sull’ultima affermazione del dott. Ruggiano: «Se il pronome è plurale l’accordo di genere è sempre obbligatorio: “ci hanno trovati/ci hanno trovate/vi hanno trovati/vi hanno trovate”». Con le particelle ‘mi’, ‘ti’, ‘ci’ e ‘vi’ (a prescindere dal singolare o dal plurale) l’accordo di genere è facoltativo: “Amici carissimi non ‘vi’ ho certo pregati (o pregato) di restare”; “Noi donne ‘ci’ avete lasciate (o lasciato) da sole”.

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Ecco un avverbio che, relegato in soffitta, ci piacerebbe fosse rispolverato: perfuntoriamente. Significa superficialmente, sbrigativamente, alla buona: state tranquilli non faremo nulla di formale, sarà una riunione cosí, perfuntoriamente. È tratto dall’antico aggettivo perfuntorio (‘negligente’).

http://www.etimo.it/?term=perfuntorio&find=Cerca

sabato 26 maggio 2012

Male e malo







Mal è la forma tronca tanto dell’avverbio ‘male’ (mal nutrito) quanto dell’aggettivo ‘malo’ (mal partito). Nel primo caso non si apostrofa mai (mal accetto); nel secondo si apostrofa esclusivamente davanti a sostantivi femminili che, ovviamente, cominciano con vocale: mal’erba.
E a proposito di ‘male’, non tutti i vocabolari concordano sul plurale di malcostume (o mal costume). Alcuni registrano la forma normale: malcostumi. Altri, invece, come il Devoto-Oli, il Sabatini Coletti, il Gabrielli e il Sandron, fanno mutare la desinenza di entrambi i componenti (male e costume): malicostumi (o mali costumi). Lo Zingarelli, infine, dà entrambi i plurali. Un povero cristo come deve regolarsi? A nostro modo di vedere seguendo la forma ‘normale’: malcostumi.

Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non specificando il plurale lascia intendere che la forma corretta è quella 'normale': malcostumi.

Una ricerca con Google ha dato: 412.000 occorrenze per malcostumi e 4.520 per malicostumi.

giovedì 24 maggio 2012

La soprano e la studente





La platea era gremitissima, tutte le piú alte personalità del mondo dello spettacolo erano intervenute per acclamare la grande cantante: Car-la, Car-la. Lei, la protagonista, non era piú in sé per la gioia: sarebbe stato il giorno del suo trionfo quando, sul palcoscenico, il ministro del turismo e dello spettacolo le avrebbe imposto la corona di «Regina dei soprani».
Non fu cosí, purtroppo, l’emozione tradí Carla, che prese una stecca e il pubblico, prontissimo, trasformò la sala in un uragano di fischi. La carriera del soprano tramontò ancora prima di cominciare.
L’espressione «fare una stecca» o «prendere una stecca», cioè non prendere una nota con la giusta intonazione, quindi ‘stonare’, deriva dal gioco del biliardo. Gli appassionati di questo gioco la conoscono bene: quando un giocatore colpisce male la palla con la stecca, questa fa un suono ‘strano’, come se si scheggiasse, donde la locuzione «fare una stecca falsa».
Dal gioco del biliardo, ‘per simpatia’, l’espressione è passata al mondo della musica e si riferisce alla persona che quando canta ‘stecca’, cioè stona.
Per quanto attiene al soprano c’è da dire che questo termine è nato maschile e deve rimanere tale, anche se oggi è invalso l’uso di ritenerlo femminile (con l’avallo di certi vocabolari): la soprano Carla Brambilla. Fino ad alcuni secoli fa, alle donne era proibito calcare le scene, le parti femminili, quindi, erano affidate a uomini ‘particolari’ la cui voce era di timbro piú elevato in confronto alle altre; era, cioè, “sopra” alle altre, donde, appunto, “soprano”. Diremo, perciò, ‘il’ soprano Carla Brambilla.
Visto che siamo in tema di “femminismo”, due parole sul femminile di studente. Qualche pseudolinguista sobbalzerà sulla sedia davanti a «la studente». Il participio presente dei verbi è anche un aggettivo e in quanto tale prende la desinenza del genere al quale si riferisce. Poiché il participio presente dei verbi termina in ‘-e’ fa parte della schiera degli aggettivi della II classe, come facile, difficile, che hanno un’unica desinenza tanto per il maschile quanto per il femminile: un problema facile, una soluzione difficile. Studente, per tanto, considerato un “aggettivo verbale” della II classe può benissimo rimanere invariato nella forma femminile: la studente Giovanna Giovannetti. È lo stesso caso, insomma, di ‘cantante’, nessuno direbbe la ‘cantantessa’. Perché, dunque, dobbiamo avere la ‘studentessa’?
Amiche ‘studenti’, state tranquille, non vogliamo assolutamente indurvi in un falso errore, dite e scrivete pure, se volete, «studentessa», ma nessun professore, con la ‘P’ maiuscola, potrà sottolineare con la fatidica matita blu «la studente».

martedì 22 maggio 2012

Non fate gli indiani...




Siamo stati sommersi dai messaggi di alcuni blogghisti che, spalleggiati dai vocabolari, ci hanno contestato la correttezza di comproduzione: a loro avviso la grafia corretta è “coproduzione”. Poiché non è nostro costume dare informazioni errate, soprattutto per ciò che concerne la Lingua, affidiamo la nostra “difesa” al Dizionario Linguistico Moderno del compianto glottologo Aldo Gabrielli.

«Coproduzione è brutto neologismo, specialmente del gergo cinematografico. In buon italiano il prefisso co- (per ‘con-’) si costruisce solo dinanzi a vocale:coabitazione, coincidenza, cooperare, coutente. In ogni altro caso si ha il prefisso con-, mutato anche in com- o assimilato. La forma logica e giusta dovrebbe essere, quindi, comproduzione». E aggiunge che la forma coproduzione anche se in uso è errata.

Riteniamo doveroso, per tanto, soffermarci, ancora una volta, sul corretto uso del prefisso con-. Detto prefisso perde la ‘n’ davanti a parole che cominciano con vocale: coautore, coinquilino; muta la ‘n’ in ‘m’ davanti alle parole che cominciano con le consonanti ‘b’ e ‘p’: combaciare, comproprietario (a proposito: perché si può dire benissimo ‘comproprietario’ e non si può dire, invece, ‘comproduttore’? Non è lo stesso caso?); si assimila davanti a parole che cominciano con le consonanti ‘l’, ‘r’, ‘m’: collaboratore, correlatore, commilitone. L’assimilazione, ricordiamolo, è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda, cioè si “assimila”.

Tornando alla parola ‘incriminata’, comproduzione, facciano attenzione i produttori cinematografici quando mettono sulla piazza un film in ‘coproduzione’ perché – come fa notare il Gabrielli – quel ‘copro’ iniziale ci richiama alla memoria altri composti come coprofagia, coprocoltura dove quel ‘copro’, derivato dal greco, sta a significare “sterco”. Un film in ‘coproduzione’, quindi…

Amici della carta stampata e no, non fate gli indiani, sapete benissimo di avere un gravoso compito: educare la gente anche e soprattutto sotto il profilo linguistico. Non diffondete parole errate come, per l’appunto, coproduzione.

Ah, dimenticavamo. Crediamo sia chiaro a tutti il significato dell’espressione “fare l’indiano”, ossia far finta di non capire. Questa locuzione è nata dalla figura dell’indigeno stereotipato, esattamente dell’abitante delle Indie occidentali, che agli occhi degli uomini europei appariva assente, sbalordito, dando la chiara impressione, appunto, di non capire.

lunedì 21 maggio 2012

Il linguaggio






In queste noterelle non abbiamo mai trattato del linguaggio nella sua accezione piú ampia. Se cosí non fosse ci scusiamo “preventivamente” con gli amici blogghisti per la ripetizione. Vogliamo vederla, dunque? Con il termine linguaggio si intende “qualunque mezzo che serve per la comunicazione di un messaggio, di un pensiero, di un’idea, ecc”. In questo senso sono forme di linguaggio i suoni, i gesti, le espressioni del volto, i disegni, le segnalazioni le piú svariate (come potrebbero, anzi, possono essere le luci di un semaforo). La forma di messaggio, o meglio di “linguaggio” piú espressiva, piú potente, piú precisa – come si sa – si avvale della parola: il linguaggio, infatti, nella sua accezione primaria, quindi in senso proprio, è – potremmo dire – “l’uso delle parole, scritte e orali, secondo una regola convenzionale” che costituisce l’idioma di una collettività nazionale e no.

Ogni idioma o, se preferite, linguaggio, presenta diversi livelli: a) lingua ufficiale o formale, strettamente legata alle caratteristiche grammaticali di cui è espressione, ma proprio per questo spesso arida, impersonale seppur “elegante”; b) lingua comune, molto spesso non rispettosa delle “regole” convenzionali ma piú viva ed espressiva, adoperata da tutti (lingua “comune” per le piú consuete esigenze di comunicazione; c) lingua familiare o popolare, usata da una cerchia molto ristretta di “utenti”, piú approssimativa ma piú ricca di efficacia espressiva (basti pensare alla “comunicativa” di certe espressioni dialettali). Ogni linguaggio, è noto, si adegua all’uso acquistando in tal modo – soprattutto sotto il profilo lessicale – diversificazioni dovute all’influenza dei vari “settori d’uso”. Tali diversificazioni determinano e caratterizzano i cosí detti linguaggi settoriali, vale a dire quel tipo di linguaggio che non sarebbe azzardato chiamare “gergo”, quei linguaggi legati a specifici settori professionali e di mestieri.

Il gergo, infatti, come specificano i dizionari è ogni “linguaggio convenzionale limitato a una ristretta categoria sociale” (il gergo della malavita, per esempio) e, per estensione, “ogni linguaggio artificiosamente diverso dal linguaggio comune” (il gergo burocratico per esempio). I linguaggi settoriali, per tanto, possono essere esemplificati in linguaggio giornalistico, tecnico, politico, scientifico, economico, sportivo, pubblicitario e via dicendo.

domenica 20 maggio 2012

Ratire


Pregiatissimo Dott. Raso,
ancora una volta approfitto della sua nota cortesia per un ulteriore quesito. Mi è capitata sotto gli occhi una pagina di un giornale (non so di quale anno) in cui era incartato il pesce che mia moglie aveva acquistato al mercato. Un titolo ha attirato la mia attenzione: «Il malcapitato, ratente, è stato trasportato subito in ospedale». Che cosa significa “ratente”? Credo sia superfluo dirle che i vocabolari, da me consultati, non mi “hanno risposto”. Spero in lei. Ringraziandola anticipatamente dell’eventuale risposta, le porgo i miei più cordiali saluti.
Ludovico L.
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Cortese Ludovico, ratente è il participio presente del verbo ratire e significa “rantolare”. Il poverino, quindi, già rantolava quando è stato trasportato in ospedale. Onestamente non so dirle perché il suddetto verbo sia ignorato dai vocabolari non essendo stato ancora relegato, credo, nella soffitta della lingua. Ho fatto una piccola ricerca nella Rete, mi sembra lo attesti solo il sito “Garzantilinguistica.it”. Faccio il copincolla: [ra-tì-re]
Lat. volg. *ragita¯re 'muggire, strillare', con cambio di coniugazione
v. intr. [io ratisco, tu ratisci ecc. ; aus. avere] (ant.) rantolare; emettere l'ultimo respiro.
Guardi anche questo collegamento:
https://www.google.it/search?tbm=bks&hl=it&q=%22ratire%22

venerdì 18 maggio 2012

«Vendere alla tromba»






Le televisioni commerciali hanno riscoperto e portato a conoscenza del grande pubblico l’uso delle vendite all’asta. Non c’è un’emittente privata, infatti, che non proponga al telespettatore, comodamente seduto in poltrona, l’acquisto di un tappeto persiano o di un mobile d’epoca venduto all’incanto.

Siamo sicuri, quindi, di suscitare l’interesse degli amici blogghisti spiegando l’origine di questa vendita chiamata, appunto, all’asta o all’incanto. Come sempre, a onta dei detrattori, dobbiamo ricorrere al padre della nostra lingua, il nobile latino: vendere sub hasta, hastae subicere.
Spiegano, in proposito, il Battisti e l’Alessio che questo modo di vendere, tratto dalla locuzione latina sub hasta vendere, deriva dall’uso romano di vendere i beni dei debitori del tesoro pubblico presso un’asta conficcata in terra, simbolo della proprietà quiritaria. In seguito si disse anche vendere alla tromba perché tali vendite si annunciavano, appunto, col suono di una tromba.

Vendere all’incanto, cioè sempre all’asta, e al miglior offerente, proviene, invece, dal tardo latino, il latino medievale in quantum (composto con ’in’ e ‘quantum’): a quanto?, sottinteso prezzo. Il venditore stabilisce un in quantum, cioè un prezzo iniziale, colui che offre di piú si aggiudica l’asta, diventa, cioè, possessore dell’oggetto posto “all’incanto”. Non si confonda, per tanto, l’incanto, cioè la vendita all’asta, con l’altro incanto nell’accezione di incantesimo, magia. Quest’ultimo termine ci è stato tramandato dal verbo latino incantare, composto di ‘in’ e ‘cantare’, intensivo di ‘canere’.

giovedì 17 maggio 2012

«Intuntare»





Tra i verbi che ci piacerebbe fossero ‘riesumati’ segnaliamo intuntare, cioè raccogliere con il pane l’unto nel piatto. Insomma, fare la cosí detta scarpetta. Per quest’ultimo modo di dire rimandiamo a un nostro intervento: http://faustoraso.blogspot.it/2010/06/fare-la-scarpetta.html . Il verbo, non attestato nei vocabolari dell’uso, si può trovare, invece, cliccando sul collegamento in calce.

https://www.google.it/search?tbm=bks&hl=it&q=%22intuntare%22